«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 8 maggio 2008

Sulle regole

Versione stampabile


Il 19 marzo scorso è “uscito” nelle librerie un bellissimo libro di Gherardo Colombo, dal titolo “Sulle regole”, edito da Feltrinelli.

Il libro contiene moltissimi spunti di riflessione, a cominciare dalla prefazione, nella quale l’autore spiega perché ha lasciato la magistratura.

Riportiamo qui una breve recensione del libro tratta dal sito di Internet Bookshop Italia e il capitolo nel quale Gherardo illustra le caratteristiche di quella che definisce la “società verticale”. Capitolo nel quale vengono descritte tante “malattie sociali” dalle quali con evidenza siamo sempre più affetti.


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Da Internet Bookshop Italia:

«La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole. Se non le comprendono tendono a eludere le norme, quando le vedono faticose, e a violarle, quando non rispondono alla loro volontà. Perché la giustizia funzioni è necessario che cambi questo rapporto».

È possibile che questa aspirazione diventi realtà? Come può nascere da questo cambiamento una società migliore?

Ce lo spiega Gherardo Colombo, figura di primo piano del mondo del diritto, in questo suo nuovo libro che invita a riflettere su un argomento di grande attualità e profondo coinvolgimento civile e morale.

In Italia spesso si sente parlare e si parla di una giustizia “malata”, di un’amministrazione della giustizia lenta e corrotta, di violazione sistematica delle leggi, di mancanza di legalità.

Si ha la sensazione di vivere in un paese dove, sotto l’apparenza delle leggi uguali per tutti, trionfano in realtà il sotterfugio, la furbizia, la forza, la disonestà, un paese dove coloro che rispettano le leggi formali vengono scavalcati ogni giorno da coloro che le infrangono.

Secondo Gherardo Colombo esiste un solo modo per uscire da questa sconfortante e drammatica situazione: riscoprire il senso profondo delle regole che stanno alla base della convivenza civile, ritrovare il punto di riferimento ideale, dei valori di base, a cui si ispira la distribuzione di diritti e doveri, opportunità e obblighi, libertà e limiti di ogni individuo.

Il rispetto dei valori della persona è la strada da percorrere, indicata anche dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che prospettano un modello di convivenza orientato al riconoscimento e alla valorizzazione dell’altro.

Una società “orizzontale”, la definisce Colombo, «che prevede una distribuzione omogenea dei carichi e delle possibilità, dei doveri e dei diritti in particolare quelli fondamentali, vale a dire quelli che garantiscono la base per un’esistenza dignitosa e il presupposto per l’emancipazione dell’individuo».

Questo modello si contrappone al modello “verticale”, basato sulla gerarchia e la competizione, uno schema imperante fino all’altroieri della storia, che privilegia pochi potenti, ricchi, influenti a discapito della moltitudine dei cittadini.

«Se la società è davvero organizzata in modo orizzontale – scrive Colombo – le spinte e le occasioni per violare le leggi sono assai più limitate».

Se i diritti di base sono tutelati, la devianza infatti è meno diffusa, e possono prosperare il dialogo, il confronto e la responsabilità, a vari livelli: politico, professionale, civile e amministrativo. Tutti potrebbero partecipare più compiutamente al bene comune e raggiungere una propria realizzazione personale.

Molti passi in avanti sono stati compiuti per raggiungere una società come questa ma il cammino non è concluso, come dimostra il fatto che l’attuazione completa dei principi della Costituzione non è terminato.

Anche sul piano culturale l’atteggiamento di noncuranza e a volte aperto disprezzo delle regole permane su vasta scala, sia a livello dirigenziale sia a livello del semplice cittadino.

Proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica, e soprattutto i giovani, su questo argomento l’autore da anni partecipa a conferenze e incontri che si tengono in scuole, università, parrocchie e circoli di tutta Italia.

Un dibattito sul valore e sulla cultura della legge in Italia, come quello a cui ci invita Gherardo Colombo, è dunque non solo doveroso ma anche necessario, per chiarire l’importanza che ricoprono nella società non solo le istituzioni ma anche i cittadini e la loro consapevolezza che l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale sia l’unico modo per realizzare una società migliore: più equa, giusta e vivibile.

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Dal libro: Gherardo Colombo, “Sulle regole”, Feltrinelli 2008, pagg. 41-47:


La società verticale

Perché, anche in buona fede, le persone possono attribuire al termine giustizia significati diversi, tra loro contrastanti o contraddittori? Perché questa parola può risultare ambigua?

Ciò dipende, a mio parere, dal contenuto che essa esprime.

E questo contenuto, a sua volta, è conseguenza della diversità tra le convinzioni profonde sul modo di intendere le relazioni umane.

E’ frutto della differenza della concezione del mondo, direi dell’approccio filosofico che ognuno, forse inconsciamente, ha in ordine al senso dell’esistenza, a proposito del genere umano, di come si crede che esso si sviluppi e progredisca, dell’ottimismo o del pessimismo con il quale lo si guarda, del valore che viene conseguentemente dato all’individuo.

Una parte delle persone vede l’umanità soprattutto come specie animale, regolata dalle stesse leggi che presiedono allo sviluppo delle altre specie viventi. Nutre un atteggiamento di sfiducia nei confronti del singolo, il quale – se considerato come parte non individualizzata della massa – si trova un po’ sullo sfondo, in qualche misura sfuocato.

In questa prospettiva l’essere umano progredisce attraverso la selezione.

I forti, i furbi, i potenti, gli “adeguati” sono selezionati “naturalmente”: ciò dà dignità alla loro persona, la rende meritevole di considerazione, la mette a fuoco come individuo.

I deboli, i diversi, coloro che non stanno al passo, che non si collocano adeguatamente in questo disegno, vengono progressivamente eliminati.

La conseguenza di questa convinzione profonda è che il disegno, secondo il quale si progredisce scartando gli inadeguati, vada assecondato.

Se la natura mette in scala gli esseri viventi, se lascia nella penombra coloro che non stanno al passo, se permette l’eliminazione di chi intralcia lo sviluppo, il compito dell’essere umano – che ha raggiunto le capacità per farlo – è contribuire al suo disegno.

È caratteristica di tale concezione l’idea che l’umanità sia posta su una scala gerarchica: chi non ha capacità va scartato, chi non è adeguato deve occupare i gradini più bassi, e progressivamente, a seconda delle maggiori qualità di cui si è dotati, si è collocati a un livello superiore, sino al vertice, dove stanno gli eletti, i più bravi, i più furbi, i più forti, i più adeguati.

E succede spesso che tutte queste qualità siano attribuite a un’unica persona, alla quale viene assegnato il ruolo di capo supremo, esattamente come succede per gli animali.

E proprio di tale modo di pensare anche che gli appartenenti a livelli superiori non si riconoscano affatto, o pochissimo, in quelli dei livelli inferiori.

In quest’ottica, la persona non ha valore in sé: acquista o perde importanza a seconda della sua sintonia con l’evoluzione della specie.

Innumerevoli volte nel corso della storia la subordinazione e la discriminazione sono state giustificate accampando una pretesa inadeguatezza a essere collocati sullo stesso gradino degli altri: è il caso delle donne, degli schiavi, dei neri, degli appartenenti a determinate etnie.

Un esempio emblematico è costituito dall’apartheid in Sudafrica, dove fino ai primi anni novanta i bianchi (un quinto della popolazione) occupavano oltre l’85 per cento del territorio, erano destinatari del 75 per cento delle entrate, il tasso di mortalità infantile tra loro era dieci volte inferiore a quello della popolazione nera, costretta a vivere in città-ghetto, in un regime di costante repressione e discriminazione.

In questo schema verticale di organizzazione della società esiste un indice sintomatico della sintonia che ciascuno ha con l’evoluzione della specie: il livello occupato nella gerarchia sociale.

Quanto più l’individuo è in alto, quanto più è ricco, potente, famoso, influente, tanto più egli è il prodotto dello sviluppo della specie ed è più funzionale per lo sviluppo ulteriore.

Per converso, quanto più è in basso, povero, senza potere, sconosciuto e ininfluente, tanto più la sua esistenza è talvolta indifferente, talaltra perfino dannosa allo sviluppo del genere umano.

Da questo punto di vista, la persona non è un fine, non va salvaguardata, può trasformarsi in strumento per la promozione dei più validi rappresentanti della specie destinati a loro volta a promuoverla ulteriormente e può (sarebbe da dire “deve”) essere eliminata quando non serve o reca danno.

Ne deriva che la giustizia consiste nel promuovere e tutelare le gerarchie; nel dare dignità ai privilegi; nell’eliminare, anche fisicamente, chi è dannoso.

Era la concezione di Hitler, secondo il quale, le scimmie eliminano l’estraneo “come non apparte-nente alla comunità. E ciò che vale per le scimmie dovrebbe valere tanto più per gli uomini” (Hitlers Tischgespriiche), e “la natura ... pone l’essere vivente sul globo terracqueo per poi assistere al libero gioco delle forze. Il più forte ... si vede quindi aggiudicare, quale suo figlio prediletto, il diritto di dominio su ciò che esiste”, compresi i deboli (Mein Kampf).

Per quanto diversa, la concezione di Lenin era il risultato di un’analoga considerazione della persona. A lui sono state attribuite espressioni del tipo: “È vero che la libertà è preziosa; così preziosa che dovrebbe essere razionata”. Sue sono le affermazioni che “la sostituzione dello stato proletario allo stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta. La soppressione dello stato proletario, cioè la soppressione di ogni stato, non è possibile se non per via di ‘estinzione’, anche delle persone che vi si oppongano. Nella fase successiva, “ogni tentativo di sfuggire” al controllo “esercitato da tutto il popolo diventerà una cosa talmente difficile, un’eccezione così rara, provocherà verosimilmente un castigo così pronto e così esemplare (poiché gli operai armati sono gente che ha il senso pratico della vita ...)” (Stato e rivoluzione) che la necessità di osservare le regole diventerà un’abitudine, evidentemente per imposizione di chi sta sopra.

Un atteggiamento simile permeava anche, se non di più, il pensiero di Stalin, quello di Mao, e in genere di tutti i dittatori.

Nel caso in cui, contrariamente a quanto avveniva nella Germania nazista e nell’Unione Sovietica, la selezione non è imposta attraverso la dittatura, essa si attua – in sintesi – partendo da un’idea di competizione.

Competere, come si sa, significa gareggiare. La gara prevede un vincitore e uno sconfitto. Se il modello è applicato alle relazioni personali, qualunque esse siano, il risultato è che ci si rapporta con gli altri avendo lo scopo di vincere, e cioè di sconfiggere.

Nel campo delle idee, del commercio, nell’organizzazione dello stare insieme, la selezione avviene attraverso la competizione: chi vince sale nella scala delle gerarchie sociali; chi perde scende.

Quando arriva al fondo, chi perde diventa inutile, e se necessario può essere neutralizzato o eliminato (segregandolo, oppure sopprimendolo fisicamente).

Altrettanto va fatto per chi è un peso fin da prima della competizione: il pazzo in manicomio, il deviante in carcere.

Questa organizzazione piramidale va di pari passo con l’opacità e la scarsa diffusione delle informazioni.

Opacità e scarsa diffusione che da un lato servono per conservare la struttura gerarchica (chi sta più in basso, oltre ad avere pochi o nessun diritto, ha anche scarsa o nessuna informazione, e l’interno delle istituzioni gli è impermeabile; in tal modo non è in grado di maturare documentate posizioni critiche e resta succube di un potere la cui consistenza è ignota); dall’altro funzionano da presupposto per scalare i gradini della gerarchia (per esempio “facendo le scarpe” a chi occupa un gradino appena superiore) attraverso la gestione occulta delle notizie.

Lo schema organizzativo della società verticale è relativamente semplice, perché le situazioni di conflitto si risolvono il più delle volte applicando il principio della scala gerarchica per cui chi è più in basso deve sempre cedere.

A dispetto di tale semplicità, l’esigenza di opacità e di disinformazione appena ricordata favorisce l’istituzione di complesse macchine burocratiche che disperdono conoscenze e responsabilità.

Il modello verticale si applica poi non soltanto ai membri di una stessa nazione, ma anche ai popoli.

Alle spalle degli attuali abitanti della Terra c’è una storia quasi infinita.

La si può risalire per millenni, osservarla e individuare i segni che vi hanno lasciato le culture delle civiltà passate.

Fin dagli albori, i contrasti fra tribù, popoli, nazioni sono stati risolti attraverso conflitti, separazioni, sottomissioni ed eliminazioni.

La convivenza tra gli appartenenti allo stesso gruppo si è generalmente trasformata in una “dis-vivenza”, informata da principi di esclusione e di separazione.

Ciò dipende probabilmente dal fatto che, al di là dei neologismi, la convinzione secondo cui si progredisce attraverso la separazione è stata il sentire dominante cui il genere umano sì è riferito con maggiore continuità nel corso della sua storia.

Ciò è stato largamente praticato, e continua spesso a esserlo, sia nei rapporti tra gli individui sia nei rapporti tra le nazioni (attraverso guerre, deportazioni, genocidi).

Idee e convinzioni di matrice diversa si sono affacciate più volte nella storia dell’umanità. Salvo rare eccezioni, si è trattato però di idee coltivate ed elaborate soltanto in ambito religioso (e dirette più all’individuazione del comportamento morale che all’effettiva disciplina delle relazioni sociali), o comunque basate sull’accettazione dell’esistenza di presupposte differenze.

La repubblica ateniese, Aristotele (che affermò: “L’uomo ingiusto è colui che non osserva l’uguaglianza e ciò che è ingiusto è ineguale”), Socrate, Platone, considerati punti di riferimento essenziali di una concezione civile e democratica della società, davano anch’essi per scontato che l’umanità fosse suddivisa in liberi e schiavi. Anche per loro il principio di base consisteva nella separazione e nella discriminazione.

Salvo rare eccezioni, le società sono state organizzate secondo questo schema gerarchico fino all’altroieri della storia, quando la concezione opposta, quella di una società orizzontale, si è affacciata con forza non soltanto nell’ambito delle coscienze, ma anche in quello della disciplina delle relazioni umane.


10 commenti:

Anonimo ha detto...

la società orizzontale non è attuabile ed è utopica. io sono favorevole ad una società fortemente gerarchizzata, a modello di un certo tipo di capitalismo.
chi ha determinate capacità e possibilità deve scalare la vetta della montagna in maniera arrivista e possibilmente tramite una forte competizione ovviamente il premio non sarà solo un certo prestigio ma un dovuto privilegio che si è sudato per arrivare sulla vetta. Per il resto le leggi vanno rispettate più o meno da tutti, ma chi è in vetta può anche aggirarle visto che in fondo le leggi sono per l'uomo comune e non per l'uomo che ha raggiunto il traguardo.

ecco questo modo di vedere la società a mio avviso è positivo perché sviluppa la competitività di cui trae linfa il capitalismo e il capitalismo è l'unico modo per poter progredire ed arrivare a traguardi sempre più ambiziosi.
Io - personalmente - divido la società in una piramide, al vertice ci pongo politici e persone di grande prestigio che non oso neanche giudicare né criticare né nominare e che dovrebbero essere al di sopra della legge - poi vengono quelle persone considerate dall'opinione comune umanamente ispirate e in maniera diversa privilegiate, come per esempio vip della tv o del cinema, calciatori e cantanti e quindi via via tutti gli altri, gli anonimi, coloro per il quale deve risultare ancor più forte la regola del Lavora - produci - consuma.
insomma la grande folla, la distesa grigia della normalità.
a mio avviso le leggi valgono soprattutto per tutti noi. Ma secondo me non devono valere per coloro che rivestono alte cariche all'interno di questa piramide di cui ho detto sopra, poiché sono simboli e icone del nostro tempo e come tali vanno trattati.

pasquale ha detto...

Non sono del tutto d'accordo sul concetto che il cittadino delinque per ignoranza (perché non conosce il valore delle leggi). Più che altro penso che si debba fare un discorso meno universale; parlare del cittadino italiano non comporta le stesse riflessioni di quello svedese in quanto hanno storie diverse con un contesto sociale estremamente diverso. L'uomo è più "animale" di quanto si speri, ed anche molto più infantile: la tendenza a sopraffare l'altro è qualcosa di innato in ogni essere per cui l'unica possibilità per rendere questo "conflitto" accettabile è quello di assicurare la parità delle armi messe a disposizione, cioè la legge deve essere uguale per tutti. solo in questo caso può esistere la così tanto conclamata meritocrazia. L'uguaglianza è il concetto fondamentale in tutte le democrazie che hanno pretesa di definirsi tali; purtroppo però in Italia è rimasto semplicemente un concetto e no uno status, tanto meno un traguardo.il lato infantile del cittadino sta nella sua tendenza ad emulare l'altro (il bisogno di uguaglianza), e che quindi tende ad evadere le tasse se vede che la persona di potere le evade e ne va fiero. Il concetto di uguaglianza non è semplicemente frutto di un ragionamento, ma è anche bisogno innato di ogni individuo di manifestare la comunanza con l'altro. così se un dipendente pubblico guadagna 15000 euro al mese questo non viene più considerato uguale tra i cittadini (e neanche lui si sente uguale agli altri) ma "più uguale degli altri", si perde il concetto di parità delle possibilità e si crea la voglia di delinquere...

Anonimo ha detto...

COMPLIMENTI ANONIMO INVOLONTARIAMENTE HAI DESCRITTO LA SOCIETA' ATTUALE!
b

Anonimo ha detto...

Se, per gli uomini, ipotizzi questo tipo di società gerarchica, non oso immaginare cosa ipotizzi per le donne.Però ti prego, non fammi mai mancare la ciotola dell'acqua...

Lia Gambino

Anonimo ha detto...

Grande Lia!
b

Il cane di Jack ha detto...

Sono convinto che quella del primo anonimo sia una provocazione, una qualche forma scherzo :-) non so se di buono o cattivo gusto.
Una cosa volevo però criticare nel discorso di Gherardo Colombo (internet mi permette di non avere timori reverenziali: che figata!). Credo che lui distingua tra concezione del mondo verticale e orizzontale. Magari però una società verticale potrebbe avere i suoi lati positivi, se portasse a una reale selezione dei meriti e quindi a una serie di stimoli per essere migliori, per superare i propri limiti. D'altro canto una società orizzontale potrebbe rivelarsi grigia, noiosa e piena di gente anonima e troppo seria. Io vedrei di buon occhio una società orizzontale quanto ai diritti ai doveri e alle opportunità e verticale per quanto riguarda tutto il resto. Questo tanto per parlare, perché il mondo di oggi è molto più simile a quello descritto dal primo anonimo... ma qualche utopia bisogna pur sempre conservarsela, o no?
Un affettuoso saluto a tutti
I.
P.S. a Lia Gambino, ricordati di lasciare un po' d'acqua nella ciotola per il povero cane di Jack...

Anonimo ha detto...

>"..ma chi è in vetta può anche aggirarle visto che in fondo le leggi sono per l'uomo comune .."

Non sono assolutamente d'accordo. Chi sta in vetta proprio perchè ha determinate capacità, propro perchè dalla vetta si ha una visuale previlegiata, deve dare l'esempio di rettitudine morale di rispetto delle regole deve essere consapevole del delicato ruolo che ricopre considerando che l'alta visibilità che deriva a chi sta ai vertici determina emulazione da parte di chi ricopre posti subalterni. La competizione come motore del progresso aveva ragione d'essere un tempo quando i mezzi di comunicazione erano più scarsi. Ora il progresso lo si crea attraverso il confronto attraverso lo scambio di esperienze attraverso la solidarietà. La competizione oggi spesso si manifesta attraverso l'ostacolazione delle chances altrui piuttosto che attraverso il miglioramento del proprio impegno.

viandante ha detto...

allora mi sono dato un nome altrimenti facciamo confusione sono l'anonimo delle 18.15.

per le donne vale lo stesso discorso che per gli uomini. mi sembra evidente.
Nella nostra società o sei 1 o sei 0, questo è uno dei cardini della società capitalista. Puoi essere parte dell'anomia della gran parte della massa oppure puoi ambire alla trinità che governa il mondo:

potere, soldi e apparenza.

questa è la trinità che governa la società occidentale. Non è sempre stato così per tutti o per le società non capitaliste.
Per esempio gli indiani d'america erano una società orizzontale estremamente spirituale, in quanto inutile al progresso capitalista è stata liquidata. Il termine liquidare è veramente uno delle tante chiavi di lettura del capitalismo moderno. Una volta il nemico veniva ucciso, abbattuto, distrutto. Oggi si una un termine più asettico: "liquidare".
gli indiani d'america furono liquidati perché inutili.
ovviamente il criterio di utilità è tutto capitalista e in tal ottica va visto.
ciò che produce è utile, ciò che non produce no.
il trinomio: produci - lavora - consuma si applica quindi a tutti coloro che producono. siccome i poveri della terra non producono, sono inutili, la gente non li conosce, li vede come stranieri, diffida di essi quindi ne ha paura e li disprezza.
chi ha denaro invece rientra prettamente nel binomio. non importa se sia onesto o meno. come si suol dire: pecunia non olet! il ricco è sempre simpatico. è dei nostri.

ora scusatemi tutto questo excursus ma questa è la nostra società.
le leggi, i valori, le virtù..sono relativi e vengono di volta in volta adattati al contingente.
in questo sistema rientrano anche le donne. e le ciotole non c'entrano nulla. carissima

semmai c'entrano le catene e noi membri dell'anomia siamo tutti in catene, qualcuno le vede, qualcuno no, ma ci sono te lo assicuro.

solo il vip, il privilegiato e colui sottoposto alla venerazione della massa può sentirsi libero e potente, anche se in fondo è un disgraziato vuoto come una zucca ma pieno zeppo di soldi.

come dire: c'est la vie!

"Uguale per tutti" ha detto...

Con riferimento alle interessanti osservazioni de "Il cane di Jack", secondo il nostro punto di vista, il libro di Gherardo Colombo propone degli spunti di riflessione.

Peraltro è un libro breve, che si legge d'un fiato.

Non è né una "summa" né un "vangelo".

Dunque, già nelle intenzioni dell'autore si presta ampiamente a dubbi, riflessioni, osservazioni critiche.

Peraltro, non è solo internet che consente le critiche. Gherardo Colombo gira l'Italia per discutere di questi temi con tutti e le critiche sono una parte necessaria di ogni discussione.

Ferme restando le legittime opinioni di tutti, ci sembra che il libro possa anche aiutare tanti a riflettere su alcune "idee di fondo" che, nella fatica e nel rumore quotidiani, magari "si perdono".

L'osservazione de "Il cane di Jack" sul possibile "grigiore" di una società orizzontale trova una risposta nel libro.

La riportiamo qui sotto, segnalando che, fosse per noi, riporteremmo l'intero libro, ma, ovviamente, non si può perchè faremmo grave torto all'editore, della cui pazienza abbiamo già "abusato" riportando un intero capitolo.

Scrive Gherardo Colombo:
"L’uguaglianza di fronte alla legge non ha la conseguenza di far diventare le vite delle persone tutte uguali come delle fotocopie, costringendo a un’esistenza uniforme e ripetitiva. Garantendo il riconoscimento dei diritti fondamentali (in primo luogo quello alla vita) da una parte e dell’uguaglianza di fronte alla legge dall’altra, ciascuno resta artefice del proprio quotidiano, del proprio futuro e della propria emancipazione.
La società di tipo orizzontale è qualificata non dal percorso che i suoi partecipanti si disegnano vivendo, ma dalla garanzia che tale percorso possa essere intrapreso da tutti in condizioni non discriminate, in cui ciascuno abbia a disposizione ogni strumento possibile.
Perché possa soddisfare queste esigenze, la società orizzontale necessita di un’organizzazione complessa e di vari dispositivi che le permettano di formarsi e progredire.
L’esistenza di posizioni dirigenziali, in cui si esercitano funzioni dalle quali sono esclusi gli altri, è quindi necessaria. Stanti il riconoscimento dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali, a tali funzioni possono aspirare tutti i cittadini. Esse sono esercitate al servizio della collettività e non per fini personali, di un partito politico o di una fede religiosa, di amici o potenti".

La Redazione

Il cane di Jack ha detto...

Va bene. Convinto. Acquisterò il libro :-)
Cari saluti