«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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sabato 20 ottobre 2007

Democrazia e principi. Il pericolo delle politiche eudemoniste

Versione stampabile

Pubblichiamo parte di una conferenza tenuta da Gustavo Zagrebelsky l’11 gennaio 2006, nell’Auditorium dell’Istituto Graziani di Bassano del Grappa, sul tema “Etica, politica, laicità. Camminare oltre lo stato di tutela”.

Ci sembra che le parole del prof. Zagrebelsky siano di grande aiuto per comprendere le ragioni e la gravità della crisi nella quale versano la democrazia e il bene comune nel nostro Paese e nel mondo.

Il testo è tratto dal sito di “Macondo, Associazione per l'incontro e la comunicazione tra i popoli” (il link al testo della conferenza è questo).

Del prof. Zagrebelsky abbiamo pubblicato un altro scritto che abbiamo intitolato «La “Giustizia” strumentalizzata e tradita dal “Potere”».


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di Gustavo Zagrebelsky
(Professore di Diritto Costituzionale. Ex Giudice e Presidente della Corte Costituzionale)



Preambolo

Prendo spunto dall’ultima annotazione di Giuseppe Stoppiglia per dire che quando si vuole dialogare bisogna interdersi sulle parole; non c’è dialogo onesto che non presupponga prima di tutto che le parole che vengono usate siano usate in maniera onesta; ed io che sono alle soglie della pensione e che per molti anni mi sono occupato di questioni istituzionali, sono giunto alla conclusione, che ci sono delle parole, quelle più importanti, quelle che toccano il nostro vivere in comune, che hanno un significato diverso, qualche volta opposto, a seconda che vengano usate dai potenti o dagli inermi. Questo è un fattore di grande confusione. e questa duplicità di significati si presta anche ad un uso disonesto.


L’ambiguità di alcune parole di uso comune

Facciamo un esempio, quello della Libertà: per un oppresso la libertà è libertà dalla oppressione; per un potente libertà è poter fare quel che più gli aggrada. Sono due cose opposte e la seconda può diventare un motivo di violazione della libertà degli altri.

Prendete la parola pace: la parola pace è una di quelle parole ambigue, che nella bocca dei potenti può giustificare la guerra. Si fa la guerra per fare la pace. Nella bocca di coloro che invece soffrono per la guerra, la pace è una cosa completamente diversa; è la liberazione dal flagello della guerra.

Questa è un’avvertenza preliminare. Teniamolo sempre presente questo punto, quando sentiamo i nostri uomini politici; ci sono certe parole udendo le quali viene da dire: in nome di chi parli? Da che parte stai? Se stai da una parte, quel che dici ha un significato. Se stai dall’altra parte, può avere un significato opposto.

E qui chiudo coi preliminari.


L’argomento della serata

Entrando nell’argomento che mi è stato proposto: “Etica, politica e laicità”, proprio perché siano chiare le coordinate di quello che vi sto per dire, sarà bene che io in qualche modo mi presenti.

Il mondo si divide in Credenti e Non Credenti Il mondo si divide tra coloro che hanno la fede e coloro che non ce l’hanno. Io sono un po’ perplesso di fronte a queste divisioni.

Avere la fede!? La fede può essere qualcosa di nostra proprietà? Io possiedo, sono proprietario della fede? Basta usare questa espressione per capire che c’è qualcosa che stona; la fede non è un oggetto di possesso, ma la fede è un tormento, si vive molto meglio senza fede.

Comunque la fede è qualcosa che ci interroga continuamente. Da questo punto di vista la distinzione tra credenti e non credenti comincia ad essere meno chiara, perché anche nel campo dei non credenti ci sono i tormentati, coloro che cercano insieme agli altri, coloro che cercano attraverso un dialogo.

A questo punto come si fa a dividere il mondo così chiaramente in bianchi e neri?

La divisione è netta se viceversa noi assumiamo un punto di vista dogmatico. E badate che il dogma riguarda sia i credenti che i non credenti. Ci possono essere credenti dogmatici e non credenti anch’essi dogmatici nel loro non credere. Anche il non credere può essere una fede, se è vissuta dogmaticamente; certo tra questi due mondi non c’è possibilità di dialogo e di confronto comune; mentre il dialogo è quello che più importa da un punto di vista sociale.

Io dunque mi porrei in questa posizione un po’ diversa; credo di non essere un dogmatico; e questo mi basta e ci basta per trovarci insieme e parlare insieme di queste cose. Aggiungo che i luoghi dove vado più frequentemente, dove più mi invitano sono luoghi come questi. Qualcuno mi dice, ma tu frequenti solo i preti, intendiamoci però non tutti i preti.

Anche qui vale la distinzione tra chi è dogmatico e chi non è dogmatico. Gli articoli che scrivo sulla Repubblica fanno sì che il mio computer, la mia posta elettronica sia nei giorni successivi invasa da contumelie, ma anche da qualche apprezzamento. E questo dimostra che il mondo è diviso, ma non tra credenti e non credenti, ma tra dogmatici e non dogmatici. Tanto per dirvene una, la maggior parte delle contumelie sono normalmente firmate da presidente del Senato e dalla sua fondazione che si chiama Magna Charta e da don Gianni Baget Bozzo. Poi ho tanti altri consensi. E’ significativa l’alleanza, da una parte un sacerdote e dall’altra un laico Marcello Pera, un laico che ha una storia laica, ma che ad un certo punto ha ritenuto bene, per motivi politici dichiarati, di appoggiarsi al dogma cattolico per sue operazioni politiche.

Tutto questo per cercare di capire le collocazioni, le categorie mentali in cui ci caliamo e in cui si calano coloro che parlano di queste cose.


Il benessere individuale non può essere il fondamento della democrazia

Il tema che affrontiamo questa sera è uno dei temi oggi più discussi in Italia e non solo, perché solleva un problema reale ed è il problema del fondamento nelle democrazie.

Oggi la maggior parte dei nostri sistemi politici si dicono democratici; che cosa sia poi la democrazia è un altro discorso. Oggi si avverte che la democrazia ha un problema di fondamento.

La democrazia come semplice regime politico legato ai numeri, un regime in cui la maggioranza ha il diritto di decidere per tutti, è un regime già morto e distrugge le sue stesse premesse.

Un regime politico che non abbia un suo fondamento, un suo fondamento di valore, (della parola ‘valore’ voglio poi discutere) è un regime che diviene lo strumento per il vivere bene personale, per il benessere individuale.

Nelle discussioni che si fanno su questo argomento si mette insieme questo binomio: democrazia-eudemonia; eudemonia è una parola classica che viene da lontano, vuol dire vivere bene. E allora che cosa succede? Avviene che coloro che si presentano alle elezioni per essere eletti, promettono agli elettori il benessere.

Se non ci sono fondamenti di valore, il benessere è un benessere materiale, ed allora promettendo benessere, bisognerà poi mantenerlo, almeno in una certa misura; se poi non si mantiene per nulla, gli elettori toglieranno il consenso.

Ma se la democrazia è basata sul consenso, e il consenso si cerca promettendo benessere, è un regime che distrugge le risorse, distrugge la natura, il bilancio dello stato, e alla fine si trova a non avere più nulla in mano e mette sul lastrico le prossime generazioni.

E’ un regime che si auto distrugge e difatti noi siamo su questa china; lo stato ha distrutto le sue risorse e il deficit fiscale dello Stato è la manifestazione di un grave degrado.

La democrazia per vivere, o meglio i governanti per vivere debbono promettere progressivamente sempre di più in termini materiali.

Ed è per questo che ci si rende conto che la democrazia si fonda su qualcosa d’altro che non sia il puro benessere materiale; inoltre quando il benessere materiale non è collegato alle altre cose, diventa il benessere materiale dei più forti; che se poi si comincia a parlare di benessere materiale equilibrato diffuso secondo i principi di equità e di uguaglianza, allora si deve introdurre un criterio di valore.

La democrazia come puro rituale, come puro meccanismo che si basa su partiti politici, leaders politici, competizioni elettorali, richiesta di voti, formazione della maggioranza, cioè un meccanismo freddo privo di contenuto, è destinato presto ad auto distruggersi.


Valori e Principi

E dunque il problema è di stabilire dei fondamenti diversi.

E qui entrano in campo i valori; se intendiamo per valori non il benessere materiale, ma qualcosa di più elevato in nome del quale sia possibile chiedere sacrifici, ne viene fuori un concetto di democrazia che non è il regime del Bengodi; in regime di bengodi si può vivere e sopravvivere per un certo periodo di tempo; distruggendo risorse, togliendo prospettive a chi verrà un domani; la democrazia è un regime austero, un regime difficile, perfino un regime contro natura; se noi pensassimo che la natura dei esseri umani è solo rivolta al soddisfacimento delle proprie esigenze e dei propri bisogni naturali. E di nuovo parliamo di valori.

Vorrei fare qui una piccola digressione, confessandovi contro tendenza, che mi sta antipatica la parola valori; penso che coloro che parlano troppo di valori sono persone losche, che hanno l’intenzione di ingannare; per i valori entra in campo quella ambiguità di cui ho parlato all’inizio; e faccio due esempi: prendo di nuovo la guerra e la pace.

La pace naturalmente è un grande valore; è una bella cosa; ma quando si usa la pace come valore, come qualche cosa che sta là in fondo alle nostre prospettive, ed è il fine delle nostre speranze; quando il valore è un fine, voi capite che quanto più elevato è il valore, tanto più autorizza l’uso di qualunque mezzo; se il fine è nobilissimo come la pace, la pace giustifica la guerra.

Pensate alle grandi ideologie del secolo scorso: l’armonia universale come fine; tanto più elevato il fine tanto più giustifica qualunque mezzo.

Il fine giustifica i mezzi, il valore come fine giustifica qualunque mezzo.

Per questo vi dicevo i grandi discorsi sui valori mi lasciano molto freddo; sono molto belle le cose che stanno lontane; a me interessa sapere quello che succede adesso; mi interessa sapere che cosa accade nel percorso da qui al fine ultimo; se per raggiungere quel fine faccio la guerra, una guerra di sterminio, la mia pace diventa la pace dei cimiteri, come diceva Kant.

E io non posso più essere d’accordo. Questo ragionare per valori ha un aspetto seducente, ma se grattiamo l’apparenza, la scorza di questi discorsi, ci accorgiamo che sono discorsi che servono a legittimare qualunque cosa: legittimare le prepotenze, per arrivare a quelle cose, che ci vengono indicate come fini desiderati; ragione per la quale io penso che sia buona cosa abbandonare queste prospettive legate ai valori e ragionare in un’altra prospettiva che non è quella dei valori, ma dei principi.

Vi ho detto che i valori stanno là in fondo; i principi viceversa stanno all’inizio.

Prendiamo la pace: se io la uso come valore, sta là in fondo e per raggiungerlo posso fare qualunque cosa; ma se io la pace la uso e ad essa mi riferisco come principio, significa che non ce l’ho scritta là in fondo, ma ce l’ho scritta alle mie spalle; dà origine ed è al principio dei miei azioni.

Ma allora che vorrà dire? Stiamo parlando sempre della stessa cosa: la pace; ma in modo molto diverso; se sta alle mie spalle vorrà dire che per essere fedele al principio pace sarà proibito qualsiasi comportamento violento. E’ un piccolo scherzetto di prospettiva; ma capite come cambiano le cose quando lo stesso bene, in questo caso la pace, viene posto di fronte, oppure se viene collocato alle spalle, all’inizio come guida continua e permanente della nostra azione.

Per questo io preferisco di gran lunga i discorsi basati sui principi; il contenuto può essere lo stesso; nell’esempio che vi ho fatto, la pace può essere il contenuto di un valore o di un principio. Però è il modo di trattarlo, è l’atteggiamento che noi abbiamo di fronte a questo bene, che cambia radicalmente.


A proposito di principi, il Cristo …

Visto che siamo in un ambiente cristiano cattolico facciamo un altro riferimento. Il Cristo che cosa è? È un valore o è un principio? Scusate, se ci fosse un teologo, mi direbbe che la domanda è mal posta. Cristo è il figlio di Dio. È il dio fatto uomo. Ma noi rispetto al Cristo come ci atteggiamo? O anche il Cristo rispetto a noi? Il Cristo si pone forse come un obiettivo finale, che vuole trionfare attraverso le nostre azioni? Il Cristo ha bisogno di noi?

Oppure il Cristo è qualcuno che si propone, che dice prendi la tua croce e seguimi, vieni con me? Cristo è uno che ci accompagna quotidianamente nelle nostre azioni. Il Cristo non ci chiede affatto di costruire il mondo cristiano, non lo chiede a noi come obiettivo; ci dice seguimi. Il mondo, la Gerusalemme perfetta non la costruiremo noi, la costruirà il Cristo nella sua seconda venuta.

Il Cristo si propone come un nostro amico, qualcuno che sta vicino a noi nella nostra azione quotidiana, come un principio; il Cristo come valore sarebbe il Cristo che giustifica le crociate; il Cristo come principio è il Cristo che dice: ogni volta che avete dato da mangiare, ogni volta che avete vestito un povero, l’avete fatto a me; è qualcuno che mi segue quotidianamente, l’amico del giorno per giorno, un amico esigente.

Vedete come cambiano le prospettive; ci sono rovesciamenti che fanno venire anche un po’ i brividi. Ma ci rendono consapevoli del veleno che queste parole contengono. La parola valore è una parola velenosa, pur essendo così seducente; velenosa in questo aspetto, perché può essere usata per consentire qualunque cosa. E allora veniamo al nostro tema: laici e cattolici, credenti e non credenti.


La sobrietà in democrazia

Riprendo il discorso: Una democrazia non si distrugge, non si auto distrugge a condizione che possa mettere in campo contro le tendenze all’auto consunzione, contro la eudemonia materiale, possa mettere in campo dei principi.

Dei principi che possano indurci per esempio ad una vita sobria, che preservi la natura per noi e per chi verrà dopo di noi. Se ci riflettiamo la democrazia se non ha questa ancora di salvezza, questa remora, diventa il regime della consumazione di tutti i beni materiali della vita in un momento solo, un regime che non guarda lontano.

E perché diventerebbe un regime che non guarda lontano? Ma perché i governanti in democrazia devono richiedere consenso dai propri governati, una volta si diceva ogni cinque anni, quando ci sono le elezioni. Oggi invece, con le tecniche demoscopiche e con i sondaggi, i governanti ritengono di dover essere in sintonia con le aspirazioni dei governati minuto per minuto e se queste aspirazioni sono di consumo materiale, voi capite con quanta velocità un regime si può corrompere, può arrivare alla fine; per questo nasce il problema di elaborare principi; un altro direbbe valori, ma io preferisco principi: sia per quanto riguarda gli aspetti materiali, ma anche per quel che riguarda aspetti etici, anche se l’etica abbraccia pure gli aspetti materiali.

Anche sui temi etici c’è il rischio che prevalga l’aspetto del puro benessere. Prendiamo il problema dell’aborto; o il problema dell’eutanasia o il problema della procreazione assistita, o la ricerca sulle cellule staminali, tutti temi legati alla etica della vita, della nascita, della morte. Anche lì avanza il rischio che tutto si consumi senza principi di riferimento. E che la democrazia non sia che la via per dire “liberi tutti”. Il Bengodi per tutti; e allora capite che proprio in quanto democratici e si voglia vivere in democrazia, c’è bisogno di costruire un terreno di principi comuni, che costituiscono un argine alle degenerazioni puramente egoistiche e materialistiche della democrazia.

E chi lo stabilisce questo terreno? Siamo noi, è la società, in tutte le sue componenti, laici credenti non credenti.

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