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lunedì 26 settembre 2011

Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita!






di Grazia Fenza
(Giudice del Tribunale di Crotone)





PREMESSA: Scrivo da una delle tante “periferie dell’Impero” giudiziario italiano, Crotone; ove la distanza logistica con Catanzaro (75 km. circa, mal collegati, da fare necessariamente su una sgangherata e pericolosa statale 106) è ampiamente compensata dalla vicinanza per così dire ideale tra l’ufficio del circondario e l’ufficio del distretto: favorita, tale vicinanza, anche da alcune fortunate coincidenze, di cui forse parlerò un’altra volta. E’ quindi un osservatorio privilegiato, anche per chi come me, non calabrese, è per di più ancora troppo giovane di servizio, per comprendere appieno meccanismi e collegamenti.

Proprio da questo osservatorio, a metà luglio (cioè in un clima già tutto sommato un po’ pre-vacanziero) ho appreso – devo dire, con un estrema sorpresa – che il C.S.M., sconfessando in pieno le opposte conclusioni cui era giunto il Consiglio Giudiziario di Catanzaro, aveva invece raggiunto la scontata determinazione (scontata, dati causa e pretesto, per dirla alla Guccini) di NON confermare nelle funzioni di procuratore aggiunto il dott. Salvatore Murone.

Premesso che, com’è noto, il C.S.M. di norma tende ad avallare le posizioni dei consigli giudiziari e che in questo caso il C.G. di Catanzaro si era espresso addirittura all’unanimità, la notizia – allo stato, pare, totalmente ignorata dai media – non poteva non suscitare interesse ed al contempo sconcerto.

Infatti il dott. Murone, già influente Procuratore Aggiunto di Catanzaro (attualmente trasferito cautelarmente ad altra sede), già braccio destro dell’allora procuratore capo dott. Lombardi, è certamente da annoverare tra le figure più significative delle inquietantissime vicende giudiziarie “Why not” e seguenti, che tanta trista fama hanno dato a quella Procura.

La delibera è estremamente chiara e ne riporto perciò il testo integrale in calce.

Preciso subito che, a caldo, la cosa che mi ha più sorpreso, di tutta la vicenda, è l’imprevedibile posizione assunta dal Consiglio Giudiziario di Catanzaro; il quale, come ben può evincersi dalla delibera C.S.M., pur avendo acquisito piena cognizione del bagaglio processuale e disciplinare portato dal candidato in valutazione, per fatti oggettivamente gravi, trattandosi di decidere della conferma nelle delicate funzioni semidirettive di Procura, riteneva tuttavia di poterlo ignorare, e di prendere per buono il solo rapporto del capo dell’ufficio: che, forse per imbarazzo, forse per altro – allo stato non è dato saperlo – non faceva alcun cenno in ordine ai procedimenti penali e disciplinari pendenti, e concludeva anzi per l’idoneità del Murone alla conferma nelle funzioni; pedissequamente, il nostro Consiglio Giudiziario procedeva pertanto, all’unanimità, concludendo in senso favorevole alla riconferma.

In estrema sintesi, dagli atti in possesso del Consiglio Giudiziario di Catanzaro, apparivano però chiarissimamente:

a) le indebite interferenze del magistrato in valutazione, di concerto col Procuratore Capo Lombardi in un caso e col Procuratore Generale Favi nell’altro, nelle attività d’indagine dell’ex p.m. Luigi de Magistris;

b) la fattiva collaborazione fornita dallo stesso ai predetti, nelle due operazioni consistite nell’illegittima revoca e nell’illegittima avocazione dei noti procedimenti, denominati “Why not” e “Poseidone”: attività, quest’ultima, finalizzata a favorire indagati eccellenti, coi quali i tre, in un modo o nell’altro, avevano rapporti per così dire “privilegiati”;

c) gli inquietanti, a dir poco, intrecci, tra il dott. Murone, il di lui fratello avvocato ed i predetti indagati eccellenti (due dei quali veri e propri big), ossia Saladino e Pittelli, quest’ultimo all’epoca nel trino ruolo di indagato, avvocato e senatore;

d) la natura, piuttosto criticabile, di alcuni di tali rapporti, consistiti anche in sistemazione di parenti.

Ferme restando le autonome valutazioni da farsi nelle altre sedi, dunque, ce n’era comunque abbastanza per una ben diversa conclusione, anche ed anzi soprattutto in quella sede.

Eppure, per il Consiglio Giudiziario di Catanzaro (si ripete ancora, all’unanimità) tutto quanto già agli atti non poteva avere rilievo alcuno rispetto alla decisione di conferma o meno del Murone nel delicato ruolo di procuratore aggiunto.

O, per dirla con loro, come si evince sempre dalla delibera C.S.M., il Consiglio Giudiziario «riteneva che la complessità del procedimento, i numerosi stralci disposti a seguito del decreto acquisito … e gli ulteriori approfondimenti ancora in corso, non potevano consentire una valutazione negativa dell’operato del dott. Murone, che risultava aver svolto con capacità e competenza il ruolo di Procuratore Aggiunto presso la Procura di Catanzaro».

Arriviamo dunque al sodo? Qual era, verosimilmente, la preoccupazione principale del Consiglio Giudiziario di Catanzaro – oltre ad un malinteso favor legitimitatis – se non quella di tentare di sconfessare, ancora una volta, l’operato di un altro ufficio giudiziario e cioè della procura di Salerno, malgrado l’ormai ineluttabile evidenza dei fatti, sotto gli occhi anche degli osservatori più disattenti?

Alcuni passaggi della delibera fanno emergere abbastanza pacificamente tale (confessata od inconfessata, poco importa) esigenza; perfino il passaggio in cui l’acquisito e poi ignorato decreto di perquisizione emesso da Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro viene definito “voluminoso” o “ponderoso”.

Appare chiarissimo anche ad un non scaltrissimo esegeta – quale anche chi scrive – l’intento sottilmente spregiativo sotteso all’uso di quegli aggettivi, di norma di carattere neutro, usati in quel modo ed in quel contesto.

Molti lettori di questo blog ricorderanno infatti che gli onesti, sfortunati, vituperati e crocifissi ex p.m di Salerno (Apicella, Nuzzi, Verasani) furono dati in pasto all’opinione pubblica ed al C.S.M. dell’epoca anche con la becera argomentazione dell’eccessiva lunghezza del decreto (come se il problema non fosse stato, invece, l’enormità dei fatti a monte); lungo, quindi per ciò solo “abnorme”, oltre che inopportuno e “non equilibrato” perché – pensa un po’ – pretendeva di poter considerare anche gli operatori giudiziari (nella fattispecie, appunto, alcuni p.m. di Catanzaro sospettati, sulla base di elementi più che congrui, di gravissime condotte illecite) cittadini come tutti gli altri, e dunque sottoponibili, al pari di un qualunque sig. Rossi qualsiasi, a procedure di perquisizione e sequestro, ricorrendone tutti i presupposti di legge.

La legittimità di quel provvedimento salernitano, com’è noto, è stata poi riconosciuta ad ogni livello di gravame proposto; non solo, la bontà della loro indagine (nonostante le inevitabili difficoltà dovute al trasferimento forzoso dei p.m. che l’avevano istruita) è stata confermata dalla circostanza che, tra gli altri big che avevano concertato per fermare le indagini di de Magistris, ben tre magistrati catanzaresi sono attualmente sotto processo a Salerno (e uno dei tre è, appunto il nostro dott. Murone).

Ancora, sull’illegittimità dell’avocazione delle indagini condotte all’epoca da Luigi de Magistris, non vi potevano essere dubbi fin dall’inizio, in quanto addirittura il C.S.M. che poi “castigherà” sia il suddetto che i colleghi salernitani, qualche pur blando e platonico distinguo, al suo interno, l’aveva posto, in tempi non sospetti: proprio su questo blog si era dato tempestivamente conto, ad esempio, a questo link, della pur “democristianissima” posizione espressa dall’allora consigliere Pepino, approvata da una parte dei componenti, e relativa all’operato del dott. Favi, P.G. avocante: eppure, a ciò il C.S.M. non diede alcun seguito.

E, sempre su tale illegittimo operato, in relazione stavolta alla posizione dei p.m. di Salerno, se n’era poi dato conto, con acute osservazioni di carattere tecnico, ancora su questo medesimo blog: a quest'altro link.

Quel provvedimento della Procura Generale non stava né in cielo né in terra e di fatto ha senz’altro rallentato le indagini in corso: solo oggi il C.S.M. perviene a questa interpretazione dei fatti, in precedenza sostenuta solo da qualche toga impazzita o un po’ più antropologicamente diversa rispetto alla media!

Eppure, si era all’epoca sostenuto, e si era conseguenzialmente proceduto come se abnorme fosse il provvedimento salernitano.

L’odierno C.S.M., sconfessando il potente Consiglio Giudiziario di Catanzaro prende dunque atto, oggi, dell’evidenza delle cose, almeno per quanto riguarda la posizione di Murone ed incidentalmente, degli stessi Favi e Lombardi,

Intervento piuttosto tardivo e, purtroppo, non riparatorio né satisfattivo: non satisfattivo nei confronti della collettività, defraudata del suo bisogno di giustizia rispetto a vicende così gravi (le indagini Why not e Poseidone, si ricorderà, stavano infatti accertando colossali sperperi e/o appropriazioni di fiumi di denaro pubblico, collusioni ad altissimi livelli, devianze oscure, ecc. ecc.), non riparatorio per i magistrati ingiustamente puniti per aver fatto il proprio dovere.

Con una buona dose di coraggio perché, se un tempo ti ammazzavano le mafie, oggi intervengono i più sofisticati – sebbene meno truci – sistemi delle macchine del fango e della repressione.

Così, in relazione alla triste e trista vicenda Catanzaro-Salerno, già ribattezzata, stupidamente prima ancora che fraudolentemente, “guerra tra procure”, una gran parte della verità storica è allo stato inequivocamente accertata: e lo rimarrà anche qualora le diverse dinamiche che sovrintendono all’accertamento dei fatti in sede penale dovesse consegnarci una verità processuale più edulcorata.

Bene, perché allora abbiamo un ex collega che è stato costretto a lasciare la magistratura, e chi al telefono (vedi intercettazioni) si augurava che passasse la vita a difendersi, con tanto di camorra napoletana che avrebbe dovuto curarne la pratica (sono le testuali parole del “presidentissimo” Chiaravalloti, anche lui – ahinoi – tra le altre cose ex alto magistrato calabrese) ancora tranquillamente in giro ad occupare prestigiose poltrone?

Perché i colleghi salernitani (due trasferiti e disciplinarmente censurati, uno, il Procuratore Capo, costretto addirittura alle dimissioni) hanno dovuto pagare un prezzo umano e professionale per nefandezze commesse da altri?

Perché, ancora oggi, l’A.N.M. nazionale rivendica con spudoratezza la bontà della posizione assunta all’epoca, nella vicenda della c.d. “guerra” (come da documento e discorso ufficiale del presidente Palamara al recente congresso nazionale dell’autunno scorso)?

E, soprattutto, perché abbiamo dovuto assistere, in quella medesima sede, perfino al raccapricciante applauso (minoritario, è vero, ma rumoroso) di parte dell’uditorio, a tali sconcertanti affermazioni?

E meno male che quel congresso aveva come tema il rinnovamento … :-) :-(

Come mai, infine, quando qualche ancor giovane ed avventato magistrato “novizio” posta (parlo peraltro della mailing list di Area, cioè di quell’aggregazione ritenuta più “progressista” di altre …) amari messaggi di solidarietà per quei colleghi, riceve al massimo qualche riscontro in privato?

E, manco a dirlo, un generale “IGNORA”, puntualmente, s’è susseguito anche all’indomani del mio inserimento, sulla medesima m.l., della delibera Murone odierna: inserimento effettuato senza aggiungere alcun commento polemico (del resto il provvedimento del C.S.M. parla da solo) ma semplicemente una mera dichiarazione di costernazione per l’operato del Consiglio Giudiziario di Catanzaro.

Anzi no, giusto un Consigliere (io ritengo, ma potrei sbagliarmi, alquanto imbarazzato) ha risposto: ma di tale formale autodifesa d’ufficio, circa la bontà dell’operato catanzarese, non mi pare il caso di trattarne ora …

L’assordante silenzio dei colleghi sulla vicenda sarà addebitabile al clima pre-vacanziero di cui s’è dato atto all’inizio, o a ragioni afferenti all’improvvisato titolo di questo improvvisato articoletto?


_______________


Qui di seguito la il testo della delibera del C.S.M.

“Dott. Salvatore MURONE – Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di CATANZARO - conferma nelle funzioni semidirettive, ai sensi dell’art. 46 del D. Lgs. 160/2006.

La Commissione,
rilevato preliminarmente che: gli artt. 45 e 46 del D. Lvo 160/06, nel disciplinare la temporaneità delle funzioni direttive e semidirettive dispongono che esse sono conferite per la durata di quattro anni, al termine dei quali il magistrato può essere confermato, per una sola volta e per un eguale periodo a seguito di valutazione, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’attività svolta.
Il dott. Salvatore MURONE ha maturato in data 1.8.2009 il periodo quadriennale nell’esercizio delle funzioni di Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catanzaro, conferite con delibera C.S.M. 6.7.2005 ed assunte in data 1.8.2005.
Il magistrato in valutazione ha presentato un’autorelazione illustrativa dell’attività svolta, così manifestando la propria volontà di continuare a svolgere per il secondo quadriennio le medesime funzioni in corso di esercizio.
Il Consiglio Giudiziario di Catanzaro, nella seduta del 2.2.2010, si è espresso all’unanimità in senso favorevole alla conferma del dott. MURONE che, sulla base degli elementi acquisiti, si è ritenuto avesse dimostrato come Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, capacità ed efficienza nella direzione ed organizzazione dell’ufficio.

Nella premessa del parere il Consiglio Giudiziario dava atto della pendenza di quattro procedimenti penali iscritti a carico del magistrato presso la Procura della Repubblica di Salerno e di un quinto procedimento definito con decreto di archiviazione emesso in data 11.8.2009. Si dava atto, inoltre, della pendenza di un procedimento disciplinare iniziato il 18.6.2009 per violazione dell’art.2 comma 1 lett. b) ed n) del D.Lgs. del 23.2.2006, n.109, e dell’attività istruttoria svolta al fine di rendere il prescritto parere.
Nella seduta del 18.11.2009 il Consiglio Giudiziario rilevava il mancato deposito del rapporto da parte del capo dell’ufficio, nonostante un precedente sollecito già inoltrato dal Presidente della Corte di appello. Contestualmente, il Consiglio deliberava di richiedere informazioni alla Procura di Repubblica di Salerno circa eventuali sviluppi dei procedimenti penali instaurati a carico del magistrato oggetto di valutazione. Si investiva, inoltre, la Procura Generale ed il Consiglio Superiore della Magistratura con richiesta di ulteriori informazioni sulle pendenze di natura disciplinare.
Il Procuratore Generale della Cassazione ribadiva la pendenza del procedimento per violazione dell’art. 2 già indicato in premessa, mentre il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno indicava i procedimenti iscritti a carico del dott. MURONE e le attività in corso da parte dell’ufficio, precisando che i procedimenti erano ancora tutti in fase istruttoria.
All’esito di tali comunicazioni nella seduta del 13.1.2010 il Consiglio Giudiziario deliberava di acquisire il decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno in data 2.12.2008, già agli atti della Procura Generale di Catanzaro, nell’ambito del procedimento n. 10590/2007 mod. 21. Tale decisione scaturiva dalla circostanza che, secondo quanto riferito dal Procuratore della Repubblica di Salerno, tale procedimento aveva ad oggetto, tra l’altro, la revoca da parte del Procuratore della Repubblica dott. Lombardi del procedimento cosiddetto “Poseidone” e l’avocazione, da parte del Procuratore Generale dott. Favi, del procedimento cosiddetto “Why not” (dei quali era primo assegnatario il dott. Luigi De Magistris). Su entrambi i provvedimenti si riteneva che il dott. MURONE avesse ricoperto un ruolo attivo di compartecipazione.

Appare opportuno riportare testualmente la sintesi che il Consiglio Giudiziario trae dalla lettura del decreto sopra indicato che viene definito particolarmente voluminoso: “Ebbene dalla lettura del ponderoso decreto di perquisizione e sequestro acquisito nell’ambito del procedimento n. 10590/2007 Mod. 21 si evince che le contestazioni al dr MURONE si riferiscono, sostanzialmente, alla patologica attività di interferenza negativa rispetto alle iniziative del PM procedente dott. Luigi De Magistris, consistita nell’avocazione del procedimento “Why Not” e nella revoca del procedimento “Poseidone” in guisa da favorire oggettivamente, mediante la deviazione del regolare corso del procedimento penale, le persone implicate nelle indagini preliminari e fra queste, oltre alla persona del Ministero della Giustizia pro-tempore, Saladino Antonio, centro di attrazione di un settore consistente dell’ attività investigativa, nonché l’avvocato Senatore Giancarlo Pittelli”. Deviazione realizzata “mediante atti contrari ai doveri d’Ufficio posti in essere dal MURONE, in concorso con il Procuratore Capo Lombardi e in rapporto sinallagmatico con le utilità ricevute e promesse dal Saladino e dal Pittelli, i quali, ciascuno con condotte autonome esplicative di rapporti personali privilegiati, risalenti nel tempo sia con il dr MURONE sia con il Proc. Capo, Mariano Lombardi avendo, in particolare, il Saladino favorito le assunzioni di parenti e conoscenti del dr MURONE ovvero del cugino Roberto Piero e Cucciolo Roberta, moglie di Roberto Luca in servizio presso l’Ufficio della Procura della Repubblica del Tribunale di Catanzaro e legato da vincoli di parentela alla moglie del MURONE.
Il decreto di sequestro in oggetto riporta, testualmente, numerose dichiarazioni rese dal dr Luigi De Magistris ai Pubblici Ministeri di Salerno, nonché le dichiarazioni della testimone Caterina Merante e di numerose altre persone informate sui fatti , tra cui magistrati e consulenti tecnici. Ancora, nel provvedimento, vengono evidenziati i rapporti privilegiati tra il dr MURONE e i due indagati del procedimento “Why Not” Saladino ed Avvocato Pittelli, quest’ultimo originariamente coinvolto dalle indagini ed i contatti tra costoro anche durante il periodo in cui erano sottoposti ad indagini, da cui si fa discendere l’assunto accusatorio dell’indebita interferenza nell’attività investigativa del titolare di procedimenti suddetti dr Luigi De Magistris.
Inoltre, vengono stigmatizzati i rapporti tra il Procuratore MURONE e la giornalista della “Gazzetta del Sud”, Betty Calabretta, che avrebbero influenzato alcune fughe di notizie sul quotidiano locale.
Infine, si dà atto delle dichiarazioni del consulente tecnico Genchi, in ordine ai rilevati traffici telefonici sulle utenze cellulari dell’Avv. Mario MURONE, fratello del magistrato in valutazione, con i cellulari di quest’ultimo, della Pianimpianti S.p.A. e di tale Nicolino Volpe, dal settembre 2005 ed in coincidenza con atti istruttori nell’ambito del Procedimento “Poseidone”, ed, in particolare, con la perquisizione della predetta società nel novembre del 2005.
Inoltre dalle dichiarazioni di questo consulente emerge che il numero di utenza cellulare del dr Salvatore MURONE è stato rilevato nella memoria del cellulare sequestrato ad Antonio Saladino, indagato nel procedimento “Why Not”.
Infine vengono escussi alcuni magistrati in servizio presso la Procura di Catanzaro, sull’esercizio della professione da parte del fratello del magistrato in valutazione all’interno del distretto di Catanzaro”.

All’esito di tali osservazioni il Consiglio riteneva che la complessità del procedimento, i numerosi stralci disposti a seguito del decreto acquisito (con trasmissione degli atti anche ad altre Autorità Giudiziarie) e gli ulteriori approfondimenti istruttori ancora in corso, non potevano consentire una valutazione negativa dell’operato del dott. MURONE che risultava aver svolto con capacità e competenza il ruolo di Procuratore Aggiunto presso la Procura di Catanzaro. Si deliberava, quindi, all’unanimità, per la conferma del magistrato nelle funzioni semidirettive svolte. Ad analoghe conclusioni si giungeva in relazione alla pendenza del procedimento disciplinare comunicato dalla Procura Generale della Cassazione.
Va rilevato, inoltre, che nelle more dell’esame del decreto di perquisizione e sequestro acquisito dal Consiglio, veniva trasmesso, in data 5.1.2010, il rapporto del Procuratore della Repubblica di Catanzaro che concludeva affermando che “il dott. MURONE appare del tutto idoneo alla conferma nell’incarico di Procuratore Aggiunto (…)” . Dall’esame del rapporto si rileva come non vi sia alcun cenno, né tantomeno valutazione in ordine ai procedimenti penali e disciplinari pendenti a carico del magistrato.

A seguito della richiesta del 17.9.2010 del Segretario generale del Consiglio Superiore della Magistratura, la Procura della Repubblica di Salerno comunicava, in data 24.9.2010, che era intervenuta richiesta di rinvio a giudizio a carico del dott. MURONE nell’ambito del procedimento penale n.10590/07 mod.21 (con udienza preliminare fissata per il 3.11.2010) e richiesta di archiviazione nell’ambito del procedimento n.3669/2010 mod. 21 (stralcio del 10590/2007). Agli atti risulta allegata solo la richiesta di rinvio a giudizio mentre non è stata trasmessa dalla Procura della Repubblica la richiesta di archiviazione né è noto l’esito definitivo di tale procedimento.
In data 9.9.2010 il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, a seguito dell’apertura di un procedimento disciplinare per i fatti oggetto di contestazione in sede penale, chiedeva alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura l’adozione di un’ordinanza cautelare di trasferimento provvisorio ad altra sede e di destinazione ad altre funzioni del dott. MURONE. In data 1° ottobre 2010 la sezione disciplinare, in accoglimento della richiesta, disponeva il trasferimento provvisorio ad altro ufficio e la destinazione ad altre funzioni del magistrato.
In data 7 febbraio 2011 la quinta commissione, nell’ambito della procedura per la conferma del dott. MURONE nelle funzioni semidirettive svolte, procedeva all’audizione del magistrato, essendo stati ravvisati elementi tali da poter condurre ad una eventuale decisione di non conferma.
Dalla stessa audizione si rileva come l’udienza preliminare a carico del dott. MURONE si è conclusa con il decreto che dispone il giudizio per le ipotesi di reato formulate dalla Procura della Repubblica di Salerno comunicate alla V commissione in data 24.9.2010.
Ai fini della presente procedura appare indispensabile procedere all’analisi dei fatti oggetto di contestazione nei confronti del dott. MURONE, per verificare se, al di là delle responsabilità disciplinari e penali che andranno accertate nelle sedi competenti, siano individuabili comportamenti tali da incidere sull’indipendenza, imparzialità ed equilibrio del magistrato in relazione alla eventuale prosecuzione dell’incarico semidirettivo ricoperto.

Il primo episodio oggetto di accertamento (sia in sede penale che in sede disciplinare) attiene alla revoca (disposta materialmente in data 29 marzo 2007 dal Procuratore della Repubblica dott. Mariano Lombardi) dell’assegnazione del procedimento penale n.1217/05-21 (c.d. Poseidone) al sostituto procuratore dott. Luigi de Magistris che ne era titolare unitamente al dott. MURONE e al dott. Lombardi.
Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Salerno tale atto sarebbe stato adottato in concorso tra i due magistrati allo scopo di produrre una stasi del procedimento conseguente alla sottrazione delle indagini al dott. De Magistris e quindi favorire gli indagati Pittelli (senatore ed avvocato) e Galati (Sottosegretario delMinistero delle attività produttive), dai quali il Lombardi aveva ricevuto denaro ed altre utilità.
Dall’esame degli atti in possesso della commissione risulta che il dott. Mariano Lombardi effettivamente formalizzava la revoca dell’assegnazione al dott. De Magistris, ed inoltrava al Procuratore Generale una dichiarazione di astensione dal procedimento, attesi i rapporti personali e i legami di amicizia con il senatore Pittelli. Tali provvedimenti sono da considerarsi palesemente abnormi e contraddittori. Il Procuratore della Repubblica, nonostante riconosca l’ impossibilità di esprimere a valutazioni serene e neutrali nell’ambito di quel procedimento, attesi i rapporti personali di amicizia con un indagato, adotta un provvedimento di estrema rilevanza per le sorti del procedimento stesso, consistente nella revoca dell’assegnazione al magistrato che materialmente svolgeva le indagini e che ne era titolare dall’inizio, per poi astenersi immediatamente dopo. Quale sia stato il ruolo del dott. MURONE in questa paradossale vicenda è egli stesso a confermarlo durante l’audizione del 7 febbraio 2011, resa in V Commissione.
Il dott. MURONE riferisce di aver appreso da notizie di stampa che l’avvocato Pittelli era stato raggiunto da una informazione di garanzia emessa nel procedimento c.d. Poseidone, senza che lui stesso ed il Procuratore della Repubblica ne venissero a conoscenza da parte del sostituto De Magistris, pur essendo entrambi co-assegnatari del procedimento. A seguito di tale fatto il Procuratore della Repubblica lo aveva convocato nella sua stanza dandogli lettura di un unico provvedimento con il quale revocava l’assegnazione al dott. De Magistris e contestualmente si asteneva per i rapporti di amicizia personale che aveva con l’indagato Pittelli.
Sul punto il dott. MURONE riferisce: “Io mi limito a prendere atto di questa decisione del Procuratore della Repubblica e gli dico, essendo i due provvedimenti finalizzati diversamente, l’uno è endoprocessuale, l’altro deve andare in Procura Generale perché eventualmente può essere accolto o non accolto il provvedimento di astensione, secondo me non va fatto l’unico provvedimento”.

Va in primo luogo osservato come il dott. MURONE, anche in sede di audizione, non abbia mostrato alcuna meraviglia nell’apprendere i legami di amicizia personale tra il Procuratore della Repubblica e l’avvocato Pittelli che, anche prima di acquisire la qualità di indagato, aveva assunto, nell’ambito di quello stesso procedimento, la difesa tecnica di diversi indagati. Non solo, ma a fronte di una così evidente contraddizione tra l’adozione di un provvedimento di revoca dell’assegnazione, destinato a produrre rilevanti effetti sull’andamento delle indagini, e la dichiarata incompatibilità ad assumere decisioni in quel procedimento, il Procuratore Aggiunto co-titolare delle indagini e vicario del Procuratore, invece di assumersi la responsabilità diretta di decisioni che il Procuratore dichiarava apertamente di non poter prendere serenamente, addirittura suggerisce una diversa modalità con la quale giungere allo stesso risultato. Indica, cioè, al Procuratore l’opportunità di procedere con due provvedimenti separati, così come apertamente confermato durante l’audizione.
In tal modo il dott. MURONE non ha solo condiviso l’inaccettabile operato del Procuratore, ma ne ha agevolato la realizzazione, concorrendo in modo rilevante nella produzione di una fase di stasi del procedimento c.d. Poseidone. Sarà ovviamente nell’ambito del procedimento penale che si dovrà accertare se il comportamento del dott. MURONE e degli altri coimputati integra i delitti contestati dalla Procura della Repubblica, ma non vi sono dubbi sul fatto che il comportamento tenuto dal magistrato in valutazione sia da considerarsi assolutamente incompatibile con lo svolgimento delle delicate funzioni semidirettive che dovrebbe continuare a svolgere.

“La capacità di organizzare e di esercitare funzioni direttive e semidirettive” si fonda non solo sulla “competenza tecnica”, ma anche sulla “autorevolezza culturale e sull’indipendenza da impropri condizionamenti”, e si esprime “nella efficace risoluzione dei problemi concreti dell’ufficio o del settore cui si è preposti nonché del positivo coordinamento dei magistrati” (punto 1.2 risoluzione del 24 luglio 2008 in tema di conferma e parte III punto 2 TU sulla dirigenza, delibera del 30 luglio 2010): non vi è dubbio che la condotta del dott. MURONE rispetto all’episodio in esame, al di là della rilevanza penale e disciplinare, costituisce anzitutto una grave caduta rispetto ai principi di imparzialità e di indipendenza che devono caratterizzare l’esercizio delle funzioni, semidirettive e direttive, e dei poteri, come quello della avocazione, che, pur nell’accentuata posizione di sovraordinazione delineata in favore del dirigente dalla normativa di riforma dell’assetto organizzativo delle Procure, richiedono modalità corrette, trasparenti e rispettose dell’autonomia professionale e della dignità delle funzioni del sostituto. La circostanza che il dott. MURONE, essendo peraltro in grado di apprezzare appieno l’inopportunità di tale condotta in considerazione dei rapporti del dirigente con uno degli indagati, si sia consapevolmente reso partecipe di un “intervento” del Procuratore, attuato con modalità quantomeno idonee a compromettere l’immagine di imparzialità dell’ufficio, denota una grave carenza del magistrato in valutazione rispetto a tale requisito che, insieme a quello della indipendenza, costituisce il fulcro della giurisdizione.

Detti valori costituiscono, infatti, requisiti preliminari per l’esercizio delle funzioni giurisdizionali e la rilevanza delle condotte che denotino carenze del magistrato sotto tale profilo non può considerarsi circoscritta alla loro dimensione temporale, né compensata da buoni risultati ottenuti sotto il profilo organizzativo.

Analoghe considerazioni valgono per il secondo episodio (come il primo, oggetto di contestazione in sede penale e disciplinare), che attiene all’avocazione (materialmente disposta in data 19 ottobre 2007 dal Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Catanzaro, dott. Dolcino Favi) del procedimento n.2057/06/21 (c.d. Why not) di cui era assegnatario il sostituto procuratore dott. Luigi de Magistris, che ne era titolare unitamente al Procuratore della Repubblica ed allo stesso dott. MURONE. Anche in questo caso secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Salerno, tale atto sarebbe stato adottato in concorso tra i tre magistrati (Favi, Lombardi e MURONE) allo scopo di produrre una stasi del procedimento conseguente alla sottrazione delle indagini al dott. De Magistris e quindi favorire gli indagati Pittelli (senatore ed avvocato) e Saladino, dai quali Lombardi e MURONE avevano ricevuto denaro ed altre utilità.

Anche in questo caso risulta oggettivamente come il dott. MURONE abbia predisposto la nota del 19 ottobre 2007 con la quale indicava al Procuratore Generale le ragioni che potevano adottare una decisione di avocazione del procedimento ai sensi dell’art.372 c.p.p..

Il dott. MURONE, nel confermare il contenuto di tale nota, riferisce in sede di audizione, che in quel periodo il Procuratore della Repubblica era assente e che egli era stato delegato per rispondere ad una specifica richiesta della Procura Generale che richiedeva notizie sul procedimento c.d. “why not”, proprio al fine di valutare l’adozione di un provvedimento di avocazione. Nel merito, tale nota (ed il conseguente provvedimento di avocazione che la riprende integralmente) appare fortemente opinabile (fino ad apparire un probabile pretesto), soprattutto nella parte in cui si sostiene una situazione di incompatibilità del sostituto derivante da grave inimicizia con il Ministro della Giustizia, on. Mastella che era indagato in quel procedimento. Tale circostanza veniva ricollegata unicamente al fatto che da parte del Ministro, per il tramite dell’Ispettorato Generale, erano in corso accertamenti sui comportamenti del dott. De Magistris, anche in relazione al procedimento penale nel quale era indagato il Ministro.
Appare evidente come un provvedimento di tale rilevanza come quello dell’avocazione, soprattutto ove si tenga conto della delicatezza e della complessità delle indagini che erano in corso, sia stato fondato su di un presupposto privo di consistenza al punto da apparire pretestuoso.

Ma ciò che più rileva è il fatto che il dott. MURONE (e conseguentemente il dott. Favi) abbia apertamente violato il principio (fissato dall’art. 372 lett. a) c.p.p.) per il quale prima di procedere, o di sollecitare l’avocazione, è indispensabile verificare la possibilità di una sostituzione del magistrato che si trova in una situazione di incompatibilità. Il dott. MURONE nella nota sopra indicata, afferma in modo apodittico, a proposito del sostituto titolare del procedimento, che “non risulta in altro modo disposta la sua sostituzione”, senza che sia stato effettuato alcun tentativo di sostituzione, ammesso che vi fossero i presupposti per procedere in tal senso.
Peraltro lo stesso dott. MURONE era titolare (addirittura unitamente al Procuratore della Repubblica) del procedimento poi oggetto di avocazione.
Tali considerazioni rendono evidente la debolezza della difesa del dott. MURONE, che in sede di audizione sostiene di non aver sollecitato l’avocazione, ma di essersi limitato ad evadere una richiesta specifica della Procura Generale, quasi si trattasse di un adempimento rispetto al quale non vi era alcuna implicazione connessa alle proprie attribuzioni. Anzi, tali affermazioni che finiscono per aggravare la sua posizione, perché il dott. MURONE conferma di aver disconosciuto le proprie responsabilità di Procuratore Aggiunto e di contitolare di quel procedimento, dando piena dimostrazione di assoluta inadeguatezza a ricoprire quel ruolo.
L’anomalia della procedura seguíta desta ulteriori perplessità anche alla luce di quanto accade a seguito dell’avocazione. Si produce, infatti, una sostanziale frammentazione del procedimento con la trasmissione (quantomeno frettolosa, attesa la mancata conoscenza dell’andamento delle indagini e delle ipotesi investigative in corso) di parte degli atti alla Procura di Roma erroneamente ritenuta competente per la trasmissione degli stessi al Tribunale dei Ministri, e l’assegnazione di quello che resta del procedimento, ad un magistrato privo della necessaria esperienza, in quanto appena reduce dal periodo di tirocinio.
Anche in questo caso sarà nelle sedi opportune che dovrà essere verificato se tali comportamenti possano integrare le fattispecie penali per le quali il dott. MURONE è imputato. Tuttavia, va rilevato come, in relazione a questo secondo episodio, i comportamenti assai discutibili tenuti del dott. MURONE nell’esercizio delle sue funzioni, appaiano decisamente aggravati dalla circostanza relativa ai rapporti di amicizia che legavano il dott. MURONE a Saladino Antonio, indagato nel procedimento penale cd. Why not. Ora, anche a prescindere dalla fondatezza dell’ipotesi secondo la quale il dott. MURONE avrebbe ricevuto utilità dal Saladino proprio per favorirlo nell’ambito dell’inchiesta in cui era coinvolto, il fatto che il dott. MURONE abbia favorito l’adozione di un provvedimento così discutibile nell’ambito di un procedimento penale che riguardava persona con la quale era legato da rapporti di amicizia è, di per sé, circostanza di assoluta gravità che incide in modo molto significativo sul prestigio sull’imparzialità e sull’equilibrio con il quale dovrebbero essere svolte le funzioni giudiziarie ed in particolar modo quelle di maggiore responsabilità dovute al ruolo semi- direttivo ricoperto.
E’ evidente che, anche con riferimento a tale episodio, la condotta del dott. MURONE si presta ad una valutazione del tutto negativa in relazione al possesso dei requisiti essenziali dell’indipendenza e dell’imparzialità, necessari per ricoprire incarichi di direzione e di collaborazione nella direzione di uffici giudiziari.

Alla luce di tali elementi, deve essere proposto di non confermare il dott. Salvatore MURONE nell’esercizio delle funzioni semidirettive di Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro.
Presupposto imprescindibile per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali, e quindi di quelle direttive e semidirettive, è il pieno possesso delle doti di indipendenza, imparzialità ed equilibrio.
Inoltre, sempre al fine dell’esercizio delle funzioni dirigenziali, deve essere apprezzato anche il prestigio del magistrato, valutato in riferimento alla stima acquisita all’interno ed all’esterno degli uffici giudiziari.
Ebbene, secondo l’unanime avviso della V Commissione, all’esito dell’attenta disamina di tutti gli elementi sopra esposti e degli esiti dell’audizione dell’interessato, si deve affermare che il dott. MURONE non può essere confermato nelle funzioni semidirettive svolte, essendo il possesso di quei requisiti, fondamentali per il corretto esercizio di tale funzione, gravemente compromesso.

Né le valutazioni positive sulle modalità di svolgimento dell’attività giudiziaria, come descritte nel parere del Consiglio Giudiziario, possono in alcun modo “compensare” le gravi carenze palesate in relazione ai doveri di indipendenza e imparzialità e al requisito del prestigio.

Il Consiglio delibera di non confermare il dott. Salvatore MURONE nell’esercizio delle funzioni semidirettive di Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro con decorrenza dall’1.8.2009.
Dispone l’invio della delibera al Ministro della Giustizia per i provvedimenti di sua competenza ai sensi dell’art.17 della legge n. 195/58”





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giovedì 22 aprile 2010

E ora, per favore, chiedete scusa


di Marco Travaglio

da il Fatto Quotidiano del 20 aprile 2010

Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone ” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”. Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’“avviso di conclusione delle indagini” appena depositato dalla “nuova ” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).


Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini). Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate. E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?

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giovedì 4 dicembre 2008

Caso De Magistris: “Da toghe, politici e imprenditori atti di corruzione contro quel pm”


Riportiamo un articolo di Francesco Viviano, tratto da La Repubblica del 4 dicembre 2008. Poiché dello stesso articolo si hanno, inspiegabilmente, due versioni molto diverse (una tratta dal giornale carteceo acquistato in edicola e una tratta dalla Rassegna stampa del Ministero della Difesa, a questo link), le riportiamo entrambe perchè ciascuna contiene importanti informazioni non presenti nell'altra.



di Francesco Viviano
(Giornalista)


da La Repubblica del 4 dicembre 2008

Versione tratta dal giornale acquistato in edicola:

Salerno – I vertici della Procura di Catanzaro e i politici e gli imprenditori che erano stati indagati nelle inchieste Why not e Poseidone avrebbero compiuto un vero e proprio «atto corruttivo» finalizzato a delegittimare ed esautarare il pm Luigi De Magistris, che coordinava quelle indagini.

E tra i “corruttori” ci sarebbero «il ministro della giustizia pro tempore, Clemente Mastella, Antonino Saladino, il senatore Francesco Pittelli (Forza Italia ndr)» e i capi degli uffici, l’ex procuratore, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Dolcino Favi e quello attuale, Enzo Jannelli.

E’ questo il pesante atto d’accusa dei magistrati di Salerno che l’altro ieri hanno compiuto un vero e proprio blitz al palazzo di giustizia di Catanzaro, guidato dal procuratore Luigi Apicella, da altri cinque magistrati e da un centinaio di carabinieri che hanno perquisito gli uffici e sequestrato migliaia di atti.

E nel decreto di perquisizione della magistratura non vengono risparmiate critiche anche ad alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura che «incolparono» e poi «processarono» il pm Luigi De Magistris al quale i suoi capi avevano avocato le inchieste e che fu poi trasferito a Napoli.

Un decreto di perquisizione di 1.700 pagine pieno di riferimenti, fatti; circostanze, testimonianze che, secondo i magistrati di Salerno, dimostrano che nei confronti di De Magistris ci fu un vero e proprio complotto per bloccare le indagini.

E con i loro atti e comportamenti, i magistrati e i politici che erano coinvolti nelle inchieste di Luigi De Magistris, avrebbero determinato «mediante reiterati atti contrari ai doveri d’ufficio e in cambio di utilità promesse e/o ricevute dai predetti indagati, l’esautorazione delle inchieste del magistrato inquirente».

Parole pesantissime che provocheranno altre polemiche e veleni.

Nell’atto d’accusa dei magistrati di Salerno, i politici, gli imprenditori e i vertici giudiziari calabresi avrebbero addirittura «anticipato» agli indagati «la definizione, in senso favorevole» della loro posizione nelle inchieste che furono avocate a De Magistris e condotte dai procuratori Generali e dal procuratore aggiunto di Catanzaro.

Non solo i pm di Salerno dicono senza mezzi termini che le inchieste Why Not e Poseidone furono avocate a De Magistris «per delegittimare il suo operato e la sua immagine professionale anche attraverso plurime iniziative disciplinari, che, sino ad oggi, ne hanno determinato il definitivo allontanamento dalla sede giudiziaria di Catanzaro e dalle funzioni inquirenti».

E a sostegno di questa tesi nel decreto di perquisizioni compiute l’altro ieri a palazzo di giustizia di Catanzaro, i magistrati di Salerno hanno allegato alcuni passaggi delle inchieste di De Magistris.

Tra questi ricordano una telefonata partita dallo studio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, al prin-cipale indagato dell’inchiesta Why Not, l’imprenditore, Antonino Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria.

Una telefonata fatta il 30 aprile del 2001 e durata 183 secondi.

Nel decreto di perquisizione viene citato un altro alto magistrato, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, che avviò l’azione disciplinare nei confronti di De Magistris.

Il documento ricorda che Delli Priscoli è padre di Francesco coinvolto, ma non indagato, nella inchiesta Why Not.

Ed in questa presunta commistione tra i magistrati che ostacolavano De Magistris e i politici indagati, viene ricordata una telefonata fatta dalla segreteria nazionale dell’Udc di Lorenzo Cesa, che chiama l’utenza «personale e riservata» del procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, poche ore prima che l’inchiesta venisse tolta a Luigi De Magistris.

E un altro capo di De Magistris, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone viene accusato di avere avuto «stretti rapporti personali e d’interessi con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino».

E sempre su Murone i pm di Salerno accusano il Csm, che non prese «alcuna iniziativa disciplinare nei confronti di Murone» quando il magistrato, nel 1992, fu accusato di avere intrattenuto rapporti con un esponente della crminalità calabrese.

L’ispettorato del ministero di grazia e giustizia proponeva quindi il trasferimento ad altra sede, preferibilmente in circondario non adiacente a quello di Lamezia Terme, per incompatibilità ambientale incolpevole e veniva invece trasferito alla Procura di Catanzaro.


Versione tratta dalla Rassegna Stampa del Ministero della Difesa:


Salerno - I vertici della Procura di Catanzaro, i politici e gli imprenditori che erano stati indagati nelle inchieste Whynot e Poseidone, avrebbero compiuto un vero e proprio «atto corruttivo» per delegittimare ed esautorare il pm Luigi De Magistris, titolare delle indagini.

E tra i «corruttori» ci sarebbero «il ministro della Giustizia Clemente Mastella, Antonino Saladino, il senatore Francesco Pittelli (Forza Italia ndr)» e i capi degli uffici: l’ex procuratore Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone; l’ex procuratore generale Dolcino Favi e quello attuale EnzoJannelli.

È questo il pesante atto d’accusa dei magistrati di Salerno, contenuto nel decreto di perquisizione negli uffici giudiziari di Catanzaro.

E non vengono risparmiate critiche anche ad alcuni componenti del Csm che «incolparono» e poi «processarono» il pm Luigi De Magistris al quale i suoi capi avevano avocato le inchieste.

Un decreto di perquisizione di 1.700 pagine che tende a dimostrare che nei confronti di De Magistris ci fu un complotto per bloccare le sue indagini.

I CORRUTTORI: «Il quadro generale dell’inchiesta appare significativo di un illecito disegno in atto orientato per un verso a favorire, mediante la deviazione del regolare corso dei processi pilotata da intrecci di interessi illegittimi costituitisi in precisi accordi corruttivi tra gli attuali indagati, le persone sottoposte ad indagini nel procedimento Why Not avocato al pm De Magistris, in modo da determinare mediante reiterati atti contrari ai doveri d’ufficio e in cambio di utilità promesse e/o ricevute dai predetti indagati, l’esautorazione del magistrato inquirente».

L’INSABBIAMENTO: «Scopo dell’accordo corruttivo, oltre all’esautorazione di De Magistris, era la parcellizzazione dei vari filoni d’indagine, il coinvolgimento in queste indagini di altri magistrati estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite, la disintegrazione degli originari disegni investigativi coltivati da De Magistris e il progressivo dissolvimento di altre tracce investigative. E l’anticipata definizione in senso favorevole agli indagati di vicende delittuose che necessitavano di ulteriori approfondimenti investigativi».

LA TELEFONATA: Scrive il consulente di De Magistris, Gioacchino Genchi: «Mentre eseguivo le verifiche per accertare se tra i tabulati acquisiti vi fossero le utenze di Mancino ho ricevuto un dato (nell’ambito delle acquisizioni sul telefonino di Antonino Saladino) che ritengo utile segnalare ... omissis ... nei tracciati del 30.4.2001 rilevo una chiamata in entrata, badi bene in entrata, alle ore 18,47.

La chiamata risulta pervenuta dall’utenza di base 08253 con una conversazione della durata di ben 183 secondi.

L’intestatario dell’utenza chiamante risultava essere l’avvocato Nicola Mancino»
.

IL CSM: «Il 10.1. 2008 De Magistris consegnava a questo ufficio copia dell’azione disciplinare esercitata il 6.12.2007 dal pg Mario Delli Priscoli.

Denuncia De Magistris: “Delli Priscoli – il cui ufficio ha chiesto il giudizio disciplinare nei miei confronti con un’istruttoria dai tempi rapidissimi e con modalità che mi fanno pensare ad una dubbia prevenzione nei miei confronti – ha un figlio, Francesco, che da quanto risulta come professore universitario si è occupato del sistema Umts e del settore della telefonia (ambiti già oggetto d’investigazione) e ciò fa riflettere se si osserva la condotta avuta dal pg della Cassazione nella mia vicende»
.

L’UDC: «Cesa, insieme ad altri esponenti dell’Udc tra i quali l’onorevole Galati, erano stati indagati nell’ambito dell’indagine Poseidone.

Questa chiamata delle 21.07 del 28 marzo 2007 dal centralino dell’Udc di Roma all’utenza personale e riservata dell’abitazione del procuratore capo Mariano Lombardi, ha preceduto di poche ore la formalizzazione della revoca del procedimento a De Magistris»
.

IL PROCURATORE: «Il procuratore aggiunto Salvatore Murone ha avuto stretti rapporti personali e d’interesse con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino. Il Csm non prese alcuna iniziativa disciplinare nei confronti di Murone quando il magistrato nel 1992 fu accusa-to di avere avuto stretti rapporti personali e d’interessi con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino».




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Caso De Magistris, toghe indagate: “Illeciti per sfilargli inchieste”






di Carlo Vulpio
(Giornalista)



da Corriere della Sera del 3 dicembre 2008


Perquisita la Procura di Catanzaro sui filoni «Why not» e «Poseidone».
Nella 1.700 pagine si ipotizza il concorso in corruzione in atti giudiziari.



Catanzaro – Non era mai accaduto prima in Italia, che una procura della Repubblica fosse «circondata» come un fortino della malavita.

Ieri è successo alla procura di Catanzaro, che per tutta la giornata e fino a tarda sera è stata letteralmente accerchiata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno.

Con i carabinieri del Reparto operativo e i poliziotti della Digos, sono entrati in procura ben sette magistrati, tra i quali il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, e i titolari dell'inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani.

Hanno notificato avvisi di garanzia e perquisito case e uffici dei magistrati calabresi che hanno scippato le inchieste «Poseidone» e «Why Not» all'ex pm Luigi de Magistris (ora giudice del Riesame a Napoli) e dei magistrati che queste inchieste hanno ereditato, «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati», scrivono i pm salernitani.

Tra gli indagati «favoriti», l'ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa, l'ex governatore di Calabria, nonché ex procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, l'ex sottosegretario con delega al Cipe, Giuseppe Galati (Udc), Giancarlo Pittelli, deputato di Forza Italia, il ras della Compagnia delle Opere per il Sud Italia, Antonio Saladino.

Ma questo è solo il troncone calabro.

Gli stessi magistrati salernitani, infatti, stanno indagando anche in altre due direzioni.

La prima riguarda uno stuolo di giudici lucani coinvolti nella «madre di tutte le inchieste» sul marcio nella magistratura (l'inchiesta «Toghe Lucane», che de Magistris è riuscito a «chiudere» prima di essere frettolosamente trasferito).

La seconda andrebbe diritta verso alcuni membri del Csm: per esempio, il vicepresidente Nicola Mancino e i presunti legami con Antonio Saladino, figura chiave di «Why Not», il procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli, andato in pensione qualche giorno fa, e il sostituto procuratore generale della Cassazione, nonché governatore (Ds) delle Marche per dieci anni, Vito D'Ambrosio, che in Csm sostenne l'accusa per far trasferire de Magistris.

Ce n'è anche per l'Associazione nazionale magistrati e per il suo presidente, Simone Luerti. Molto amico di diversi indagati eccellenti quando faceva il magistrato in Calabria, Luerti non ha mai perso occasione di esternare contro De Magistris.

Quando poi, qualche mese fa, si è scoperto che incontrava regolarmente Saladino e Mastella nella sede del ministero della Giustizia, mentre lui negava, Luerti s'è dovuto dimettere dalla carica di presidente dell'Anm.

Nel decreto di perquisizione eseguito ieri, 1.700 pagine, i pm di Salerno accusano di concorso in corruzione in atti giudiziari – per aver tolto «illegalmente» a de Magistris «Why Not» e «Poseidone» – il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, il procuratore generale reggente, Dolcino Favi, il parlamentare Giancarlo Pittelli e «l'uomo ovunque» Antonio Saladino.

Ma accusano anche il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, il sostituto procuratore generale presso la Corte d'Appello Domenico De Lorenzo e il pm Salvatore Curcio di aver preso in eredità quelle scottanti inchieste al solo scopo di farle a pezzi.

Mentre il procuratore generale Vincenzo Iannelli e il presidente di Sezione del tribunale Bruno Arcuri si sarebbero dati da fare non solo «per archiviare illegalmente» la posizione di Mastella («la cui iscrizione tra gli indagati era invece doverosa»), ma anche «per calunniare De Magistris e disintegrarlo professionalmente».

Poi, dicono i pm campani, Iannelli, per una causa che gli sta, a cuore, fa intervenire Chiaravalloti su Patrizia Pasquin, giudice del tribunale di Vibo Valentia, che poi sarebbe stata arrestata.

Così, da magistrato a magistrato, come da compare a compare.




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De Magistris, bufera a Catanzaro: perquisizioni e avvisi in Procura




di Giuseppe Baldessarro
(Giornalista)



da La Repubblica del 3 dicembre 2008


Sette magistrati indagati. “Volevano bloccare il pm”

Catanzaro - «La sottrazione dei procedimenti “Poseidone” e “Why Not” dal pm Luigi De Magistris, e la loro successiva gestione, sono servite a fermare il magistrato danneggiandolo, ad ostacolare le inchieste, a smembrarle e a favorire taluni indagati».

Sono durissime le ipotesi di reato attorno alle quali stanno lavorando i magistrati della Procura di Salerno.

Accuse pesanti, che ieri si sono trasformate in sette avvisi di garanzia ai vertici del Palazzo di giustizia di Catanzaro, i cui uffici sono stati anche perquisiti – con sequestro di documenti – su ordine degli inquirenti campani.

Destinatari dei procedimenti, firmati dal procuratore Luigi Apicella e dai sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, molte delle toghe che si sono occupate delle inchieste tolte a De Magistris.

Tra queste il sostituto procuratore della Repubblica Salvatore Curcio, cui fu assegnato il caso “Poseidone” dopo la revoca al pm catanzarese, e l’ex procuratore capo Mariano Lombardi.

Carabinieri e poliziotti hanno bussato anche agli uffici dell’aggiunto Salvatore Murone e dell’avvocato generale Dolcino Favi.

Nella stessa inchiesta il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, coordinatore del pool assegnatario di “Why not” dopo De Magistris, e Domenico De Lorenzo, anch’egli componente di quel gruppo di lavoro.

Tra gli indagati, il cui numero totale non è ancora noto, anche l’imprenditore Antonio Saladino e il procuratore generale Vincenzo Iannelli (solo perquisizione degli uffici, invece, per il presidente Despar Antonio Gatto).

Nomi eccellenti, che sarebbero responsabili di aver tolto illegittimamente le inchieste a De Magistris e, cosa ancor più grave, di averlo fatto per favorire alcuni degli indagati.

Il tutto mentre il magistrato veniva trasferito a Napoli per questioni disciplinari, su decisione del Csm: scelta sollecitata dall’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, su cui il pm aveva indirizzato un filone dell’indagine “Why not”.

La posizione del Guardasigilli venne poi archiviata su richiesta del pool di magistrati cui fu affidato il fascicolo.

Quelle indagini furono affossate «volontariamente», secondo i magistrati salernitani.

Come pure poco chiara fu la decisione di archiviare le posizioni di Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, di Giuseppe Chiaravalloti, ex governatore calabrese, di Giuseppe Galati, ex sottosegretario del governo Berlusconi, e del senatore forzista Giancarlo Pittelli, tutti coinvolti in “Poseidone”.

Le due inchieste crearono scalpore.

De Magistris infatti descriveva un coacervo d’interessi finalizzati a gestire centinaia di milioni di curo in diversi settori. Dalla depurazione all’energia, dal lavoro interinale alla sanità.

Soldi che invece di alimentare lo sviluppo della Calabria finivano nelle tasche di partiti e potentati economici.

Centinaia di nomi e altrettante società.

E se “Poseidone” fu definita «la madre di tutte le inchieste», non da meno fu “Why not”, che portò al coinvolgimento di Mastella e dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi.

Inchieste successivamente tolte al pm catanzarese, e che gli costarono denunce e trasferimento di sede e di funzioni.

Il magistrato in quei giorni reagì depositando una sua denuncia. Salerno, la scorsa primavera, chiese l’archiviazione delle accuse contro De Magistris.

All’epoca, oltre a scrivere della «estrema correttezza del magistrato», sottolineò «il clima torbido nel quale era costretto a lavorare».

Dopo mesi di interrogatori e di approfondimenti silenziosi, ieri i giudici campani sono usciti allo scoperto sequestrando centinaia di faldoni relativi alle due inchieste, computer e incartamenti.

E ora chiedono conto ai «detrattori» di De Magistris.




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venerdì 18 luglio 2008

“Why not”, un’indagine sfortunata

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Il procedimento noto come “Why not” e tolto a Luigi De Magistris con la nota avocazione del P.G. facente funzioni dr Dolcino Favi, autorevolmente definita “impensabile” dal collega Ingroia, è decisamente “sfortunato”.

Riportiamo qui sotto un articolo tratto da Panorama di oggi 18 luglio 2008.

__________



Giudici contro giudici a Catanzaro


di Giacomo Amadori
(Giornalista)

Inchiesta “Why not”. I magistrati che seguono l’inchiesta su Prodi e Loiero sono in disaccordo. Tanto che il sostituto di De Magistris ha chiesto di trasferire l’inchiesta a Salerno.

«Basta con questo Prodi!»: martedì 8 luglio questa esclamazione è uscita dalla sala riunioni della procura generale di Catanzaro.

È più di 1 mese che gli appuntamenti settimanali dei magistrati che seguono l’inchiesta Why not, in cui l’ex premier è indagato per presunto abuso d’ufficio, finiscono con interminabili discussioni.

I partecipanti lasciano il tribunale scuri in volto.

C’è divergenza di vedute tra il pm crotonese Pierpaolo Bruni (successore di Luigi De Magistris) e gli altri sei magistrati del gruppo.

Contrasti che riguardano anche l’atteso chiarimento della posizione di Romano Prodi nel procedimento, annunciato recentemente dal procuratore generale Enzo Iannelli.

Tutto finito e tante scuse al Professore?

Non è così semplice, Bruni, che a marzo non aveva firmato la richiesta di archiviazione per l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, vuole poter continuare a investigare su Prodi e sugli altri indagati, a partire dal presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero. Posizione che il magistrato ha ribadito in tre lettere inviate al procuratore generale Iannelli.

Panorama ne conosce il contenuto.

Nell’ultima comunicazione, spedita a fine giugno, Bruni, preoccupato per l’andamento delle indagini, ha proposto una riunione con un ordine del giorno sorprendente: discutere il trasferimento dell’inchiesta catanzarese alla procura di Salerno per competenza, visto che i pm Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi procedono contro alcuni indagati di Why not, tra cui l’imprenditore Antonio Saladino, per una presunta corruzione in atti giudiziari.

L’8 luglio la proposta di Bruni non è stata condivisa dai colleghi e la polemica è stata assai vivace.

Anche perché nei giorni precedenti il pm crotonese (già ascoltato a Salerno) aveva scritto le altre due lettere a Iannelli, in cui non aveva risparmiato critiche.

«Il gruppo di lavoro esiste solo formalmente poiché soltanto lo scrivente, pressoché in esclusiva negli ultimi mesi, ha posto in essere attività investigative e di impulso alle indagini» aveva scritto Bruni il 10 giugno.

E aveva sottolineato la differenza di linea rispetto agli altri magistrati del gruppo: «Nel corso delle riunioni tra colleghi ho spesso registrato con manifesto rammarico prospettive di gestione e sviluppo del fascicolo (...) tese allo stralcio o all’archiviazione di posizioni procedimentali».

Uno dei motivi di maggiore attrito è il decreto di perquisizione a Loiero, eseguito in febbraio: «Tra la data in cui lo scrivente aveva predisposto il provvedimento e quella in cui c’è stata la firma congiunta è passato circa 1 mese».

Un ritardo che secondo il pm avrebbe potuto lasciare spazio a un inquinamento delle prove.

I carabinieri del nucleo operativo di Catanzaro, guidati dal maggiore Enrico Maria Grazioli, hanno trovato nello studio di casa Loiero un foglio scritto al computer con un elenco di imprenditori e a fianco cifre in euro, per un ammontare di circa 70 mila euro.

Bruni ipotizza che quei soldi possano essere finanziamenti per la campagna elettorale del 2005, in cambio dei quali Loiero avrebbe, secondo l’accusa, distribuito favori e ispirato leggi ad hoc per i suoi principali sponsor. Ipotesi che potrebbe presto avere sviluppi.

Comunque fra i magistrati le divergenze riguardano soprattutto il ruolo di Prodi e del suo entourage.

Il successore di De Magistris non vuole mollare l’osso e chiede di poter continuare a indagare poiché pensa di aver trovato una pista da approfondire. Come confermano gli inviti in procura recapitati agli imprenditori Pietro Macrì e Marinella De Grano, la moglie, per rispondere su «presunti finanziamenti all’onorevole Prodi attraverso il Laboratorio democratico», un centro studi di giovani vicini all’ex premier, guidato dal deputato Sandro Gozi, in passato collaboratore del Professore a Bruxelles.

Macrì e De Grano hanno lavorato a Milano e Bologna, dove hanno conosciuto Prodi («Ma non siamo amici»), sono elettori del Pd, hanno partecipato alle attività del Laboratorio, conoscono Gozi: «Abbiamo allestito gratis il sito del Laboratorio, un lavoro, al massimo, da 10 mila euro. È questo il finanziamento illecito?» chiede polemico Macrì.

«Mio fratello Francesco ha offerto 5 mila euro per la campagna elettorale di Gozi, io mi sono rifiutata» aggiunge la moglie. «Siamo solo imprenditori che hanno provato a tornare nella loro terra d’origine per portare una mentalità d’impresa europea» protestano.

Bruni prende atto delle risposte e studia gli affari delle due aziende riconducibili a Macrì e De Grano: Met sviluppo e Adepta. Senza trascurare i rapporti con la Pragmata, società sammarinese collegabile a un vecchio amico di Prodi, Piero Scarpellini: «In tutto abbiamo stipulato con loro una consulenza da 14 mila euro» afferma De Grano.

In realtà Bruni si è insospettito dopo la perquisizione negli uffici dell’Adepta: nella contabilità del 2005 era annotato un numero di fattura di dicembre per circa 400 mila euro. A fianco la sigla «F. M.».

Chi è? L’identità resta un mistero, visto che lo scorso gennaio, poco tempo prima dell’arrivo dei carabinieri, le generalità dell’uomo, secondo gli investigatori, sarebbero state cancellate dai computer e la fattura sarebbe sparita.

È lui la persona attraverso cui sono stati finanziati i politici? I coniugi Macrì negano di conoscere F. M., però Bruni continua a lavorare, almeno per trovare questa risposta.

Il 23 maggio la procura generale gli ha tolto il fascicolo su un finanziamento regionale da 3,2 milioni per una società informatica acquistata, prima del fallimento, da un consorzio di cui facevano parte proprio Met sviluppo e Adepta.

Il pm ha passato la mano sottolineando per iscritto il suo «modesto dissenso» e contestando
che impedirebbe una visione complessiva sull’inchiesta Why not. Si è convinto che indagare su Prodi è un’impresa ardua.

Così nelle sue lettere Bruni, «per le reiterate doglianze nel corso dei mesi rappresentate», e «avendo manifestato ripetutamente il proprio disaccordo», ha chiesto più volte a Iannelli di «valutare l’opportunità di mantenere» un incarico che non aveva richiesto e, anzi, «per le vie brevi rifiutato».

Finora il suo capo, Iannelli, lo ha pregato di rimanere al suo posto.

Forse per il suo curriculum di magistrato impegnato contro la criminalità organizzata (ha subito minacce di morte e vive sotto protezione) e specializzato nei reati contro la pubblica amministrazione.

Negli ultimi anni, Bruni ha fatto condannare due consiglieri regionali della Margherita e dell’Udc (quest’ultimo passato a Forza Italia), l’ex presidente ds della Provincia di Crotone, un sindaco di Rifondazione, un politico di An e il vicepresidente regionale dell’associazione industriali.


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La foto, di Franco Cufari, è tratta da Panorama.





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sabato 22 marzo 2008

I poteri occulti premono sui magistrati


Versione stampabile


Ingroia: «La fine di De Magistris rivela la crisi dello Stato di diritto».

Riportiamo una intervista al collega Antonio Ingroia, Sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, pubblicata da La Stampa del 21 marzo 2008.

L’intervista è tratta (sintetizzandola) dal libro di Antonio Massari “Il caso De Magistris”, edito da Aliberti.

Il libro ricostruisce le tappe del “caso De Magistris" e contiene anche interviste ad altri magistrati, fra i quali lo stesso Luigi De Magistris e Felice Lima.
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di Antonio Massari
(Giornalista)


Dottor Ingroia, cosa rappresenta, per lei, il caso De Magistris?
«Il caso in cui, nella maniera più emblematica, si sono evidenziati i guasti della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario».

Si riferisce alla richiesta di trasferimento?
«Non solo. Ha contribuito a incrementare un clima “pesante” attorno all’azione della magistratura, creando condizioni ostili all’autonomia e indipendenza della magistratura. Il provvedimento di avocazione, che ha tolto l’indagine al collega De Magistris, è un provvedimento che in altri tempi avrebbe incontrato ben altre resistenze e critiche. Evidentemente, i tempi sono cambiati».

Qual è la sua analisi in merito?
«Definirei il caso De Magistris come una vicenda emblematica di quel che accade quando un magistrato si ritrova, isolato e sovraesposto, a gestire un’indagine estremamente complessa e delicata su un grumo di intrecci, di interessi leciti e illeciti, riferibili a soggetti e ambienti diversificati, sul crinale dove s’incontrano i versanti criminali con i versanti politici e istituzionali. Come spesso accade nei territori dove operano sistemi criminali integrati. E mi riferisco, ovviamente, ai sistemi criminali riferibili alla mafia in Sicilia e alla ‘ndrangheta in Calabria».

Come giudica la posizione dell’A.N.M. rispetto al caso De Magistris?
«Timida e inadeguata. In generale, soprattutto preoccupata di far apparire il governo Prodi meno ostile nei confronti dell’autonomia e indipendenza della magistratura del governo Berlusconi».

Che mi dice dei “poteri occulti”? Influenzano la nostra democrazia?
«Purtroppo sì. Il connubio tra poteri occulti e mafia è il famoso “gioco grande” sul quale stava lavorando Giovanni Falcone. E sul quale probabilmente è morto: e i veri mandanti della strage di Capaci, in fondo, non sono mai stati trovati».

Può spiegarmi meglio cosa intende per poteri occulti?
«Intendo – genericamente – quell’intreccio fra poteri criminali, come il potere delle grandi organizzazioni criminali mafiose, e altri poteri. Intreccio che molte indagini degli anni passati, in Sicilia ma anche in Calabria, hanno messo in luce, per esempio, tra le mafie e spezzoni della massoneria, così come con settori della destra eversiva o di ambienti politico-istituzionali, compresi appartenenti ad apparati dello Stato deviati».

Quanto incidono nella magistratura?
«Non è facile rispondere. In passato, ai tempi di Falcone e Borsellino, la magistratura, soprattutto i suoi vertici, era spesso fortemente condizionata dai poteri occulti. Negli ultimi anni si sono fatti grossi passi avanti anche per la maggiore autonomia e indipendenza che la magistratura ha conquistato. Ecco perché è importante difendere lo status di autonomia e indipendenza della magistratura. Se si fanno passi indietro su questo fronte, rischiamo di ripiombare nel passato più buio della nostra democrazia (...)».

Su questi argomenti, che paiono in qualche modo pressanti, è stata mai aperta una discussione all’interno dell’A.N.M.?
«L’A.N.M. attraversa una grave crisi di rappresentanza, che è poi la stessa crisi della politica, la stessa sensazione di scollamento fra rappresentati e rappresentanti. Il dibattito interno all’A.N.M. su questo punto è aperto e la parte più sensibile a questo problema lo ha avviato con interventi interni e pubblici. Ma l’A.N.M. è ancora ben lontana dall’avere superato questa crisi».

Quanto è credibile l’ipotesi che i “poteri occulti”, secondo lei, abbiano agito, indirizzando la vicenda De Magistris?
«L’indagine di De Magistris, per quanto abbiamo potuto apprendere, andava ben al di là di ciò che è divenuto più noto. Ben oltre quindi le intercettazioni di Mastella o l’iscrizione di Prodi nel registro degli indagati. Penso che il cuore dell’indagine fosse proprio l’intreccio tra poteri criminali e altri poteri sul territorio. Credo che il suo caso non possa essere affrontato se non si tiene conto della realtà in cui De Magistris, spesso in solitudine istituzionale, ha operato. (...) E’ certo, però, che De Magistris s’è messo contro certi poteri, ed è altrettanto certo che la reazione nei suoi confronti è stata forte ...».

Una delle accuse, per De Magistris, è stata quella di aver parlato in tv. Lei che ne pensa? Purché non entrino nel meritò delle indagini, i magistrati possono parlare?
«Prendiamo, per esempio, il rapporto tra Paolo Borsellino e la stampa: appartiene alla storia del nostro Paese. (...) Ricordo un’intervista storica: volle lanciare l’allarme sul calo di tensione nella lotta alla mafia. (...) Sono passati tanti anni. E credo sia stato conquistato il diritto, da parte della magistratura, d’intervenire. Fermo restando il riserbo sul contenuto delle indagini».

Parliamo dell’avocazione di Why Not a De Magistris.
«De Magistris la definisce illegittima, io la definisco impensabile. (...) La mia sensazione è che noi ci siamo trovati in una situazione in cui l’autonomia e l’indipendenza, interna ed esterna, è arrivata a un punto di rottura. Davvero siamo in un momento di crisi dello Stato di diritto».



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sabato 16 febbraio 2008

Il C.S.M. fra bizantinismi e doppiopesismi


di Uguale per Tutti

Nella seduta del 13 febbraio 2008, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura si è occupato, fra l’altro, della avocazione della indagine denominata “Why not?” da parte del Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro dr Dolcino Favi.

Si è trattato di una avocazione autorevolmente definita “impensabile” (così Antonio Ingroia), fondata su argomenti tecnici del tutto errati e pretestuosi e intervenuta in uno snodo cruciale dell’indagine, pochi giorni prima che la nomina e l’insediamento del nuovo Procuratore Generale di Catanzaro togliessero al dr Favi il potere di disporla.

La seduta del C.S.M. è stata interamente registrata da Radio Radicale e può essere riascoltata a questo link.

L’ascolto è molto interessante e aiuta a comprendere tante cose su come “funziona” il C.S.M. (la parte qui in discussione è quella che inizia alle ore 17.51).

Nel corso della seduta il consigliere togato Livio Pepino ha chiesto che gli atti venissero trasmessi alla Prima Commissione dello stesso C.S.M., perché quella potesse valutare la condotta del dr Favi.

La Prima Commissione del C.S.M. è quella che, com’è noto, si occupa fra l'altro delle eventuali incompatibilità funzionali o d'ufficio.

Il consigliere Dino Petralia ha chiesto la trasmissione anche alla Quarta Commissione, che si occupa delle valutazioni di professionalità dei magistrati.

Il consigliere Pepino ha illustrato come l'ulteriore trattazione in commissione del provvedimento del dr Favi sarebbe stato doveroso per dare prova che il C.S.M. utilizza le sue prerogative “a tutto tondo” e non “in una sola direzione”.

A favore della proposta del consigliere Pepino hanno votato i consiglieri togati Cesqui, Maccora, Pilato, Petralia, Riviezzo e Fresa (tutti aderenti a Magistratura Democratica e al Movimento per la Giustizia) e i consiglieri non togati Siniscalchi e Tinelli.

Il consigliere Patrono si è astenuto.

Tutti gli altri consiglieri hanno votato contro.

La proposta è stata respinta.

Riportiamo qui sotto la trascrizione della parte centrale dell’intervento del consigliere Livio Pepino e, per comodità dei nostri lettori, l’intero audio degli interventi del consigliere Pepino, del consigliere non togato Vincenzo Siniscalchi e del Vicepresidente Mancino (tratti tutti dal sito di Radio Radicale sopra citato). Si tratta di interventi di pochi minuti ciascuno, che vale davvero la pena di ascoltare, per capire.

L’intervento del Vicepresidente Mancino è particolarmente illuminante.

In esso Mancino – non si sa se per difetto di competenze tecniche o per scelta intenzionale – fa sorprendente confusione in due decisive questioni:

1. fra impugnabilità del provvedimento di avocazione nell’ambito del procedimento in cui è stato adottato e rilievo della sua adozione nelle valutazioni relative alla eventuale incompatibilità e alla professionalità del magistrato che lo ha adottato;

2. fra inammissibilità del ricorso del collega De Magistris avverso l’avocazione – tale è stata la decisione della Procura Generale della Cassazione – e rigetto della stessa: Mancino ha parlato, infatti, di rigetto del ricorso di De Magistris, dando l’impressione di non trarre le dovute conseguenze (ben illustrate, invece, dal cons. Siniscalchi) dal fatto che non di rigetto nel merito si è trattato, ma appunto di inammissibilità per le note ragioni.

In ogni caso tutto l’intervento di Mancino aiuta a comprendere tante cose e ne consigliamo davvero l’audizione.

Il nuovo "bilancio" della vicenda della giustizia in Calabria, diventata e non a caso il "caso De Magistris", è, dunque, al momento:

1. che il Ministro della Giustizia ha disposto e fatto eseguire "contro" il dr De Magistris ispezioni numerose e ripetute, durate complessivamente circa tre anni;

2. che da queste ispezioni non è uscito nulla a carico di De Magistris, fatto processare, infatti, poi, per fatti che non richiedevano tre anni di ispezioni;

3. che a De Magistris sono stati contestati addebiti numerosi e particolarmente "fiscali", sostenendo che ciò si faceva perchè il rigore formale della legge si deve imporre a tutti;

4. che nel frattempo lo stesso rigore non colpiva numerosi altri, coinvolti a vari e gravi titoli nelle vicende in questione;

5. che frattanto il Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro, poche settimane prima di cessare dall'incarico di "facente funzioni" disponeva una avocazione tecnicamente indifendibile;

6. che dinanzi allo stupore e alle proteste di tanti nei confronti di questa avocazione definita autorevolmente come "impensabile", in alto loco si diceva: "Beh, ma ci sono i rimedi processuali";

7. che il dr De Magistris "attivava" i rimedi processuali, ma questi venivano dichiarati inammissibili;

8. che allora in alto loco si diceva: "Beh, certo, perché i rimedi avrebbe dovuto attivarli il Procuratore Capo";

9. che si faceva notare che il Procuratore Capo era propriamente "controinteressato" ai rimedi, perchè "interessato" all'avocazione;

10. che in alto loco si rispondeva: "Beh, ma ci sono comunque le sedi competenti a valutare le cose dal punto di vista amministrativo e disciplinare";

11. che il Procuratore di Catanzaro chiedeva e otteneva un comodo trasferimento a domanda;

12. che il C.S.M. finiva con il dovere esaminare la condotta del Procuratore Generale facente funzioni;

13. che, nel farlo, la pratica andava alla Settima Commissione che diceva: «Non siamo noi competenti. La mandiamo al Plenum, "salva la competenza di altre Commissioni"»;

14. che il plenum, però, decideva di "prendere atto" del tutto archiviando la cosa, senza mandarla alle "altre Commissioni" di cui si parla nel provvedimento della Settima;

15. che alcuni Consiglieri dicevano: "Beh, no, la cosa va ancora esaminata dalle Commissioni competenti";

16. che il Vicepresidente del C.S.M. diceva (il virgolettato non è testuale): "Beh, ma io non sono d'accordo, perchè ... NON CAPISCO PER QUALE RAGIONE SI DOVREBBE ESAMINARE ANCORA QUESTA COSA!";

17. che il relatore della pratica diceva (il virgolettato non è testuale): "Eh, ma il rinvio alle Commissioni competenti non è possibile. Infatti, le Commissioni la potrebbero esaminare solo se si potesse ipotizzare che l'eventuale abuso è incompevole, ma qui, invece, sarebbe colpevole";

18. che ancora è incomprensibile perchè, se la cosa non si può esaminare in Commissione solo perchè "colpevole", non venga allora promossa da chi di competenza una incolpazione e, se non c'è l'incolpazione, perchè si debba ritenere la cosa "colpevole", con ciò impedendone l'esame sotto il profilo dell'eventuale abuso incolpevole;

19. che neppure si capisce perchè al dr De Magistris siano stati contestati addebiti fondati su presunte (e molto molto opinabili) improprietà nell'uso di strumenti processuali e al dr Favi non si contesti nulla per un provvedimento che il consigliere Pepino descrive come si può leggere qui sotto.

In conclusione, dinanzi allo scandalo creato dalla avocazione in questione, per diversi mesi si è rinviato il mondo intero ai "rimedi di legge", prima endoprocessuali e poi amministrativo/disciplinari, e quando, infine, la pratica è arrivata al C.S.M., questo, poichè, in effetti, ma d'altra parte, considerando che, sebbene, quand'anche, tenuto anche conto, purtuttavia, benvero e d'altro canto, si è limitato a "prendere atto" della avocazione in questione e a mandare il tutto in archivio.

Così che non c'è alcun "caso Calabria", ma solo un "caso De Magistris".

Frattanto, Piercamillo Davigo e Grazia Mannozzi hanno scritto un libro dal titolo "La corruzione in Italia, percezione sociale e controllo penale" (Laterza).

A pag. 74 c'è una tabella dalla quale si apprende che le condanne definitive per concussione intervenute nel distretto della Corte di Appello di Reggio Calabria tra il 1983 e il 2002 (ben 19 anni!!) sono UNA e quelle per corruzione sono DUE.

Essendo noto a tutti che la Calabria è una delle regioni italiane con il più alto grado di efficienza e trasparenza della pubblica amministrazione, se ne deve dedurre che davvero, come hanno detto tanti documenti dell'A.N.M. calabrese che hanno giustamente stigmatizzato le condotte del "cattivo magistrato" e come ha giustamente detto a nome di tutta la Prima Commissione del C.S.M. la prof. Vacca, in Calabria c'è un serio problema: un magistrato "cattivo".

Ci permettiamo di "prendere a prestito" parole scritte da altri a proposito di tutt'altro, ma che tornano utili per descrivere la situazione in cui ci troviamo.

E' stato scritto altrove e discutendo di altro che è necessario che chi si impegna nell'autogoverno della magistratura e nell'associazionismo giudiziario deve avere energia e coraggio per evitare "la procurata sordità, la cecità deliberatamente scelta, il rifugio nel tepore malsano della comunità impiegatizia", dettati dalla "speranza di guadagnare qualche consenso, o magari molti consensi interni, ma anche con l'effetto di portare 'tutti' i magistrati più in basso nella considerazione e nella stima della collettività".

Questo a noi pare il problema.

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Per consentire un rapido reperimento degli articoli del nostro blog sul "Caso De Magistris" e sulla "Avocazione dell'inchiesta di De Magistris", abbiamo segnato i relativi post con delle "etichette" che si trovano elencate nell'indice di "Visualizzazione per temi", nella sidebar di destra del blog. Inoltre, basta cliccare sulle parole fra virgolette sottolineate qui sopra.

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Il testo dell’intervento del consigliere Livio Pepino:

«Il Consiglio, e questo secondo me è un passaggio fondamentale, il Consiglio, questo Consiglio ha iniziato in diverse e note pratiche di diverse Commissioni, non di una Commissione soltanto, una sorta di intervento – leggo, perché sono andato a prendere dei passaggi in altre Commissioni – “esteso al controllo e alla valutazione di profili comportamentali e di professionalità opinabili, evidenziati tra l’altro da provvedimenti abnormi o prossimi all’abnormità”.

E’ un intervento molto problematico, sottolineo problematico e molto delicato, perché quando si entra in quelli che sono i confini dell’attività giurisprudenziale credo che ci voglia estrema prudenza.

Detto questo, credo che un intervento di questo genere del Consiglio è credibile se è a tutto tondo. Non se è fatto in una sola direzione, perché in questo caso diventa un intervento che allora non è più di tentativo di dare delle risposte adeguate a dei problemi assai delicati che pongono alcuni interventi giurisprudenziali.


Premesso questo, osservo che nel caso specifico il provvedimento di avocazione di cui discutiamo è sorretto da una motivazione del tutto impropria e con riferimento a un orientamento giurisprudenziale che è del tutto inconferente e del tutto diverso da quello a cui si fa riferimento.

La sentenza della Cassazione citata per dimostrare come in quel caso ci poteva essere un dovere di astensione a cui non si è ottemperato riguardava la coincidenza tra i fatti di rilievo disciplinare e il merito del processo.

Qui si fa riferimento a tutt’altra ipotesi, che non c’entra nulla, che è un possibile conflitto di interessi.

Allora, il citare tra l’altro una giurisprudenza del tutto incongrua per sostenere una tesi del tutto discutibile mi sembra un metodo che sotto il profilo delle valutazioni necessarie sia quanto meno assai discutibile.


Orbene, voglio essere rapido, se si considera cosa ha significato la pratica delle avocazioni nella storia giudiziaria del nostro Paese, da un lato, e il contesto in cui questa specifica avocazione è intervenuta, io credo che un controllo pacato, attento e senza prevenzioni, ma da parte della Prima Commissione, che è quella che abitualmente si occupa di vicende di questo tipo, sia necessario».


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L'audio dell'intervento del consigliere Livio Pepino:




L'audio dell'intervento del consigliere Vincenzo Siniscalchi:




L'audio dell'intervento del vicepresidente Nicola Mancino:





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domenica 11 novembre 2007

Riflessioni tecniche sull'avocazione

di Nicola Saracino
(Magistrato)

Nel secondo semestre dello scorso anno il Consiglio Superiore della Magistratura, nel richiamare i principi costituzionali posti dagli artt. 25, 97, 101, 107 e 112 Cost. (precostituzione del giudice, imparzialità dell’agire pubblico, soggezione dei magistrati soltanto alla legge, diffusione del potere fra tutti i magistrati inclusi i pubblici ministeri ed obbligatorietà dell’azione penale nei confronti di tutti), aveva emanato una risoluzione (1519/FT/2006) con la quale regolamentava aspetti di dettaglio relativi al nuovo assetto ordinamentale degli uffici di procura.

In virtù del relativo decreto emanato dal Governo su legge di delegazione del Parlamento, risulta infatti notevolmente accentuato il principio gerarchico che già, ma in misura minore, caratterizzava la magistratura requirente.

La gerarchia, spinta alle estreme conseguenze, determina la concentrazione delle decisioni più importanti in capo a pochissimi individui, e quindi intacca la caratteristica di potere diffuso del pubblico ministero.

Era, pertanto, opportuno dettare alcune direttive per garantire che la concreta attuazione della riforma degli uffici del Pubblico Ministero operasse in armonia con la Costituzione, dato che le norme costituzionali prevalgono sempre sulla legge ordinaria dovendosi questa ultima interpretare ed applicare - prima di ipotizzarne il conflitto con i suddetti principi - in assonanza con i valori fondanti della collettività.

A questo dichiarato fine il C.S.M. aveva stabilito che se un Procuratore avesse ritirato la delega delle indagini già conferita ad un sostituto procuratore, com’è a lui consentito dalle norme, avrebbe dovuto chiarirne i motivi in forma scritta in modo che potessero essere in seguito valutati dall’organo di autogoverno ove il contrasto tra capo e sostituto fosse giunto alla sua attenzione.

Occorre chiarire che l’eventuale biasimo del C.S.M. nei riguardi di una revoca della delega di indagine non influirebbe in ogni caso sul singolo processo nel quale l’anomalia si è registrata, ma opererebbe esclusivamente sul piano disciplinare o su quello della valutazione della professionalità del procuratore che interpreti troppo “alla lettera” il principio di gerarchia.

Va anche detto che il ritiro della delega d’indagine non determina alcuno spostamento di competenza giacché è lo stesso ufficio ad occuparsene, anche se cambia il magistrato indagante.

Quella direttiva era stata inoltrata a tutte le procure d’Italia, comprese le procure generali, alle prime gerarchicamente sovra-ordinate, affinché vi si attenessero.

L’intervento chiarificatore del Consiglio Superiore era parso opportuno in quanto la legge non aveva minuziosamente predeterminato le ipotesi nelle quali il procuratore potesse togliere l’inchiesta già assegnata ad un suo sostituto.

Diversamente dalla revoca della delega d’indagine, l’avocazione è consentita in ipotesi tassativamente predeterminate dalla legge ed era quindi inutile che il C.S.M. la considerasse nella risoluzione già citata.

L’avocazione, istituto di rarissimo impiego, rappresenta un evento ancor più traumatico del semplice ritiro della delega in quanto determina lo spostamento di un’inchiesta da un ufficio ad un altro, dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale alla Procura Generale della Corte d’Appello.

Uno degli ultimi (e pochissimi) casi di avocazione che la cronaca giudiziaria ha fatto registrare ha visto all’opera un procuratore generale presso la Corte d’Appello che ha richiamato a sé una inchiesta svolta da un sostituto del procuratore della Repubblica presso il Tribunale e questo ultimo dolersene con il Procuratore Generale della Cassazione (il vertice della gerarchia delle procure).

Proprio la gerarchizzazione degli uffici di procura, accentuata dopo l’entrata in vigore del nuovo ordinamento giudiziario, ha indotto il Procuratore Generale della Cassazione a ritenere che non spetti al sostituto procuratore lamentarsi per essere stato spogliato di un’inchiesta la cui titolarità - essendo ormai riferibile all’ufficio della procura della repubblica e non al singolo magistrato al quale in concreto essa risulti delegata - può essere rivendicata soltanto dal capo di quell’ufficio.

Un lettore sfornito di specifiche cognizioni giuridiche avrebbe sufficienti ragioni per essere perplesso, dato che da un lato il C.S.M. richiama all’osservanza delle norme costituzionali che devono ispirare il concreto esercizio dei poteri conferiti dalla legge e, dall’altro, il Procuratore Generale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il reclamo del sostituto procuratore, vale a dire che il merito della questione (se l’avocazione fosse corretta oppure no) non è stato neppure esaminato, né la norma di legge che prevede l’avocazione è stata portata all’attenzione della Corte Costituzionale.

Quel lettore, quindi, è creditore di una spiegazione.

Affinché una norma di legge pervenga all’attenzione della Corte Costituzionale (l’unico organo che può annullarla) è necessario che sia un giudice a chiederlo quando debba applicarla per decidere una causa; il Procuratore Generale della Cassazione, invece, pur essendo un magistrato, non svolge funzioni giudicanti e quindi non può rivolgersi alla Corte Costituzionale.

Lo stesso lettore, ancora, potrebbe ipotizzare che la norma (o le norme) di carattere organizzativo che riguardano le procure della repubblica si possano mettere in discussione quando, al termine dell’inchiesta, entra in gioco il giudice che deve decidere il caso; purtroppo questa eventualità è da escludere in quanto il giudice non può sindacare la legittimazione del P.M. che ha davanti se non in base ai dati meramente formali che ne qualificano l’investitura (delega del capo o, per l’appunto, avocazione da parte del Procuratore Generale della Corte d’Appello).

Come si nota, dunque, è molto difficile provocare il controllo di costituzionalità delle norme che riguardano l’organizzazione delle procure.

Difficile non vuol dire impossibile.

Se, ad esempio, il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, che è anche il titolare dell’azione disciplinare contro i magistrati, essendo peraltro obbligato ad esercitarla, ravvisasse nell’atto di avocazione sul quale non si è potuto pronunciare a causa dell’inammissibilità del reclamo, un’anomalia tanto grave da lasciar configurare un illecito disciplinare (come l’indebita interferenza nell’attività giudiziaria di un altro magistrato, o l’adozione di un provvedimento per errore macroscopico) potrebbe avviare il relativo processo nel quale il giudice (la sezione disciplinare del C.S.M.), dubitando di una o più delle norme in discussione, dovrebbe, alla fine, provocarne il vaglio di costituzionalità.

Tralasciando le conseguenze di carattere disciplinare che comunque non risolverebbero il problema, perché l’inchiesta non tornerebbe al sostituto al quale è stata tolta, deve osservarsi che l’ordinamento entra in crisi quando sia astrattamente ipotizzabile che l’esercizio di un potere, consentito dalla legge, possa in concreto attuarsi con modalità configgenti con i motivi per i quali esso è stato conferito e nessun rimedio sia previsto per correggere tale ipotetica anomalia.


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