«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 22 aprile 2010

Il complotto per fermare De Magistris


di Antonio Massari

da il Fatto Quotidiano del 20 aprile 2010

L'inchiesta è chiusa e l’ipotesi del complotto resta in piedi: l’avocazione di “Why Not” e la revoca di “Poseidone”, entrambe sottratte all’ex pm napoletano Luigi De Magistris, erano illecite. De Magistris, quindi, avrebbe dovuto continuare a indagare.

Lo scrive la Procura di Salerno nell’atto che chiude l’inchiesta: dodici indagati. Più della metà sono nomi eccellenti: il senatore del Pdl Giancarlo Pittelli, ben sei magistrati di Catanzaro, l’ex sottosegretario di governo Giuseppe Galati (Udc). E a questo punto c’è da chiedersi se a Salerno siano impazziti. Oppure se – al contrario – qualcuno, a partire dai componenti del Csm, debba offrire le proprie scuse per aver punito - nell’ordine - Luigi De Magistris,
l’ex capo della Procura salernitana Luigi Apicella e i due pm che avevano iniziato l’inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Oggi il capo della Procura di Salerno si chiama Franco Roberti, ha diretto per quattro anni la Dda di Napoli, sferrando attacchi durissimi al clan dei Casalesi (e non solo).
I pm che hanno concluso l’inchiesta al posto di Nuzzi e Verasani si chiamano Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella. E nell’atto che hanno firmato ipotizzano un reato gravissimo: la corruzione in atti giudiziari.


Nella ricostruzione dell’accusa, a beneficiare della revoca di Poseidone – ’inchiesta condotta da De Magistris sull’utilizzo dei fondi pubblici e sull’inquinamento ambientale – furono Pittelli e Galati. Che negli atti, però, non compaiono soltanto come “beneficiari”, ma anche come “istigatori” delle “condotte illecite” dei magistrati Mariano Lombardi e Salvatore Murone, rispettivamente ex capo della Procura di Catanzaro e attuale procuratore aggiunto. Fu Lombardi a revocare l’inchiesta all’ex pm, dopo che questi aveva iscritto nel registro degli indagati Pittelli, senza informare il suo capo, “legato da ventennale amicizia” con il senatore del Pdl. E per questa secretazione – avvenuta con l’atto firmato dal pm e blindato in cassaforte – De Magistris fu anche punito dal Csm. Oggi negli atti si legge che quella scelta fu motivata soltanto da “esigenze investigative”. Al contrario, fu proprio la revoca, eseguita da Lombardi “d’intesa” con Murone, a essere giudicata illecita. La conseguenza: “L’inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso” così da “favorire le persone implicate nelle indagini, in particolare Pittelli e Galati i quali, in un più ampio contesto corruttivo (…) s’erano adoperati per far ricevere sia a Lombardi, sia suo figlio Pierpaolo Greco (anch’egli indagato, ndr), denaro o altre utilità”. E la corruzione in atti giudiziari compare anche nell’avocazione dell’inchiesta “Why Not”. Il 19 ottobre 2007 l’inchiesta fu sottratta a De Magistris dall’avvocato generale Dolcino Favi.
All’epoca era il reggente della procura. Motivo dell’avocazione: l’ex pm aveva iscritto nel registro degli indagati l’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella (poi archiviato), mentre quest’ultimo avviava un’indagine disciplinare sullo stesso De Magistris. Si profilò così – secondo Favi – un “conflitto d’interessi ” tra il pm e l’indagato. “Conflitto d’interessi” che non s’è mai verificato, visto che la procura scrive che “veniva attestata, in un atto pubblico, una situazione contraria al vero”. E anche in questo caso, successivamente all’avocazione, l’inchiesta veniva penalizzata. “Parcellizzata”, scrivono gli inquirenti, visto che “Why Not” fu divisa in più filoni.
Per questo reato sono indagati – oltre Pittelli, Murone e Lom-bardi – anche Favi e Antonio Saladino, all’epoca il principale accusato, nell’inchiesta “Why Not”. Indagati per favoreggiamento, rifiuto e omissione in atti d’ufficio, infine, l’ex procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, il suoi sostituti Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm della Dda Lorenzo Curcio. Rifiutarono di consegnare agli ex titolari dell’inchiesta – Apicella, Nuzzi e Verasani – atti che erano utili all’indagine. Fu per questo che la Procura di Salerno, all’epoca, decise la perquisizione e il sequestro negli uffici di Catanzaro. Si parlò di “scontro tra procure” mentre, al contrario, si cercava soltanto di portare a termine un’indagine. Che è stata chiusa pochi giorni fa. Confermando l’impianto accusatorio dei pm salernitani che il Csm, dopo Luigi De Magistris, decise di punire e trasferire.

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E ora, per favore, chiedete scusa


di Marco Travaglio

da il Fatto Quotidiano del 20 aprile 2010

Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone ” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”. Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’“avviso di conclusione delle indagini” appena depositato dalla “nuova ” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).


Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini). Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate. E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?

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venerdì 9 aprile 2010

Abbreviare il processo, concentrare le impugnazioni.

Rinunciare al controllo di merito sulla decisione di primo grado è prospettiva scarsamente compatibile con la sensibilità giuridica maggioritaria.

Se si considera che l'appello è l'unico grado di giudizio non costituzionalmente imposto, e quindi eliminabile senza offendere la Carta, parrebbe sbarrata la via ad ogni ipotesi di deflazionare le impugnazioni e quindi di ridurre i costi e le inefficienze del cd. triplo grado di giudizio (primo grado, appello, ricorso per cassazione).

Sotto tale aspetto nessun altro sistema giuridico è paragonabile al nostro con la conseguenza che i tempi della giustizia in Italia risultano notevolmente superiori a quelli europei.


La via sin qui seguita per contenere il problema è stata quella di limitare, attraverso sbarramenti di carattere formale, l'accesso al giudizio di legittimità rendendo tecnicamente piuttosto disagevole all'impugnante l'effettivo vaglio delle sue doglianze; a conferma di ciò basta scorrere una qualsiasi rassegna giurisprudenziale per accorgersi che lo spazio maggiore è ormai occupato dalle pronunce che riguardano le modalità di confezionamento del ricorso per cassazione, la cui sorte più probabile è oggi quella tranchant dell'inammissibilità.

E' evidente l'iniquità di un siffatto sistema il quale, se sulla carta promette l'indistinta possibilità di un vaglio di legittimità di tutte le sentenze (lo impone l'art. 111 Cost.), nella pratica è divenuto sempre più ostile verso l'effettività del diritto di impugnazione. Si tratta, all'evidenza, di un congegno di “autodifesa” della Suprema Corte che, non avendo la possibilità di esaminare lo spropositato numero dei ricorsi proposti, tende ad adottare una giurisprudenza estremamente penalizzante sulla loro ammissibilità.

L'enorme mole dei ricorsi sui quali la Corte è chiamata a decidere, inoltre, svilisce il suo fondamentale motivo di esistenza che è quello di assicurare l'omogenea applicazione del diritto; la cd. nomofilachìa è irrimediabilmente compromessa se il numero dei casi da trattare risulta eccessivo giacché aumenta proprio la possibilità che vengano emesse decisioni contraddittorie sulla medesima questione giuridica. Di qui anche il notevole incremento delle sentenze adottate a Sezioni Unite, chiamate sempre più spesso e con maggiore frequenza ad appianare i contrasti tra le singole sezioni della Corte.


In tale quadro chi perseverasse nel voler salvare la forma (difendendo l'esistente) nascondendo la sostanza (la mancanza di effettività del diritto di impugnazione) non renderebbe un buon servizio ai cittadini.

Il diritto costituzionale di proporre ricorso per cassazione contro qualsiasi sentenza è svuotato di contenuto se gli ostacoli formali lo rendono di fatto impraticabile.


Di qui l'esigenza di sondare nuove possibilità in armonia con i vincoli costituzionali e senza eliminare nella sostanza l'appello, quale controllo sul merito della decisione e non solo sulla sua legittimità.

La concentrazione delle impugnazioni diviene, allora, una soluzione plausibile. Essa può realizzarsi con la trasformazione delle attuali Corti di Appello (il cui numero potrebbe utilmente essere ridotto per recuperare efficienza) in sezioni decentrate della Corte di Cassazione. Contro la sentenza di primo grado dovrebbe quindi offrirsi l'impugnazione - sia per motivi di merito che di legittimità - dinanzi alla Corte di Cassazione regionale. La Corte di Cassazione centrale agirebbe come oggi operano le Sezioni Unite, chiamata cioè a risolvere le sole questioni giuridiche controverse vuoi per la loro novità, vuoi perché hanno dato luogo a riconoscibili contrasti giurisprudenziali.

Senza effettiva diminuzione delle garanzie costituzionali la Corte di Cassazione centrale recupererebbe la sua fondamentale funzione nomofilattica e la durata dei processi italiani diverrebbe finalmente paragonabile a quella degli altri paesi europei.

Nicola Saracino - Magistrato

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Il vero “patto sociale” degli italiani






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





Stamattina leggevo un articolo su uno dei tantissimi – migliaia e migliaia – di scandali nella gestione del denaro e della cosa pubblica in Italia (articolo che riporto qui sotto) e pensavo a che Paese assurdo e incosciente è il nostro.

Noi siamo quello che emerge da questo articolo.

E quali sono le priorità della nostra politica e del nostro governo? Limitare i poteri di controllo dei pubblici ministeri, impedire le intercettazioni telefoniche, regolare la prescrizione e la durata dei processi in maniera tale che non si arrivi mai a una condanna esecutiva, se non nei processi contro i poveri cristi e in qualche omicidio passionale.

E’ assolutamente evidente che la giustizia in Italia non funziona per niente. Ma questo non è un caso né è colpa della pigrizia dei magistrati (che pure di colpe ne hanno, ovviamente, come tutti): è stato dimostrato con i numeri alla mano che i magistrati italiani sono i più produttivi di tutta Europa.

L’inefficienza della giustizia è una precisa scelta politica.

Perché una giustizia efficiente impedirebbe cose come quelle raccontate nell’articolo qui sotto.

Parlano continuamente, per meschini fini propagandistici, di “effettività della pena”, ma fanno in modo che nessuno di loro e dei loro amici possa mai essere cacciato dai posti - pubblici - nei quali ruba ed estorce.

I cittadini italiani, per qualche misteriosa ragione, hanno sempre pensato che consentire ai loro politici di rubare un po’ non avrebbe avuto grandi conseguenze sulle loro vite. E sembrano avere – da sempre, dai tempi di Mussolini a quelli di Andreotti e poi di Craxi e ora di Berlusconi - una sorta di patto con chi li governa: fate pure ciò che volete, ma dateci ciò che sempre ci promettete.

L’equivoco tragico è che:

1. “Misteriosamente”, le promesse vengono continuamente rinnovate, ma mai davvero mantenute. Il governo ha sempre un alibi per non avere mantenuto le promesse: la guerra fredda, il muro di Berlino e oggi la crisi, i comunisti, i sindacati, i magistrati (!?), la costituzione “antiquata” (!?). Sicché il patto è infine un patto “leonino”: i politici e il governo incassano l’indulgenza del popolo, ma non “pagano” quanto “promesso” in cambio.

2. Forti del salvacondotto, i politici non si accontentano di “fare qualche marachella” o “rubare un po’”. Fanno man bassa di tutto. Dalla sanità all’ambiente, dalle tasse all’acqua, dal lavoro all’edilizia.

3. Il furto di legalità e giustizia consentito al potere distrugge letteralmente e irrimediabilmente la vita reale del Paese. E le sue speranze di un futuro.

La maggior parte dei furti non si vede subito. Ma le sue conseguenze stanno lì. Fra qualche anno gli italiani “scopriranno” quali conseguenze concrete avrà sulle loro vite ciò che si è fatto e si è consentito si facesse in tutti questi anni.

E come sempre, penseranno di non essere colpevoli.

Come è accaduto già ai tempi di Mussolini. Gli italiani non credono di essere stati “fascisti”. Credono di essere stati “vittime” del fascismo.

Gli italiani non sanno che, se consenti consapevolmente a qualcuno in qualunque posto e in qualunque momento di commettere ingiustizia, sei complice di quella ingiustizia.

E prima o poi ne pagherai, giustamente, il prezzo.

Quando Mussolini andò ad occupare l’Abissinia, gli italiani pensarono che quello era un problema degli abissini. E non soffrirono per nulla al pensiero dei tanti abissini uccisi in quella “bella impresa”.

Solo quando, anni dopo, ogni famiglia italiana poteva contare i suoi padri, mariti, fratelli morti nelle scellerate guerre del regime, gli italiani si resero conto che, se autorizzi qualcuno ad ammazzare in tuo nome, prima o poi, di morire potrebbe toccare a te o a tuo fratello.

Gli italiani non hanno ancora capito che chi evade le tasse in maniera sistematica, chi corrompe finanzieri e giudici per i propri “affari”, chi demolisce sistematicamente il sistema dei controlli, chi “privatizza” tutti i servizi pubblici, chi corrompe testimoni e crea fondi neri alle Cayman, chi non riconosce i Tribunali e non si presenta davanti a loro ha creato e sta creando un sistema nel quale il derubato in definitiva sei tu.

Gli italiani non hanno ancora capito che ciò che è “pubblico” è “nostro” e non “di nessuno” e che “rubare allo Stato” non è rubare a uno straniero, ma a tutti noi.

Questo “equivoco” è eterno nella storia degli uomini.

Comincia da Adamo ed Eva.

E’ la convinzione che si possa offendere la verità e la giustizia senza pagarne le conseguenze.

E’ una illusione disonesta e, soprattutto, ingenua.

La storia, infatti, si è sempre incaricata di stroncare nel dolore queste “ingenuità”.

Perché il bene e il male, la verità e la menzogna, la giustizia e l’ingiustizia non sono astrazioni formali, nudi nomi (come sosteneva Eco ne “Il nome della rosa”), ma “cose reali”.

Siamo noi che riempiamo il mondo che abitiamo delle nostre azioni: buone e cattive.

Il risultato finale è la somma di ciò che in concreto ciascuno di noi ha fatto e fa e consente agli altri di fare.

Se in un giardino non metti acqua e non fai potature, ma consenti di seppellire spazzatura di ogni tipo e di rubare i semi, ciò che inevitabilmente avrai alla fine è un campo di sterpi e infezioni. L’idea che si possa sempre e solo prendere senza mai dare, che si possa fare e disfare a piacimento, che le regole possano essere derise (ieri il quotidiano Libero intitolava l’articolo sul c.d. “legittimo impedimento” “Marameo ai giudici”) senza conseguenze è una cosa del tutto assurda, ma, purtroppo, molto profondamente italiana.



Qui sotto l’articolo che mi ha indotto a queste tristi riflessioni.

Su tutti i giornali i resoconti di un potere politico totalmente disinteressato alle esigenze del Paese e impegnato da anni, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno a demolire lo stato di diritto e creare “cricche” e “cosche” che derubino le casse dell’erario e spartiscano fra pochi i proventi del delitto.


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Il crac di Tributi Italia e una voragine da 90 milioni di euro. La conseguenza è che centinaia di piccoli Comuni sono sull’orlo del fallimento.



di Roberto Mania e Fabio Tonacci
(Giornalisti)



da Repubblica.it del 9 aprile 2010


Tasse rubate. Tasse privatizzate. Tasse evaporate. Almeno 90 milioni di euro - ma forse molti di più - di tasse pagate dai cittadini e mai versate nelle casse dei rispettivi Comuni. Tosap, Tarsu, Cosap, Ici, multe. Soldi finiti nel conto corrente sbagliato. È lo scandalo delle tasse rubate o - se volete - dei “furbetti delle tasse”. Oppure, ancora meglio: è lo scandalo annunciato di “Tributi Italia”, società privata per la riscossione delle imposte locali, nata a Chiavari e cresciuta in fretta in tutta Italia, a nord e a sud, al centro e nelle isole. Ecco: la bolla delle tasse, dopo quella immobiliare. D’altra parte Giuseppe Saggese, cinquantenne tarantino, figlio di magistrato, che di questa storia è il protagonista essendo il fondatore e poi il dominus di “Tributi Italia”, costretto a tirare i fili da dietro le quinte per via dei due arresti (nel 2001 e nel 2009), le tasse le chiama “piastrelle”. Piastrelle con le quali costruire pezzo dopo pezzo il proprio patrimonio.

Oggi centinaia di piccoli Comuni sparsi lungo la Penisola sono sull’orlo della bancarotta o soffrono per il buco nel loro bilancio. Ci sono Pomezia con un ammanco di quasi 22 milioni, Aprilia (20 milioni), Nettuno (3,2 milioni), Augusta (quasi 5 milioni), Bergamo (2,2 milioni), Fasano (quasi 2 milioni) e poi tanti, tanti, altri. I servizi, quelli per cui i cittadini pagano le tasse, spesso sono stati azzerati. Sono saltati oltre mille posti di lavoro. Solo qualche decina di dipendenti di “Tributi Italia” è rimasta a sbrigare le pratiche ancora necessarie, i collaboratori e consulenti sono stati licenziati, gli altri dipendenti sono in cassa integrazione. E lì resteranno dopo essere da mesi anche senza stipendio. “Tributi Italia”, che raccoglieva le tasse per circa 400 Comuni, sta fallendo o è già tecnicamente fallita. Ha chiesto di poter accedere al concordato preventivo previsto della legge Marzano, la versione italica del “Chapter 11” americano. Il governo ha approvato una norma (sta nel decreto incentivi) per salvare la superholding delle tasse. Che adesso è in una sorta di stand by: prima cancellata per inadempienze dall’albo dei riscossori, quindi in attesa della decisione di merito del Consiglio di Stato, dopo la sospensiva ordinata dal Tar del Lazio. Impervi sentieri giudiziari che difficilmente cambieranno l’epilogo di questo scandalo. Il Tribunale di Roma deciderà prossimamente sull’ammissione della società al concordato preventivo. La Procura di Velletri si sta preparando a chiedere il rinvio a giudizio dei vertici della società con l’accusa di peculato. E le altre tredici inchieste aperte proseguiranno. Ma come è potuto accadere il furto delle tasse? È anche colpa degli amministratori? Chi doveva controllare? Chi restituirà i soldi ai Comuni e dunque i servizi ai cittadini?

Il modello Aprilia

Le tasse, per fortuna, non possono avere padrone. Ma qui siamo davanti a una fittissima ragnatela di interessi, tutti privati e mai pubblici. Ci sono amministratori inadeguati e ambiziosi. Ci sono affaristi travestiti da imprenditori con tante fidejussioni fasulle. Ci sono i controllori che non controllano o controllati che sono anche i controllori. Qualche volta pure i revisori dei conti sono abusivi. Non mancano, come sempre, le scatole cinesi. Ci sono scambi palesi e altri nell’ombra. Ci sono assunzioni clientelari, società miste pubblico-privato per nulla trasparenti e degne di un posto in prima fila nella degenerazione del non già edificante capitalismo municipale. Ci sono protezioni. Inspiegabili silenzi, colpevoli disattenzioni. Ci sono generali della Guardia di finanza in pensione che diventano consulenti proprio di “Tributi Italia”. E ci sono soprattutto 14 Procure della Repubblica che indagano dopo i 135 esposti presentati dalle amministrazioni locali.

Questa storia può cominciare ad Aprilia, provincia di Latina. Siamo nell’agro pontino, 40 chilometri da Roma. E circa 70 mila abitanti fregati. “Tributi Italia” dovrebbe consegnare al Comune 20 milioni e passa di euro. È scoppiata una guerra giudiziaria. La società e gli ex amministratori hanno vinto un paio di round, incassando pure dopo dieci anni una sentenza di assoluzione dal tribunale di Latina. Ma non è finita. Sulle pareti scrostate del corridoio che porta all’ufficio del sindaco sono appese le foto in bianco e nero che raccontano l’origine di Aprilia: 25 aprile 1936 il Duce in sella a un trattore segna il perimetro della città. Ma in questa cittadina triste e disordinata, un po’ agricola, un po’ industriale grazie alla vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un tempo terra di immigrati veneti ed emiliani e ora di nordafricani e asiatici, il sindaco è un socialista, come di quelli che non ce ne sono più. Un socialista. Domenico D’Alessio è prossimo a compiere 62 anni. Figlio di un pastore abruzzese arrivato da queste parti durante una transumanza, è diventato sindaco meno di un anno fa quasi per un moto di rivolta popolare: contro lo scandalo delle tasse sottratte. Si è presentato con quattro liste civiche e ha battuto, umiliandole, la destra e la sinistra. Ma, d’altra parte, il suo voto, dai banchi dell’opposizione, in quella riunione notturna del 19 marzo 1999 del consiglio comunale, fu uno dei due no all’affidamento all’Aser (società mista) del servizio di accertamento e riscossione dei tributi locali. Erano le tre di notte, presenti 14 consiglieri comunali su 30. Fu l’inizio della scalata, perché Aser è una delle controllate di “Tributi Italia” che, nata come Publiconsult nel 1986, si trasforma in San Giorgio nel 2004, e poi va all’assalto delle piccole concorrenti del business delle tasse e compra Gestor, Ausonia, Rtl e Ipe per diventare “Tributi Italia” nel 2008. Il “modulo di gioco” non cambia praticamente mai. Compresi, forse, i favolosi soggiorni di amministratori e consiglieri lungo la riviera di Levante in comodissimi yacht, dei quali si favoleggia tra gli apriliani arrabbiati.

Società miste

Lo schema adottato ad Aprilia, infatti, si replica dovunque. “Tributi Italia” riesce a prendersi direttamente o attraverso una società mista pubblico privata, di cui possiede il 49 per cento, il servizio della riscossione. Nei consigli di amministrazione, però, la maggioranza va ai privati così da assicurargli il governo della società. Alla quale va un aggio stratosferico: fino al 30 per cento di quanto incassato. Aggio che, in alcuni casi, arriva al 75 per cento sugli accertamenti dell’evasione. Cartelle pazze? Chi può escluderlo. Le gare d’appalto (quando ci sono) sono ritagliate sulle caratteristiche della società mista di turno. Così, per impedire la concorrenza delle banche, all’attività di accertamento e riscossione dei tributi si affianca quella della manutenzione del verde pubblico. L’agguerrito assessore al Bilancio e alle Finanze di Aprilia, Antonio Chiusolo, subito dopo l’insediamento, ha scoperto, oltre al buco in bilancio, che le due palme impiantate a qualche chilometro dal municipio erano costate agli apriliani cinque milioni di euro, essendosi esaurita lì la cura per il verde offerta dall’Aser. Ma Chiusolo ha scoperto anche altre cose. Per esempio che le fidejussioni a garanzia delle prestazioni di “Tributi Italia” erano state emesse l’una dall’"Italica” di Cassino, destinata a fallire da lì a poco e con il proprietario indagato per truffa in un’inchiesta calabrese; l’altra da “Fingeneral” per nulla intenzionata a intervenire per via dell’insolvenza di “Tributi Italia”. Insomma, polizze carta straccia. E quando Chiusolo si recò a Roma alla “Fingeneral” in Via di Porta Pinciana nei pressi di Via Veneto - dove, tra l’altro, al secondo piano del 146 c’è anche la sede legale di “Tributi Italia” - si trovò davanti tal Fabio Calì, amministratore della finanziaria, arrestato nel 2007 per una truffa da 93 milioni ai danni della Banca di Roma. Fidejussioni inesistenti e revisori dei conti non iscritti all’albo, ma messi addirittura a presiedere l’organo di controllo. Anche questo lo hanno scoperto il sindaco e il suo assessore: “Ortori Elio, nato a Massa il 23 luglio 1960, non risulta essere mai stato iscritto nel Registro dei Revisori Contabili”, ha comunicato ai due amministratori l’ordine nazionale dei commercialisti.

Assunzioni e poteri

Ma dove sono finiti i soldi che hanno provocato una voragine nei conti di così tanti municipi? Chi sa dove sono? Giuseppe Travaglini, quarantacinquenne, marchigiano, sostituto procuratore della Repubblica a Velletri, ha ricostruito il percorso seguito dalle tasse del vicino comune di Nettuno, delineando così il “sistema Saggese”. L’ipotesi è che ci sia un “Conto padre” nel quale arrivano tutte le tasse provenienti dai vari Comuni. Dal “Conto padre”, poi, si dipanerebbero i conti affluenti, i “conti figli”, lasciati costantemente a zero. Da qui i soldi dei cittadini finirebbero nelle tesorerie dei Comuni, in ogni caso con un guadagno derivante dalla maturazione degli interessi bancari. Ma poi c’è il gran miscuglio: le tasse di Alghero che finiscono a Forlì, le multe di Nettuno usate per finanziare il verde pubblico di Bari e via dicendo. Spesso - secondo l’ipotesi dei pm - le tasse sono servite a Saggese per ripianare parte dei debiti con le banche. Così sarebbe stata possibile la crescita tumultuosa di “Tributi Italia”: diventare la prima società privata della riscossione con oltre 230 milioni di fatturato nel 2008 e circa 1,8 milioni di utili prima delle imposte. Una crescita anche di potere nel rapporto con i politici locali, i partiti, le consorterie, gli amministratori. Aver in mano i cordoni della borsa, poterli aprire e poterli chiudere, significa avere il potere, o almeno un pezzo del potere. Può significare, per esempio, poter giocare al tavolo delle assunzioni clientelari, anche di parenti di consiglieri comunali, come si dice a Nettuno e pure a Bari. Dunque può significare l’ammissione al banchetto degli scambi territoriali, che è poi la sede autentica dove prende forma il potere o l’intreccio di poteri. Ed è anche in forza di questo protagonismo, decisamente politico, che “Tributi Italia” denuncia di avere un credito nei confronti di tutti i Comuni intorno ai 142 milioni di euro, pur ammettendo di essere in una fase di “tensione finanziaria”. Perché il “sistema Saggese” si inceppa per colpa della crisi: manca all’appello l’Ici, aumentano gli evasori e l’accertamento diventa più dispendioso.

Sei milioni di parcelle

E il Palazzo? Dove stavano i potenti di Roma mentre le tasse locali se ne andavano in direzioni anomale? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Ci sono due deputati del Pd, Ludovico Vico, ex sindacalista della Cgil pugliese, e Rita Bernardini, esponente del Partito radicale, che hanno presentato più di una interrogazione ma senza mai risposte da parte del governo. Due deputati sommersi dalle richieste di sostegno da parte dei sindaci di tutta Italia, che non hanno esitato a denunciare la “corruttela” del sistema. Probabilmente anche il colpo decisivo per la cancellazione di “Tributi Italia” dall’albo dei riscossori è arrivato dal Parlamento. Lontano dai riflettori, la Commissione Finanze della Camera ha indagato a fondo sul caso “Tributi Italia”. Si scoprono tante cose leggendo il resoconto dei lavori nella Commissione, come, d’altra parte, i verbali delle riunioni, tenute al ministero dell’Economia e delle Finanze, della Commissione che gestisce l’albo dei riscossori. Per esempio, si scopre di come sia stato tortuoso il cammino per la cancellazione dall’albo. E si scopre che l’Anci, l’associazione dei Comuni, non è sempre stata presente alle riunioni dell’Anacap (l’associazione di categoria dei riscossori). E perché tra i componenti di quest’ultima, che ha voce in capitolo sulla cancellazione, c’è Pietro Di Benedetto che fa l’avvocato e difende proprio “Tributi Italia”? Quest’ultima, a sua volta, ha speso non meno di 6 milioni di euro per pagare i suoi consulenti legali. Tasse dei cittadini? E poi: controllati che controllano? Non resta che dare l’ultima lettura al teutonico codice etico della holding delle tasse, quello che ciascun dipendente ora in cassa integrazione aveva per anni scrupolosamente osservato: “Tributi Italia crede fermamente che l’onestà sia una componente fondamentale di ogni comportamento etico e la lealtà è essenziale per costruire relazioni d’affari solide e durature”. Sì, c’è scritto proprio così.






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