«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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lunedì 10 dicembre 2007

Ne vale la pena?


Molti lettori ci hanno chiesto "che fare?" dinanzi alle tante cose che non vanno e alle tante storture che anche su questo blog raccontiamo.

Dietro questa domanda in alcuni casi se ne nasconde con evidenza un'altra: "A che serve questo che state facendo?" E anche: "Ma vale la pena impegnarsi se poi le cose non cambiano?"

Abbiamo promesso che avremmo cercato di dare delle "risposte" (mettiamo la parola tra virgolette, perchè, ovviamente, nessuno può avere la presunzione di avere risposte definitive per queste domande).

Abbiamo pensato inizialmente a una risposta corale, a uno scritto firmato da tutta la Redazione, ma poi ci è parso che venga meglio una somma di risposte e, quindi, abbiamo chiesto a ognuno di offrire la sua.

Le domande sono impegnative e c'è molto pudore nel provare a rispondere. Dunque, abbiate pazienza e scusateci se ciascuno lo farà "quando si sentirà".

Vi proponiamo una prima risposta, con le parole di Stefano Racheli, scritte pensando a ciò che abbiamo fatto in occasione delle elezioni del Comitato Direttivo Centrale dell'A.N.M. di metà novembre, ma "adattate" alle richieste dei lettori del blog.

Il titolo dello scritto di Stefano era: "Ne valeva la pena?" Abbiamo cambiato il verbo all'indicativo presente per dare alle sue considerazioni un valore più generale.

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di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

Accade spesso che gli esseri umani, col senno del poi, si pongano la più banale e usuale delle domande: ne è valsa la pena?

Un bilancio – quello invocato – che è al tempo stesso un immagazzinare esperienza e un progettare per il futuro. Vale la pena di fare così? Anche in futuro farò così?

In tempi di globalizzazione, di “mercato basileus”, la valenza dell’interrogativo si accresce a dismisura: l’utilità prodotta – così si dice – è l’unica moneta in grado di ripagare le pene delle fatiche patite.

E’ così che, successivamente alle recenti elezioni del Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati, con riferimento all’azione con cui molti – chi propugnando l’astensione, chi protestando in altro modo – hanno inteso opporsi alla deriva “correntizia”, è risuonato l’interrogativo di sempre: ne è valsa la pena?

Prima di rispondere in termini di “utilità”, vorrei cogliere l’occasione per spezzare una lancia in favore di un cambiamento di ottica, invocando la benevolenza dei lettori se, solo per un momento, cercherò di evocare la sapienza antica. Non vorrei mi prendiate per uno che ci tiene ad apparire “acculturato”, ma non saprei proprio esprimere il mio pensiero in altro modo.

Scrive Aristotele: “Nello stesso tempo uno vede e ha veduto, conosce e ha conosciuto, pensa e ha pensato, mentre non può imparare e aver imparato, né guarire e essere guarito”.

La frase potrebbe apparire contorta e priva di senso, se non fosse che essa coglie una differenza di fondo nell’agire umano: da una parte le azioni che non sono dirette a “produrre”, ma consistono in un “attivarsi” della propria natura (praxis), dall’altra quelle che sono dirette a “produrre” (poiesis).

Sulla scia del pensiero antico, un profondo filosofo contemporaneo, prematuramente scomparso, così si esprime: “La prassi etica è dunque prima ancora che un fare, un essere; anche se è un essere che si deve continuamente fare” (F. Calvo).

Dunque l’etica spinge a fare, ma, per dir così, questo fare segue l’interrogativo seguente: “Cosa fare in quanto uomo?”, dove il “fare” è, all’evidenza, frutto del mantenersi nell’orizzonte della propria natura: l’attuarsi della propria natura. Il nostro essere – afferma Aristotele – è un “cammino verso la natura”.

Ecco dunque che l’attivarsi della propria natura segue regole del tutto diverse dal “fabbricare” qualcosa al di fuori di sé (o anche in sé). Credo bisogni sempre aver davanti agli occhi, come una stella polare, la summa divisio cui sopra accennavo: da una parte la poiesis, dall’altra la praxis.

Da una parte c’è il produrre, il fare, insomma c’è tutto quello che giustifica il porre, da parte nostra, la risposta all’interrogativo di sempre: ne è valsa la pena? C’è stata un’utilità? A che pro infatti vendere scarpe se nessuno le acquista?

Ma, dall’altra parte, c’è quella che gli antichi chiamavano praxis: l’attivare la propria natura o, per dirla, colloquialmente, l’agire da uomini: fare esattamente ciò che un uomo, in quanto tale, è chiamato a fare in determinate circostanze.

(Apro e chiudo una parentesi. Sarebbe interessante approfondire in quale delle due categorie debba essere collocata quell’attività che chiamiamo “giudizio”. Ma questa, come suol dirsi, è un’altra storia).

L’etica dunque “impegna a un progetto strano e perfino inquietante, dove l’anticipare connesso con la libertà della scelta significa soprattutto un ‘mantenersi’, dove l’uomo per corrispondere alla sua essenza deve essere intriso di contingenza e proprio in essa impostare la propria unità d’atto, il riconoscimento della propria giusta appartenenza al fondamento” (F. Calvo). Come dire: nella contingenza delle umane vicende l’uomo è chiamato, nelle scelte, a inverare il suo esser-uomo.

Non a caso, posiamo distinguere due generi di norme: quelle che hanno senso a condizione di reciprocità (che senso ha “tenere la destra” in un città dove ogni veicolo circola come meglio gli aggrada?); quelle che rendono ossequio alla propria natura e alla quali l’ossequio è prestato per rispettare se stessi, anche se il resto del mondo fosse così sventurato da tradire la propria natura (è dunque ben fortunato chi non ruba in un mondo dove i più rubano!).

Sia detto tra parentesi, questo modo di vedere le cose, consente di controbattere (almeno così mi illudo) affermazioni del tipo “solo i fessi non rubano” o “è meglio gestite una pizzeria che studiare”, etc etc.

Dunque, al quesito “ne è valsa la pena?” rispondo così: nell’assalto alla torta, nel degrado del bene comune, nel lievitare dei privilegi, nel trionfo della menzogna organizzata, abbiamo fatto ciò che ogni uomo, in quanto tale, è chiamato a fare: ci siamo opposti sine spe nec metu.

Non avremmo potuto conservare la nostra dignità chiudendo occhi, orecchi e bocca. Punto.

Fossimo rimasti in due a farlo, lo avremmo fatto. Ma c’è dell’altro.

C’è che forse, a ben vedere, oltre che soddisfare le esigenze della praxis, abbiamo anche messo in atto un po’ di poiesis: oltre che a essere noi stessi, abbiamo anche “fabbricato” qualcosa, non siamo rimasti a mani vuote: è iniziato un pubblico dibattito sul correntismo; si è posto il tema della libertà di espressione nei gruppi (di più: lo si è posto a parametro di giudizio quanto alla “bontà” di un gruppo); è in atto, da parte nostra, un confronto serio e leale con la “società civile” (questo blog ne è prova lampante); si è posto il tema, al di là degli stereotipi, dell’identità reale dei gruppi; nessuno osa, al momento, osannare la Giunta unitaria e ci si sta muovendo con cautela gattopardesca, ma pur sempre con cautela. Perché? Perché si è consapevoli di essere sotto osservazione: le manovre di vertice si nutrono di buio e odiano la luce.

Certo, sono d’accordissimo: occorre avere ben presenti le ragioni del “fare” e si deve fare - dobbiamo fare - molto di più. E’ su questo “di più” che si sta meditando.

Ma non demoralizziamoci: abbiamo seminato e piantato alcune tenere piante: non sono questi tempi in cui raccogliere frutti. Sono tempi di semina tenace più che di gioiosa raccolta; di speranza più che di consolazione: speranze rafforzate dalla coscienza di esserci comportati da uomini liberi.

E scusate se è poco.

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Un altro intervento di Stefano Racheli sul tema del "che fare" si può leggere cliccando qui.





12 commenti:

Francesca ha detto...

Intanto, conviene tenere presente che, in sospetta coincidenza con la scadenza di oggi ( il CSM ha rinviato da giovedi' 6 ad oggi 10 la disamina del caso del trasferimento cd incolpevole di De Magistris ed intanto il 6 sono arrivate altre originali accuse dal P.G della Cassazione) Libero di Feltri e di Renato "Betulla" il 9 hanno pubblicato un articolo intitolato Il Magistrato Flop, con le intercettazioni eseguite dalla Procura di Matera nei confronti di alcuni giornalisti imdagati per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa di uno degli indagati di de Magistris.
Si tratta di atti che, ho letto sulla stampa, hanno preso la strada pubblica per un meccanismo curioso per cui il PM materano, gia' indagato a Catanzaro, ha trasmesso del tutto irritualmente ( e persino inopportunamente) gli atti al Procuratore Generale di Potenza - anche lui indagato in Toghe Lucane : un bel garbuglio che dovrebbe far lavorare molto il CSM!
Peccato che si occupi solo di DUE magistrati fra i 9000 di tutta Italia (ce lo ha ricordato Travaglio a Crozza Italia ieri sera, ed abbiamo ben capito la relazione....)
Buona settimana a tutti!

Maurizio Dati ha detto...

E se la poiesis influenzasse la praxis a tal punto da snaturare col tempo il cammino della dignità e della libertà? Se il prevalere di chi agisce in condizioni di reciprocità determinasse il condizionamento di chi agisce da uomo seguendo la propria natura di uomo libero e corretto? Sono concetti per me difficili e forse pongo interrogativi inquientanti e troppo teorici, ma il timore è proprio quello di veder sempre meno uomini liberi e che conoscono il significatà della parola "dignità". Se nessuno mantiene la destra durante la circolazione, conviene morire rispettando la regola o conviene adeguarsi per salvarsi? Io dico che conviene dare l'esempio, cercando di non morire. Ma ciò è ancora possibile? L'autorevolezza, l'altro profilo e i nobili intenti di chi stimola discussioni in questo blog fa sperare che non tutti ancora circolano sulla mano sinistra. Però quanti sacrifici costa ancora agire da uomini liberi in un mondo spietato, cinico ed indifferente alla sofferenza altrui? Può l'istinto di sopravvivenza farci cambiare mano? Farci guidare a sinistra? Il timore è che si educhi alla sopraffazione altrui, in ragione del dio denaro, della sete di potere e della voglia di apparire. E allora, se così è, io provo a fermare la macchina e ad andare a piedi..se ancora mi hanno conservato un marciapiedi.
Grazie dell'impegno e del sacrificio che dedicate a questo blog, è davvero encomiabile in un momento così difficile.

Anonimo ha detto...

Ecco cosa dice Sonia : per lei, come per tutti noi, vale veramente la pena!

http://www.ammazzatecitutti.org/editoriale/appello-per-il-pm-luigi-de-magistris-andiamo-a-roma-il-17-dicem-4.php

salvatore d'urso ha detto...

Per quanto riguarda il discorso se ne vale la pena e di cosa e come costruire qualcosa di giusto, di morale ed etico... parafrasando antichi filosofi io mi rifaccio a Socrate allora, visto che si accenna anche al fatto che questo è ancora il tempo della semina.

Con il "conosci te stesso" e la "maieutica" Socrate è ricordato come il padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale.
Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos (confutazione) applicandolo prevalentemente all'esame in comune (extazein) di concetti morali fondamentali.

Da lui apprendiamo solo attraverso i suoi discepoli poichè scritti non ne abbiamo di sua mano.

Lui ha sfidato il suo lontano passato per attuare un cambiamento nella società in cui viveva. Cambiamento che c'è stato e che ha portato i suoi frutti, frutti che oggi ancora la nostra società trae giovamento.

Chiedo alla redazione se magari dall'iniziativa di questo blog possa invece partorire l'edizione di un libro che riporta articoli vari pubblicati sul blog, ma anche teorie moralistiche di un'utopica società civile e democraticaq quale dovrebbe essere il nostro paese. Libri del genere non se ne trovano così facilmente, forse tutti impegnati troppo in romanzi di vario genere o gossip o di politica in genere... culturalmente siamo a pezzi, si guardano i fatti ma non si sa più cosa sia giusto o meno, civilmente siamo un popolo che sta regredendo molto rapidamente.

anne warren ha detto...

Salvatore ha parlato di "teorie moralistiche di un'utopica società civile e democraticaq quale dovrebbe essere il nostro paese".

Per piacere! Quello che manca è un po di pragmatico realpolitik tenendo in mente "the greatest good for the geatest number of people!!"

Anonimo ha detto...

Per fortuna che la gente per bene sa con chi stare; cresce la solidarieta' verso la Forleo, mentre il CSM non sa che peesci prendere per De Magistris (ma non c'e' da sperare in una resipiscenza o in un sano rigurgito di pudore)

http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=30054&idsezione=1

Anonimo ha detto...

premetto che credo fermamente che ne valga la pena. questo sito "fa informazione" in quanto "fornisce informazioni", spesso, e per fortuna, anche tecniche. poi - come sacrosanto - ognuno poi è libero di farsi, e di esprimere, le proprie opinioni. e edvo dire che i dibattiti di questo sito sono oltremodo interessanti.
E proprio perchè "ne vale la pena", oggi vorrei proporre un argomento sul quale mi piacerebbe aprire una discussione: la libertà di informazione, con preciso riferimento al "segreto professionale" dei giornalisti e alla sua tutela.
Non mi è chiaro, infatti, se l'Italia è in linea o meno con la convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Per "lanciare" il tema, nella speranza che possa essere raccolto e sviluppato, parto da questo presupposto: Il segreto professionale dei giornalisti è salvaguardato dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e dalle sentenze Goodwin e Roemen della Corte di Strasburgo sull’argomento. La Corte di Strasburgo, con la sentenza Goodwin e poi con la sentenza Roemen, muovendo dal principio che ad ogni giornalista deve essere riconosciuto il diritto di ricercare le notizie, ha ritenuto che “di tale diritto fosse logico e conseguente corollario anche il diritto alla protezione delle fonti giornalistiche, fondando tale assunto sul presupposto che l’assenza di tale protezione potrebbe dissuadere le fonti non ufficiali dal fornire notizie importanti al giornalista, con la conseguenza che questi correrebbe il rischio di rimanere del tutto ignaro di informazioni che potrebbero rivestire un interesse generale per la collettività”.
grazie per l'ospitalità

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Anonimo delle 21.52.

La materia è regolata dall'art. 200 del codice di procedura penale che si intitola "Segreto professionale" e dispone testualmente:

"1. Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria:
a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano;
b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;
c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;
d) gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

2. Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.

3. Le disposizioni previste dai commi 1 e 2 si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell'albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell'esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l'identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni".

La questione, ovviamente, è complessa e ci sarebbe molto da dire.

Per brevità facciamo rinvio a una nota di Andrea Chelo Manchia, pubblicata sulla rivista Cassazione Penale del 2005, fasc. 5, pag. 1544, dal titolo "Segreto giornalistico: un segreto tutelato davvero?".

La Redazione

Anonimo ha detto...

alla redazione.
innanzitutto, grazie per la risposta. che contempla - per quello che posso comprendere nell'immediato - l'ipotesi in cui, a un giornalista professionista, sia posta una domanda relativa alle sue fonti. però, come risulta evdidente nel caso prospettato da francesca (quello sull'articolo di Libero e sull'inchiesta disposta dala procura di Matera), l'interrogatorio del giornalista non è l'unico esempio, in via astratta e anche concreta, di "accesso" alle fonti de giornalista: intecettare e perquisire un giornalista equivale a "rovistare" nel suo segreto professionale.
scrivo questo perchè, esaminando il caso menzionato da francesca, ci troviamo dinanzi a un'ipotesi di reato associativa che consente - di fatto, non posso certo conoscere le intenzioni di chi ha indagato, e fino a prova del contrario devo ritenerle in buona fede - ma consente, ripeto, di conoscere, attraverso le conversazioni del giornalista, il merito di inchieste disposte da altro pm, nel caso Luigi De Magistris, che sta effettivamente indagando sulla procura che - scusate, comprendo che oomplicato - sta indagando sulla procura di Matera, ovvero la stessa che - scusate ancora - indaga sul giornalista che, per quanto riportato oggi da Libero, era in contatto con il pm che la indagava. insomma, se corto circuito c'è stato, mi sembra che il filo scoperto sia stato proprio l'utilizzo dell'intercettazione disposta sul giornalista.
ora mi pongo un dubbio: in questo caso non siamo dinanzi a una violazione della "libertà di stampa"? lo dico - a maggior ragione - considerando il reato per il quale vulpio viene indagato: concorso morale esterno in un'associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione. prescindo dalla casistica, semmai esistente, che comunque, in quando dato statistico, non agevola una discussione in termini generali. voglio soltanto rilevare che il reato, presunto, non mi pare così grave da giustificare una violazione del "segreto professionale", peraltro così delicato, in quanto tale segreto è uno "scudo" per le fonti - e questo vale per qualcisiasi fonte, che sia un magistrato, o anche un assassino - e per il giornalista stesso che, ua volta ritenuto "permeabile", perde quegli interlocutori, le fonti appunto, grazie ai quali possibile leggere notizie sui giornali, ascoltarle in radio o in tv.
spero di essere stato chiaro, e spero di ottenere altri commenti utili al dibattito.
grazie ancora

Anonimo ha detto...

Ne vale certamente la pena: Grazie a voi che ci avete offerto la possibilità di esternare i nostri dubbi e avere risposte e spiegazioni tecniche chiarendo su materie di non facile comprensione se non del settore,ma anche con la coscienza di mettersi in discussione esponendovi:
Chi ha più giudizio ce lo deve mettere: così dicevano i nostri nonni.
E questo giudizio è speso bene.
Non credo veramente che gli italiani sono la "poltiglia sociale" come siamo stati definiti recentemente: credo che ci siano milioni di persone che conservano dignità,amore per la verità e la giustizia:Ma non cercando e non avendo amplificazione nei media dove viene evidenziato il sensazionalismo e spesso al negativo, vengono completamente ignorati come se non esistessero: Ma la dignità,l'onestà l'etica delle persone anche se ignorata non può essere cancellata: queste persone, terranno sempre la destra anche se si sentiranno dare del fesso da chi ottiene le cose andando contro mano.Magari si può pensare pure di darsi del fesso ma i valori sono un macigno difficile da spostare, ma si porta volentieri se trova condivisione. Equi con voi è così:
Grazie per esserci
Alessandra

Gennaro ha detto...

tutte queste problematiche si risolverebbero in un secondo con l'abolizione di questi segreti istruttori come su la legge sulla privacy in egual misura,evidentemente se a Roma non sono daccordo con questa elementare tesi vuol dire che il primo marcio è di provenienza acclarata circa la destinazione e i destinatari,tutte queste leggi che sono solo di ostacolo a procedimenti che mi sembrano di una elementare risoluzione, invece vogliono che di trasparente non deve esservi nulla perchè la trasparenza no è di questi loschi figuri già da diversi anni e fino a che le persone saranno queste possiamo metterci tutti l'anima in pace che nulla cambierà se non in peggio

Anonimo ha detto...

non sono d'accordo con gennaro. e spiego perchè: il segreto istruttorio è una garanzia per la corretta prosecuzione dei procedimenti giudiziari. per risolvere il problema della "invasisità" sul segreto professionale, non può certo venire meno questa garanzia, utile all'indagine. mi pongo però, a questo proposito, un quesito, sempre di natura tecnica: la divulgazione a mezzo stampa di atto coperto da segreto istruttorio è sanzionabile. nel caso in cui, però, la "fuga di notizie", genera un vantaggio per l'indagato, non configurabile l'ipotesi di favoreggiamento? voglio dire: il "favoreggiamento" una cosa, lo "scoop", la notizia riservata ma "inoffensiva", un'altra cosa. sanzionare pesantemente il secondo, cioè il favoreggiamento, mi pare, in fondo, pure sensato. devo aggiungere, però, che un giornalista che sia davvero tale, sa bene se pubblicare un atto riservato configura un vantaggio per gli indagati oppure no. sa bene, altresì, se danneggia le indagini oppure no. ed è lì, nell'etica applicata alla sua professione, che discerne se, come e quando rendere pubblica una notizia coperta dal segreto istruttorio.