«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 11 settembre 2007

Saltimbanchi e democrazia

L'ira del Saltimbanco tra la politica e l'emergenza democratica
(nel Paese e nella magistratura)

di Thomas More

C’era una volta un paese in cui le cose non andavano bene. Non che andassero malissimissimo, qua e là qualcosa funzionava, ma tutto sembrava andar degenerando e non c’era speranza di far sì che la situazione potesse raddrizzarsi.

Infatti in quel paese comandavano due partiti: quello dei Neri e quello del Bianchi.

Ogni partito diceva peste e corna dell’altro e sottolineava come il guaio consistesse nel fatto che il potere fosse esercitato (o potesse essere esercitato) dal partito avversario.

Il male, per la verità, consisteva nel fatto che chiunque avesse esercitato il potere non avrebbe potuto essere controllato dato che non esistevano mezzi né per sapere di preciso cosa accadesse nelle stanze del “Palazzo” né, in ogni caso, sapendolo si sarebbe potuto rimediare.

Accadeva infatti che sia i Neri che i Bianchi potessero nominare i candidati al potere a loro piacimento, senza che il Popolo sovrano potesse farci nulla.

Dunque mentre era pacifico che il Popolo fosse “popolo”, era discutibilissimo che fosse anche “sovrano”: infatti non poteva scegliere il partito, non poteva scegliere i candidati, non poteva controllare gli eletti.

Ci fu – è vero – una volta un tizio che propose di fare un nuovo partito (Grigi per la democrazia, si sarebbe dovuto chiamare), ma non se ne fece nulla perché – così gli dissero – che lo facciamo a fare un altro partito, per vedere altri caporioni, altri candidati, altri poteri incontrollati?

Le cose si trascinarono così per diversi anni finché un giorno un saltimbanco che passava di là, digiuno di cose di politica, notò che uno degli eletti era stato condannato per aver assassinato la moglie.

"Cavolo" - si stupì - "com’è che quel Barbanera non sta in gattabuia?"

"Perché" - gli rispose un tizio vestito tutto per bene che ricopriva la carica di gran custode dei supremi valori della persona e che passava lì per caso - "qui c’è una legge - la lex suprema iuris personarum - secondo cui nessuno che ricopra la carica di nobile tutore del bene comune può andare in carcere. Quello è stato sì condannato, ma è anche supremo tutore".

"Ma è stato nominato prima o dopo l’omicidio?"

"Dopo, dopo" - rispose sbrigativo il tizio - "che cominciava a seccarsi".

"Ma come" - esclamò il saltimbanco - "invece di metterlo in catene lo avete nominato nobile tutore? Bel paese questo, davvero grazioso".
Il tizio cominciò a scaldarsi.

"Che ne sa lei, di questo paese? Pensi che mio padre e mio nonno hanno combattuto per la libertà e io stesso ..."

"Mi scusi tanto, lo interruppe il saltimbanco, non volevo offendere nessuno e sono certo che suo nonno e suo padre fossero persone splendide. Lei stesso sarà di sicuro una brava persona, ma io conoscevo bene la moglie di quel disgraziato ..."

"Non si permetta!" - urlò il tizio, interrompendo a sua volta - "Che ne sa lei se il nobile tutore è un mascalzone o la vittima di un errore giudiziario, di una macchinazione? Si vergogni!"

Il saltimbanco, che era una persona mite, ma anche, all’occorrenza, decisa, a quel punto si stranì.

"Non mi vergogno un cavolo", gridò. "In questo stranissimo paese se c’è qualcuno che deve vergognarsi non sono io".

Si sa com’è: una parola tira l’altra e ne nacque un parapiglia che coinvolse anche molti passanti, al punto che dovette intervenire la polizia che, per puro caso, passava di là, avendo appena arrestato un pericoloso lavavetri.

Qualsiasi persona di buon senso avrebbe lasciato cadere la cosa, senza rivangare. E così per l’appunto aveva deciso di fare il saltimbanco, ma non il tizio ben vestito (che - si apprese - era nientemeno che Furbo Furbetti, il grande inquisitore dei lavavetri abusivi, una carica di notevole prestigio in quel paese).

Questi, non uso ad essere contraddetto e desideroso di apparire come salvatore della patria, fece pubblicare un articolo a titoli cubitali che suonava così: “Difendiamoci dal veleno della diffamazione. Intervisita con Furbo Furbetti”.

Nell’intervista quel fatterello di cronaca veniva assunto a episodio sintomatico di un male pericolosissimo: la delegittimazione delle istituzioni.

"Da secoli" - diceva Furbetti - "il genere umano ha scoperto che la democrazia è il minore dei mali. Non tollereremo che gente venuta dal nulla mini la nostra civiltà e i nostri valori. Il popolo sa ben distinguere i falsi profeti".

Si è detto che il saltimbanco era un tipo tosto.

Quando lesse il giornale si incilindrò non poco. Radunò amici, conoscenti, simpatizzanti e fece loro un discorso asciutto e chiaro:
“Falsi profeti un cavolo!” - esordì - “Se gli assassini se ne vanno a spasso e, per di più, sono onorati da incarichi importanti, tutto il resto non conta. Basta! Chiediamo subito una legge che lo impedisca”.

In poche ore la notizia fece il giro del paese. I Bianchi e i Neri entrarono in fibrillazione. Roba da matti, dissero, se la politica la fa la piazza siamo tutti a grave rischio.

"Se qualcuno ha da obiettare qualcosa" - gridò un tale che nel partito dei Neri era una potentissima eminenza grigia - "che si faccia eleggere e venga qui a sostenere le sue ragioni. La politica ha le sue regole, i suoi tempi, i suoi modi. Non siamo mica al campo di calcio della parrocchietta! Tutto quello che accade fuori di qui tutto è fuorché politica e democrazia".

“Giusto”, gli fece eco un tale che, avendo un processo in corso per diversi misfatti, sudava freddo alla sola idea che si potesse fare una legge che lo modificasse la lex suprema.

Il giorno dopo, il giornale dei Neri uscì con un grande titolo: “L’antipolitica”. Titolo che in sé e per sé non aveva nulla di scandaloso. Il fatto curioso era che esso era quasi del tutto coincidente (la cosa non avveniva da anni e precisamente da quando era, purtroppo, deceduto un noto e famoso filantropo, che tutti avevano in vita avversato, ma che, in morte, si erano affrettati a celebrare e santificare) con il titolo apparso sul giornale dei Bianchi: “Dall’antipolitica alla emergenza democratica”.

A dirla com’era, la reazione dei partiti fu così scriteriatamente poco callida che diverse persone si dissero: “La misura è colma, basta, che se le facessero tra di loro queste elezioni che a tutto servono meno che a far migliorare le cose”.

Apriti cielo! Quando la cosa si riseppe, iniziò una campagna di stampa durissima all’insegna del “Chi non partecipa, non ha diritto a criticare”. "E’ troppo comodo" - dicevano entrambi i partiti - "starsene a casa. Dov’è l’impegno che questi signori vanno sbandierando? Se vogliono migliorare il paese, vengano, si accomodino e votino. Bel sistema, il loro. Così lasciano campo al peggio. Bel modo di esser galantuomini, quello di dar libero campo al peggio".

Così si giunse al punto in cui si fronteggiarono due schieramenti (per la verità uno era uno schieramento, l’altro un ben piccolo gruppo per quel che si poteva vedere.

Ma occorre sempre diffidare dalle apparenza, dato che quando un gruppo gestisce il potere, tutti sembrano essere con lui, ma si sa com’è l’animo umano).

Lo schieramento accusava il gruppetto di antipolitica, di avventurismo, di sfascismo e – soprattuto – di grave carenza programmatica.

"Ditemi voi" - tuonò un illustre capo dei Bianchi - "se si è mai visto fare politica senza avere programma. Noi tutti abbiamo programmi di gran valore e ci apprestiamo a vararne di migliori".

Per dimostrare che non si stava scherzando, fu illico et immediate nominata una commissione per il programma, presieduto proprio da quel supremo tutore che era stato l’origine della querelle tra il saltimbanco e Furbetti.

Qualcuno gli chiese di astenersi ed egli presentò domanda in tal senso, la domanda fu respinta perché accoglierla - si disse - sarebbe stato come ammettere che il partito dubitasse dei propri iscritti.

La storia non ha un fine (né lieto né triste) per il semplice motivo che al momento in cui scriviamo essa non è finita.

Se per caso siete interessati a conoscere l’esito finale, basta consultare questo blog in data successiva alle elezioni del C.D.C. [Comitato DirettivoCentrale] dell’A.N.M. [Associazione Nazionale Magistrati], fra un paio di mesi. Se poi addirittura vi interessasse sostenere le ragioni del saltimbanco, il da farsi è preso detto: basta inviare una mail a toghe.posta@yahoo.it.


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