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sabato 11 luglio 2020

Pregare o cambiare?





In un articolo pubblicato su La Repubblica lo scorso 2 luglio, Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale e indubbiamente tra i più autorevoli e credibili osservatori delle vicende politiche e sociali, ha preso in esame il fenomeno della progressiva e apparentemente irrefrenabile perdita di credibilità che attinge complessivamente la categoria dei magistrati.

Accomunandoli in quest’ottica ai politici e ai giornalisti, l’illustre costituzionalista rinviene la ragione di tale generale fenomeno nel fatto che – Egli scrive – l’immagine della dea Giustizia va rovinosamente in pezzi per tutti quando uno solo provoca un cortocircuito tra rappresentazione e realtà.


Dunque, a differenza di quanto accadrebbe per tutte le altre professioni, i cattivi comportamenti dei singoli magistrati intaccano e coinvolgono negativamente l’intera categoria, la Magistratura tutta: caso Tortora docet, con conseguenti “referendum punitivo” e “legge sulla responsabilità civile”, chiosa l’ex Presidente della Consulta.

Può darsi che anche questa “eccedenza di significato” delle parole e delle azioni dei singoli stia avendo un peso nel generale discredito e nella complessiva perdita di credibilità dei magistrati - e, con essi, della giurisdizione - a cui si sta andando incontro.

Tuttavia, siamo inclini a ritenere che la causa principale del fenomeno vada ravvisata nel fatto che la giustizia – come lo stesso Zagrebelsky non manca di rilevare – è caduta preda di cricche, congreghe, “giri” di potere che hanno sbocco nel Consiglio superiore della magistratura.

Giri” – scrive il Professore – che “si chiamano “correnti” e hanno il loro humus nell’Associazione nazionale magistrati e da lì intrattengono rapporti corruttivi con ambienti della politica interessati soprattutto alle nomine nei posti dirigenziali”. Se il giudice “deve qualcosa a qualcuno, per esempio il posto che occupa, e quel qualcuno è a sua volta espressione di improprie influenze, queste transitano a chi ne è beneficiato. Le correnti e le collusioni con certa politica non si arrestano al CSM; l’inquinamento si scarica sui giudici che ne traggono vantaggio”. Le persone che compongono il CSM sono “tutte inventariate per appartenenza a correnti e partiti […], proiezioni di strutture di potere esterne”, dove “i singoli, salve eccezioni, contano non in quanto tali ma in quanto mandatari di mandanti esterni e in quanto capaci di organizzare gruppi consiliari, con accordi e alleanze”.

Se questo è il quadro desolante dell’attuale stato della “giustizia”, altrettanto desolante è la risposta che Zagrebelsky dà alla domanda sul che fare per rimediare.

Il Professore, infatti, alza le mani e non trova di meglio che affidarsi alla preghiera verso una sorta di laica Provvidenza, “in fervida attesa del rinnovamento morale che tutti invochiamo”.

Il discorso, però, appare contorto, apodittico, illogico e incoerente.

La porta di questo approccio pseudoreligioso sta nel fatto che, afferma l’Emerito, “le istituzioni sono importanti, ma più importanti sono le persone”.
Inutile, dunque, riporre “troppe speranze” nelle “le riforme”: non avrebbero “la forza di cambiare la sostanza” mentre questa avrebbe “la forza di addomesticare le forme”.

Se il male sta proprio nel CSM, nelle “correnti” e “nella collusione con interessi di politicanti e nella qualità degli accordi” e se i singoli non contano in quanto tali ma solo quali tessitori di trame e organizzatori di gruppi, non si comprende affatto perhé ogni soluzione riguardante “i metodi di elezione del CSM” dovrebbe essere “malleabile” e finirebbe per “dare ulteriori occasioni a quei giri che si vorrebbero sconfitti”, ossia alle “correnti”, bastando alle stesse, a tal fine, soltanto “un po’ di tempo”.

Le persone saranno pure importanti, ma se la più grave falla nella giustizia è che essa “è caduta preda di cricche, congreghe, “giri” di potere che hanno sbocco nel Consiglio superiore della magistratura”, ossia di “correnti che intrattengono rapporti corruttivi con ambienti della politica interessati soprattutto alle nomine nei posti dirigenziali”, a noi sembra che quella “falla” possa quanto meno essere contenuta da adeguate “riforme”.

Certo, se si pensa a tocchi gattopardeschi come quelli che sembrano riempire l’attuale madia governativa, meglio restare digiuni

Occorrono interventi radicali, costruiti precludere alla radice l’impossessamento del CSM – oggi pressoché totale – da parte di “cricche, congreghe, “giri” di potere”.

E che ciò sia possibile – da qui l’incoerenza con l’assunto dell’inutilità delle riforme – lo riconosce implicitamente lo stesso Zagrebelsky.

All’affermazione secondo cui “ogni soluzione è malleabile, basta aspettare un po’ di tempo”, l’Illustrissimo costituzionalista infatti premette: “a meno di passare assurdamente all’estrazione a sorte”.

Ah, ecco! Anche Zagrebelsky lo riconosce, ci sarebbe una riforma capace di liberare il CSM da “cricche, congreghe, “giri” di potere”: “passare all’estrazione a sorte”.

E questo spiega, molto semplicemente, perché le “correnti”, di ieri e di oggi – più o meno aggregate, disgregate o rinominate – vedano il diavolo in questa soluzione e ad essa si siano all’unisono sempre strenuamente opposte.

Cambiare, dunque, si può mentre pregare, in questo campo, non serve a niente.

Dobbiamo aggiungere che ci sorprende non poco che Zagrebelsky ritenga l’estrazione a sorte, per quanto efficace a scardinare la correntocrazia, una soluzione assurda. Egli – così profondo conoscitore della storia e così appassionato sostenitore della democrazia – sa bene che proprio l’estrazione a sorte è il metodo elettivo proprio della democrazia.

Quanto alla convinzione che “passare all’estrazione a sorte” sarebbe “una miserabile confessione d’impotenza”, è invece assolutamente evidente che non è così e che, anzi, è esattamente il contrario.

Passare all’estrazione a sorte” dei componenti del CSM o – come si propone, a Costituzione invariata, da parte di questo Blog – dei candidati, costituirebbe espressione dell’idea costituzionale della piena legittimazione dei magistrati in ragione delle loro professionalità e del loro statuto di indipendenza e imparzialità previsto, a garanzia dei diritti delle persone, dalla stessa Costituzione nonché una plastica esplicazione del principio secondo cui i magistrati si distinguono soltanto per diversità di funzioni, necessaria e decisiva sfaccettatura di quello fondamentale secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge.

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