«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 4 ottobre 2007

Perché cercare lontano ciò che è a portata di mano?

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)


In molti si chiedono – a fronte di eventi inaccettabili verificatisi per effetto di inerzie, colpe e quant’altro sia riconducibile all’agire di magistrati – quale possa essere il sistema di controlli più idoneo a evitare il ripetersi di detti eventi.

Rispondere a siffatto interrogativo appare cosa estremamente ardua dato che, a sua volta, estremamente ardui sono i sub-problemi che vengono in essere quando si mette mano alla costruzione del sistema: qual è l’“essenza” di quell’attività che chiamiamo “giudizio”? Può essere valutata sulla base di parametri precostituti? Come si giudica la produttività, sulla base della quantità o della qualità? E, se ciò che più importa è la qualità, chi giudica – e sulla base di quale parametro – la qualità? Come selezionare i “giudici-della-qualità”? E – patologie mentali a parte – se è vero, come è vero, che la “saggezza” è tanto necessaria (al giudizio) quanto “immisurabile”, che ne è di essa nel valutare l’agire dei magistrati?

Potrei proseguire a lungo nell’elencare i dilemmi – talora, all’apparenza, insolubili – che si oppongono ora a questa ora a quella riforma. Potrei, ma me ne guardo bene, volendo qui solo porre in evidenza come ogni proposta – in quanto inevitabilmente connessa non solo a delicati problemi, ma addirittura a weltanschauung – rende arduo (se non impossibile) un largo accordo (non a caso non mi risulta che pendano serie e concrete proposte).

Credo dunque utile invocare – e limito a ciò il mio intervento – un radicale cambiamento di metodo che mutuo dalla dottrina di K.R.Popper, il quale, pur essendo noto soprattutto come filosofo della scienza, ha condotto il suo pensiero a spaziare in modo egregio sin nel campo del sociale (con contenuti che costituiscono il corollario del suo pensiero scientifico).

Afferma dunque Popper:
“Agisci per l’eliminazione dei mali concreti piuttosto che realizzare beni astratti (...) individua quello che ritieni il male più urgente della società in cui vivi e cerca pazientemente di convincere la gente che è possibile eliminarlo. Ma non cercare di realizzare questi obiettivi per via indiretta, concependo e cercando di attuare un ideale remoto di società in tutto valida (...) Non permettere che i sogni di un mondo perfetto ti distolgano dalle rivendicazioni degli uomini che soffrono qui e ora (...). E’ un fatto, neppure molto strano, che non è particolarmente difficile mettersi d’accordo in una discussione sui mali più intollerabili della società e sulle riformi sociali più urgenti”.

Traduco (spero fedelmente) il pensiero di Popper: invece di scervellarci per individuare quali siano i provvedimenti censurabili, cominciamo a mettere nero su bianco quelli che sicuramente sono censurabili: per esempio, quelli del tutto privi di motivazione; quelli che parlano d’altro, quelli che arrivano in ritardo di quattro anni.

Ci accorgeremo che si tratta di casi così facili da accertare che non necessiterà arruolare premi Nobel per accertarli né mandare a fuoco le meningi per stabilire quale sia la sanzione adeguata.

Aggiungo, a mo’ di mero corollario, che un simile metodo torna utile anche per quanto concerne il confronto con altri corpi sociali e, in modo particolare, con gli avvocati. Se infatti non possiamo costruire insieme un sistema interamente condiviso (sia esso di diritto sostanziale, processuale o altro), certo, possiamo, individuare singoli problemi sulla cui soluzione ci sia completo accordo.

Perché valutare solo ciò che ci divide, senza badare a ciò che ci unisce?

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