«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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sabato 19 gennaio 2008

Il dramma psicologico di una donna travolta dalla vita


di Thomas More

Mi scuseranno gli affezionati lettori, se ritorno a parlare dell’Allokkistan, ma è questo un paese così singolare che i suoi usi e costumi – quali mi constano dalla lettura di vecchi e affidabili manoscritti – non possono non incuriosire e – perché no? – affascinare anche la più distratta e superficiale delle persone.

Della assoluta peculiarità con cui il detto Paese applica (si fa per dire) le regole, si è già detto in altri scritti.

Quel che non sapete è del profondo influsso che sulla cultura allokkeska ebbero gli spettacoli cinematografici o, per essere più precisi, un determinato film: Il Gaucho.

Intendiamoci: in simile materia tutto è discusso e discutibile anche perché si va avanti sulla base della tradizione orale.

Comunque sia, c’è chi giura che anni addietro ebbe un certo successo un film – per l’appunto “Il Gaucho” – nel quale si narra di guitte storie di guitti cinematografari.

In questo contesto uno dei protagonisti si affanna, nel corso di una guittissima conferenza stampa, a presentare il film da lui prodotto.

Frasi lapidarie – quelle del protagonista – che ebbero a sconvolgere la storia dell’Allokkistan: “Si tratta del dramma psicologico di una donna che travolta dalla vita ...”.

Qui il protagonista fa una breve pausa per poi, subito dopo, sintetizzare ed esplicare quanto da lui appena detto: “Insomma è la storia di una mignotta”.

Gli abitanti dell’Allokkistan tutto sono meno che scemi.

Capirono che in quella breve frase si annidava, inesplorata, una potenzialità geniale capace di rivoluzionare sia la vita pubblica che quella privata: la potenzialità propria delle parole.

“Cribbistan !” si dissero i cittadini (così si dice “cribbio” in allokkistese) “ma se possiamo definire il meretricio come ‘dramma psicologico di una donna travolta dalla vita’, il gioco è fatto”.

Fu così che l’Allokkistan divenne, di botto, un paese di favola: non c’era più nulla che – lessicalmente parlando – non fosse più che corretto.

Nessuno più aveva un amante, ma al più un’affettuosa amicizia; le discordanze politiche, spesso feroci, divennero “convergenze parallele”; la lottizzazione, come la zucca di Cenerentola, divenne “pluralismo culturale”.

Non parliamo poi dei mangiapreti più feroci che si dissero subito laici, anche per contrastare l’imperante clericalismo che venne opportunamente denominato “difesa delle radici cristiane”.

Il cerchio si chiuse quando divenne fatto acquisito il definire “libertà” la fattuale possibilità di farsi i falli propri a danno e scapito di altri cittadini e, occorrendo, dell’intera collettività.

Ma, come si dice?, mal comune mezzo gaudio.

E qui di male non ce n’era niente, anzi gli allokkesi erano felici come pasque perché, invece di un male comune, c’era un bene comune che si era tramutato in un gaudio a tutto campo.

Ma – che volte farci? a questo mondo infame c’è sempre un “ma” – gli allokkesi, nel loro delirio di licenziosità dimenticarono che (come già ebbi a dirvi in altra storia), al fine di apparire ben ordinati, si erano dati un codice penale: un codice che, col senno del poi, ben può essere definito scriteriato, dato che usava un linguaggio dissennato che lasciava ben poco spazio allo stile mulino-bianco (del genere cioè “siamo-tutti-buoni-e-la-casa-è-tutta-linda-e-pure-il-cane-e-il-gatto").

Successero così dei casini straordinari perché nel mentre i politici proclamavano al colto e all’inclita che la politica era affar loro e dunque solo a loro spettava di dire – dopo, s’intende, ampio e approfondito dibattito – se era buona o cattiva, saltarono su alcuni giudici a dir la loro e questa “loro” era del tutto extra corum.

Scusateci – dissero i giudici – ma se nominate, perché appartenente alla vostra parrocchia, un tizio analfabeta a capo di un ospedale, contro tutte le regole previste per la nomina, fottendo l’illustre clinico che gli è antagonista, farete pure una cattiva politica, ma qui, nei nostri libri, all’art. 323 del codice penale è chiamata diversamente: è detta “abuso di ufficio” ed è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni.

“Ma che siete matti !” ulularono quelli che seguivano la scuola di dizione avversa “la politica va lasciata ai politici, voi occupatevi di lavavetri, ché quelli sì sono di vostra competenza, anche per la loro estrema pericolosità”.

“Come andò a finire?” chiederete voi.

Non andò a finire: il confronto è ancora aperto, anzi apertissimo, al punto che gli allokkesi sono frastornati e, ogni volta che aprono il giornale e leggono quei titoloni di scatola, non riescono a capire se si tratta del dramma psicologico di una donna travolta dalla vita o della storia di una mignotta.

Il fatto è che gli abitanti dell’Allokkistan si perdono in un bicchier d’acqua: basterebbe abolire i giudici o il codice penale e – voilà ! – nessuno più potrebbe parlare di storie di mignotte: sarebbe sempre solo e comunque il dramma psicologico di una donna travolta dalla vita.

Elementare Watson!

Come sempre, vostro aff.mo

Thomas

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Buongiorno,
Lei ha dimenticato una qualità/difetto (bicchiere a metà) dei cittadini allokkestani. Costoro amano parlare male del vi-cino ma non tollerano che qualcuno parli male di loro.
L’ultima volta che sono stato in quel paese ho visto rubar-si il “vello d’oro” fra i maggiorenti delle diverse cas(t)e; per venderlo sottocosto(a) nel supermercato virtuale (ma non sempre virtuoso) e garantirsi un domani di monopolio.
Voglio vedere i prezzi la prossima volta che ci vado.
Avv. Cosimo Saracino del Foro di Taranto