Una delibera del plenum del CSM ne ha formalizzato il
ritorno in magistratura come giudice del Tribunale di Roma. Ha posto la parola fine alla
vicenda del rientro in ruolo di Cosimo Ferri, ex parlamentare e
sottosegretario coinvolto nella confabulazione dell'Hotel Champagne.
Si tratta di esito che era divenuto obbligato e
ineluttabile a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato con la
quale i giudici di Palazzo Spada, chiarendo che le norme "anti-porte
girevoli" della legge Cartabia non potevano essere applicate
retroattivamente al caso Ferri, avevano annullato il precedente diniego del CSM.
Il voto finale ha però registrato una spaccatura senza precedenti: accanto ai 14 voti favorevoli, 1 voto contrario e ben 14 astensioni: favorevoli i consiglieri di “Magistratura Indipendente” e i “laici di centrodestra”; astenuti, insieme ai consiglieri di Area e UniCost, i “laici di centrosinistra”.
La massiccia
astensione e le dichiarate ragioni della medesima, confermano ulteriormente, se
mai ve ne fosse bisogno, un gravissimo problema del c.d. autogoverno dei
magistrati: la trasformazione di fatto del CSM da organo di amministrazione e garanzia
in organo politico, facendo registrare, in questo ambito, una profondissima
divaricazione tra la Costituzione formale, che vuole una giurisdizione apolitica
e crea all’uopo il CSM per sottrarre all’Esecutivo l’amministrazione dei
magistrati, e la Costituzione materiale, che invece vede i partiti, togati e
non, occupare stabilmente e pressoché totalmente l’istituzione consiliare.
Due aspetti, in particolare, meritano considerazione.
Ancora una volta, non si registrano legittime divisioni dovute
alle convinzioni dei singoli consiglieri dettate da scienza e coscienza ma si realizza una spaccatura
per blocchi contrapposti di tipo partitico.
La torsione in senso politico del Consiglio è
palesata dalle motivazioni addotte a sostengo dell’adesione dal gruppo più
numeroso che ha fatto tale opzione, secondo cui un voto favorevole non sarebbe
stato «rispondente alle aspettative dei cittadini che esigono chiarezza
nelle relazioni tra politica e giustizia»
Con tutta evidenza, sotto lo scudo di un’immunità
inopinatamente riconosciuta ai componenti del Consiglio e generosamente salvata
dalla Corte costituzionale, ciò trasforma un provvedimento amministrativo vincolato
alla legge in una scelta politica insindacabile, tradendo il compito del
CSM di fare rigorosa applicazione delle norme.
Come valutare il fatto che proprio chi è chiamato ad
amministrare le carriere dei magistrati scelga di tenere in non cale una
sentenza definitiva del Consiglio di Stato perché ritenuta politicamente
inopportuna?
Tanto più che la questione all'esame del CSM non autorizzava alcuna valutazione discrezionale implicante l'esame del profilo "morale" dell'interessato; compierlo in quella sede è stato puro arbitrio.
Potrebbe sembrare un semplice paradosso ma, se si
considerano le conseguenze teoriche e pratiche cui conduce l’adozione di tale
impostazione, ossia il dominio totale dell’arbitrio, ne emergono chiaramente i
tratti eversivi.
E se tutti si fossero astenuti?

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