Dire che Sigfrido Ranucci non fosse in pericolo, in senso assoluto, sarebbe improprio; ma è altrettanto improprio accettare senza filtro la rappresentazione pubblica che ne è stata data. Sappiamo di un episodio intimidatorio reale, ma la ricostruzione emersa nel 2026 ha alimentato la tesi di un’azione pensata anche per apparire più minacciosa di quanto fosse nella sua concreta portata materiale. La formula più corretta, allora, è questa: non un attentato inventato, ma un attentato concepito per sembrare più di quello che era.
La vicenda Ranucci è diventata in breve tempo un simbolo conteso. Da un lato, il giornalista è stato presentato come bersaglio esemplare di un clima ostile verso chi indaga il potere; dall’altro, la sua figura è stata elevata a emblema utile a certi settori della magistratura e dell’area progressista per ribadire, ancora una volta, che ogni riforma della giustizia nasconderebbe un disegno di compressione dell’indipendenza. È una scorciatoia retorica comoda, ma proprio per questo sospetta.
Il problema non è Ranucci. Il problema è il modo in cui il suo caso viene piegato dentro una contesa più grande, dove la prudenza scompare e resta solo la propaganda. Se un giornalista minacciato diventa il vessillo di una parte, il suo pericolo reale non viene smentito: viene strumentalizzato. E quando si strumentalizza un pericolo reale, o un pericolo amplificato nella sua resa pubblica, si indebolisce anche la credibilità di chi lo richiama con sincerità.
Lo stesso vale per il referendum sulla giustizia. Il comitato per il No ha insistito nel dipingere la riforma come un attacco frontale alla magistratura, quasi che ogni revisione dell’assetto costituzionale fosse di per sé un atto di aggressione istituzionale. Ma se il tono dell’allarme supera il contenuto delle norme, il risultato si rovescia: non si dimostra che l’indipendenza fosse davvero in pericolo, si dimostra che la si è trasformata in una bandiera politica.
Ed è qui che l’applauso dei magistrati a Ranucci pesa più di molte dichiarazioni. Non perché un applauso sia uno scandalo, ma perché rivela un orientamento pubblico in un momento di massima esposizione simbolica. La magistratura può anche solidarizzare con un giornalista minacciato; ciò che non può fare, senza pagare un prezzo in termini di immagine istituzionale, è comportarsi come se i propri gesti non avessero alcuna valenza politica.
La verità, scomoda ma utile, è che il pericolo per la magistratura non si misura soltanto nelle riforme. Si misura anche nella sua tentazione di trasformare ogni dissenso in una minaccia esistenziale, ogni critica in un attentato alla Costituzione, ogni tensione in una prova di assedio. Questa postura compatta il fronte interno, ma logora la credibilità esterna. E una magistratura che pretende di essere creduta mentre si espone con disinvoltura nel conflitto pubblico finisce per indebolire la propria stessa autorità.
Ranucci era dunque al centro di una vicenda seria, ma il suo caso, anziché invitare alla sobrietà, è stato spesso usato per alimentare un clima in cui la ragione lascia il posto all’enfasi. È questo il tratto più irritante della vicenda: il rischio reale, o comunque la sua rappresentazione drammatizzata, non basta mai, perché deve essere convertito in prova morale contro l’avversario. E quando la minaccia diventa materiale per una contesa di prestigio, non si difende la libertà di nessuno: si fa soltanto cattiva politica.
Se il referendum ha mostrato qualcosa, è che una parte del mondo togato ha confuso la difesa dell’autonomia con la militanza simbolica. Se il caso Ranucci ha mostrato qualcosa, è che perfino un episodio grave può essere inghiottito nella scenografia delle appartenenze e dilatato fino a diventare un argomento autosufficiente. Il risultato finale è un doppio impoverimento: della verità e della reputazione istituzionale.
La lezione dovrebbe essere semplice. I magistrati non devono avere simpatie o antipatie quando esercitano la loro funzione, e dovrebbero essere ancora più cauti nell’esibirle nello spazio pubblico. Se non lo fanno, poi non possono stupirsi se qualcuno mette in dubbio la neutralità delle loro crociate.
Quel che adesso si sa con certezza è che l'indipendenza della magistratura non è mai stata esposta a un rischio più grave di quello corso da Ranucci per mano del suo amico Lavitola.
Sebbene a dar retta a taluni manichei all'ANM il fine giustifica, sempre e comunque, i mezzi.











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