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venerdì 18 novembre 2011

Sabato sera sono andato a casa di Luca




di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)




C’è una datata “canzonetta” di Silvia Salemi che inizia un po’ così: anni questi anni passati così ... aridi, sterili, vuoti, è l’era delle immagini ... ci ha rubato il cuore, l’inventiva, le idee, le parole …… questa è un’era subdola che ti inchioda il cuore e la vita ad un televisore.

Era il 1997 poco dopo la “discesa in campo” eravamo nella piena erezione del Berlusconismo edizione riveduta e corretta dell’insostenibile leggerezza dell’essere, dei nuovi yuppies.

Prima mossa a favore della Libertà e del suo “Popolo” il decreto Biondi e la modifica dell’abuso d’ufficio divenuto un reato a cosiddetta prova diabolica. Insomma i primi anni della Seconda Repubblica dominata dai sondaggi dal Bolscevico atteggiamento di ripetere ossessivamente affermazioni false che d’incanto divenivano verità politiche quindi soggette a chi è a favore e chi è contrario.

Ma la discesa in campo non ha mai visto una risalita dallo stesso.

Tutta la vita pubblica è restata una partita e noi italiani sugli spalti abbiamo fatto la nostra parte.

“Vedi che Berlusconi ha fatto questo” e “siccome Prodi”, i comunisti con il maglione di cashmere e i nuovi del celodurismo hanno fatto il resto.

Tutto è sempre stato uno scontro di propaganda in cui il problema o la scelta politica sono rimaste sul fondo quasi impalpabili.

E’ stato così che in una sorta di continuità Prodi ha abolito l’Ici e B. ha abolito l’ICI, il Popolo della Libertà ha negato l’autorizzazione d’arresto per Cosentino e il Partito Democratico ha negato l’autorizzazione d’arresto per Tedesco. B. ha modificato enne volte leggi relative a reati di cui era imputato – ovvero norme processuali utili a bloccare il processo – e D’Alema ha modificato la Forleo ovvero la Lega, tanto cara a Tallini, ha reso di fatto non punibili le camicie verdi organizzate.

In questa era subdola che ti inchioda il cuore e la vita ad un televisore siamo passati da milioni di posti di lavoro al tricolore come carta igienica a Sara, Yara alla Guerra tra Procure senza soluzione di continuità, immersi in una mistificazione e in una propaganda che hanno unificato tutto allo stesso livello in modo che non vi fosse a monte (ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale) una distinzione etica o oggettuale dei fatti e delle cose.

I fatti, quelli sì, sono del tutto spariti, obliterati dalle urla di chi riteneva che fossero colpa di Prodi o di Berlusconi.

Questo ha aperto la strada ai neutrini della Gelmini splendido avvocato del Foro di Reggio Calabria anche se dimorata per l’occasione a Brescia così come ad un puntale inglese di La Russa che ha avuto modo di precisare che in inglese se si dice if.

Già prima delle gaffes di B. in campo internazionale i quivis si accorgevano che era diminuita la liquidità e che era diminuita la possibilità di accesso al credito con il connesso avvitamento del mercato interno per cui se tutti spendiamo meno tutti lavoriamo meno e guadagniamo meno.

Ma l’erezione del Berlusconismo non si è fermata qui alla quasi naturale distanza tra questa classe dirigente e la vita quotidiana delle persone silenziose (intese non VIPS) quest’ultime alle prese con le scadenze e i figli che premono per i consumi e quelli con i voli di stato per i Gran Premi (Mastella) o le partite di Calcio (La Russa), l’era del celodurismo è esplosa fortemente proprio in quest’ultima fase di fine impero.

Chi non ricorda B. in campagna elettorale, l’ultima, abbracciare Dell’Utri e ripetere che anche per lui Mangano era un eroe, chi non fa caso a Letta (quello B) dire che i sondaggi sono tutti per la soluzione tecnica quasi a segnare una continuità con i sondaggi di B.

Perché affermare chiaramente che Mangano per B. e Dell’Utri è stato un eroe è stato certamente un tipico esempio di celodurismo, lo affermo chiaramente senza ipocrisie e nascondimenti.

Ma il celodurismo ha trovato la sua apoteosi con il povero Mubarak Zio a sua insaputa di una amica di B. che si trovava implicata in un caso da incidente diplomatico. Lo ha spiegato con dovizia di argomenti tecnici e politici l’ottimo difensore di Unabomber l’avvocato Paniz, il quale, allo stesso modo, il giorno del voto dei famosi 308 (a fronte dei 321 astenuti), ha dichiarato in modo pleonastico che quel voto era giuridicamente irrilevante ……… infatti è caduto il Governo.

Sempre a quel Televisore ci hanno spiegato che, come fanno molti avvocati nei casi disperati, avevano fatto un decreto legge in materia regionale per salvare la lista a sostegno della Polverini, solo che gli avvocati e le parti consapevolmente in quei casi prendono una dura condanna alle spese mentre loro lo hanno fatto con soldi pubblici.

In campo ci sono stati anche il grande Bertolaso sempre con la maglia dell’Italia, come Gattuso, a parte i casi in cui aveva il mal di schiena.

Mai si era visto, in tanti anni di storia Repubblicana, un “giuramento del patto per la libertà” fatto anche dal nostro Presidente Scopelliti nelle mani di un uomo diverso dal Presidente della Repubblica e non sulla Costituzione ma su un contratto stavolta non sottoscritto con gli italiani.

Né tantomeno si era mai visto e sentito un Presidente del Consiglio che delegittima le istituzioni parlamentari seppure in Televisione.

Insomma anche se non politicamente corretto io sabato sera ho festeggiato nella speranza ad esempio che non vi siano più dubbi che Giovanni Falcone, Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, il milite ignoto sono eroi mentre Mangano era un criminale.

E dopo avere esultato sono andato a casa di Luca perché la sera a casa di Luca torniamo a parlare ma la sera a casa di Luca che musica c’è si discute a casa di Luca e non sai quanto vale sembra niente e invece è importante… ci devi venire dal balcone a casa di Luca si vede anche il mare e parte una canzone ... che bella dimensione, ancora possiamo ritrovare ... ... ... tu riri, tu riri, tu ririri ...


mercoledì 2 novembre 2011

Convegno a Napoli su "Dissenso e conflitto sociale"

Organizzato dall'Università di Napoli, Federico II, e da Magistratura Democratica, convegno su "Dissenso e conflitto sociale: garanzia dei diritti e repressione penale". A Napoli l'11 e il 12 novembre, nell'Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza.


(Clicca qui per ingrandire il manifesto)







lunedì 26 settembre 2011

Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita!






di Grazia Fenza
(Giudice del Tribunale di Crotone)





PREMESSA: Scrivo da una delle tante “periferie dell’Impero” giudiziario italiano, Crotone; ove la distanza logistica con Catanzaro (75 km. circa, mal collegati, da fare necessariamente su una sgangherata e pericolosa statale 106) è ampiamente compensata dalla vicinanza per così dire ideale tra l’ufficio del circondario e l’ufficio del distretto: favorita, tale vicinanza, anche da alcune fortunate coincidenze, di cui forse parlerò un’altra volta. E’ quindi un osservatorio privilegiato, anche per chi come me, non calabrese, è per di più ancora troppo giovane di servizio, per comprendere appieno meccanismi e collegamenti.

Proprio da questo osservatorio, a metà luglio (cioè in un clima già tutto sommato un po’ pre-vacanziero) ho appreso – devo dire, con un estrema sorpresa – che il C.S.M., sconfessando in pieno le opposte conclusioni cui era giunto il Consiglio Giudiziario di Catanzaro, aveva invece raggiunto la scontata determinazione (scontata, dati causa e pretesto, per dirla alla Guccini) di NON confermare nelle funzioni di procuratore aggiunto il dott. Salvatore Murone.

Premesso che, com’è noto, il C.S.M. di norma tende ad avallare le posizioni dei consigli giudiziari e che in questo caso il C.G. di Catanzaro si era espresso addirittura all’unanimità, la notizia – allo stato, pare, totalmente ignorata dai media – non poteva non suscitare interesse ed al contempo sconcerto.

Infatti il dott. Murone, già influente Procuratore Aggiunto di Catanzaro (attualmente trasferito cautelarmente ad altra sede), già braccio destro dell’allora procuratore capo dott. Lombardi, è certamente da annoverare tra le figure più significative delle inquietantissime vicende giudiziarie “Why not” e seguenti, che tanta trista fama hanno dato a quella Procura.

La delibera è estremamente chiara e ne riporto perciò il testo integrale in calce.

Preciso subito che, a caldo, la cosa che mi ha più sorpreso, di tutta la vicenda, è l’imprevedibile posizione assunta dal Consiglio Giudiziario di Catanzaro; il quale, come ben può evincersi dalla delibera C.S.M., pur avendo acquisito piena cognizione del bagaglio processuale e disciplinare portato dal candidato in valutazione, per fatti oggettivamente gravi, trattandosi di decidere della conferma nelle delicate funzioni semidirettive di Procura, riteneva tuttavia di poterlo ignorare, e di prendere per buono il solo rapporto del capo dell’ufficio: che, forse per imbarazzo, forse per altro – allo stato non è dato saperlo – non faceva alcun cenno in ordine ai procedimenti penali e disciplinari pendenti, e concludeva anzi per l’idoneità del Murone alla conferma nelle funzioni; pedissequamente, il nostro Consiglio Giudiziario procedeva pertanto, all’unanimità, concludendo in senso favorevole alla riconferma.

In estrema sintesi, dagli atti in possesso del Consiglio Giudiziario di Catanzaro, apparivano però chiarissimamente:

a) le indebite interferenze del magistrato in valutazione, di concerto col Procuratore Capo Lombardi in un caso e col Procuratore Generale Favi nell’altro, nelle attività d’indagine dell’ex p.m. Luigi de Magistris;

b) la fattiva collaborazione fornita dallo stesso ai predetti, nelle due operazioni consistite nell’illegittima revoca e nell’illegittima avocazione dei noti procedimenti, denominati “Why not” e “Poseidone”: attività, quest’ultima, finalizzata a favorire indagati eccellenti, coi quali i tre, in un modo o nell’altro, avevano rapporti per così dire “privilegiati”;

c) gli inquietanti, a dir poco, intrecci, tra il dott. Murone, il di lui fratello avvocato ed i predetti indagati eccellenti (due dei quali veri e propri big), ossia Saladino e Pittelli, quest’ultimo all’epoca nel trino ruolo di indagato, avvocato e senatore;

d) la natura, piuttosto criticabile, di alcuni di tali rapporti, consistiti anche in sistemazione di parenti.

Ferme restando le autonome valutazioni da farsi nelle altre sedi, dunque, ce n’era comunque abbastanza per una ben diversa conclusione, anche ed anzi soprattutto in quella sede.

Eppure, per il Consiglio Giudiziario di Catanzaro (si ripete ancora, all’unanimità) tutto quanto già agli atti non poteva avere rilievo alcuno rispetto alla decisione di conferma o meno del Murone nel delicato ruolo di procuratore aggiunto.

O, per dirla con loro, come si evince sempre dalla delibera C.S.M., il Consiglio Giudiziario «riteneva che la complessità del procedimento, i numerosi stralci disposti a seguito del decreto acquisito … e gli ulteriori approfondimenti ancora in corso, non potevano consentire una valutazione negativa dell’operato del dott. Murone, che risultava aver svolto con capacità e competenza il ruolo di Procuratore Aggiunto presso la Procura di Catanzaro».

Arriviamo dunque al sodo? Qual era, verosimilmente, la preoccupazione principale del Consiglio Giudiziario di Catanzaro – oltre ad un malinteso favor legitimitatis – se non quella di tentare di sconfessare, ancora una volta, l’operato di un altro ufficio giudiziario e cioè della procura di Salerno, malgrado l’ormai ineluttabile evidenza dei fatti, sotto gli occhi anche degli osservatori più disattenti?

Alcuni passaggi della delibera fanno emergere abbastanza pacificamente tale (confessata od inconfessata, poco importa) esigenza; perfino il passaggio in cui l’acquisito e poi ignorato decreto di perquisizione emesso da Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro viene definito “voluminoso” o “ponderoso”.

Appare chiarissimo anche ad un non scaltrissimo esegeta – quale anche chi scrive – l’intento sottilmente spregiativo sotteso all’uso di quegli aggettivi, di norma di carattere neutro, usati in quel modo ed in quel contesto.

Molti lettori di questo blog ricorderanno infatti che gli onesti, sfortunati, vituperati e crocifissi ex p.m di Salerno (Apicella, Nuzzi, Verasani) furono dati in pasto all’opinione pubblica ed al C.S.M. dell’epoca anche con la becera argomentazione dell’eccessiva lunghezza del decreto (come se il problema non fosse stato, invece, l’enormità dei fatti a monte); lungo, quindi per ciò solo “abnorme”, oltre che inopportuno e “non equilibrato” perché – pensa un po’ – pretendeva di poter considerare anche gli operatori giudiziari (nella fattispecie, appunto, alcuni p.m. di Catanzaro sospettati, sulla base di elementi più che congrui, di gravissime condotte illecite) cittadini come tutti gli altri, e dunque sottoponibili, al pari di un qualunque sig. Rossi qualsiasi, a procedure di perquisizione e sequestro, ricorrendone tutti i presupposti di legge.

La legittimità di quel provvedimento salernitano, com’è noto, è stata poi riconosciuta ad ogni livello di gravame proposto; non solo, la bontà della loro indagine (nonostante le inevitabili difficoltà dovute al trasferimento forzoso dei p.m. che l’avevano istruita) è stata confermata dalla circostanza che, tra gli altri big che avevano concertato per fermare le indagini di de Magistris, ben tre magistrati catanzaresi sono attualmente sotto processo a Salerno (e uno dei tre è, appunto il nostro dott. Murone).

Ancora, sull’illegittimità dell’avocazione delle indagini condotte all’epoca da Luigi de Magistris, non vi potevano essere dubbi fin dall’inizio, in quanto addirittura il C.S.M. che poi “castigherà” sia il suddetto che i colleghi salernitani, qualche pur blando e platonico distinguo, al suo interno, l’aveva posto, in tempi non sospetti: proprio su questo blog si era dato tempestivamente conto, ad esempio, a questo link, della pur “democristianissima” posizione espressa dall’allora consigliere Pepino, approvata da una parte dei componenti, e relativa all’operato del dott. Favi, P.G. avocante: eppure, a ciò il C.S.M. non diede alcun seguito.

E, sempre su tale illegittimo operato, in relazione stavolta alla posizione dei p.m. di Salerno, se n’era poi dato conto, con acute osservazioni di carattere tecnico, ancora su questo medesimo blog: a quest'altro link.

Quel provvedimento della Procura Generale non stava né in cielo né in terra e di fatto ha senz’altro rallentato le indagini in corso: solo oggi il C.S.M. perviene a questa interpretazione dei fatti, in precedenza sostenuta solo da qualche toga impazzita o un po’ più antropologicamente diversa rispetto alla media!

Eppure, si era all’epoca sostenuto, e si era conseguenzialmente proceduto come se abnorme fosse il provvedimento salernitano.

L’odierno C.S.M., sconfessando il potente Consiglio Giudiziario di Catanzaro prende dunque atto, oggi, dell’evidenza delle cose, almeno per quanto riguarda la posizione di Murone ed incidentalmente, degli stessi Favi e Lombardi,

Intervento piuttosto tardivo e, purtroppo, non riparatorio né satisfattivo: non satisfattivo nei confronti della collettività, defraudata del suo bisogno di giustizia rispetto a vicende così gravi (le indagini Why not e Poseidone, si ricorderà, stavano infatti accertando colossali sperperi e/o appropriazioni di fiumi di denaro pubblico, collusioni ad altissimi livelli, devianze oscure, ecc. ecc.), non riparatorio per i magistrati ingiustamente puniti per aver fatto il proprio dovere.

Con una buona dose di coraggio perché, se un tempo ti ammazzavano le mafie, oggi intervengono i più sofisticati – sebbene meno truci – sistemi delle macchine del fango e della repressione.

Così, in relazione alla triste e trista vicenda Catanzaro-Salerno, già ribattezzata, stupidamente prima ancora che fraudolentemente, “guerra tra procure”, una gran parte della verità storica è allo stato inequivocamente accertata: e lo rimarrà anche qualora le diverse dinamiche che sovrintendono all’accertamento dei fatti in sede penale dovesse consegnarci una verità processuale più edulcorata.

Bene, perché allora abbiamo un ex collega che è stato costretto a lasciare la magistratura, e chi al telefono (vedi intercettazioni) si augurava che passasse la vita a difendersi, con tanto di camorra napoletana che avrebbe dovuto curarne la pratica (sono le testuali parole del “presidentissimo” Chiaravalloti, anche lui – ahinoi – tra le altre cose ex alto magistrato calabrese) ancora tranquillamente in giro ad occupare prestigiose poltrone?

Perché i colleghi salernitani (due trasferiti e disciplinarmente censurati, uno, il Procuratore Capo, costretto addirittura alle dimissioni) hanno dovuto pagare un prezzo umano e professionale per nefandezze commesse da altri?

Perché, ancora oggi, l’A.N.M. nazionale rivendica con spudoratezza la bontà della posizione assunta all’epoca, nella vicenda della c.d. “guerra” (come da documento e discorso ufficiale del presidente Palamara al recente congresso nazionale dell’autunno scorso)?

E, soprattutto, perché abbiamo dovuto assistere, in quella medesima sede, perfino al raccapricciante applauso (minoritario, è vero, ma rumoroso) di parte dell’uditorio, a tali sconcertanti affermazioni?

E meno male che quel congresso aveva come tema il rinnovamento … :-) :-(

Come mai, infine, quando qualche ancor giovane ed avventato magistrato “novizio” posta (parlo peraltro della mailing list di Area, cioè di quell’aggregazione ritenuta più “progressista” di altre …) amari messaggi di solidarietà per quei colleghi, riceve al massimo qualche riscontro in privato?

E, manco a dirlo, un generale “IGNORA”, puntualmente, s’è susseguito anche all’indomani del mio inserimento, sulla medesima m.l., della delibera Murone odierna: inserimento effettuato senza aggiungere alcun commento polemico (del resto il provvedimento del C.S.M. parla da solo) ma semplicemente una mera dichiarazione di costernazione per l’operato del Consiglio Giudiziario di Catanzaro.

Anzi no, giusto un Consigliere (io ritengo, ma potrei sbagliarmi, alquanto imbarazzato) ha risposto: ma di tale formale autodifesa d’ufficio, circa la bontà dell’operato catanzarese, non mi pare il caso di trattarne ora …

L’assordante silenzio dei colleghi sulla vicenda sarà addebitabile al clima pre-vacanziero di cui s’è dato atto all’inizio, o a ragioni afferenti all’improvvisato titolo di questo improvvisato articoletto?


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Qui di seguito la il testo della delibera del C.S.M.

“Dott. Salvatore MURONE – Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di CATANZARO - conferma nelle funzioni semidirettive, ai sensi dell’art. 46 del D. Lgs. 160/2006.

La Commissione,
rilevato preliminarmente che: gli artt. 45 e 46 del D. Lvo 160/06, nel disciplinare la temporaneità delle funzioni direttive e semidirettive dispongono che esse sono conferite per la durata di quattro anni, al termine dei quali il magistrato può essere confermato, per una sola volta e per un eguale periodo a seguito di valutazione, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’attività svolta.
Il dott. Salvatore MURONE ha maturato in data 1.8.2009 il periodo quadriennale nell’esercizio delle funzioni di Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catanzaro, conferite con delibera C.S.M. 6.7.2005 ed assunte in data 1.8.2005.
Il magistrato in valutazione ha presentato un’autorelazione illustrativa dell’attività svolta, così manifestando la propria volontà di continuare a svolgere per il secondo quadriennio le medesime funzioni in corso di esercizio.
Il Consiglio Giudiziario di Catanzaro, nella seduta del 2.2.2010, si è espresso all’unanimità in senso favorevole alla conferma del dott. MURONE che, sulla base degli elementi acquisiti, si è ritenuto avesse dimostrato come Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, capacità ed efficienza nella direzione ed organizzazione dell’ufficio.

Nella premessa del parere il Consiglio Giudiziario dava atto della pendenza di quattro procedimenti penali iscritti a carico del magistrato presso la Procura della Repubblica di Salerno e di un quinto procedimento definito con decreto di archiviazione emesso in data 11.8.2009. Si dava atto, inoltre, della pendenza di un procedimento disciplinare iniziato il 18.6.2009 per violazione dell’art.2 comma 1 lett. b) ed n) del D.Lgs. del 23.2.2006, n.109, e dell’attività istruttoria svolta al fine di rendere il prescritto parere.
Nella seduta del 18.11.2009 il Consiglio Giudiziario rilevava il mancato deposito del rapporto da parte del capo dell’ufficio, nonostante un precedente sollecito già inoltrato dal Presidente della Corte di appello. Contestualmente, il Consiglio deliberava di richiedere informazioni alla Procura di Repubblica di Salerno circa eventuali sviluppi dei procedimenti penali instaurati a carico del magistrato oggetto di valutazione. Si investiva, inoltre, la Procura Generale ed il Consiglio Superiore della Magistratura con richiesta di ulteriori informazioni sulle pendenze di natura disciplinare.
Il Procuratore Generale della Cassazione ribadiva la pendenza del procedimento per violazione dell’art. 2 già indicato in premessa, mentre il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno indicava i procedimenti iscritti a carico del dott. MURONE e le attività in corso da parte dell’ufficio, precisando che i procedimenti erano ancora tutti in fase istruttoria.
All’esito di tali comunicazioni nella seduta del 13.1.2010 il Consiglio Giudiziario deliberava di acquisire il decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno in data 2.12.2008, già agli atti della Procura Generale di Catanzaro, nell’ambito del procedimento n. 10590/2007 mod. 21. Tale decisione scaturiva dalla circostanza che, secondo quanto riferito dal Procuratore della Repubblica di Salerno, tale procedimento aveva ad oggetto, tra l’altro, la revoca da parte del Procuratore della Repubblica dott. Lombardi del procedimento cosiddetto “Poseidone” e l’avocazione, da parte del Procuratore Generale dott. Favi, del procedimento cosiddetto “Why not” (dei quali era primo assegnatario il dott. Luigi De Magistris). Su entrambi i provvedimenti si riteneva che il dott. MURONE avesse ricoperto un ruolo attivo di compartecipazione.

Appare opportuno riportare testualmente la sintesi che il Consiglio Giudiziario trae dalla lettura del decreto sopra indicato che viene definito particolarmente voluminoso: “Ebbene dalla lettura del ponderoso decreto di perquisizione e sequestro acquisito nell’ambito del procedimento n. 10590/2007 Mod. 21 si evince che le contestazioni al dr MURONE si riferiscono, sostanzialmente, alla patologica attività di interferenza negativa rispetto alle iniziative del PM procedente dott. Luigi De Magistris, consistita nell’avocazione del procedimento “Why Not” e nella revoca del procedimento “Poseidone” in guisa da favorire oggettivamente, mediante la deviazione del regolare corso del procedimento penale, le persone implicate nelle indagini preliminari e fra queste, oltre alla persona del Ministero della Giustizia pro-tempore, Saladino Antonio, centro di attrazione di un settore consistente dell’ attività investigativa, nonché l’avvocato Senatore Giancarlo Pittelli”. Deviazione realizzata “mediante atti contrari ai doveri d’Ufficio posti in essere dal MURONE, in concorso con il Procuratore Capo Lombardi e in rapporto sinallagmatico con le utilità ricevute e promesse dal Saladino e dal Pittelli, i quali, ciascuno con condotte autonome esplicative di rapporti personali privilegiati, risalenti nel tempo sia con il dr MURONE sia con il Proc. Capo, Mariano Lombardi avendo, in particolare, il Saladino favorito le assunzioni di parenti e conoscenti del dr MURONE ovvero del cugino Roberto Piero e Cucciolo Roberta, moglie di Roberto Luca in servizio presso l’Ufficio della Procura della Repubblica del Tribunale di Catanzaro e legato da vincoli di parentela alla moglie del MURONE.
Il decreto di sequestro in oggetto riporta, testualmente, numerose dichiarazioni rese dal dr Luigi De Magistris ai Pubblici Ministeri di Salerno, nonché le dichiarazioni della testimone Caterina Merante e di numerose altre persone informate sui fatti , tra cui magistrati e consulenti tecnici. Ancora, nel provvedimento, vengono evidenziati i rapporti privilegiati tra il dr MURONE e i due indagati del procedimento “Why Not” Saladino ed Avvocato Pittelli, quest’ultimo originariamente coinvolto dalle indagini ed i contatti tra costoro anche durante il periodo in cui erano sottoposti ad indagini, da cui si fa discendere l’assunto accusatorio dell’indebita interferenza nell’attività investigativa del titolare di procedimenti suddetti dr Luigi De Magistris.
Inoltre, vengono stigmatizzati i rapporti tra il Procuratore MURONE e la giornalista della “Gazzetta del Sud”, Betty Calabretta, che avrebbero influenzato alcune fughe di notizie sul quotidiano locale.
Infine, si dà atto delle dichiarazioni del consulente tecnico Genchi, in ordine ai rilevati traffici telefonici sulle utenze cellulari dell’Avv. Mario MURONE, fratello del magistrato in valutazione, con i cellulari di quest’ultimo, della Pianimpianti S.p.A. e di tale Nicolino Volpe, dal settembre 2005 ed in coincidenza con atti istruttori nell’ambito del Procedimento “Poseidone”, ed, in particolare, con la perquisizione della predetta società nel novembre del 2005.
Inoltre dalle dichiarazioni di questo consulente emerge che il numero di utenza cellulare del dr Salvatore MURONE è stato rilevato nella memoria del cellulare sequestrato ad Antonio Saladino, indagato nel procedimento “Why Not”.
Infine vengono escussi alcuni magistrati in servizio presso la Procura di Catanzaro, sull’esercizio della professione da parte del fratello del magistrato in valutazione all’interno del distretto di Catanzaro”.

All’esito di tali osservazioni il Consiglio riteneva che la complessità del procedimento, i numerosi stralci disposti a seguito del decreto acquisito (con trasmissione degli atti anche ad altre Autorità Giudiziarie) e gli ulteriori approfondimenti istruttori ancora in corso, non potevano consentire una valutazione negativa dell’operato del dott. MURONE che risultava aver svolto con capacità e competenza il ruolo di Procuratore Aggiunto presso la Procura di Catanzaro. Si deliberava, quindi, all’unanimità, per la conferma del magistrato nelle funzioni semidirettive svolte. Ad analoghe conclusioni si giungeva in relazione alla pendenza del procedimento disciplinare comunicato dalla Procura Generale della Cassazione.
Va rilevato, inoltre, che nelle more dell’esame del decreto di perquisizione e sequestro acquisito dal Consiglio, veniva trasmesso, in data 5.1.2010, il rapporto del Procuratore della Repubblica di Catanzaro che concludeva affermando che “il dott. MURONE appare del tutto idoneo alla conferma nell’incarico di Procuratore Aggiunto (…)” . Dall’esame del rapporto si rileva come non vi sia alcun cenno, né tantomeno valutazione in ordine ai procedimenti penali e disciplinari pendenti a carico del magistrato.

A seguito della richiesta del 17.9.2010 del Segretario generale del Consiglio Superiore della Magistratura, la Procura della Repubblica di Salerno comunicava, in data 24.9.2010, che era intervenuta richiesta di rinvio a giudizio a carico del dott. MURONE nell’ambito del procedimento penale n.10590/07 mod.21 (con udienza preliminare fissata per il 3.11.2010) e richiesta di archiviazione nell’ambito del procedimento n.3669/2010 mod. 21 (stralcio del 10590/2007). Agli atti risulta allegata solo la richiesta di rinvio a giudizio mentre non è stata trasmessa dalla Procura della Repubblica la richiesta di archiviazione né è noto l’esito definitivo di tale procedimento.
In data 9.9.2010 il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, a seguito dell’apertura di un procedimento disciplinare per i fatti oggetto di contestazione in sede penale, chiedeva alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura l’adozione di un’ordinanza cautelare di trasferimento provvisorio ad altra sede e di destinazione ad altre funzioni del dott. MURONE. In data 1° ottobre 2010 la sezione disciplinare, in accoglimento della richiesta, disponeva il trasferimento provvisorio ad altro ufficio e la destinazione ad altre funzioni del magistrato.
In data 7 febbraio 2011 la quinta commissione, nell’ambito della procedura per la conferma del dott. MURONE nelle funzioni semidirettive svolte, procedeva all’audizione del magistrato, essendo stati ravvisati elementi tali da poter condurre ad una eventuale decisione di non conferma.
Dalla stessa audizione si rileva come l’udienza preliminare a carico del dott. MURONE si è conclusa con il decreto che dispone il giudizio per le ipotesi di reato formulate dalla Procura della Repubblica di Salerno comunicate alla V commissione in data 24.9.2010.
Ai fini della presente procedura appare indispensabile procedere all’analisi dei fatti oggetto di contestazione nei confronti del dott. MURONE, per verificare se, al di là delle responsabilità disciplinari e penali che andranno accertate nelle sedi competenti, siano individuabili comportamenti tali da incidere sull’indipendenza, imparzialità ed equilibrio del magistrato in relazione alla eventuale prosecuzione dell’incarico semidirettivo ricoperto.

Il primo episodio oggetto di accertamento (sia in sede penale che in sede disciplinare) attiene alla revoca (disposta materialmente in data 29 marzo 2007 dal Procuratore della Repubblica dott. Mariano Lombardi) dell’assegnazione del procedimento penale n.1217/05-21 (c.d. Poseidone) al sostituto procuratore dott. Luigi de Magistris che ne era titolare unitamente al dott. MURONE e al dott. Lombardi.
Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Salerno tale atto sarebbe stato adottato in concorso tra i due magistrati allo scopo di produrre una stasi del procedimento conseguente alla sottrazione delle indagini al dott. De Magistris e quindi favorire gli indagati Pittelli (senatore ed avvocato) e Galati (Sottosegretario delMinistero delle attività produttive), dai quali il Lombardi aveva ricevuto denaro ed altre utilità.
Dall’esame degli atti in possesso della commissione risulta che il dott. Mariano Lombardi effettivamente formalizzava la revoca dell’assegnazione al dott. De Magistris, ed inoltrava al Procuratore Generale una dichiarazione di astensione dal procedimento, attesi i rapporti personali e i legami di amicizia con il senatore Pittelli. Tali provvedimenti sono da considerarsi palesemente abnormi e contraddittori. Il Procuratore della Repubblica, nonostante riconosca l’ impossibilità di esprimere a valutazioni serene e neutrali nell’ambito di quel procedimento, attesi i rapporti personali di amicizia con un indagato, adotta un provvedimento di estrema rilevanza per le sorti del procedimento stesso, consistente nella revoca dell’assegnazione al magistrato che materialmente svolgeva le indagini e che ne era titolare dall’inizio, per poi astenersi immediatamente dopo. Quale sia stato il ruolo del dott. MURONE in questa paradossale vicenda è egli stesso a confermarlo durante l’audizione del 7 febbraio 2011, resa in V Commissione.
Il dott. MURONE riferisce di aver appreso da notizie di stampa che l’avvocato Pittelli era stato raggiunto da una informazione di garanzia emessa nel procedimento c.d. Poseidone, senza che lui stesso ed il Procuratore della Repubblica ne venissero a conoscenza da parte del sostituto De Magistris, pur essendo entrambi co-assegnatari del procedimento. A seguito di tale fatto il Procuratore della Repubblica lo aveva convocato nella sua stanza dandogli lettura di un unico provvedimento con il quale revocava l’assegnazione al dott. De Magistris e contestualmente si asteneva per i rapporti di amicizia personale che aveva con l’indagato Pittelli.
Sul punto il dott. MURONE riferisce: “Io mi limito a prendere atto di questa decisione del Procuratore della Repubblica e gli dico, essendo i due provvedimenti finalizzati diversamente, l’uno è endoprocessuale, l’altro deve andare in Procura Generale perché eventualmente può essere accolto o non accolto il provvedimento di astensione, secondo me non va fatto l’unico provvedimento”.

Va in primo luogo osservato come il dott. MURONE, anche in sede di audizione, non abbia mostrato alcuna meraviglia nell’apprendere i legami di amicizia personale tra il Procuratore della Repubblica e l’avvocato Pittelli che, anche prima di acquisire la qualità di indagato, aveva assunto, nell’ambito di quello stesso procedimento, la difesa tecnica di diversi indagati. Non solo, ma a fronte di una così evidente contraddizione tra l’adozione di un provvedimento di revoca dell’assegnazione, destinato a produrre rilevanti effetti sull’andamento delle indagini, e la dichiarata incompatibilità ad assumere decisioni in quel procedimento, il Procuratore Aggiunto co-titolare delle indagini e vicario del Procuratore, invece di assumersi la responsabilità diretta di decisioni che il Procuratore dichiarava apertamente di non poter prendere serenamente, addirittura suggerisce una diversa modalità con la quale giungere allo stesso risultato. Indica, cioè, al Procuratore l’opportunità di procedere con due provvedimenti separati, così come apertamente confermato durante l’audizione.
In tal modo il dott. MURONE non ha solo condiviso l’inaccettabile operato del Procuratore, ma ne ha agevolato la realizzazione, concorrendo in modo rilevante nella produzione di una fase di stasi del procedimento c.d. Poseidone. Sarà ovviamente nell’ambito del procedimento penale che si dovrà accertare se il comportamento del dott. MURONE e degli altri coimputati integra i delitti contestati dalla Procura della Repubblica, ma non vi sono dubbi sul fatto che il comportamento tenuto dal magistrato in valutazione sia da considerarsi assolutamente incompatibile con lo svolgimento delle delicate funzioni semidirettive che dovrebbe continuare a svolgere.

“La capacità di organizzare e di esercitare funzioni direttive e semidirettive” si fonda non solo sulla “competenza tecnica”, ma anche sulla “autorevolezza culturale e sull’indipendenza da impropri condizionamenti”, e si esprime “nella efficace risoluzione dei problemi concreti dell’ufficio o del settore cui si è preposti nonché del positivo coordinamento dei magistrati” (punto 1.2 risoluzione del 24 luglio 2008 in tema di conferma e parte III punto 2 TU sulla dirigenza, delibera del 30 luglio 2010): non vi è dubbio che la condotta del dott. MURONE rispetto all’episodio in esame, al di là della rilevanza penale e disciplinare, costituisce anzitutto una grave caduta rispetto ai principi di imparzialità e di indipendenza che devono caratterizzare l’esercizio delle funzioni, semidirettive e direttive, e dei poteri, come quello della avocazione, che, pur nell’accentuata posizione di sovraordinazione delineata in favore del dirigente dalla normativa di riforma dell’assetto organizzativo delle Procure, richiedono modalità corrette, trasparenti e rispettose dell’autonomia professionale e della dignità delle funzioni del sostituto. La circostanza che il dott. MURONE, essendo peraltro in grado di apprezzare appieno l’inopportunità di tale condotta in considerazione dei rapporti del dirigente con uno degli indagati, si sia consapevolmente reso partecipe di un “intervento” del Procuratore, attuato con modalità quantomeno idonee a compromettere l’immagine di imparzialità dell’ufficio, denota una grave carenza del magistrato in valutazione rispetto a tale requisito che, insieme a quello della indipendenza, costituisce il fulcro della giurisdizione.

Detti valori costituiscono, infatti, requisiti preliminari per l’esercizio delle funzioni giurisdizionali e la rilevanza delle condotte che denotino carenze del magistrato sotto tale profilo non può considerarsi circoscritta alla loro dimensione temporale, né compensata da buoni risultati ottenuti sotto il profilo organizzativo.

Analoghe considerazioni valgono per il secondo episodio (come il primo, oggetto di contestazione in sede penale e disciplinare), che attiene all’avocazione (materialmente disposta in data 19 ottobre 2007 dal Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Catanzaro, dott. Dolcino Favi) del procedimento n.2057/06/21 (c.d. Why not) di cui era assegnatario il sostituto procuratore dott. Luigi de Magistris, che ne era titolare unitamente al Procuratore della Repubblica ed allo stesso dott. MURONE. Anche in questo caso secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Salerno, tale atto sarebbe stato adottato in concorso tra i tre magistrati (Favi, Lombardi e MURONE) allo scopo di produrre una stasi del procedimento conseguente alla sottrazione delle indagini al dott. De Magistris e quindi favorire gli indagati Pittelli (senatore ed avvocato) e Saladino, dai quali Lombardi e MURONE avevano ricevuto denaro ed altre utilità.

Anche in questo caso risulta oggettivamente come il dott. MURONE abbia predisposto la nota del 19 ottobre 2007 con la quale indicava al Procuratore Generale le ragioni che potevano adottare una decisione di avocazione del procedimento ai sensi dell’art.372 c.p.p..

Il dott. MURONE, nel confermare il contenuto di tale nota, riferisce in sede di audizione, che in quel periodo il Procuratore della Repubblica era assente e che egli era stato delegato per rispondere ad una specifica richiesta della Procura Generale che richiedeva notizie sul procedimento c.d. “why not”, proprio al fine di valutare l’adozione di un provvedimento di avocazione. Nel merito, tale nota (ed il conseguente provvedimento di avocazione che la riprende integralmente) appare fortemente opinabile (fino ad apparire un probabile pretesto), soprattutto nella parte in cui si sostiene una situazione di incompatibilità del sostituto derivante da grave inimicizia con il Ministro della Giustizia, on. Mastella che era indagato in quel procedimento. Tale circostanza veniva ricollegata unicamente al fatto che da parte del Ministro, per il tramite dell’Ispettorato Generale, erano in corso accertamenti sui comportamenti del dott. De Magistris, anche in relazione al procedimento penale nel quale era indagato il Ministro.
Appare evidente come un provvedimento di tale rilevanza come quello dell’avocazione, soprattutto ove si tenga conto della delicatezza e della complessità delle indagini che erano in corso, sia stato fondato su di un presupposto privo di consistenza al punto da apparire pretestuoso.

Ma ciò che più rileva è il fatto che il dott. MURONE (e conseguentemente il dott. Favi) abbia apertamente violato il principio (fissato dall’art. 372 lett. a) c.p.p.) per il quale prima di procedere, o di sollecitare l’avocazione, è indispensabile verificare la possibilità di una sostituzione del magistrato che si trova in una situazione di incompatibilità. Il dott. MURONE nella nota sopra indicata, afferma in modo apodittico, a proposito del sostituto titolare del procedimento, che “non risulta in altro modo disposta la sua sostituzione”, senza che sia stato effettuato alcun tentativo di sostituzione, ammesso che vi fossero i presupposti per procedere in tal senso.
Peraltro lo stesso dott. MURONE era titolare (addirittura unitamente al Procuratore della Repubblica) del procedimento poi oggetto di avocazione.
Tali considerazioni rendono evidente la debolezza della difesa del dott. MURONE, che in sede di audizione sostiene di non aver sollecitato l’avocazione, ma di essersi limitato ad evadere una richiesta specifica della Procura Generale, quasi si trattasse di un adempimento rispetto al quale non vi era alcuna implicazione connessa alle proprie attribuzioni. Anzi, tali affermazioni che finiscono per aggravare la sua posizione, perché il dott. MURONE conferma di aver disconosciuto le proprie responsabilità di Procuratore Aggiunto e di contitolare di quel procedimento, dando piena dimostrazione di assoluta inadeguatezza a ricoprire quel ruolo.
L’anomalia della procedura seguíta desta ulteriori perplessità anche alla luce di quanto accade a seguito dell’avocazione. Si produce, infatti, una sostanziale frammentazione del procedimento con la trasmissione (quantomeno frettolosa, attesa la mancata conoscenza dell’andamento delle indagini e delle ipotesi investigative in corso) di parte degli atti alla Procura di Roma erroneamente ritenuta competente per la trasmissione degli stessi al Tribunale dei Ministri, e l’assegnazione di quello che resta del procedimento, ad un magistrato privo della necessaria esperienza, in quanto appena reduce dal periodo di tirocinio.
Anche in questo caso sarà nelle sedi opportune che dovrà essere verificato se tali comportamenti possano integrare le fattispecie penali per le quali il dott. MURONE è imputato. Tuttavia, va rilevato come, in relazione a questo secondo episodio, i comportamenti assai discutibili tenuti del dott. MURONE nell’esercizio delle sue funzioni, appaiano decisamente aggravati dalla circostanza relativa ai rapporti di amicizia che legavano il dott. MURONE a Saladino Antonio, indagato nel procedimento penale cd. Why not. Ora, anche a prescindere dalla fondatezza dell’ipotesi secondo la quale il dott. MURONE avrebbe ricevuto utilità dal Saladino proprio per favorirlo nell’ambito dell’inchiesta in cui era coinvolto, il fatto che il dott. MURONE abbia favorito l’adozione di un provvedimento così discutibile nell’ambito di un procedimento penale che riguardava persona con la quale era legato da rapporti di amicizia è, di per sé, circostanza di assoluta gravità che incide in modo molto significativo sul prestigio sull’imparzialità e sull’equilibrio con il quale dovrebbero essere svolte le funzioni giudiziarie ed in particolar modo quelle di maggiore responsabilità dovute al ruolo semi- direttivo ricoperto.
E’ evidente che, anche con riferimento a tale episodio, la condotta del dott. MURONE si presta ad una valutazione del tutto negativa in relazione al possesso dei requisiti essenziali dell’indipendenza e dell’imparzialità, necessari per ricoprire incarichi di direzione e di collaborazione nella direzione di uffici giudiziari.

Alla luce di tali elementi, deve essere proposto di non confermare il dott. Salvatore MURONE nell’esercizio delle funzioni semidirettive di Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro.
Presupposto imprescindibile per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali, e quindi di quelle direttive e semidirettive, è il pieno possesso delle doti di indipendenza, imparzialità ed equilibrio.
Inoltre, sempre al fine dell’esercizio delle funzioni dirigenziali, deve essere apprezzato anche il prestigio del magistrato, valutato in riferimento alla stima acquisita all’interno ed all’esterno degli uffici giudiziari.
Ebbene, secondo l’unanime avviso della V Commissione, all’esito dell’attenta disamina di tutti gli elementi sopra esposti e degli esiti dell’audizione dell’interessato, si deve affermare che il dott. MURONE non può essere confermato nelle funzioni semidirettive svolte, essendo il possesso di quei requisiti, fondamentali per il corretto esercizio di tale funzione, gravemente compromesso.

Né le valutazioni positive sulle modalità di svolgimento dell’attività giudiziaria, come descritte nel parere del Consiglio Giudiziario, possono in alcun modo “compensare” le gravi carenze palesate in relazione ai doveri di indipendenza e imparzialità e al requisito del prestigio.

Il Consiglio delibera di non confermare il dott. Salvatore MURONE nell’esercizio delle funzioni semidirettive di Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro con decorrenza dall’1.8.2009.
Dispone l’invio della delibera al Ministro della Giustizia per i provvedimenti di sua competenza ai sensi dell’art.17 della legge n. 195/58”




lunedì 12 settembre 2011

La lezione e l’esempio dell’avv. Oreste Flamminii Minuto






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






Il 29 agosto è morto l’avv. Oreste Flamminii Minuto.

A questo link un ricordo di Olivero Beha che ne era amico.

Quando viene a mancare un grande uomo è molto imbarazzante scrivere qualcosa, perché si rischia di aggiungersi alla lista di quelli che approfittano dell’occasione per mettersi in mostra o all’altra di quelli che cadono nella retorica. E se di una cosa l’avv. Oreste è nemico è della retorica.

Dunque, ho atteso un po’ a scrivere queste righe, ma ora sento di doverle mettere nero su bianco, per lasciare una traccia della gratitudine che porto a questo grande Avvocato e grandissimo Uomo per il suo esempio e la sua lezione di vita.

Mille cose si possono dire dell’avv. Flamminii Minuto, delle sue eccelse qualità professionali, del suo coraggio, della sua schiettezza, della sua onesta, del suo valore.

Fra le tante cose che – dal mio modestissimo punto di osservazione – credo abbiano contraddistinto la sua esistenza, ne vorrei sottolineare qui una: l’amore per le idee, i valori, la verità (quella con la “v” minuscola che noi uomini possiamo attingere, ma pur sempre la “verità”).

Tanti citano spesso – a proposito e a volte a sproposito – il noto elenco di profili umani che Sciascia mette in bocca a don Mariano nel suo “Il giorno della civetta”.

L’elenco era: “Uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraqua”.

Tutti si concentrano sui quaquaraqua e dimenticano i ruffiani, dei quali don Mariano dice che “sono diventati un vero esercito”.

I ruffiani: coloro che vivono cercando di compiacere questo o quello per averne un vantaggio.

E’ questo il tempo nel quale l’art. 1 della nostra Costituzione dovrebbe essere riscritto dicendo “L’Italia è una Repubblica fondata sulle relazioni personali”. Sulle amicizie interessate.

L’Avvocato Oreste è l’esatto contrario di questo. E’ l’uomo al quale sommamente si applica il detto di Aristotele: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”.

Un uomo che si è sempre battuto in prima persona per ciò che ritiene giusto, senza mai fare alcun conto di vantaggi e svantaggi che potessero venirgliene.

Un uomo che ha un senso grandissimo dell’onore vero, dell’onore che consiste nel servire il giusto e il vero e non in una ridicola ipertrofia dell’io come tanti, invece, mostrano di intenderlo.

L’avvocato Oreste è l'esatto contrario non solo dei mille ruffiani al potere, ma anche dei tanti ominicchi che ci ammorbano l’orizzonte; degli ominicchi, dei quali don Mariano dice che «sono come bambini che si credono grandi».

L’avvocato Oreste è un grande con la semplicità, la sincerità, l’umiltà, l’entusiasmo di un bambino.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente perché un giorno, avendo lui letto un articolo di questo blog, è intervenuto con un commento, scritto come il più semplice dei lettori. Con una semplicità tale che un altro lettore ha ironizzato, dicendosi certo che non poteva essere davvero l’avv. Flamminii a scrivere qui così. E lui, ovviamente, gli ha risposto con la più serena e semplice sincerità.

E io gli ho scritto la mia gratitudine. E lui mi ha risposto con un: “Sentiamoci”.

E io gli ho telefonato. E lui mi ha trattato come un amico da sempre.

Ho avuto anche il privilegio e l’onore di essere assistito da lui in un giudizio.

Mi manca davvero moltissimo l’avv. Oreste.

Mi mancano le telefonate nelle quali lo scoprivo - lui molto più avanti in età di me - più entusiasta, più battagliero, più determinato, meno stanco e pessimista di me.

Un uomo nella cui mente l’ipotesi di una resa, di un abbandono, di un “chissenefrega” non si affacciava mai.

Ha ragione Olivero Beha: è morto giovanissimo l'avv. Oreste.

Mi mancano le telefonate nelle quali mi diceva cose bellissime e grandissime come se fossero cose comuni, delle quali non menare vanto e da non usare per salire in cattedra.

Mi manca moltissimo l’avv. Oreste.

Ho scritto di lui al presente.

Ha scritto Aristotele: «La morte e le ferite saranno dolorose per l’uomo coraggioso, che le subirà contro voglia, ma le affronterà perché è bello affrontarle, ovvero perché è brutto non farlo. E quanto più completa sarà la virtù che possiede e quanto più sarà felice, tanto più soffrirà di fronte alla morte: è per un uomo simile, soprattutto, che la vita è degna di essere vissuta, ed è lui che sarà privato dalla morte dei beni più grandi, e lo sa. E ciò è doloroso» (Etica Nicomachea, III, 9, 1117 b 7-13).

Io spero ardentemente che Dio Padre Onnipotente, che ha creato il mondo e ci ha fatto doni così immensi, abbia una coerente uguale generosità nel non lasciare che cose tanto belle e preziose si perdano.

Io spero ardentemente che l’avv. Oreste sia sempre con noi. Altrove. Ma presente. Con il realismo, l’ironia, la grandezza semplice che ci facevano sentire protetti e in bella compagnia nella terribile fatica di vivere.




domenica 11 settembre 2011

Il carcere, tra previsioni normative e realtà




di Vito Pirrone
(Avvocato)






È principio giuridico assodato che la sanzione è la risposta della società alla trasgressione dell’ordinamento giuridico, che ogni società civile si dà per assicurarsi la pacifica convivenza.

È prioritario identificare quelle sanzioni che creino il giusto equilibrio sociale.

Nella nostra analisi partiamo dal presupposto secondo cui il momento penitenziario e quello sanzionatorio non sono estranei al processo, ma ne fanno parte, presupposto che ci pone in un’ottica ben determinata.

Infatti, se il momento sanzionatorio e quello penitenziario fanno parte del processo, ne consegue il coinvolgimento in prima persona degli avvocati e di tutti gli operatori del settore, e tutto ciò che accade va inquadrato in un clima di contraddittorio e di principio di legalità.

Purtroppo, dobbiamo notare dei paradossi del nostro sistema: l’art. 27 della Costituzione stabilisce il principio della pena finalizzata alla rieducazione e risocializzazione.

Nel nostro ordinamento la pena aspirerebbe al recupero del cittadino (con un percorso trattamentale).

Il carcere si dovrebbe porre come una esperienza provvisoria, che preluda al rientro nella società.

È noto che l’attuale condizione delle carceri italiane contraddice radicalmente l’intento della Carta fondamentale.

Basti considerare lo stato di sovraffollamento delle carceri: ogni struttura carceraria attualmente ospita una popolazione penitenziaria che risulta essere più del doppio della capienza massima per la singola struttura.

Una cella tipo (in un istituto, per esempio, come quello di Catania – Piazza Lanza) ospita dagli 8 ai 12 detenuti, il che contravviene assolutamente a quanto previsto dagli articoli 5 e 6 dell’ordinamento penitenziario in materia edilizia e sui luoghi di pernottamento e soggiorno.

Il sovraffollamento verosimilmente è dovuto ad una legislazione che favorisce sempre più i percorsi che dal sociale portano al penale.

Attualmente nelle nostre carceri è presente una popolazione in esubero (rispetto alla capienza massima) di ben 23.000 unità (!), dato ancora più allarmante se si considera la carenza di personale dell’amministrazione penitenziaria di circa 7.000 unità.

Analogo discorso può essere effettuato a proposito dell’articolo 13 dell’ordinamento penitenziario e della individuazione della pena, principio anch’esso completamente disatteso, dal momento che la distribuzione dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari dovrebbe tenere conto della “tipizzazione” dei reati da essi commessi, laddove si registra invece un accorpamento di detenuti in un unico ambito che comprende dai mafiosi, ai primari, ai ragazzi che hanno compiuto uno scippo.

E, in assenza di qualsiasi altra forma di socializzazione, i detenuti trascorrono in cella più di 20 ore: il che evidentemente spiega l’abbrutimento che conseguentemente si produce.

Da un simile livello di sovraffollamento discende anche l’impossibilità di garantire il rispetto dei diritti umani più elementari.

Il detenuto vive in circa 2 mq..

L’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la “non vivibilità” dei nostri istituti penitenziari, a fronte di circa 7 mq. stabiliti a livello europeo come spazio minimo sostenibile.

La Corte di Strasburgo ha evidenziato l’assenza di un piano di edilizia carceraria e ha stigmatizzato la politica penitenziaria italiana e l’assenza di opportune norme di depenalizzazione e misure alternative.

In una tale situazione, va evidenziato che i detenuti non svolgono alcuna attività e si trovano a vivere quella condizione che i sociologi (Wacquant) definiscono di “neutralizzazione dei corpi”, nel senso che i detenuti sono posteggiati in carcere nel modo peggiore. Wacquant sintetizza con lo slogan “dallo stato sociale allo stato penale”.

Altro dato allarmante, che caratterizza in modo drammatico la situazione penitenziaria, è quello dei suicidi.

Nel 2010 in Italia si sono verificati ben 67 suicidi in carcere di detenuti, ma, fanno riflettere, altresì, otto suicidi di personale penitenziario !

Nel 2011 già nel primo trimestre avevamo superato 12 suicidi (come si vede, purtroppo, è un dato che va in crescita); ci si dovrebbe chiedere: perché tanti suicidi ?

In tale contesto andrebbero anche considerati i casi di detenuti morti perché i soccorsi sono giunti troppo tardi !

In Sicilia, purtroppo, al detenuto viene negato il diritto alla salute; infatti, essendo la nostra regione a statuto speciale, avrebbe dovuto recepire il decreto legislativo 230/99 sul riordino della medicina penitenziaria, che trasferiva alle A.S.L. la competenza sanitaria all’interno delle strutture penitenziarie ed il passaggio della sanità penitenziaria al sistema sanitario nazionale.

In realtà, tale decreto non è stato recepito.

Ne consegue che la Sicilia è l’unica regione di Italia nelle cui carceri non c’è servizio sanitario. Sicchè, il vuoto.

Invero, il detenuto con la restrizione perde il diritto della libertà, ma non dovrebbero venire meno gli altri diritti personali costituzionalmente garantiti.

Il detenuto, allo stato, perde anche il diritto alla propria dignità.

Attualmente la situazione, in totale antitesi con il dettato costituzionale, porta ad un abbrutimento della persona umana (carcere = discarica sociale).

Si ritiene il carcere fuori dalla società ! Invero, il carcere è nella società, è parte della società.

Prevale la concezione per cui il carcere è un qualcosa che si pone al di fuori della “città”, al di fuori delle “mura”. Il carcere è dentro la città ed esiste un rapporto fondamentale tra questi due luoghi.

Si parla di sicurezza sociale, ma una vera sicurezza sociale non può prescindere da una politica trattamentale per il detenuto.

Si deve attuare un programma che segua il detenuto dal suo ingresso all’istituto di pena sino all’uscita ed al suo reinserimento sociale nella società.

Oggi il detenuto che esce dal carcere, proprio nel momento di maggiore debolezza e fragilità, viene abbandonato …. Nella bibbia (Deuteronomio capo 15) si prescrive: “… quando li libererete, non fateli andar via a mani vuote; gli regalerete pecore e capre, grano e vino; tutte cose che dovete alla benedizione del Signore”.

Le carceri ci fanno pensare alle città invisibili di Italo Calvino (ai bordi della città).

Il carcere rappresenta un indice del grado di civiltà di un paese.

Oggi la punizione prevale sul trattamento e il tempo del carcere diventa un tempo vuoto: di opportunità, di prospettive, di senso.

Spesso, più che una risposta penale sarebbero opportune politiche di prevenzione sociale.

Una riflessione sulle carceri si ritrova nel film “Il profeta” di Jacques Audiard, un film duro, non solo per le scene, ma realistico, il carcere è così, è duro.

Il film è una critica al sistema carcerario, Malik viene avvolto in modo implacabile dalla società criminale interna, che lo sfrutta e che lui impara a sfruttare.

Spesso c’è emotività nella scelta della carcerazione. Si sente dire, “ma la gente vuole sicurezza”. (Carcere sull’onda emotiva alla richiesta di sicurezza). Ma dall’attuale trattamento carcerario non viene sicurezza.

Una riflessione si impone, con obiettività e senza alcun preconcetto. Possiamo continuare a riempire le carceri senza fare un ragionamento sul senso della pena ?

Al carcere oggi vengono demandati compiti di contenimento di fenomeni socio-politici (immigrazione, tossicodipendenza, disoccupazione), fenomeni che meriterebbero ben altre attenzioni.

Il carcere deve essere usato solo come misura residuale.

Dalla situazione del carcere si vede una incapacità di andare al di là della contingenza.

Bauman ci ammonisce, denunziando che la società non sta gestendo questi problemi, li sta accantonando utilizzando il sistema penale.

Carcere come rimedio all’insicurezza, viene fatto coincidere con la funzione repressiva.

Avverte Bauman, il carcere non aumenta la sicurezza, ma solo la potenzialità di voti elettorali.

Senza voler mettere in discussione il principio di legalità, si possono mutuare o rivedere degli istituti già esistenti.

Non abbiamo bisogno di nuove carceri, quanto piuttosto che i soldi destinati a tale scopo vengano spesi per creare posti di lavoro per i detenuti ed ex detenuti.

Oggi la reclusione ha di fatto una scarsa efficacia sul piano social-preventivo, come testimoniato dai tassi di recidività, laddove l’articolo 27 della Costituzione prevede e impone che la pena debba avere una rilevanza social-preventiva.

Siamo chiamati ad operare affinchè la pena della carcerazione abbia tale efficacia, configurandola come un momento di opportunità e non come una specie di parcheggio.

Facendo così, il detenuto una volta uscito dal carcere non accetti di essere cooptato dagli ambienti criminali per ottenere un lavoro.

Nella società c’è una forte domanda di sicurezza: e nell’attuale situazione la risposta deve nascere prioritariamente già dal carcere.

È in tale sede che occorre cominciare a sperare per un reinserimento sociale, così da dare una risposta alla domanda di sicurezza dei cittadini.

Ci deve essere un ponte tra società e carcere e tra carcere e società.




giovedì 1 settembre 2011

Flamminii Minuto spirito libero




di Oliviero Beha



da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2011


Se ne è andato Oreste Flamminii Minuto, evadendo dalla prigione dei suoi malanni e lasciando non un buco ma un cratere in tutti coloro che gli sono stati vicini, affettivamente, amichevolmente, professionalmente.

È stato vivo, vivissimo nei sentimenti, nelle emozioni e naturalmente nelle idee, fino a un momento prima di andarsene: sembra un’ovvietà, ma forse non lo è o non lo è mai stata per lui e per i suoi simili.

Per morire bisogna essere vivi.

Figlio di un generale medaglia d’oro al valor militare aveva il coraggio nelle vene e nella testa.

A 18 anni si guadagnò una medaglia al valor civile per aver salvato due che stavano annegando, per dire …

Le sue radici erano a Colledara, sul versante adriatico del Gran Sasso dove la piana comincia a respirare orizzontalmente, radici di abruzzese scabro di fuori e gentile di dentro rimasto legatissimo a quelle zolle: uno che poteva disquisire di tutto o quasi e infiammarsi o meglio infumarsi di colpo mandandoti rudemente a quel paese senza preavviso.

Dalle sue foto giovanili si affaccia un bel giovane biondo, minuto, attraente per le donne e insieme inquieto, un generoso “cuore granata” e un’aletta veloce nelle partite della squadra dell’Espresso in cui Scalfari sembrava quasi – per la gran barba quello di ora …

È stato un grandissimo, inarrivabile avvocato, ma per questo suggerisco ai giovani lettori de Il Fatto una semplice cliccatina su un motore di ricerca … Troveranno tanto su di lui, specie per le sue battaglie a favore della libertà di parola.

Considerarla però soltanto una pur decisiva e democratica questione di “stampa” è fare un torto a Oreste e alle sue intemerate.

Certo, era il punto di arrivo, come quando nel dicembre scorso provocò sul tema Wikileaks, interrogandosi su cosa sarebbe accaduto nel Paese dei Berlusconi e dei Frattini, ma anche dei D’Alema e dei Bersani, se quell’Assange fosse stato italiano …

Ma per Oreste, finissimo spirito dalla testa ai piedi e quindi uso a mischiare pandette e partite, aule di Tribunale e campagna con porchetta “ma delle mie parti”, alto e basso, istituzioni e strada senza lasciare mai il timone dell’onestà intellettuale, del rispetto di sé e degli altri, la libertà di espressione era la parte visibile di una libertà interiore che vedeva scarseggiare sempre di più.

La libertà di pensiero non si compra né si vende, non si vede dall’esterno ma si dimostra nei comportamenti, nelle scelte, nei prezzi pagati: Oreste è stato tutto questo, sanguigno e coraggioso.

Di raro, aveva anche un suo modo di “storicizzare la cronaca”: da sempre la sua idea era quella di pensare, parlare, esercitare la sua professione senza privarsi di un orizzonte che storicizzasse il suo lavoro, comunque ficcato ben dentro la quotidianità.

Ho perso il conto delle cause per diffamazione da lui sostenute difendendo L’Espresso per mezzo secolo in tutti i contesti, dalle more democristiane alle asperità comuniste, nelle stagioni del terrorismo come in quelle del lassismo berlusconiano, venendo ripagato ultimamente con una moneta d’ottone che gli ha fatto male: di certo so che le ha vinte tutte.

Un bel record, non vi pare?

E provate a chiedere di lui nel luogo mitico del cinema italiano più importante, nel ristorante romano da “Otello alla Concordia”, dove da avvocato, da amico (spesso in veste “Amici miei”) ma soprattutto da persona ha diviso il tempo, gli umori e l’aspetto professionale che gli perteneva con Germi, o Monicelli, o Scola, e un elenco lunghissimo di “addetti”, nel senso anche di addetti a stimarlo sempre, e spesso a volergli bene.

Per questo dico che lascia un cratere che non si colma se non in parte con la memoria del suo pensiero, dei suoi scritti, del resoconto delle sue “campagne”.

Forse una raccolta complessiva dei suoi scritti e delle sue arringhe gli renderebbe merito adeguato più del solito “parce sepulto” esibito come salvacondotto.

Muore giovanissimo, credetemi, anche se a 79 anni, avendo profuso impegno senza risparmio, emanando calore intellettuale e politico nel senso più pieno dell’aggettivo (ormai naturalmente dimenticato o considerato obsoleto), riuscendo vicino a chiunque avesse a che fare anche fuggevolmente con lui proprio per tale innata disponibilità che aveva trasformato nel motore del suo lavoro.

Per questo parlare solo di un formidabile avvocato specialista dei processi in merito alla libertà di stampa, che pure è sotto i tacchi come non mai ora e qui, rischia di ridurne la sagomatura e forse non gli basterebbe o non lo interesserebbe più di tanto.

Sia quando raccontava delle sue origini e dei suoi studi, e poi delle sue battaglie epocali in aula, sia ultimamente quando aveva pienamente scoperto internet continuando a pronunciare “e-mail” proprio come si scrive per un suo vezzo insuperabile, quello che davvero gli premeva era il fantasma della libertà che lui umanisticamente metteva in scena in ogni momento della sua giornata.

Ricordarlo come un uomo libero con tutte le virgolette di un concetto apparentemente astratto, un uomo che non aveva paura della libertà, circonda il bordo del cratere e ci permette forse di godercelo ancora un poco, vivissimo nella memoria mentre molti zombies gli sopravvivono.

Ciao, Oreste.


domenica 19 giugno 2011

P27: la situazione è grave, ma non seria.

P2, P3, P4, .... P27.


La citazione di Ennio Flaiano non richiama alla memoria l'Italia degli anni settanta, ma la stretta attualità.

Non è serio un Paese nel quale, in nome di un malinteso “garantismo”, si attendono i tempi epocali della formazione del giudicato penale prima di adottare rimedi su piani diversi da quello giudiziario.

E' un po' l'auto-accusa che da sempre la politica si muove quando parla di questione morale. Si dice, in soldoni: ferme le massime garanzie sul piano giudiziario, la responsabilità politica dovrebbe prevenire quella penale ed è quindi impensabile procrastinare i rimedi all'esito del processo.

Come si sarà notato, tale forma di responsabilità non ha mai attecchito nel nostro Paese.

E la cosa non è prerogativa della sola politica.

La magistratura non è esente dalla medesima sindrome, la stessa che spinge a proclamare sistematicamente il proprio senso di colpa per marcare, a chiacchiere, la distanza da modelli negativi, senza tuttavia porre in essere le reazioni adeguate alla gravità dei fatti che via via, uno dopo l'altro, confermano la triste deriva del sistema giudiziario.

Oddio, non è sempre così.

Può capitare, ad esempio, che un De Magistris venga privato dall'oggi all'indomani delle sue inchieste con un'inaspettata “avocazione” (il cui autore è oggi imputato per abuso d'ufficio ) e trasferito ad altra sede e funzioni dal CSM subito dopo che aveva fatto perquisire tal Luigi Bisignani.

O che i PM salernitani - che stavano accertando proprio gli abusi commessi contro l'attuale Sindaco di Napoli - nel volgere di tre giorni siano fatti traslocare dai loro uffici per essersi dilungati in un decreto di sequestro mettendo a rischio la reputazione di personaggi come Alfonso Papa o Luigi Bisignani.

O che, ancora, la testa di un magistrato come Clementina Forleo sia offerta su un piatto d'argento alla politica che ne invocava il trasferimento; anzi, per mezzo di Guido Calvi, già difensore di D'Alema ed oggi Consigliere Superiore, addirittura lo prevedeva. E' fresca la conferma dell'illegittimità di quel trasferimento ad opera del Consiglio di Stato.

Sono vicende che, ai pochi lettori del nostro blog, appariranno “vecchie” in quanto qui sono state sviscerate nella loro raccapricciante illegittimità MENTRE accadevano.

Ma non montiamoci la testa. Si tratta di eccezioni. Di isolate manifestazioni di “efficienza” del sistema burocratico che sovraintende al governo della magistratura, favorite da una fortunata astrale convergenza d'intenti tra Ministero della Giustizia (ad opera del suo ispettorato), il CSM (organo di tutela dell'indipendenza dei magistrati!) e la stessa Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato delle toghe!).

Tratteggiamo, ora, alcuni dei personaggi che in quelle vicende hanno svolto un qualche ruolo.

Dalle notizie di stampa dei mesi successivi, fino all'attualità, abbiamo appreso:

che Achille Toro, Procuratore Aggiunto da Roma con delega sui reati contro la pubblica amministrazione ed uomo di vertice della corrente dell'ANM Unicost, aveva rapporti “non ufficiali” con faccendieri di vario genere, in seguito ai quali è stato sottoposto a processo penale e si è dimesso dalla magistratura. All'epoca dei fatti di De Magistris e di Salerno-Catanzaro era enorme il peso di Achille Toro nell'Associazione Nazionale Magistrati. Tanto che l'ANM, quando la sua vicenda penale venne a galla, si limitò ad un ambiguo comunicato che stigmatizzava più gli inquirenti fiorentini che l'adepto infedele.

Grande amico di Achille Toro è l'onorevole Alfonso Papa, magistrato in aspettativa che in passato ha operato da fuori ruolo al Ministero della Giustizia, intessendo ottimi rapporti con soggetti come Luigi Bisignani, utili a spianargli la via ad un seggio parlamentare.

Al Ministero sedeva (e siede tuttora) a capo dell'Ispettorato Arcibaldo Miller, anch'egli magistrato fuori ruolo, che è incappato nella vicenda della cd. P3 (ma già siamo alla P4) ; era capo dell'ispettorato anche al tempi di De Magistris e della vicenda Salerno-Catanzaro. La P3, come a tutti noto, si occupava anche di sponsorizzare la nomina dei vertici di importanti uffici giudiziari (Alfonso Marra, alla Corte d'Appello di Milano) ed aveva rapporti di amichevole frequentazione con l'allora Presidente della Corte di Cassazione, in tale veste anche componente del CSM. Della Corte d'appello di Milano si è saputo, di altri uffici ancora no.

A dar credito alle prime notizie emerse sulla P4, dossieraggio e ricatto sono gli strumenti privilegiati dell'azione di una consorteria che avrebbe preso di mira anche l'attuale vice-presidente del CSM, Michele Vietti.

L'ispettorato del Ministero della Giustizia è un ufficio molto delicato perché di fatto (non di diritto, secondo la tesi che da sempre sosteniamo) mette il naso negli uffici giudiziari d'Italia perlustrando dall'interno inchieste piuttosto “sensibili”, solitamente riguardanti potenti del Paese. Può quindi svolgere indagini e chiedere al CSM la punizione dei magistrati.

Questo il ritratto di Arcibaldo Miller “dipinto” in una delibera del CSM che chiude una pratica aperta nel luglio del 2010:

"Da quanto sopra esposto appare evidente che il dott. Arcibaldo MILLER ha tenuto una condotta in aperta in violazione dei canoni di imparzialità e indipendenza in quanto:

· ha partecipato a riunioni nelle quali si esercitavano pressioni politiche anche illecite su organi di rilevanza costituzionale nell’esercizio della giurisdizione;

· ha posto il suo potere amministrativo a servizio di interessi di parte politici e affaristici.

In tal modo dimostrando incapacità di svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

Va tuttavia osservato che nella specie la procedura dell’art. 2 L.G. non sarebbe utilmente esperibile, dal momento che il ruolo ricoperto non è a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Pertanto sotto tale profilo Il Consiglio,

delibera

l’archiviazione parziale della pratica, limitatamente alla posizione del dott. Arcibaldo MILLER, con restituzione degli atti alla Prima Commissione per il prosieguo dell’istruttoria.

Dispone altresì la trasmissione della pratica al Vice presidente per eventuali comunicazioni agli organi istituzionali, alla quinta ed alla terza commissione, per le valutazioni di loro competenza e per eventuale revoca dell’autorizzazione al fuori ruolo in quanto venuti a mancare i presupposti di interesse dell’amministrazione”
.

Questa, invece, la “dura” presa di posizione del presidente dell'ANM (la stessa che aveva in precedenza chiesto l'intervento punitivo di Miller contro i colleghi di Salerno nella cui inchiesta già figuravano tra altri, Papa e Bisignani) del 7 luglio 2010, tratta da un'intervista rilasciata a La Stampa:

“... la situazione di chi è il capo degli ispettori di via Arenula è oggettivamente delicata. Chi riveste tale carica non può avere frequentazioni politiche che hanno come oggetto addirittura una sua eventuale candidatura politico-amministrativa. E' chiaro che il Ministro di Giustizia deve valutare e agire di conseguenza”.

Il Ministro, evidentemente e dal suo punto di vista, ha valutato ed agito di conseguenza lasciando al suo posto Arcibaldo Miller.

Orbene, voi direte, ma cosa ha fatto il CSM dai tempi della P3 e fino al tempo della P4?

Cosa ha fatto di concreto l'ANM per sollecitare l'allontanamento di Arcibaldo Miller da un ufficio tanto delicato per tutti i magistrati italiani?

Lascio che a rispondere sia il massimo filosofo che i tempi meritano, vale a dire Cetto La Qualunque: “Un emerito ... nulla!”.

Poche settimane per trasferire De Magistris e Clementina Forleo; pochi giorni per spazzare via l'intera procura di Salerno.

Nella desolante “melina” istituzionale sul caso Miller rivive l'amarezza delle parole di Ennio Flaiano. E, vista la vicinanza al potere - nella peggiore accezione possibile - di molti influenti magistrati, fa capolino il timore di un sistema giudiziario sotto ricatto in molte delle sue più delicate articolazioni.


Nicola Saracino



giovedì 16 giugno 2011

L'ANM sulla P4

Associazione Nazionale Magistrati

I fatti che emergono dall'inchiesta di Napoli, nei confronti del magistrato in aspettativa per mandato parlamentare Alfonso Papa, appaiono oggettivamente gravi e inquietanti. L'Anm chiederà al collegio dei probiviri di valutare con urgenza la compatibilità di alcuni comportamenti con l'appartenenza alla Anm. Pur nel pieno rispetto del principio costituzionale di non colpevolezza, riteniamo che la credibilità di una associazione come la nostra si misuri sulla capacita di dare risposte immediate e visibili sulla questione morale.

Roma, 15 giugno 2011

Luca Palamara – presidente

Giuseppe Cascini – segretario generale

Antonello Ardituro – vice presidente

venerdì 3 giugno 2011

La lezione di Luigi de Magistris





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 3 giugno 2011


Vorrei commentare la vittoria di Luigi de Magistris a Napoli sotto profili diversi da quello più propriamente “politico”.

Quella vittoria, infatti, secondo me è una fatto estremamente importante sotto tanti profili, ma quelli che io considero più importanti non riguardano la “politica” in senso stretto, ma la politica come dovere civico, come valore morale, come senso dell’esistenza.

Luigi ha vinto in un contesto caratterizzato dalle seguenti circostanze:

1. Luigi non ha una lunga esperienza come politico attivo;

2. Luigi non aveva capitali economici per la sua campagna elettorale;

3. Luigi aveva contro tutti i partiti tranne un paio, di minoranza;

4. La maggior parte degli osservatori scommetteva che avrebbe perso (un sito di scommesse dava la sua sconfitta 3 a 1).

Poste queste condizioni, la vittoria di Luigi dimostra che in questo tempo chi ha delle idee e il coraggio di giocarcisi se stesso, può vincere. Azzarderei, vince.

Le parole chiave sono, secondo me: 1. avere idee, 2. giocarsi se stessi.

Il dramma di questo tempo è che è l’epoca della volontà bruta, della notte della ragione, del titanismo presuntuoso e velleitario, quando non (più spesso) falso e imbroglione.

Ed è l’epoca del cinismo e della tirchieria.

La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma vuole che gliele cambino gli altri.

La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma nel frattempo vuole mantenere tutti i vantaggi dello status quo.

La maggioranza degli italiani sogna un messia che gli cambi il mondo mentre loro continuano a fare le porcherie e la vita meschina di sempre.

E’ questo che ci trascina in basso.

Non ci può essere sviluppo, civiltà, società senza impegno. Vero. Faticoso. Di ognuno. In prima persona.

La storia di Luigi de Magistris ci toglie gli alibi.

La sua vittoria dimostra che si può. E’ la prova oggettiva, documentale, incontrovertibile che si può.

E, come è già stato detto, se si può si deve.

E questa questione è essenziale anche per il futuro più prossimo.

La gente ha dimostrato di avere qualità votando per Luigi.

Ma purtroppo questo non servirà a nulla se quella stessa gente non si impegnerà per fare ciò che serve.

E’ indispensabile che gli italiani smettano di credere che basti votare per un messia che ci salvi.

Neppure Luigi potrà salvare Napoli, se i napoletani da domani non si impegneranno a essere diversi.

Una società non è (solo) ciò che votano i suoi cittadini, ma ciò che fanno. Ognuno di loro. Ogni giorno. In ogni cosa.

Luigi de Magistris ci ha dato e – con il suo entusiasmo e la sua abnegazione nel portare avanti un sogno ad ogni costo – ancora ci dà una lezione molto grande.

La parte più importante di questa lezione, secondo il mio modesto parere, non è quella politica (nonostante l’avventura di Luigi sia una enorme strepitosa lezione di politica a una classe dirigente di partitocrati che sono stati letteralmente umiliati da un ragazzo arrivato alla politica l’altroieri), ma quella morale.

Fare tesoro di questa lezione è un imperativo etico e l’unica possibilità che abbiamo di salvarci.

Questo Paese non ha (solo) un pessimo governo, ha anche pessimi cittadini. Pessimi sotto il profilo della mancanza di impegno personale, della viltà, dell’opportunismo, della disponibilità al compromesso morale, della disponibilità alla illegalità (ampiamente praticata in ogni dove).

Questo deve (cominciare a) finire.

Dobbiamo fare tesoro della lezione di Luigi, perché tutto non si riduca a una bella festa in piazza.

Lunedì sera non “abbiamo vinto” un bel nulla. Lunedì sera la generosità e il coraggio morale di Luigi de Magistris hanno creato una possibilità per tutti noi.

Luigi ha vinto, noi ancora no.

Questa “possibilità” offertaci da Luigi diventerà “realtà” solo se da oggi ognuno di noi si sentirà in dovere di impegnarsi. Sul serio. Ogni giorno. In tutto. Senza calcoli. Senza paracadute. Senza alibi.

Non abbiamo fatto tesoro della lezione di tanti magistrati morti.

Oggi abbiamo davanti la lezione di un (ex) magistrato vivo.

La palla è a noi.

_______

P.S. – Luigi è un ex magistrato, perché, diversamente dal resto del Paese, nella magistratura il rinnovamento non è neppure all’orizzonte e la corporazione vive nel buio della peggiore prima repubblica. Ed è un ex magistrato vivo perché oggi i magistrati non è più necessario ucciderli: ci pensa la corporazione a neutralizzarli.



Il 12 giugno andiamo a votare ai referendum


Il referendum del 12 giugno riguarda temi di estrema importanza.

A questo link il sito del Comitato promotore.

E' essenziale che si raggiunga il quorum.

Andiamo a votare.








martedì 31 maggio 2011

La dittatura dei giudici


Ennesima delirante uscita del Presidente del Consiglio contro la Giustizia.

La notizia dappertutto.

Due articoli di stampa a questo link e a quest'altro.

Per non piangere la vignetta qui sotto.







martedì 17 maggio 2011

Le verità essenziali





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 17 maggio 2011


Io credo che le colpe più gravi degli italiani siano quelle intellettuali e morali.

In particolare, su tutte, una: la violenza alla verità.

Gli italiani più di tutti gli altri credono di potere “piegare” la verità a piacimento.

Siamo il popolo che più di ogni altro è incline al “Cara non è come sembra”.

E, con riferimento alle cose più serie, siamo il popolo della “finanza creativa”, dei trucchi di bilancio, della sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio, delle sanatorie edilizie e di quelle fiscali.

Da noi, insomma, le cose non sono mai ciò che sono, ma ciò che noi vogliamo, anzi pretendiamo che siano.

Da noi mentire non è disonestà morale, vergogna, attentato al bene comune, oltraggio alle intelligenze altrui, ma astuzia, “coraggio”, “decisionismo”, “metterci la faccia”, “virilità”, “potere”.

E la sincerità, l’onestà intellettuale e morale sono “moralismo” e “bacchettoneria”.

Questo rende difficile, ai limiti dell’oggettiva impossibilità, una vita civile.

Perché la vita di una società civile è fatti e idee.

Se i fatti vengono negati spudoratamente e le idee costruite su menzogne palesemente tali, è praticamente impossibile parlare davvero e confrontarsi.

Per questo – e me ne scuso con i miei pochi e generosi lettori – da un po’ scrivo poco. Perché è difficile parlare, quando le parole non sono più “pietre” sulle quali costruire, ma sassi tirati per demolire la verità.

Il 99% del dibattito pubblico del nostro Paese si avvita ormai non più sui fatti, sui nostri problemi reali, sulle necessità di questo e di quel pezzo di un Paese che va in bancarotta, ma su un racconto totalmente falso che le televisioni di un regime elaborano a reti unificate ventiquattro ore su ventiquattro e che un popolo di sudditi e spettatori/consumatori si bevono passivamente.

Io ho sempre ritenuto gli americani un popolo culturalmente un po’ rozzo e giuridicamente molto rozzo.

Ma sono folgorato dalla quantità di vero e di buono che ogni tanto la loro cultura e soprattutto le loro prassi producono.

Dalla enorme mole di articoli sulla vicenda di Dominique Strauss-Kahn mi hanno folgorato poche battute:

- l’udienza per la convalida dell’arresto è durata OTTO minuti, OTTO; un solo giudice (non una Corte di cinque o sei, ma un solo giudice, del quale nessun giornale si sogna di raccontare per chi vota e di che colore ha le calze) ha consentito a due avvocati fra i più pagati del mondo di difendere uno degli indagati più potenti del mondo dicendo pochissime cose (quelle – le uniche pertinenti – che si possono dire in cinque minuti); il di più sarebbe stato ritenuto oltraggio alla Corte;

- la decisione del giudice è stata pronunciata dopo che l’indagato ha «atteso il suo turno come un criminale comune, seduto su una panchina e guardato a vista da un poliziotto»; ha atteso il suo turno, non gli hanno fatto un turno apposta né un’udienza apposta;

- nonostante abbia offerto una cauzione di unmilione di dollari, il giudice ha detto che deve restare in galera, non “ai domiciliari”, “in galera”, perché – semplicemente e banalmente – ci sono gravi indizi che abbia davvero commesso il reato per cui è accusato ed è plausibile che tenti di sottrarsi alla pena.

Punto.

E basta.

Anche l’America ha tante malattie, ma evidentemente si è data dei limiti su quelle che è disposta a tollerare.



martedì 8 marzo 2011

Chiù pila pe tutti





di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





Assistiamo ormai da qualche tempo ad un dibattito politico incentrato esclusivamente sulla strategia difensiva del Presidente del Consiglio rispetto al rinvio a giudizio per i reati di concussione e prostituzione minorile e, nella logica della ormai nota provocatio ad populum praticata costantemente dal gruppo dirigente del Popolo della Libertà Responsabile, ogni giorno si attua la strategia difensiva del Presidente attraverso il richiamo al popolo.

Il popolo è infatti costantemente avvertito della “persecuzione giudiziaria” ai danni di Berlusconi attuata dai magistrati che, privi di investitura popolare, perseguono il disegno di sovvertire il risultato delle urne.

In definitiva il messaggio chiaro che non solo il Presidente (legittimato alla sua difesa rispetto alle imputazioni che gli vengono contestate) ma anche i dirigenti del suo partito denunciano al popolo è che quest’ultimo è l’unico vero giudice di Berlusconi poiché la sua elezione e la sua rielezione rendono unitiliter data ogni eventuale indagine o sentenza di colpevolezza penale.

Bene ha fatto il Primo Presidente della Corte di Cassazione (nel discorso di apertura dell’anno giudiziario), prima, e il Presidente della Camera poi, a ricordare che anche la sovranità del popolo è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione quasi a ribadire, ammesso che ve ne fosse bisogno, che il popolo (inteso come maggioranza) non può considerarsi al di sopra della legge, in funzione della sua volontà maggioritaria, e, ad esempio, sovvertire un potere dello Stato.

Così come, è bene ricordarlo, la giurisdizione è esercitata nelle forme prevista dalla Costituzione e l’esercizio dell’azione penale, quando ve ne siano i presupposti (notizia di reato e prove di colpevolezza da vagliare all’interno di un dibattimento), non persegue alcun fine politico, se così fosse bisognerebbe denunciare e perseguire chi esercita l’azione penale a fini di sovvertimento delle istituzioni democratiche per i reati previsti dalle leggi dello Stato quantunque si tratti di Magistrati.

Ma di ciò non vi è traccia, c’è solo il messaggio ripetuto e ossessivo al popolo che l’esercizio dell’azione penale persegue in concreto tale ipotesi, ripetuto in ogni trasmissione televisiva.

Ad esempio lo scalpitante Ministro La Russa ha espresso il concetto in più incontri televisivi così come l’On. Cicchitto che lo ha ribadito anche nell’incontro di Cosenza richiamato a Ballarò nel resoconto della settimana politica.

Il popolo, tuttavia, nella sua organizzazione statuale non solo esprime la sua volontà politica ma si organizza ed elegge i suoi rappresentanti affinché nell’azione di governo siano attuati processi di sviluppo politico nella direzione più soddisfacente dei bisogni della maggioranza.

In questa direzione viene da chiedersi se in questo momento di profonda crisi economica che colpisce in maggior misura la classe media ormai sempre più da intendere come working poor (inteso il concetto di povertà come povertà relativa), i voleri che la classe media ha inteso affidare alla maggioranza di governo siano quelli di stratificare sempre di più la società attraverso il discrimine del denaro.

Cerco di spiegare meglio il concetto. La Prima Repubblica disegnata dalla Costituzione, da studi sociologici di riconosciuto livello scientifico (vedi Pasquino in Polis, sulla mobilità di classe in Italia dal fascismo alla Repubblica), riconosceva all’istruzione il ruolo di canale fondamentale nella mobilità sociale ciò nel senso che grazie a quel canale, in Italia, vi è stato il cambio di classe di molti figli del desueto proletariato e della classe media verso la piccola e media borghesia; ciò proprio attraverso il titolo di studio e le connesse possibilità lavorative ed economiche.

Così come la precostituzione del giudice naturale e la affermata uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ha, nel tempo, consentito ai quivis di, quantomeno provare, e a volte riuscire, reclamare i propri diritti anche nei confronti del contraente forte (è il caso ad esempio di reclami contro grandi produttori di automobili per difetti o altro).

Coerente a tale impostazione è stata ad esempio l’emanazione del codice del consumo che in deroga a tutti quei formulari che spesso ci vengono fatti firmare da Banche, Assicurazioni, Compagnie Telefoniche o Automobilistiche, ha stabilito che il Tribunale competente non può essere quello di residenza del contraente forte (che ciò prevede nei moduli o formulari e che ovviamente ha i mezzi economici per sostenere i giudizi) ma quello del consumatore che in passato per difendersi doveva anche sostenere il costo di un legale a Milano piuttosto che a Roma o altro. Insomma un federalismo rectius: decentramento della giustizia con avversario un grande gruppo o grande produttore.

Allo stesso modo l’intervento dello Stato nella scuola e nelle Università Pubbliche, seppure abbia potuto creare sacche di baronie o sperperi, dal lato del cittadino, soprattutto il meno abbiente, ha garantito quel canale di miglioramento che ha rappresentato la storie dell’evoluzione sociale graduale dell’italiano medio.

Il Governo della Libertà che gode, a sentire i maggiorenti del Partito, del sostegno degli italiani ha, di contro, attuato una controriforma del concetto di uguaglianza di possibilità per i cittadini elevando il livello economico proprio e familiare a discrimine delle possibilità di accesso ai canali di miglioramento economico e sociale.

Nella scuola, ad esempio, il Ministro Gelmini con il c.d. dimensionamento scolastico e il Maestro unico ha di fatto ridotto l’offerta formativa da 30 ore settimanali a 24 ore settimanali generando sempre più il ricorso a corsi supplementari e, soprattutto, a costi aggiuntivi per le famiglie che quotidianamente hanno necessità di ricorrere alla c.d. accoglienza pre e post orario scolastico, così come nelle Università la sacrosanta valorizzazione di Università di eccellenza non accompagnata da sostegno economico alle Università pubbliche renderà di fatto più oneroso il percorso universitario medio così che il discrimine per giungere alle professioni non sarà il merito o la perseveranza quanto il livello economico delle famiglie che, unito alla necessità di iscritti per le Università, si risolverà in una netta separazione tra Università private super qualificanti e Università Pubbliche.

Nell’ambito della giustizia giusta (il c.d. giusto processo) il Ministro Alfano ha di fatto rottamato il processo civile attraverso l’introduzione della mediazione obbligatoria civile che si risolve non in un puro e semplice strumento deflattivo erga omnes quanto in uno strumento deflattivo in funzione della capacità di spesa della parte che vuole reclamare un diritto in causa.

In altri termini la mediazione civile obbligatoria crea per il cittadino che voglia riconosciuto il suo diritto al risarcimento del danno per le infiltrazioni di acqua nella sua casa la necessità di passare attraverso l’organismo della mediazione con un costo medio di mille euro (da precisare che il credito d’imposta che ottiene è sempre in misura minore della spesa) in modo che per iniziare un giudizio civile il workin poor (il cittadino cioè che ha difficoltà ad affrontare una spesa mensile imprevista di € 2.000,00) deve spendere mediamente tremila euro.

L’effetto sarà, ovviamente, quello che la deflazione per i processi civili non riguarderà il tipo di giudizio da intentare ma sarà determinata dalla capacità economica del soggetto che ha avuto leso un diritto.

In definitiva se è vero che gran parte degli italiani sono da annoverare tra la classe media, il popolo cui si rivolge sempre il Partito del Popolo delle Libertà, deve credere nella persecuzione giudiziaria di Berlusconi e avere necessariamente chiesto al suo governo di stratificare le possibilità dell’italiano medio attraverso il suo livello economico altrimenti vi è stato necessariamente qualcuno che ha mentito ovvero non ha capito.

In questo scenario, proprio non sorprendente viste anche le chiare differenze di incassi tra Nord e Sud nel decreto milleproroghe, credo proprio che il nuovo slogan elettorale della prossima campagna elettorale debba essere CHIU’ PILA PE TUTTI, ma qualcuno questo lo persegue da tempo solo che non per tutti.