«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 17 gennaio 2008

L'Italia è un Paese molto malato - Del rapporto fra "politica" e legalità


di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)

Dopo l’aggressione di ieri in Parlamento a insulti per i singoli magistrati e per la magistratura tutta e applausi per gli inquisiti, ora la linea di attacco alla giustizia da parte di gran parte della politica che, misteriosamente (ma non tanto) ha un irrefrenabile desiderio di far sapere agli inquisiti tutta la sua solidarietà, consiste nel dire che i fatti addebitati ai coniugi Mastella e ai loro parenti e amici non costituirebbero reato, ma sarebbero “politica”.

Gli atti del procedimento penale non sono noti (un blog ha pubblicato i capi di imputazione tratti dalla misura cautelare) e in un Paese che voglia almeno sperare di sembrare civile l’unica sede deputata a decidere se una tal cosa sia o no reato e se Tizio e Caio l’abbiano o no commesso è il processo.

Dunque, non intendo prendere alcuna posizione innocentista o colpevolista con riferimento agli indagati e mi permetto di invitare tutti a rispettare questa cosa civile che è il processo come sede di esercizio della giurisdizione, senza di che c’è solo una qualche forma di totalitarismo (oligarchico o di massa).

Ciò che, però, mi sembra si debba osservare e farne oggetto di riflessione è come la malattia della nostra società e della sua politica sia divenuta così tanto grave da non essere più neppure percepita come malattia.

Il malato ha perso la “coscienza di malattia”, che è il primo requisito per difendersi dalla malattia medesima.

Ciò che hanno detto tanti in difesa dei coniugi Mastella è: “ma procurare posti ai vertici di enti pubblici per gli adepti del proprio partito non è reato, è semplicemente «politica»”.

Questo ovviamente non è vero per niente.

Stabilisce precettivamente l’art. 97 della Costituzione che «i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione. Nell'ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari. Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge».

E tante leggi amministrative e penali dovrebbero presidiare questi principi.

E’ vero che una osservazione di comune esperienza è che tutti gli uffici pubblici di un qualche rilievo sono effettivamente lottizzati dai partiti politici, sicché spesso anche i primari degli ospedali sono scelti secondo l’appartenenza partitica e, dunque, non secondo i criteri di cui all’art. 97 della Costituzione.

Ma questo non sta bene ed è criminale. In molti casi integra specifiche fattispecie di reato.

E’ come la raccomandazione.

Si sa che l’Italia è un Paese dove la raccomandazione è molto praticata.

Ma il fatto che sia molto praticata non toglie che sia reato.

Se il componente di una commissione di esami – qualunque sia: un concorso universitario, un concorso per l’abilitazione professionale, un concorso per un posto pubblico, ecc. – promuove una persona non perché se lo merita, ma perché gli è stata “segnalata”, questo è puramente e semplicemente un reato.

Peraltro, e tanti sembrano non riuscire a capire questa cosa elementare, quando assumi quello che ti è stato “segnalato” e non quello che “se lo merita”, non soltanto favorisci un delinquente; contemporaneamente danneggi una persona capace e – peggio ancora – l’intero Paese, che sprofonda, infatti, nell’incompetenza diffusa e nell’inadeguatezza della sua classe dirigente.

Quindi, mi ha fatto una certa impressione sentire oggi tante persone che ricoprono cariche politiche importanti dire che non ci sarebbe nulla di illegale nel fatto che persone potenti in un partito facciano “carte false” per piazzare primari, dirigenti di aziende pubbliche e simili a questo o a quel posto.

E’ molto grave che di questi reati nel nostro Paese se ne commettano a quintalate, ma ancora più grave mi sembra che ormai si sia arrivati a un punto nel quale non ci si rende neppure più conto che sono reati. Mi sconvolge davvero l’apparente “buona fede” (a mio parere solo apparente) di tanti aggressori dei giudici di questi giorni.

A me pare, anzi, che proprio questa sia la malattia della quale stiamo morendo. Una incapacità ormai cronica di distinguere i fatti leciti dagli illeciti e, soprattutto, di percepire che una società complessa per sopravvivere ha bisogno di rispettare certi “schemi” formali.

Il collega Roberto Scarpinato, intervenendo a Palermo il 18 luglio 2007 a un convegno “In memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, 15 anni dopo la strage di via D'Amelio”, dal titolo “La Cosa Nostra politica: dalle origini al sistema Provenzano”, che si può rivedere in audio e video su Radio Radicale cliccando accanto al nome del collega, ha detto che, purtroppo, ormai «la corruzione fa parte della costituzione materiale del nostro Paese» e ha illustrato molto bene il fondamento di questo giudizio, che io mi trovo a dover condividere.

Questo, a mio modesto parere, è il problema.

Finora, la stragrande maggioranza della classe dirigente di questo Paese (e nella “classe dirigente” comprendo oltre ai politici anche tutti coloro che, in ruoli molto diversi, hanno la responsabilità delle strutture pubbliche) ha seguito due linee guida: da un lato sopravvivere e fare strada nel sistema, dandogli, dunque, alimento e vita e, per altro verso, nascondere a sé e agli altri le conseguenze che queste condotte avevano sulla “tenuta” dell’intero “sistema”.

Oggi il “sistema Paese” (come si usa dire) è alle corde.

Appare evidente che non sopravviverà a questo andazzo.

Il bivio dinanzi al quale siamo impone di scegliere fra riconoscere la malattia e disporsi a pagare i prezzi inevitabili per una “marcia indietro” e il lento ma concreto recupero di una parvenza di legalità oppure la definitiva distruzione degli ultimi modesti e inefficaci strumenti di controllo della legalità.

La seconda delle due opzioni equivarrebbe alla scelta di un malato che, sentendosi diagnosticare dai medici la malattia, li butti tutti fuori di casa e distrugga tutti i termometri. Quindi, quando nulla e nessuno certifica più la sua malattia, sentenzi sorridente: “Vedete, non sono malato”.

In questa direzione vanno con evidenza le richieste di quei molti deputati che ieri hanno invocato addirittura un decreto legge che vieti le intercettazioni telefoniche.

Il loro schema logico è: le intercettazioni fanno scoprire i reati, eliminiamo le intercettazioni.

Nessuno ipotizza che la soluzione possa essere smettere di commettere i reati, piuttosto che impedirne l’accertamento.

Spiace doverlo dire, ma l’intera vita pubblica del nostro Paese si svolge dentro una enorme colossale e costante menzogna.

Tutto è falso. I discorsi dei politici, le motivazioni degli atti amministrativi, i voti nelle assemblee e nei concorsi, i rapporti fra le persone, le alleanze, tutto.

Si finge di affermare dei valori, si promulgano delle leggi, ma ciò che davvero si fa è del tutto diverso da ciò che si dice.

Le leggi sono "ad personam" o "ad partitum"; i discorsi "di circostanza"; le alleanze "di comodo"; gli impegni "non vincolanti".

Ma una società non può vivere costantemente nella menzogna.

Qualcuno ha detto: “si può mentire a qualcuno per sempre, a tutti per un certo tempo, ma non a tutti per sempre”.

Dicevo che è in discussione la stessa sopravvivenza degli ultimi presìdi di legalità.

Ma non si deve dimenticare che in una società “sana” i presìdi di legalità sono molti e diffusi.

In Italia, invece, è rimasto un solo presidio di legalità: la magistratura.

E questo è un male grande, perché è grandemente patologico che una società sia prevalentemente illegale e impegni nella difesa della legalità solo i giudici.

Le leggi prevedono molti tipi di controllo di legalità e molti altri li esigono la cultura, la sociologia, la storia.

Noi li abbiamo azzerati tutti. Ormai i certificati medici per assentarsi dal lavoro si chiedono per telefono e si ritirano in portineria; i bilanci societari sono falsi con il permesso esplicito della legge; le dichiarazioni dei redditi anche; i collaudi delle opere pubbliche sono "pro forma"; le approvazioni delle note spese scontate; gli straordinari al lavoro "autocertificati".

Poi abbiamo azzerato anche la giustizia, che non funziona più per niente e non funziona più non per caso, ma per una precisa scelta dei centri di potere – politico ed economico – del Paese, che hanno reso via via sempre più inefficiente la giustizia per non essere soggetti al suo controllo.

Ogni volta che un potente è finito nelle maglie della giustizia, "la casta" ha fatto una legge che rendesse impossibile che una cosa simile accadesse di nuovo. Oggi tocca alle intercettazioni di dovere essere eliminare dal codice.

Adesso, dinanzi allo sfascio della giustizia che fa sì che l’illegalità di ogni genere dilaghi, il potere politico percorre – con molte leggi già in vigore – il cosiddetto “doppio binario”, che dà luogo a una giustizia debole con i forti e forte con i deboli (sul punto rinvio alla bella intervista di Bruno Tinti pubblicata in questo blog con il titolo “Una giustizia forte con i deboli e debole con i forti”)

Ma se questa linea non viene fermata e non si ritorna indietro, avremo un Paese nel quale la classe dirigente è profondamente corrotta e la corruzione prospera e dilaga ovunque, e i soggetti più deboli, quelli che, non avendo potere, non possono difendere da se i propri diritti, non hanno nessun giudice dinanzi al quale ottenerne tutela, restando così emarginati, mentre le carceri si riempono di emarginati vecchi e nuovi.

Insomma, una situazione ben nota alla storia, che un tempo si sarebbe definita come “sudamericana”. In ogni caso lontanissima dal sogno falso di un Paese moderno usato dai potenti per comprare voti e ottenere consenso.

Intanto oggi abbiamo sentito il Ministro Mastella dire che questa vicenda ha interrotto il suo sogno consistente nell'essere Ministro della Giustizia.

Testualmente: "Quando arriverà la sentenza di proscioglimento chi mi ripagherà del sogno di essere ministro della Repubblica?" (Reuters).

Ma in un Paese normale essere Ministro non è un "sogno", ma un "servizio".

In un Paese normale le persone bisognerebbe pregarle di assumere cariche che sono "oneri", invece di doverle indurre a lasciarle perchè le trattano come "onori".

In un Paese normale non ci sono più di cento fra Ministri e Sottosgretari, perchè "era necessario accontentare tutti".

Davvero oggi non è per nulla in discussione il futuro della magistratura, ma quello del Paese.

Ogni tentativo di raccontare quello che sta accadendo come una contrapposizione fra politica a magistratura è una mistificazione autenticamente criminale.


__________

Sulla vicenda dell'arresto della moglie del Ministro Mastella e delle dimissioni del Ministro, di Felice Lima abbiamo pubblicato ieri un altro articolo, che si può leggere a questo link.

17 commenti:

Anonimo ha detto...

Parole amare, ma quanto vere....
L'unica, per noi gente normale, è cercare di non farsi travolgere dal sudiciume, non farsi tentare da scorciatoie comode quanto moralmente (e penalmente) scivolose, andare a dormire in pace con la propria coscienza.
Difficile, ormai, e per troppi anche piuttosto stupido.
Ma io credo ancora che una persona valga per quanto vale la sua parola, e che la correttezza non debba essere una moneta da spendere quando ci si può "fare belli" a basso costo, ma un abito da indossare tutti i giorni, in tutte le occasioni, anche e soprattutto quando fa freddo.
E so di non essere solo a pensarlo, perfino nell'Italia di oggi.

baron litron

300705 ha detto...

Assolutamente d'accordo, sopratutto per quanto riguarda le leggi promulgate dalla casta, che per difendersi dall'azione dei giudici, rende la giustizia sempre piu' inefficace. Ma quando la giustizia non funziona (tempi lunghi, prescrizioni...), vengono a mancare i presupposti della convivenza della società civile. E son dolori.
Distinti saluti

Anonimo ha detto...

Caro Dott:Lima.
Questo è.
E ora "che fare"?
Come combattere, eliminare, annientare, modificare,intervenire.
Ormai la classe politica ce lo sta gridando in faccia che può fare quello che vuole.
A cosa servono elezioni se quello che producono sono soltano persone già scelte e lottizzate trasversalmente?
Consapevoli della loro impunità finora.
Cosa poter fare d'ora in poi?
Oggi tre testate giornalistiche con il solito titolo: "Così fan tutti"
Ma se come è chiaro questo fare sono reati noi semplici cittadini
da chi ci dobbiamo far difendere?
Alessandra

francesco siciliano ha detto...

giuro che non ci conosciamo! scherzo ovviamente, ma volevo solo sottoscrivere l'intervento del dott. Lima che molto più compiutamente ridice ciò che avevo postato in merito all'articolo sulla disavventura della sig.ra Mastella.
Grazie

Anonimo ha detto...

Gentile dottore Lima,
il guaio per il nostro Paese è che persone del suo calibro, de Magistris, Scarpinato, Forleo; ieri, Falcone e Borsellino, e tanti altri ancora, appartenenti all'Ordine giudiziario vi rifiutate di scendere in politica.
Ed invece, quando le circostanze di criticità di un sistema lo richiedono, ognuno deve dare secondo le proprie risorse il suo contributo. Non conoscevo il dottore Roberto Scarpinato, se non per la cronaca, grazie a questo blog e a Lei che continuamente rimanda ai suoi interventi, ho avuto modo di colmare nel mio misero bagaglio di conoscenze tante cose riguardanti la mafia e la sua mancata disfatta. Lei risponderà che le piace fare il magistrato e ha studiato una vita per fare questo lavoro e forse la stessa cosa la dirà Scarpinato. Dal vostro punto di vista avete perfettamente ragione. Ma gli italiani sono dai tempi dell'avvento della Repubblica che non sentono pronunciare dalla sua classe dirigente analisi politiche-sociologiche così lucide e ben dettagliate come quelle che fate voi. Se a fare i leader in Italia ci ritroviamo Maroni che dice che se è responsabile Mastella sono allora tutti colpevoli e poi Berlusconi, , bossi, Casini (ho nominato alcuni del centrodestra ma la stessa cosa vale per l'altro schieramento) e ecc. ecc. è anche colpa di chi, la magistratura, con l'avvento della cosiddetta seconda repubblica non ha saputo supplire al vuoto che essa stessa ha contribuito a determinare. I molti casi di magistrati in politica, o si sono fatti fagocitare dal sistema o non hanno avuto forza a sufficienza per imprimere quella svolta necessaria a far emergere quella classe dirigente di cui il Paese ha una fame sfrenata.
Grazie, bartolo iamonte.

Anonimo ha detto...

Odio difendere Mastella. Ma dalla lettura della richiesta della misura veramente non capisco quale è il reato addbitato alla moglie.
Non credo si possa fuggire con il solito luogo comune, affermado che se vi è un reato o meno spetta al processo. Vi è un provvedimento e tutti noi possiamo giudicare. E ritengo giusto il post di oggi di www.radiocarcere.com che rileva altri dubbi circa questo importante arresto.
Mari Pagano

"Uguale per tutti" ha detto...

Gentile Mari Pagano,

Lei scrive:
"Odio difendere Mastella. Ma dalla lettura della richiesta della misura veramente non capisco quale è il reato addebitato alla moglie.
Non credo si possa fuggire con il solito luogo comune, affermado che se vi è un reato o meno spetta al processo".

Quello che Lei chiama un "luogo comune" è un principio di diritto e di civiltà sancito dalla Costituzione.

"Luogo comune" piuttosto è quello, praticato da tanti (e speriamo non anche da Radio Carcere che Lei cita), consistente nell'invocare la presunzione di innocenza e dire, solo quando conviene, che solo il processo (con l'eventuale condanna definitiva è la sede per decidere del merito di un giudizio) e poi, quando conviene il contrario, pretendere che fuori del processo qualcuno dia le prove di una colpevolezza che solo il processo potrà definire.

Noi ribadiamo che non è questa la sede per condannare o assolvere le persone. Per questo c'è il processo.

Il problema è lasciarsi processare.

Il guaio è che la parte potenre del Paese pretende di non essere soggetta ai processi.

Ci consenta di aggiungere che ciò che Lei ha scritto e che abbiamo riportato qui anoi appare del tutto illogico.

Lei scrive testualmente: "non capisco quale è il reato addebitato alla moglie" (del Ministro Mastella).

Francamente, non capiamo come Lei possa "non capire", perchè non c'è niente da capire.

C'è solo da "sapere", nei limiti in cui è possibile farlo.

Noi "non sappiamo".

Lei dice di avere letto l'ordinanza di custodia cautelare.

Se l'ha letta, vi avrà letto anche l'imputazione.

Quelli scritti lì sono i reati ascritti (ma va bene anche "addebitati" alla signora Lonardo).

Sono scritti molto chiaramente e semplicemente.

"Non capire" è impossibile.

"Non accettare" è tutt'altra cosa.

Un caro saluto.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Se non si conoscono gli atti processuali (refrain ripetutamente richiamato), sono arbitarie, per come correttamente sostiene la redazione, sia le dichiarazioni di innocenza della signora Lonardo e sia, come dico io, le dichiarazioni di colpevolezza che appaiono nei post, specie in quelli redazionali.
O sbaglio?

Anonimo ha detto...

A PROPOSITO DEL DOTT. DE MAGISTRIS
Il Tribunale di Catanzaro, Sezione Prima Penale, composta dai magistrati: Camillo Falvo, Pres.; Amtonio Saraco e Emma Sonni, giudici; nel p.p. 4171/04 RGNR e 3483/04 GIP, sulle eccezioni di nullità del decreto dispositivo del giudizio per genericità dei capi di imputazione, nonché di incompetenza territoriale del Tribunale di Catanzaro sollevate da tutti i difensori; ..omissis , - sentito il pubblico ministero che h chiesto il rigetto dell’eccezione di genericità dell’imputazione in quanto le difese sarebbero comunque nella condizione di esercitare i propri diritti e le proprie facoltà, pur chiarendo che, con riferimento ai capi di imputazione permangono le imprecisioni sotto il profilo delle contestazioni spazio-temporali e dell’individuazione delle singole condotte, nonostante l’invito del GIP di specificare le imputazioni, rivolto al PM nell’udienza preliminare e disatteso dal requirente;OMISSIS, PQM, visto l’art. 429/2° co. C.p.p. DICHIAIRA la nullità de decreto che dispone il giudizio e dispone la restituzione degli atti all’ufficio del GIP-GUP,. Sede; dispone la trasmissione di copia dell’odierno verbale e del presente provvedimento per le determinazioni di competenza all’Ufficio di Procura sede, per come richiesto dal PM in udienza”.
Catanzaro, 17 gennaio 2008.
Si tratta del procedimento penale curato dal PM De Magistris che vedeva imputato l’on. Dima, ex assessore Regionale della Calabria all’Agricoltura, per presunte truffe e voto di scambio e associazione per delinquere.
Già in sede di udienza preliminare l’ipotesi accusatoria fu quasi interamente demolita dal GUP. Quello che è sopravvissuto è stato annientato dal Tribunale di Catanzaro.
Morale.
E’ possibile (non probabile) che talvolta il dott. De Magistris abbia compiuto qualche sbaglio, oppure è dotato del dogma dell’infallibilità, per come talvolta emerge da questo blog? Ad oggi nessuna delle sue inchieste a superato il vaglio dell’udienza preliminare prima e del dibattimento dopo, tranne qualche residuale eccezione.
A voi la risposta.

francesco siciliano ha detto...

x Anonimo delle 14.43
La vicenda che Ella riporta è proprio quello che molti di noi avevano invocato in generale e a proposito delle ormai note Poseidone e Toghe Lucane; la possibilità, cioè, che all'interno del processo si risolva la valutazione sull'attività del P.M.. Per come Ella saprà - sarebbe comunque meglio frimare gli interventi visto che non parliamo di aria fritta - il vero grande problema sollevato dai sostenitori del PM De Magistris non era e non poteva essere l'affermazione della sua infallibità ma che la legge fosse uguale per tutti e cioè che per ognuno dei cittadini la giustezza o meno dell'inchiesta, i suoi errori, o le sue fondatezza, fossero rimesse al vaglio del GIP o del GUP ( da notare che la vicenda a cui fà riferimento - che tra l'altro ancora una volta caratterizza molto positivamente il dott. DIMA Consigliere Regionale Calabrese per la sua reale fiducia nella magistratura visto che non la ha invocata mentre la attaccava ma la ha esercitata in perfetto silenzio, è proprio caratterizzata dal vaglio del GIP e del GUP prima di un esito) e che non fosse possibile che per il quisque de populo di turno dovesse decidere il GIP mentre per il notabile si esercitasse il potere di avocazione con provv. n.1/2007 ( non so se n.1/2007-6-5-4-3-2-1-.........).
Quindi al solito il problema sollevato è stato mistificato.
Riassumendo a lettere molto chiare: STESSA APPLICAZIONE DI NORME PER TUTTI GLI INDAGATI SI CHIAMINO DE MAGISTRIS, SALADINO, DIMA, OVVERO NAPOLEONE............

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Anonimo delle 14.43.

Gentile Lettore,

Le ha già risposto l'avv. Siciliano e noi condividiamo integralmente quanto da Lui detto.

Per non sottrarci alle Sue domande, comunque, Le diamo le risposte che ci ha chiesto.

Lei scrive:
"E’ possibile (non probabile) che talvolta il dott. De Magistris abbia compiuto qualche sbaglio, oppure è dotato del dogma dell’infallibilità, per come talvolta emerge da questo blog?"

Le risposte sono:

1. Certo che è possibile che il collega De Magistris abbia potuto fare qualche sbaglio: errare humanum est.

2. Certo che NON è "dotato del dogma dell'infallibilità".

3. E' assolutamente falso che in questo blog, come sostiene Lei, si sia mai detto il contrario.

Probabilmente Lei ha letto il blog in maniera disattenta o prevenuta.

Fra le tante cose che potremmo citarLe, Le riportiamo un brano dell'articolo di Felice Lima che può leggere al seguente indirizzo:

http://toghe.blogspot.com/2007/12/clementina-forleo-e-tutti-noi-avremmo.html

Scrive il collega Lima:
"Concludo sottolineando con forza e convinzione che io non credo si debba dare ai colleghi Forleo e De Magistris alcun “salvacondotto”.

Se essi hanno sbagliato in qualcosa, che paghino, come tutti.

Il fatto che si siano distinti in maniera particolare per rettitudine e coraggio me li rende particolarmente cari come colleghi, ma so che ciò non mi consente di auspicare alcuna particolare forma di clemenza per loro.

Ma alla giustizia credo abbiano diritto loro e ognuno di noi.

Ciò che, in sostanza, vorrei non è che si fosse indulgenti con loro, ma che li si giudicasse con giustizia, rettitudine e correttezza.

Vorrei un C.S.M. corretto, equanime, rispettoso delle regole, tutore dell’indipendenza dei magistrati.

E ciò non solo per il bene dei colleghi Forleo e De Magistris, ma anche per quello di ogni magistrato e dell’intero Paese".

Come Le ha già spiegato l'avv. Siciliano, il problema NON E' se gli indagati di Luigi De Magistris siano colpevoli o innocenti, perchè, per accertare questo, c'è il processo.

Il problema è se gli indagati debbano essere trattati tutti in maniera uguale oppure se alcuni debbono comparire dinanzi al G.U.P. e altri invece no.

Lei ha scritto anche:
"Ad oggi nessuna delle sue inchieste a superato il vaglio dell’udienza preliminare prima e del dibattimento dopo, tranne qualche residuale eccezione".

Se questo fosse vero, perchè, quindi, tanta paura di quelle indagini?

E soprattutto: perchè alcune indagini alla udienza preliminare non ce le hanno fatte arrivare?

Gentile Lettore, a noi non ce ne importa proprio di stabilire chi ha torto e chi ha ragione. Per questo paghiamo i giudici e per questo ci sono i tribunali.

A noi importa solo, come dice il nome del nostro blog, che la legge sia uguale per tutti e che, dunque, chi ha torto e chi ha ragione si accerti in un tribunale, che vorremmo funzionasse e funzionasse bene.

Tutti i potenti di questo Paese, invece, vogliono che il tribunale non funzioni (e, infatti, hanno mandato la giustizia allo sfascio)e che il fatto che loro hanno ragione fosse deciso a priori da loro stessi.

Questa è una cosa che si è già vista sotto il sole: si chiama dittatura. Nel nostro caso di una oligarchia ampia.

Un caro saluto.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Considerate però che il processo è pena, come diceva Carnelutti. E considerate pure che questa pena ha volte diventa più che afflittiva grazie al concorso dei media. Il processo alle volte porta al suicidio, alle volte causa la perdita del posto di lavoro, alle volte comporta la perdita dell'onorabilità. Eventi che non vengono riparati da una sentenza di assoluzione. Considerate pure che il processo ha dei costi altissimi sia per il singolo, che deve provvedere alla sua difesa, sia per la collettività. Se considerate tutto questo converrete con me che si devono evitare i processi ingiusti. Come converrete con me che non si dovrebbe lasciare senza alcuna conseguenza il fatto che un p.m. abbia esercitato numerose azioni penali che non hanno portato ad una condanna. Le conseguenze dovrebbero essere le stesse che subisce qualunque lavoratore che adempie male alle sue mansioni.
Fabio Lattanzi

Anonimo ha detto...

Il fatto che de Magistris abbia potuto commettere degli errori nello svolgimento dell'esercizio delle sue funzioni requirenti, conferma ancora di più al cospetto dei calabresi poveri e onesti (una moltitudine rispetto ad una perversa minoranza di associati a delinquere)la stima e il coraggio avuto fino ad adesso. Vorrei, veramente, sapere, quanti al suo posto sarebbero andati oltre le prime avvisaglie di alt. Sicuramente nessuno che non abbia neanche il coraggio di firmare un innocuo comunicato stampa riportato dai media.
bartolo iamonte

fraba ha detto...

Ho da tempo lasciato i banchi della scuola secondaria superiore. Ai miei tempi era d'obbligo lo studio della costituzione e dei principali fondamenti del diritto. Mi ricordo che fui fin anche richiamato ad un maggiore impegno nello studio dalla mia insegnante di "educazione civica".

Mi chiedo e vi chiedo, ma oggi è ancora obbligatorio lo studio di queste materie o quanto meno dei rudimenti di esse?

tenuto conto di alcuni commenti letti, ho paura che così non sia.

Alessandra Gionti ha detto...

Arrivo in ritardo, non sempre ho accesso a internet ma quando ce l'ho siete la mia prima lettura :)
E' da tempo che anche io mi rammarico della mancanza di consapevolezza della gravità di certe dichiarazioni.
Spero...spero fortemente che non ci sia buona fede ma la furbesca volontà di sminuire una condotta immorale - e sminuendola porre le basi per futuri colpi di spugna.
Spero che non siamo arrivati al punto da trasformare il malcostume in modalità ufficiale, perché la pratica quotidiana lo legittima.
C'è differenza tra il delinquere con l'accortezza di non farsi scoprire e la pretesa di farlo apertamente, senza essere neppure considerati delinquenti.
Ma io credo che c'è anche differenza di ordine di grandezza nell'illegalità.
Signor Lima lei citava comportamenti tutti sintomatici di questa malattia diffusa ma secondo me è importante fare distinzione tra chi richiede per telefono un certificato medico e chi commette falso in bilancio.
Sono ordini di grandezza diversi.
Credo che a mettere tutto insieme si fa il gioco di chi vuole appiattire le sue pesanti responsabilità spalmandole su una colpa generale della società.
E' vero, la cultura della legalità nel nostro paese difetta a tutti i livelli ma bisogna anche ricordare che ci sono livelli in cui ciò costituisce fatto più grave, se non altro per la mole delle sue conseguenze pratiche.

Esule ha detto...

Dottor Lima, il Suo articolo del 16 gennaio scorso coincide quasi del tutto con uno sfogo desiderato, ed anche espresso in varie sedi ed in varie occasioni, da un grandissimo numero di cittadini comuni attraverso gli anni. Ma il cittadino e’ demoralizzato dal sentirsi preso, spesso schiacciato, tra l’arroganza dei politicanti e quella di molti magistrati.
Credo accertato che le reazioni di politicanti a certe iniziative della magistratura sono non soltanto indice della loro arroganza, ma di un livello culturale vergognoso, e inconsapevole, perche’ generalmente associato a quella furbizia spregiudicata che non ha nulla a che fare ne’ con l’intelligenza ne’ con la coscienza civile che ciascuno di noi, e ogni politico prima degli altri, dovrebbe curare, incrementare e difendere. E tutto cio’ e’ aggravato dalla consapevolezza, di molti, che la “casta” dei politici esprime proprio il livello di cultura, di “furbizia” e di senso civico che contraddistingue forse la maggioranza di noi popolo (o plebe), che tale casta sostiene da decenni.

Ho detto “quasi del tutto coincide”, perche’ almeno qualcuna delle Sue affermazioni potrebbe sorprendere un cittadino comune assillato da ragionevoli dubbi e da scrupolo politico. Quanto abbiamo sofferto, a tutto campo e da sempre, per l’incancrenito costume delle raccomandazioni e delle “lottizzazioni”?
Lei afferma, ed io sono fra quelli che Le credono senza esitazione, che si tratta di reati. Ma l’azione penale e’ obbligatoria, e in sessant’anni di repubblica democratica la magistratura penale scopre adesso l’esistenza di tanto malcostume? Quante notizie di reato del genere sono state attivate e rese deterrenti negli anni passati per questo tragico malcostume? C’e’ davvero da affidarsi ad una tale categoria di servitori dello Stato e della giustizia? Non e’ questo di per se’ un sintomo grave?
Lei sa certo quanti comuni cittadini, a parte ed oltre le procedure di nomina per incarichi amministrativi, hanno tentato - nei decenni - concorsi in tutti i settori della pubblica amministrazione, dalle universita’ ai servizi di nettezza urbana, senza poter fare affidamento sulle norme che regolano quei concorsi e sistematicamente sconfitti da “raccomandazioni” e da “lottizzazioni”. Per decenni denunce documentate e pubblicate di abusi del genere, con inchieste giornalistiche e dibattiti pubblici. Ebbene?
Un’azione penale di adesso in questo settore (Tangentopoli e’ evidentemente tutt’altra storia, li’ era anche corruzione aggravata), desiderata da cosi’ tanto tempo, e piu’ che lodevole e doverosa, ci deve indurre a credere nell’affidabilita’ della giustizia o piuttosto a farcene dubitare? Una decina o giu’ di li’ - diciamo – di procuratori come Maffei e di altrettanti GIP e di giudici d’altro livello, in sessant’anni di repubblica democratica bastano a dimostrare che la magistratura italiana e’ proprio quella che ci “serve”?
O si puo’ sospettare che anche parte della magistratura abbia concorso e seguiti a concorrere, con sue gravissime omissioni, che sono pure esse abuso o cattivo uso di potere, a promuovere – non perseguendo dall’inizio e costantemente quel malcostume ch’e’ penalmente perseguibile - un processo di involuzione civile, sociale ed economico che ci porta appunto nel novero dei paesi in via di involuzione?
Il paradosso sta proprio nell’apparenza di un’azione penale, nel campo di questo particolare malcostume, prevalentemente ispirata al malcostume politico, ad onta della prescritta e conclamata indipendenza della magistratura.

Lei poi si domanda : “Ma se non è fascismo questa pretesa che la magistratura “stia al suo posto”, sia “controllata”, “abbia misura”, “obbedisca”, cos’altro sarebbe fascista?”

Gia’: ma se “stare al suo posto” significa “fare il suo dovere” (come moltissimi giudici, in casi anche estremi hanno pur dato esempio), se “controllata” significa “non sovrana” ma soggetta ad un controllo democratico del suo ossequio della legge sovrana, se “abbia misura” significa “massimo senso di responsabilita’ nel promuovere giudizi”, se “obbedisca” significa dimostri di “ossequiare davvero la legge prima di tutto” e non “prima di tutto il suo insindacabile giudizio”, non si tratta di richieste ragionevoli? e, anzi, di legittime pretese da parte dei cittadini e del popolo che la magistratura deve servire?
Ritorna inevitabile il motivo dell’assurda pretesa di essere sempre e soltanto la magistratura a decidere se essa o parte di essa agisca nel pieno e costante rispetto delle leggi. E’ vero che lo dice la Costituzione, ma c’e’ un’interpretazione deviante che sfrutta un’ambiguita’ di fondo del dettato costituzionale, il quale prevede pure che si facciano leggi adeguate per la partecipazione del popolo ai processi giudiziari. Ma non e’ sovrano il popolo?
Qui non si tratta di assecondare l’incolta e banale battuta berlusconiana su chi deve giudicare il politico, il quale e’ comunque “controllato” (bene o male) da un sistema elettorale (piu’ o meno) democratico.
Per la Sua cultura e per l’inusuale chiarezza della Sua visione in materia di giustizia, Lei lascia sorpresi quando parla di “fascismo” in relazione alla necessita’ del popolo di controllare se la giustizia e’ correttamente amministrata.
L’ordinamento italiano ha ripreso da quello francese la figura del pubblico ministero, che li’ (ma non qui) e’ espressione del controllo dell’esecutivo sul rispetto delle leggi che l’esecutivo - in quanto tale - ha l’obbligo di attuare e di far rispettare in nome della sovrana volonta’ popolare. Analoga e’ la figura del procuratore, con varia denominazione, in ordinamenti di tipo anglosassone, a partire dalla Gran Bretagna, dove – addirittura – se mal non ricordo (La prego, mi corregga se sbaglio) la Corte Suprema e’ costituita tutta da membri della Camera dei Lord o da tale Camera nominati. Per non parlare poi di giudici eletti negli USA. Si tratta di paesi dove imperversano regimi fascisti?

Mario Ludovico (Poznan)

mario.ludovico@consultant.com

m_ludovico99@yahoo.com

"Uguale per tutti" ha detto...

Gentilissimo Mario Ludovico (Poznan),

mi scusi davvero se non ho ancora risposto al Suo commento, ma sono davvero seppellito dal lavoro e dagli impegni.

Le assicuro che lo farò al più presto e con piacere.

Grazie di cuore, intanto, per la Sua attenzione e partecipazione.

Felice Lima