“Ma in realtà il sale della riforma è altrove. Sta nel sorteggio, usato per designare tutti i membri del Csm della magistratura giudicante, del Csm della magistratura requirente, dell’Alta Corte disciplinare. Un antidoto, il più categorico e brutale, alla deriva correntizia della magistratura. Non che questo strumento offenda i principi democratici. Anzi: la democrazia nasce col sorteggio, nell’Atene del V secolo a.C. E sono innumerevoli le sue recenti applicazioni. Anche nella Carta scritta dai costituenti, circa la composizione della Consulta: nei giudizi d’accusa contro il presidente della Repubblica – stabilisce l’articolo 135 – quest’ultima viene integrata da 16 componenti estratti a sorte.
Ma il vizio sta in ciò che non dice la riforma, negli abusi che il silenzio potrebbe favorire. Chi sono i sorteggiabili? Verrà garantita la parità di genere? E l’equilibrio territoriale? Spetterà al ministro della Giustizia, a lui soltanto, l’iniziativa disciplinare contro i magistrati? E in secondo luogo il vizio sta nella radicalità di quest’intervento normativo, nella soluzione estrema che prospetta. Perché non circoscrivere l’uso del sorteggio, come avviene già per la Consulta, a una frazione del collegio? Perché espropriare totalmente i magistrati del diritto di scegliersi i propri rappresentanti? Per umiliarli, forse, per metterli in castigo. Tuttavia le azioni – diceva Maometto – verranno giudicate secondo le intenzioni”.
Ed a quanto pare il pensiero si giudica a giorni alterni. Oggi si , domani no.
Il prof. Michele Ainis aveva sostenuto tesi ben diverse. Ha espresso posizioni favorevoli al sorteggio per l'elezione dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) come rimedio al correntismo e per garantire uguaglianza tra i magistrati.
Nel 2019 propose il "sorteggio dei migliori", criticando l'irrazionalità attribuita all'idea dai magistrati e vedendolo come garanzia di eguaglianza.
Ha cioè argomentato che i magistrati sono "una comunità di eguali" senza gerarchie interne, rendendo il sorteggio adatto a selezionare rappresentanti imparziali.
Non sorprende tanto il cambiamento d’opinione quanto l’evocazione del concetto dei consiglieri del CSM come “rappresentanti” dei magistrati. La Corte Costituzionale ha più volte escluso che la “rappresentanza” sia alla base del rapporto tra elettori ed eletti, quanto al CSM.
Ed è ovvio perché diversamente opinando si lascerebbe la gestione “politica” della magistratura – che riguarda tutti - ai soli magistrati e non ai cittadini (che, infatti, non votano per il CSM).
Come se la sanità fosse gestita in nome dei medici e l’urbanistica in quello degli architetti.
Non è così, per fortuna.
Prevale, sempre, l’interesse pubblico, dei cittadini, non quello di categoria.
Professore, il CSM è “rappresentativo” della diverse categorie di magistrati, non il loro rappresentante.
Affermare il contrario implica la legittimazione del "partito dei magistrati" che esercita un potere non ammesso e non legittimato dal voto popolare.
Oltre a generare "modestia etica".

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