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domenica 30 settembre 2007

Cupio dissolvi, burlando la legge


Dal blog di Dario Quintavalle traiamo il post che segue, perchè di attualità con riferimento alla specifica vicenda di un ex parlamentare che, invece della patente, usa illegittimamente una tessera di una Camera alla quale non appartiene da anni e che, quindi, non ha diritto di trattenere e perchè le considerazioni sul "suicidio della politica" ci paiono utili a comprendere la crisi dell'A.N.M. e delle sue correnti, in tutto e per tutto simile a quella dei partiti politici.

di Dario Quintavalle
(Dirigente del Tribunale di Sorveglianza e della Procura Generale della Corte di Appello di Roma)

Antefatto: un ex ministro (dei trasporti !), Claudio Burlando, entra contromano in autostrada, va avanti per un chilometro. Quando viene fermato dalla Polizia Stradale mostra un tesserino da deputato (scaduto, non è più parlamentare) e non viene multato. Certo per i politici non si applica direttamente il DPCM 28 novembre 2000, "Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni" che recita:

Art. 9.
Comportamento nella vita sociale
“1. Il dipendente non sfrutta la posizione che ricopre nell'amministrazione per ottenere utilità che non gli spettino. Nei rapporti privati, in particolare con pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni, non menziona né fa altrimenti intendere, di propria iniziativa, tale posizione, qualora ciò possa nuocere all'immagine dell'amministrazione”.

Però la capacità della nostra classe politica di screditarsi in un momento in cui è sotto schiaffo da parte dell'opinione pubblica è davvero strabiliante.

Gustavo Selva (destra), Cosimo Mele (centro), ora Claudio Burlando (sinistra): la figuraccia è ormai genuinamente bipartisan.

La vicenda Burlando offre altri spunti di riflessione. Che un uomo politico si sia talmente abituato a viaggiare con l’autista da aver letteralmente disimparato a guidare, così da fare un errore madornale, degno di un principiante o di un nonnetto rimbambito, la dice più di mille discorsi ed analisi su quanto i politici vivano ormai in un mondo tutto loro.

A me le grillate e i vaffaday non piacciono. Non mi piace l’antipolitica.

Però, buon Dio, la politica dov’è?

Dove sono i luoghi dove poter dibattere, partecipare, fare proposte?
Dove sono gli strumenti meno grossolani di partecipazione rispetto al V-day visto che televisioni e giornali sono praticamente proprietà dei partiti e nessuno va più ad ascoltare le persone comuni nelle piazze, nei luoghi di lavoro o nelle università? Come fa il cittadino a farsi sentire, se le elezioni da strumento di scelta sono diventate solo il modo di sanzionare decisioni prese altrove, a priori?

Dopo il fascismo, i partiti si incaricarono di un'opera di educazione delle masse alla politica. Si trattava di ascoltare istanze e bisogni, di codificare il bisogno di esprimersi e partecipare, di inventare linguaggi comuni per capirsi, di trasformare "umori" in proposte. Tutto questo, semplicemente, non esiste più.

La politica sul territorio e nei luoghi di lavoro è stata disertata. Roba vecchia, si dirà, adesso c'è Internet. Ebbene, tempo fa mi presi la briga di fare un giro sui siti dei partiti. Sorprendentemente difficile trovare un link per iscriversi: come se la militanza non interessasse più a nessuno.

Sganciati dal rapporto con gli elettori e il territorio, i politici sembravano aver preso il volo, eterei, come palloncini, allegramente noncuranti dell'opinione pubblica, persino strafottenti. Iniziò Gustavo Selva, che, non pago di aver usato un'ambulanza come taxi, osò anche vantarsene. Poi il deputato puttaniere, che si giustificò dicendo che "anche i cattolici scopano". Ora l'ex ministro dei trasporti, che inaugura la "sinistra contromano". Si direbbe che destra, centro e sinistra si siano messi d'accordo, animati da un bipartisan cupio dissolvi, per far fare figuracce alle istituzioni. Per chi, come me, nelle istituzioni ci lavora, tutto questo è molto amaro.

Il blog di Burlando è stato chiuso ai commenti anonimi dopo mezza giornata. Erano di una violenza inaudita, pieni di disprezzo. I politici estraniati dal mondo si accorgono del malcontento, del malumore popolare, solo quando diventa invettiva ed insulto. L'atterraggio sul mondo reale è doloroso. Sono spaventati: il timore espresso dal direttore del TG2 è meno campato in aria di quello che sembri, un esaltato che metta mano alla pistola si trova sempre. Ma se i politici avessero saputo ascoltare e dialogare (cioè, in definitiva, "fare politica", cioè il loro mestiere) oggi non saremmo a questo punto.

Non è stato Grillo ad aver ucciso la politica. Si era suicidata tanto tempo fa.

Adesso qualcuno la sta seppellendo.

Nel ridicolo.


Una proposta alternativa all'astensione per le prossime elezioni del C.D.C. dell'A.N.M.

Come abbiamo già scritto, questo blog è un luogo di confronto. Ha una “linea editoriale” coerente, ma, non essendo il “bollettino di propaganda” di un gruppo, vive della ricchezza di opinioni anche diverse fra loro. Quindi, ecco la proposta che Stefano Sernia lancia al Movimento per la Giustizia, nonostante che alla maggior parte di noi non paia, per molte ragioni, propriamente “alternativa” all’astensione di novembre per la quale stiamo lavorando. Ci sembra, cioè, che le due proposte possano e forse debbano viaggiare insieme, perchè l'una non esclude l'altra e, per di più, l'astensione guarda alla situazione complessiva dell'A.N.M. e la proposta di Stefano a una esigenza di coerenza interna di una delle correnti dell'A.N.M.. Certo, se le incompatibilità proposte da Stefano (e della urgente necessità delle quali sembra non potersi dubitare) fossero già in vigore, la magistratura associata avrebbe evitato il grave discredito e la perdita di credibilità che le derivano da denunce come quella fatta pochi giorni fa dai Radicali (per leggere la denuncia, clicca qui). Alla vicenda di Bari, alla quale fa riferimento Stefano, dedicheremo uno scritto apposito nei prossimi giorni.

di Stefano SERNIA
(Giudice del Tribunale di Lecce)


I colleghi Racheli, Lima, Tinti e altri hanno efficacemente descritto il sistema di degenerazione correntizia che ha piegato tanta parte dell’attività del C.S.M. (in particolare: nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari; nomine dei magistrati a vario titolo collaboratori del C.S.M.; decisioni disciplinari) a logiche spartitorie e clientelari, che si riflettono anche sull’operato dei Consigli giudiziari (come altri colleghi hanno testimoniato), che dei candidati premiano l’appartenenza e non le capacità ed il merito, con ovvie e gravi ricadute in termini di efficienza del servizio giustizia.

Una delle immediate conseguenze è la ricorrente inadeguatezza dei dirigenti degli uffici, la loro incapacità di organizzare gli uffici e persino di vigilare sulla laboriosità e diligenza dei colleghi: con l’immaginabile conseguenza del crearsi di sacche di inefficienza e indecorosi e mortificanti episodi di impunita neghittosità; altra grave conseguenza, l’assegnazione di ogni altro (e cioè, anche non direttivo) incarico (compresi quelli dei magistrati segretari presso il C.S.M., o addetto all’ufficio studi, o al Massimario, ecc.) in base a criteri lottizzatori dominati dal principio dell’appartenenza.

Ritenuto inguaribile il sistema, o regime, con i mezzi ordinari (e cioè, mediante una battaglia portata avanti dal “di dentro” del sistema mediante gli usuali strumenti partecipativi alla vita associativa e consiliare) hanno proposto di denunziare detto sistema e delegittimare chi lo sostiene mediante un massiccio ricorso all’astensione alle prossime elezioni per gli organi associativi: un “tirarsi fuori” che privi i responsabili del sistema clientelare della legittimazione loro offerta dalla partecipazione degli “onesti”, sia pure come opposizione istituzionalizzata, a una gestione associativa e consiliare che è viziata e ritenuta senza speranza di mutamenti mediante la mera partecipazione dialettica: di qui la necessità di una “rivoluzione”, di una rottura estrema, che consenta alla minoranza di divenire maggioranza, chiamando allo scoperto le responsabilità e coalizzando “gli onesti”.

Molti hanno obbiettato che così facendo da un lato ci si limita ad un gesto di protesta distruttivo e non propositivo, dall’altro si finirebbe per consegnare l’A.N.M. ai gestori del potere correntizio (per mera semplificazione terminologica, e in opposizione agli “onesti”, possiamo chiamarli gli “scorretti”: mi scuserete le semplificazioni).

Racheli e Lima rispondono che se il sistema è inguaribilmente malato, è inutile tenerlo in vita, e comunque è cattiva medicina quella che perpetui le condizioni della malattia.

A me sembra che l’analisi di Racheli, Lima ecc. sia in gran parte condivisibile; il punto debole è quello propositivo, il “che fare” dopo essere usciti dal gioco, fermo restando che è vero che da qualche parte bisogna pur cominciare a cambiare le cose, e che la normale dialettica associativa, che non ha ancora consentito agli “onesti” (ancora scuse per l’eccessiva semplificazione) di divenire maggioranza, non appare essere più uno strumento sufficiente.

Tuttavia, prima di arrivare alla rottura estrema, segnata dall’astensione (che per molti colleghi è prospettiva traumatica, equivalente ad un non invitante salto nel buio) mi sembra possibile compiere un passo da un lato compatibile col desiderio di molti di non disertare la lotta elettorale, dall’altro di compiere comunque un gesto di rottura estremamente utile e proficuo, nel senso dell’idoneità ad eliminare parte dei vizi rilevati.

Poiché il sistema sembra funzionare grazie alla convergenza di interessi tra la massa dei “clientes” (e cioè dei magistrati interessati a ricercare e ottenere appoggi nella loro carriera: e ciò tanto più ed a maggior ragione oggi che, con la riforma dell’ordinamento giudiziario e la progressione in carriera ancorata a valutazioni di merito rimesse a consigli giudiziari e C.S.M., la mera anzianità senza demerito non è più un criterio sufficiente) e quella degli “optimates” (e cioè coloro che, di fatto o per posizioni statutarie all’interno delle correnti o dell’A.N.M., detengono posizioni di potere correntizio o associativo e distribuiscono favori per raccogliere consenso e potere, che poi impiegheranno per sviluppare ambiziose carriere parallele al C.S.M.; al Ministero; in organi giurisdizionali sopranazionali; in carriere politiche o altro), il problema fondamentale mi sembra essere come rompere questa coincidenza di interessi, per far sì che gli “optimates” non abbiano più convenienza a sviluppare e coltivare clientele, che poi sfrutteranno per dar luogo a carriere parallele di prestigio (presso il C.S.M. o altre istituzioni).

La soluzione appare essere proprio quella di spezzare tale convergenza di interessi.

Come ho scritto a Carlo Citterio, con lettera pubblicata sulla mailing list del Movimento (e quindi non privata, e di cui di seguito riporto i concetti), il programma da lui abbozzato in lista contiene già una prima risposta, cui però occorre offrire maggiore concretezza e garantirne la serietà.

La risposta è : INCOMPATIBILITA’ !

Un’INCOMPATIBILITÀ severa e seria, di una durata congrua (ipotizzo tra i tre e i cinque anni, per evitare che eventuali crediti clientelari vengano messi all’incasso alla prima elezione utile per il C.S.M.) per chi ricopra qualsiasi carica associativa, anche solo a livello correntizio e anche solo a livello locale (almeno in quei distretti più estesi che generalmente riescono ad esprimere la nomina di un consigliere al C.S.M.) a rivestire QUALSIASI incarico direttivo o semidirettivo, o al C.S.M., al Ministero, o presso altre magistrature nazionali o internazionali.

E’ poi necessario che le incompatibilità siano bidirezionali, e quindi che per un congruo periodo (sempre un minimo di tre-cinque anni), non possa accedere a cariche associative di alcun genere chi abbia goduto di qualsiasi tipo di incarichi direttivi, semidirettivi, di consiliatura ecc., per evitare che posizioni di potere di fatto (che cioè sussistono e condizionano l'operato delle correnti anche senza assunzione di incarichi statutari interni, ma che prima o poi ambiscono a tradursi in posizioni di potere di diritto, per ragioni di vanità, visibilità o altro) ricevano il loro "prezzo" anticipatamente.

Mi si obbietterà che, con questo sistema, nessuno vorrà poi accedere a incarichi associativi, perchè ne verrebbe troppo penalizzata la carriera; io invece credo che vi accederanno i migliori tra noi, quelli che voterei con amore, gratitudine e slancio, quelli per i quali la difesa dei valori culturali della Magistratura è un fine disinteressato e nobilmente sentito; vi accederanno i giovani ed i saggi, coloro che non hanno immediate ambizioni di carriera (perchè inattuali, o perchè già soddisfatte), ma un ricco patrimonio di energie e/o di conoscenze; e ne rimarranno fuori tutti coloro che hanno ambizioni di carriera, ed io ne sarò contento, perchè sarà eliminato il rischio di conflitti di interessi, di intrecci perversi, di pastette opache, di giochi non trasparenti.

Poiché non abbiamo il potere di modificare le norme di diritto pubblico (che regolano gli accessi agli incarichi suddetti), si tratterebbe di introdurre una incompatibilità di diritto privato (e cioè, da prevedere mediante apposita clausola dello statuto dell’A.N.M. vincolante ogni iscritto); la efficacia di detta incompatibilità potrebbe essere assistita da una clausola penale (la violazione della clausola di incompatibilità dando luogo ad inadempimento grave del contratto associativo) che, per essere seria, dovrebbe andare a colpire il portafoglio dell’associato e della corrente che ne abbia avallato le ambizioni di carriera (ad es.: 100-200,00 euro di multa per ogni voto riportato alle elezioni al C.S.M. da parte di chi non poteva candidarvisi per incompatibilità; una multa proporzionale calcolata su ogni iscritto alla corrente – o sui voti da questa riportati alle ultime elezioni del C.S.M. – per gli incarichi direttivi o semidirettivi, e i pareri favorevoli alla messa fuori ruolo per altre carriere, espresse in favore di chi si trovava in posizione di incompatibilità).

Non sono un civilista ma credo che la cosa sia fattibile.

Ci sarà la volontà politica di farlo?

Da parte delle altre correnti, immagino di no.

Da parte del Movimento? La risposta, guardando allo statuto del Movimento, dovrebbe essere positiva; ma vorrei una rassicurazione, una garanzia che il mio voto, che il Movimento sollecita presentando i propri candidati, sia ben speso, e si traduca, da parte degli eletti, in comportamenti fattivi, e non in meri proclami.

Il dubbio mi sorge perché, senza offesa per nessuno, ho letto nella mailing lista del Movimento interventi che mi pare diano il segno di una non adeguata sensibilità ai problemi della giustizia ed alle cause dello stesso: non si può biasimare, ad es., l’avv. Bàrbera che lamenta determinate situazioni NONOSTANTE siano state già adottate sanzioni disciplinari nei confronti del magistrato fannullone, perché come correttamente rilevava Stefania Barbagallo (e, nei toni, ma solo nei toni, molto meno correttamente sottolineava Felice Lima), all’utente della giustizia è di ben scarso sollievo che il magistrato reo sia punito, se intanto comunque ha dovuto attendere anni per il deposito di una motivazione: certe cose semplicemente non devono accadere (l’ha detto benissimo Tarfusser), ed è compito dei dirigenti, di sezione e del tribunale, segnalarli per tempo ed intervenire per reprimerli ed ovviare; e questi dirigenti hanno subito qualche censura?

L’Associazione (e il Movimento) hanno mai preso posizione contro di loro?

Se poi, il collega di Bari in questione è, come mi sembra di capire, lo stesso che io e altri due colleghi avevamo già denunziato nel 1997-1998 (non ricordo bene l’anno) per falso ideologico, per aver depositato, come presidente della sezione feriale, a nostro nome un provvedimento collegiale che nessuno di noi mai aveva discusso, la cosa diventa gravissima, perché vuol dire che nonostante una denunzia (da parte di tre magistrati!) e un processo pendente (sono anche andato, da Verona, ove frattanto ero in servizio, a Potenza a testimoniare), questo collega ha reputato (e i fatti gli hanno dato sostanzialmente ragione) di poter continuare a fare i suoi porci comodi, perché evidentemente nessun controllo veniva esercitato.

Non è mia intenzione aprire nuove polemiche o rinfocolarne di vecchie; ma devo fare osservare che siamo in ritardo di almeno venti anni: e cioè da quando, sia pure strumentalmente a disegni di riduzione degli spazi di autonomia della Magistratura, la coppia Cossiga-Craxi sollevò tutta una serie di problemi attinenti all’inefficienza della magistratura, alla sua incompetenza o impreparazione (ricorderete la polemica sui giudici ragazzini), la sua mancanza di legittimazione politica e per converso la sua pretesa politicizzazione associata ad una sostanziale irresponsabilità; lo stato della discussione in corso e ciò che appartiene all’esperienza di tutti credo dimostri che l’inefficienza, l’impreparazione, l’inettitudine, la neghittosità e, quel che è peggio, l’irresponsabilità, siano mali diffusi, che noi non abbiamo mai decisamente combattuto, avendo preferito arroccarci in una dimensione castale di negazione del vero e di proclamazione di supremi principi, che se rendeva più facile la difesa del sacro valore dell’indipendenza del giudice, rendeva imperseguibile la sua eventuale neghittosità; sicchè si è preferito demonizzare chi indicava il male, piuttosto che prendere in considerazione ciò che di vero le sue parole eventualmente indicassero.

Ed allora, cosa fare, cosa chiedo io perché si riacquisti credibilità? Cosa chiedo in cambio del mio (e, penso, di tanti altri) voto?

Un atto di coraggio e di concretezza; un atto di serietà; una prova di convinzione e di decisione: sia il Movimento, per primo, a modificare il proprio statuto prevedendo le incompatibilità che dicevo; sfidi quindi le altre correnti a seguirlo su questa strada; lo faccia subito, DA ORA, guadagnando in credibilità, segnando una svolta seria che attirerà consensi e produrrà un effetto terremotate di cambiamento, ponendo all’ordine del giorno associativo una tematica che altrimenti verrà facilmente elusa e annacquata nei soliti manifesti di buone intenzioni.

In mancanza di ciò dovrò ritenere che il Movimento non è oggi in grado di affrontare la battaglia che pure culturalmente ed elettivamente le appartiene; e che l’astensione rimane l’unica strada percorribile per denunziare e delegittimare irreparabilmente il sistema spartitorio : chiamarsi fuori è meglio che avallare con la propria presenza una finzione di democrazia e legalità associativa e consiliare.

La situazione è infatti drammatica, come sa bene chi, tra noi, vive tra la gente come uno qualunque, senza orpelli e senza boria, ed è quindi in grado di cogliere umori e sensazioni non filtrate da alcun metus reverenziale; e pertanto ATTENZIONE: le riforme che non faremo da soli, ce le faranno (e le hanno in parte già fatte, ve ne sarete accorti, immagino) gli altri, peggio di come le avremmo fatte noi, e in maniera punitiva e inossequiosa delle garanzie e prerogative costituzionali della magistratura.

E' QUINDI TEMPO DI MISURE DRASTICHE E SINCERE; altrimenti saremo noi magistrati i responsabili della morte della giustizia eguale per tutti; ed io non ci sto, mi chiamo fuori e chiamo fuori tutti i colleghi seri, onesti, dediti al lavoro per passione e rispetto dei diritti del cittadino.

PRETENDIAMO dunque questa riforma delle incompatibilità: è la MISURA MINIMA tra quelle necessarie; o altrimenti ASTENIAMOCI da questo finto gioco di democrazia associativa, in cui ci fanno credere di partecipare al governo associativo e culturale della magistratura, mentre invece di fatto ci chiamano a legittimare il sistema spartitorio secondo logiche di appartenenza, che altri prima di me hanno ben descritto.

Spero di non aver offeso nessuno: come diceva Lima, tengo famiglia e non desidero querele, ma sono anche un magistrato, e un uomo, e ho non solo il diritto, ma il dovere morale di esprimere ciò che credo, e denunziare ciò che vedo; e se un’idea non formulata è un’idea morta e sterile, ricordo ai destinatari della mia proposta che una proposta non seguita dai fatti è una falce senza filo, che non taglierà la mala erba.


sabato 29 settembre 2007

Le ragioni dell’astensione alle elezioni del C.D.C. dell’Associazione Nazionale Magistrati


di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)


Vorrete scusare l’insistenza, ma il punto mi sembra cruciale. Ho cercato più volte di spiegare perché e per come l’astensione dal voto alle prossime elezioni di novembre del C.D.C. [Comitato Direttivo Centrale] dell’A.N.M. [Associazione Nazionale Magistrati] sia, a mio avviso, l’unico mezzo per scuotere il sistema. Molti colleghi, però, mi hanno manifestato una certa perplessità, sembrando loro che un atteggiamento meramente “passivo” potesse, alla fine, risultare perdente nei confronti di un comportamento più fattivo e partecipativo.

L’obiezione non solo non è peregrina, ma, al contrario, è molto seria e dunque doverosamente mi sono fatto carico di approfondire la questione. Sono giunto alla conclusione che l’astensione – molto più che essere uno mero strumento-idoneo-al fine (fungibile con altri strumenti analoghi) – è il volto necessario (e dunque infungibile) di chi – apparendo (sconsolatamente) destinato a essere minoranza (perdente) a vita – si interroghi su quali possano essere gli strumenti per “contare”.

Sperando di non essere considerato un testardo, passo a dare conto di siffatta affermazione.

Parto dall’evidente necessità – a fronte del collasso del sistema-giustizia – di compiere qualcosa che concretamente produca bene, come si propongono tutti i bene-intenzionati: un qualcosa che non abbia solo valenza di nobile ma sterile protesta.

Insomma, venendo al quesito di fondo, è possibile “cambiare il mondo senza prendere il potere”?

Ho rifatto le bucce a me stesso e – mi scuserete la pervicacia – sono giunto alla conclusione che il non-voto, quale rifiuto di condividere il potere, è molto più che una protesta, un porre sul tappeto una questione di fondo: l’organizzazione dell’associazionismo.

I valori di civiltà insiti nella giurisdizione sembra – a sentire gli attivisti dell’A.N.M. – possano essere tutelati solo militando in una “corrente” (o simili).

Esistono invece altre forme – esse pure collettive – altrettanto incisive di quelle note.

Una è quella di promuovere un movimento paritario che rifiuti di considerare “bene” ciò che piove dall’alto, ma voglia proporre innanzitutto il “bene” che sorge dal basso.

Non cerchiamo di distruggere gli apparati per proporre, al loro posto, il nostro “bene”, ma lo proponiamo hic et nunc per ciò solo che rifiutiamo le regole degli apparati.

Un percorso – il nostro – che per sua natura non può essere irreggimentato nelle forme usuali (ché in tal caso approderebbe inevitabilmente al “già visto”), ma, come un fiume che scorre fuori dell’alveo usuale, rischia sì di arenarsi, ma con ciò paga il prezzo dovuto al nuovo, all’inventiva, al libero esercizio della critica, all’azione che sia autenticamente frutto di impegno corale e non agire di un’élitte (oligarchia?) che si arroghi il diritto di parlare per tutti. Le decisioni “in nome della gente” non sono affatto una garanzia e la quotidianità sta lì a dimostrarlo.

Un “movimento” che voglia minare mali antichi e incancreniti non può essere “moderato”: deve chiamare i fatti con il loro nome e cognome, senza edulcorare e senza mediare.

Non che la politica debba essere solo “movimento”, ma essa ha bisogno (anche) di “movimento” se non vuole scadere a stracca ripetizione di slogans dietro cui nascondere interessi affatto particolari, per non dire egoistici.

Noi non ci limitiamo a rifiutare di votare oggi per condividere questo potere, ma poniamo sul tavolo un quesito di ben più vasta portata: è più importante (e coerente) marciare verso la presa del potere o verso la crescita della nostra influenza sul potere (quello di oggi o di domani, poco importa)?

Il rifiuto di votare è dunque l’affermazione di un nuovo modo di fare politica: un “muoversi contro-e-oltre" che, per sua natura, è anti-istituzionale (nel senso, sia chiaro, che ripudia di cristallizzarsi in forme date) e si muove continuamente “oltre ogni cosa che possa contenere o fermare il flusso creativo della ribellione”.

E’ per questo, soprattutto, che non abbiamo un programma: perchè il nostro “programma” è di criticare – continuamente e spietatamente – i programmi fatti dall’“istituzione”.

Dunque la nostra posizione, se pur assume le fattezze di un “no”, è assai feconda e per nulla improduttiva. Il “no” infatti è dirompente perché contesta che ci sia necessaria continuità nelle forme di difesa dei valori della costituzione (e dunque prospetta come non necessarie le “correnti”); il “no” non è digeribile da parte degli apparati, in quanto sfugge alle regole della loro organizzazione del potere e anzi, al contrario, postula forme organizzative affatto diverse; il “no” non imita le forme in cui si esercita il potere attuale, ma costituisce epifania di uno spostamento radicale del potere: dalla sede istituzionalizzata a quella della dialettica, della partecipazione diffusa, del confronto reale e paritario. Il “no” apre un nuovo mondo concettuale, apre crepe negli assetti del potere esistente (e dunque spazi autonomi), si muove, sperimenta e crea.

Ma c’è di più.

Il “no” non si preoccupa di creare nel sistema le condizioni per il superamento del sistema (rimanendovi dentro fino al detto superamento): il “no” è la rivoluzione adesso: come è stato detto, la finalità non è costruire una forza all’interno del sistema che poi (quando?) produrrà una “rivoluzione”, ma dar vita a una forza dirompente che spinga oltre-e-contro adesso.

Siamo dunque, a ben vedere, nel cuore della critica (talora implicita) che ci viene mossa secondo cui la pretesa di cambiare lo stato delle cose senza prendere il potere (il potere di questo sistema, in questo sistema, con gli strumenti di questo sistema) sia del tutto irreale.

Credo, al contrario, che la pratica del “no” – per gli effetti che le conseguono – sia il massimo di ciò che oggi, hic et nunc, sia realisticamente praticabile a voler cambiare le cose.

Non trovo di meglio, per chiarire il mio pensiero, che rubare le parole a J. Holloway (con avviso che il suo pensiero si radica e si muove in tutt’altro contesto): “Non si tratta di definire questi no, di concentrarli in un partito o in un movimento, ma di aiutarli a rompere le definizioni, a svilupparsi, a estendersi e moltiplicarsi. Non stiamo vivendo in una casa solida e resistente. Viviamo in un edificio vecchio, decrepito, pericoloso e pieno di crepe nascoste da cartelloni pubblicitari: dobbiamo fare di tutto per scoprirle e farle estendere, moltiplicare e unire, qui e ora, fino a far crollare l’edificio”.

Come ebbe a dire un “rivoluzionario” del nostro tempo, “siamo donne e uomini e anziani abbastanza normali, cioè ribelli, scontenti, scomodi, sognatori”.

Credo che tutti i magistrati “abbastanza normali”
siano, al fondo, ribelli, scontenti, scomodi, sognatori: si tratta di fare emergere questa loro natura che il sistema cerca in tutti i modi di reprimere e nascondere.

Il sistema sembra sappia sempre dove andare, propaganda questa sua sicurezza e cerca di spacciare anche gli insuccessi più evidenti come sue conquiste.

Noi, “rivoluzionari”, non pretendiamo di sapere sin d’ora, di qui sino alla consumazione dei secoli, il da-farsi: sappiamo però benissimo ciò che non va ora e vogliamo dire in libertà i nostri “no” (soprattutto quelli che nessuno dice).

Non ci interessa (come interessa al sistema) celebrare il passato, perché la storia narrata dagli apparati è pervasa dalle categorie utili al sistema: è una storia solo di grandi imprese e grandi uomini.

La storia, in sé così bella, può tramutarsi in un grande alibi e in un’ottima scusa per non pensare al presente.

Non ci interessa precorre il futuro perchè ancora non sappiamo quali forme prenderà.
Ci interessa il presente, quello che può essere vulnerato dai nostri “no”.

Con avviso (essenziale) che uno spirito in tanto è “rivoluzionario” in quanto vuole stravolgere il sistema eliminando ciò che lo appesantisce e lo perverte.

Non dunque, sic et simpliciter, una battaglia contro questo sistema, ma più precisamente contro la gravissime disfunzioni che lo permeano. La puntualizzazione è d’obbligo, al fine di evidenziare come nessuna contraddizione di principio ci sia tra chi tali disfunzioni vuol combattere nelle correnti e chi, invece, fuori.

Neppure c’è contraddittorietà in chi decide di assumere, come dire?, una doppia cittadinanza, essendo compatibile, sempre in linea di principio, un doppio impegno.

Dunque, concludendo, non mi sentirò, non andando a votare, un disilluso che ha dismesso le armi, appendendo al chiodo la spada e le speranze.

Mi sentirò nel bel mezzo della battaglia, armato di bei “no”, in movimento verso fuori, percorrendo strade che meglio si delineeranno cammin facendo, confortato dalle mie utopiche aspirazioni, ma sorretto dal contributo di pensiero di tanti.

Camminare al buio – lo so – è pericoloso, ma è assai meglio che camminare su una bella strada illuminata che non porta da nessuna parte o, peggio, conduce diritta diritta nel precipizio.


Un buon inizio


Abbiamo aperto questo blog l’11 settembre e, dopo alcuni giorni di test informatici vari, ne abbiamo reso nota l’esistenza il 23 settembre.

Dal 23 settembre a tutto ieri 28, il blog è stato visitato complessivamente da 1.704 utenti, che hanno visitato 7.091 pagine, con una media, quindi, di 4,16 articoli letti per ogni utente (dati rilevati da http://it.vivistats.com).

Il blog è già presente in tanti link, su diversi siti di informazione e su alcuni giornali.

E' davvero un buon inizio.

Grazie a tutti i lettori.

Continuate, per favore, a mandarci commenti e critiche (sia positive che negative).

E se volete scrivere alla Redazione, fatelo cliccando sul link che c'è nel menù a destra. Vi leggeremo con grande interesse.

(la foto è di Stephen Coburn ed è tratta da:

Qualsiasi cosa sogni di poter fare, cominciala ora!

(John Anster dal "Faust" di Goethe)

Fino a che non ci si impegna,
c'è esitazione, possibilità di tornare indietro,
e sempre inefficacia.
Riguardo ad ogni atto di iniziativa e creazione
c'è solo una verità elementare,
ignorare la quale uccide
innumerevoli idee e splendidi piani.
Nel momento in cui ci si compromette definitivamente,
anche la provvidenza si muove.
Ogni sorta di cose intervengono in aiuto,
cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione,
facendo sorgere a nostro favore
ogni tipo di incidenti e di imprevisti,
di incontri e di assistenza materiale,
che nessuno avrebbe sognato
potessero avvenire in questo modo.
Qualsiasi cosa tu possa fare,
o sognare di poter fare,
incominciala.
Il coraggio ha in sé il genio,
il potere e la magia.
Inizia ora!


venerdì 28 settembre 2007

Incredibile ma vero!




di Stefania Barbagallo
(Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Catania)
(si occupano dei piccoli, ma hanno l’intestazione dell’ufficio più lunga di tutti)


Tutte le riflessioni che si possono leggere su questo blog sulla crisi della giustizia sono già state proposte da una pluralità di voci in varie sedi di dibattito interne alla magistratura e le reazioni sono state le più varie, tutte ricche di fantasia, ma in nessun caso quelle che ci si sarebbe aspettati in una paese democratico da parte di persone che svolgono funzioni istituzionali e che costituiscono uno dei poteri fondamentali dello Stato, di uno Stato forse ormai soltanto all’apparenza democratico.

Dopo la denuncia di fatti di così rilevante gravità ci si sarebbe aspettati un'unica reazione possibile, consistente nell’ansia di accertare, discutendone anche animatamente, se i fatti in questione fossero veri o meno e, nel caso in cui si fosse d’accordo sulla corrispondenza della realtà delle suddette affermazioni, nel prendere, per la parte addebitabile alla categoria, delle misure urgenti o quanto meno delle prese di posizione pubbliche inequivoche sul punto.

Incredibile ma vero, niente di tutto questo è successo.

In alcuni ambiti - nella maggioranza purtroppo - tali riflessioni sono state del tutto ignorate e fatte cadere nel nulla negando così, quantomeno di fatto, l’esistenza stessa delle ragioni che hanno acceso il dibattito.

In altri, più sensibili, contesti, invece, la discussione si è svolta sì - con l’ammissione, talvolta esplicita, della grave situazione in cui versa da troppi anni la magistratura anche per ragioni riconducibili agli stessi magistrati - ma con evidente fastidio di alcuni e con il timore costante di altri di non danneggiare la campagna elettorale, ormai perennemente in corso come nella politica nazionale.


E, infatti, non si può negare che qualcuno - ammettendo che la situazione in cui versa la magistratura non è delle migliori anche per cause addebitabili alla stessa magistratura associata - si è posto il problema di COSA FARE, quasi volesse agire subito concretamente e immediatamente, e ha accolto con entusiasmo le soluzione avanzate da tanti validi colleghi, tutte stimolanti e ricche di spunti di riflessione, ma dopo essersi posto il problema sul che fare ha pensato che non vi era nient’altro di meglio che inserire tali bellissime soluzioni in un bellissimo programma di una delle correnti della magistratura che si sarebbe battuta con tutte le sue forze – come fa già peraltro da tanto tempo - per la loro concreta realizzazione, così credendo di avere posto fine al fastidioso dibattito e di essersi assicurato qualche voto in più per le prossime elezioni.

Ci continuano a chiedere - oltre al voto - tempo e fiducia, ma di tempo non ne abbiamo più o quantomeno una parte di noi non ne vuole più sprecare e la fiducia, soprattutto nel sistema, comincia a vacillare.

La crisi della giustizia e della magistratura è tale che non è più possibile aspettare e vedere se qualcosa cambia.

Sono senza dubbio da lodare coloro che nelle sedi associative istituzionali si battono quotidianamente e con fatica nel tentativo di far rispettare principi che pur dovrebbero ormai ritenersi acquisiti all’interno della giurisdizione, ma i loro pluriennali sforzi, pur importanti nei singoli contesti, dimostrano che nell’ambito di questo sistema il massimo impegno possibile nelle sedi associative e negli organi di autogoverno consente al più di vincere qualche battaglia, ora a Napoli ora a Bari, per il rispetto della legalità anche all’interno della magistratura, ma non rimuove certo le cause che hanno determinato la grave crisi in cui versa la magistratura oggi; e il problema che oggi si è risolto a Napoli o a Bari, domani, per il ripetersi dei soliti meccanismi, si riproporrà a Catania, a Catanzaro, a Roncofritto.

Il sistema, infatti, continuerà a perpetuarsi con tutti i suoi mali, finchè non ne saranno estirpate le cause!

Per cambiare questo sistema è necessaria una “rivoluzione culturale” che non può che cominciare con una presa di posizione netta della stessa magistratura contro il sistema stesso ed i mali da cui è afflitto.

Questo blog tenta di innescare la miccia di questa rivoluzione, ovviamente culturale e di pensiero, contando sul contributo di tutti - magistrati, operatori del settore giustizia ma anche e soprattutto comuni cittadini quali utenti del “servizio giustizia” - e partendo da una denuncia pubblica delle ragioni che hanno portato a questa catastrofica situazione.

In varie sedi - tutte interne, però, al gioco delle correnti – questi fatti di cui discutiamo sono già stati denunciati, ma questa è finalmente è una DENUNCIA PUBBLICA, fatta al di fuori del gioco delle correnti e delle spartizioni politiche.

Ci sorprendono e non condividiamo i timori di alcuni che ritengono che tale denuncia possa minacciare la credibilità della magistratura ovvero ingenerare nei cittadini sfiducia nella giustizia, sia perché la nostra credibilità è già, non semplicemente minacciata, bensì seriamente compromessa (per ragioni non del tutto infondate) ma soprattutto perché soltanto ammettendo le nostre responsabilità nella determinazione della grave situazione di crisi in cui ci troviamo possiamo riconquistare credito nei confronti della società civile, che oggi non ha alcun vero dialogo e alcuna vera collaborazione costruttiva con i magistrati anche per l’inattaccabile autoreferenzialità e totale indisponibilità degli stessi, almeno sino ad oggi, di mettersi in discussione.


Cechov e le "correnti"


di Antonio Bevere
(Presidente di Sezione del Tribunale di Roma)

Vint, racconto di Anton Cechov, 1884.

Andrej Peresolìn, tornando da teatro, vede le finestre del suo ufficio, il palazzo del governo, ancora illuminate. Incuriosito e anche preoccupato per la possibile sua immagine di dirigente “tiranno” ("La gente può pensare che non do tregua ai miei subalterni neanche di notte") , scende dalla carrozza e entra attraverso la porta di servizio.

Giunto nell’ufficio degli impiegati, assiste a una scena insolita: “Davanti a un tavolo ingombro di grandi fogli di contabilità, stavano seduti quattro impiegati e giocavano a carte … Era qualcosa di inaudito, di strano, di misterioso”.

Le frasi che i giocatori si scambiavano erano del tutto incomprensibili: “Banca di Stato … due, Intendenza di finanza … senza briscola …Tu sei senza briscola? … Direzione provinciale, due …. Esco col consigliere di stato … Vanja, gioca un qualche consigliere titolare o provinciale …”.

Perosolìn, spinto dalla curiosità, entra nella stanza. “Se davanti agli impiegati fosse apparso il diavolo in persona con le corna e la coda, non li avrebbe sbalorditi e spaventati come li sbalordì e spaventò il loro superiore … Gli impiegati gettarono le carte, si alzarono lentamente e, sbirciandosi a vicenda, fissarono gli sguardi al suolo”"La trascrivete bene la relazione - incominciò Perosolìn - Adesso capisco perché vi piace tanto occuparvi della relazione … Che facevate, ora?”.

La risposta è facilmente intuibile: giocavano a vint (gioco di carte molto diffuso nella Russia dell’Ottocento), secondo regole e strumenti del tutto originali.

Un impiegato comincia a spiegare: “Ogni ritratto, eccellenza, come ogni carta, ha un suo valore …un significato. Come nei soliti mazzi, anche qui vi sono 52 carte e quattro colori … I funzionari dell’intendenza di finanza-cuori; l’amministrazione provinciale-fiori; gli impiegati della pubblica istruzione-quadri; invece picche è la sezione della banca di stato … I consiglieri di stato effettivi sono per noi gli assi; i consiglieri di stato, i re; le mogli dei funzionari di quarta e quinta classe, le dame; i consiglieri di collegio, i fanti; i consiglieri di corte, i dieci e così via …”.

Con questi abbinamenti i fantasiosi personaggi cechoviani – mescolando regole vecchie e nuove - si concedevano il piacere di giocarsi le più alte cariche dello Stato zarista.

Questa divisione di incarichi in un gioco di regole non codificate è un déjà vu collocabile ai giorni nostri: basta abbinare asso, re, dama, fante ai vertici politico-istituzionali ed ecco che la divertente immagine del palazzo di governo di Pietroburgo si trasforma in una meno divertente immagine collocabile in uno dei palazzi del potere del Bel Paese

Per gli utenti dell’autogoverno giudiziario, un piccolo particolare della scena rende ancora più suggestiva l’immagine: 4 sono i giocatori che si contendono i punti del wint, 4 sono i colori delle carte come 4 sono i soggetti impegnati nelle competizioni a Palazzo dei Marescialli. Anche qui nelle gare per la distribuzione dei più ambiti incarichi giudiziari si mescolano regole, scritte e non scritte; tra queste ultime acquista sempre più rilevo la regola del 4: sempre più frequentemente il dividendo numero di incarichi trova questo numero come obbligatorio divisore.

E’ una regola che sopravvive ai corsi e ricorsi delle legislature: gli spostamenti di voti tra i contendenti nelle competizioni elettorali non incidono su questa regola cardine delle competizioni all’interno dell’organo rappresentativo.

Continuando nella suggestione di un vint aggiornato, è improprio e profanante l’ipotesi di un pragmatico abbinamento asso-cassazione, re-procuratore capo, cavaliere-presidente e così via?

E’ ammissibile l’opacità delle regole con cui le carte sono mosse, giocate, distribuite?

E’ accettabile la non trasparenza delle scelte, grazie alle quali gli esiti delle gare sono noti prima del loro inizio e della loro conclusione?

Sono comunque regole applicate e disapplicate con collaudata indipendenza rispetto al pubblico degli interessati. Questi si sono rassegnati a risultati numerici inquadrabili matematicamente nella tabellina del 4.

La regola del 4 non è scritta in alcun codice di norme primarie, secondarie e simili. Va comunque cancellata.

Non per giocare a sudoku, ma per concreto spirito riformatore, va tentato di uscire dai numeri e riportare la competizione alle regole chiare e precise della Costituzione e di tutto il nostro ordinamento compattamente diretto alla tutela dei lavoratori. Va valutato un nuovo statuto, che preveda canali di comunicazione, luoghi di incontro, criteri di controllo, strumenti di tutela. Va riscoperto il gusto della partecipazione, va rilanciata l’opposizione continua alla discriminazione.

Si può superare questa stranezza dei sindacati che si sono identificati totalmente con l’ufficio del personale, con la controparte, lasciando senza tutela chi è lontano dai suoi vertici e chi è fuori-corrente.

Si può aprire un dibattito, libero e leale, al riparo da intimidazioni e atteggiamenti antisindacali; con un sol limite: non si venga a proporre di aggiungere a cuori, quadri, fiori, picche un altro colore, un altro giocatore, un’altra corrente, per educare dall’interno gli attuali contendenti.

Ce lo raccomanda l’esperienza e ce lo suggerisce anche il dottor Cechov. Il Perosolìn, che entra a gioco iniziato e impaurisce, con la sua carica censoria, i giocatori, diventa facile preda delle regole inventate dagli altri e alla fine lo vediamo impegnato e rissoso più di tutti nel puntare e scambiare banca di Stato, consiglieri di collegio, consiglieri di corte.

mercoledì 26 settembre 2007

Un caso emblematico - Il C.S.M. e la legge



In questo blog parliamo anche, fra l’altro, delle gravi responsabilità della magistratura nel gestire – male – il proprio autogoverno.

Lo scopo per cui lo facciamo non è, ovviamente, quello di fornire alibi a quei politici (molti e di tutti gli schieramenti) che lavorano “contro” la giustizia, ma quello di indurre la magistratura a capire che l’autogoverno non è un privilegio, ma una guarentigia e che è proprio la sua cattiva gestione che, se non si fa qualcosa al più presto, giustificherà la sua (dell’autogoverno) limitazione/eliminazione ad opera di chi vuole da sempre la magistratura soggetta al controllo definitivo della politica.

In molti degli articoli pubblicati in questo blog si parla delle patologie e degli abusi che caratterizzano il correntismo e il carrierismo nell’autogoverno della magistratura e di come questo incida gravemente sull’attività del Consiglio Superiore della Magistratura e, a cascata, sull’efficienza dell’amministrazione giudiziaria. Particolarmente significativo sul punto il brano di una relazione del Consigliere Mario Fresa, riportato da Felice Lima nel suo articolo “Le responsabilità dei magistrati nella crisi della giustizia”.

Pubblichiamo adesso il testo di una delibera del Consiglio Superiore della Magistratura davvero emblematica, che riguarda l’attribuzione in palese violazione della legge di un incarico semidirettivo a un ex componente del C.S.M. medesimo.

Il titolo del nostro blog è "Uguale per tutti" (la legge). E certo lo sappiamo che il sogno di una legge davvero uguale per tutti è una utopia. Ma che almeno la legge sia "uguale" per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe essere possibile, addirittura scontato. E invece non è così. E questo deve fare riflettere.

Nei prossimi giorni pubblicheremo la delibera relativa alla copertura di nove posti di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, fatta per quasi due terzi assegnando quei posti a ex componenti del Consiglio Superiore.

La vicenda odierna è quella relativa alla copertura di un posto di Presidente di Sezione della Corte di Appello di Genova.

Esso è stato assegnato al dr Marco Devoto, componente del Consiglio Superiore nella consiliatura precedente a quella attuale.

Il dr Devoto aveva presentato domanda per quel posto prima di essere nominato componente del C.S.M..

Il mandato del dr Devoto al C.S.M. è durato sei mesi e per quei sei mesi il C.S.M. non ha coperto il posto in questione.

Scaduto il mandato, il posto di Genova è stato assegnato al dr Devoto.

Questa nomina è illegittima sotto un duplice profilo.

Il primo è che le circolari e le prassi costanti del C.S.M. prevedono che le domande di trasferimento proposte dai magistrati si ritengono decadute quando, dopo la presentazione di esse, il magistrato ottiene e accetta un altro trasferimento o il collocamento fuori ruolo. E si tratta di argomento da sé solo decisivo.

Peraltro, proprio questo stesso C.S.M. in carica aveva, in un altro caso, ritenuto non legittimato in un concorso per incarico direttivo un componente del CSM, proprio ritenendo la sua domanda decaduta a seguito dell’assunzione dell’incarico fuori ruolo.

Il secondo profilo, se si può dire ancor più decisivo del primo, è che l’art. 13 della legge 28 marzo 2002, n. 44, dispone che “prima che siano trascorsi due anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può essere nominato ad ufficio direttivo o semidirettivo diverso da quello eventualmente ricoperto prima dell'elezione”. E nel caso del dr Devoto i due anni non erano trascorsi.

Dunque, a tacer d’altro, la nomina in questione viola una precisa norma di legge.

Ed è importante sottolineare che anche la legge testé citata si è resa necessaria - come in molte altre occasioni e a riprova che tante leggi non buone per la giustizia sono frutto della non volontà della magistratura di far cessare prassi perverse del suo autogoverno - per porre fine alla prassi invalsa nel Consiglio Superiore della Magistratura grazie alla quale i consiglieri, nel corso del loro mandato, predisponevano le sedi vacanti (ovviamente prestigiose) nelle quali andare (spessissimo per di più con concorsi solo "virtuali") all'esito del loro mandato.

E che questo fosse il problema e questa la ragione ispiratrice della norma viene espressamente detto proprio nella motivazione della delibera che pubblichiamo.

Lo stupefacente paradosso finale è che il C.S.M., detto tutto questo, ha "disapplicato" (opzione certamente non consentita nel nostro sistema giuridico) la legge medesima.

Il C.S.M., nella delibera che si riporta di seguito, ha sostenuto che la legge in questione non sarebbe costituzionale se si dovesse applicare anche a chi è stato al Consiglio Superiore per un tempo inferiore all’intera consilitura.

A prescindere dalla palese infondatezza di questa tesi finto/costituzionale, tutti i componenti del C.S.M., in quanto laureati in giurisprudenza sanno bene che nell’ordinamento italiano non è consentita la disapplicazione delle leggi sol perché le si ritenga incostituzionali (in tutto o in parte), ma solo, alle condizioni di legge, la loro rimessione al giudizio della Corte Costituzionale.

I lettori con competenze giuridiche potranno apprezzare, peraltro, la evidente pretestuosità della motivazione della delibera, con una utilizzazione del tutto impropria della ratio legis (che a un certo punto diviene “intentio legis”) e addirittura dell’art. 3 della Costituzione e un riferimento illogico e inconducente alla natura di “collegio perfetto” del C.S.M..

La delibera che si riporta di seguito è stata approvata a maggioranza.

Hanno votato contro: i componenti togati iscritti alle correnti del Movimento per la Giustizia e di Magistratura Democratica, il Procuratore Generale Delli Priscoli e i componenti laici Anedda, Volpi, Tinelli e Mancino.

AGGIORNAMENTO: Il T.A.R. (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio, con sentenza del 7 novembre 2007, ha annullato la delibera in questione, confermando la sua illegittimità come da noi esposta.

Abbiamo riportato la notizia nel post che può leggersi a questo link.


ULTERIORE AGGIORNAMENTO: Il C.S.M., nonostante l'annullamento del T.A.R., ha resistito, ricorrendo al Consiglio di Stato. Il Consiglio di Stato, com'era ovvio, ha ribadito l'illegittimità della delibera come da noi esposta, dando per l'ennesima volta torto al C.S.M..


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Consiglio Superiore della Magistratura

ORDINE DEL GIORNO AGGIUNTO

QUINTA COMMISSIONE

CONFERIMENTO UFFICI SEMIDIRETTIVI


Il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato, a maggioranza, la seguente proposta (Rel. Berruti)

1.- Fasc. n. 36/CS/2005.
La Commissione,
- esaminate le domande presentate per la copertura di 1 Posto di Presidente Sezione di Corte di Appello – GENOVA, la cui vacanza è stata pubblicata con telefax n. 16923 del 22.7.2005, di cui all’allegato parametro;
rilevato preliminarmente che:
hanno presentato domanda i dottori (…)
considerato che:
(…)
- quanto alla applicabilità al dott. Marco Devoto - ricollocato in ruolo con delibera dell’8.11.2006 e con destinazione all’originario ufficio di presidente di sezione al Tribunale di Genova, dopo essere stato consigliere al C.S.M. con decorrenza dal 15.3.2006 - della normativa di cui all’art. 13 della l. n. 44/2002 (il quale stabilisce, tra l’altro, che “prima che siano trascorsi due anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può essere nominato ad ufficio direttivo o semidirettivo diverso da quello eventualmente ricoperto prima dell’elezione”), occorre osservare quanto segue. Benchè la legge possa individuare precise limitazioni nell’ambito dello status di uno specifico gruppo di magistrati, in quanto l’art. 3 della Costituzione non risulta violato qualora si regolino in modo diverso situazioni diverse, le stesse devono però essere definite. Nell’ambito del novero degli ex componenti del C.S.M., oltre a doversi operare una ripartizione tra coloro che prima della elezione già rivestivano incarichi direttivi o semidirettivi e coloro che non rivestivano alcun incarico di natura direttiva, per una interpretazione costituzionalmente orientata deve essere diversamente disciplinata la situazione di coloro che hanno svolto il mandato a seguito della proclamazione in esito alla competizione elettorale, rispetto a quella di coloro i quali subentrano nell’incarico per dimissioni o decadenza di un componente eletto e dunque dopo del naturale inizio di un C.S.M..
La legge stabilisce che il magistrato “non può essere nominato ad un ufficio direttivo o semidirettivo diverso da quello ricoperto prima”. La ratio della disposizione risiede nel volere allontanare eventuali prassi di accantonamento, durante la consiliatura, di posti direttivi e/o semidirettivi di interesse dei singoli, per assegnarli ai medesimi a fine consiliatura, con palese compromissione dell’interesse pubblico al buon andamento dell’amministrazione ed abuso della funzione pubblica esercitata.
Nella specie, per escludere che tale ratio possa essere utilmente richiamata, tre dati devono indurre ad una riflessione: a) la pubblicazione del posto e la domanda presentata dal dott. Devoto per il concorso de quo sono intervenuti prima del suo subingresso al C.S.M. (quando sicuramente egli non poteva avere alcuna consapevolezza di divenire componente dell’organo di autogoverno) b) il dott. Devoto è divenuto componente a seguito delle dimissioni di altro membro, in un momento nel quale - giova ribadirlo - il concorso cui aveva chiesto di partecipare era pendente c) il concorso allo stato è tuttora pendente, secondo tempi ordinariamente lentissimi.
Ritiene, pertanto, il Consiglio che ove si applicasse in modo acritico, sganciato da ogni considerazione della ratio legis, il richiamato divieto dell’art. 13 legge n. 44/2002 ai subentrati, senza discriminare le situazioni con riferimento al momento del subingresso e, rispetto a questo, al momento della richiesta di nuove funzioni, si perverrebbe ad un effetto che sicuramente non può essere allegato alla intentio legis. Il Consiglio superiore della magistratura è, infatti, collegio perfetto e dunque, posto che nelle deliberazioni sussista il numero legale minimo, esso funziona anche nelle ipotesi in cui un eventuale, e peraltro, previsto subentro non si attui. Una soluzione astratta e letterale, che ignorasse la specificità della fattispecie concreta in esame comprometterebbe la fondamentale esigenza di rappresentatività, che è alla base della poliedrica composizione del Consiglio superiore della magistratura, giacchè renderebbe il subentro per pochissimo tempo irragionevolmente penalizzato dal blocco del biennio.
Il Consiglio, inoltre, ritiene che alcun argomento a sostegno della interpretazione puramente letterale della legge possa trarsi dalla disposizione - vigente al momento della pubblicazione del bando de quo - della circolare in tema di tramutamenti (n. 15098 del 30.11.1993) che al paragrafo V punto 15, testualmente recava: “Il trasferimento o l’assegnazione per conferimento di nuove funzioni, disposti a domanda dell’interessato, determinano la decadenza di tutte le domande in precedenza presentate”. Detta previsione è stata sostituita da quella contenuta nella delibera 13 marzo 2007 la quale reca: “Il trasferimento o l’assegnazione per conferimento di nuove funzioni, disposti a domanda dell’interessato, nonché il collocamento o la conferma fuori ruolo dell’organico della magistratura, determinano la decadenza di tutte le domande in precedenza presentate”. Entrambe le previsioni, infatti, presuppongono una permanenza al Consiglio di lunga durata, la quale non può consentire la mancanza di copertura di qualunque posto ancorché richiesto dal magistrato prima della sua elezione. E’ infatti la posizione dell’eletto, che nella prospettiva dell’ordinaria durata del quadriennio, impedisce che la pubblica amministrazione possa evitare il completamento della procedura.
L’interesse del singolo nella vicenda de qua non trova alcun ostacolo di carattere generale. Il dott. Devoto ha diritto, pertanto, a partecipare al concorso in questione e di essere conseguentemente comparato con gli altri candidati.
- esaminati i profili professionali e gli atti in possesso dell’ufficio


(segue la valutazione comparativa di merito fra i candidati al posto in questione)

Tanto premesso, la Commissione, (…)
propone
il conferimento delle funzioni di magistrato di cassazione al dott. Marco Devoto, magistrato dichiarato idoneo ad essere ulteriormente valutato ai fini della nomina alle funzioni direttive superiori, attualmente Presidente di sezione del Tribunale di Genova e la destinazione dello stesso, a sua domanda, alla Corte d’Appello della stessa città con funzioni di Presidente di Sezione.


Grilli, grillini e sordità

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

La cosa più evidente è, a mio giudizio, non già il degrado atmosferico, ma il fatto che il mondo abbia cominciato a girare al contrario. Eh sì, perché vedo (dentro e fuori dalla magistratura) una discreta moltitudine di “sollunghisti” (quelli cioè che la sanno lunga) intenta a discettare se i vari grilli abbiano o meno contravvenuto alle lezioni della storia, all’equilibrio, alla buona educazione, alla netiquette e via discorrendo.

Diceva il compianto Marcello Marchesi: “Quando vi lavate i denti, se il tappino del dentifricio cade nel lavandino, mirate al buco non al tappo”.

Come dire: “Badate, all’essenziale, se non volete che la situazione vi sfugga di mano”.

L’essenziale, nel caso della magistratura - e, ancor più, in quello della società civile - è dato da disfunzioni enormi, inaccettabili e facilmente riparabili (se solo lo si volesse).

Non si parla infatti di un articolato piano economico per affrontare la globalizzazione; neppure dei rimedi al riscaldamento del pianeta, ma molto più semplicemente - ad esempio – dell’indecente fatto che i parlamentari possano andarsene in pensione con 2,5 anni di “lavoro”.

Non parliamo - nel caso della giustizia - dell’articolata riforma del processo penale o civile e neanche dell’ennesimo rinnovamento dell’ordinamento giudiziario, ma del banalissimo fatto (anch’esso indecente) che in un certo disgraziato posto c’è gente che aspetta da quattro anni (dicesi: quattro) la sua bella sentenza.

A me sembra naturale che qualcuno (prima o poi era inevitabile che accadesse) si sia stranito per via delle suddette disfunzioni e abbia dato in escandescenze.

Il rimedio peraltro era lì bello e pronto: “Scusate assai” poteva dire chi è incaricato di soprassiedere alle umane cose “ci eravamo distratti: si è trattato di un banale lapsus legislativo: c’è scritto 2,5, ma in realtà volevamo dire 25. Domani stesso cambieremo la legge”.

Nel caso della giustizia poi la faccenda è ancora più semplice.

“Signori” avrebbe, sempre in via di mera ipotesi, potuto proclamare il capo dell’ufficio “state parlando del nulla, perché mentre voi vi indignate e strepitate come oche, le famose sentenze sono state tutte redatte e depositate. Se c’è stato ritardo colpevole, si vedrà: sappiate però che il problema non esiste più. Punto”.

Le cose stanno - ahimè - in tutt’altro modo, dato che i vari responsabili, dopo aver detto che sono totalmente d’accordo; che trattasi di eventi abnormi del tutto inaccettabili, passano sì ai fatti, ma contro coloro che protestano.

La reazione – dentro e fuori la magistratura – assume identiche forme verbali: “Che modi sono questi!”; “E allora tutta la fatica fatta in passato?!”, “Di questo passo dove andremo a finire?!”.

Certo, se fossero stati proposti “rimedi” sfasciatutto; se qui o là si fossero invocati stravolgimenti tali da impedire in futuro il sorgere di un qualsiasi altro sistema, capisco bene l’allarme e lo sdegno.

Ma qui - per stare ai fatti nostri - si vuole solo che chi aspetta sentenze da quattro anni, le abbia; che chi promette da sempre imparzialità (nel C.S.M.), lo mostri nei fatti, evitando, ad esempio, di votare per schieramenti compatti e pregiudizialmente formati. Basterebbe farle - queste poche, stupide cose - è la “ribellione” si scioglierebbe come neve al sole: provare per credere.
Ma poi, in definitiva, non sta al “politico” - sia esso associativo o tout court, poco importa - interpretare i bisogni della famosa “gente”?

E quando una protesta “monta”, non deve il politico interpretare le ansie, le paure e i bisogni sottostanti in modo da disinnescare la miccia prima che il fenomeno sia fuori controllo?

Non sono i girotondi e i v-day una pericolosa escalation non esorcizzabile a parole, così come - se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi – sono escalation, nell’A.N.M., il movimentismo prima e l’astensionismo ora, sì che occorrerebbe individuare il disagio (e rimediarvi) più che oltraggiare i “disagiati”?

I quali – sia chiaro – non aspettano altro che di rientrare nei ranghi, avendo il sistema dato segni tangibili e significativi di “ravvedimento”. Dovrebbe insomma apparire ormai chiaro che insistere nel mantenere in piedi le macroscopiche disfunzioni che in tanti denunziano sarebbe - come ogni perseverare nel male – non solo diabolicum, ma, per quel che si intuisce, assai periculosum.


martedì 25 settembre 2007

Una riflessione necessaria


di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

1. Il “bel tempo che fu”.

Quando nell'A.N.M. [Associazione Nazionale Magistrati] sorsero (e prosperarono) le “correnti”, esse costituirono, per l’assetto allora dominante, un elemento, a torto o ragione, dirompente: furono, in breve, rivoluzionarie.

E furono tali perché costituivano un contro-sistema rispetto ad un assetto che ripetendo, mutatis mutandis, schemi culturali e istituzionali pre-costituzionali, era diventato un enclave sorpassata dall’evolversi del sistema socio-politico generale.

Il “vecchio” sistema non annoverava solo fascisti e farabutti, ma anche galantuomini e giuristi di vaglia: erano però oggettivamente sorpassati.

Anche oggi bisognerebbe, ben più di quanto avviene, interrogarsi non solo e non tanto sulla “moralità” delle correnti, quanto sul loro essere o non essere sorpassate dai tempi.

La consonanza delle “correnti” con il sentire del sistema politico generale consentì loro di ripetere grandezze e miserie del detto sistema, anche per effetto del fiancheggiamento che operarono rispetto ai partiti imperanti (PCI e DC), magari anche solo per assonanza culturale e ideale.

Ne conseguì che, per un non breve periodo, i problemi (sempre politici, mai tecnici!) della politica erano gli stessi della magistratura e viceversa: entrambe parlavano il linguaggio della società, entrambe ne affrontavano i problemi.

2. Il (non bel) tempo che è.

Il mondo post-comunista e globalizzato è veramente un altro pianeta: i governi “nazionali” si sono ridotti a governi “locali”, con incredibile accelerazione nei cambiamenti, con evidente caduta nel controllo del potere, con inevitabile dislocazione dei poteri politici fondamentali nei centri “tecnici internazionali”, con un corrosione del principio di legalità (nel senso che mentre esiste una società globalizzata, non esiste una corrispondente legalità globalizzata).

Nella notte della caduta delle ideologie, nella quale tutti i partiti sono bigi; nel mutarsi dello scenario ove si esercita il potere politico; nel costituirsi del potere politico sempre più come “potere” che come “politico”, sono venute meno le assonanze ideologiche (salvo – qua e là – qualche onda lunga).

L’A.N.M. è divenuta a sua volta (come a suo tempo l’U.M.I. o la Consulta del Regno che ancora era operante negli anno ’70) un’enclave dove si confrontano soggetti (le correnti) sorte in altra epoca, su altre problematiche, con altri fini: questi soggetti, come pugili suonati, seguitano a ripetere meccanicamente comportamenti e schemi di lotta che avevano significato sul ring di un’epoca tramontata.

La distinzione tra le correnti è oggi più formale che sostanziale se si assume come parametro quella della fuoriuscita da un sistema che in nulla produce giustizia.

Intendo dire che politicamente non c’è grande differenza tra le correnti perché esse rispondono in modo sostanzialmente identico al quesito di fondo: alla domanda “volete mantenere in vita l’attuale sistema?” esse, nei fatti, rispondono sì.

Di qui l’ipertrofia della questione morale (che è sempre esistita e sempre esisterà, con avviso che la dominante Unicost [Unità per la Costituzione] di oggi non è più “immorale” della dominante M.I. [Magistratura Indipendente] di ieri; e con ulteriore avviso che, a ben vedere, qualche peccatuccio sulla politica coscienza lo hanno tutti); di qui lo spaesamento dei magistrati, la perdita di spessore politico del C.S.M. [Consiglio Superiore della Magistratura], l’incoerenza (politica) di alcuni settori dell’A.N.M. che - nati come forze dirette ad evidenziare le contraddizioni del sistema - si avviano ad appiattirsi sulle posizioni di una delle componenti essenziali del vecchio sistema (M.D. [Magistratura Democratica]) carica di meriti, ma anche di colpe storiche e, per di più, vessillifera del conservatorismo progressista.

Negli anni ’90 è poi piovuto su bagnato.

L’attuale omogeneizzazione delle correnti - tutte tese a conservare in vita l’enclave - è stata infatti catalizzata e accresciuta dal berlusconismo che ha di fatto paralizzato la politica associativa imponendole comportamenti e tempi obbligati.

I comportamenti e i tempi obbligati sono la morte della politica la quale, per definizione, è scelta: di valori, di obiettivi, di strategie, di tattiche.

L’A.N.M. ha finito per essere ostaggio dell’“anti” e dei trend che in esso si radicano.

Gli esempi sono numerosi. Come si fa a dire sì alla salva-Previti?
Certo non si può.

Ma in un sistema dove i tempi sono tali da diventare più che un danno una barzelletta, dovremmo chiederci se per caso non sia opportuno invocare prescrizioni brevissime per evitare una parvenza di funzionalità: non è forse meglio che il processa muoia subito di inedia piuttosto che si trascini per anni per poi morire di vecchiaia, quando tutti si sono dimenticati di lui?

Ma non basta. A parlare di azione penale facoltativa (sia pure nelle forme in cui, nel processo penale minorile, si chiede l’irrilevanza del fatto) c’è da farsi linciare. Sarebbe - si dice - il trionfo dell’impunità dei potenti. Come se il naufragare dei processi degni di questo nome, nell’immensa palude dei “processetti” non fosse la vittoria (vistosa ed arrogante) dei potenti contro i diseredati e gli esclusi.

Insomma siamo all’angolo e siamo così spaventati da non vedere che se il sistema è decotto e non riesce ad autoemendarsi, occorre fare una politica “antisistema”: la sorte di chi non sappia rischiare (vedi ex Giovani Magistrati, ex Impegno per la Legalità, ex Gruppo Paolo Borgna) è segnata: o omologarsi o morire.

E molti, pur di “contare” (nel sistema) si stanno omologando se già non sono omologati.

Questa caduta di identità trova radici nella più volte evocata globalizzazione (è stato detto che “l’identità è la questione all’ordine del giorno”. Cfr Z. Zarman, Intervista sull’identità, Laterza), ma, per quanto ci riguarda, rispecchia la caduta di identità verificatasi nel sistema di riferimento.

Da sempre, infatti, il microsistema (A.N.M.) ripete gli schemi del macrosistema politico generale, il quale oggi è costretto a “leggere” come “persone di sinistra” Mastella, Bobo Craxi, Intini, Sgarbi etc..

E tutti fanno finta di credere che sia perfettamente vero.

Perché tutto ciò? Perché, a mio avviso, anche il centro sinistra è “dis-orientato”, incapace di rispondere alla domanda di fondo (cosa vuol dire “essere di sinistra” nel 2007?

La risposta, beninteso, deve essere politica e non certo “morale”, atteso che non basta essere galantuomini per essere “di sinistra”) e dunque sballottolato tra gli ideali (che certo albergano al suo - come al nostro - interno) e la voglia di “contare” nell’attuale sistema.

Insomma siamo alle solite: si tratta di scegliere tra contare nel sistema o cantarle al sistema.

Ma - il punto è cruciale - occorre tener presente un altro fattore.

La situazione sociale è così piena di angoscia, incertezza, “esclusione” che è diffuso un desiderio, vivissimo, starei per dire sitibondo, di “novità”.

E’ stato scritto: “L’avanzata del Nuovo di oggi non è la ricerca futile della novità ad ogni costo, ma segna la fine dei vecchi riferimenti simbolici. Quando una società accetta e insegue, con tanta forza come la nostra, le novità fino al punto di premiare forze politiche nate da pochissimo, è evidente che sente esauriti i modelli sui quali era costruita” (cfr Ida Magli, La bandiera strappata. Il corsivo è mio).
E’ per questo che, a livello nazionale, certe politiche incontrano tanto consenso: perché hanno introdotto cambiamenti forti (poco importa se il contenuto è incommestibile) che effettivamente stravolgono il sistema.
Il difendere la status quo ante appare dunque battaglia di retroguardia che rischia di far apparire la cialtroneria come l’unica depositaria del “nuovo”.
Se dunque un atteggiamento “rivoluzionario” appare doveroso; se è opportuno che la strategia si modelli secondo le necessità imposte da siffatto atteggiamento, anche tatticamente si dovrà operare secondo l’adagio “a brigante, brigante e mezzo”: alla rivoluzione berlusconiana, va opposta una rivoluzione ancor più vistosa e appetibile.
Talora ho invece l’impressione che taluno, preso anche lui da desiderio di “forte” novità, si proponga obiettivi che, al più, possono dare la sensazione psicologica di una forte novità, ma, se esaminati criticamente, alla luce di quella che dovrebbe essere la nostra politica, si scopre che di nuovo c’è ben poco: c’è quel tanto che basta per sentirsi “nuovi”, rimanendo nel vecchio. Si tratta di una forma mentis che, nel nostro Paese, ha solide e antiche tradizioni. E’, credo, nell’animo italiano volere puramente e semplicemente tutto: l’aureola del martire rivoluzionario e i vantaggi di chi è inserito nel sistema. La domanda che ognuno di noi dovrebbe fare a se stesso è - ben più del famoso, leninista “che fare?” - “cosa sono disposto a rischiare, per un mondo più giusto?”. Con avviso peraltro, sul punto, che mai bisogna dimenticare le parole di Bobbio: “Quando la speranza è cieca, e non ha altro fondamento che la propria insoddisfazione del mondo, il desiderio spasmodico di un altro mondo tutto diverso e mai visto prima d’ora, finalmente libero e giusto e benedetto e riscattato dalla violenza sovvertitrice, esso altro non è che la maschera della disperazione”. Insomma, come dire?, “adelante Pedro, ma con iudicio”.
Vorrei sul punto essere estremamente chiaro. Non si tratta di essere “radicali” o “integralisti”. Si tratta di essere consapevoli che gli obiettivi perseguiti da un gruppo certe volte possono essere oggetto di mediazione, altre volte no. Così, per fare un esempio, se l’obiettivo è quello di rendere la navigazione più agevole, può avvenire una mediazione tra gli ipotetici naviganti che abbiano sul punto disparità di vedute. Ma se alcuni decidono di abbandonare la nave e altri, al contrario, reputano opportuno rimanere, la mediazione sarà praticamente impossibile. Si potrà certo “mediare” sul quomodo e sul quando, ma non sull’an.
Sarà bene precisare, per essere chiari fino in fondo, che non si tratta di buttare a mare le “correnti” quasi si trattasse di cose in sé immonde. Il discorso è tutt’altro. Le “correnti”, come tutti i gruppi organizzati, sono necessari e “preziosi”: senza di essi mancherebbe ogni dibattito e non si potrebbe convogliare il consenso. Il problema, per quanto concerne l’A.N.M., è che a) gli apparati hanno preso il sopravvento su tutto e su tutti; b) si parla d’“altro” perché è questo “altro” che disegna i confini tra le correnti, il loro spessore in termini di potere e, in definitiva, gli apparati stessi. Il cane, insomma, si morde la coda: una serie di temi e di problematiche hanno disegnato la mappa delle correnti (ed i loro apparati) e, pertanto, né le correnti né gli apparati hanno interesse a cambiare musica. Se, per fare un esempio, il tema oggetto del dibattito associativo fosse costituito, in assurda ipotesi, dallo scegliere se tenere a casa un cane o un gatto, la geografia correntizia ne rimarrebbe sconvolta.
Il “trucco” (magari inconsapevole) è costituito spesso dalla scelta di temi squisitamente tecnici (con l’alibi che essi, non di rado, sono imposti dai tempi). I temi tecnici sono una vera manna dal cielo: essi ben possono dividere gli appartenenti ad una stessa corrente, senza peraltro essere in contrasto con la “ragione sociale”; hanno, spesso, notevole spessore e brillano di attualità: insomma fanno sentire tutti à la page e impegnati, lasciando le cose (correntiziamente) tali e quali.

3. Il ( si spera) bel tempo che sarà.

Se ci aspettiamo grandi novità dal fatto che gli eletti al CSM sapranno “(…) dare riscontro al grande bisogno, fortemente e generalmente avvertito, di un Buon Autogoverno”, possiamo dare per scontato che nulla cambierà. Forse che molti, in passato, non si sono straimpegnati in tal senso? Cosa è cambiato nel sistema? Un bel nulla. Anzi, se mai, la situazione è peggiorata. E, già che ci siamo, diciamo che non consta affatto che i magistrati tutti siano assetati di pulizia e di lavoro, visto come votano, chi votano e perché votano chi votano. Se siamo convinti che il “sistema” non sia rattoppabile, occorre individuare i piloni che lo tengono in piedi: occorre, detto fuori dai denti, minarli. Altro che alleanzucce e ambizioncelle di serie B: occorre volare alto, osare, costruire il futuro dei giovani magistrati perché possano vivere una professione migliore in uno Stato migliore. Occorre finalmente fare politica, quella con la p maiuscola.
Se l’impostazione che ho brevemente tratteggiato è esatta, occorre trarne le conseguenze. Quali, per intenderci, i “pilastri” del sistema da minare?
Potere di candidatura.
E’ il nodo centrale del sistema ANM-CSM. Il pactum sceleris che si consuma continuamente corre lungo la seguente logica: io ti mando al CSM e tu sarai lì il mio ombrello protettivo. Chi decide? L’apparato di corrente. A chi deve essere grato il componente eletto? All’apparato. Chi gestisce il CSM? Le correnti per il mezzo della “disciplina di corrente”. Come si acquista il consenso elettorale? Pagando le cambiali che gli elettori-clientes mettono all’incasso. Ma, si dirà, non tutti sono così. Verissimo, non sono così tutti, ma solo la stragrande maggioranza: quella maggioranza che tiene in vita (e sempre terrà) le perversioni del sistema. Siamo sicuri che l’unico rimedio sia quello di dire che noi ci dissociamo da siffatte perversioni? Non dovremmo forse sottrarre alle perversioni l’acqua “sistemica” nella quale nuotano?
Chi vive all’interno di un “sistema” che tutto sommato lo privilegia, tende ad adagiarsi, a “non vedere”, a giustificare la status quo, a prendere le distanze dalla proprie oggettive responsabilità, a bollare come “non equilibrate” tutte le iniziative forti. La domanda non è solo “cosa posso fare?”, ma anche (soprattutto?) “cosa sono disposto a rischiare?”.
Il sistema ci “acceca” e ci rende egoisti. Dobbiamo invece aprire gli occhi. Non si può ulteriormente assistere rassegnati allo spettacolo di una giustizia penale che uccide i miserabili, consegnando ad un’impunità strutturale i ricchi, i potenti e i grandi malavitosi; non si può ulteriormente assistere rassegnati allo spettacolo di una giustizia civile i cui tempi, dilatati fino all’irragionevole, rendono mero flatus vocis il termine “diritto”, soprattutto in tempi di privatizzazioni, di cartelli imprenditoriali e, per dirlo in termini semplici, di grandi alleanze del capitale. Non ci si può rassegnare al fatto di essere rappresentati da un CSM che - nel mentre si propone come alto senso istituzionale e si pone come vestale del sacro fuoco della legalità (che altro non è che rispetto delle regole) - lascia imperare al suo interno il gioco delle tre carte.
Non si tratta di reagire come magistrati: si tratta, prima ancora, di reagire come uomini. Un impegno “politico” presuppone questa ferma determinazione. Il resto è robetta per avere la coscienza tranquilla; per raccontarsi la favola del proprio “impegno”. Non serve a nulla e, ad una certa età, francamente, non dovrebbe interessare più di tanto.

4. “Il mio sogno vi sveglierà” (Magritte).

Prima di spiegare compiutamente il senso di un’iniziativa, intendo affrontare l’addebito che ci viene mosso da molti critici: essere il nostro un sogno utopico destinato a esaurirsi, sterilmente, senza apportare alcun aiuto a chi lodevolmente cerca di far funzionare la baracca.
Anche noi – come tanti – vogliamo far funzionare la baracca. Ma, contrariamente alla maggioranza, crediamo che occorra un cambiamento forte, il quale, per essere tale non può essere indolore. Crediamo che la situazione sia gravissima, ma non irreversibile. Siamo convinti che occorra far nostre le parole di De Toqueville: “Cerchiamo di avere dunque del futuro questo timore salutare che fa vegliare e combattere, e non quella sorta di terrore fiacco e improduttivo che abbatte i cuori e snerva”.
In tutto ciò c’è - è vero - una componente utopica, ma non nel senso che i critici danno a questa parola. Non siamo dei visionari, non vogliamo costruire un mondo tutto bello e tutto puro che non può esistere. Sappiamo bene che la perfezione non è di questo mondo. Il nostro mondo non è un mondo sognato, ma questo mondo, imperfetto, ma vivibile. Dove dunque la nostra utopia? Nel non accettare che l’esistente non possa essere migliorato, nel non ritenere ineluttabile ciò che ineluttabile non è; nel rendere ossequio ai tanti utopisti del nostro tempo: agli Ambrosoli, ai Falcone, ai Borsellino, i quali furono grandi, nella loro utopia, perché in una patria smarrita non si smarrirono; non invocarono alibi per giustificare la fuga dal “dovere”, un dovere cui resero ossequio non in forza di un risultato ritenuto sicuro, ma per realizzazione compiutamente ciò che un uomo è chiamato a essere. Vorremmo tanto che l’ANM tornasse ad essere la compiuta realizzazione di ciò che un magistrato è chiamato a essere. Non ce ne staremo perciò con la testa tra le nuvole e i piedi sollevati da terra, ma, al contrario, terremo i piedi ben piantati nel terreno e guarderemo in faccia la realtà, cercando di far vivere in essa i nostri ideali, perché un’ideale che non si invera nella realtà è poco meno di un sogno.

5. Guardare in faccia la realtà.

La nostra iniziativa non prende dunque le mosse da sogni, ma dalla realtà che abbiamo davanti agli occhi: un quadro realissimo costituito dalla gravissima crisi sia del CSM che dell’ANM, il cui corretto funzionamento costituisce pilastro e presidio irrinunciabile dell’indipendenza, efficienza e affidabilità della magistratura.
Siamo convinti che questa crisi sia determinata - detto in estrema sintesi - dal fatto che l’idealità originaria si sia rapidamente mutata (e pervertita) in logica dell’appartenenza. Nessuna obiezione è stata mossa a questa diagnosi: tutti concordano sullo stato comatoso della giustizia; sulla complessiva, crescente inaffidabilità della magistratura; sull’assenza di adeguati controlli dei livelli di professionalità e di correttezza deontologica; sul pietoso stato dell’applicazione dei criteri dal parte del CSM, soprattutto con riferimento alla nomina di uffici direttivi e semidirettivi; sull’inconsistenza dell’ANM come forza critica forte e stimolo al CSM per la reale affermazione dei principi di indipendenza, correttezza ed efficienza della giurisdizione.
Dunque siamo tutti d’accordo sul fatto di essere in presenza di uno stato di malattia grave - per non dire disperato - che richiede cure radicali e non pannicelli caldi. Quale la causa della malattia? La risposta a siffatto quesito è stata anch’essa unanime: l’originaria idealità delle correnti è rimasta soffocata dalla logica dell’appartenenza secondo cui il voto altro non è che adesione a un gruppo protettivo. Tutti i valori, tutte le azioni, tutti i discorsi sono oggi falsati da siffatta perversa logica, la quale (forse) ha finito per dar vita a un regime. Proverò, brevemente, a ragionare a voce alta su questa parola che viene impiegata anche con riferimento al nostro assetto socio-politico generale.
Direi, in prima approssimazione, che “regime” è quell’assetto in cui il potere rende sì ossequio ai principi formali della democrazia (in ciò distinguendosi dalla dittatura), ma adotta una serie di accorgimenti che rendono meramente teorica la possibilità di perdere il potere. Insomma il regime è, per un pessimista, una dittatura incompiuta; per un ottimista invece è una democrazia imperfetta: questione, come sempre, di punti di vista. Pur atteggiandosi in modi assai diversi tra loro, i regimi hanno tratti comuni che mi azzardo a individuare.
Il primo tratto caratteristico di un regime è la forte distanza tra realtà e facciata: la trasparenza è la prima arma della democrazia, la menzogna manipolativa lo strumento principe dei regimi.(Corollario: nelle scelte di regime la “motivazione” dichiarata diverge spessissimo dalla motivazione reale)
In secondo luogo la democrazia fa propria una cultura improntata al bene comune; il regime, invece, distorce e diffonde pratiche per dir così “corruttrici”, tali cioè da saldare gli interessi particolari dei singoli con gli interessi di coloro che sono a capo del regime. In tal modo detti interessi particolari - che simul stant simul cadunt con gli interessi facenti capo agli oligarchi del regime - divengono uno dei punti di forza del regime.
In terzo luogo il regime è nemico di una diffusa partecipazione. La c.d. “base” ben può essere chiamata a raccolta (per essere manipolata), ma alle decisione reali presiede una ben individuata oligarchia: la democrazia spinge verso la partecipazione generalizzata, il regime verso gli “apparati”.
In quarto luogo la democrazia è ricambio, là dove tutti i regimi tendono a cristallizzare gli assetti di potere o al più dar vita a una sorta di gioco dei quattro cantoni ove gli oligarchi si scambiano le poltrone, così mantenendo nella sostanza immutato il loro potere personale.
In quinto luogo il regime riduce la democrazia all’esercizio del voto (un voto peraltro spesso “imbastardito” da controlli e interferenze indebiti). Ovviamente i candidati sono scelti dagli oligarchi.
La democrazia alimenta gli entusiasmi, suscita speranze di miglioramento, accende l’inventiva, individua problemi ed escogita soluzioni, promuove la pari dignità dei cittadini e la tutela del bene comune. Il regime si nutre di liturgie autocelebrative, ignora i problemi reali, è rigido nel trovare soluzioni, spinge verso la rassegnazione, coltiva nel seno la “casta” di quelli che contano, alimenta negli individui il gretto perseguimento del proprio interesse “particolare”, giustificato con un pessimismo qualunquista che travolge ogni valore.
La domanda che ho posto all’inizio attende una risposta che non può essere solo mia: ciascuno è chiamato a rispondere dopo attenta meditazione (la democrazia è anche diffusa riflessione sui problemi comuni). Se mai la risposta dovesse essere affermativa, ci troveremmo di fronte a un fatto grave, essendo indubbio che poteri incidenti sull’esercizio della giurisdizione non possono essere esercitati nell’interesse di pochi.

6. Riforma o rivoluzione?

Per cambiare la situazione occorre porre in essere un’azione che risulti incommensurabile con la logica sopra indicata: in caso contrario, se cioè tutti disciplinatamente ripeteremo i copioni già visti, se il “prima” sarà quello di sempre, anche il “dopo” (vale a dire il futuro agire del CDC e del CSM) sarà quello di sempre: un’esperienza trentennale sta lì a dimostrare la verità di siffatta affermazione.
Nel marzo 1989, nel dar vita al movimento che si chiamò Proposta ’88 (e che, successivamente, unitosi ai c.d. Verdi, diede vita al Movimento per la Giustizia), organizzai un incontro (dal titolo “Riforme o rivoluzione?”) nel corso del quale affermavo: “Occorre guardare in faccia la realtà, senza tabù (o meglio con l’unico tabù della Carta costituzionale) e dire con chiarezza che anche il CSM è affetto dal male del secolo: l’occupazione, più o meno forte, dell’istituzione da parte dei gruppi organizzati. Il male è sotto gli occhi di tutti ed è proprio il caso di dire “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. La forza intrusiva dei vari gruppi ha dato vita a meccanismi che hanno avuto la conseguenza di rendere deboli e non credibili le istituzioni, cagionevole la democrazia. (...) Non è possibile affrontare questa situazione con italici pannicelli caldi, occorre invece avere la forza e il coraggio di proporre riforme forti che siano in linea con la Costituzione”. E qualche tempo dopo affermavo: “Non si può essere minoranza innovatrice senza essere in qualche modo incompatibile con il sistema. Minori attacchi avremo, più saremo considerati “ragionevoli”, più vorrà dire che saremo divenuti omogenei al sistema. Dobbiamo scegliere tra un’accusa di “irragionevolezza” e una morte certa per conglobamento nelle perverse logiche dell’associazionismo degenerato”.
Se ricordo qui alcune iniziative passate non è certo per menarne vanto o reclamare capacità profetiche: è semplicemente per fare comprendere che è ampiamente scaduto il termine entro il quale era lecito sperare che fosse possibile tentare di cambiare con tenacia le cose “dal di dentro”. Venti anni di inutili tentativi dimostrano che insistere sarebbe oggi manifestazione non già di tenacia, ma di ostinazione: su questo punto occorre essere chiari e fermi.
I nostri critici infatti affermano di concordare sulla diagnosi, ma non sulla terapia. Quando dalla diagnosi si passa alla terapia, le loro posizioni si divaricano infatti vistosamente dalle nostre, senza, credo, che sussistano spazi di possibile mediazione, dato che non viene avanzata, in alternativa, nessuna proposta che abbia il carattere (assolutamente irrinunciabile) di rottura del sistema.
Perché la nostra proposta è di rottura? Perché auspica la diserzione dal luogo ove il potere degli apparati si salda con il principio di appartenenza: l’appuntamento elettorale.
A fronte di questa proposta dirompente vengono suggeriti blandi medicamenti che – già sperimentati in passato – non hanno determinato alcun miglioramento. Ci si vorrà infatti concedere che in venti anni di pratica “movimentista” più volte si siano individuati punti programmatici essenziali e indefettibili; infinite volte si siano messi questi punti programmatici nero su bianco; ad ogni elezione si siano candidate e votate persone ritenute, per generale acclamazione, idonee a realizzare i detti programmi. Ci si vorrà anche concedere che abbiamo già provato a praticare forme di aggregazione (elettorale e non) che potessero rompere gli schemi correntizi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e non hanno bisogno di essere commentati.

7. Che fare?

E’ dunque ora che la c.d. base mandi un fortissimo segno di discontinuità; un segno che - si badi bene - non abbia in sé i germi di quella malattia che ha corrotto l’agire dell’ANM e del CSM: l’ “appartenenza”. Chi aderisce all’iniziativa non appartiene a nulla né si impegna ad appartenere: non crea un nuovo gruppo, non crea candidature né aspettative di qualsiasi tipo. Vuole solo chiedere un cambiamento forte, anzi fortissimo. Vuole distruggere il criterio di appartenenza nel suo momento iniziale. Vuole dimostrare che si può contare - si deve contare - senza appartenere (è per questo, infatti, che all’iniziativa da noi proposta può aderire sia chi “appartiene” a qualche corrente sia chi non “appartiene a nessuno”).
Chi aderisce contesta che l’ANM abbia svolto un ruolo, concreto e incisivo, nella difesa della indipendenza (interna e esterna), della correttezza, dell’efficienza della magistratura, stimolando e criticando anche il CSM.
Pertanto – senza vincolo di “appartenenza” e senza impegno per il futuro – coloro che aderiscono all’iniziativa: 1) riconoscono che l’attuale situazione è insostenibile e che è necessario un segno forte di discontinuità; 2) si impegnano a disertare il voto per l’elezione del CDC come forma di impegno civile a favore di un rinnovamento delle prassi associative; 3) si riservano di indire, in coincidenza con i giorni fissati per l’elezione del CDC, manifestazioni che denunzino il degrado della giustizia; 4) si riservano di coinvolgere in detta manifestazione tutti quegli operatori della giustizia che attivamente contribuiscono al funzionamento della macchina giudiziaria.
La nostra protesta, se intende combattere la logica del sistema attuale, non per questo configura i mezzi di protesta usati come strumenti sempre e comunque salvifici, che, in quanto tali, siano da perpetuare nel tempo sempre e comunque. I mezzi da noi scelti ci appaiono idonei oggi a combattere il virus dell’ “appartenenza”: domani si vedrà. Oggi appare necessario contrapporre alle usuali liturgie elettorali un diverso modo di essere “associati”.
Questo diverso modo di essere è, nelle nostre intenzioni, un disarticolare il momento elettorale, sì che esso - deprivato del significato di “appartenenza” – divenga non già il luogo ove si giura fedeltà, ma espressione di una forte contestazione mossa da una “rete”.

8. Appartenenza e rete.

L’“appartenenza” implica una struttura preesistente che predetermina e predefinisce “le norme che regolano la condotta, i comportamenti e i principi di interazione di tutti gli individui che ricadono nel suo ambito”. L’appartenenza facilmente degenera in logica di mero potere e - quel che è peggio – “acceca in maniera radicale e pericolosissima perché impedisce non di criticare, ma di vedere quali siano le cose da criticare”.
La “rete” “non necessita e non rivendica una storia precedente e le sue basi non le cerca nel passato, ma nel presente”. Le reti nascono nel corso dell’azione e durano il durare dell’azione. La rete non nobilita l’oggi in nome del passato, ma agisce oggi, hic et nunc. La rete non si orpella di luoghi celebrativi, non uccide le critiche accusandole di sacrilegio, non si esaurisce in vuote e ripetitive liturgie: mira al fine comune e si dissolve o si riorganizza diversamente in vista del nuovo fine. L’appartenenza è rigida e accetta la realtà solo in quanto è compatibile con gli schemi che hanno determinato l’appartenenza stessa; ha difficoltà nell’affrontare il nuovo; è chiusa su se stessa. La rete è flessibile, si adegua alle nuove realtà, si apre ai bisogni sociali nuovi, abbandona senza rimpianto ciò che è desueto.
Una contestazione così effettuata è - nel suo essere disomogenea al sistema – inaccettabile per quest’ultimo. Il sistema pre-vede che possano essere fatte ottime (e sincere) promesse elettorali; che possa essere candidato un bravo e valente collega. Nel pre-vedere le mosse, il sistema contrappone a ogni mossa adeguata contromossa: esso può permanere - in quanto essere sistema e in quanto essere “un dato sistema” - malgrado le mosse programmatiche o le candidature “scomode”. Ma non può permanere se una consistente “defezione elettorale” minacci altre più vaste azioni e defezioni che - mirate su obiettivi di volta in volta adeguatamente individuati - minino ulteriormente il sistema fino a corrodere, da ultimo, il suo pilastro fondamentale: il sistema elettorale vigente (ogni sistema coincide in gran parte e principalmente con il suo sistema elettorale).

9. Fecondità dell’astensione.

Molti colleghi hanno manifestato una certa perplessità, sembrando loro che un atteggiamento meramente “passivo” potesse, alla fine, risultante perdente nei confronti di un comportamento più partecipativo.
L’obiezione non solo non è peregrina, ma, al contrario, è molto seria e dunque doverosamente mi sono fatto carico di approfondire la questione.
E se mi sbagliassi? Così, più volte, sono andato interrogandomi, perché se mai c’è una cosa che non vorrei fare è coinvolgere valenti colleghi in una mera vampata emozionale. Ho preso dunque molto sul serio le critiche mossemi e mi sono “messo alla sequela”: ho cioè sviluppato il nocciolo propositivo in esse implicitamente (o esplicitamente) contenuto. Ok, mi sono detto, la situazione è ormai intollerabile e occorre una svolta: in questo non credo di sbagliare visto che la svolta la invocano tutti. Per “svoltare” occorre diffondere cultura e prassi idonee; bisogna riflettere criticamente sul sistema che abbiamo creato, meditare sulle prassi scorrette, o addirittura illegali, radicatesi nel CSM; si deve analizzare il trasformarsi dei valori sposati dalle correnti in stracche e vuote liturgie; vanno create aspettative di inversioni di rotta, suscitati entusiasmi e - perché no? – ingenerata un po’ di apprensione in chi vuole che tutto rimanga tale e quale.
Per fare tutto ciò - in astratta ipotesi – si può: A) fare esattamente quello che (a fin di bene) si è fatto negli ultimi venti anni. Invito tutti coloro che si sono impegnati in questi anni nel senso indicato ad alzare una mano se ritengono che il sistema sia cambiato in meglio, specificando in cosa si sostanzi siffatto miglioramento. Io, in tutta coscienza, non mi sento di alzare alcuna mano (neppure mi sento di acquietarmi l’animo per il fatto che l’impegno ha impedito che le cose “andassero peggio”: non mi basta perché l’assunto, in primis, è da dimostrare e, in secundis, è troppo comodo. Nessun medico infatti – di fronte a un decorso letale della malattia – può seguitare a somministrare una medicina che si è dimostrata impotente, dicendo “è pur sempre una medicina che ti ha impedito di morire due o tre anni fa”: un medico degno di questo nome cerca un rimedio che salva la vita); B) fare - rispettando le regole del sistema - qualcosa di diverso dal passato, avente carattere di “rottura”. Mi sono scervellato, ma questo qualcosa non l’ho trovato. Del resto quale avrebbe potuto essere? Un bel programma? Una candidatura “salvifica”? Una qualche incompatibilità con effetto placebo? In che cosa gli apparati si sentirebbero sentiti a rischio? Cosa ci sarebbe da dibattere e da sperare? Non ne abbiamo fatti a bizzeffe, in passato, di bei programmi? Pensateci bene, carissimi amici critici: quale proposta avrei potuto fare, tale da produrre il bailamme generato dalla sola proposta di astensione, le speranze che essa sta suscitando, gli allarmi che vanno prendendo piede?; C) fare qualcosa che - per essere disomogeneo al sistema - colpisca il potere nell’unico punto in cui è vulnerabile: nel suo carburante ovvero, per parlare fuori di metafora, nel voto.
Sono giunto alla conclusione che l’astensione - molto più che essere uno mero strumento-idoneo-al fine (fungibile con altri strumenti analoghi) - è il volto necessario (e dunque infungibile) di chi - apparendo (sconsolatamente) destinato ad essere minoranza (perdente) a vita - si interroghi su quali possano essere gli strumenti per “contare”. Sperando di non essere considerato un testardo, passo a dare conto di siffatta affermazione.
Parto dall’evidente necessità - a fronte del collasso del sistema-giustizia - di compiere qualcosa che concretamente produca bene, come si propongono tutti i bene-intenzionati: un qualcosa che non abbia solo valenza di nobile ma sterile protesta. Insomma, venendo al quesito di fondo, è possibile “cambiare il mondo senza prendere il potere”?
Ho rifatto le bucce a me stesso e - mi scuserete la pervicacia – sono giunto alla conclusione che il non-voto, quale rifiuto di condividere il potere, è molto più che una protesta, un porre sul tappeto una questione di fondo: l’organizzazione dell’associazionismo. I valori di civiltà insiti nella giurisdizione - a sentire gli attivisti dell’ANM – sembra possano essere tutelati solo militando in una “corrente” (o simili). Esistono invece altre forme - esse pure collettive - altrettanto incisive di quelle note. Una è quella di promuovere un movimento paritario che rifiuti di considerare “bene” ciò che piove dall’alto, ma voglia proporre innanzitutto il “bene” che sorge dal basso. Non cerchiamo di distruggere gli apparati per proporre, al loro posto, il nostro “bene”, ma lo proponiamo hic et nunc per ciò solo che rifiutiamo le regole degli apparati. Un percorso - il nostro - che per sua natura non può essere irreggimentato nelle forme usuali (ché in tal caso approderebbe inevitabilmente al “già visto”), ma, come un fiume che scorre fuori dell’alveo usuale, rischia sì di arenarsi, ma con ciò paga il prezzo dovuto al nuovo, all’inventiva, al libero esercizio della critica, all’azione che sia autenticamente frutto di impegno corale e non agire di un’élitte (oligarchia?) che si arroghi il diritto di parlare per tutti. Le decisioni “in nome della gente” non sono affatto una garanzia e la quotidianità sta lì a dimostrarlo.
Un “movimento” che voglia minare mali antichi e incancreniti non può essere “moderato”: deve chiamare i fatti con il loro nome e cognome, senza edulcorare e senza mediare. Non che la politica debba essere solo “movimento”, ma essa ha bisogno (anche) di “movimento” se non vuole scadere a stracca ripetizione di slogans dietro cui nascondere interessi affatto particolari, per non dire egoistici. Noi non ci limitiamo a rifiutare di votare oggi per condividere questo potere, ma poniamo sul tavolo un quesito di ben più vasta portata: è più importante (e coerente) marciare verso la presa del potere o verso la crescita della nostra influenza sul potere (quello di oggi o di domani, poco importa)?
Il rifiuto di votare è dunque l’affermazione di un nuovo modo di fare politica: un “muoversi contro-e-oltre che, per sua natura, è anti-istituzionale (nel senso, sia chiaro, che ripudia di cristallizzarsi in forme date) e si muove continuamente “oltre ogni cosa che possa contenere o fermare il flusso creativo della ribellione”. E’ per questo, soprattutto, che non abbiamo un programma: perchè il nostro “programma” è di criticare – continuamente e spietatamente – i programmi fatti dall’ “istituzione”.
Dunque la nostra posizione, se pur assume le fattezze di un “no”, è assai feconda e per nulla improduttiva. Il “no” infatti è dirompente perché contesta che ci sia necessaria continuità nelle forme di difesa dei valori della costituzione ( e dunque prospetta come non necessarie le “correnti”); il “no” non è digeribile da parte degli apparati, in quanto sfugge alle regole della loro organizzazione del potere e anzi, al contrario, postula forme organizzative affatto diverse; il “no” non imita le forme in cui si esercita il potere attuale, ma costituisce epifania di uno spostamento radicale del potere: dalla sede istituzionalizzata a quella della dialettica, della partecipazione diffusa, del confronto reale e paritario. Il “no” apre un nuovo mondo concettuale, apre crepe negli assetti del potere esistente (e dunque spazi autonomi), si muove, sperimenta e crea. Ma c’è di più.
Il “no” non si preoccupa di creare nel sistema le condizioni per il superamento del sistema (rimanendovi dentro fino al detto superamento): il “no” è la rivoluzione adesso: come è stato detto, la finalità non è costruire una forza all’interno del sistema che poi (quando?) produrrà una “rivoluzione”, ma dar vita a una forza dirompente che spinga oltre-e-contro adesso. Siamo dunque, a ben vedere, nel cuore della critica (talora implicita) che ci viene mossa secondo cui la pretesa di cambiare lo stato delle cose senza prendere il potere (il potere di questo sistema, in questo sistema, con gli strumenti di questo sistema) sia del tutto irreale. Credo, al contrario, che la pratica del “no” - per gli effetti che le conseguono – sia il massimo di ciò che oggi, hic et nunc, sia realisticamente praticabile a voler cambiare le cose. Non trovo di meglio, per chiarire il mio pensiero, che rubare le parole a J. Holloway (con avviso che il suo pensiero si radica e si muove in tutt’altro contesto): “Non si tratta di definire questi no, di concentrarli in un partito o in un movimento, ma di aiutarli a rompere le definizioni, a svilupparsi, a estendersi e moltiplicarsi. Non stiamo vivendo in una casa solida e resistente. Viviamo in un edificio vecchio, decrepito, pericoloso e pieno di crepe nascoste da cartelloni pubblicitari: dobbiamo fare di tutto per scoprirle e farle estendere, moltiplicare e unire, qui e ora, fino a far crollare l’edificio”.
Come ebbe a dire un “rivoluzionario” del nostro tempo, “siamo donne e uomini e anziani abbastanza normali, cioè ribelli, scontenti, scomodi, sognatori”. Credo che tutti i magistrati “abbastanza normali” siano, al fondo, ribelli, scontenti, scomodi, sognatori: si tratta di fare emergere questa loro natura che il sistema cerca in tutti i modi di reprimere e nascondere.
Il sistema sembra sappia sempre dove andare, propaganda questa sua sicurezza e cerca di spacciare anche gli insuccessi più evidenti come sue conquiste. Noi, “rivoluzionari”, non pretendiamo di sapere sin d’ora, di qui sino alla consumazione dei secoli, il da-farsi: sappiamo però benissimo ciò che non va ora e vogliamo dire in libertà i nostri “no” (soprattutto quelli che nessuno dice). Non ci interessa (come interessa al sistema) celebrare il passato, perché la storia narrata dagli apparati è pervasa dalle categorie utili al sistema: è una storia solo di grandi imprese e grandi uomini. La storia, in sé così bella, può tramutarsi in un grande alibi e in un’ottima scusa per non pensare al presente. Non ci interessa precorrere il futuro perché ancora non sappiamo quali forme prenderà. Ci interessa il presente, quello che può essere vulnerato dai nostri “no”.
Con avviso (essenziale) che uno spirito in tanto è “rivoluzionario” in quanto vuole stravolgere il sistema eliminando ciò che lo appesantisce e lo perverte. Non dunque, sic et simpliciter, una battaglia contro questo sistema, ma più precisamente contro la gravissime disfunzioni che lo permeano. La puntualizzazione è d’obbligo, al fine di evidenziare come nessuna contraddizione di principio ci sia tra chi tali disfunzioni vuol combattere nelle correnti e chi, invece, fuori. Neppure c’è contraddittorietà in chi decide di assumere, come dire?, una doppia cittadinanza, essendo compatibile, sempre in linea di principio, un doppio impegno.
Dunque, concludendo, non mi sentirò, non andando a votare, un disilluso che ha dismesso le armi, appendendo al chiodo la spada e le speranze. Mi sentirò nel bel mezzo della battaglia, armato di bei “no”, in movimento verso fuori, percorrendo strade che meglio si delineeranno cammin facendo, confortato dalle mie utopiche aspirazioni, ma sorretto dal contributo di pensiero di tanti. Camminare su una strada male illuminata – lo so – può essere pericoloso, ma è certo meglio e più sicuro che camminare su una bella strada illuminata che non porta da nessuna parte o, peggio, conduce diritta diritta nel precipizio.

10. La nostra “progettualità”.

Chiederci cosa vogliamo fare “dopo” è trattarci da “corrente”: considerarci cioè come uno dei soggetti che concorrono a esercitare il potere in questo sistema. Ora si dà il caso che l’esercizio del potere è cosa che sta a valle del problema che noi poniamo: quello del ripristino delle condizioni minime perché detto esercizio possa dirsi non arbitrario ancorché discrezionale; aperto al bene comune e non avviluppato su se stesso; espressione di un assetto genuinamente democratico e non di un’oligarchia.
Il messaggio che mandiamo è preciso: se non si ripristinano le condizioni minime, cercheremo non solo di far mancare il carburante, ma di sabotare l’oleodotto (leggi : legge elettorale per il CSM). Non ci interessa ora parlare di trasferimenti, sezione disciplinare, direttivi, etc. perché sappiamo che, purtroppo, ogni progetto (come ha benissimo detto la collega Barbagallo) rimarrà lettera morta (forse che in passato non è stato così?). Dunque l’intenzione è di mandare una richiesta forte, non già di “arruolare” su una progettualità: vogliamo fornire un’occasione a tutti coloro che - quale che siano le progettualità che coltivano in pectore – sono determinati a dire basta. La nostra è dunque una “progettualità” tra virgolette che vuole ribaltare un sistema, dato che, dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre parliamo cioè, continuano ad accadere nel CSM cose “scellerate” e il “Palazzo” seguita a fare il suo mestiere perché, come lo scorpione della favola, è questa la sua natura. Se il nostro “basta” produrrà effetti, torneremo a fare progettualità senza virgolette; a interrogarci sulle vie che, nel nuovo sistema, dette progettualità debbono percorrere perché non abbia a ripetersi il passato. In caso contrario, diremo “basta” a voce sempre più alta, dato che, come è noto, l’inventiva dei movimenti è assai più fervida di quella degli assetti istituzionalizzati (nel nostro caso: le correnti).
Finché non sarà avvenuta l’auspicata “svolta”, chiederci cosa vogliamo fare è come chiedere a chi sta spegnendo un incendio come arrederà la casa. Già, perché lo si potrebbe infatti interrogare così: “A che pro spegni l’incendio, se non sai quale uso fare della casa?” Credo che la risposta dell’ “incendiato” (e anche la mia) non potrebbe che suonare così: “Dimmi piuttosto che te ne fai tu del tuo progetto di arredamento,dei quadri che intendi acquistare e della cucina componibile. Non vedi che la tua casa sta bruciando (a proposito, tante volte nessuno se ne fosse accorto: i processi civili durano mille anni, la sanzione penale è una chimera ed è entrato in vigore un pessimo ordinamento giudiziario) e che quando tutto sarà cenere non sarà possibile nessun programma?”.

11. Alcune considerazioni finali tanto per essere ancora più chiari.

Le argomentazioni sopra svolte dovrebbero rendere chiaramente il mio pensiero. Metto qui, per desiderio di maggiore chiarezza, alcune ulteriori considerazioni esplicative.
La prima cosa che mi preme sottolineare è che non mi è venuto mai in testa di essere il solo a desiderare - sinceramente e fermamente - che le prassi associative mutino radicalmente e si depurino. So bene – e la cosa mi scalda il cuore – che ci sono tanti eccellenti colleghi, militanti in questa o quella corrente, che con animo sincero si adoperano perché l’auspicato cambiamento si verifichi. Anche io del resto, per anni e non per giorni, ho cercato, per quel che potevo, di contribuire, dal di dentro, a un cambiamento forte del sistema. Chiameremo tutti coloro che desiderano sinceramente un cambiamento della situazione i “bene intenzionati” (lo dico senza alcuna ironia, per distinguerli da coloro che, in un sistema inefficiente e sbracato, se ne stanno felici come topi in una forma di cacio parmigiano).
Cos’è allora che mi distingue dagli altri bene intenzionati? Mi distingue né più né meno che una diversa valutazione del sistema in atto e non certo un maggiore spessore di impegno civile.
Necessita una ulteriore premessa generale. Non esistono sistemi perfetti e ciò che funziona qui può non funzionare lì; può funzionare oggi e non funzionare domani. Dunque dire che oggi il sistema non funziona non significa affermare che il sistema non ha mai funzionato ed è da sempre perverso: vuol dire solo che oggi, hic et nunc, il sistema si è pervertito. Non c’è da meravigliarsi se un sistema funzionante in allora (in un contesto fortemente carico di ideali), non funzioni più ai nostri giorni. Quel che è certo è che sull’attuale non-funzionamento i bene intenzionati sono tutti d’accordo,
La divaricazione (all’interno dei bene intenzionati) sta dunque in ciò: c’è chi penso che il sistema sia caduto in potere degli apparati di corrente i quali si servono della legge elettorale vigente (per il CSM) per applicare spietatamente la legge dell’appartenenza. Pensa anche che in questo contesto l’ANM sia disarmata (sul tema ritornerò di qui a poco) e che elezioni (anche quelle per l’ANM) valgano come pubblica dichiarazione di appartenenza (la quale ovviamente ha effetti diversi a seconda delle varie correnti. Ma anche su ciò tornerò qui appresso). Da queste convinzioni si trae la conclusione che - per cambiare veramente le cose - occorra un vero capovolgimento e non - come sostengono, in perfetta buona fede, altri bene intenzionati - una corrosione progressiva dei consensi attribuiti ai male intenzionati. Del resto non si può negare che siffatta corrosione non è avvenuta negli ultimi venti anni e dunque sembra lecito affermare che essa mai avverrà. Perché?
Per il semplicissimo fatto che la moneta cattiva scaccia la buona; che la “corruzione” (in senso etico, non penale) per sua natura si diffonde; perché per due “buoni” arruolati qui, là vengono arruolati dieci “cattivi”; perché in un sistema pervertito mentre i “cattivi” imperversano e prosperano, i “buoni” hanno vita dura, anzi durissima. E dunque non basta, per tacitarsi l’anima (politica), pensare di essere “buoni” perché si proclamano (sinceramente) buone intenzioni e buoni principi. Sono anni che le buone minoranze si vantano di essere tali, ma credo sia venuto il momento di porsi il problema di chiedersi perché esse siano tali a vita. La risposta è semplice: perché questo sistema è tale da perpetuare in eterno il potere delle cattive maggioranze.
Ma - mi si obietta - in momenti così difficili non si può indebolire l’ANM. Replico. A parte il fatto che i tempi sono difficili da trent’anni (prima gli anni di piombo, poi il “nemicissimo” Berlusconi, ora gli “amici” che - si viene a scoprire - tanto amici non sono, etc.etc.), c’è da dire che l’ANM è, purtroppo, una tigre di carta. Le sue armi, tutte puntate verso l’esterno, scontano all’evidenza la mancanza di autorevolezza conseguente al fatto che essa non ha neppure un’armicciattola puntata all’interno. Essa non rappresenta un corpo efficiente, di alto profilo istituzionale, che rende un prezioso servizio come tale avvertito dai cittadini. Essa è chiusa sulle sue logiche e paga un prezzo evidente in termini di peso politico, in atto inconsistente. Una inconsistenza che deriva certamente dall’azione ai fianchi dei nemici esterni, ma anche (soprattutto?) dal fatto che questa azione ha avuto vita facilissima per effetto della latitanza di una efficace azione interna dell’ANM. Qualunque iniziativa tesa a condurre l’agire dell’ANM nella direzione di un salto di qualità sul versante interno, lungi dall’indebolire l’associazionismo, avrà dunque l’effetto di renderlo finalmente robusto perché rappresentativo non solo e non tanto dei magistrati, quanto, soprattutto, dei valori consegnati dai costituenti alla magistratura.
Ma - mi si obietta ancora - la tua critica dipinge la situazione come una notte in cui tutte le vacche (correntizie) sono grigie. Replico: per niente affatto. So distinguere benissimo la seta (bene intenzionata) dalla lana (male intenzionata), ma affermo che la seta si illude grandemente nel credere possibile tramutare tutto in seta se, per fabbricare se stessa, seguiterà a contribuire a un sistema in cui sia possibile (e quanto!) fabbricare contestualmente una quantità maggiore di lana. Nel mantenere in piedi la fabbrica i miei amici bene intenzionati, fabbricanti di seta, si trovano - oggettivamente e sotto il profilo sistemico - alleati dei fabbricanti di lana: a loro dispiace che lo si dica, ma purtroppo è così.
E poiché fabbricare vuol dire elezioni, occorre cominciare a disarticolare il sistema partendo dalle elezioni. Ho detto - si badi bene - “cominciare” e “partendo”: non ho mai detto di non votare, punto e basta. Ho detto che deve cominciare una “resistenza”; che bisogna trovare reali convergenze con altri soggetti operanti in ambito giudiziario; che occorre impegnarsi il doppio; che è necessario dar vita a un governo-ombra e a qualcosa di analogo alle associazioni dei consumatori: un qualcosa cioè che critichi, incalzi, sveli, dissacri: che insomma crei una situazione nuova capace di conferire all’ANM nuova e forte autorevolezza, altro che indebolimento. Occorre rivisitare tutti i tabù, a iniziare dalla legge elettorale per il CSM.
Mi si obietta, infine, che ciò che voglio fare io è ben possibile farlo in altro modo: lo si può fare - dicono i miei critici bene intenzionati - con programmi eccelsi, che costituiscano, a un tempo, segno evidente di discontinuità e inizio di una reale rivoluzione copernicana. Io sto qui e aspetto di vedere ciò che non si è mai visto negli ultimi venti anni (ché altrimenti, la rivoluzione si sarebbe già compiuta e non staremmo qui a parlarne). Certo è invece che l’annunziato programma servirà a fabbricare un po’ di seta, mentre altri fabbricheranno quintali di lana. Poi, nel parlamentino dell’ANM, si voterà e tutto rimarrà tale e quale. Scommettiamo?