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mercoledì 27 luglio 2022

La buona sorte



Ecco l'elenco dei magistrati candidati al CSM selezionati mediante sorteggio.

GIUDICI
 
COLLEGIO 1 (PIEMONTE, VALLE D’AOSTA, LOMBARDIA, VENETO, TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA)

ANNA MARIA DALLA LIBERA (giudice Corte appello Brescia)

GIAN ANDREA MORBELLI*  (giudice  Corte appello Torino)

COLLEGIO 2 (LIGURIA, TOSCANA, UMBRIA, LAZIO)

MARIO ERMINIO MALAGNINO (giudice Tribunale Roma)

SERAFINA CANNATA’ (giudice Tribunale Firenze)

COLLEGIO 3 (EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, SARDEGNA)

MASSIMILIANO SACCHI (giudice Corte appello Napoli)

MARIA ROSARIA PUPO (giudice Corte appello Napoli)

COLLEGIO 4 (PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA, SICILIA)

PAOLO MORONI (giudice Tribunale Lecce)

VERONICA VACCARO (giudice Tribunale Gela)

PUBBLICI MINISTERI

COLLEGIO 1 (PIEMONTE, VALLE D’AOSTA, LIGURIA, LOMBARDIA, VENETO, TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA, TOSCANA, UMBRIA, LAZIO)

PATRIZIA FOIERA (sostituto Procura Trento)

COLLEGIO 2 (EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, MOLISE, BASILICATA, PUGLIA, CAMPANIA, CALABRIA, SICILIA, SARDEGNA)

GRETA ALOISI (sostituto Procura Teramo)

CASSAZIONE

GIACOMO ROCCHI (giudice Corte di cassazione)
 

sabato 16 luglio 2022

“Paolo Borsellino e il puzzo mefitico di MAGISTRATOPOLI” Intervento preparato per la seduta del Comitato direttivo centrale dell’ANM 16.7.2022 Palermo



 di Andrea Reale - Magistrato 

Una consistente generazione di magistrati ha deciso di intraprendere questo bellissimo percorso professionale sull’onda emotiva delle stragi del 1992 e su quella, altrettanto forte, di Mani pulite e di Tangentopoli.

Indimenticabile uno degli ultimi discorsi di Paolo Borsellino dedicato a Giovanni Falcone e alle altre vittime della barbarie mafiosa, forse quello che più di tutti scosse le coscienze di tanti studenti universitari o di giovani laureati dell’epoca.

“Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito nei loro confronti. Un debito da pagare gioiosamente, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che possiamo trarne, gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere.
La lotta alla mafia era il primo problema da affrontare in Sicilia, non solo come distaccata opera di repressione, ma come movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà…….”.

Oggi il debito non solo non è stato ripagato ma si è accresciuto e sembra quasi divenuto inestinguibile.

Né vi è nulla di cui gioire o di cui essere orgogliosi, neanche dentro l’associazione nazionale dei magistrati.

La principale emergenza, all’interno del mondo della magistratura, è la MAGISTRATOPOLI nostrana: un sistema fatto di spartizioni, di lottizzazioni per appartenenza correntizia/partitica, di raccomandazioni, di “killeraggi” nei confronti dei magistrati non allineati o sgraditi, di collateralismo politico, di corruzione morale, di omertà. Un sistema para-mafioso dentro la magistratura, un vero e proprio ossimoro: la negazione della funzione e dei valori ai quali ogni singolo magistrato dovrebbe sempre ispirare l’azione.

Altro che giorno del ricordo e della commemorazione consapevole e fiera. Questo è il giorno della vergogna.

La gente non fa più “tifo” per noi (come sussurrava, felice, Giovanni Falcone a Paolo Borsellino), piuttosto ci schifa, ci reputa indegni, non crede più a noi e al nostro ruolo.

Non abbiamo fatto il nostro dovere per onorare il debito della memoria nei confronti dei nostri caduti!
Abbiamo demeritato la fiducia dei cittadini e dovremmo chiedere scusa.

Non abbiamo saputo, neanche dopo la scoperta del più grande scandalo che ha investito gli “interna corporis” dell’Ordine giudiziario, punire i reprobi.

Non abbiamo saputo procedere ad una efficace e salutare autoriforma, né a cacciare i “mercanti dal tempio”, né a reagire al “metodo mafioso” che è entrato persino dentro il mondo giudiziario.

E non siamo riusciti neanche a restituire l'agenda rossa alla famiglia Borsellino. Vergogna!

Un attuale consigliere del CSM ha già pubblicamente denunciato come “con l’appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l’avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare… La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura”.

Un altro magistrato di grande esperienza, in una pubblicazione di qualche anno fa, ha sottolineato che "il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l'organo di autotutela, non è più garanzia dell'indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”.

Abbiamo accettato e conviviamo ormai da decenni con questo odore nauseabondo: un olezzo vomitevole, quel “puzzo” con il quale Borsellino definiva l'agire della criminalità organizzata mafiosa e che oggi respiriamo tristemente al nostro interno.

Dispiace constatare come sia ancora assolutamente imberbe il movimento culturale e morale che doveva coinvolgere le nuove generazioni, che sembrano troppo timide, se non già rassegnate e disfattiste.

Oggi albergano al nostro interno tutti quei vizi che, a dire di Borsellino, sostantivano quel fetore:

1) L’indifferenza, innanzitutto: una deleteria ignavia che fa scivolare addosso a tutti i magistrati anche le vicende più imbarazzanti, illegali, criminali, che connotano spesso l’agire dell’organo di governo autonomo. Indifferenza che, parafrasando Antonio Gramsci, è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Borsellino raccomandava di fare il proprio dovere. Gramsci diceva: “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano
oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”;

2) Il compromesso morale, fatto della complice accettazione e persino della formale giustificazione di gravissimi illeciti disciplinari, come le autopromozioni e le etero-promozioni (quelle “raccomandazioni” che Paolo Borsellino invitava a rifiutare sdegnosamente per non dimostrare connivenza con le varie mafie e per evitare riconoscenza e servilismo) per opportunismo, in attesa di una promozione o di un incarico, se non per protezione o, addirittura, per vigliaccheria;

3) La contiguità alle lobbies, a logge para-massoniche, alla partitocrazia becera, al collateralismo politico, e, dunque la complicità al Sistema.
Con enorme e dolorosa tristezza bisogna costatare che il sacrificio di magistrati straordinari come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che avrebbe dovuto smuovere le coscienze degli uomini e delle donne liberi, in special modo dei colleghi, sembra del tutto dimenticato nel torpore di troppe, e troppo ipocrite, “anime morte”- per non dire di veri e propri “sepolcri imbiancati”- assise sugli scranni di potere della magistratura italiana.

venerdì 1 luglio 2022

Querelatoio.




di Nicola Saracino - Magistrato 

Quando si dice colleganza. 

I rapporti tra magistrati spesso prendono pieghe ostili, a tal punto da indurli allo scontro, al duello finale nelle aule giudiziarie che contribuiscono ad intasare.

Solo per rimanere a fatti recenti, a margine della vicenda della cd. Loggia Ungheria il dott. Davigo ha querelato il collega Greco; oggi freschi pensionati, erano stati colleghi nello stesso ufficio della procura di Milano ai tempi di mani pulite. 

Davigo stesso è imputato di rivelazione del segreto d’ufficio ed in quel processo il dott. Ardita, come lui fino a poco prima al CSM, si è costituito parte civile per chiedergli i danni. 

Il procuratore generale Salvi ha annunciato, appena pochi giorni prima di andare in pensione che, adesso sì, può finalmente prendersi la soddisfazione di querelare Palamara. Vien da credere che anche prima non ci fosse simpatia tra i due, dopo che Palamara aveva tirato in ballo (anche) il procuratore generale come “auto-segnalatosi” per prestigiosi uffici.  

Ma Palamara che si è stufato di fare da pungiball (anche se ad oggi non si ha notizia di una sola sua condanna per diffamazione) ha a sua volta annunciato di voler querelare Salvi. 

E Salvi, non pago, ha allora minacciato querela contro tutti quelli che, accreditando la versione dell’antagonista, insinuassero che lui abbia mai chiesto qualche beneficio per sé o per altri. 

Insomma, è un querelatoio, paragonabile al girone dantesco degli iracondi (quinto cerchio, per chi volesse cimentarsi).

Meglio starne alla larga. 

Eppure i fatti che sono alla base della contesa non possono riguardare solo i loro protagonisti. 

Si tratta di uffici pubblici di notevole importanza e la trasparenza è un preciso dovere.

Sebbene sia comprensibile l'atteggiamento di preoccupazione e fastidio di chi, dalla Procura Generale della Cassazione, ha oggettivamente posto le premesse (in questo blog ampiamente contestate nel merito) perché venisse evitato il giudizio disciplinare a moltissimi "questuanti", l’associazione nazionale magistrati che ha espulso Palamara, potrebbe cogliere nei fatti che solo in questi giorni emergono con apprezzabile dettaglio, lo spunto (non certo per condannare ma) per aprire un procedimento di verifica anche dell’operato del procuratore generale. 

Il collegio dei probiviri (l’organo istruttorio dell’ANM) potrebbe sentire entrambi, raccogliere i documenti se gli interessati hanno da offrirne e quindi pervenire ad una ragionata decisione. 

Sbugiardando chi dei due mente. 

Lasciare ad un tribunale questa decisione, lavandosene le mani, significa ammettere di non essere in grado di “giustiziare” situazioni tra loro paragonabili, perché se uno viene punito perché ha promesso o dato, non merita certo l’incenso chi ha (per mera ipotesi) pressantemente richiesto. 

Vi è da esser certi che l'ANM non può permettersi di celare ulteriore polvere sotto al tappeto e farà tutto quanto in suo potere per approfondire la vicenda, schivando ogni idea di insabbiamento.

Idea sicuramente non evitata all'opinione pubblica dal rimpallo di responsabilità tra CSM e Procura Generale circa chi, dei due organi, potesse meglio attivarsi per porre rimedio alla caduta di credibilità dell'ordine giudiziario mostratosi ai cittadini come un'accolita di tramaioli.