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martedì 28 ottobre 2008

Dobbiamo fermarci





di Felice Lima



Carissimi Amici,

vi scrivo queste righe con grandissima fatica, perché proprio mi ripugnano e le parole giuste non vengono fuori.

Ma vi prego di credere che sono inevitabili.

Vi scrivo queste righe per dirvi che ci dobbiamo fermare. Che il blog, almeno per ora, non potrà continuare. O almeno non così come è stato fino ad oggi.

Le ragioni sono molto pratiche ed è proprio questo che le rende difficili da mettere per iscritto.

E’ molto difficile rassegnarsi al fatto che anche i sogni più belli debbano fare i conti con la realtà più materiale.

In questo caso, la “realtà materiale” è che il webmaster (cioè io) non ce la fa più.

Gli impegni di lavoro sono sempre stati onerosissimi e in questi mesi, se possibile, sono addirittura aumentati. Nel mio ufficio sono andati in pensione due colleghi (eravamo sette e ora siamo cinque) che non si sa quando potranno essere rimpiazzati e noi rimasti ci stiamo facendo carico anche di una parte del loro lavoro.

Inoltre da più di un anno – cioè da quando abbiamo iniziato questa bellissima avventura telematica – il blog e i suoi “dintorni” (dei quali vi dirò fra un attimo) hanno totalmente assorbito ogni minimo spazio del pochissimo tempo libero che avevo. E così da più di un anno la mia famiglia, quando torno dal lavoro (sempre più tardi), mi vede sempre davanti a un computer o al telefono o a un convegno o alla presentazione di un libro o da qualunque altra parte, ma non nel posto dove anche un marito e papà molto impegnato ogni tanto deve pur stare.

Perché è vero che ciò che conta nelle relazioni umane è la qualità e non la quantità di esse, ma è altrettanto vero che c’è una quantità sotto la quale si va verso l’inesistenza.

E’ difficilissimo mettere un punto a questa esperienza, perché è stata ed è meravigliosa e sorprendente.

Abbiamo aperto questo blog per una necessità culturale e morale. Dunque, senza cercare di prevedere se avrebbe o no avuto una qualche forma di consenso e di successo.

Io personalmente, pur essendone l’ispiratore, pensavo sarebbe rimasto lì, come una delle tante meteore che attraversano l’immenso pianeta del web.

Temevo anche altre orribili cose: tipo che, consentendo come voleva Bruno (Tinti) che i lettori potessero intervenire liberamente e anche anonimamente, ci saremmo trovati in pochi giorni a leggere solo insulti e strampalaterie.

E invece tutto è andato in un altro splendido modo.

Il blog ha avuto un grande successo.

A oggi 260.000 lettori c.d. “unici”, che hanno letto 680.000 volte i 527 articoli che abbiamo pubblicato (1,28 articoli al giorno per più di un anno).

Un indice di attenzione e gradimento su internet che è agevolmente verificabile inserendo su Google la stringa di ricerca “uguale per tutti”. E’ già sorprendente che il nostro sito sia il primo risultato di una ricerca fondata su una frase tanti generica come, appunto, “uguale per tutti”. Oppure la stringa di ricerca “toghe.blogspot.com”: 42.100 pagine a oggi.

Ma non è questo, secondo il mio modesto parere, l’aspetto veramente importante di questa esperienza.

La grandezza di essa sta, a mio parere, nel sistema di relazioni che si è instaurato fra i protagonisti del blog e nella semplicità e naturalezza con cui ciò è avvenuto.

Il primo fatto che voglio citare è che, ammessi i commenti dei lettori anche anonimi, invece che ricevere insulti e assurdità, abbiamo ricevuto (con eccezioni talmente minime numericamente, da restare irrilevanti) opinioni, pensieri, passione, interesse, cultura, dibattito, affetto, amicizia, critica costruttiva e tanto altro.

Insomma, sapevamo benissimo che il mondo è pieno di splendide persone. Abbiamo avuto la prova che, come forse non avevamo il coraggio di sperare, tantissime di loro stanno lì, pronte a dare il loro contributo con generosità e sincerità.

Un amico carissimo che mi ha insegnato alcune delle cose che si dovevano sapere per stare su internet – Luca Salvini – anni fa ha prestato gratuitamente a lungo la sua opera (è un valentissimo informatico) per la realizzazione di una bellissima community internettiana di motociclisti, della quale ho fatto parte anch’io (TDMItalia).

Una volta gli ho chiesto: “Perché hai speso tutto questo tempo, per te prezioso, in una cosa così?”

Mi ha risposto: “Perché ho scoperto che se dai agli altri la parte migliore di te loro ti lasceranno scoprire la parte migliore di sé”.

Non so se noi siamo riusciti a darvi la parte migliore di noi. Voi ci avete dato certamente un’infinità di cose bellissime, delle quali vi sono e vi siamo profondamente grati.

Credetemi, da diverse settimane devo scrivere queste cose, ma non ci sono riuscito, perché mi sembra come di tradire le aspettative legittime di persone che mi sono davvero care: tutti voi.

Ho letto e riletto tante volte i vostri commenti e davvero mi dispiace immensamente scrivervi le cose che sto scrivendo, ma vi prego di credere che le scrivo perché è proprio necessario.

Torno al blog e ai suoi “dintorni”.

Il “lavoro” del blog non è solo quello che si vede. Non si tratta solo di scegliere e pubblicare un tot numero di articoli al mese.

Dietro quello che si vede ci sono ore di “lavoro” per un sacco di cose.

La Redazione riceve centinaia di mail, alle quali vorremmo rispondere, ma a molte delle quali non riusciamo materialmente a farlo per mancanza di tempo (e ne approfitto per chiedere sinceramente scusa a tutti per questi ritardi che a volte diventano vere e proprie omissioni).

E poi i commenti. Vanno letti tutti e molti meritano una risposta, un ringraziamento, un’attenzione.

Tutto questo richiede tantissimo tempo. Ma ci sembra che sia ciò che ha costituito davvero l’anima di questa nostra esperienza.

E poi attorno al blog e con l’occasione del blog sono venuti mille altri impegni. Partecipare a convegni. Alla presentazione di quel bellissimo libro. Eccetera.

E, ancora, ognuno di noi aveva già altri impegni pure importanti. Dagli inviti nelle scuole a parlare di legalità. Agli incontri con i ragazzi di “Addio Pizzo”. Alle relazioni tecniche su temi delicati ed eticamente rilevanti. Alle battaglie dentro la magistratura associata.

Insomma, il blog è un impegno bellissimo, ma un impegno grande. E in questo momento non riusciamo a reggerlo.

Quando lo abbiamo aperto, il nostro auspicio non era insegnare nulla a nessuno, né dire cose mai dette o talmente straordinarie da cambiare il mondo.

Il nostro sogno era provare a parlarci. Dimostrare che ci si può parlare.

E questo sogno si è realizzato.

Ci siamo parlati qui in tanti e di tante provenienze diverse.

Si sono parlati i giudici e gli avvocati; i laureati in legge e quelli di ingegneria o medicina; i laureati e i non laureati; quelli “di destra” e quelli “di sinistra”; i belli e brutti; i buoni e i cattivi.

Ci siamo detti le cose. Abbiamo discusso. Quasi sempre amabilmente. Qualche volta duramente. Sempre, mi è sembrato, costruttivamente.

Ci siamo messi in questa avventura senza sapere bene cosa avremmo scoperto.

Abbiamo scoperto che “si può”.

Che c’è spazio, opportunità e modi per incontrarsi. Per conoscersi. Per arricchirsi reciprocamente. Per scoprire cosa pensano quelli che non la pensano come noi. Per uscire dai luoghi comuni e dai discorsi corporativi (detto fra noi, abbiamo scoperto definitivamente che l’isolamento della magistratura è in parte voluto da chi la gestisce, perché, se lo si volesse, si potrebbe in tanti modi porvi fine o almeno ridurlo).

Abbiamo fatto amicizia fra tanti di noi e con tanti di voi.

Io vi ho profondamente nel cuore.

Certo a questo punto del mio discorso emerge la parte peggiore, che stava a covare lì sotto. La paura che tutto questo possa finire.

Un po’ sembra così e un po’ può anche essere così.

Ma, credo, spero, non lo sia per la parte più importante di questa bellissima avventura.

Ciò che abbiamo fatto, ciò che ci siamo detti, ciò che ci siamo dati è nostro per sempre. Non si perde. Ci ha arricchiti e ci arricchisce. Ci rende migliori. Spero.

Per me è sicuramente così.

Io credo fermamente che i primi ai quali facciamo le cose che facciamo siamo noi stessi.

Io credo fermamente che ciò che facciamo ci cambia.

Noi ci siamo fatti in quest’anno insieme tante cose belle e, dunque, sotto tanti profili non saremo più gli stessi di prima.

Siamo, saremo più ricchi.

Forse anche più generosi e più coraggiosi. Questo dovrebbe conseguire a questo esserci fatti coraggio fra noi e a questo avere scoperto quanta generosità hanno tanti vicino a noi.

Che succederà, allora, adesso?

In verità, vi confesso che non lo, perché questo piccolo blog fa da tanti mesi così tanto parte della nostra vita che non è facile immaginarcela senza.

Con Nicola (Saracino), con il quale divido la fatica “materiale” di questo lavoro, abbiamo pensato che l’unica cosa sicura è che almeno per un po’ di tempo dobbiamo assolutamente dedicare il tempo che finora è stato del blog agli altri doveri di cui vi ho detto.

Dunque, il blog non sarà “aggiornato”. O lo sarà molto meno di quanto è accaduto fino ad oggi.

Ovviamente tutto quello che c’è resterà dov’è e continueremo a pubblicare i commenti. E, quando potremo, metteremo qui le cose su cui sentiremo indispensabile un confronto fra noi. Ma, purtroppo, senza la frequenza e attualità che abbiamo cercato di assicurare fino ad oggi.

Poi, ci piacerebbe organizzare un grande e bel convegno. Così ci potremo anche incontrare e conoscere fisicamente.

Un amico incontrato proprio qui (Edoardo, che scrive con uno pseudonimo) ha in mente un libro che racconti questa esperienza.

Per “restare in contatto” abbiamo aperto una newsletter.

Se vi iscriverete, avremo un indirizzo di posta elettronica al quale mandarvi avvisi o notizie relative alle sorti future del blog.

Chi fosse interessato a sapere come funziona questa newsletter, troverà tutto spiegato a questo link.

E’ davvero difficile trovare parole per chiudere questo post.

Due sole considerazioni mi sento di proporre.

La prima è l’auspicio, la preghiera che questo post non chiuda i nostri dialoghi, la nostra amicizia. Che essa continui solida nei nostri cuori e, in un modo che ancora non sappiamo, anche sui video dei nostri computer.

In ogni caso, ogni tanto, seppure con una frequenza minore, ci scriveremo ancora. E sarà bellissimo ed emozionante, passando da queste pagine, ritrovarsi. Sapere che ci siamo ancora.

La seconda riguarda il nostro desiderio di assoluto che ci porta a stimare di meno le cose che non si presentano come “definitive” o “totalmente risolutive”.

Su internet ho letto un apologo che vi riporto.

«Un giorno un uomo camminando lungo la spiaggia, vide un bambino raccogliere qualcosa e, con delicatezza, gettarlo in mare. Si avvicinò al bambino e gli chiese: “Cosa stai facendo?” Il giovane rispose: “Rigetto le stelle marine in mare. La marea è scesa e, se non le rimetto in acqua moriranno”. L’uomo disse: “Ragazzo mio non ti rendi conto che ci sono chilometri di spiaggia e centinaia di stelle marine? La tua azione è inutile!” Dopo aver ascoltato attentamente, il bambino si chinò raccolse un’altra stella marina e la rigettò in mare. Poi sorridendo all’uomo disse: “La mia azione per questa qui ha fatto la differenza!”»

Confidando nella vostra pazienza e comprensione per le mie difficoltà, vi abbraccio con tantissimo affetto.

Felice



lunedì 27 ottobre 2008

Solo per giustizia



Ieri sera, nel corso di una trasmissione di RaiTre, è stata mandata in onda un’intervista a Raffaele Cantone, magistrato che per anni ha lavorato nella Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

L’occasione dell’intervista è stata la pubblicazione di un libro di Raffaele – “Solo per giustizia” – che sarà in libreria nei prossimi giorni.

Riportiamo qui – diviso in due parti – il video dell’intervista ripreso da YouTube. Il filmato può essere visto anche nel sito della Rai, a questo link.

Più sotto riportiamo anche un articolo di Roberto Saviano sul libro di Raffaele.


Video 1/2




Video 2/2





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Giustizia, la società con lo Stato. L’uomo della legge nella terra dei boss.



Raffaele Cantone, napoletano, diventa magistrato per amore del diritto. Assegnato alla Direzione distrettuale antimafia, combatte contro la camorra casalese.
Vive da anni sotto scorta. Adesso racconta in un libro la sua vita in prima linea.


di Roberto Saviano
(Giornalista)



da Repubblica.it del 26 ottobre 2008


Qualche volta, quando non ne posso più della mia vita blindata, sento Raffaele Cantone perché vive costantemente sotto scorta non da due anni, ma da molti di più.

Cantone ha scritto un libro che racconta il suo periodo alla Dda di Napoli, intitolato “Solo per giustizia”.

Diviene magistrato quasi per caso, dopo aver cominciato a fare pratica come avvocato penalista. Diviene magistrato per amore del diritto. Ed è proprio quel percorso che lo porta a divenire un nemico giurato dei clan.

Non lo muove nessuna idea di redimere il mondo, nessuna vocazione missionaria a voler estirpare il cancro della criminalità organizzata. Lo guidano invece la conoscenza del diritto, la volontà di far bene il proprio lavoro, e anche il desiderio di capire un fenomeno vicino al quale era cresciuto. A Giugliano. Un territorio attraversato da guerre di camorra che ricorda sin da quando era ragazzo.

“C’erano periodi in cui i morti si contavano anche quotidianamente, spesso ammazzati in pieno giorno e in presenza di passanti terrorizzati. Le nostre famiglie avevano paura. Per timore che potessimo andarci di mezzo anche noi, ci raccomandavano di non andare in giro per il paese, di uscire solo quando era necessario. Quindi gran parte del tempo libero la si trascorreva a casa di qualcuno dei ragazzi della comitiva. Ma quando si spargeva la voce di un omicidio, anche noi “bravi ragazzi” spesso non resistevamo alla tentazione di andare nei paraggi per sentire chi era la vittima, a che gruppo apparteneva e soprattutto se era qualcuno che conoscevamo. Perché capita così, nella provincia: anche se si appartiene a mondi diversi, finisce che ci si conosce almeno di vista o di fama. E fu proprio un ragazzo conosciuto solo di vista una delle vittime innocenti di quella faida che sembrava eterna. Era un po’ più grande di me e i sicari lo avevano scambiato per un affiliato della parte avversa, perché gli somigliava vagamente e soprattutto perché aveva un’auto di colore molto simile. Solo dopo avergli sparato si erano accorti dell’errore e si erano fermati. Ma alcuni colpi avevano raggiunto la colonna vertebrale e paralizzandolo in tutta la parte inferiore, avevano reso il giovane invalido per il resto della vita. Ancora oggi mi capita talvolta di incontrarlo, spinto sulla sua sedia a rotelle dalla moglie che all’epoca era la sua giovanissima fidanzata”.

Un uomo che si forma in una situazione del genere comprende che il diritto diviene uno strumento fondamentale per concedere dignità di vita. Una dignità basilare, quella di vivere, di lavorare, di amare. Dove la regola non soffoca l’uomo ma anzi è l’unico strumento per concedergli libertà.

Poco prima era stata uccisa una ragazza di poco più di diciotto anni, figlia di un collega di suo padre. L’unica sua colpa era stata quella di essere uscita di casa nel momento sbagliato. Morì al posto di un delinquente in soggiorno obbligato che più tardi sarebbe diventato uno dei capi del clan dei Casalesi, uno dei più feroci: Francesco Bidognetti, detto “Cicciott’ ‘e mezzanotte”.

Quel caso non ha mai avuto soluzione giudiziaria. E lentamente il ricordo si è sbiadito. I genitori sono morti entrambi di crepacuore. Anche il penultimo omicidio dei Casalesi è avvenuto proprio a Giugliano, non lontano da dove Cantone è tornato ad abitare con la sua famiglia. Quando si sono trasferiti nella casa nuova, i vicini e i negozianti hanno organizzato una raccolta di firme per mandarli via. Qualcuno ha persino lasciato una valigia al posto dove sosta la pattuglia di vigilanza: era vuota, ma doveva simulare un ordigno.

Il libro è la storia di questa quotidianità, la quotidianità di un magistrato in terra di camorra e delle ripercussioni pesantissime che questo pone anche sulla vita dei suoi famigliari. Come quando un maresciallo che in quel periodo faceva il capo scorta vuole portarlo a vedere la partita del Napoli. Cantone, sempre attentissimo a non accettare favori, continua a rimandare sino a quando l’invito viene espresso quando c’è pure suo figlio di cinque anni che è già tifosissimo. ““Papà, mi ci porti? Andiamo a vedere la partita? Ti prego!”. E allora accettai, a condizione che non piovesse”. La domenica il maresciallo si presenta con una persona sconosciuta che a sua volta ha portato il figlio. “Questa sorpresa mi seccò a tal punto che fui tentato di dire che avevo cambiato idea. Ma come facevo con Enrico? Non avrebbe più smesso di piangere per la delusione”.

Il giorno dopo, in Procura, chiamano Cantone chiedendogli con imbarazzo se è stato allo stadio e con chi. Perché l’amico del maresciallo è stato intercettato nell’ambito di un’inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre assicurava uno degli indagati che a questo punto il pm sarebbe stato “avvicinabile”. Non ne consegue nessun danno all’indagine, ma Cantone è furioso e sconvolto. L’unica volta che per amore di suo figlio si è sforzato di abbandonare la diffidenza che il mestiere gli ha fatto divenire seconda natura, scopre che la passione innocente di un bambino è stata strumentalizzata e abusata.

La diffidenza ha dovuto impararla presto, anni prima di entrare in antimafia. È una lezione che si iscrive nella sua carne e dentro la sua anima. “Un giorno d’inverno stavo tornando a casa nel primo pomeriggio, con l’intenzione di chiudermi nello studio e guardare con calma alcune carte. Come al solito, prima di salire, mi fermai alla cassetta delle lettere per prendere la posta. Quella volta ci trovai soltanto un foglio piegato, senza busta. E ancora adesso, quando penso al gesto automatico con cui lo aprii e vidi cosa c’era scritto, risento i brividi che mi assalirono in quel momento. Era una sorta di volantino, composto da ben due pagine. In alto c’era una mia fotografia [...] Il testo era spaventoso. Un congegno osceno orchestrato con dati reali della mia vita e con calunnie gigantesche [...] Nel volantino c’era posto per tutti i miei familiari”.

Cantone corre a metterne al corrente il procuratore Agostino Cordova, capendo che l’attacco è gravissimo. Però non riesce ad immaginare la portata di quella campagna di diffamazione. Il giorno dopo il volantino arriva a tutti i colleghi, a carabinieri e polizia, a molti avvocati e politici campani, a tutte le redazioni dei giornali, al Csm, persino a Giancarlo Caselli e Saverio Borrelli. Migliaia di volantini mandati ovunque. Per distruggere un semplice sostituto procuratore che stava svolgendo un’indagine su un’immensa truffa assicurativa, seguendone le tracce per mezza Europa.

Sono pagine impressionanti perché evidenziano con estrema limpidezza come funziona la diffamazione. Non ti si attacca frontalmente, a viso aperto. Cercano di isolarti mettendo in circolazione il virus della calunnia, certi che da qualche parte l’infezione attecchisca e il contagio si propaghi. E che a quel punto il danno sarà irreparabile. ““Meglio una calunnia che un proiettile in testa” era una frase che mi fu detta come sincero incoraggiamento da più di un collega. Ma di questo, sebbene sia un’affermazione di buon senso, non ero e non sono tanto certo. Io mi sentivo come se cercassero di farmi una cosa anche peggiore che eliminarmi fisicamente. Perché si può distruggere un uomo, annientarlo, senza nemmeno torcergli un capello. E paradossalmente è molto difficile che questo accada quando si uccide veramente”.

È questo uno dei punti più dolenti. La diffamazione ti lascia vivo fisicamente, ma annienta tutto quello che hai fatto. Come una sorta di bomba a neutrone che lascia intatte le cose mentre cancella ogni forma di vita. La vita morale di un uomo non può mai essere distrutta così radicalmente come dalla calunnia. Per questo anche chi è abituato a uccidere spesso la preferisce al piombo.

Quando entra alla Direzione distrettuale antimafia e gli viene assegnato il Casertano, c’è chi commenta: “Come al solito, Raffae’, t’hanno fatto?”. Il che in italiano si tradurrebbe con “fregato” o forse ancora meglio con “ti hanno rifilato un pacco”. “La camorra casalese veniva vista come qualcosa di molto feroce e impegnativo e al tempo stesso provinciale, di scarso prestigio”.

Ma il processo Spartacus aveva segnato una svolta e il libro è un omaggio a tutti i magistrati che l’avevano istruito e a tutti quelli che, come Cantone stesso, hanno successivamente portato avanti un impegno difficilissimo: Di Pietro, Cafiero de Raho, Greco, Visconti, Curcio, Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita, Sirignano e Roberti.

Perché in certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall’altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell’accertamento della verità.

Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. Così la pensa Augusto La Torre, il ferocissimo quanto intelligente capo del clan di Mondragone che l’impegno di Cantone ha messo in ginocchio. È il primo a pianificare un attentato contro di lui ed è anche uno dei primi a pentirsi. Durante gli interrogatori indulge con particolare precisione sui dettagli degli omicidi che ha commesso: la prima strage di extracomunitari a Pescopagano, il gesto con cui tappa col dito lo zampillo di sangue che esce dal buco sulla fronte dell’autista di un capozona dei Casalesi, lo strangolamento con un filo della luce di un piccolo affiliato soltanto sospettato di essere un “infame”, mentre il boss continua a ripetergli “non ti faccio niente, non ti faccio niente”.

Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.

(2008 by Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)



domenica 26 ottobre 2008

La società dell’illegalità




La lentezza dei processi. Le diseguaglianze e i privilegi. Le violazioni delle regole civili. Dalla politica alle imprese. Parla l’ex magistrato.


Colloquio con Gherardo Colombo di Enrico Arosio.

Da L’Espresso del 2 ottobre 2008.


Da quando ha lasciato la magistratura, l’anno scorso, Gherardo Colombo si è reinventato come educatore, saggista, docente, dirigente editoriale. In due parole, fa lavoro culturale.

E teorizza che è cruciale farlo: divulgare le regole di convivenza civile è un impegno non più differibile per ricostruire in Italia una cultura condivisa delle legalità (il suo saggio Sulle regole, Feltrinelli, ha già avuto cinque edizioni).

L’ultimo suo intervento è alla rassegna Torino Spiritualità, il 28 settembre a Palazzo Carignano, con una lezione magistrale su Speranza e giustizia.

Prima della speranza, però, c’è la frustrazione del cittadino rispetto alla giustizia.

Dottor Colombo, alla giustizia il cittadino associa la lentezza. 15,2 milioni di cause penali pendenti. I dieci anni necessari, a volte, per il giudizio definitivo in una causa civile. E nessuno che spieghi perché.

«Una giustizia lenta è avvertita come ingiustizia. Non è una novità, si è ritenuto anni fa di inserire nella Costituzione il principio della ragionevole durata del processo. Ma la responsabilità è divisa tra molti fattori: Parlamento, governo, magistratura, avvocatura. E i cittadini».

I cittadini si vedono più come vittime.

«In Italia si registrano tre milioni di notizie di reato l’anno. E sono i cittadini a produrre reati».

Molti magistrati si seccano se si insiste sulle inefficienza della macchina giudiziaria.

«La disorganizzazione degli uffici, di cui è responsabile la magistratura, è spesso evidente. Ma c’è dell’altro. Il legislatore, per esempio, dovrebbe finalmente rivedere le circoscrizioni giudiziarie, accorpando i tribunali più piccoli e sopprimendo le sezioni distaccate che disperdono energie. Ma queste ristrutturazioni vanno contro diversi interessi, dagli avvocati, agli impiegati, qualche volta ai magistrati, ai sindaci che vivono la perdita degli uffici giudiziari come una deminutio».

Il cittadino sospetta ineguaglianza dinanzi a certe norme. Il lodo Alfano sull’immunità delle alte cariche pare la riproposta lievemente corretta del lodo Schifani, dichiarato incostituzionale nel 2004.

«Non è una mera riproposta, credo che si sia tenuto conto della sentenza della Corte, che potrà valutare la costituzionalità della legge, se la questione le verrà sottoposta. L’ineguaglianza affiora a livelli molto più vicini al cittadino. Per esempio, il processo penale oggi si svolge diversamente, a seconda che il reato sia stato scoperto in flagranza o no. Nel primo caso l’imputato è spesso giudicato da detenuto, il processo è rapido e può succedere che venga scontata interamente la pena prima del giudizio d’appello; nel secondo caso il processo può non finire mai, e magari concludersi con la prescrizione. Ma a essere arrestati in flagranza sono gli autori di reati come il furto, il piccolo spaccio, la resistenza a pubblico ufficiale; non i responsabili di grande traffico di droga, riciclaggio di denaro, corruzione, concussione, bancarotta».

Altri esempi?

«Il processo è costoso, per difendersi bene è spesso necessario spendere, e non tutti lo possono fare: una perizia di parte, indagini difensive, la nomina di un avvocato di grande esperienza sono spesso onerose. A un’eguaglianza formale può corrispondere una diseguaglianza sostanziale».

Perché nel caso Franzoni, il delitto dì Cogne, ci sono voluti tre anni dalla prima condanna alla sentenza in appello? Il processo si è svolto più in tv che ad Aosta ...

«E’ nella logica dello Stato democratico che i dibattimenti siano pubblici. Il che non vuol dire che le aule di giustizia debbano essere surrogate da programmi televisivi. Ma vorrei ritornare alla relazione tra cittadino e malfunzionamento della giustizia. Se il cittadino dà alla parola giustizia un contenuto diverso da quello assegnatole nella Costituzione, l’amministrazione della giustizia non può funzionare. Nella Costituzione giustizia vuol dire eguaglianza. Ovvero proporzionalità, reciprocità di posizioni e pari trattamento».

Nel Paese reale, invece?

«Nel Paese reale, spesso, la giustizia è intesa come conservazione di diseguaglianze e privilegi. Faccio anche qui un esempio. Milioni di cittadini non rispettano le disposizioni in campo fiscale e in materia edilizia, attribuendosi unilateralmente privilegi nei confronti di coloro che fanno il contrario. I loro comportamenti vengono periodicamente condonati: questo vuoi dire tutelare il vantaggio ottenuto violando le norme. Altrettanto si potrebbe dire sull’atteggiamento, culturale e non, nei confronti della corruzione».

Come introdurre la parola speranza in questo quadro critico?

«Si può parlare di speranza perché credo che attraverso riflessione e approfondimento ci si possa accorgere che è proprio la ricerca illegale del privilegio a creare ingiustizia e, in conseguenza, cattivo funzionamento del processo».

Non si può dire che il governo Berlusconi abbia agito con forza per garantire l’efficienza della giustizia.

«E’ da molto tempo che si fa poco o nulla per far funzionare la giustizia. E non parlo solo delle leggi che hanno ridimensionato alcuni reati, ridotto le pene per altri, previsto nuove immunità processuali. Non sono state prese misure dirette a disincentivare la pratica della corruzione. L’illegalità diffusa tra politica e imprese è stata rimossa dalla memoria dell’opinione corrente. E molti cittadini hanno partecipato attivamente a questa rimozione».

Lei torna alla sua missione: l’educazione alla legalità.

«In Italia sembra che tutto quel che non è motivato da un forte interesse economico personale sia una missione. Io non sto svolgendo alcuna missione. Se mi sono dimesso dalla magistratura dopo 33 anni è perché sento che bisogna contribuire a fare anche altro. Stimolare la riflessione per far funzionare la giustizia. Io uso a volte la metafora dell’idraulico».

La metafora dell’idraulico?

«Un signore che abita in un condominio chiama l’idraulico perché dal rubinetto della cucina non esce acqua. L’idraulico arriva, prende i ferri, lavora, ma non succede niente: osserva che la causa potrebbe essere a monte. Si fa indicare il rubinetto centrale del condominio, lo esamina, e vede che il problema è lì. Lo risolve, torna in cucina: l’acqua ha ripreso a scorrere. Il rubinetto della cucina è l’amministrazione della giustizia. Il rubinetto centrale è la cittadinanza. Se i cittadini hanno un rapporto pessimo con le regole è impossibile far funzionare la giustizia».

La speranza risiede in una maturazione civile dell’Italia: non facile.

«Se guardiamo al passato osserviamo, accanto a terribili ricadute, una tendenza al miglioramento: è stata abolita la tortura, la schiavitù, la discriminazione razziale, si è conquistato il suffragio universale. Perché escludere altri passi avanti?».

La speranza, lei dice, sta nella difesa e nell’attualizzazione della Costituzione. Che cosa mantenere, che cosa innovare?

«I principi fondamentali e la prima parte, garantendo i diritti fondamentali e l’uguaglianza di fronte alla legge, disegnano una società nella quale giustizia vuoi dire pari opportunità per tutti i cittadini. Per questo non possono essere cambiati. Si può innovare nella seconda parte, dove si parla del funzionamento delle istituzioni. Sarebbero utili maggior snellezza e governabilità: forse è il caso di abbandonare il bicameralismo perfetto, ridurre il numero di parlamentari, abolire le province. Purché le modifiche non mettano a repentaglio quel che della Costituzione non può essere cambiato (cosa che avverrebbe limitando l’indipendenza della magistratura ). Mi chiedo anche se, oltre ai poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) non dovrebbero essere divisi dagli altri anche quelli dell’informazione e della finanza, che sempre più influiscono sull’esercizio della democrazia. Ma il tema di fondo per me non cambia: la speranza passa attraverso il cambiamento della cultura, del modo di pensare dei cittadini».



Imputato, avvocato, giustizia




di Gioacchino Bàrbera
(Avvocato del Foro di Bari)




Un mio articolo – “Il cantiere per la giustizia: in Sardegna. Ovvero, del ruolo dell’Avvocatura” – ha dato luogo a un ricco e interessante dibattito sui doveri dell’avvocato.

Riconsiderando alcune delle osservazioni che mi sono state rivolte, ho elaborato altre riflessioni, che mi permetto di offrire ancora al dibattito.

Premetto a tutto che:

A) sono un avvocato civilista (nei miei 31 anni di professione avrò partecipato a 6/7 processi penali);

B) esprimo mie opinioni che si basano, ovviamente, su ciò che conosco (sempre poco) del diritto, senza pensare nemmeno lontanamente che siano incontrovertibili.

Aggiungo che lo spazio di un articolo pubblicato su un blog è limitato e questo provoca spesso la compressione di concetti e passaggi vari, l’uso di termini impropri (perché quelli appropriati richiederebbero ingombranti chiarimenti) e plurime semplificazioni.

1) Uno dei problemi sollevati nei commenti al mio precedente post e, direi, maggiormente sentito è quello se l’avvocato che è a conoscenza della colpevolezza del proprio cliente deve rifiutare l’incarico o, se lo accetta, è tenuto ad informarne i giudici.

L’argomento che intendo affrontare è questo e deve essere ben chiaro che non prendo in considerazione il rapporto cliente-avvocato perché ritengo abbia prevalentemente caratteri privatistici, mentre quello oggetto di questo mio articolo ha indubbiamente connotati pubblicistici, quanto meno allorquando l’avvocato partecipa ad un processo.

Non mi soffermerò nemmeno su questioni concernenti solamente l’avvocatura e la c.d. “zona grigia” in cui si ritiene sia caduta. Finirei inevitabilmente col provocare ulteriori confusioni. Di tutto questo si potrà eventualmente discutere in separata sede.

È opportuno in primo luogo sgombrare il campo da un equivoco di fondo. Ci dobbiamo domandare se il comportamento dell’avvocato che difende un imputato “colpevole” del reato contestatogli è lecito o illecito alla stregua del diritto vigente, non se è moralmente riprovevole.

La diversità di questi due piani appare evidente già per il fatto che nel campo della morale non esistono imputati, difensori e giudici.

In secondo luogo, occorre tener presente che il processo non mira a stabilire se un soggetto è un delinquente. Anche il delinquente “abituale” può non aver commesso lo specifico reato per cui è stato rinviato a giudizio.

2) Ciò premesso, sintetizzo in poche parole quello che mi sembra sia il principale punto debole della stragrande maggioranza dei commenti che ho letto: la manifesta tendenza a dimenticare che i procedimenti giudiziari sono governati da regole dettate da norme costituzionali, codici, leggi, regolamenti ecc.

Si può ritenere che queste regole siano sbagliate, ma fin quando ci sono devono essere rispettate.
Il potere di modificare o capovolgere le regole vigenti in un certo momento storico spetta soltanto al legislatore; non ai magistrati e, tanto meno, agli avvocati.

3) Il modello di processo penale introdotto nel 1989 è quello c.d. accusatorio che ha sostituito quello c.d. inquisitorio previgente.

Nel processo coesistono tre figure: la pubblica accusa (rappresentata dal pubblico ministero), la difesa e il giudice.

Nel modello accusatorio la pubblica accusa non ha alcun privilegio rispetto alla difesa. La “lotta” si svolge ad armi pari.

Il P.M. deve provare che l’imputato è colpevole del reato addebitatogli; l’avvocato ha il dovere di difenderlo.

Il giudice (terzo rispetto a queste due parti processuali) pronuncerà alla fine del processo la sentenza che non può essere il frutto di suoi personali convincimenti di qualunque tipo, ma deve anch’essa rispettare precetti legislativi, sostanziali e processuali.

Il P.M. è un magistrato, ma non per questo deve essere sempre creduto. Non può sicuramente limitarsi ad affermare che l’imputato è colpevole ed a chiedere che gli sia comminata una sanzione. Deve provarlo facendo uso dei mezzi e strumenti vari indicati nelle norme processuali. Può benissimo accadere (ed accade spesso) che con le “carte processuali” a disposizione il P.M. non riesca a dimostrare che l’imputato è colpevole.

In moltissimi commenti al mio precedente articolo questa eventualità non viene nemmeno lontanamente presa in considerazione. Per quale motivo? Perché si ritiene che l’avvocato che difende un cliente che sa essere colpevole deve fare soltanto una cosa. Indossare la toga, mettersi in piedi e dire: “giudice l’imputato mi ha confessato di essere colpevole e chiedo perciò che, tenendo conto delle possibili attenuanti; sia condannato alla pena di ……”.

Se questo accadesse a cosa servirebbe il P.M.? A cosa servirebbe il processo che comporta l’esame dei documenti prodotti, l’assunzione di testimonianze, lo studio delle relazioni dei periti, ecc.) A nulla. Per giungere alla condanna basterebbero dieci minuti.

Ad esempio, il reato di omicidio volontario è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno e la pena applicabile può salire sino all’ergastolo se ricorrono le circostanze di cui all’art. 576 c.p. L’avvocato dichiara che il suo assistito è colpevole del reato. Al momento della pronuncia della sentenza, i giudici non dimenticano che sono stati aiutati dal difensore dell’imputato e contraccambiano il favore ricevuto condannandolo (anche se probabilmente avrebbe meritato l’ergastolo) al minimo della pena: 21 anni di reclusione.

Esaurito questo processo, i giudici si accingono a chiamare quelli successivi, ma prima di farlo si consultano un minuto e convengono sulla opportunità che nell’aula siano si presentino soltanto i difensori dei vari imputati negli altri processi per porre questa semplice domanda: “scusi avvocato, per caso lei sa che il suo assistito è colpevole?”. Se l’avvocato risponde affermativamente, fanno redigere al cancelliere un verbale di quattro parole: “dinanzi a noi giudici della prima sezione penale del tribunale di … sono comparsi il P.M. ed il difensore dell’imputato. Quest’ultimo ci informa che il suo assistito è colpevole e lo conferma sottoscrivendo l’apposita dichiarazione. Ciò premesso, visto che per il reato contestato è prevista la pena della reclusione da un minimo di 5 ad un massimo di 10 anni, considerato che l’avvocato XY non ci ha fatto perdere tempo a celebrare il processo infliggiamo all’imputato il minimo della pena”.

Che bello! Abbiamo scoperto il modo per risolvere il gravissimo problema della mostruosa lentezza dei processi. Coloro che hanno affermato che l’avvocato cui è nota la colpevolezza del suo cliente è tenuto a riferirlo ai giudici saranno di sicuro soddisfatti.

Superfluo dire che ho volutamente esagerato. Ma è questo – nella sostanza – il risultato cui si giungerebbe se si dovesse dare ascolto ai sostenitori della tesi che l’avvocato consapevole della colpevolezza del suo cliente è tenuto a comunicarlo ai giudici.

4) Passiamo alle cose serie.

L’art. 111 della Costituzione stabilisce, nel primo comma, che “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge”.

Non mi pare che possa ritenersi “giusto” un processo in cui il difensore dell’imputato si arroga il diritto di far condannare il proprio cliente.

Nessuna disposizione di legge impone ad un avvocato di non assumere la difesa di un imputato che sa essere colpevole.

Salvo sempre possibili errori, nel nostro ordinamento esiste soltanto una norma (di legge) che disciplina il comportamento del difensore nel processo. È l’art. 88 del c.p.c. che così stabilisce: “Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità”.

Lealtà e probità non significano verità. Oltre alle tante sentenze che l’hanno affermato, una (ennesima) conferma si può trarre dalla constatazione che nel disegno di legge governativo che contiene il progetto di riforma del codice di procedura civile era prevista l’aggiunta all’art. 88 di un terzo comma così formulato: “Le parti costituite debbono chiarire le circostanze di fatto in modo leale e veritiero”.

Il testo approvato dalla Camera ha eliminato questo comma e l’art. 88 c.p.c. è rimasto immutato.

La legge non impone, dunque, al difensore di dire la verità. Non gli vieta — ad esempio — di astenersi dal depositare un documento da cui scaturisce la prova della colpevolezza dell’imputato.

La Corte di cassazione ha costantemente affermato (si vedano, fra le tante, Cass. pen 14 febbraio 2006, n. 12182; Cass. penale 30 settembre 2003, n. 44743; Cass. pen. 26 marzo 2003, n. 23916) e l’ha ribadito anche la Corte Costituzionale (da ultimo nella decisione del 26 novembre 2002, n. 485) che nel processo penale vige il principio “nemo tenetur se detegere” in virtù del quale si esclude che l’imputato sia obbligato a compiere atti che possano danneggiarlo.

Mi sembra del tutto ovvio che se l’imputato non ha questo obbligo, a maggior ragione non lo ha il suo difensore che non può sicuramente trasformarsi in accusatore. A tacer d’altro, incorrerebbe nel reato di infedele patrocinio, severamente punito dall’art. 380 cod. pen..

Per concludere sul punto, il difensore dell’imputato colpevole del reato addebitatogli non commette alcun illecito se sostiene che (alla luce degli elementi probatori esistenti) è innocente.

5) In alcuni dei commenti al mio precedente post si osserva, esplicitamente o implicitamente, che il suddetto dovere del difensore discende dalla funzione del processo di accertare la verità (storica) di un determinato fatto.

Nessuno lo nega, ma occorre intendersi. Il giudice non può pronunciare una sentenza dicendo “secondo me la verità è questa”.

La legge gli impone l’obbligo di motivare la decisione presa e per tener fede a quest’obbligo deve prendere in considerazione soltanto gli elementi probatori che emergono dalle “carte processuali”.

Non può — ad esempio — dire nella sentenza “l’imputato non ha fornito alcun alibi della sua assenza dal luogo del delitto, ma cionostante io sono convinto che l’aveva e perciò lo assolvo”.

Non può scrivere — sempre ad esempio — che “ricorre il reato di truffa sebbene non sia stata dimostrata l’esistenza degli artifizi o raggiri che l’art. 640 c.p. considera essenziali per configurare il reato in questione. Sono certo che questi elementi ricorrevano; anche se il P.M. ha dimenticato di provarne l’esistenza”.

L’accertamento della verità (storica) cui tende il processo penale deve essere sempre compiuto tenendo presente soltanto ciò che risulta dagli elementi probatori acquisiti. Se così non fosse si cadrebbe inevitabilmente nell’arbitrio.

6) Un’ultima osservazione in merito a ciò che dice (non solo) Maria Cristina (14 ottobre 2008 20.48): «… il fatto che “nel processo non si tenda alla ricerca della verità” ma all’applicazione di regole astratte “che tengono il posto della verità …”».

Le regole di diritto sono necessariamente “astratte”. Non è pensabile che l’ordinamento detti regole che prendano in considerazione miliardi di fatti specifici. Spetta al giudice valutare se la concreta fattispecie oggetto del processo rientra in questa o quella regola “astratta”.

Vi chiedo una sola cortesia: non ammazzatemi.

martedì 14 ottobre 2008

Perché il P.M. deve “cercare” le notizie di reato



Su La Stampa del 6 ottobre u.s., Luciano Violante ha scritto un tristissimo articolo dal titolo “Dove arriva il potere del P.M.”. Chi se la sente può leggerlo a questo link.

Quell’articolo è tristissimo per il suo contenuto intrinseco, per la provenienza da Luciano Violante (è surreale, infatti, che quelle cose le sostenga proprio Violante, che non ignora certamente i fondamenti tecnici delle norme costituzionali che lui fa finta di ignorare) e per il contesto nel quale l’articolo sopraggiunge (si prova una gran pena – si direbbe proprio un segno dei tempi – a vedere Violante sforzarsi in un maniera così umiliante – per lui – di compiacere la sua controparte politica proprio mentre si discute nell’opinione pubblica di un possibile posto per lui nella Corte Costituzionale).

Riportiamo qui un commento tecnico di Bruni Tinti.


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di Bruno Tinti
(Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino)



da La Stampa del 13 ottobre 2008


Il commento di Luciano Violante («Dove arriva il potere del pm», su La Stampa di qualche giorno fa) sui due pm che hanno avuto l’ardire di «cercare» autonomamente una notizia di reato e che per questo sono sottoposti a procedimento disciplinare mi preoccupa molto: cerco di spiegare le ragioni di questa preoccupazione.

Non senza ragione la Costituzione prevede (art. 109) che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria.

Se non fosse possibile per il pm ordinarle di fare le indagini, tutte le indagini che egli ritiene opportune, la sua attività sarebbe condizionata da possibili inerzie o rifiuti.

Naturalmente, perché il pm possa dare ordini alla polizia, è necessario che esista un procedimento penale; se questo non c’è, manca il presupposto per indagare e dunque per dare ordini alla polizia.

Ora, non è affatto detto che la polizia (nel termine sono compresi polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza ecc.) sia sempre attenta e sollecita nel trasmettere notizie di reato alla procura, che poi potrà assumere la direzione delle indagini e cominciare a dare ordini; in molti casi potrebbe non farlo.

E non perché la polizia non sia piena di bravissime e onestissime persone; ma perché, a differenza dei magistrati, la polizia non è autonoma né indipendente.

Ha superiori gerarchici. E, alla fine della catena di comando, ci sono i ministri, e quindi il governo.

E se il ministro dell’Interno ordina al prefetto che ordina al questore che ordina al dirigente che ordina al maresciallo e via così, allora c’è poco da fare.

E il ministro dell’Interno, in certi casi, ordina, ordina molto.

Ne 1980 Torino fu occupata dai lavoratori della Fiat scesi in sciopero, incitati da Enrico Berlinguer, allora leader del Pci, a occupare la fabbrica.

C’erano picchetti ai cancelli degli stabilimenti e agli operai e impiegati che volevano entrare veniva impedito di farlo.

Spesso gli scioperanti minacciavano e picchiavano.

Di tutto questo polizia, carabinieri, vigili urbani parevano non rendersi conto: nessuna denuncia arrivava in Procura; nessun reato veniva commesso.

Insomma, nessuno ci diceva niente.

In Procura però arrivavano i referti medici degli operai pestati ai posti di blocco; c’era virtuosamente scritto che erano caduti da un muro di cinta oppure che erano inciampati mentre entravano in fabbrica.

Riferimenti allo sciopero, ai picchetti, ai cortei: nessuno.

Così ci attivammo noi e fui io a essere delegato dal capo (che era Bruno Caccia) a fare questa indagine.

Mi misi a interrogare i sorveglianti di tutti gli stabilimenti bloccati (che però secondo polizia e carabinieri bloccati non erano) e identificai un po’ di gente che venne imputata per violenza privata, lesioni, minacce ecc.

Feci anche qualche altra indagine, ma il succo è questo.

Problema: noi «prendemmo» notizia di questi reati «cercandoli» o «constatandoli»?

E, soprattutto, perché la polizia, che ha il compito istituzionale di «cercare» i reati, non ci aveva detto nulla?

E se noi non avessimo a nostra volta «cercato»?

Beh, è ovvio che noi «cercammo».

È ovvio che polizia e carabinieri non ci trasmettevano denunce perché questi erano gli ordini del governo di allora (ricordo ancora una telefonata che sorpresi tra un capitano e un colonnello; il povero capitano, facendo la faccia imbarazzata a causa della mia presenza - mi guardai bene dall’allontanarmi - diceva: ho capito signor colonnello, olio tra le parti signor colonnello, non esacerbiamo gli animi signor colonnello, non è il momento delle denunce signor colonnello).

Infine, è ovvio che, se non avessimo «cercato», la storia di quei fatti (che furono importanti nel panorama complessivo dei rapporti sindacato-impresa) sarebbe stata diversa e comunque non conforme a legalità.

Fin dai primi Anni 90, Raffaele Guariniello ha creato l’Osservatorio per i tumori derivanti da malattie professionali; lo gestisce lui, delegando la polizia alle dipendenze della procura; raccolgono notizie, incrociano dati, dividono le patologie per settori di lavoro, per fabbriche, per zone.

E poi aprono processi per omicidi sul lavoro plurimi. Ne hanno aperti tantissimi.

Cosa fa allora questo (eccezionale) pm? «Cerca» o «constata»?

E come mai è necessario (e lo è da 20 anni) che gli omicidi colposi sul lavoro siano «cercati» dalla Procura?

Dove stanno gli organi istituzionalmente incaricati di «cercare»?

Ecco a cosa serve l’art. 330 del Codice di procedura penale: a consentire alla magistratura (prima alle procure e poi ai tribunali) di conoscere e giudicare tutte le illegalità: tutte, non solo quelle che la classe dirigente del Paese accetta che vengano perseguite.

Alla fine la domanda è sempre la stessa: che prezzo si è disposti a pagare per assicurare l’impunità a questa classe?



Ad Carnevalem



di Marco Travaglio
(Giornalista)


da L’Unità del 14 ottobre 2008


Le leggi su misura sono come le ciliegie: l’una tira l’altra.

Ragion di più per firmare subito, in massa, il referendum contro la porcata Alfano, per fermare l’effetto valanga.

In sei mesi, il governo Berlusconi ne ha lanciate sei.

Cioè - scomputando il periodo feriale - più di una al mese.

La prima è la Salva-Rete4, per ora accantonata (tanto il Consiglio di Stato, per decidere su Europa7, si riunisce solo a dicembre).

La seconda, la blocca-processi, è passata al Senato, ma non alla Camera perché nel frattempo è arrivata la terza, la porcata Alfano, che si limita a bloccare solo i processi a Berlusconi (i presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera non ne hanno, ma si sono gentilmente prestati a far numero).

La quarta è la legge anti-intercettazioni, già approvata dal Consiglio dei ministri e ora al vaglio del Parlamento, dove Al Tappone e il fido Ghedini vorrebbero peggiorarla un altro po’.

Il premier vorrebbe includere, tra i reati per cui sarà vietato intercettare, anche la corruzione, un po’ la specialità della casa.

Il suo onorevole avvocato preferirebbe abolirle tout court, per sostituirle con le intercettazioni preventive: quelle che oggi possono fare le forze di polizia con l’autorizzazione di un pm (non del giudice, come previsto per quelle giudiziarie), ma solo per mafia e terrorismo. Ora verrebbero allargate a tutti i reati. In ogni caso non hanno valore probatorio al processo: finite le indagini, vengono cestinate.

Per questo piacciono: non provano nulla.

La quinta è la salva-bancarottieri, tentata la scorsa settimana al Senato in forma di emendamento al decreto Alitalia, e non grazie all’opposizione, che al solito dormiva, ma grazie a due giornaliste di Report, Giovanna Boursier e Milena Gabanelli.

Alla fine Tremonti, con agile balzo, è riuscito addirittura a passare per nemico di quella legge, che aveva il parere favorevole del governo di cui lui fa parte (chissà mai chi l’aveva autorizzata).

La sesta, la legge Carnevale, l’ha svelata Liana Milella su Repubblica, grazie a due rari esemplari di oppositori che si oppongono: D’Ambrosio e Casson.

Antefatto: il giudice “ammazzasentenze” se n’era andato in pensione anticipata nel 2001, quando la Corte d’appello di Palermo lo condannò a 6 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel 2002 la Cassazione dichiarò inutilizzabili le accuse che gli muovevano alcuni suoi colleghi della Cassazione sulle pressioni dentro e fuori la camera di consiglio per convincerli ad annullare altre condanne di mafia.

Sparite le prove, la condanna fu annullata per sempre.

Poteva il Paese fare a meno di una così preclara figura, nota per aver definito - in alcune telefonate intercettate dopo le stragi di Capaci e Via d’Amelio - Falcone e Borsellino «i dioscuri» e descritti come due incapaci con «un livello di professionalità prossimo allo zero», per aver chiamato Falcone «quel cretino» e «faccia da caciocavallo», e per aver aggiunto «io i morti li rispetto, ma certi morti no»?

No che non poteva. Così una maggioranza trasversale varò nel 2004 una legge ad Carnevalem che gli rimetteva la toga addosso per consentirgli di recuperare il tempo perduto, cioè di rientrare in Cassazione a 75 anni (quando gli altri giudici vanno in pensione) e di restarci fino a 83. Nel 2007 il centrosinistra stabilì che, oltre i 75 anni, i giudici ripescati non potessero più dirigere uffici.

Ora la seconda legge ad Carnevalem cancella il divieto, previo ok del cosiddetto ministro della Giustizia Alfano.

Così nel 2010, quando andrà in pensione il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, il candidato più anziano dunque più titolato a succedergli sarà proprio l’ottantenne Carnevale: tra due anni il primo magistrato d’Italia sarà, per un triennio, il nemico giurato di Falcone e Borsellino.

Così tutti i condannati in appello avranno il loro santo in Paradiso.

Il tutto grazie ad Al Tappone e Angelino Jolie, che dicono ogni due per tre di ispirarsi a Falcone e Borsellino.

E grazie a una maggioranza che tre anni fa varò la legge anti-Caselli per impedire all’ex procuratore di Palermo di concorrere alla Procura nazionale antimafia, in quanto aveva compiuto 66 anni, dunque era troppo vecchio.

Anzi, aveva il grave torto di essere ancora vivo.


domenica 12 ottobre 2008

Nicola Gratteri e il paradosso del C.S.M.




di Giuseppe Baldessarro
(Giornalista)


dal Quotidiano della Calabria dell’11 ottobre 2008


Consensi unanimi per fare l’Aggiunto a Palmi, ma solo tre voti su sei per l’antimafia.

Reggio Calabria. Il nome di Nicola Gratteri lo conoscono tutti, in mezzo mondo.

E di lui si parla molto in queste ore nei corridoi e nelle stanze della Procura della Repubblica.

Anzi, praticamente non si parla d’altro.

Ovviamente in maniera non ufficiale.

E la ragione è molto semplice. Non esiste una spiegazione logica alle decisioni del C.S.M. che nei giorni scorsi ha designato i nomi da sottoporre al plenum per gli incarichi di Procuratore aggiunto.

Nulla quaestio sulle indicazioni di Michele Prestipino e Giuseppe Creazzo che andranno ad occupare due dei tre posti disponibili su Reggio Calabria (avendo avuto 6 voti su sei).

Ma a proposito del terzo incarico dirigenziale non pochi esprimono alcune perplessità sul metro di misura adottato da Palazzo dei marescialli.

Per quell’ultimo posto Gratteri ha ottenuto 3 voti, due sono andati a Fulvio Rizzo ed uno a Ottavio Sferlazza.

Fin qui nulla da dire. Tant’è che teoricamente – senza nulla togliere ai meriti professionali e ai titoli degli altri due giudici – il magistrato della Dda di Reggio sarebbe in pole position.

Sempre Gratteri è stato indicato quale magistrato ideale (sei voti su sei) per ricoprire l’incarico di aggiunto a Palmi.

E qui sta la contraddizione in termini. Come è possibile che gli stessi componenti della commissione, o meglio tre di essi, abbiano pensato a lui quale candidato ideale per Palmi e non per Reggio?

Difficile spiegarlo. Anche perchè il curriculum di Gratteri sembra dire l’esatto opposto.

Solo per scorrere l’elenco delle sue inchieste e dei mafiosi arrestati nel corso della sua carriera ci vogliono ore. Sessantasette pagine, nelle quali si leggono i nomi dei più pericolosi criminali calabresi.

Nella sua carriera ha fatto sequestrare più cocaina lui che tutti gli altri magistrati calabresi messi assieme.

Ha fatto arrestare 120 latitanti.

Ha messo in ginocchio le ‘ndrine più pericolose della locride.

Ha contatti con le polizie di mezzo mondo e rapporti diretti con magistrati che danno la caccia ai narcotrafficanti in almeno 10 paesi.

Nei mesi scorsi è stato a New York a spiegare ai procuratori americani cosa è la ‘ndrangheta e come la si combatte.

Andando a Palmi dovrebbe lasciare inchieste come quella sulla strage di Duisburg.

Rinunciare a seguire le indagini sulle nuove alleanze tra i cartelli della coca messicani e delle famiglie calabresi.

Oltre naturalmente a tutte i fascicoli aperti su boss e picciotti di casati storici e clan emergenti.

Fatti che non stanno a significare che debba essere per forza lui il prossimo procuratore aggiunto.

Ma che dimostrano che se non va bene per Reggio, men che meno andrebbe bene per Palmi.

E’ c’è una ragione molto semplice, banale se si vuole. A Reggio lavorerebbe alla Dda – e potrebbe dunque continuare ad occuparsi di ‘ndrangheta e di narcotraffico – a Palmi, trattandosi di una Procura ordinaria, si occuperebbe di reati diversi, non di mafia.

In Procura non si parla d’altro. E non tanto per difendere Gratteri, quanto per la sensazione diffusa che il magistrato reggino sia al centro di un meccanismo quantomeno incoerente.

Potrebbe rinunciare al posto sicuro di Palmi per puntare su quello insicuro di Reggio.

Ma potrebbe anche rischiare di perdere capra e cavoli. Di Restare fuori da tutto.

Il punto debole di Gratteri è fin troppo evidente. Lui non è iscritto a nessuna corrente. Non fa parte di gruppi e associazioni che notoriamente, a Roma, si dividono i posti con pratiche cencelliane.

Per fare un esempio due anni fa andò a Telecamere ospite della La Rosa e disse all’allora ministro della Giustizia Mastella che «di mafia non capisce niente» e che le sue proposte per combattere la criminalità organizzata erano ridicole.

A Rai Tre disse che le auto di polizia e carabinieri nuove di zecca che facevano da sfondo alla sua intervista erano state portate dal ministero dell’Interno solo per l’occasione.

Questo è Gratteri. Il magistrato che per il C.S.M. sarebbe il top per combattere i reati ordinari di Palmi, ma che non lo è alla stessa maniera per continuare a fare quello che fa da una vita: combattere la ‘ndrangheta.


Santa Margherita Belice, città contro la mafia



Il 3, 4 e 5 ottobre scorso si è svolta a Santa Margherita Belice la manifestazione Santa Margherita di Belice, città contro la mafia. Qui i mafiosi non hanno cittadinanza.



di Benny Calasanzio


E’ il 20 giugno 1992. Tra qualche giorno Giovanni Falcone sarà morto da un mese.

Siamo nella chiesa diSan Domenico, a Palermo.

Il Giudice Paolo Borsellino arriva.

Gli applausi gli impediscono di iniziare. Alza una fiaccola, poi prende gli occhiali dal taschino.

Ancora non può parlare, la gente non glielo consente. Un minuto e dieci secondi di applausi emozionati.

«La lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolga tutti, che tutti abitui a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità».

Oggi invece è il 4 ottobre 2008. Siamo nel teatro Sant’Alessandro, a Santa Margherita di Belice, la terra dei paradossi, del Gattopardo.

Il Giudice Salvatore Vella è il terzo relatore. Lo hanno preceduto Salvatore Borsellino e Antonio Ingroia.

Il Giudice mentre aspetta è teso, ma non lo dà a vedere. E’ il primo incontro pubblico in quella zona cui partecipa dopo l’operazione “ScaccoMatto”, da lui condotta, che ha portato pochi mesi prima in galera, tra Santa Margherita e il vicinissimo Montevago, dieci persone: Antonino Maggio,Gino Guzzo, Antonino Gulotta, Giuseppe La Rocca, Giuseppe Clemente, PasqualeCiaccio, Vitino Cascio, Rosario Cascio, Francesco Fontana, Giuseppe Morreale.

Non ha idea di come la gente possa reagire, di come abbia percepito quell’operazione, se la “società civile” abbia letto i dettagliati articoli dei quotidiani, relativi alla esplicita ordinanza di fermo, in cui erano scritti nero su bianco i gravissimi indizi che pesavano sulle teste degli arrestati.

Gli passano la parola. L’emozione è sparita, e il dottore Salvatore Vella parla da guerriero, da combattente, da uomo in prima linea.

«La mafia è un sistema feudatario antichissimo, è un suicidio economico, non ha alcun senso».

Ed elenca le opere pubbliche realizzate male e dopo interminabili lavori, a causa dei compromessi mafiosi.

«Riflettete sulla mafia quando percorrete quelle strade».

Poi sfida apertamente i boss, le cosche locali, e lo fa ancora una volta con un termine scacchista: «Noi siamo qui, e ci saremo sempre, saranno loro a perdere, la partita è aperta, e noi siamo qui per giocarcela».

In sala il silenzio sfiora la sacralità. Le facce sono attente, le labbra tendono a un sorriso d’orgoglio, di profonda soddisfazione.

Quella gente è venuta per il suo Giudice, per sentire quelle parole, per dirgli grazie.

Grazie per la mole di lavoro, per la dedizione, per il coraggio profuso per eliminare dal Belice quella cappa che faceva precipitare quella zona ai minimi nelle classifiche di vivibilità.

«Oggi siamo una terra che sembra appartenere a Cosa Nostra, in cui i nostri destini vengono decisi dal capo mandamento, dal capofamiglia da qualcuno appartenente alla massoneria o da soggetti delle istituzioni che sono vicini a questi controllori. Questo provoca un abbassamento della qualità della nostra vita».

Il dottore parla con il cuore, parla dei momenti di solitudine, parla di come questa gente freni le nostre vite prima ancora che l’economia.

Parla dell’azione culturale,parla alle coscienze, cerca, con passione pacata, di spiegare cosa vuol dire Scacco Matto.

«Noi cittadini abbiamo gli strumenti per cambiare questo stato di cose. Non possiamo darla vinta a chi ragiona in maniera feudale. A chi ha il diritto di vita e di morte dei suoi sudditi. Questi incontri servono a sentirci meno soli. Oggi abbiamo l’accesso alle informazioni, possiamo pretendere che chi amministra, ci amministri nell’interesse pubblico. Dobbiamo ritornare ad essere cittadini liberi e non più sudditi».

Finisce di parlare e poggia il microfono sul tavolo. La gente si lascia andare ad un applauso immenso.

Qualcuno, come Antonella Borsellino, figlia di due imprenditori vittime di mafia, si commuove. Da quanti anni si aspettavano questi uomini, queste parole? Da quanti anni si aspettava lo Stato?

Siamo abbondantemente oltre il minuto e lo scroscio delle mani non accenna a diminuire. Anzi. La gente comincia ad alzarsi e ad applaudire il suo Giudice in piedi, con più forza di prima.

Sono le mani di uomini, donne,giovani orgogliosi di quelle parole, coscienti che la partita è aperta e che ora siamo noi da essere in vantaggio, ad avere la prossima mossa.

Il Giudice è impassibile, cerca di mantenere a freno le emozioni, la commozione per quel riconoscimento.

Lui rappresenta lo Stato, che è tornato nelle nostre zone.

E non può commuoversi, non può lasciarsi andare.

Solo dopo due minuti la gente torna a sedere, ma con quell’espressione sul viso che fa paura alla mafia, ai mafiosi, ai collusi.

Santa Margherita ha visto lo Stato, i suoi uomini, e la gente adesso si sente meno sola, si sente forte.

Brutte notizie per la mafia.






giovedì 9 ottobre 2008

Il governo salva anche Geronzi, Tanzi e Cragnotti




di Liana Milella
(Giornalista)




da Repubblica.it del 9 ottobre 2008


Sorpresa nel decreto Alitalia: reati non perseguibili se non c’è il fallimento.
Ad accorgersene per prima Milena Gabanelli, l’autrice della trasmissione Report.



Roma - Un’altra? Sì, un’altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio.

La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un’altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia.

Non se ne accorge nessuno, dell’opposizione s’intende, quando il 2 ottobre passa al Senato.

Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d’una “bomba atomica” destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri.

Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7 bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942.

L’emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento.

Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi.

Se finora lo stato d’insolvenza era equiparato all’amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com’è uscita dal Senato, non sarà più così.

I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l’impresa non sarà definitivamente fallita.

Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l’ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket.

Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento.

Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli.

Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia.

Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l’opposizione batta un colpo.

Ma ecco che una giornalista se ne accorge.

È Milena Gabanelli, l’autrice di Report, la trasmissione d’inchieste in onda la domenica sera su Rai3.

Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi “una manleva”, un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie.

Lui risponde sicuro: “No, io non ho nessuna manleva”.

Ma quel 7 bis dimostra il contrario.

Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl.

Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: “Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c’è stata la dichiarazione d’insolvenza non seguita dal fallimento”.

Cascini cita i casi: “Per i crac Cirio e Parmalat c’è stata la dichiarazione d’insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l’abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi”.

Non basta. “Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche”.

Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: “Ma la norma vale anche per lui?”.

Lapidaria la risposta: “Ovviamente sì”.

Le toghe s’allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: “Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso”.

Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese.

Vediamolo questo 7 bis, così titolato: “Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare”.

Stabilisce: “Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”.

La scrittura è cattiva, ma l’obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d’insolvenza.

Invece, se il 7 bis passa, l’azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo.

Commentano le toghe: “Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica”.

Con un assurdo plateale, come per Parmalat.

S’interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento.

Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere.

Gli esperti già vedono violati il principio d’uguaglianza e quello di ragionevolezza.

Il primo perché la norma determina un’evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori.

Il secondo perché l’esercizio dell’azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l’azienda in crisi.

Se la salva, salva pure l’ex amministratore; se fallisce, parte il processo.

Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta.


domenica 5 ottobre 2008

Riflessioni sul potere in Italia




Riportiamo un articolo di Marco Travaglio sul libro di Roberto Scarpinato Il ritorno del Principe.
Di questo libro abbiamo già parlato sul blog, nel post che si trova a questo link.
Una bellissima relazione nella quale Roberto Scarpinato ha trattato questi temi può essere ascoltata e letta a questo link.



di Marco Travaglio
(Giornalista)



da L’Unità del 2 ottobre 2008


Non c’è giorno che non ci domandiamo: com’è che ci siamo ridotti così?

Perché ciò che è normale nelle altre democrazie in Italia è eccezionale, e viceversa?

Per rispondere, basta ripercorrere la storia del potere in Italia senza ipocrisie né indulgenze autoconsolatorie.

Senza raccontarci le solite fiabe a lieto fine.

Perché la storia del potere in Italia non ha un lieto fine. E nemmeno un lieto inizio.

Roberto Scarpinato, magistrato siciliano, memoria storica dell’antimafia palermitana (e dunque appena degradato da procuratore aggiunto a semplice sostituto dalla scriteriata riforma Mastella), ha voluto partire dal Principe di Machiavelli per raccontare gli italiani agli italiani in un prezioso libro-intervista a Saverio Lodato: Il ritorno del Principe (Chiarelettere, pp. 347, 15,60 euro).

Lodato gli ha posto le domande giuste, Scarpinato ha dato le risposte giuste.

Non è l’ennesima storia della mafia. E una storia del potere che spiega anche la mafia. Ma anche il declino italiano, di pari passo con l’escalation della corruzione, della malapolitica, della malaeconomia, degli eterni piduismi e stragismi, protagonisti necessari del nostro album di famiglia.

Un libro raro che rivolta la storia d’Italia come un guanto e ne svela il «lato B»: quello che Scarpinato chiama «l’oscenità del potere» nel senso etimologico di «fuori scena»: «Quello degli assassini è spesso il fuori scena del mondo in cui tanti sepolcri imbiancati si mettono in scena».

La mafia militare addirittura come «servizio d’ordine» dei colletti bianchi, “lupara proletaria e cervello borghese”: lasciata senza briglie quando è utile al potere, ma scaricata e potata a suon di retate quando alza troppo la cresta o non serve più.

Il libro sorprende e lascia a bocca aperta.

In un altro paese susciterebbe polemiche e dibattiti furibondi, invece è stato subito avvolto da una coltre di imbarazzato silenzio.

Forse perché rovescia a uno a uno tutti i luoghi comuni, oltre il belletto delle fiction edificanti, quelle che da una parte schierano gli eroi dello Stato e dall’altra, a debita distanza, i mostri dell’Antistato.

Ecco, qui l’Antistato è parte integrante dello Stato.

Qui si parla di «morte dello Stato», della sua progressiva «mafiosizzazione» che rende quasi obsoleta, superata, superflua la violenza della mafia d’un tempo.

Oggi - dice Scarpinato - siamo in piena «post-mafia».

Il «concorso esterno» non è più quello di certi esponenti del potere nei confronti delle mafie: «è quello delle organizzazioni mafiose negli affari loschi di settori delle classi dirigenti».

Di rovesciamenti illuminanti come questo, il libro è pieno.

Si parla di «sicurezza» e si invoca «più carcere»?

Ma «il vero deterrente contro il crimine non è la galera: è la vergogna», che in Italia s’è estinta da un pezzo, anzi è usata per screditare la gente onesta.

Si invoca il «primato della politica»?

Ma nello Stato democratico liberale di diritto il primato è della Legge, cui deve inchinarsi anche la politica.

Si dice che gli italiani hanno la classe politica che si meritano?

No, è la classe politica che ha gli italiani che si merita, avendoli plasmati a propria immagine e somiglianza col controllo militare dei media e della cultura, che ha «azzerato la memoria collettiva».

Le pagine più devastanti sono quelle dedicate agli intellettuali italiani, quasi sempre «organici» al potere, nati e cresciuti come «consigliori del Principe», servili dispensatori di imposture, superstizioni, revisionismi, negazionismi e conformismi, sempre pronti a tradire la missione di coscienze critiche e intenti a giustificare gli abusi del potere.

«Oggi 9 italiani su 10 sono convinti che Andreotti è stato assolto e che la mafia è solo Provenzano».

«All’inizio del processo Andreotti - rivela Scarpinato - la Rai fu autorizzata a riprendere tutte le udienze; ma dopo averne trasmesse due, con audience molto elevata, la programmazione fu cancellata».

Dalle ruberie della Banca Romana al delitto Notarbartolo, dalle stragi dei sindacalisti siciliani all’eccidio di Portella della Ginestra, dall’intrigo del caso Giuliano-Pisciotta alle stragi degli anni 60 e 70, fino ai delitti politici degli anni 80 (terribili le tragedia greche di Mattarella e Dalla Chiesa), ai processi Andreotti, Dell’Utri e Cuffaro, alle bombe politiche del ‘92-’93, mentre lo Stato trattava con la mafia alle spalle dei cittadini in lutto, alla lunga pax mafiosa che dura tuttoggi, Lodato e Scarpinato ci accompagnano passo passo nel retro-bottega dell’ultimo secolo e mezzo di storia patria, in una «stanza di Barbablù» irta di scheletri e fantasmi, segreti e ricatti: segnata da quello che il pm chiama «il rapporto irrisolto fra classi dirigenti e violenza» in un paese dove «la criminalità fa la Storia».

Non è un caso - sostiene Scarpinato - se il Risorgimento, la Resistenza, la Costituente e il biennio magico di Tangentopoli e Mafiopoli sono oggi così impopolari: sono le sole parentesi felici in cui piccole élites liberali consentirono all’Italia di alzarsi in piedi oltre la propria statura media, ai livelli delle vere democrazie, salvo ripiombare regolarmente e rapidamente in balia delle eterne sottoculture autoctone dominanti, tutte autoritarie e illiberali: cattolicesimo controriformista, «familismo amorale», «machiavellismo deteriore» tutto rivolto all’interesse particulare ed «eterno fascismo italiano» scandagliato dai rari intellettuali disorganici come Flaiano, Sciascia, Pasolini e Montanelli.

Per questo la Costituzione va così stretta ai nostri politici, che da vent’anni fan di tutto per riscriverla: nella Costituente, per una provvidenziale «alchimia della storia», dominavano le culture liberali da sempre minoritarie.

Una parentesi eccezionale, miracolosa che partorì una Carta infinitamente più matura dell’Italietta arretrata e contadina del tempo, una «raffinata ingegneria della divisione bilanciata dei poteri» lontana anni luce dalle culture dominanti, tornate subito dopo al potere.

Insomma, uno smoking calcato addosso a un maiale.

Non appena la Costituzione cominciò ad essere attuata fino in fondo, in base ai principi rivoluzionari di solidarietà, di eguaglianza e di legalità, il Principe sentì tremare la terra sotto i suoi piedi e riprese prontamente il sopravvento, «svuotandola dall’interno».

Lo stesso accadde dopo il 1992-’93, quando la legge fu davvero uguale per tutti e dunque il Principe non potè sopportarlo, riportando rapidamente a galla gli eterni don Rodrigo, don Abbondio e Azzeccagarbugli. I tre santi patroni nazionali.

Amarissime, a tal proposito, le pagine sulla normalizzazione della Procura di Palermo, quando a Caselli subentrò Piero Grasso.

Qualche spiraglio resta aperto alla speranza. Mai illusoria o consolatoria. Responsabilizzante.

Scarpinato la coglie nel raro protagonismo civile degli italiani che rifiutano il rango di sudditi: i girotondi di qualche anno fa, le recenti manifestazioni in difesa di De Magistris in Calabria, la rivolta giovanile di Addiopizzo a Palermo e quella di parte della Confindustria siciliana contro il racket.

E indica una strada: cercare e pretendere sempre la verità.

Cita l’indovino Tiresia sulle rovine di Tebe, corrotta e malgovernata: «L’offesa alla verità sta all’origine della catastrofe».

Tiresia era cieco, ma vedeva tutto. I tebani avevano ottima vista, ma non vedevano più nulla.


L’oscenità del potere in Italia


Riportiamo dal blog di TARO i video e il testo di una bellissima relazione sul potere in Italia tenuta da Roberto Scarpinato, già Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo, alla presentazione del libro “Mani sporche”, a Roma il 10 gennaio 2008.

I concetti esposti in questa relazione sono stati sviluppati da Roberto nel suo libro “Il ritorno del Principe”, del quale abbiamo trattato a questo link e a quest’altro.

A questo link una bellissima intervista di Roberto Scarpinato sul libro.

Il video e il testo sono divisi in cinque parti.

Riportiamo prima i cinque video e in fondo l’intero testo.

Il video originale è di Radio Radicale.

Un grazie di cuore a TARO per la preziosa opera di trascrizione.


Parte 1/5




Parte 2/5




Parte 3/5




Parte 4/5




Parte 5/5





La trascrizione fatta da TARO:


Prima parte:

Roberto Scarpinato

Uno dei più raffinati uomini di potere della storia occidentale, il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: “Il trono si conquista con le spade e i bastoni ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”. Questa massima riassume io credo in modo magistrale la necessità del potere antidemocratico e autoritario di plasmare il sapere sociale in modo da alimentare imposture funzionali alla sua perpetuazione.

Il lavoro della costruzione delle imposture è affidato da sempre agli intellettuali e costituisce una delle loro principali fonti di reddito. L’italia è sempre stata una straordinaria fucina di intellettuali costruttori di impostori al servizio del potere e non è un caso che una delle massime icone nazionali resti Niccolò Macchiavelli prototipo nazionale di intellettuale che invece di smascherare le imposture del potere ha come massima aspirazione quella di divenire il consigliere del principe di turno anche se nel caso di Cesare Borgia si tratta di un lestofante capace di ogni nefandezza, pluriomicida e stragista. In questo paese patria elettiva di impostori di ogni genere, Barbacetto, Gomez e Travaglio sono tra i pochi intellettuali che sono rimasti a svolgere un importante ruolo di supplenza civile di vigilanza democratica. Supplenza civile nel ricostruire con meticolosa pazienza la memoria di fatti storici che sono oscurati o distorti dalla televisione di Stato, dalla televisione commerciale o dagli apparati culturali di regime. Vigilanza democratica nei confronti di un potere ogni giorno più arrogante che alimenta la pratica dell’omertà di massa e riduce al silenzio chiunque rifiuti di chinarsi.

Il generale Videla sanguinario dittatore argentino soleva ripetere “la memoria è sovversiva”, aveva ragione. La memoria è come un indice puntato contro i crimini del potere che ha necesssità di rimarginarsi cancellando dalla memoria collettiva i fatti storici e in questo senso i tre autori di questo libro io credo possano ritenersi dei sovversivi e mi coglie il dubbio che il loro chiamarmi a partecipare alla presentazione di questo libro sia una sorta di chiamata in correità da sovversivi a un sovversivo quale io sono stato a volte definito per il fatto che nel mio ruolo istituzionale da anni mi occupo di ricostruire la memoria storica di misfatti che non riguardano i soliti Provenzano di turno ma i loro eccellenti protettori politici senza i quali questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da più un secolo.

Proprio per il ruolo di supplenza civile al quale ho appena accennato, questo libro si sovraccarica secondo me di significati e chiavi di lettura. Sarebbe riduttivo leggerlo come un accurato resoconto di alcuni dei più importanti processi di corruzione degli ultimi anni, è molto di più.
E’ il referto clinico della dissoluzione dello stato democratico di diritto e della sua balcanizzazione nel popolo delle tribù.
E’ la cronistoria del declino di un grande paese e della sua regressione verso la modernità.
E’ il ritratto di Dorian Gray di una delle classi dirigenti più rapaci della storia europea.
E’ soprattutto un libro di storia, indispensabile per comprendere il passato, il presente, il futuro, forse la mancanza di futuro di questo paese. E qui sta una profonda anomalia di questo libro che non è certo addebitabile ai suoi autori. Un libro nel quale si narrano delle vicende criminali non dovrebbe assumere il respiro della grande storia. Nelle democrazie mature la criminalità non fa storia è un capitolo marginale specialistico che interessa soltanto criminologi, penalisti e qualche appassionato della materia. In Italia invece leggendo questo libro se ne ha una significativa conferma, la storia nazionale quella con la S maiuscola è inestricabilmente intrecciata con la criminalità delle sue classi dirigenti. Nessuno storico serio potrebbe ricostruire la storia di questo paese, spiegare perché la storia ad un certo punto ha assunto una certa direzione invece che un’altra, perché sono state emanate certe leggi, perché sono state effettuate importanti modifiche costituzionali senza tenere conto del mondo in cui contemporaneamente si è evoluta nel tempo la criminalità delle classi dirigenti.

Per restare solo sul tema della corruzione, quanti oggi ricordano per esempio che la Banca d’Italia fu istituita a seguito della scandalo finanziario del crack della banca romana del 1892. Un istituto autorizzato dallo Stato a stampare banconote che stampava banconote false e che elargiva finanziamenti senza garanzia, foraggiando un enorme stuolo di parlamentari, senatori, membri della famiglia reale, ministri, presidenti del consiglio. E vi pare forse una coincidenza che a distanza di più di un secolo la recente legge di riforma della Banca d’Italia che rende temporaneo il mandato del governatore della banca sia avvenuta a seguito di un altro scandalo che troverete descritto nel libro, quello della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro, all’ Antonveneta, al Corriere della Sera che ha visto ancora una volta protagonisti un allegra brigata di speculatori i cui patrimoni non si ha la possibilità di ricostruire l’origine insieme a senatori, a deputati, a un ex Presidente del consiglio.

Quello che ho appena citato è appena uno dei tanti esempi possibili perché via via che si procede nella lettura di questo libro ci si rende conto come eventi istituzionali come l’emanazione o la mancata emanazione di leggi, la privatizzazione di enti si Stato, la realizzazione di alcune riforme istituzionali sono tutti eventi che al di là delle motivazioni ufficiali ammannite all’opinione pubblica hanno una segreta origine in vicende criminali e in transizioni di vertice tra i potentati nei quali si articola la classe dirigente.

L’irrazionalità talora inspiegabile di talune leggi in palese contrasto con l’interesse pubblico e con i più elementari principi di buona amministrazione è irrazionale solo all’apparenza, solo se si tenta di interpretare la legge alla luce delle sue motivazioni principali. Si pensi per citare un solo esempio alla recente legge per l’indulto che ha ingolfato gli uffici giudiziari con milioni di processi inutili perché riguardano reati indultati per i quali non potrà essere applicata la pena e che ciò nonostante dovranno essere celebrati costringendo i magistrati ad un lavoro assolutamente inutile e frustrante come scavare dieci fosse e riempirle subito dopo.

Solo se si ricostruiscono le vicende criminali che hanno preceduto e che sono state contemporanee all’emanazione della legge dell’indulto è possibile individuare in controluce la razionalità occulta di quella legge. Una razionalità politica non apertamente confessabile dunque destinata a restare nell’osceno, nell’obscenum, nel fuori scena. La razionalità politica inconfessabile era lo scambio di prigionieri cioè garantire l’impunità a imputati eccellenti, imputati protetti da potenti, a gole profonde che se avessero parlato avrebbero potuto tirare giù tutti i santi dal paradiso.

Per esempio se la necessità era sfollare le carceri come si spiega l’estensione dell’indulto a un reato di mafia, allo scambio politico elettorale, tenuto conto che alla data dell’indulto non c’era neanche una sola pesona in carcere per questo reato e che in tutta Italia c’erano soltanto dieci processi pendenti. Non c’è nessuna riposta possibile sul piano giuridico.


Seconda parte:

Per comprendere il motivo di questa norma [riferito alla legge sull’indulto] bisogna fare semplicemente l’elenco dei 10 imputati che in quel momento rischiavano la galera.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a centinaia, ne consegue che l’impostura cioè la menzogna di regime funzionale alla perpetuazione del regime illegale è arrivata a contaminare perfino la legge cioè quella che dovrebbe essere la massima espressione dello stato democratico dei diritti e della sovranità popolare. In altri termini i pozzi sono avvelenati e l’acqua marcia per infiltrazione e trasudazione inclina ormai gran parte delle mura e dei pilastri portanti della casa comune. Una casa che ogni giorno più è ammorbata dall’illegalismo di massa di queste classi dirigenti.

In altri termini, ieri come oggi la questione criminale essendo questione che riguarda in gran parte la classe dirigente è inestricabilmente intrecciata alla questione Stato e il suo evolversi determina l’evoluzione delle forme stesse dello stato e delle sue leggi. Per questo motivo il libro che stasera presentiamo purtroppo, e sottolineo purtroppo, è ciò che in un paese civile non dovrebbe essere e cioè un libro di storia. Un manuale di diritto pubblico, un impressionante e imprenscindibile chiave di lettura per la comprensione del presente e del futuro del paese.

Procedendo per grande sintesi, se ripercorriamo a ritroso la storia del paese, possiamo constatare come dallo scandalo della banca romana del 1892 ad oggi è sempre stato un ininterrotto susseguirsi di scandali finanziari, dal periodo dell’età monarchica, il fascismo, che arrivano sino alla prima repubblica e che si ricongiungono con straordinaria continuità con gli scandali dell’ultimo periodo. Una storia circolare che si ripete sempre uguale a se stessa, anche nei suoi esiti finali cioè l’impunità garantita dei potenti.

Se si esamina la composizione della popolazione carceraria dall’Unità ad oggi ci si rende conto che non è mai cambiata. In galera finiscono sempre e solo gli ultimi della piramide sociale. I potenti non ci vanno a finire mai, il che impone una riflessione e cioè che nonostante il susseguirsi delle forme diverse dello stato ( la monarchia, il fascismo, la repubblica) esiste e persiste in questo paese una straordinaria continuità della giustizia di classe.

Gli unici momenti storici nei quali la giustizia di classe sembra essersi incrinata, essersi trasformata nella giustizia uguale per tutti, sono momenti transitori nei quali per motivi di carattere internazionale la classe dirigente di questo paese è entrata momentaneamente in crisi allentando la sua presa sull’ordine giudiziario. Possiamo ricordare due momenti, la caduta del fascismo a seguito della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino. Non appena i fattori internazionali esauriscono i propri effetti gli assetti interni si riequilibriano ed una delle conseguenze di questo riequilibrio è che la classe dirigente riprende a condizionare la giurisdizione in modo da disinnescare il controllo della legalità e garantirsi l’impunità. Che in questi frangenti storici la necessità di riprendere il controllo della giurisdizione costituisca una priorità politica imprenscindibile, mi pare indicativo dell’elevatissimo tasso di illegalismo che da sempre caratterizza l’operato delle nostre classi dirigenti.

Esiste dunque, io credo, una incompatibilità di sistema tra la classe dirigente e una giurisdizione indipendente. Una giurisdizione cioè che operi come variabile indipendente rispetto ai rapporti di forza politici.

Non è un caso del resto che l’ordinamento che garantisce indipendenza e autonomia alla magistratura sia stato introdotto dalla costituzione del 1948 in un momento particolare della storia di questo paese. Nell’immediato dopo guerra, dopo la caduta del fascismo nel disfacimento del vecchio establishment nessuno sapeva chi avrebbe vinto le elezioni e tutti i partiti avevano in quel momento interesse a un ordinamento della magistratura che non la trasformasse come era avvenuto durante il fascismo in instrumentum et regni della maggioranza di turno.

Superato quel contingente della storia e ristabilitisi i vecchi equilibri quella costituzione fu a lungo sabotata e rinnegata. L’indipendenza della magistratura fu duramente conquistata negli anni successivi e dopo anni di fibrillazione la recente riforma dell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella pone finalmente fine a una ferita che la costituzione del 48 aveva aperto. Pone fine a una contraddizione tra costituzione formale e costituzione materiale del paese.

L’orologio della storia è stato riportato indietro ai tempi d’oro dell’epoca fascista e prefascista, d’oro per loro s’ intende, quando l’uso e l’abuso dei poteri disciplinari e paradisciplinari messi in mano al ministro a procuratori generali, procuratori della repubblica, consentiva alla classe dirigente di tenere sotto il proprio tallone di ferro quella parte della magistratura che non era disposta a piegarsi ai diktat politici. L’avversione del ceto politico, dell’establishment, ai processi penali ha una ragione profonda .

Da tangentopoli ad oggi i processi oltre ad assolvere alla loro funzione istituzionale di accertare la responsabilità penale di specifici individui in relazione a specifici reati, hanno assolto anche ad un’altra importante funzione. Quella di un rito di disvelamento collettivo delle oscenità del potere. I cittadini hanno compreso che il vero potere non è quello che si esercita sulla scena - sulla scena istituzionale il potere si mette appunto in scena - il vero potere è quello che viene praticato nel fuori scena, nell’oscenum, nell’osceno e lo spettacolo è raccapricciante e disgustoso.

Il mondo di omertà collettiva - che il potere ha costruito intorno alla proprio attività oscena mediante metodi di intimidazione che sembrano a volte replicare in modo incruento quelli mafiosi - viene talora lacerato dalle microspie delle intercettazioni che essendo macchine inintelligenti e non intendendosi di compatibilità sistemiche registrano oggettivamente in diretta la voce del potere. Ed è come rimuovere un sipario e intravedere dietro i sepolcri imbiancati che occupano la scena come immondo verminaio. E’ come passare dal salotto buono dove sono messi in mostra i ninnoli e le memorie di famiglia alla stanza di barbablu dove sono occultati gli scheletri.

Rileggere le trascrizioni delle intercettazioni riportate nel libro lascia costernati per il tasso di violenza che trasuda dalle conversazioni dei potenti. Se sono rimasto impressionato io che da anni passo il tempo ad ascoltare le conversazioni dei mafiosi vi potete immaginare, anzi se devo essere sincero vi devo dire che il linguaggio di taluni mafiosi è più castigato e signorile di quello di alcuni potenti.

Per tirare le fila del discorso su questo punto quindi dobbiamo concludere che non solo c’è un’incompatibilità sistemica tra la classe dirigente e la magistratura indipendente ma c’è anche una incompatibilità sistemica tra classe dirigente ed intercettazioni e nel libro troverete infatti un ampio resoconto dei progetti di legge che sono in cantiere per mettere definitivamente la mordacchia alle intercettazioni e impedire all’opinione pubblica di vedere l’eservcizio osceno del potere dietro lo scenario di carta pesta delle istituzioni.

Questa straordinaria continuità della tangentopoli italiana e delle impunità garantite ai suoi protagonisti impone secondo me alcune riflessioni. La prima è che sarebbe finalmente ora di farla finita con questa solfa della questione morale. Una corruzione sistemica che dura dall’unità di Italia ad oggi non è questione morale ma questione criminale che per la sua dimensione di massa investe il funzionamento stesso dello stato e della democrazia e che ha proiezioni macro economiche.


Terza parte:

Una patologia del potere che dura ininterrottamente da un più di un secolo e mezzo va interpretata per quello che realmente è, io credo, e cioè un codice culturale che plasma la forma stessa dell’esercizio del potere. In altri termini quello che voglio dire è che forse la corruzione in Italia non è una deviazione del potere ma una forma naturale tra virgolette di esercizio del potere che gode di accettazione culturale da parte della classe dirigente e che si basa sulla rassegnazione culturale dei ceti sottostanti. La corruzione fa parte della costituzione formale del paese, è una componente organica della politica italiana ed è dunque una questione macro politica con la quale bisogna fare i conti a livello macro economico.

Voglio spiegare meglio cosa intendo per codice culturale: le società moderne si articolano come sappiamo su di una pluralità di segmenti sociali dietro l’apparenza di codici culturali generalisti cioè condivisi da tutti, in realtà ciascuno di questi segmenti ha propri codici culturali interni che divergono in tutto o in parte da quelli generali. Facciamo l’esempio per cui un comportamento che viene considerato riprovevole secondo il codice generalista non è considerato riprovevole all’interno di un determinato ambiente sociale. Ad esempio è noto che in molti salotti bene l’uso della cocaina non è considerato riprovevole anche se il codice generalista lo considera tale, per cui la stessa persona all’interno del suo ambiente prende la cocaina, all’esterno magari critica i cocainomani. Per fare un altro esempio, negli ambienti popolari i ladri, i truffatori, che secondo il codice generalista sono considerati dei criminali vengono considerati come onesti lavoratori che campano la famiglia e non hanno riprovazione sociale.

Quello che conta per il singolo quindi non è il giudizio generalista della società ma il giudizio della cerchia sociale di cui fa parte, su quello fonda la propria autostima e la propria reputazione sociale.
Tornando alla corruzione, io credo che ci siano vari indici che depongano nel senso che all’interno dello specifico segmento sociale della classe dirigente la corruzione è considerato un comportamento normale e quindi culturalmente accettato e ramificato. Ci sono alcuni riscontri di questa tesi, per esempio l’assenza di qualsiasi disapprovazione morale e censura sociale nei confronti degli appartenenti alle classi dirigenti che sono state condannate per corruzione. Tutti coloro che oggi come ieri incappano nella mani della giustizia sono accolti nei salotti bene come prima, pacche sulle spalle. La stessa gente che non esita a licenziare su due piedi e a criminalizzare la domestica appena sospettata di avere rubato un pezzo dell’argenteria invece si mostra assolutamente accondiscendente e vezzeggia amorevolmente gli appartenenti alla propria classe dirigente che sono stati condannati per aver rubato allo Stato milioni e milioni di euro.

Un altro indice dell’esistenza di questo codice culturale è la disapprovazione morale nei confronti di coloro che denunciano la corruzione e collaborano con i magistrati. Voi ricorderete che all’inizio di Tangentopoli dietro alle porte dei magistrati di Milano c’era una lunga fila di imprenditori e avvocati che collaboravano. Beh, su queste persone si scatenò un ondata di feroce riprovazione morale da parte della classe dirigente. Un’ondata di riprovazione che conteneva dentro un’accusa cioè di avere trasgredito un codice di omertà interno alla propria classe sociale. Il disprezzo e la censura sociale nei confronti di queste persone fu tale che come ricorderete il fenomeno della collaborazione si estingue in breve termine. Le pochissime persone che hanno proseguito a collaborare con la magistratura rendendo testimonianza come ad esempio Stefania Ariosto hanno dovuto sopportare un vero e proprio calvario riservato a tutti coloro che per rispettare il codice culturale generalista hanno osato violare il codice culturale interno alla propria classe sociale.

Ora sembra di assistere a una novità rispetto al passato. Sino a qualche anno fa, il codice culturale che ho accennato restava un fatto interno e segreto in ossequio alla vecchia pratica italiota della doppia morale, vizi privati e pubblici le virtù. Da alcuni anni a questa parte invece sembra che si siano rotti tutti gli argini, son venute meno tutte le inibizioni e sicché quel codice culturale si sta trasformando di giorno in giorno sempre da codice culturale interno, praticato in segreto, in codice pubblico legittimato giuridicamente. La legalizzazione del conflitto di interessi che in sostanza consiste nell’interesse privato in atti d’ufficio è diventata una forma ormai palese e accettata di corruzione.

Solo i parvenue del potere continuano a praticare il vecchio sistema delle tangenti con la bustarella. Gli arrivati, quelli che occupano posizioni apicali nella piramide sociale ormai praticano l’illegalità alla luce del sole perché hanno la forza sociale e politica per trasformare l’illegalità in legalità. Troverete nel libro un esempio sconfinato di ministri, sottosegretari, senatori, parlamentari, di consiglieri regionali, di sindaci, di quanti altri che utilizzano i loro poteri per i propri interessi elargendo finanziamenti pubblici, crediti, concessioni, consulenze, parcelle d’oro a imprese di famiglia, prestanome, cooptando parenti e clienti sotto lo scudo stellare della discrezionalità politica e amministrativa. La stessa depenalizzazione strisciante o palese di molti comportamenti criminali della classe dirigente dal falso in bilancio, all’abuso in atti d’ufficio e contemporaneamente alla criminalizzazione del disagio sociale, lavavetri, ecc., sono l’emblema mi pare di una classe dirigente che ha buttato la maschera e che sta procedendo a tappe forzate alla costituzione di un diritto di classe a doppio binario: plotone di esecuzione per gli ultimi, per quelli senza potere, e foro addomesticato e domestico per i propri pari.

Quale è il fattore che ha determinato questa rottura degli argini? Io, avanzo un ipotesi: credo sia un fattore di carattere internazionale cioè la fine del pericolo comunista. Mi spiego, fino alla caduta del muro di Berlino il pericolo del sorpasso comunista funzionava da segreto calmieratore degli appetiti predatori della classe dirigente perché la sofferenza e l’ingiustizia sociale determinate da un eccesso di predazione potevano alimentare un dissenso che poteva canalizzarsi politicamente verso i partiti di sinistra e realizzare un’alternativa di Sistema. Ricorderete il successo politico della questione morale di Berlinguer.

Per scongiurare il pericolo del sorpasso rosso l’ala più dura e oltranzista della classe dirigente ha usato il bastone dello stragismo, dell’omicidio politico, l’ala riformista ha invece provveduto alla costruzione di uno Stato Sociale che ha consentito a milioni di italiani di costruirsi un portafoglio sociale costituito da diritti fondamentali quali il lavoro a tempo indeterminato, la sanità, la scuola, ecc.

Il pericolo del sorpasso rosso improntava anche rapporti tra il grande capitale e la politica. Il grande capitale aveva bisogno della politica anche per gli interessi ma anche per svolgere un importante funzione di mediazione sociale. La fine del pericolo del sorpasso comunista ha fatto venir meno questo importante calmieratore. L’impossibilità di un’alternativa, l’irrilevanza della classe operaia nell’economia post industriale globalizzata ha privato di sblocchi politici l’antagonismo sociale disarticolandolo.

Il primo ad accorgersene è stato il grande capitale che quasi non ha più bisogno della mediazione politica per fare il proprio interesse, sE nell’economia industriale il capitale era legato a un territorio, a una fabbrica e quindi era costretto a rivolgersi ai professionisti della politica per esercitare una mediazione oggi questo capitale è libero da ogni vincolo territoriale. Se qualcuno osa protestare si chiude la fabbrica e si trasferisce altrove. Il capitale ha sempre meno bisogno della politica e delle vecchie pratiche corruttive e il grande capitale si è ripreso il potere ed è tornato ai metodi di sfruttamento propri degli inizi della rivoluzione industriale.

Negli ultimi dieci anni i profitti delle imprese sono cresciuti del 90% mentre i salari sono cresciuti del 5%.

Venti anni fa lo scarto tra la remunerazione dei dipendenti e di quello dei massimi dirigenti era di 1 a 40, oggi è di 1 a 400.


Quarta parte:

Il minor peso all’interno della classe dirigente che è venuto assumendo quella parte che ormai viene definita “la casta” - cioè il ceto politico - ha costretto, io credo, il ceto politico a reinventarsi le forme della corruzione e per capire quali sono queste nuove forme quale è stata questa necessità dobbiamo fare riferimento, io credo, a un altro fattore di carattere internazionale e cioè il processo di unificazione europea.

Sino agli anni novanta, la corruzione sistemica veniva finanziata tramite l’inflazione, la dilatazione senza limite della spesa pubblica consentiva di foraggiare gli enormi costi della corruzione e di mantenere gli enormi circuiti clientelari. Basti pensare che il giro di affari della corruzione aveva generato un indebitamento pubblico tra i 150mila e 250mila miliardi di lire con 15/20mila miliardi di relativi interessi annui sul debito. Il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno era cresciuto dal 60% del 1980 a 118% nel 1992.

I rigidi parametri economici imposti dal trattato di Maastricht hanno fatto venir meno la possibilità di finanziare la corruzione con la dilatazione a go go della spesa pubblica con l’inflazione. Niente più soldi per i grandi appalti e per le opere pubbliche così come era stato fino agli anni ‘80. A questo punto le modalità di predazione conosciute e classiche hanno lasciato il posto a nuove forme ancora più pericolose. Per spiegarmi farò ricorso a una metafora. Quando manca il cibo, l’organismo umano è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Esaurite le risorse energetiche nei follicoli adiposi, del grasso, inizia ad attingere ai muscoli che dunque progressivamente si rachitizzano sino a quando si crea uno squilibrio generale e il corpo si ammala.

A causa dei vincoli europei e internazionali del trattato di Maastricht il sistema corruttivo italiano è stato messo a dieta. A questo punto, in mancanza di risorse esterne cioè la spesa pubblica dilatabili senza limiti, ha cominciato ad attaccare le riserve interne. In altri termini ha cominciato a nutrirsi del tessuto connettivo del corpo sociale mediante il progressivo e sistematico smantellamento dello stato sociale e il trasferimento delle risorse destinate allo stato sociale ai privati o meglio alcuni potentati privati.

Questa complessa ristrutturazione si declina su vari versanti, una delle più importanti è quella delle privatizzazioni occulte o palesi. La stessa classe dirigente che nel corso della prima repubblica aveva distrutto la credibilità del pubblico con le proprie pratiche corruttive e lottizzatorie continua a screditarlo facendosi portavoce interessata di un pensiero neoliberista per cui pubblico è sì un sinonimo di inefficienza e spreco mentre privato è garanzia di efficienza e risparmio.

Un esempio interessante è quanto sta avvenendo nel settore della Sanità divenuta da anni appetiti di tanti perché quella della Sanità costituisce uno zoccolo duro della spesa pubblica incomprimibile per tanti motivi. Nel libro troverete un ampio capitolo dedicato alle false privatizzazioni del settore sanitario che imperversano dalla Lombardia, al Lazio, alla Sicilia. Lo smantellamento progressivo dello stato sociale che sta attraversando occultamente tutto il sistema sanitario viene realizzato mediante il dirottamento fondi statali dagli ospedali pubblici alle cliniche private convenzionate. Cliniche private di cui sono spesso soci palesi od occulti esponenti del ceto politico, loro parenti e prestanomi come leggerete nel libro.

Il finanziamento dei privati avviene naturalmente con i soldi pubblici che sono sottratti agli ospedali pubblici. Infatti quel che accade è che vengono ceduti al mercato tutti i pezzi pregiati del sistema sanitario suscettibili di produrre alti profitti: le alte tecnologie, la diagnostica raffinata, la chirurgia complessa, la ricerca biomedica applicata mentre vengono lasciati al pubblico i settori a bassa redditività o a redditività nulla, come per esempio la rianimazione. Le prestazioni effettuate dalle cliniche private vengono poi rimborsate da alcune regioni con tariffari d’oro.

In Sicilia abbiamo verificato che i costi per una clinica privata convenzionata con la regione erano 2mila volte quelli previsti dal mercato. In due anni la clinica privata aveva indebitamente percepito alla regione siciliana 80 miliardi delle vecchie lire. Gli accordi sul tariffario regionale tra il proprietario della clinica e il presidente della regione avvenivano nel retrobottega del negozio di un sarto. La regione Sicilia ha stipulato 1826 convenzioni con cliniche private, si tratta di un numero superiore 20 venti a quello della regione Emilia Romagna e superiore a quello di tutte le regioni messe assieme.

Le strutture pubbliche depauperate di risorse vengono condannate a un progressivo degrado. La gente muore di mala sanità perché per esempio non trova un posto in rianimazione nonostante giri tanti ospedali, è costretta a passare la notte in barelle improvvisate in locali fatiscenti. La mala sanità, figlia della mala politica, causa più morti delle guerre di mafia. Cadaveri non eccellenti di poveri cristi senza santi in paradiso.

Sempre per restare in tema di privatizzazione, i processi penali dei quali nel libro troverete una preziosa sintesi hanno dimostrato in che cosa si sono risolte molte privatizzazioni all’italiana. Svendite sottocosto di beni di Stato, arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godevano di importanti protezioni politiche. Vi rimando al capitolo illuminante furbetti e furboni della scalata alla Telecom realizzata con l’accordo trasversale della finanza della destra e della sinistra, viene coniato allora il termine bicamerale della finanza. Con l’alterazione delle regole del libero mercato mediante pesanti interventi di protettori politici che frutta alla fine una plusvalenza di 3mila miliardi delle vecchie lire che finiscono nelle stesse tasche di taluni che anni dopo tenteranno lo stesso colpo gobbo con la scalata all’Antonveneta, alla BNL e al Corriere della sera. Intascata la plusvalenza la Telecom viene venduta a Tronchetti Provera e sappiamo l’altra parte della storia.

Una grossa fetta delle plusvalenze realizzate finisce nelle tasche dei tesorieri della finanza rossa che le dirottano implicitamente per sottrarli al fisco su conti esteri e poi li fanno rientrare in Italia approfittando dello scudo fiscale e del condono tombale ed ecco un’altra oscenità del gioco grande del potere: mentre sulla scena pubblica gli esponenti della sinistra ed esponenti della destra si contrappongono nel fuori scena sono soci d’affari. Mentre sulla scena pubblica la sinistra critica lo scudo fiscale, il condono tombale e l’evasione fiscale poi nel fuori scena suoi autorevoli esponenti ne usufruiscono ampiamente secondo la vecchia pratica italiota del predicare bene e razzolare male.

Concludo.

Dopo questo lungo e triste procedere nella palude del presente viene da chiedersi chi salverà questa democrazia da se stessa. Sino d oggi mi pare che questa democrazia sia stata salvata dalle sue minoranze. La nostra stessa costituzione è opera di una minoranza: gli antifascisti, i partigiani, l’elite della cultura cattolica e liberale. Una minoranza etica e culturale che non rispecchiava la realtà culturale del paese. Se si pone a confronto l’Italia disegnata nella costituzione e l’Italia reale del 1948, un paese arretrato, contadino, con sei cittadini su dieci senza licenza elementare si comprende come esista un abisso tra queste due italie. La nostra costituzione superò noi stessi e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo indicando il modello da raggiungere. Quella costituzione ha continuato a salvarci nei tempo nei momenti più difficili, solo grazie ad essa e alle sentenze della Corte costituzionale è stato possibile eliminare dal nostro ordinamento alcune leggi vergogna che il nostro ceto politico continuava a tenersi care.

Quando sento riproporre progetti di modifica della Costituzione perché è vecchia e superata mi si rizzano i capelli sulla testa. Vecchi e superati anzi espressione di culture decrepite e premoderne sono molti di coloro che vogliono manometterla.


Quinta parte:

La nostra costituzione è e resta giovanissima, tanto giovane da appartenere più al nostro futuro che al nostro passato. Ho iniziato questo intervento citando le parole di un cinico uomo di potere, il cardinale Mazzarino, e consentitemi di concluderlo citando le parole di uno straordinario uomo di Stato, un padre della Costituzione, Piero Calamandrei. Parole pronunciate alla seduta della costituente del 7 marzo 1947.

“Io mi domando onorevoli colleghi come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra assemblea costituente. Se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la costituente romana dove un secolo fa sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì.

Credo che i nostri posteri sentiranno più di noi tra un secolo che da questa nostra costituente è nata veramente una nuova storia e si immagineranno che in questa nostra assemblea mentre si discuteva della nuova costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri e i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e sulle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriquez e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere. Il grande lavoro che occorreva per restituire all’Iitalia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile, quella di morire, di testimoniare con la resistenza la morte, la fede nella giustizia.

A noi è rimasto un compito cento volte più agevole, quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno, di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco in realtà chiedono i nostri morti, non dobbiamo tradirli. Grazie”.