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sabato 23 maggio 2009

La mafia uccide. Il silenzio pure.


In questo 17° anniversario della strage di Capaci, riproponiamo uno scritto di Felice Lima pubblicato sul nostro blog il 10 maggio dell’anno scorso.

Lo riproponiamo non per la pigrizia di non scrivere qualcosa di nuovo, ma perché la sua riproposizione a un anno di distanza consente di verificare come i problemi siano, nel nostro Paese, sempre gli stessi.

Leggendo e vedendo ciò che si sta facendo e scrivendo oggi sulla strage di Capaci, non si può fare finta di non sapere che la mafia in Italia non è stata mai e non è un “corpo estraneo”, ma un socio (a volte neppure occulto) di tanti politici e di tanti imprenditori.


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Versione stampabile


di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)


Nei giorni scorsi alcuni lettori di questo blog hanno scritto, nei loro commenti, che gli sembriamo “di sinistra”.

Scrivo questo post a titolo esclusivamente personale (e dunque senza coinvolgere La Redazione), per dire alcune cose che penso con convinzione (e per una parte anche con commozione).

La Redazione di questo blog è composta da persone di diverse provenienze culturali, politiche e ideologiche.

Il blog non è né “di destra”“di sinistra”.

Voglio dire di più. Io penso che questa cosa di dividere uomini e cose in “di destra” e “di sinistra” sia ormai oggi un poderoso e vergognoso strumento di menzogna e di mistificazione.

Serve a far sì che ognuno si possa fare alibi delle malefatte degli “altri”.

Quando contesti a uno “di sinistra” le sue responsabilità, lui ti risponde: “Ma pensa a quello che fa la destra”.

Quando contesti a uno “di destra” le sue responsabilità, lui ti risponde: “Ma pensa a quello che fa la sinistra, i comunisti”.

Questa divisione manichea e strumentale in “di destra” e “di sinistra” serve a far si che ognuno si possa sentire “innocente”. Perché “è vero che io e/o i miei ... ma loro, gli altri ... peggio e molto di più”.

Qualche settimana fa, alla fine di una relazione che ho tenuto a un convegno sulla legalità, si è alzato un politico di una parte e mi ha detto: “Beh, quello che lei dice è vero, ma non può negare che gli altri sono peggio”.

Io, davvero, non capisco questa divisione in “migliori” e “peggiori”. Vedo solo singole azioni (perché non giudico le persone, ma solo i fatti e le azioni) e ne penso ciò che ne penso in assoluto: cosa buona o cattiva, utile o dannosa. Punto. Non migliore o peggiore.

Ho interrogato in vita mia, per lavoro, tanti malfattori. Un giorno, mentre interrogavo un uomo accusato di 52 omicidi, gli ho sentito fare l’elogio della sua umanità.

E per darcene prova, ci ha raccontato che una certa volta con dei suoi amici aveva catturato un uomo del clan avverso.

Ha detto che lui, che era buono, voleva fargli salva la vita, ma che ciò non era possibile, perché gli altri suoi amici non lo avrebbero permesso. Dunque, “fu costretto” (!!) a partecipare all’omicidio.

Ma, a riprova che era un uomo “di cuore” (!!), disse: “Invece di strangolarlo [con la tecnica dell'incaprettamento] , spariamogli”.

E infatti venne ucciso a colpi di pistola, usando proprio la pistola del nostro assassino buono, anzi, scusate, “meno cattivo” degli altri.

Un altro assassino, una volta, rispondendo a certe contestazioni, mi disse: “Certo che lo abbiamo ucciso noi, ma perché era necessario. Noi non siamo come i calabresi che ammazzano senza motivo”. Un altro assassino “ragionevole” e “migliore”.

E il guaio è che questi assassini erano sinceri nel credersi “migliori” di altri e “costretti” dalle circostanze a fare ciò che hanno fatto.

Così come quando processi chiunque per qualunque cosa, quello sinceramente si fa passare davanti le storie di crimini peggiori e si convince che non è giusto che in Italia, dove c’è gente che ruba miliardi, i giudici se la prendano proprio con lui che ha rubato solo milioni. E che, quindi, se se la prendono con lui deve essere per forza perché il giudice è “degli altri”.

Così come quando un deputato vota un indulto vergognoso – nei fini e nei contenuti – a chi gliene chiede conto ricorda tutte le altre leggi “peggiori” votate dai suoi “avversari”.

Per favore: basta con questo continuo cambiare discorso buttandola in politica.

Io non sono mai stato e non sono “comunista”.

Sono figlio di un uomo dichiaratamente fascista (ma, pur avendo amato con tutto il cuore mio padre – che oggi non c’è più –, non ne ho mai condiviso le idee).

Sono di formazione cattolica, con studi di filosofia aristotelico-tomisti.

E mi sono stufato di sentirmi dare del “comunista” quando dico delle cose che con la politica non c’entrano proprio nulla.

La mafia, la corruzione, l’inefficienza della pubblica amministrazione, lo sfascio della giustizia non sono né “di destra”“di sinistra”.

Non sono disposto a tacere alcune verità perché intimidito dall’accusa – falsa, ma anche disonesta e strumentale – di essere “comunista”.

E’ uno strumento retorico vecchio, ma purtroppo, evidentemente, sempre efficace.

Il bancarottiere Michele Sindona, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è stato difeso, finché non lo ha reso impossibile l’emergere di prove inconfutabili dei suoi delitti, sostenendo che i giudici lo perseguitavano perché era un banchiere anticomunista.

Anche Totò Riina si dice perseguitato dai “comunisti” (il video
a questo link).

Penso tutto il male possibile sia di Hitler che di Stalin. Sia di Mussolini che di Fidel Castro.

Credo che delle cose che vanno male nel nostro Paese la destra e la sinistra abbiano responsabilità diverse ma ugualmente gravi.

Tutto ciò posto, non voglio farmi ridurre al silenzio da questo stupido e vergognoso giochino di false accuse politiche.

Per di più, di questi tempi, si sta avendo l’ennesima prova di come questo gestire tutto come una lotta fra “di destra” e “di sinistra” stia facendo tornare di attualità il dramma di giovani che assassinano altri giovani in nome di questa o quella ideologia.

Era da tempo che non ci succedeva.

Ora ci sta succedendo di nuovo.

E così a Verona si viene uccisi solo perché si ha un colore della pelle che non piace o si tengono i capelli raccolti a codino.

E' proprio di tutti i regimi dittatoriali usare accuse politiche come strumento di oppressione.

Durante il fascismo i sospettati di “comunismo” venivano perseguitati, rinchiusi, puniti. Durante il comunismo la stessa cosa succedeva (e succede ancora) a chi era ed è accusato di essere “nemico della rivoluzione”.

Ma una (vera o ipotizzata) idea politica non dovrebbe potere essere usata come “atto di accusa”.

Non ha alcun senso dire “sei comunista” o “sei fascista” come se fosse l’accusa di un crimine. E’ solo un’idea politica. Spesso peraltro neppure propria dell’accusato, ma usata strumentalmente solo per discriminarlo, per tappargli la bocca. Qualche volta per ammazzarlo a calci e pugni.

Per favore, smettiamola. Stiamo ai fatti. Non buttiamola in caciara. Lasciamo perdere i “colori” politici. Guardiamo ai fatti!

Concludo, venendo a ciò che mi ha spinto a scrivere questo post.

Un po’ il fastidio (e me ne scuso con loro, perché “accoglienza” e rispetto è anche non infastidirsi) per i commenti dei lettori che si credono arguti nel dire “ti ho scoperto, sei di sinistra”, come se avessero scoperto che ho la lebbra o che mi vendo le sentenze.

Ma infine due video pubblicati sul
sito di Salvatore Borsellino, che vi riporto.

Li riporto non come atto politico, ma, in questi tempi di menzogne, di informazioni taciute e addirittura negate, di censura, di minaccia dell’ennesimo bavaglio a quei pochi giornalisti che ancora fanno i giornalisti invece dei portaborse del potere, come atto di sincerità, di onestà intellettuale, di coraggio morale.

Per non sentirmi complice, per non dire che ho finto di dimenticare, per onorare la memoria di colleghi e amici morti (in questo la commozione di cui parlavo).

In questo che ho scritto e nei video che riporto qui non c’è niente di politico.

C’è il massimo rispetto di tutte le istituzioni e della democrazia che designa chi deve dirigerle.

Ma c’è anche la pretesa che si ricordino i fatti e da essi si parta per cambiare se possibile o per non girare lo sguardo dall’altra parte se cambiare non si può.

Dunque, come ogni buon cittadino spero con sincerità e rispetto che questo nuovo Governo si adoperi per far cambiare le cose che devono cambiare e perché i responsabili di esso (Governo) cambino essi stessi, per fare adesso, al servizio del Paese, ciò che loro stessi e i loro predecessori della controparte politica finora non hanno fatto.

Prego tutti di sentirsi liberi di commentare come preferiscono tutto questo, dicendosi d’accordo o radicalmente contrari, ma li prego anche di smetterla con questa storia del “di destra” e “di sinistra” e, infine, prego tutti di avere rispetto per i fatti e per il sangue di chi ha avuto la generosità, il cuore, l’innocenza, il coraggio, la sincerità di non girarsi dall’altra parte ed è andato incontro alla morte, per mano di biechi assassini, ma con la complicità morale di una società che ha sempre finto e finge ancora di non sapere.

E, sempre per evitare malintesi e strumentalizzazioni, preciso che anche quest’ultima non è un’accusa a questo o a quello, ma solo un invito rivolto a tutti ad essere sinceri e coraggiosi e a cambiare il nostro modo di stare insieme.

Ieri è stato l’anniversario dell'assassinio di Peppino Impastato. Fra pochi giorni ricorrerà l’anniversario della strage di Capaci.

Questo testo e i video qui sotto sono il mio modo di onorare quei morti.

Come ho detto, ho tratto i video dal
sito di Salvatore Borsellino, che a sua volta li ha tratti da YouTube.



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La sentenza di condanna in primo grado del sen. Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa

Vittorio Mangano su Wikipedia

Elogio di Mangano eroe 1

Elogio di Mangano eroe 2

La sentenza nella causa Berlusconi/Travaglio/Luttazzi

Il decreto di archiviazione del G.I.P. Giovanbattista Tona






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martedì 5 maggio 2009

Il C.S.M. e Clementina Forleo: ovvero dei pessimi rapporti fra il potere e la legge.


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di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






Con sentenza n. 4454/09 dell’8/29.4.2009, il T.A.R. del Lazio ha annullato il provvedimento con il quale il C.S.M. ha trasferito Clementina Forleo dal suo ufficio di G.I.P. del Tribunale di Milano.

La sentenza può essere scaricata e letta per intero a questo link del blog di Marco Travaglio (a proposito: cosa sarebbe l’informazione in questo Paese senza Marco Travaglio?).

E’ molto difficile commentarla perché è come un epitaffio o meglio, più banalmente, un necrologio della legalità.

Spesso, ma negli ultimi anni in maniera particolarmente clamorosa, il C.S.M. ha interferito con indagini e procedimenti in corso, condizionandone gli esiti – nel senso di fermarli – con provvedimenti a carico dei magistrati che se ne stavano occupando.

La motivazione ufficiale è stata sempre quella di punire asserite colpe dei magistrati in questione.

Molte volte il lavoro di quei magistrati è stato impedito trasferendoli.

Ormai è uno stereotipo: appena un’indagine “disturba” qualche potente, leggiamo sui giornali che “arrivano gli ispettori”. In queste settimane sono stati a Bari, perché al ministro Fitto non piace essere trattato come gli altri cittadini.

Con questo sistema, indagare sui potenti è, per i magistrati onesti, puro autolesionismo.

L’art. 107 della Costituzione dispone che «i magistrati sono inamovibili» e assoggetta a limitazioni precise il loro trasferimento da parte del C.S.M..

L’importanza di questa norma è di tutta evidenza e lo è massimamente di questi tempi, nei quali è sotto gli occhi di tutti come il trasferimento dei magistrati sia utile a fermare l’opera di quelli sgraditi al potere.

Ovviamente, le attività di “punizione” e “trasferimento” sono precedute e accompagnate da campagne di stampa con le quali si esprime indignazione per i “clamorosi abusi” che questo e quel politicante inquisito o sodale di inquisiti indicano come evidenti nell’opera dell’inquirente di turno.

A seguire, capita che alcuni consiglieri – politici e magistrati – del C.S.M. intervengano prima a mezzo stampa e poi con provvedimenti di rapida e dura repressione.

A fronte di tanto strepito e di tanto straparlare, ci si aspetta che i provvedimenti del C.S.M. siano di solare evidenza e di sicura legittimità.

Si pensa, in sostanza: “Capperi, se questo magistrato si è reso colpevole di tante nefandezze come dicono sui giornali, allora adesso arriverà una sentenza che indicherà chiaramente quali siano queste nefandezze. Se l’onorevole Tizio, il ministro Caio, il consigliere del C.S.M. Filano, il Presidente dell’A.N.M. Sempronio stigmatizzano, le colpe di questo magistrato saranno certe ed evidenti”.

Se qualcuno all’interno della magistratura si permette di avanzare dubbi su questo modo di procedere della Procura Generale e del C.S.M., pronti intervengono i capicorrente e i loro emissari a raccomandare, con tono sussiegoso, che “bisogna attendere l’esito della procedura prima di parlare”. Un po’ come se a un avvocato che facesse notare che il suo cliente è detenuto da due mesi per un fatto che non è previsto dalla legge come reato si rispondesse: “Avvocato, attenda l’esito del procedimento!”

Poi, passato un po’ di tempo, arrivano provvedimenti del C.S.M. che si avventurano in sofismi giuridici e bizantine ricostruzioni. Nei quali non c’è traccia alcuna delle “nefandezze” ipotizzate sui giornali, ma solo di “azzeccagarbuglismi” mai sentiti prima e dal fondamento giuridico che potremmo eufemisticamente definire molto incerto.

E a volte, come nel caso di quello annullato dal T.A.R. nei giorni scorsi, arrivano addirittura provvedimenti palesemente e clamorosamente illegittimi.

Il caso di Clementina Forleo è emblematico sotto tanti punti di vista.

Clementina si è permessa di dispiacere Massimo D’Alema e i suoi amici.

Violante è subito insorto, esprimendo giudizi pesanti su di lei.

E poi Bertinotti (che allora era Presidente della Camera) e Cirino Pomicino (?!) e financo Casson.

Carlo Vulpio fa una ricostruzione dei retroscena di questo coro di indignati in un articolo che è a questo link (1).

La Procura Generale della Cassazione le ha subito avviato un procedimento disciplinare, sostenendo che l’ordinanza che non era piaciuta a D’Alema e i suoi era “abnorme”.

Ma il C.S.M. è stato costretto ad assolverla da questo addebito, perché palesemente infondato.

A questo link si può leggere la relativa notizia di stampa.

Nel frattempo Luigi De Magistris veniva assolto dagli addebiti relativi alla partecipazione alla trasmissione televisiva Annozero, dato che, se avesse punito Luigi per quella trasmissione, il C.S.M. si sarebbe trovato in qualche imbarazzo con riferimento ad altre decine di esternazioni televisive dei più vari magistrati sui più vari fatti. “Porta a Porta” ha addirittura un magistrato che, vista la costanza delle sue partecipazioni, potremmo definire “d’ufficio”. Così, per le stesse ragioni, neppure Clementina poteva essere punita per le cose dette in quella trasmissione.

Il C.S.M., allora, ha avviato “contro” Clementina un procedimento ex art. 2 della legge sulle guarentigie (R.D.L.vo 31 maggio 1946, n. 511).

Uso significativamente l’espressione “contro”, perché la legge prevede la possibilità di ricorrere a quella procedura solo nei casi in cui nessuna “colpa” si possa ipotizzare a carico del magistrato. Sicché la procedura ex art. 2 non dovrebbe mai essere “contro”. E infatti è priva delle garanzie proprie del procedimento disciplinare.

Che in questo caso, invece, la procedura fosse “contro” era talmente evidente e clamoroso che la consigliera Letizia Vacca (si noti: addirittura Vicepresidente della Commissione del C.S.M. incaricata della pratica), se ne va davanti a un bel po’ di giornalisti e (stando a quanto riportato sui giornali e mai smentito) si abbandona a esternazioni fra le quali: «Questi giudici che in tv si presentano come eroi, sono dei cattivi giudici che fanno soltanto male alla magistratura»; «Dobbiamo solo precisare i capi di contestazione [si badi: “i capi di contestazione” ??!!] e votare», «è necessario che emerga che Forleo e De magistris sono cattivi magistrati, e non perché fanno i nomi dei politici»; «Questa non è una magistratura seria e questi comportamenti sono devastanti. I magistrati devono fare le inchieste e non gli eroi».

Ho approfondito questo aspetto della vicenda in un articolo dal titolo “Clementina Forleo e tutti noi avremmo diritto a un ‘giudice’ imparziale”, al quale mi permetto, per brevità, di rinviare.

Dopo di che, anche con il voto di questo imparziale Vicepresidente, Clementina è stata cacciata da Milano.

Oggi la sentenza del T.A.R. spiega ai profani le semplici ragioni per le quali quel provvedimento è illegittimo.

Dico “spiega ai profani”, perché gli addetti ai lavori lo sapevano benissimo da subito.

La sentenza del T.A.R. è breve e chiara e il mio consiglio a tutti e di leggerla.

I motivi su cui si fonda sono sostanzialmente due (ve ne è un terzo che spiega perché il provvedimento del C.S.M. sia anche affetto dal vizio di mancanza di motivazione, ma, per brevità, non approfondirò questa parte della sentenza, pur molto rilevante).

Il primo dei due motivi che esaminerò riguarda il fatto, cui ho già accennato, che la riforma dell’ordinamento giudiziario puramente e semplicemente vieta al C.S.M. di fare quello che ha fatto.

La riforma in questione ha infatti tipizzato gli illeciti disciplinari.

Adesso è illecito disciplinare solo quello che la legge indica come tale.

Dunque, le condotte volontarie dei magistrati possono solo rientrare o no nel novero dei fatti disciplinarmente censurabili.

Se ci rientrano, il magistrato sarà punito e, se del caso, trasferito.

Se non ci rientrano, non gli si potrà fare nulla e lo si dovrà lasciare in pace.

L’art. 2 della legge sulle guarentigie resta applicabile solo nel caso di situazioni di incompatibilità che non dipendano da condotte volontarie del magistrato: si tratta di casi come la presenza nella stessa città di un parente che, per esempio, fa l’avvocato, o di un figlio magari arrestato per qualche grave reato.

Quella procedura, invece, non può più assolutamente essere utilizzata (come purtroppo si è fatto altre volte) per cacciare un magistrato che “non piace” – al C.S.M. o a D’Alema o a Berlusconi o al cugino del nipote di un assessore o alla professoressa Vacca – ma che non si è riusciti a punire per mancanza dei presupposti.

Tutto qui.

Il C.S.M. ha utilizzato una procedura che non poteva utilizzare.

Il suo provvedimento è illegittimo, perché adottato in palese violazione della legge.

La condotta di chi lo ha votato è stata illegittima.

Conseguentemente, dal punto di vista logico, ci sono due sole alternative: o i consiglieri del C.S.M. che hanno votato il provvedimento lo hanno fatto con clamorosa ignoranza della legge, o lo hanno fatto in malafede.

Certo è che, se un provvedimento così lo avessero adottato Clementina Forleo o Luigi De Magistris o Gabriella Nuzzi, sarebbero già senza stipendio. Mentre al C.S.M. tutto procede come sempre.

Sulla gravità di una eventuale malafede dei Consiglieri non c’è bisogno di spendere parole.

Ma anche l’ignoranza della legge non è cosa da poco, se si considera che essa caratterizzerebbe membri di un consesso come il C.S.M., composto in maggioranza da magistrati e deputato a supervedere all’amministrazione della giustizia.

Purtroppo, però, in questo caso l’ignoranza va esclusa, come si dice nel nostro ambiente per tabulas.

E’ accaduto, infatti, che il C.S.M. il 24 gennaio 2007 ha adottato una delibera che si può leggere per intero a questo link, con la quale dà espressamente atto di quanto fin qui detto e chiede al Ministro della Giustizia di adoperarsi per far cambiare la legge.

E’ scritto fra l’altro testualmente in quella delibera che “L’area di operatività del trasferimento di ufficio in via amministrativa è stata in tal modo ampiamente ridotta e ricorre ora – come chiarito dal Consiglio con la risoluzione 6 dicembre 2006 – esclusivamente quando la situazione presa in esame: «a1) non risulti sussumibile in alcuna delle fattispecie disciplinari delineate dal decreto legislativo n. 109/2006 ovvero a2) non risulti riconducibile a comportamenti del magistrato»”.

Dunque, quello che il T.A.R. ha scritto la settimana scorsa nella sua sentenza al C.S.M. lo sapevano benissimo, almeno dal 6 dicembre 2006, data di una risoluzione (citata come si è visto nella delibera del 24 gennaio 2007), che si può leggere per intero a quest’altro link.

E non solo lo sapevano benissimo, ma ne avevano compreso tanto bene le conseguenze da scrivere che «l’esperienza del primo periodo di applicazione della nuova normativa ha dimostrato che tale ridimensionamento dei poteri di ufficio del Consiglio priva, di fatto, l’autogoverno di strumenti incisivi di intervento proprio nelle situazioni più delicate e nelle “zone grigie” (caratterizzate dalla compresenza di comportamenti di diversa rilevanza), il cui permanere mina (o rischia di minare) la credibilità della giurisdizione, e che a tale carenza non pongono sufficiente rimedio le nuove disposizioni relative alle misure cautelari adottabili in sede di procedimento disciplinare, sia per la diversità dei relativi presupposti che per la più ristretta area di applicazione di queste ultime» e da chiedere accoratamente al Ministro di fare cambiare la legge.

Dunque, ci si deve chiedere: perché questi consiglieri del C.S.M. hanno fatto ciò che sapevano così bene di non potere fare?

Le risposte sono molte e nessuna è bella.

Resta da dire sul punto che, diversamente da quanto sostenuto dal C.S.M. nei due provvedimenti da ultimo citati e dallo stesso T.A.R. nella sua sentenza, quella che ho fin qui esposto non è affatto una “lacuna” del sistema, ma una precisa e del tutto condivisibile scelta tecnica.

Il legislatore, in sostanza, come ho già detto, ha stabilito che le condotte dei magistrati o sono disciplinarmente censurabili o sono legittime. Punto e basta.

Non è più previsto che qualcuno possa cacciare un magistrato solo perché gli sembra “cattivo” (espressione testuale tratta dalle dichiarazioni della prof.ssa Vacca).

Ed è di tutta evidenza quanto questa norma sia preziosa di questi tempi. O meglio, quanto sarebbe preziosa se i componenti del C.S.M. avessero la grazia di rispettarla dopo che, come dimostrano le loro delibere appena citate, ne hanno pienamente compreso il significato.

Ma purtroppo bisogna prendere atto che lo stesso C.S.M. che (ogni tanto e con molta mitezza) “insorge” contro il Berlusconi di turno quanto attenta alla indipendenza dei magistrati, ritiene che l’attentato a quella stessa indipendenza possa essere posto in atto se lo decide lui (il C.S.M.). I consiglieri del C.S.M., in sostanza, pensano che essere custodi dell’indipendenza dei magistrati significhi esserene “padroni”, così da poterne disporre a piacimento.

Il secondo profilo di illegittimità denunciato dal T.A.R. è il rigetto della ricusazione della cons. Vacca.

E’ accaduto che, ovviamente, il difensore di Clementina Forleo ha chiesto al C.S.M. di non fare partecipare alla procedura la cons. Vacca che ci aveva tenuto così tanto a esternare a giornali unificati la sua ostilità al magistrato del cui trasferimento si doveva occupare.

Il C.S.M. ha dichiarato inammissibile l’istanza, sostenendo che la ricusazione è istituto che opera nei procedimenti giurisdizionali ma non anche in quelli amministrativi.

Il T.A.R. si fa carico di smentire il C.S.M., dandogli una breve ma efficace lezione di diritto (anche in questo caso, nella migliore ipotesi, ci sarebbe un serio problema di ignorantia legis proprio nel tempio della difesa della legge).

Ma sotto questo secondo profilo c’è una cosa che mi colpisce più della violazione di legge.

Mi chiedo, infatti: ma, anche a volere ammettere per ipotesi che la cons. Vacca non potesse essere ricusata per qualche sofisticata ragione di diritto, è davvero mai possibile che nessuno al C.S.M. abbia ritenuto DOVEROSO imporre alla professoressa di farsi sostituire nella trattazione della pratica in questione?

Come giudicherebbe il C.S.M. il Vicepresidente, per esempio, di una commissione sanitaria che deve decidere se un tale abbia diritto o no alla pensione di invalidità che, prima di riunirsi con la commissione, convochi i giornalisti e spieghi loro perché reputa l’invalido un impostore e come adesso provvederà a “fargliela vedere” con gli altri della commissione?

Ed è mai possibile che un organo che, come il C.S.M., si erge in continuazione a giudice dei buoni costumi, della deontologia, della moralità costituzionale e chi più ne ha più ne metta, abbia l’arroganza di fare decidere il trasferimento di Clementina Forleo a una persona che ha fatto e detto le cose che, sul punto, ha fatto e detto la cons. Vacca (detto – si badi bene – prima di essere chiamata a decidere della sorte di Clementina)?

Sembra impossibile e paradossale.

Eppure è accaduto, costringendo così il TA.R. a spiegare al C.S.M.: «In particolare, l’imparzialità dell’organo deliberante è garantita dall’applicazione dei criteri desumibili dall’art. 49 T.U. n. 311957 e, prima ancora, dall’art. 51 c.p.c., i quali impongono l’astensione al componente dell’organo collegiale che versi in situazione di inimicizia personale nei confronti del destinatario del provvedimento finale o abbia manifestato il suo parere sull’oggetto di questo al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni procedimentali (Cons. Stato, IV, 7 marzo 2005, n. 867). Ne consegue che l’istanza di astensione/ricusazione non poteva essere legittimamente dichiarata inammissibile, tanto più che gli apprezzamenti diffusi a mezzo stampa sul magistrato interessato nel corso del procedimento sono stati resi dal Vicepresidente della Prima Commissione, la Commissione che, in quanto competente sulle procedure di trasferimento ai sensi dell’art. 2 R.D.Lgs. 511/1946, ha formulato la proposta di trasferimento della dott.ssa Forleo, per cui appare arduo ipotizzare che l’inosservanza dell’eventuale obbligo di astensione da parte del componente del Consiglio non abbia potuto produrre un’alterazione del procedimento, traducendosi in un vizio di legittimità del provvedimento finale».

Questa l’analisi degli aspetti tecnici della questione.

Molto più complessa è l’analisi per così dire “politica”.

Va detto, intanto, che non è ancora finita, perché il C.S.M. fa un’altra cosa che lascia stupefatti: impugna per principio e “a prescindere” i provvedimenti del T.A.R. che gli danno torto.

Qualunque funzionario pubblico sa di avere l’obbligo di rispettare il 1° comma dell’art. 97 della Costituzione, per il quale devono essere assicurati il buon andamento e l’imparzialità della amministrazione.

Dunque, qualunque funzionario pubblico sa che, se la sentenza del T.A.R. appare corretta e il suo ufficio in torto, egli non deve impugnarla, ma eseguirla immediatamente.

Il C.S.M., invece, questo non lo sa.

E così in tantissime occasioni impugna comunque. Tanto che da un verbale del C.S.M. risulta che un consigliere ha dichiarato che questo costituirebbe una “prassi” intenzionale dell’organo di autogoverno che “difenderebbe” per principio (ma quale principio?!) i propri provvedimenti.

Gli esempi sono tantissimi e alcuni davvero clamorosi.

Fra i tanti, mi limito qui a citarne una paio emblematici: quello di questo Consiglio in carica, relativo alla nomina di un Presidente di Sezione della Corte di Appello di Genova, di cui si dà notizia a questo link e quello di alcuni anni fa nel quale il C.S.M. giunse addirittura a sostenere di non essere soggetto alla giurisdizione esecutiva del giudice amministrativo.

Quest’ultima vicenda può essere ricostruita leggendo la sentenza della Corte Costuzionale n. 419 dell’8 settembre 1995, che dichiarò inammissibile il conflitto di attribuzioni sollevato dal C.S.M. facendo fare a quest’ultimo una figura veramente orribile.

La nota pittoresca è che il C.S.M., per promuovere quell’inammissibile ricorso, non è stato assistito dall’Avvocatura dello Stato, che ha preferito difendere il T.A.R., ma da un avvocato del libero foro. In sostanza, pur di sostenere l’insostenibile, il C.S.M. ha assunto un avvocato libero professionista!

Ed è ovvio che non mi riferisco qui all’impugnazione delle sentenze adottate dal T.A.R. con motivazioni che fanno riferimento all’esercizio illegittimo di poteri discrezionali, con riferimento alle quali potrebbe essere meno facile, a volte, decidere dei torti e delle ragioni, ma a quelle nelle quali viene stigmatizzata puramente e semplicemente la violazione di legge, molto agevole da riconoscere da persone molto esperte di legge come i membri del C.S.M..

E non è finita per Clementina anche per un’altra ragione: tentata la via del primo processo disciplinare e fallita come si è detto, praticata quella illegittima del trasferimento ex art. 2 e fallita pure quella, chi vuole Clementina “punita” a tutti i costi non si arrenderà di certo.

Dunque, c’è da aspettarsi che sperimentino qualcos’altro: un parcheggio in divieto di sosta, qualche sentenza depositata in ritardo, … Qualcosa, insomma, che faccia accadere a lei quello che un ex alto magistrato ora passato ad altro importante incarico pronosticò per Luigi De Magistris: farle passare il resto della vita a difendersi. Così impara. Lei e tutti quelli come lei. A dare fastidio alle persone potenti, che hanno amici potenti.

Ma bisogna chiedersi anche: poiché è di tutta evidenza che violazioni di legge tanto gravi e reiterate da parte del C.S.M. e condotte complessive come quelle più volte stigmatizzate dai giudici amministrativi distruggono irrimediabilmente ogni possibile credibilità di quell’organo che dovrebbe assicurare un autogoverno indipendente della magistratura, cosa induce i suoi consiglieri a perseverare nelle loro condotte ad onta di sentenze del T.A.R. sempre più umilianti?

L’unica risposta logicamente possibile è che la credibilità del C.S.M. non è il valore principale e di riferimento dei suoi componenti.

Accade a loro qualcosa si simile a ciò che accade al potere politico.

Abbiamo assistito molte volte negli ultimi anni ad atti del potere politico palesemente viziati di illegittimità, posti in essere nella piena consapevolezza di ciò, in considerazione del fatto che per sancire quella illegittimità ci vuole un certo tempo e quando essa viene dichiarata il vantaggio politico che si aveva di mira è stato comunque conseguito.

Con riferimento a vicende come quella di Clementina Forleo ciò che appare è che i motivi per i quali si intende “colpire” il magistrato sgradito prevalgano su tutto e inducano a raggiungere comunque per intanto quel risultato, rinviando a tempi successivi la gestione delle conseguenze della sua illegittimità. Tanto più che accade sempre in questi casi che la notizia della dichiarata illegittimità venga data con molto minore zelo di quella della “cacciata”. E così, infatti, sta accadendo anche per la sentenza del T.A.R. che dà ragione a Clementina, sulla quale vige, nei circuiti di comunicazione interni alla magistratura associata, il più tenace e accanito silenzio.

Il valore assoluto è “colpire” il magistrato sgradito. La legalità o no della cosa e del modo con cui la si fa risulta meno rilevante se non del tutto irrilevante.

In questo – e purtroppo anche in altro – il C.S.M. è assolutamente simile a quel potere politico dal quale sostiene di essere diverso e dal quale per dettato costituzionale dovrebbe essere indipendente.

Il dramma di questo Paese, la crisi profonda della sua democrazia sta nel rapporto malato fra il potere e la legge.

Il potere distrae i cittadini, tenendoli impegnati in una inutile faida fra tifoserie sedicenti di destra e sedicenti di sinistra.

La magistratura associata distrae i cittadini, parlando loro di “politici cattivi” e “magistratura buona”.

Ma il cuore del problema non è nel colore politico di questo o di quello e neppure nell’appartenere questo o quello alla schiera dei politici (che non sono tutti “cattivi”) o dei magistrati (che non sono tutti “buoni”), ma nel rapporto di tutti – finti di destra e finti di sinistra, deputati in Parlamento o consiglieri del C.S.M. – con la legge.

Perché si possa parlare di democrazia, devono essere lo Stato e il potere al servizio della legge.

In Italia oggi il potere non si ritiene al servizio della legge, ma ritiene la legge al suo servizio.

E’ un ritorno a un’idea della legge prerivoluzionaria.

Non più la legge come valore da difendere, non più la legge come imperativo al quale anche il potere (C.S.M. compreso) è soggetto, come tutti i cittadini, ma la legge come strumento di potere e del potere, da usare e spesso anche abusare.

Che questo accada in una U.S.L. è grave. Che una amministrazione periferica sforni delibere illegittime dà la misura di quanto grave è la crisi del nostro Paese. Ma che questo avvenga al C.S.M. è davvero esiziale.

E riconoscerlo è insieme doveroso e indispensabile.

Alcuni miei colleghi deprecano che io esponga considerazioni critiche nei confronti del C.S.M. e sostengono che questo “farebbe il gioco” di chi vuole modificato l’assetto dell’autogoverno.

Ma io credo, invece, che sia assolutamente doveroso e indispensabile dire la verità sull’autogoverno della magistratura.

Perché:

1. ciò che serve alla magistratura e al Paese è un autogoverno conforme alla Costituzione e non un autogoverno che agisce illegalmente;

2. la difesa corporativa è un paravento che serve da alibi all’esercizio di un potere “interno” che non giova all’indipendenza dei giudici, ma vi attenta;

3. c’è una soglia di illegalità sopra la quale chi tace è solo complice e non c’è nessun opportunistico calcolo corporativo che possa rendere legittima ed eticamente accettabile quella complicità.

Io credo che sia doveroso dire la verità sul nostro autogoverno, perché credo che prima o poi in questo Paese si debba prendere atto che la frontiera della battaglia per la democrazia non è più (ove lo fosse mai stata) quella del colore politico di appartenenza né quella della difesa corporativa di questo o quello solo perché “è dei nostri” e si debba riconoscere che, perché qualcosa incominci a cambiare e ci possa essere anche solo una fioca speranza della democrazia che non abbiamo, non è importante che uno sia seduto in Parlamento o al C.S.M., che sia magistrato o falegname, che sia capogruppo di un partito o vicepresidente di una commissione del C.S.M. o capo di una corrente dell’A.N.M., ma che rispetti la legge e che renda conto se non lo fa.


________

(1) La storia della riunione alla quale si fa riferimento nell’articolo di Carlo Vulpio è ricostruita testualmente come segue da Ferdinando Imposimato, nel corso di una deposizione riportata a pag. 302 del bellissimo e documentatissimo libro di Antonio Massari “Clementina Forleo un giudice contro”, Aliberti Editore 2008: «IMPOSIMATO: Ribadisco di aver parlato alla Forleo delle pressioni esercitate dai politici coinvolti nelle intercettazioni (...). Il realtà mi riferivo a fatti accaduti fin dal 6 giugno 2007, di cui non avevo parlato con la Forleo, quando ci fu una riunione nella stanza del capogruppo Anna Finocchiaro dell'Unione, nel corso della quale era sopraggiunto anche il ministro Mastella, sollecitato dagli altri convenuti (Calvi, Latorre e altri) a un’ispezione ministeriale presso il Tribunale di Milano. Il ministro, inizialmente, aveva rifiutato di disporre l’ispezione, perché pensava di dover attendere le determinazioni dei presidenti delle Camere. Successivamente ci furono reiterate accuse, prima di illegittimità, poi di abnormità, soprattutto da parte dei legali degli esponenti dei Ds (...)».



I consiglieri del C.S.M. iscritti alla corrente Movimento per la Giustizia hanno emesso un comunicato a commento della sentenza del T.A.R.. In relazione a quanto sostenuto in quel comunicato, ho scritto un seguito a questo articolo, dal titolo “Il Movimento per la Giustizia, il potere e la legge”, che può essere letto cliccando sul titolo.




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martedì 10 febbraio 2009

“La questione immorale”, il nuovo libro di Bruno Tinti

E’ in libreria da pochi giorni il nuovo libro di Bruno Tinti: La questione immorale. Perché la politica vuole controllare la magistratura.

Questo il link alla pagina del sito di Chiarelettere, dove si possono leggere, fra l’altro, il sommario del libro e una rassegna stampa.

Riportiamo qui da L’Espresso del 12 febbraio 2009 una intervista a Bruno.

Bruno ha anche un blog tutto suo – “Toghe rotte” – del quale c’è un banner in fondo alla sidebar di destra di “Uguale per Tutti”.



NESSUNO TOCCHI LA CASTA

La classe politica usa la riforma per garantirsi l’impunità. A partire dalle nuove regole per le intercettazioni. Il libro-accusa di un alto magistrato


colloquio con Bruno Tinti di Gianluca Di Feo

La riforma della giustizia? E’ diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali.

Ma è soprattutto una «questione immorale», che ha perso qualunque decenza.

Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi «un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato»: con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo.

Tinti non è una toga rossa: piuttosto e una “toga rotta”, per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati.

E il suo nuovo libro, La questione immorale, è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano.

«E’ dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l’impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L’omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l’‘infame’ va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c’è un interesse comune: l’impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te».

Ogni riforma creata per aumentare lo scudo a protezione dei potenti non incide solo sui loro processi: aumenta l’inefficienza dell’intero sistema, fa lievitare la montagna di fascicoli arretrati e reati dimenticati.

A leggere il libro nasce un sospetto: questa paralisi è un danno collaterale o c’è la volontà di creare un’impunità di massa?

«E’ un effetto sicuramente voluto nella parte in cui fa riferimento a singoli interventi. La riforma dell’interesse privato in atti d’ufficio e dell’abuso d’ufficio ha reso praticamente impossibile punire i reati commessi dagli amministratori pubblici. La riforma delle intercettazioni renderà impossibile farle. In questi casi la volontà politica è evidente: il malaffare non deve essere scoperto. E, se proprio viene scoperto, non deve essere conosciuto dai cittadini. Insomma, l’inefficienza è cercata, perseguita e voluta. Ci sono poi altre situazioni in cui l’estensione dell’impunità è un effetto secondario. Come la riforma del falso in bilancio: ciò che interessava era fermare un singolo processo, poi la legge è rimasta lì e ora non c’è modo di punire condotte terribili per l’economia del paese».

Di controriforma in controriforma, il rischio è quello di svuotare la Costituzione.

Ma nell’elenco delle demolizioni in corso da parte del governo, c’è un progetto che lei considera più pericoloso per la democrazia?

«Metterei sullo stesso piano la riforma delle intercettazioni e l’inasprimento delle pene per i giornalisti e gli editori: il pericolo più grande per la democrazia è il bavaglio all’informazione. In realtà, con le ultime novità, non ci sarà bisogno di imbavagliare l’informazione: semplicemente non si faranno più intercettazioni e alla fine non si faranno nemmeno i processi».

E le riforme possibili? Ci sarà qualcosa che si può fare per rendere più rapidi i processi?

«Sono riforme solo teoricamente possibili. Perché la politica non vuole che la giustizia funzioni».

Ma mettiamo che all’improvviso l’Italia fosse obbligata ad adottare alcuni interventi, quali indicherebbe?

Tinti mette al primo posto la razionalizzazione delle circoscrizioni: in pratica, eliminare i tribunali troppo piccoli e frazionare quelli troppo grandi. Seguita subito dalla riforma delle notifiche. Oggi gli imputati devono essere avvertiti di ogni fase del processo; se non lo sono, tutto nullo. Fino al 2005 se ne potevano occupare anche le forze dell’ordine, poi questo è stato vietato e il compito è stato riservato alle poste o agli ufficiali giudiziari. Risultato: il numero di udienze andate all’aria è moltiplicato.

«Ma non è solo questo il problema: la vera riforma è concettuale. Un cittadino sottoposto ad indagine deve essere subito avvertito: “Guarda che ti facciamo un processo”, poi l’onere di informarsi di quello che accade dovrebbe essere suo. Non è possibile che lo Stato debba andarlo a cercare dappertutto. Occorre una inversione logica: una volta che l’imputato abbia nominato il suo difensore o ne abbia ricevuto uno d’ufficio, le notifiche dovrebbero essere fatte solo all’avvocato. E se il cliente si rende irreperibile peggio per lui. Ma questa riforma non si farà mai: le si oppongono sia l’ideologia delle garanzie, vere o finte che siano; sia l’interesse degli avvocati. Per gli avvocati le notifiche sono una manna: i processi si fanno saltare con le nullità delle notifiche; e così passa il tempo e si raggiunge la prescrizione».

E i magistrati? Il libro non li risparmia.

«Certo, la magistratura ha molte responsabilità. Ma non c’è la volontà di opporsi alle riforme che farebbero funzionare il processo. La mia critica verso i magistrati riguarda le logiche con cui vengono gestite le nomine dei capi degli uffici. O la strumentalizzazione dei rapporti di potere interni che viene fatta da alcuni per garantirsi carriere parallele: i posti di prestigio accanto a ministri e deputati; l’elezione a parlamentare, il “fuori ruolo” che da venti anni non fa il giudice ma sta in mezzo alla gente che conta. Logiche non trasparenti, talvolta inaccettabili e spesso anche immorali, con cui viene gestita la carriera dei magistrati».

Il volume ha una conclusione cupa. Tinti ammette di non essere riuscito a far nulla per migliorare la giustizia.

«Dal punto di vista concreto hanno vinto loro. E’ illusorio sperare che una classe politica in gran parte fondata sul malaffare ponga mano a una riforma concreta. A loro interessa solo quello che porta acqua al mulino dell’impunità. Ma sono anche ottimista. Perché c’è sempre più gente che comincia a spiegare all’esterno: “Guardate che vi stanno mentendo”. E c’è sempre più gente che sta rendendosi conto ...».

Piercamillo Davigo parla spesso della teoria del pendolo: ci sono momenti storici in cui fattori esterni, come la crisi economica o la congiuntura internazionale, determinano una richiesta di giustizia che non può più essere negata. A quel punto si torna a dare incisività all’azione penale.

«Ma questo significherebbe che il Paese è arrivato alla bancarotta. Però è vero, forse quando avremo toccato il fondo ci sarà un ricambio».

E infatti Tinti conclude ricordando il crollo dei Muro di Berlino: «Nessuno sa bene perché è crollato; però è successo e tutti cantavano ed erano felici. Un giorno anche la giustizia italiana cambierà; come è successo per il muro».




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sabato 31 gennaio 2009

L’A.N.M. al tempo della restaurazione ovvero un tema da approfondire seriamente






di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)




Faccio appello alla pazienza dei lettori del blog: non solo infatti tornerò sul c.d. “caso Salerno/Catanzaro”, ma le mie osservazioni dovranno necessariamente essere lunghe.

La vicenda in questione – la cosa è sotto gli occhi di tutti – ha ormai assunto l’aspetto di una melassa che tutto lega e tutto nasconde: nessuno sa più individuare la fine e il principio della storia e, come nella più classica lite tra coniugi, alla fine, non si sa neppure perché il bisticcio sia mai cominciato.

Insomma, al di là delle intenzioni di questo o quello, la questione – come temevamo – è stata oggettivamente buttata in caciara, sì che quasi tutti, stringendosi nelle spalle, finiscono per tornarsene ai loro affari rinunziando a capire cosa sia accaduto o stia accadendo.

Tutti, tranne Apicella, Nuzzi e Verasani che non possono tornare ai loro affari.

Non solo non possono tornare ai loro affari, ma non c’è giorno che non vengano rosolati da questo o quell’intervento di autorevoli esponenti della magistratura associata.

E non si può pensare che si tratti di stupidità o di malvagità.

Che fare? Trattare il merito del processo non si può. Polemizzare neppure. D’altra parte tacere sarebbe vile (come si fa a non difendere chi non può rispondere?).

Proverò dunque a battere una via di mezzo la quale non soltanto suoni come difesa dei colleghi, ma soprattutto tenti di darsi conto del perché tutto ciò accada.

Per fare ciò partirò dall’intervista rilasciata il 27 gennaio scorso da Giuseppe Cascini che, oltre a esser un valente magistrato, è segretario generale dell’A.N.M. (l'intervista può essere letta integralmente a questo link).

Afferma Cascini: «Per quanto riguarda Salerno e Catanzaro non abbiamo chiesto sanzioni disciplinari né abbiamo espresso valutazioni sulle decisioni degli organi preposti a esaminare disciplinarmente queste condotte».

Non controbatto (potrebbe sembrare polemico), ma “contrappongo”. Cosa? Né più né meno quanto riportato dalla stampa nazionale.

«Non abbiamo chiesto» afferma Cascini. Scrive (prima della “condanna”) La Repubblica del 10.1.2009: «E’ stato un cortocircuito giudiziario che richiede rapide risposte» (dichiarazioni Palamara). «Abbiamo preso atto con soddisfazione della tempestiva iniziativa del C.S.M. prima e oggi del Ministro» (dichiarazioni Cascini).

«Non abbiamo espresso valutazioni sulle decisioni» afferma sempre Cascini. Riferisce (dopo la “condanna”) La Repubblica del 20.1.2009: «E’ una risposta sollecita a una pagina nera della giustizia. Il sistema ha dimostrato di avere gli anticorpi» (dichiarazioni Palamara).

Giudichi il lettore se ci sia stato auspicio prima della “condanna” e plauso dopo. Io non debbo aggiungere nulla.

Del resto a me sembra una costante dei pronunciamenti dell’A.N.M. quella di affermare di non dire mentre si dice.

Si prenda i comunicato dell’A.N.M. del 10.12.2008:
«(…) quello che è sconcertante in questa vicenda, che sconcerta noi come magistrati e come cittadini e che crediamo sconcerti l’opinione pubblica, è lo smarrimento completo e assoluto di ogni regola e di ogni ragione, di talché l’esercizio del potere giudiziario si presenta all’esterno come arbitrario, sganciato da regole, incomprensibile.
Non è nostra intenzione esprimere valutazioni sul merito del provvedimento di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno, sulle finalità o sulle modalità esecutive adottate.
(…) Anche in questo caso è evidente si sono smarrite regole e ragione. Un magistrato non deve mai allontanarsi dalla regola e dalla ragione: solo questi sono i fari e i punti di riferimento della sua azione»
.

Ora è del tutto evidente che ciascuno è libero di avere le sue opinioni sull’accaduto (ci mancherebbe!). Quel che suona strano è che, a un tempo, si censuri e si neghi di censurare l’operato di Apicella & C.

Dite voi che leggete se si può affermare che la vicenda sconcerta, che si sono smarrite regole e ragione, che il provvedimento si presenta come arbitrario e, al tempo stesso, proclamare che non si intendono esprimere valutazioni sul merito del provvedimento.

Apro una breve parentesi. E’ del tutto evidente che ogni provvedimento dovrebbe essere in accordo con le regole del diritto e con le regole della ragione. Ma non è questo il punto della questione.

Il punto è – deve essere – che, se non si vogliono consegnare i giudici, legati mani e piedi ai voleri della piazza o agli interessi della politica, occorre chiarire chi debba stabilire se le regole appena indicate siano state o meno osservate.

La risposta (e dunque la regola da osservare nel caso che ci occupa) è la seguente: l’inosservanza delle regole di diritto (violazione di legge) o della ragione (contraddittorietà o illogicità della motivazione) sono giudicate dal giudice dell’impugnazione e non danno luogo a responsabilità disciplinare.

La competenza del “giudice disciplinare” scatta solo nel caso di provvedimento abnorme e cioè di provvedimento del tutto al di fuori dei poteri del giudice e degli schemi del diritto. Chiusa parentesi.

Ma torniamo alla “illogicità” del comunicato dell’A.N.M..

Esso (emanato – si badi bene – ben prima della “condanna” di Apicella & C.) afferma:
«Riteniamo di dover ricordare che il dovere di motivazione dei provvedimenti giudiziari consiste nella chiara e analitica descrizione delle ragioni di fatto e di diritto sulle quali il provvedimento si fonda. E che la riproduzione integrale di atti di indagine, affastellati tra loro e non inquadrati all’interno di un percorso argomentativo logico-razionale, da un lato, non aiuta a comprendere le ragioni di fatto e di diritto su cui il provvedimento si fonda e, dall’altro, determina un’impropria diffusione del materiale investigativo. Tale materiale, peraltro, proprio perché non filtrato da un ragionamento di ricostruzione di fatti, si presta ad uso distorto da parte di mezzi di informazione, i quali, per l’autorevolezza della fonte da cui l’atto promana, amplificano la confusione tra farti accertati e mere ipotesi o allusioni. Né può sottacersi il fatto che tra il materiale riprodotto nel provvedimento vengono riportati fatti attinenti alla vita privata di persone estranee all’indagine e privi di alcuna rilevanza investigativa, così come vengono riportati sospetti, insinuazioni e accuse rivolte dal denunciante a persone estranee all’indagine e nei confronti delle quali non è stato elevato alcun addebito, e che pertanto non hanno alcuna possibilità di difendersi.
Si tratta di conseguenze dannose, estranee alla finalità dell’atto e che sarebbe stato agevole evitare.
L’ANM reputa legittimo domandarsi quale sia la finalità di un tale metodo di elaborazione dei provvedimenti giudiziari ed interrogarsi se, al di là delle intenzioni, la stessa non appaia estranea alle ragioni e alle regole del processo penale»
.

Confesso di trovarmi nel più totale imbarazzo: per un verso infatti il comunicato ripete (o meglio anticipa) le accuse mosse dal P.G. presso la Cassazione e dal Ministro, sì che confutare il comunicato vorrebbe dire entrare, da parte mia, nel merito del procedimento; per altro verso se è corretto accettare rispettosamente le incolpazioni (salvo confutarle nel processo), non si vede perché si debbano accettare rispettosamente i documenti dell’A.N.M..

Non ho la minima idea se il fatto sia voluto o sia casuale. Certo è che le cose stanno così: l’A.N.M., dicendo di non affrontare il merito della vicenda, parla del merito e con questo espediente vorrebbe impedire che altri parlino del merito. Finisce, insomma, che del merito ne parla una parte sola e a senso unico, il che non mi sembra il massimo, se è il dialogo che si vuole.

Comunque stiano le cose, tenterò ancora una volta di tenermi nel mezzo e mi limiterò a evidenziare il parallelismo (cui sopra accennavo) tra documento dell’A.N.M. e incolpazioni mosse nella sede propria ad Apicella & C. (che si possono leggere a questo link) là dove si accusano questi ultimi:

- di aver adottato una motivazione costruita da riproduzione di atti di indagine, affastellati tra loro e non inquadrabili all’interno di un percorso argomentativo logico-razionale;

- di essersi così prestati a un uso distorto da parte dei mezzi di comunicazione;

- di aver riportato fatti attinenti alla vita privata di persone estranee all’indagine e privi di rilevanza investigativa;

- di aver comunque riportato accuse rivolte dal denunziante a persone estranee all’indagine;

- di aver causato un’impropria diffusione del materiale investigativo;

- di aver, in definitiva, redatto un provvedimento giudiziario abnorme.

Resisto stoicamente alla tentazione di confutare una per una le varie accuse, e mi limito a osservare quanto appresso.

Se le accuse mosse da PG e Ministro coincidono con quelle mosse dall’A.N.M., che senso ha affermare che «esiste la preoccupazione che il giudizio [della Sezione Disciplinare n.d.r.] entri nel merito dell’indagine» (intervista Cascini)?

Ma c’è un’altra contraddizione che merita di essere rilevata.

Afferma l’intervistato: «Non credo che ciò sia successo in questo caso [e cioè: non credo che il giudizio disciplinare sa entrato nel merito della giurisdizione. n.d.r.]: aspettiamo le motivazioni».

Sorge spontanea la domanda: «Come fai a credere che non sia successo se, per saperlo, occorre attendere la motivazione?»

Sembrerebbe che – a fronte di una oggettiva convergenza politica tra A.N.M., P.G. e Ministro – si senta il bisogno di prospettare l’accaduto come legittimo e comunque di rassicurare l’elettorato (si ricordi che le “correnti” che agiscono nell’A.N.M. sono le stesse che competono per la conquista del C.S.M.) mostrando che l’A.N.M. veglia in armi a tutela del costituzionale esercizio della giurisdizione.

Sembrerebbe – detto più chiaramente – che per un verso si senta il bisogno di rassicurare i magistrati che stia trionfando la legge e, per altro verso, questo trionfo dissimuli la vittoria non della giustizia, ma della “ragion di stato”: la magistratura – si dice – è debolissima a fronte dell’“attacco” politico; il clamore mediatico deformante dell’accaduto rende impossibile ogni difesa; si prospettano, all’orizzonte, terrificanti riforme del C.S.M., dunque – sembra si concluda – dobbiamo apparire decisi e non corporativi.

E infatti il Segretario generale dell’A.N.M. afferma, fuori dai denti: «Non siamo il sindacato di una corporazione (…) L’A.N.M. spinge per il rinnovamento. Una vecchia concezione corporativa tollerava opacità e collusioni».

A me sembra che non si possa parlare di “corporativismo-sì/corporativismo-no” se non esaminando attentamente le ragioni di Apicella & C.

Se infatti fossero assolti ovvero la condanna si rivelasse, ad un esame critico, del tutto illegittima (tesi da dibattere avanti al giudice disciplinare o dell’impugnazione) ci si dovrebbe interrogare (tesi da dibattere all’interno dell’A.N.M.) non solo e non tanto se la ragion di stato abbia prevalso sulla giustizia, ma, anche e soprattutto, se l’A.N.M. abbia adempiuto al suo compito o sia stata ancora una volta – e in un senso ben preciso – corporativa.

Mi spiego.

Ha ragione Cascini: “Una vecchia concezione corporativa tollerava opacità e collusioni” (il corsivo è mio).

Forse questo “vecchio” modo di essere corporativi, quando le correnti erano altra cosa, oggi non c’è più.

Ma – ed è questo uno dei risvolti politici della storia di Apicella & C. – può dirsi che non c’è più alcuna forma di corporativismo?

Il mondo post-comunista e globalizzato è veramente un altro pianeta: i governi “nazionali” si sono ridotti a governi “locali”, con incredibile accelerazione nei cambiamenti, con evidente caduta nel controllo del potere, con inevitabile dislocazione dei poteri politici fondamentali nei centri “tecnici internazionali”, con un corrosione del principio di legalità (nel senso che mentre esiste una società globalizzata, non esiste una corrispondente legalità globalizzata).

Nella notte della caduta delle ideologie, nella quale tutti i partiti sono bigi; nel mutarsi dello scenario ove si esercita il potere politico; nel costituirsi del potere politico sempre più come “potere” piuttosto che come “politico”, sono venute meno le assonanze ideologiche (salvo – qua e là – qualche onda lunga).

L’A.N.M. è divenuta a sua volta (come a suo tempo l’U.M.I. o la Consulta del Regno che ancora era operante negli anni ‘70) un’enclave dove si confrontano soggetti (le correnti) sorte in altra epoca, su altre problematiche, con altri fini: questi soggetti, come pugili suonati, seguitano a ripetere meccanicamente comportamenti e schemi di lotta che avevano significato sul ring di un’epoca tramontata.

La distinzione tra le correnti è oggi più formale che sostanziale se si assume come parametro quella della fuoriuscita da un sistema che in nulla produce giustizia.

Intendo dire che politicamente non c’è grande differenza tra le correnti perché esse rispondono in modo sostanzialmente identico al quesito di fondo: alla domanda “volete mantenere in vita l’attuale sistema?” esse, nei fatti, rispondono sì.

Le correnti hanno dato vita a un sistema che le rende diversissime da quelle di un tempo: un sistema (che ho osato chiamare “regime” in un articolo che si può leggere a questo link, non volendo offendere nessuno ma cercando di individuare le sue caratteristiche oggettive) che, tra l’altro, rende gli apparati del tutto prevalenti sugli appartenenti.

Un tempo le correnti avevano tra loro idee diverse sulla magistratura e sul suo ruolo, ma tutte cercavano di difendere l’indipendenza in iudicando dei magistrati.

Oggi sembrerebbe che le correnti abbiano un’idea comune della magistratura e del suo ruolo, ma – questo è il tema che pongo nel modo più cortese possibile – sembra che considerino il ruolo dell’attuale C.S.M. e degli apparati ad esso collegati un bene più grande dell’indipendenza di chi è chiamato a giudicare (o a indagare).

Sembrerebbe dunque (vorrete prendere nota del garbo insito sia nell’uso del verbo “sembrare” sia nell’uso del modo condizionale) che si ammicchi al potere politico dicendo “Che bisogno c’è di cambiare, ci sono qui io a garantire il minimo di sudditanza necessario”.

Il Segretario generale è, sul punto, inequivoco.

A domanda («Il vicepresidente Mancino ha proposto una diversa composizione del C.S.M.») risponde: «Si può ragionare sulle modifiche della legge elettorale, ma ferma restando la composizione. Non siamo favorevoli alle proposte che diminuiscono il numero dei membri eletti dai magistrati».

Intendiamoci: puntualizzo e affermo di essere contrarissimo a un “nuovo” C.S.M. che, abdicando ai valori attualmente riconosciuti dalla Costituzione, costituisca un guinzaglio al collo della magistratura.

Affermo però che non sarà evitata alcuna abdicazione se il “vecchio” C.S.M. dovesse iniziare a fare quello che si vorrebbe facesse il “nuovo” C.S.M..

Detto brutalmente: se devo essere fucilato da magistrati che si dicono imparziali e dietro i quali si nasconde un potere politico ignoto, preferisco essere fucilato dal Ministro che è noto e se ne assume la responsabilità politica.

Confrontarsi su questi temi “laicamente” (senza stracciarsi le vesti perché si parla male di Garibaldi, senza sentirsi offesi, senza sentire messa in dubbio la propria buona fede, etc etc) credo possa giovare non poco al corretto assetto della magistratura e dunque la Paese.

Parlarne però non all’insegna del generalia non sunt appiccicatoria, ma alla luce del caso Apicella & C, nel concretissimo dell’esercizio del potere disciplinare che, come è noto, può, in astratto, costituire strumento di auspicabile bonifica ma anche bavaglio inaccettabile: dunque va esaminato nel concreto, con la massima attenzione e vedendo se le incolpazioni si prestino ad essere “massimate” sì da non costituire pericolo per il futuro.

Un’ultima osservazione cui non posso sottrarmi perché ce l’ho di traverso nella strozza.

Si parla, ad un certo punto dell’intervista, della necessità di recuperare immagine anche colpendo i «magistrati che non agiscono o, peggio, i magistrati collegati o collusi con ambienti di potere».

Chiede l’intervistatore: «E’ accaduto in passato?» Risponde il Segretario generale: «Mi viene in mente una vicenda collegata al procuratore Apicella. Nel 2004 fu avviato un procedimento per trasferimento di Ufficio per incompatibilità ambientale. Il fratello del procuratore era stato indagato, dal suo stesso ufficio, per appartenenza ad organizzazione criminale di stampo camorristico. Il fratello del procuratore poi fu assolto, ma il procuratore Apicella non fu mai trasferito. Il C.S.M. decise a maggioranza. Per un voto».

Ma tu guarda combinazione! Tra tanti possibili esempi – zacchete! – cosa ti ripesca la memoria? Il caso Apicella (conclusosi felicemente) di quattro anni or sono,dato che altri esempi proprio non ce n’erano!

Mica si è voluto alludere al fatto che Apicella è un tipaccio; mica si è voluto sottolineare che se non son buone le ragioni di oggi, per trasferirlo, erano buone le ragioni di ieri; mica per dire che il C.S.M. è come il vino, col tempo migliora: ieri mancò il colpo per un voto, ma vedi un po’ oggi come sono perfezionati i metodi!; mica perché l’A.N.M. “vuole morto” Apicella.

Ci mancherebbe altro. Si è parlato così tanto per fare un esempio.

Dopo tutto se al Segretario generale dell’A.N.M. fanno una domanda, dovrà ben rispondere (beninteso, senza entrare nel merito). O no?




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giovedì 25 dicembre 2008

Riflettendo per Natale (prima parte)




di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Cari amici del blog,

noi non ci conosciamo eppure ciò che ci unisce è talora più forte di ciò che accomuna tante persone che si frequentano abitualmente: ci lega infatti una forte passione civile (che, per fortuna, anima anche molti altri che ignorano o comunque non frequentano il nostro blog) la quale continuamente ci sprona, ci interroga, ci anima.

Ho così pensato di inviare a tutti alcuni pensieri che possano portare un qualche contributo ad una meditazione personale sulla giustizia e sulla politica.

E’, per dir così, la mia “lettera di Natale” (definirlo un regalo, mi sembrerebbe in verità eccessivo se non addirittura presuntuoso).

Credo infatti che il Natale, se non vuol essere ridotto al trionfo della paccottiglia, debba essere comunque un momento di meditazione forte: per i credenti essa avrà ad oggetto il Signore che viene; per i laici i tempi che vengono e i compiti che ci attendono. Per gli uni e per gli altri un tempo prezioso di meditazione sulla realtà e di rivisitazione delle proprie idee.

Credo doveroso rimarcare in premessa che (come sarà più chiaro nel seguito del discorso) le argomentazioni che seguono in nessun modo intendono adempiere alla funzione di grillo parlante o di maître à penser: sono solo una delle possibili forme, tra le tante, che può assumere l’impegno politico.

Nessuno è perfetto – tanto meno chi scrive – e dunque bisogna capire che le critiche non sono affatto un presupponente ergersi sugli altri, ma un contributo al corretto funzionamento del sistema democratico, nel quale il “controllo” non assume solo forme istituzionali (magistratura, opposizione parlamentare, etc.), ma anche (ancor di più?) le forme di una pubblica opinione informata e non manipolata.

Dopo questa lunga premessa, vengo al punto, anzi ai punti.

Sempre più spesso vedo qua e là accendersi barlumi di disperazione: a che serve questo nostro parlare? Come possiamo illuderci di cambiare totalmente il sistema?

Rispondo subito che, come diceva Kafka (mi sembra nel “Cacciator Gracco”): “la guarigione è una malattia che si cura a letto”.

Chiunque si illude di poter stravolgere la natura “malata”/“ambigua” delle umane cose, puntando a una piena reintegrazione tutta buona e santa, è destinato a finire male: ha, per l’appunto, una malattia che va curata a letto.

Egli è destinato, sul piano personale, a finire come il dott. Jekil, perché è quella la fine di chi, per dirla con Jung, non integra la sua “ombra”; sul piano politico poi, non potendo che coltivare il “messianesimo politico” o si sfiancherà in attesa del mondo nuovo o seminerà lutti e dolori al fine di costruire il nuovo Eldorado.

Credo più saggio battere un’altra strada: quella, per la precisione, che pensa occorra puntare a un mondo vivibile e – così come accade per le persone il cui impegno etico, restringendo gli spazi ai loro “vizi”, le rende frequentabili – occorra impegnarsi politicamente, poiché questo impegno, restringendo gli spazi all’“ombra” della società, faccia sì che il mondo non sia né perfetto né diabolico, ma, per l’appunto, vivibile.

Dunque nessuna disperazione per quel che capita nel 2008, perché i nostri padri, nel 1938, non è che se la spassassero bellamente e neppure i nostri trisavoli dovevano vivere una vita dorata se è vero, come è vero, che nel 1838 il nostro Gioacchino Belli andava scrivendo:

C’era una volta un re che dal palazzo
manno’ fora a li popoli ‘n’editto:
io so’ io e voi nun sete un cazzo,
sori vassalli buggiaroni e zitto.


Nulla di nuovo sotto il sole: sempre la solita fatica di fare da contrappeso al potere che vuole mandare ai vassalli i suoi editti.

La democrazia non è una stagione necessaria e duratura: può anche non arrivare e può addirittura dissolversi dopo breve tempo.

Non dunque miracoli, ma impegno quotidiano tenace e apparentemente minimale per restringere gli spazi all’ombra.

Già, ma, concretamente, cosa fare?

Vorrei partire dall’art. 49 della nostra Costituzione, il quale recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Ho l’impressione che questo articolo tradisca una sopravvalutazione dell’attività dei partiti da parte dei padri costituenti.

O meglio una sottovalutazione delle conseguenze che detta attività avrebbe comportato.

Mi spiego. Chi usciva dall’epoca fascista (col partito unico e tutto quel che ne seguiva o che precedeva) era naturalmente portato a identificare partiti con metodo democratico e metodo democratico con determinazione della vita nazionale, sì che, saltando il medio, ne conseguiva che i partiti erano chiamati a determinare la politica nazionale, nel che propriamente consisteva il metodo democratico.

Il che è profondamente vero o profondamente falso, a seconda che si dia per vera o per falsa un’ulteriore affermazione: che il nocciolo della democrazia siano i controlli del potere così come in precedenza ho indicato.

Comunque stessero le cose nella testa dei padri costituenti, fatto è che, nei fatti, la seconda metà del secolo scorso ha visto tutelato più il potere dei partiti che il sistema dei controlli.

Meno che meno si sono adottati i “contrappesi” necessari per bilanciare i meccanismi degenerativi che la spasmodica ricerca del consenso ha necessariamente indotto.

Al grido di “voto non olet”, tutto è stato vissuto nell’ottica della competizione elettorale e tutto, in nome di quest’ultima, è stato ritenuto lecito.

Ne è così derivato non solo che, se non tutti, certo troppi, abbiano cercato di “appartenere” a un partito (per riceverne ombrello protettivo e comunque utilità), ma che il governo più che “guidare” il popolo ha finito per esserne guidato per il tramite del dio-sondaggio.

Lo scambio avviene sulla base della seguente regola: “voi date il potere a me, io do ciò che chiedete a me”.

E’ del tutto ovvio che, essendo l’animo umano quel che è, il bene comune è andato rapidamente a farsi fottere e la stella polare è divenuto il tornaconto dei più.

Ora se questi “più” fossero tutti malvagi, ci sarebbe ben poco da fare (tranne che un’opera educativa difficilissima e dai tempi assai lunghi).

Ma il fatto è che molti tra i più sono manipolati, disinformati, illusi.

Dunque è necessario aprire loro gli occhi non solo e non tanto sulle trame dei “cattivi”, quanto, assai più, sulla complessità dei problemi, sulla “utilità” dei valori, sulla truffaldinità di molti rimedi propalati come miracolosi, e via dicendo.

Chi può compiere questa opera certamente culturale, ma, altrettanto certamente, squisitamente politica?

Non certo chi “appartiene”. Ma qui corre aprire una breve parentesi.

Se è vero che i partiti non sono la panacea, è anche vero che essi sono necessari per il convogliamento del consenso.

E se sono necessari debbono, almeno in certa misura, creare appartenenza e prospettarsi come i migliori, senza macchia e senza paura.

Bisogna accettare che tutto ciò, entro certi limiti, avvenga.

Non sto negando ciò che sopra ho affermato: sto dicendo che lo strumento-partito, per necessario che sia, ha i suoi limiti (che occorre accettare), i quali, se non contenuti, tendono a causare una degenerazione del partito (che occorre combattere risolutamente).

Non bisogna dunque combattere i “partiti” in quanto tali, ma mettere in moto delle tendenze che impediscano non già il loro limite (che esiste necessariamente), ma la loro degenerazione (che ben può essere evitata).

Chiusa la parentesi, torno ad affermare che il contrappeso alla degenerazione è l’impegno di coloro che individuano la loro politica in un impegno senza appartenenza, libero da interessi di parte, pronto alla critica (ma anche all’autocritica).

Mentre chi sceglie (legittimamente e realisticamente) l’impegno nei partiti, realizza il suo scopo con la conquista del consenso e l’esercizio del potere, color che scelgono (altrettanto legittimamente e realisticamente) l’impegno nelle forme della non-appartenenza, realizzano il loro scopo per ciò solo che non appartengono, che rinunziano all’esercizio del potere per poterne liberamente criticare le distorsioni, le ambiguità, le degenerazioni, senza pretesa di infallibilità, ma anche sine spe nec metu.

Cari amici del blog, non chiedetevi dove dovrete mai approdare: siete già arrivati.

Pensate liberamente, riflettete su ciò che fareste se foste carichi di responsabilità, e, come avete liberamente pensato, altrettanto liberamente parlate e diffondete il vostro pensiero e le vostre critiche.

Nel blog o altrove poco conta: non siamo un partito, ma se mai una “rete”.

E’, il nostro, un sogno? Può darsi, ma, come diceva, Magritte, “il mio sogno vi sveglierà”.

Credo che tutti noi si sia molto più realisti di coloro che, proclamandosi realisticissimi e concretissimi, privi di ogni utopia, ci hanno condotto in un mondo invivibile economicamente, ambientalisticamente e moralmente.

Costoro non hanno titolo alcuno per criticare i nostri sogni. Che comincino a sognare per contrapporre, come è giusto, i loro sogni, e non i loro interessi, al nostro discorrere. Che accettino in pace santa le critiche nelle quali si esercita il nostro modo di fare politica.

Già le critiche. Se mai c’è un segno dei tempi, questo è il fastidio e l’irrisione che vengono riservati a chi osa criticare il potere: dal governo all’A.N.M. (se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi) chi critica è un comunista, un utopista (leggi: è un fesso), uno squilibrato, uno sfascista, etc etc.

La storia è vecchia: «Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo è strano che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi?” (…) Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?” E lo cacciarono fuori» (Vangelo di Giovanni).

Il cieco nato non voleva insegnare nulla a nessuno, anzi per verità non capiva neppure ciò che gli era accaduto. Ma non sapeva mentire e diceva quel che pensava.

Ciò era intollerabile per i farisei costituiti in potere.

Il grado di democraticità di un potere lo si ricava dalla sorte riservata alle critiche.

“Eppure mi ha aperto gli occhi” proclamava il cieco nato; “E pur si muove” ripeteva testardamente Galilei.

L’uno e l’altro proponevano al Potere la “loro” verità, ma questa non fu accolta.

Per “accogliere” qualcuno o qualcosa occorre non essere ingessato nel proprio interesse e accettare il limite altrui.

Se chi sarà oggetto delle nostre critiche non farà prevalere il suo interesse; se non ci sbatterà in faccia il suo “io son chi sono e mi s’ha da portare rispetto”; se, soprattutto, in nome del nostro disinteresse sarà benevolo nei confronti dei nostri limiti e dei nostri errori, vorrà dire che il nostro impegno produrrà un effetto ben maggiore di chi si illude di modificare “dal di dentro” la logica dell’appartenenza.

Se, al contrario, non saremo accolti, state sicuri che i nostri “eppure” faranno, alla lunga, assi più rumore di qualsiasi impegno partitico, perché, come dicevano i medievali, bonum est diffusivum sui: ciò che è bene è, per sua natura, destinato a diffondersi.




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venerdì 19 dicembre 2008

L'A.N.M. disvelata in diretta TV






di Achille




Ieri (18.12.2008), nella trasmissione televisiva Annozero è stato trattato nuovamente il caso delle inchieste del collega Luigi De Magistris fermate in modo diciamo (eufemisticamente) anomalo (basti, per tutto, l’“impensabile” avocazione disposta dal P.G. Dolcino Favi in assenza di qualunque norma di legge che la consentisse).

La trasmissione è stata molto interessante sotto tanti profili. Ben fatta. Documentata. Coraggiosa.

In particolare, a me pare sia stata di estremo interesse la partecipazione del Segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Cascini.

Le cose dette dal Segretario dell’A.N.M., il modo con cui le ha dette, le cose che ha taciuto, tutto insomma costituisce la migliore (o forse dovrebbe dirsi la peggiore) rappresentazione di ciò a cui l’A.N.M. è ridotta e il più clamoroso disvelamento delle ipocrisie sulle quali la sua azione si fonda.

Nessun discorso, nessun ragionamento potrebbe descrivere le responsabilità dell’A.N.M. meglio dell’intervento del suo Segretario generale ad Annozero di ieri.

Consiglio a tutti di vedere e rivedere quella trasmissione (l’intero video è a questo link).

Riporto qui da Youtube, per maggiore comodità di consultazione, TUTTI gli interventi del Segretario generale dell’A.N.M., nel contesto in cui si sono svolti, divisi in tre brevi video.

Guardandoli si potrà constatare che:

1. Il Segretario dell’A.N.M. parlava con imbarazzo e difficoltà di dire qualunque cosa.

Perché la verità è che, avendo l’Associazione una posizione ambigua e insincera, non è possibile per alcuno esprimerla in maniera chiara e serena.

Il Segretario parlava a fatica, assumendo espressioni imbarazzate e imbarazzanti.

Ha utilizzato argomenti fumosi, sfuggenti e palesemente pretestuosi. Il più ridicolo e retorico di tutti: dire che dopo avere letto il decreto di perquisizione di Salerno aveva capito della storia meno di prima.

Sul punto Di Pietro è arrivato a deriderlo dicendogli: “Cascini, lo ha capito anche mia sorella che ha la quinta elementare, quindi credo siano in grado di capirlo tutti”.

Di Pietro ha avuto anche agio di dirgli: “Cascini tu guardi la forma e in nome della forma uccidi la sostanza”.

A queste osservazioni il Segretario dell’A.N.M. ha reagito con delle smorfie di sofferenza sul viso, ma senza alcuna capacità e possibilità di articolare risposte convincenti.


2. L’unico obiettivo che è sembrato avere, nel merito, e che ha perseguito con ostinata determinazione era denigrare l’indagine di Salerno, dopo avere premesso - con falsa retorica - di non volere entrare nel merito.

Nulla ha ritenuto di dire della inaccettabile illegittimità del comportamento dei magistrati di Catanzaro. Sul punto è dovuto intervenire il prof. Grevi.


3. Di tutte le cose che ha detto resta solo l’evidente “necessità” di “dare copertura” politica a ciò che (di male) è stato fatto a Roma.


Il guaio grave è che il problema che aveva ieri il Segretario generale dell’A.N.M. non era né di metodo né di capacità espositive (nelle quali lui pure, come anche il Presidente dell’A.N.M., non brilla, essendo entrambi vanamente retorici e fastidiosamente fumosi), ma di sostanza.

Ciò che emerge è, a mio parere, che, come ho già detto, Cascini “non poteva” assumere una posizione chiara e convincente perchè aveva l’esigenza “politica” di DARE COPERTURA a una scelta “politica” consistente nel fare fumo e caciara per chiudere una partita vergognosa facendo finta di credere che si sia trattato di una bega di terz’ordine fra singoli magistrati, cacciando brutalmente i quali (alcune osservazioni sul punto sono a questo link) non c’è più nient’altro da dire e da fare.

Sulla falsità e pretestuosità della ricostruzione dei fatti come una “guerra fra procure”, rinvio agli articoli che possono leggersi nel blog ai seguenti link:

Panni immondi

Il dito e la luna

Non consentiamo che la si butti in caciara

Le inchieste di De Magistris e la mistificazione che logora la credibilità dei magistrati

Marco Travaglio: “La guerra tra Procure è una balla”

Cosa sta veramente succedendo a Catanzaro. Lo scontro finale tra politica e magistratura.

Generalia non sunt appiccicatoria: ovvero della posizione assunta dall’A.N.M. nella vicenda di Catanzaro


Ridicolo l’inutile e retorico fervorino finale sulle cose che “interessano di più” il Segretario dell’A.N.M..

In sintesi, direi, penoso e tragico.

E in ogni caso, comunque la si pensi, “politicamente” suicida.

Non a caso, le posizioni di Cascini sono risultate in perfetta sintonia con quelle espresse dall’avv. on. Ghedini. Per chi potesse avere dubbi su tutto il resto, una vera garanzia.

Certo fa molta impressione vedere un esponente di Magistratura democratica (la corrente a cui appartiene Cascini) in così tanta sintonia con il potere. Bisognerà rassegnarsi al fatto che la corrente che ha sempre sostenuto di volere una giustizia vicina ai più deboli oggi è decisamente solidale con i più potenti.

L’A.N.M. può tranquillamente continuare a scrivere comunicati degni dei migliori artifici retorici vetero democristiani, pieni di “convergenze parallele” e altisonanti paroloni pieni solo di fumo e retorica.

Purtroppo i fatti hanno una loro durezza che non sarà possibile scalfire per questa via.

Il “caso Catanzaro” (quello che mistificatoriamente si è cercato di far passare per il “caso De Magistris”) ha questo di terribile: che ha una tale forza dei fatti che la negazione ostinata degli stessi condanna i negatori (praticamente tutti i vertici - istituzionali e associativi - dell’autogoverno della magistratura) al suicidio politico.

Difendendo le posizioni difese obliquamente nel documento dell’A.N.M. e clamorosamente in tv dal suo Segretario generale, i vertici della magistratura restano nudi davanti a tutti e appaiono per ciò che sono.

Una politica di ambiguità e compromessi (politici) cessa di essere praticabile e resta davanti a tutti solo l’evidenza.

Contro quella non basteranno difese corporativo/correntizie come quelle dell’A.N.M. né mille altre uguali.

I correntocrati hanno vissuto e fatto carriera per anni su un “ruolo” politico consistente nel promettere al potere il “controllo” dei magistrati e ai magistrati la difesa dal potere.

Oggi questo “giochino” da politicanti si è infranto per sempre.

Da una parte, i magistrati da oggi sanno che i vertici - istituzionali e associativi – del loro autogoverno stanno con il potere e, al bisogno, contro la loro indipendenza (va in onda in questi giorni la più clamorosa interferenza del potere amministrativo su quello giudiziario, perpetrata da un C.S.M. che di fatto blocca le inchieste valutando come fonte di incompatibilità (?) ex art. 2 delle guarentige il merito delle stesse).

E dall’altra parte il potere non sa più che farsene di “mediatori” come questi.

Dunque, l’autogoverno si avvia alla morte.

Che forse ci sarebbe stata comunque – perché corrisponde a deplorevoli interessi anticostituzionali del potere contemporaneo –, ma sarebbe stata almeno una morte gloriosa, sulle barricate della difesa della giustizia e della indipendenza dei magistrati.

Invece ci sarà e sarà una morte ignominiosa.

E questa, più di tutte, mi pare la responsabilità storica di questi correntocrati.

Gli ultimi ricordi dell’autogoverno saranno le violazioni del segreto da parte di Mancino, le anticipazioni di giudizio a mezzo stampa di Bergamo, le condanne preventive di Vacca, le procedure ex art. 2 in malainterpretazione della legge sulle guarentige, la pioggia di annullamenti del T.A.R. per le più diverse nomine affette dalle più diverse illegittimità. L’unanimità su provvedimenti indifendibili anche solo giuridicamente. L’ipocrisia e le menzogne.



Video 1 - La requisitoria del Segretario dell’A.N.M. contro il decreto di perquisizione di Salerno.






Video 2 – Le chiacchiere e gli espedienti retorici. Come dice Di Pietro: nascondere la sostanza con l’alibi della forma. La sorella di Di Pietro che capisce ciò che sfugge al Segretario dell’A.N.M..






Video 3 – L’inutile fervorino.








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sabato 13 dicembre 2008

Generalia non sunt appiccicatoria: ovvero della posizione assunta dall’A.N.M. nella vicenda di Catanzaro






di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





In momenti come questo costa una certa fatica a prendere le distanze dall’A.N.M., ma credo necessario, senza presunzione alcuna di verità, non unirmi al coro laudatorio che ha accolto – nella mailing-list dell’A.N.M. – il comunicato dell’Associazione sulla vicenda Salerno/Catanzaro che può essere letto a questo link.

Lo dico dopo aver detto chiaramente ciò che penso dell’attacco all’assetto costituzionale della magistratura [l’articolo è a questo link: ndr].

Ma, con altrettanta chiarezza e per quel pochissimo che conto, sento il dovere leggere criticamente il comunicato cui sopra accennavo.

Una lettura critica che farò passo passo, insieme a voi lettori, perché sia chiaro che essa non è frutto né di partito preso né di pregiudiziale antagonismo.

Il comunicato inizia rilevando che il caso Salerno/Catanzaro ha causato sconcerto e preoccupazione; che l’eccezionalità del caso è stata adeguatamente affrontata col tempestivo intervento del Capo dello Stato e della Prima Commissione del C.S.M.; che spetterà al C.S.M. ricostruire i fatti e adottare i provvedimenti consequenziali.

Fin qui tutto condivisibile e anche, mi si perdoni, tutto un po’ eau fraîche.

Subito dopo, il comunicato individua correttamente il compito dell’A.N.M.: in una “fase così delicata per la magistratura italiana” – si afferma – l’A.N.M. deve effettuare un “meditato approfondimento” e ha un preciso “dovere di chiarezza di posizione”.

Il comunicato si addentra poi sulla critica ai provvedimenti delle due procure (critica per molti versi condivisibilissima).

E’ però del tutto evidente che siffatta critica in nulla e per nulla costituisca “meditato approfondimento”, dato che anche il più sprovveduto dei cittadini è in grado di affermare che “in questo caso si sono smarrite regole e ragione”: non c’è bisogno di essere laureato in giurisprudenza per capire che, se due carabinieri montano la guardia allo stesso fascicolo, forse c’è qualcosa che non funziona.

Il “succo” politico del comunicato sta nelle ultime diciotto righe e lì, mi dispiace dirlo, non si approfondisce un bel niente e tanto meno si prende una posizione chiara.

Non basta infatti rilevare che la vicenda “va letta nel più ampio contesto calabrese. Una terra difficile che è per molti versi simbolo dei mali del nostro Paese e che non deve essere abbandonata”.

Non basta dire che per troppi anni “si è accettato” (prego notare l’impersonalità dell’espressione) che “alcuni uffici” (chi sa quali mai saranno?) non hanno esercitato i propri compiti.

Tanto meno basta dire che si è dalla parte di chi lavora e di chi rispetta le regole (e ci mancherebbe il contrario!).

Nossignori non basta proprio.

Ma che altro deve succedere perché la retorica sia soppiantata da un parlare chiaro, da un’autocritica profonda che giunga a cogliere le cause strutturali di siffatti danni in modo da suggerire rimedi diversi da quelli che appaiono, ahimè, all’orizzonte.

Possiamo cambiare – si dice – solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno.

Benissimo, non si può non esser d’accordo. Occorre dare un taglio con un certo passato e con l’escalation che ha condotto al caso Salerno/Catanzaro.

Ma allora occorre dire chiaro e tondo non che “si è accettato”, ma che “il C.S.M. ha accettato” e che l’A.N.M. non ha protestato.

Occorre indicare, chiamandoli con nome e cognome, quali siano gli uffici giudiziari gestiti da persone inadeguate.

Occorre anche indicare di quali “inadeguatezze” si tratti e se, esse, per avventura, non siano mere incapacità gestionali (pur esse gravissime), ma, in tesi, commistioni e compromissioni simili a quelle ipotizzate dalle indagini da cui sono derivati i vari “casi” calabresi (e non).

Occorre soprattutto risalire alle responsabilità “politiche” in seno all’A.N.M., rivisitando il passato e chiamando chi di dovere a rendere il conto della sua gestione.

Perché non è accettabile che, nel mentre si afferma che la situazione è così grave da costituire ottimo pretesto per “aumentare il controllo della politica sulla magistratura”, ci si rifiuti di pretendere che chi ha rotto il vaso paghi il conto.

Il metodo di deprecare in generale è praticatissimo e collaudatissimo.

E’ di ieri la notizia che il capo della protezione civile ha solennemente dichiarato che le inondazioni in atto sono il frutto dello scempio idrogeologico e dell’abusivismo edilizio.

Intere generazioni di palazzinari hanno rabbrividito al solo pensiero che, ove avessero proseguito nella loro opera di cementificazione, avrebbero potuto essere colpiti da analogo pericolosissimo anatema.

Anche santaromanachiesa chiede spesso perdono per fatti commessi dai cinquecento ai mille anni or sono, così terrorizzando tutti coloro che tradiscono hic et nunc il Vangelo, non potendo costoro sopportare l’idea di dover chiedere perdono (ovviamente per mezzo dei loro eredi) tra mille o, peggio, tra soli cinquecento anni.

Così pure, se mai in Calabria ci siano sacche di malaffare nell’amministrazione della giustizia, esse saranno annichilite apprendendo che l’A.N.M. è “dalla parte di quei tanti magistrati che lavorano con rigore, giorno dopo giorno, nel pieno rispetto delle regole”.

Siffatti sistemi cerchiobottisti sono inaccettabili.

E’ soprattutto inaccettabile che non si passi al setaccio quella “terra difficile”, in modo da accorgersi dei “casi” prima e non dopo che essi accadano (i casi sono sempre annunciati da segnali premonitori).

Per non apprendere dai giornali che un Procuratore, andato in pensione, è divenuto factotum di persona in odore di mafia, la cui moglie prestava servizio quale solerte segretaria del detto Procuratore.

Occorre insomma un momento di rottura con il passato che, per un verso, costituisca forte discontinuità con le prassi “correntizie” e corporative e che, per altro verso, così facendo, sia in grado di contrapporre una riforma edulis alla riforma satana che sembra essere alle porte, portata in trionfo da quegli stessi politici che per tanti anni hanno, per così dire, inzuppato il pane nel sistema correntizio, il quale ottimamente si prestava a soddisfare i loro interessi di parte (il sistema infatti era ed è del tutto funzionale a soddisfare le speranze di coloro che vogliano mettere nei posti che “contano” non già l’uomo giusto, ma l’uomo “loro”).

Il prevalere dell’appartenenza sull’idoneità funzionale è stata la crepa che ha fatto sì non già che “si” accettassero persone inadeguate, ma che “correnti” ben individuate, guidate da persone con nome e cognome, accettassero, in correità con settori della vita politica, dette persone.

Questo sistema va cambiato.

Che ci sia o meno determinazione a cambiarlo si desume anche da un semplice comunicato: chè se esso è ispirato alla retorica di sempre, è ragionevole pensare che si vuole che tutto seguiti a essere come prima.

Il che oggi non solo è politicamente inaccettabile, ma è, prima ancora, una pia illusione.

Nulla più sarà come prima e tutto cambierà: si tratta solo di vedere se conformemente ai valori recepiti dalla costituzione o in contrasto con essi.

Mi soccorre – se è lecito paragonare le piccolissime cose alle grandi – per chiarire il mio pensiero un brano evangelico.

Ricorderete quando Gesù invita il giovane ricco ad abbandonare tutte le sue ricchezze e a darle ai poveri.

Il giovane – conclude l’evangelista – “se ne andò triste perché aveva molte ricchezze”.

Non si trattava di un cattiva persona: al contrario il Vangelo ci dice che osservava tutte le prescrizioni religiose.

Giunto però al cuore della scelta, non ha avuto il coraggio di saltare il fosso, abbandonando il “sistema” che gli dava tranquillità e potere.

Nulla di nuovo sotto il sole. So bene che nell’A.N.M. ci sono molte, degnissime persone.

Mi permetto però di affermare che proprio le buone intenzioni che le muovono dovrebbero spingerle oggi a “saltare il fosso”, abbandonando, per libera convinta scelta politica, un sistema che fa acqua da tutte le parti, per evitare di trovarsi domani in un sistema scelto da altri, dove le loro buone intenzioni – oggi pressoché inutili – risulteranno del tutto impossibili da realizzare.

I comunicati, specie se meramente retorici, contano quanto il due di spade quando la briscola è coppe: in “guerra” serve ben altro, come ben evidenziava il Giusti:

Che i più tirano i meno è verità,
posto che sia nei più senno e virtù,
ma i meno, caro mio, tirano i più,
se i più trattiene inerzia o asinità.
Metti che quattro mi bastonin qui
e là ci sian dugento a dir di no.
Poi sappimi dir come starò
con quattro indemoniati a far di sì
e dugento citrulli a dir di no.


Figurarsi – aggiungo io – se gli indemoniati sono dugento e i citrulli quattro: è proprio il caso di dire “io speriamo che me la cavo”.



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