di Nicola Saracino - Magistrato
Se fosse vero che Sigfrido Ranucci coltivava ambizioni politiche, il problema non sarebbe secondario. Un giornalista d’inchiesta non può permettersi di assomigliare troppo a un attore della contesa politica, perché il suo mestiere vive di una distanza netta dai fatti e dalle persone che indaga.
Il punto è questo: il giornalismo investigativo gode di una libertà più ampia, ma proprio per questo richiede una responsabilità più alta. La giurisprudenza tutela l’inchiesta, riconoscendole margini più elastici rispetto al giornalismo di pura cronaca, ma non per questo allenta i doveri di verità, pertinenza, continenza e corretto uso delle fonti.
Chi fa inchiesta, insomma, non può trasformare il proprio lavoro in una piattaforma di consenso. Perché quando il sospetto comincia a sovrapporsi all’interesse politico, l’oggetto dell’indagine rischia di diventare strumento di posizionamento personale, e non più esercizio indipendente di informazione.
Il paragone con un pubblico ministero è forte, ma coglie il punto: nessuno accetterebbe che un magistrato usi il proprio ruolo per preparare il terreno contro futuri avversari. Allo stesso modo, il giornalista che indaga sul potere deve restare esterno al gioco del potere, altrimenti perde la credibilità che gli consente di esercitare la sua funzione.
Il ragionamento vale in generale, ma diventa ancora più stringente quando l’inchiesta si svolge nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo. La Rai, in quanto ente finanziato con risorse pubbliche, ha un dovere di neutralità e di equilibrio che non ammette ambiguità: chi conduce programmi di inchiesta su un canale pubblico non può essere percepito come un attore politico in formazione, perché così facendo comprometterebbe la fiducia del pubblico nell’intero servizio.
Un ulteriore elemento di riflessione emerge dalla recente vicenda che ha visto Ranucci paventare la querela contro la magistrata Clementina Forleo, dopo un post su Facebook in cui lei si chiedeva chi stesse “ricattando” il conduttore e perché minacciasse di rendere note le sue chat “con tutti”. Al di là dei toni, colpisce che un giornalista d’inchiesta ricorra con una certa facilità alla querela, uno strumento dal quale, di solito, i giornalisti sono costretti a difendersi, non a servirsi.
Il fenomeno delle querele contro i giornalisti è infatti ampiamente discusso in Italia e in Europa, dove si parla sempre più spesso di azioni temerarie (le cosiddette SLAPP) usate per intimidire e silenziare l’informazione critica. Che un giornalista di inchiesta, peraltro al centro di un caso delicato, scelga la strada della querela penale contro una magistrata che solleva dubbi pubblici appare in controtendenza rispetto a questa dinamica: il giornalista d’inchiesta è tradizionalmente colui che subisce querele, non colui che le promuove.
In più, la querela di un soggetto osannato dalla magistratura è particolarmente temibile. Quando chi indaga sul potere gode di un rapporto privilegiato con l’apparato giudiziario, la minaccia di un’azione penale assume un peso specifico maggiore: non è solo una reazione legale, ma un segnale, pubblicamente ostentato, che può essere letto come un monito a chiunque osi mettere in discussione la sua posizione. Insomma, il protagonista sembra in questo caso rivendicare, per sé, la totale esenzione dalla critica pubblica: su di lui non si può sospettare né fare "inchiesta", paradosso dei paradossi.
E', questa, la concretizzazione del rischio: la pericolosa standing ovation pubblica dei magistrati italiani a Sigfrido Ranucci (sostenitore del No al referendum) paga un prezzo in termini di credibilità della stessa magistratura, proprio in questi frangenti.
Nel caso Ranucci, peraltro, le ricostruzioni giornalistiche riportano retroscena e ipotesi, ma il diretto interessato ha negato in modo reiterato qualsiasi progetto politico . È quindi opportuno distinguere tra la discussione di principio e la persona: il punto serio non è stabilire un’etichetta, ma ricordare che l’inchiesta non tollera commistioni con la militanza, tanto più se condotta in un contesto di servizio pubblico.
In fondo, è proprio qui la regola non scritta del mestiere: più ampia è la libertà di andare a scavare, più severo deve essere il dovere di restare credibili. E la credibilità, nel giornalismo d’inchiesta, si perde soprattutto quando il lettore comincia a chiedersi se chi indaga stia cercando la verità o un posto nel gioco politico.











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