venerdì 14 maggio 2021

Massoni per caso?



di Nicola Saracino - Magistrato 

Il dott. Sebastiano Ardita ed il dott. Nino Di Matteo sono due consiglieri superiori. 

I soli che hanno preso una posizione netta a favore del sorteggio quale metodo di selezione dei membri dell’organo di autogoverno, proprio per stroncare le consorterie che oggi lo governano con il nome di “correnti” e che agiscono in modo non dissimile dalle massonerie, con accordi segreti non ostensibili ed occulti fino a quando qualche trojan non svergogna un simile “sistema”.
 
La breccia rappresentata dalla presa di posizione di Ardita e Di Matteo risale al mese di luglio dello scorso anno.

Che il sorteggio dei componenti del CSM rappresenti l’antidoto più formidabile contro la conduzione affaristica della magistratura, intesi gli affari come gestione del potere sotto forma di distribuzione dei posti di comando, spesso in accordo con la politica, lo ha affermato più volte uno che di quel sistema conosceva e praticava tutte le forme, Luca Palamara: se il correntismo teme una riforma questa è quella del sorteggio perché taglia le gambe alle consorterie rese incapaci di “prevedere” il futuro e quindi di condizionarlo. 

Insomma l’esatto contrario del modo di operare di una “massoneria”, come abbiamo già altre volte argomentato.    

Orbene proprio il dott. Ardita è stato accusato - a quanto pare in modo piuttosto strampalato per precisione dei dettagli - di far parte di un comitato d’affari, se non di una vera e propria loggia massonica, definita “Ungheria”.
 
Ovviamente sulla fondatezza dell’ipotesi restiamo neutri, spettando alla magistratura il compito di verificare o di falsificare con la massima efficacia e sollecitudine quelle accuse.

Ma sul piano logico risalta, immediatamente, una contraddizione. 

La massoneria seleziona oculatamente i propri adepti, ne studia l’affidabilità e la disponibilità, giammai si affiderebbe al sorteggio  per reclutare i "fratelli", cosa che escluderebbe di per sé ogni gestione, ogni organizzazione preventiva degli assetti di potere. 

Mai il dott. Ardita - indicato come massone dall’avv. Amara - avrebbe sposato la causa del sorteggio sapendo di perdere ogni peso nella gestione del potere interno della magistratura, proprio il settore di sua “competenza”. 

Né è astrusa l'ipotesi che sia stata proprio la “massoneria”, intesa come centro di potere, ad aver concepito prima e diffuso poi, in un segreto illiberale, l’infamante accusa contro il dott. Ardita.  

Esponendolo  ad un’inquisizione peggiore di quella medioevale perché al malcapitato non è data alcuna difesa se l’accusa è “fantasma” e circola nei corridoi del potere anziché, com’è doveroso, nelle aule di giustizia.  

La pena è, infatti, immediata e senza possibilità di appello: sospetto, sfiducia, isolamento.

Non è un caso che ad aver sventato un simile ignobile andazzo sia stato il dott. Antonino Di Matteo, l’unico - tra i tanti consiglieri superiori venuti a conoscenza dell’immondo carteggio - ad averlo pubblicamente denunciato nel plenum del CSM e segnalato all’autorità giudiziaria, ponendo così termine alla gogna ed incanalando la vicenda nelle giuste vie istituzionali. Come egli stesso ha raccontato qualche giorno fa
 
Insomma la sensazione è che il dott. Ardita, più che un massone per caso, sia egli stesso un bersaglio non “casuale” di poteri che si muovono proprio con metodi massonici, vale a dire in “segreto”. 


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giovedì 13 maggio 2021

Una partita molto "Amara"




di Lorenzo Matassa
Magistrato


Riassunto delle puntate precedenti (per coloro che si siano perduti il sequel infinito). 

Un alto esponente della magistratura di “sistema”, viene colto in pieno fallo in area.

Il VAR – detto anche Trojan – riprende in tempo reale l’azione fallosa e l’arbitro (nominato anche lui dal “sistema”) decreta la sua espulsione.

L’uomo, però, prima di uscire dal campo – tra i fischi dei numerosi spettatori – comincia a gridare parole inequivocabili contro tutti.

L’espulso si rivolge all’intero stadio urlando che la partita era truccata e che tutte le partite di quel finto torneo lo erano.

La Lega organizzatrice del campionato – per un pronto accomodo – fa fuori cinque “lotti” di arbitri asseritamente poco sportivi.

Ma l’espulso non ci sta e scrive un libro insieme ad un giornalista da sempre fustigatore del mondo dei calciatori.

In quel libro si racconta di tutto, anzi di più e si scopre che l’amato sport nasconde ben altro.

Ricatti, vendette, falsità, accordi illeciti sottobanco, punizioni create ad arte, arbitri comprati, brocchi venduti come goleador.

E mi fermo qui per carità di patria calcistica…

Insomma, un ciclopico bordello da centrocampo in giù, distruttivo di ogni idealità.

Ma, purtroppo, le cose non si fermano a quello stadio (alludo a quello del fallo ripreso dal Trojan).

D’un tratto si scopre che anche nella stanza del VAR (quella – per intenderci – in cui i falli venivano riesaminati al rallentatore) vi era del marcio.

Gli arbitri – che avrebbero dovuto determinare se un giocatore avesse agito con correttezza in campo – manomettevano le immagini.

Addirittura le posponevano, anche ritardandone all’infinito la visione, per evitare che il giocatore scorretto fosse segnalato ed espulso.

La sceneggiatura ha, poi, aspetti truculenti allorché racconta di una sequenza della partita registrata, portata fuori dal campo e fatta visionare ad “un grande vecchio” prima di ritrasmetterne le immagini in moviola.

Senza dire – infine – che la metà degli spettatori scommetteva illegalmente sugli esiti della partita e l’altra metà, pur sapendo, nulla denunciava pensando che fosse solo un gioco.

Adesso alcuni chiedono, a gran voce, l’azzeramento del campionato e la radiazione di tutti coloro che hanno violato le più elementari regole sportive di lealtà.

Si conosce, però, come si concluderà la storia perché lo sceneggiatore delle cose umane ben sa agire sulla fragilità dei suoi protagonisti.

Torneremo allo stadio e pagheremo pure il biglietto d’ingresso.

Vi torneremo pensando che – in fondo – anche il calcio truccato può essere spettacolare, soprattutto quando ti aiuta a vincere…


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domenica 9 maggio 2021

L'eredità tradita di Rosario Livatino

 




di Massimo Vaccari - Magistrato
                                             

Ieri Rosario Livatino è stato beatificato.

E’ stata la prima volta nella storia della Chiesa per un magistrato.

La cerimonia è giunta dopo che giovedì scorso, in occasione della proiezione del docufilm a lui dedicato, il cardinale Bassetti lo haricordato, davanti ai componenti del Consiglio superiore della magistratura, con un discorso di alto profilo, nel quale ha osservato tra l’altro che:

“Rosario Livatino è stato un appassionato difensore della legalità e della libertà di questo Paese. Un autentico rappresentante delle istituzioni che è riuscito a incarnare la certezza del diritto e anche la cultura morale dell’Italia profonda: di quell’Italia che non si arrende alle ingiustizie e alle prevaricazioni, e che non cede agli ignavi e a coloro che si adeguano allo status quo: anche quando lo status quo è rappresentato dalla mafia.

Senza alcun dubbio, Rosario Livatino è stato un piccolo e giovane uomo ma, al tempo stesso, è stato un gigante della verità. Un uomo che ha incarnato il Vangelo delle Beatitudini perché egli aveva “fame e sete di giustizia”.

Parole toccanti e sincere che descrivono fedelmente quello che il giudice ragazzino è stato ed in particolare l’esempio di verità che ha incarnato nella sua breve ma intensa vita terrena.

Nello stesso giorno alcuni soggetti istituzionali hanno voluto commemorare il giudice di Agrigento con delle dichiarazioni che mi sono sembrate alquanto fuori luogo.

Mi riferisco innanzitutto all’avv. David Ermini, vicepresidente del Csm, che, nel corso dell’intervento tenuto nella medesima occasione sopra menzionata, ha citato una riflessione piuttosto nota del magistrato siciliano: "La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme e in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri''.

Ebbene, questa massima sulla bocca del rappresentante dell’organo di autogoverno ha suscitato in me lo stesso effetto del raschio di un’unghia sulla lavagna.  

Non ha avvertito un po’ di pudore l’avv. Ermini a parlare di credibilità della magistratura proprio in questi giorni in cui il Csm è investito da uno scandalo di proporzioni forse anche maggiori di quello, già gravissimo, che appena due anni fa era stato provocato dalle chat di Luca Palamara?

Quale credibilità può avere l’organo di autogoverno per essere rimasto totalmente inerte nonostante, come è ormai chiaro a tutti, fosse stato messo al corrente del contenuto dei verbali dell’avv. Amara ?

E come si può avere l’ardire di partecipare alla commemorazione di colui che è stato definito un “gigante della verità” quando ai cittadini italiani continua ad essere offerto da giorni lo sconcertante spettacolo di un susseguirsi di versioni, parziali e contrapposte, su quasi tutti gli aspetti di questa vicenda, da parte dei suoi protagonisti (anche lo stesso avv. Ermini ne ha resa una in palese contrasto con quella del dott. Davigo)?

Ma non meno sorprendente è stata la dichiarazione del dott. Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, che ha definito Rosario Livatino “un simbolo, un magistrato modello al quale tutti i magistrati, soprattutto in un momento come questo, dovrebbero fare riferimento”.

Mi chiedo infatti se il dott. De Raho avesse pensato all’esempio di Livatino anche quando si rivolgeva, in tono deferente, a Luca Palamara per avere informazioni sull'esito delle sue domande per gli incarichi di procuratore della repubblica di Napoli e di procuratore nazionale antimafia. 

Alle dichiarazioni dell’avv. Ermini e del dott. De Raho, nella settimana appena trascorsa, ha fatto da contraltare l’inspiegabile, prolungato silenzio del Presidente della Repubblica che pure aveva partecipato alla proiezione del docufilm su Rosario Livatino: nessun commento sulla vicenda dei verbali di Amara e sulle sue ripercussioni sul Csm e nemmeno una parola sulla figura del giudice ragazzino.

In effetti è sicuramente meglio il silenzio del rischio di cadere in una retorica sterile.  

Il Capo dello Stato, pur mantenendo quel silenzio, avrebbe però potuto onorare nel migliore dei modi, ed in concreto, la memoria di Rosario Livatino se si fosse determinato finalmente a sciogliere il Csm, data lasua conclamata impossibilità di funzionamento, come gli era stato chiesto, con grande lungimiranza, alcuni mesi fa da 130 magistrati con una lettera aperta.

Certo, si tratta di un intervento estremo ed anche traumatico ma è ampiamente giustificato dalla gravità della situazione in cui versa l’organo di autogoverno e  sarebbe approvato dalla stragrande maggioranza di quanti hanno a cuore le sorti della magistratura italiana.  

Con molta probabilità sarebbe apprezzato anche dalla Commissione Europea che ci tiene sotto osservazione dopo essersi giustamente allarmata per le vicende di magistropoli, tanto da averle menzionate nella relazione sullo stato di diritto 2020 dellaCommissione Europea, nel capitolo sulla situazione dello stato di diritto dell’Italia.

Un simile rimedio è infatti indispensabile per recuperare al Csm quella credibilità che ha perso da tempo e realizzerebbe appieno l’insegnamento di Rosario Livatino secondo cui: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili".

                                                 


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La circolare quadrata



di Nicola Saracino - Magistrato 


Fino all’entrata in vigore del codice di procedura penale del 1988 vigeva il sistema c.d. inquisitorio: quello che fa oggi il pubblico ministero era appannaggio del giudice istruttore che guidava le indagini, ma da giudice, con alcune ovvie conseguenze: gli atti da lui raccolti valevano come prova dibattimentale e non erano mai segreti per l’imputato. 

Sin dal primo atto di istruzione, infatti, doveva avvertirlo della pendenza del processo e consentirgli di partecipare all’istruttoria, con poche eccezioni. 

La segretezza dell’istruttoria era, quindi, rivolta solo all’esterno del processo, nei confronti di chi non ne era parte, a tutela della riservatezza dei soggetti coinvolti. 

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mercoledì 5 maggio 2021

Io so che tu sai che io so. Le “amarezze” al CSM


di Andrea Mirenda - Magistrato

Come in tutte le brutte storie, inizieremo dalla fine.

Le amarezze ungheresi? Tutti al CSM le conoscevano, eccome. E tutti, quatti quatti, hanno taciuto.

Ma quel che è più grave è che tutti hanno continuato ad esercitare serenamente le loro altissime funzioni, serenamente indifferenti all’opacità che li colpiva secondo la migliore tradizione torcicollista del correntismo.

Perché, dopo la consueta girandola di affermazioni e di smentite, ma soprattutto dopo la nota di stampa del CSM del 4 maggio 2021, possiamo finalmente affermare che Davigo effettivamente informò, magari solo verbalmente (ma vedremo più avanti se davvero le cose sono andate così…), “chi di dovere”…

Ma chi erano i “chi di dovere”?


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martedì 4 maggio 2021

L'eloquenza dei fatti


di Massimo Vaccari - Magistrato

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Pochi giorni fa abbiamo spiegato quali siano, a nostro avviso, i principali aspetti della intricata  vicenda della indebita diffusione dei verbali di interrogatorio dell'avvocato Amara che i suoi protagonisti dovrebbero chiarire, per amore di verità e del destino nella magistratura.

In attesa di tali spiegazioni ci sembra opportuno riepilogare i fatti, come li abbiamo ricavati dalle numerose notizie di stampa, nella loro nuda oggettività e offrirli, come promemoria, ai nostri lettori perché possano farsi una loro idea circa le ragioni che possono aver determinato alcune iniziative di singoli e alcune inerzie (soprattutto quella del Csm).


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domenica 2 maggio 2021

Domande in attesa di risposta.








Poco o nulla torna in questa storia della divulgazione al di fuori del fascicolo del P.M., nel quale avrebbero dovuto rimanere, della  copia dei verbali secretati contenenti le dichiarazioni dell’Avv. Amara.

E non convincono le spiegazioni che, stando agli organi di informazione, hanno fornito alcuni dei personaggi che hanno avuto un qualche ruolo nelle diverse fasi della vicenda o che comunque, essendone venuti a conoscenza, avrebbero potuto e dovuto assumere delle iniziative al riguardo. 

Ci permettiamo pertanto di rivolgere loro alcune domande, seguendo l’ordine in cui sono comparsi nelle varie fasi di questa  storia.

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sabato 1 maggio 2021

Quante volte, figliuolo ...?



di Nicola Saracino - Magistrato 

E’ questione di punti di vista. Personalmente della giustizia ho sempre temuto la condanna dell’innocente – un incubo che dovrebbe accompagnare le notti del giudice – piuttosto che il colpevole che la fa franca, evenienza tutt’altro che remota in un sistema volutamente inefficiente come quello affidato a chi non risponde per come gestisce l’azione penale, mandando a giudizio e quindi mettendo nello stesso calderone del processo penale (legittimamente grazie ad una giurisprudenza medievale della cassazione) colpevoli ed innocenti, senza distinzione alcuna.
 
Ciò detto, vien da sorridere nel constatare quanto l’archetipo del colpevolismo divenga  indulgente con sé stesso se attinto  dall’ombra di un coinvolgimento in una illegalità, sia pure come mero "utilizzatore finale" di un segreto.


A cosa si riferisce? 


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giovedì 29 aprile 2021

Un'associazione in decomposizione


di Massimo Vaccari - Magistrato

Nello scorso fine settimana si è tenuto il Comitato direttivo centrale dell’Anm, che come ormai sanno i nostri lettori, è l’organo principale dell’associazione, quello che, secondo lo Statuto, avrebbe il compito di adottare tutte le decisioni inerenti la sua attività (il condizionale è d’obbligo per quanto subito diremo).

Uno dei punti all'ordine del giorno della riunione era il seguente: "Dimissioni di alcuni soci dall’ANM ed eventuale pendenza di procedimenti disciplinari. Valutazioni e determinazioni ex art. 7, comma 3, Statuto".


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lunedì 26 aprile 2021

Il cavallo napoletano

di Natalia Ceccarelli - magistrato 

Il cavallo napoletano è un animale assai elegante, risultante dalla selezione genetica avvenuta, nel corso dei secoli, grazie all’accoppiamento di esemplari di varie razze equine, portate a Napoli al seguito degli eserciti che hanno dominato la città.

La similitudine potrebbe calzare a pennello al famoso trojan inoculato nell’apparecchio telefonico cellulare di Luca Palamara, stando alle ultime clamorose rivelazioni di stampa.


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domenica 25 aprile 2021

Da che pulpito !


Pubblichiamo il comunicato con i quali i componenti indipendenti del Comitato direttivo centrale  dell'Anm hanno replicato alla accusa di collateralismo politico loro rivolta dalla corrente di sinistra della magistratura, a seguito delle opinioni  espresse in merito alla possibilità, prospettata da alcuni esponenti politici, della costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla magistratura.

Il documento costituisce anche una risposta alle risibili dichiarazioni che stamani ha reso in proposito  alla stampa il presidente dell'Anm e che ovviamente ricalcano fedelmente la posizione della corrente di sinistra alla quale egli  appartiene. 


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giovedì 22 aprile 2021

Vostro disonore !




di Rosario Russo - magistrato in quiescenza

Il 14 febbraio 2016, nel corso di un’affollata riunione di partito (mandata in onda dal TG1), Matteo Salvini proclamò: «Qualcuno usa gli stronzi che mal amministrano la giustizia. Difenderò qualunque leghista che venga indagato da quella schifezza che è la magistratura italiana che è un cancro da estirpare».

Pochi giorni fa, il Giudice torinese ha dichiarato non punibile tale condotta dell’on. Salvini, imputato del reato di cui all’art. 290 c.p. (delitto sanzionato con pena esclusivamente pecuniaria), ai sensi dell’art. 131 bis c.p.


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martedì 20 aprile 2021

Come si violenta lo statuto dell'Anm.




Pubblichiamo lo stravagante comunicato con il quale la Giunta esecutiva centrale dell'Anm, ha assolto, con una motivazione gravemente incoerente, il presidente Santalucia dalle gravi accuse mossegli dai componenti del Comitato direttivo centrale  della lista Art.101. 

A seguire il comunicato con il quale questi ultimi hanno commentato la presa di posizione dell'organo associativo.    


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lunedì 19 aprile 2021

Buone letture: da Adnkronos del 15 aprile 2021



Elvira Terranova intervista Andrea Reale - Magistrato

Parte subito da una premessa, Andrea Reale, il gip di Ragusa, tra i quattro firmatari del gruppo di ArticoloCentouno del Parlamentino dell'Associazione nazionale magistrati che chiedono con forza le "dimissioni immediate" del Presidente Giuseppe Santalucia. "L'ipocrisia non ci appartiene", dice il giudice in una intervista all'Adnkronos, in cui spiega i motivi della richiesta, forte, di mandare via Santalucia. Al centro della questione le chat estrapolate dal telefono di Luca Palamara nell’ambito dell’inchiesta della procura di Perugia. "Con una scelta senza precedenti – scrivono nel loro documento le toghe di Articolo 101 – il presidente dell’Anm Santalucia ha deciso di comprimere il nostro diritto di componenti del Cdc, e con esso quello di tutti gli altri, alla piena conoscenza di atti di pertinenza dell’Associazione e nella disponibilità della stessa, realizzando una palese violazione delle regole di funzionamento dell’Anm e un gravissimo vulnus alla democrazia interna alla stessa".

"Siamo arrivati a una fase di esasperazione e abbiamo dovuto denunciare pubblicamente questa vicenda - spiega Reale - perché inizialmente ci avevano detto che il materiale della messaggistica tra Palamara e gli altri magistrati coinvolti in questo scandalo non faceva neppure parte del fascicolo principale. Per questo, dopo le elezioni dello scorso ottobre, avevamo delegato il collegio dei probiviri per l'acquisizione di questo materiale".


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L'astensione come cura... Fine di una dipendenza ?



Pubblichiamo una sintetica ma acuta, e quanto mai obiettiva, analisi del risultato delle recentissime elezioni suppletive del Csm (le terze in un anno), che si sono tenute domenica e lunedì scorsi per sostituire il togato Marco Mancinetti, dimessosi dopo aver appresso di essere oggetto di un procedimento disciplinare fondato sulle  chat di Luca Palamara.   

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di Gabriella Nuzzi - Magistrato


Da qualche parte, tra i vari comunicati ufficiali, ho letto che la rinuncia al voto di oltre il 40% dei magistrati italiani è il segnale di una rinuncia alla partecipazione democratica di persone che “invece hanno scelto di non votare, per protesta, perché si era alla terza elezione suppletiva, per la pandemia, per sfiducia in reali cambiamenti”. E, di contro, che il voto di “5710 colleghi” ha rappresentato “un no chiaro al sorteggio”.


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venerdì 16 aprile 2021

Buone letture: da "Il Giornale" del 12 aprile 2021



Stefano Zurlo intervista Giuliano Castiglia - Magistrato

Usa un linguaggio mai sentito a queste latitudini. E va all'attacco dei vertici dell'Associazione nazionale magistrati: «Il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia si deve dimettere». Senza tanti complimenti. Giuliano Castiglia, gip a Palermo, è uno dei leader di Articolo 101, la lista - guai a chiamarla corrente - che ha raccolto 651 voti alle ultime elezioni e sta sparigliando i giochi dentro il Palazzo.

Dottor Castiglia, perché Santalucia se ne deve andare?

«Perché da troppi mesi i vertici dell'Anm tergiversano sulle chat di Palamara, prendendo tempo, non rispondendo alle questioni poste dal sottoscritto e dagli altri tre colleghi di Articolo 101 che con me siedono nel comitato direttivo centrale dell'Anm, perché in definitiva mi pare evidente la volontà di insabbiare tutte le problematiche affiorate con il caso Palamara».

Lui è stato espulso dall'Anm. Non vi basta?

«Per niente. Noi diciamo basta alle correnti che dentro il Csm sono espressione di una parte, anzi dei partiti. Questa logica non ci appartiene, ma questa logica è dominante e questa logica riemerge nella vicenda delle chat».

In pratica, cosa è successo?


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mercoledì 14 aprile 2021

"Il titolare sono io !"



di Massimo Vaccari - Magistrato

A poche ore dalla pubblicazione, anche su questo blog, del comunicato con i quali i componenti del CdC dell’Anm della lista “Art.101” hanno invocato a gran voce le dimissioni del Presidente Santalucia sono arrivate le prime reazioni.

La prima è stata quella del diretto interessato che ha rilasciato agli organi di informazione la seguente stringata dichiarazione: “Il mio comportamento è stato sempre ispirato al massimo rispetto dello Statuto dell’Associazione, delle leggi, degli atti normativi sovranazionali, delle indicazioni del Garante per la protezione dei dati personali, oltre che della piena autonomia del collegio dei probiviri e del suo lavoro. Grazie al mio impegno, in linea con quello della Giunta esecutiva precedente, il collegio dei probiviri è stato posto nelle migliori condizioni per operare".


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lunedì 12 aprile 2021

Il Presidente dell'Anm si dimetta !



Pubblichiamo la richiesta di dimissioni del Presidente dell'Anm che i componenti del Comitato direttivo centrale della lista Articolo101 hanno formalizzato pochi minuti fa. 
Si tratta di una iniziativa senza precedenti nella storia della tuttora unica associazione di magistrati italiani, che è ampiamente giustificata dalla inaudita gravità delle scorrettezze e violazioni delle norme statutarie che il dott. Santalucia avrebbe commesso in relazione a tempi e modi della acquisizione delle chat di Luca Palamara. 

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Nostro onore. La giustizia siamo noi.



di Massimo Vaccari - Magistrato 

L’opinione pubblica è rimasta giustamente sconcertata dal comunicato con il quale la giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati aveva invitato, alcuni giorni fa, i dirigenti degli uffici giudiziari a “rallentare immediatamente” o “a sospendere” l’attività giudiziaria non urgente in mancanza di interventi normativi volti alla limitazione della medesima, in considerazione dell’andamento dell’epidemia e dell’esclusione del personale del comparto giustizia dal piano nazionale vaccinale.

Il documento ha anche meritato le critiche unanimi degli organi di informazione che lo hanno interpretato come una reazione al mancato riconoscimento ai magistrati di una priorità nelle vaccinazioni anti Covid.


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domenica 11 aprile 2021

Il dibattito su "Il sistema"




Prosegue sulle pagine virtuali della rivista "Archivio Penale" il dibattito, iniziato poche settimane fa con un articolo di Nicola Saracino, sul tema “L'impero alla fine della decadenza: crisi della magistratura e crisi della giustizia penale”. 

Questa volta è il turno della professoressa Cristiana Valentini, ordinario di diritto processuale penale, che esamina le ripercussioni sul funzionamento della giustizia penale del sistema disvelato dalle chat dell'indagine a carico del dott. Luca Palamara . 
 





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giovedì 8 aprile 2021

La sostenibile bellezza della rotazione


Non pochi affermano che la rotazione dei magistrati nei ruoli direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari sarebbe un'ottima soluzione per la giurisdizione ma la ritengono tecnicamente irrealizzabile.

Orbene, il Blog mette a disposizione di tutti la bozza di un ipotetico disegno di legge che dimostra esattamente il contrario.

Il progetto può essere consultato cliccando sul link che segue.

ROTAZIONE 

Otto articoli, chiari nella loro linearità e, soprattutto, radicalmente lontani dalla infausta scuola di pensiero che regge l’attuale sistema della dirigenza giudiziaria.

Non più la ricerca del "migliore" (soi-disant), disastrosa non solo nel rapporto costi-benefici alla luce dei modestissimi risultati di 15 anni di "Mastellone" ma, ancor più, per essere stata l’espediente con il quale il singolo magistrato è stato asservito al sistema spartitorio correntizio, sottoponendolo a quella lunghissima catena di abusi, soprusi e “modestie etiche” del Lauto Governo, culminata nella paradigmatica notte dell’Hotel Champagne.

Qui “si vira”, verrebbe fatto di dire, in tutt’altra direzione.

Otto articoli che puntano giustamente a valorizzare le risorse interne degli uffici, sulla premessa che la conoscenza diretta, quella vera perché maturata sul campo, lontana dalle fabbriche di medagliette extracurricolari, sia la migliore garanzia di competenza e adeguatezza del magistrato di volta in volta chiamato a compiti di coordinamento della struttura giudiziaria in cui opera.

Giunge, così, un approccio inclusivo che chiama ogni magistrato con un minimo di anzianità di servizio e di ruolo, alla “governance” progressivamente crescente del suo luogo di lavoro, secondo una prospettiva davvero nuova che, escluso ogni valore onorifico ad personam, assegna ad essa valenza di preciso onere: l’onere dell’autogoverno.

Otto articoli che declinano in modo rigoroso il modello voluto dai Costituenti: quello di un magistrato soggetto soltanto alla legge, pari per dignità delle funzioni assolte, indipendente anche dai condizionamenti interni e, perciò, profondamente terzo.

Un modello che si colloca agli antipodi di quello attuale, dove la gerarchizzazione surrettizia generata dall’oligarchia a vita dei sodali, caratterizzata da una carriera a senso unico ascendente, esclude già sulla carta il  90% dei magistrati dalla possibilità di cimentarsi nell’autogoverno, ora ridotto a sterile formula declamatoria. 

Le poche norme in esame si rivelano, così, ampiamente sufficienti a superare la condizione di eterogovernati in cui versano i magistrati italiani. L’esperienza maturata sul campo e la proattiva partecipazione di tutti all’autogoverno in situ sono, in ultima analisi, i pilastri fondamentali della proposta.

In particolare, la previsione di una soglia di accesso (per anzianità di ruolo e di servizio) alla funzione di coordinamento (come, in effetti, sarebbe meglio definire la funzione direttiva nel rispetto dei principi costituzionali menzionati), accanto al periodo massimo triennale di svolgimento della relativa funzione (sulla giusta premessa che la continuità gestionale degli uffici sia assicurata non dalla longevità della leadership bensì dalla diffusione e condivisione della funzione organizzativa) e, infine, al successivo ritorno ad un duraturo bagno di giurisdizione piena divengono i cardini di una concezione nuova dell’autogoverno, capace di riconciliare l’incarico di coordinamento con il principio di pari dignità di ogni funzione giudiziaria e, all’un tempo, di sedare pericolose ambizioni personali…

Otto articoli capaci, dunque, nel loro rassicurante schematismo, di infliggere un colpo mortale a quell’ufficio di collocamento correntizio finalizzato unicamente a piazzare i sodali nei gangli essenziali della giurisdizione.

Non c’è dubbio, poi, che alla politica toccherà il delicato compito del “tuning” di questa preziosa proposta, magari prevedendo soglie diverse di anzianità di servizio e di ruolo per l’accesso alle funzioni di coordinamento, una loro diversa durata o una diversa o una diversa estensione del successivo tempus lugendi.

Ma che la rotazione sia la strada giusta, quella forse più efficace affinché i cittadini tornino ad avere fiducia in una magistratura autonoma e indipendente e una giurisdizione terza e imparziale, è cosa oramai indubitabile.

Almeno agli occhi della società civile…



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martedì 6 aprile 2021

Chi l'ha visto ? Mistero al Csm



Secondo la versione giornalistica, diffusa fino a domenica, la "talpa" che avrebbe scoperto il "disdicevole" incontro tra il consigliere laico del Csm, l'avv. Alessio Lanzi, e il collega ed amico di questi, nonché difensore di Palamara, l'avv. Rampioni, era la moglie del procuratore generale Giovanni Salvi, che abita nello stesso edificio dove ha studio l'avv. Rampioni.

In un redazionale di pochi giorni fa, avevamo evidenziato come alcuni particolari di questa storia non tornassero.

In particolare, scrivevamo come non fosse chiara l’identità del soggetto che aveva visto l’avv. Lanzi accedere allo studio del collega né come questa persona avesse potuto riconoscerlo e nemmeno la ragione per cui avesse pensato di avvertire qualche consigliere del Csm e per di più in via di urgenza.


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mercoledì 31 marzo 2021

Chi fa troppe domande paga?




La storia che stiamo per raccontare dimostra il gravissimo e pericoloso corto circuito in cui è precipitato il Csm dopo l'esplosione delle vicende ormai note come Magistropoli. 

Giovedì scorso Luca Palamara è stato sentito, per circa un’ora e mezza, dalla prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, che ha tra i suoi compiti anche quello di valutare i presupposti per i trasferimenti per incompatibilità ambientale dei magistrati.


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lunedì 29 marzo 2021

Il clamoroso autogol dell'Anm



Pubblichiamo i commenti, alquanto critici, di due colleghi al comunicato con il quale la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati ha invitato i dirigenti degli uffici giudiziari italiani a sospendere l’attività giudiziaria urgente, a seguito dell’esclusione del comparto giustizia dalla programmazione vaccinale, non ritenendo garantite le condizioni per lo svolgimento in sicurezza delle udienze. 

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Se ancora avevamo qualche dubbio sull’utilità di questa Associazione Nazionale Magistrati, il comunicato diffuso il 28.3.2021 a firma della GEC li spazza via tutti.

Con formidabile intuito i nostri pensatori associati hanno partorito un comunicato doppiamente inutile: in primo luogo perché, anziché rivolgere le legittime preoccupazioni della categoria agli organismi istituzionali concretamente in grado di incidere sulla ridefinizione delle priorità del piano vaccinale, invita i dirigenti degli uffici giudiziari ad  adottare non meglio specificate misure finalizzate a “rallentare immediatamente tutte le attività dei rispettivi uffici, senza escludere, nei casi più estremi, anche la sospensione dell’attività giudiziaria non urgente”; in secondo luogo, perché, in assenza di normazione primaria e/o secondaria legittimante tali iniziative, nessun dirigente giudiziario dotato di raziocinio assumerà iniziative che vadano oltre il rabbocco dei dispenser di gel disinfettante.


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sabato 27 marzo 2021

Giangiacomo Ciaccio Montalto, la lungimiranza di un Uomo.



Quarantuno anni fa! Quarantuno! Tanti sono gli anni trascorsi dalla lettera di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di cui Lorenzo Matassa, nello scritto che pubblichiamo, ci consegna alcuni passaggi di un'attualità inimmaginabile.
Lo zoom montato sull'obiettivo di Ciaccio Montalto perfora i lustri e mette a fuoco l'oggi come sanno e possono fare solo i grandissimi; che forse proprio per questo, perché grandissimi, capaci di guardare, di vedere e di dire, finiscono col trovarsi quasi sempre esiliati dal loro contesto, nel loro tempo.
E' amarissimo l'amaro che la riflessione di Lorenzo Matassa ci lascia in bocca. L'auspicio è che, smentendo la mesta constatazione dell'Autore, quelli che siamo venuti dopo, sappiamo fruire del dono di virtù dell'eroe civile, che prima di ogni cosa è la sapienza, sfruttandolo per lasciare a chi verrà dopo un campo un po' migliore. 

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LA STORIA FUTURA di un EROE CIVILE…

di Lorenzo Matassa - Magistrato

Mi ha sempre toccato il cuore una frase del poeta Cesare Pavese in cui vi è sintesi del passato, del presente e del futuro della dimensione umana.

A cosa serve il trascorrere dei giorni se non a farne memoria?”.

Fuori dal tempo che costruisce la nostra coscienza siamo solo vegetali di un lungo ed indistinto quotidiano.
Quale dignità di pensiero può esservi, infatti, in una società che dimentica i suoi eroi ed i loro insegnamenti?

La storia che voglio ricordare racconta di un vero Uomo. Il suo nome era Giangiacomo Ciaccio Montalto.

Fu ucciso, nella notte del 25 gennaio 1983, mentre tornava a casa sui tornanti della collina di Valderice.


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venerdì 26 marzo 2021

Le chat di Palamara "son ma chi pon mano ad esse"?



 di Rosario Russo - Magistrato in quiescenza 

DOTT. RAFFAELE CANTONE

Procuratore della Repubblica di Perugia

 

DOTT. PIERCARLO FRABOTTA

G.U.P. del Tribunale di Perugia

 

DOTT.SSA DONATELLA FERRANTI

Consigliere della Suprema Corte

 

Illustrissimi Magistrati,

permettetemi di riassumere le vicende che vi hanno visti in vario modo protagonisti.

A) Dopo la richiesta di rinvio a giudizio del dott. P. (proc. 6652/2018, mod. 21) e mentre le sue chat impazzavano sui giornali, il 26 maggio 2020 l’avv. prof. F. Mucciarelli, incaricato di costituirsi parte civile per A.N.M., ne chiese la copia al P.R. di Perugia. Questi, con provvedimento del 3 settembre 2020, dopo avere sostenuto che per gli organi disciplinari dell’A.N.M. non sussistevano ragioni di riservatezza impeditive all’accesso, riteneva (tuttavia) che era necessario contemperare accesso e riservatezza. Perciò autorizzava il richiedente a prendere visione in segreteria delle chat, subordinando l’effettivo rilascio della copia alla puntuale specificazione, per ciascuna chat, delle «ragioni rilevanti per la costituzione in giudizio o per l’esercizio di altre situazioni giuridicamente rilevanti». Trattandosi di circa 60.000 pagine di messaggi, l’Avvocato e l’A.N.M. ritennero di non potere materialmente esercitare, alle predette iugulatorie condizioni, il proprio diritto.

B) Frattanto, a seguito delle ultime elezioni, si costituivano gli organi dell’A.N.M. e, su pressante richiesta di alcuni componenti del Comitato Direttivo Centrale, si decise di reiterare l’istanza di rilascio.


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lunedì 22 marzo 2021

Ammuina plan


di Massimo Vaccari - Magistrato

“Tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘llà”

 

Il dibattito sia precedente che successivo all’entrata in vigore della legge 27 febbraio 2015 n. 18, che ha introdotto modifiche alla disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati, era stato accompagnate dallo slogan martellante di “Ce lo chiede l’Europa”, utilizzato da diversi politici per accreditare nell’opinione pubblica l’idea che la riforma si fosse resa necessaria per adeguare la disciplina previgente al diritto dell’Unione Europea.

Se si fossero però lette le pronunce della Corte di Giustizia Ue che avevano ispirato la riforma, ci si sarebbe accorti che esse non avevano riguardato affatto, né del resto avrebbero potuto farlo, il profilo della responsabilità del magistrato ma quello della responsabilità dello Stato per violazione del diritto dell’Unione.


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domenica 21 marzo 2021

Chi legittima chi?


di Nicola Saracino - Magistrato

A margine del bel testo di Gabriella Nuzzi appena sotto, è quanto mai opportuno ricordare un intervento dell'allora segretario dell'ANM Giuseppe Cascini, che oggi è consigliere superiore.
Diceva nel marzo 2011, il consigliere superiore di oggi, che il Governo dell'epoca "non era legittimato"  a porre mano alla riforma della Giustizia perché troppo coinvolto.

Qui il video e qui il testo di quel comizio. 

Oggi Cascini, che siede al CSM, non si pone dubbi circa la legittimazione dell'organo di cui fa parte, il cui funzionamento è stato solo in parte disvelato dalle chat di Luca Palamara, ad interloquire sulla sua riforma. 

Ciascuno è legittimato a modo suo, il correntismo è fenomeno distorsivo e non ha basi costituzionali valide.

E con questo vi saluto, da oggi il blog sarà curato da altri.  

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L’acqua freschissima dell’acquaiolo.



di Gabriella Nuzzi- Magistrato 


Mentre si consuma l’attentato al “prestigio” dell’istituzione per mano del consociativismo politico-giudiziario imperante, consacrato dalle leggi “Mastella”; mentre l’opinione pubblica è rapita dalle scandalose rivelazioni di Luca Palamara, interrogandosi sull’affidabilità del servizio giustizia; mentre la magistratura aristocratica chiude le porte all’autocritica, preferendo il rassicurante silenzio della notte, che tanto presto passerà; mentre l’ANM si affanna alla ricerca di un vaccino, il Consiglio Superiore lavora alacremente.

Tra declaratorie di incompatibilità ambientali, nomine di direttivi e semidirettivi, modifiche regolamentari sugli effetti del disciplinare, il 17 marzo 2021 sono  approdate in Plenum sei proposte di pareri richieste dal Ministro di Giustizia ai sensi dell’art. 10 della Legge 24 marzo 1958, n. 195 sul testo di legge AC 2681, approvato dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 7 agosto 2020, concernente le deleghe al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario, costituzione e funzionamento del CSM, organizzazione uffici, incarichi direttivi e semidirettivi, disciplinare, ecc… Le sei corpose proposte sono state elaborate ed approvate dalla Sesta Commissione e giungono in discussione all’indomani dell’insediamento del nuovo Ministro di Giustizia, Marta Cartabia, che, tra le sue linee programmatiche, intende “verificare il lascito del precedente governo ed esaminare e valutare quanto dell’esistente meriti di essere salvato e, all’occorrenza, modificato ed implementato”. Esse possono leggersi sul sito Cosmag, ODG del 17 marzo 2021.


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sabato 20 marzo 2021

La lumaca avara.




Circoli viziosi.

Prima ancora che entrasse in vigore la legge che aveva introdotto il ristoro del danno da processo lumaca  avevamo pronosticato che si sarebbe verificata la clonazione delle cause, nel senso che anche i processi per riconoscere gli indennizzi ai cittadini sarebbero durati più dello sperato, dando luogo a loro volta ad ulteriori cause di risarcimento.

Quel che sembrava un paradosso si è trasformato in  ordinaria realtà.

Va premesso che non è qui in discussione il diritto del cittadino di essere compensato per il disagio collegabile al processo troppo lungo nel quale egli sia rimasto coinvolto.

Si vuole invece dimostrare  che uno Stato “tirchio”, quello delle riforme a costo zero, alla fine spende molto di più, a conferma del detto “chi più spende meno spende”.  

E per farlo non servono calcoli difficili.

Supponiamo che una sezione di Corte d’Appello  (gli uffici gravati dai maggiori ritardi) riesca ad emettere 100 sentenze al mese, ma tutte in ritardo  rispetto al termine che la legge ha imposto a tale grado di giudizio (due anni). 

Si badi che quella appena rappresentata è la condizione ordinaria di quasi tutte le corti  d’appello e non un’ipotesi rara: moltissimi appelli civili non si definiscono prima di quattro o cinque anni, tanto che il definirli in soli quattro anni è spesso un obiettivo da raggiungere con grande impegno.
 
Torniamo alla matematica economica. 

Si diceva 100 sentenze al mese, tutte a definizione di processi di secondo grado durati 4 anni. 

Ammettiamo che ciascuna causa veda contrapporsi soltanto due parti (appellante ed appellato) anche se il più delle volte il numero di parti è notevolmente superiore. 

A ciascuna parte spetta, come minimo, un indennizzo di 400 euro per ogni anno di ritardo, quindi nell’esempio appena fatto di 800 euro.

Le parti sono due, quindi 1.600,00 euro.

A queste somme vanno aggiunti i compensi degli avvocati ed i costi di altri processi da introdurre per ottenere "l’equa riparazione" provocati dalla lumaca (la Giustizia).   

1.600 euro moltiplicato per 100 fa …160.000 euro!

Quindi quella sezione della corte d’appello, che è di per sé molto virtuosa in relazione a quanto riesce ad esitare in termini di sentenze mensili, provoca comunque un esborso mensile a carico dello Stato di ben 160.000 euro (da arrotondare almeno a 180.000,00 euro per i costi accessori).

Nella metà di quella somma  - si ribadisce, un costo mensile -  ci sarebbero risorse per raddoppiare il numero di magistrati e quindi anche il numero di sentenze e così dimezzare i tempi di durata dei processi d’appello, contenendoli finalmente nel biennio che il legislatore considera fisiologico e che non produce esborsi per lo Stato. 

Ma la lumaca avara, e stavolta la lumaca è proprio lo Stato, oltre ad essere lenta di gamba denota di non essere volpe. 

E così pensa di non poter assumere altri giudici che scrivano sentenze perché non ha denari, che tuttavia dilapida in indennizzi. 

Come ognuno può notare, ad essere "irragionevole" non è tanto la durata del processo,  ma la gestione della Giustizia, la prima essendone solo un'ovvia conseguenza.  


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giovedì 18 marzo 2021

Separati in casa: i pubblici ministeri e l’astensione, degli altri.




di Nicola Saracino - Magistrato 

Quella del giudice, in particolare. 

Perché a leggere le cronache degli ultimi mesi s’avverte netta la sensazione di una troppo diversa “sensibilità” delle due categorie di togati, giudici e pubblici ministeri, per l’appunto, verso quest’obbligo di legge.
 
Che ricorre - tralasciando le incompatibilità derivanti dal compimento di atti processuali e che sono poste in funzione di garanzia dell’imputato dal “pregiudizio” di chi già si sia occupato della sua vicenda - ogni qualvolta il magistrato sia interessato da ragioni d’opportunità tali da sconsigliare l’esercizio della sua funzione in un particolare processo. 

Ad esempio quando sia amico o nemico di una parte, abbia dato consigli sul procedimento, siano ravvisabili ragioni d’opportunità non catalogabili a priori.  

E così s’è appreso che per qualche pubblico ministero non è d’ostacolo allo svolgimento del suo compito che uno stretto congiunto presti o abbia prestato la sua opera professionale a vantaggio di soggetti coinvolti nel procedimento, sia pure in relazione ad affari diversi.

Il tema è piuttosto avvertito dal legislatore, se è vero che recentemente, nel 2018, l'art. 35 del d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159, s'è arricchito di un comma 4 bis dal seguente tenore: «Non possono assumere l'ufficio di amministratore giudiziario, né quello di suo coadiutore, coloro i quali sono legati da rapporto di coniugio, unione civile o convivenza di fatto ai sensi della legge 20 maggio 2016, n. 76, parentela entro il terzo grado o affinità entro il secondo grado con magistrati addetti all'ufficio giudiziario al quale appartiene il magistrato che conferisce l'incarico, nonché coloro i quali hanno con tali magistrati un rapporto di assidua frequentazione. Si intende per frequentazione assidua quella derivante da una relazione sentimentale o da un rapporto di amicizia stabilmente protrattosi nel tempo e connotato da reciproca confidenza, nonché il rapporto di frequentazione tra commensali abituali».

La legge è quindi intervenuta su un doppio fronte: da un lato quello di evitare favoritismi a vantaggio di parenti ed amici dei magistrati nell'ottenimento di incarichi quand'anche non conferiti da loro congiunti ma da altri magistrati dell'ufficio giudiziario; dall'altro lato quello di prevenire eventuali incompatibilità dei magistrati chiamati ad occuparsi, a titolo non preventivabile, di vicende nelle quali siano coinvolti soggetti comunque collegabili a parenti ed amici.      

Tornando all’obbligo di astenersi, quando riguardi un giudice, esso sarebbe ravvisabile a fronte di ventilati, sebbene indimostrati,  rapporti con avvocati della difesa. Ciò, secondo un pubblico ministero. 

Si legge, infatti, sul il Giornale del 18 marzo 2021 - in un articolo dal titolo "Anni di pressioni e ideologia: Devono essere condannati, Quei messaggi più o meno espliciti per indirizzare il processo e il tentativo di screditare il giudice Tremolada" - che il pubblico ministero del processo a carico dei massimi dirigenti dell’Eni avrebbe chiesto di produrre un verbale contenente, per l’appunto, quelle che ad una verifica compiuta nelle sedi competenti, si rivelarono mere insinuazioni nei confronti del presidente del collegio giudicante. 

Il quale non ha dato ingresso a quel documento ed ha condotto a compimento il processo. 

Se i fatti fossero veri, e speriamo che non lo siano, saremmo giunti al punto che il giudice deve denotare d'aver la “schiena dritta” non già a fronte di critiche e pressioni esterne, mediatiche o  dell’imputato, ma al cospetto di un atteggiamento - assai discutibile dal punto di vista tecnico - della pubblica accusa.  

La quale, se aveva seri elementi per farlo, era tenuta a formalizzare una ricusazione del giudice, secondo le regole del codice di procedura penale. 

Che persino i pubblici ministeri cadano nel tranello dell’istituto farlocco dell’invito ad astenersi desta sconforto. 

L’invito ad astenersi - sia esso espresso o tacito, per facta concludentia - è un non senso ed infatti non è previsto da alcuna norma.

Le cose stanno, invece, in questi termini: se il togato è a conoscenza di fatti che debbano indurlo ad astenersi deve, spontaneamente, dichiararli e lasciar decidere ad altri se debba lasciare il processo e se non lo fa ne assume la responsabilità, anche disciplinare.  

Ma se non lo fa  a nessuno è consentito di sollecitarne l’astensione.  

Chi ha ragione di dubitare della sua idoneità a celebrare il processo deve far ricorso alla ricusazione, vale a dire ad una formale dichiarazione delle cause che rendono quel giudice incompatibile  corredata delle prove della loro esistenza. 

Ci sarà un altro giudice a stabilire se sollevare il giudice “precostituito per legge” dal suo compito, ovvero lasciare che il percorso “naturale” del processo prosegua col titolare del fascicolo. 

Se si lascia libero ingresso alle illazioni ed alle insinuazioni si fa solo un enorme danno alla credibilità della giurisdizione, oltre ad offrire uno spettacolo non tranquillizzante all’opinione pubblica.
  
E’ quindi innegabile che tra giudici e pubblici ministeri appaia oggi ravvisabile uno scarto o meglio, una netta "separazione", nella sensibilità verso istituti che preservano la terzietà dei protagonisti investiti di pubbliche funzioni nel processo, quella del giudizio e quella dell’accusa, quest'ultima mai ricusabile e proprio per questo tenuta, se possibile, ad un rigore ancora maggiore nel soppesare l'opportunità che impone d'astenersi. 


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mercoledì 17 marzo 2021

Un processo penale alla ricerca della verità apparente


 
di Cristiana Valentini -  Ordinario di Diritto Processuale Penale 

Una recentissima intervista rilasciata dall’ex Vice Presidente del CSM, avv. Legnini –unita alle note vicende dischiuse dalle rivelazione del “pentito” Palamara- spinge chi scrive a tornare su propri pensieri, risalenti a qualche anno fa, racchiusi nel concetto per cui oggi il processo penale di questo nostro Paese dovrebbe essere, per dir così, riclassificato: non più un processo che cerca la verità materiale o formale, a seconda delle mutevoli propensioni dell’interprete di turno, ma un ulteriore e sin qui inesplorato tipo di verità processuale, che -indulgendo all’unica salvezza dell’ironia- chiameremmo “verità apparente”.

Ora, cos’è la “verità apparente”? Ecco, anzitutto è quella che si dà per buona in quanto comodamente raggiunta, con il minimo dispendio di risorse, negli anfratti quotidiani dei casi criminologicamente “minori” di cui i palazzi di giustizia sono ricolmi; giusto per fare un esempio, pensiamo alle tante verità apparenti dei processi di Codice Rosso, dove una legge di rara superficialità – apparentemente vocata alla tutela delle vittime della violenza domestica e di genere - propizia il numero dei falsi positivi e dei falsi negativi, disvelati solo dal decorso successivo del tempo e degli avvenimenti, spesso tragici.

Poi c’è la situazione dei processi c.d. importanti, da quelli che coinvolgono politici e amministratori a quelli dotati comunque di forte impatto mediatico, dove la verità apparente diventa troppo spesso un must, scientemente perseguita a discapito di qualunque sforzo opposto.


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Riforma della magistratura: questione morale o organizzativa?



Giuliano Castiglia e Stefano Zurlo, un confronto su 19 Live Plus su mali e rimedi.  

Per chi naviga da mobile ecco il link del video

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martedì 16 marzo 2021

Un uomo vivo è morto

Ci ha lasciato Bruno Tinti. 

Un collega, un amico, una firma di questo blog che ha contribuito a lanciare nei suoi primi anni di vita. 

E’ stato il primo sostenitore dell’idea del sorteggio, tra i pochi a non aver bisogno del trojan per capire come funzionasse "il sistema". 

E l’ha sostenuta, da magistrato in servizio, con una intelligenza ed un coraggio esemplari, quando il sistema ancora contava sull’assenza delle “prove” della sua compromissione. Non ha temuto ritorsioni. 

Ci piace ricordarlo con uno dei suoi pezzi, dell'anno 2009, che dimostra quanto egli sarà, coi suoi ideali, sempre presente in questo luogo. 

 La Redazione, al completo. 



  di Bruno Tinti (ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino) 

 I magistrati che compongono il Consiglio superiore della magistratura saranno estratti a sorte. Lo propone il sottosegretario Caliendo: si debbono sorteggiare 100 magistrati; tra questi se ne eleggeranno 16. 
 Così s’impedirà alle correnti di impadronirsi del Csm. 
Si tratta dell’ennesimo tentativo di controllare i giudici? O è una proposta seria? 

Dice la Costituzione (art. 105) che al Csm competono assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari. 

Perché i magistrati sono (art. 104) autonomi e indipendenti «da ogni altro potere»; e, per garantire questa indipendenza, essi sono inamovibili (art. 107): solo il Csm può rimuoverli, sospenderli, trasferirli (per ragioni disciplinari o di carriera). 

E siccome il Csm è composto per due terzi da magistrati, l’altro terzo è di nomina politica, l’indipendenza della magistratura è stata assicurata. 

C’è un problema: il sindacato dei giudici (Anm) è diviso in «correnti». Sono 4: Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente, Movimento, Unità per la Costituzione. 
Associazioni nate per affinità culturali, per la verità più apparenti che reali: tutte concordi sulla necessità di difendere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, spesso in polemica su questioni marginali. Il loro sostanziale accordo è provato dal fatto che, nelle periodiche elezioni per gli organi direttivi dell’Anm, ogni corrente fa propaganda per sé, in polemica con le altre. 

Poi però si mettono d’accordo per mandarci componenti in numero eguale per ognuna. 

Un po’ come se Berlusconi, vinte le elezioni, chiamasse al governo ministri provenienti da ogni partito e in numero paritario. 

C’è di peggio: ogni 4 o 5 anni ci sono le elezioni del Csm e riparte la lotta fra le correnti: ognuna forma proprie liste con un numero di candidati pari ai posti disponibili. 

L’esito dipende dalla forza delle correnti: quella che conta più aderenti riesce a farne eleggere 6 o 7, le altre si spartiscono i residui 9, 10 posti. 

Un giudice che non appartiene a nessuna corrente si scorda di essere eletto: anche se tutti quelli che lavorano con lui e lo stimano (in un grande Tribunale, 200 o 300 persone) volessero votarlo, la più piccola delle correnti riuscirebbe sempre a totalizzare, per il suo candidato, un numero di voti superiore. 
 I magistrati che vanno al Csm appartengono tutti a qualche corrente. 

Ma non basta: come scelgono, le correnti, i magistrati da mandare al Csm? 
In genere ci vanno il segretario regionale, quello nazionale, quello che ha fatto parte della Giunta, quello che si è dato da fare nelle precedenti elezioni, insomma gli attivisti, quelli che contano nella corrente o gli amici di quelli che contano. 
Non ci sono elezioni primarie, non ci sono consultazioni (se non formali): è una designazione. Proprio come in Parlamento. 

Quali le conseguenze di questo sistema? 

Due, drammatiche per la credibilità della magistratura. La prima: si creano carriere privilegiate. I «correntisti» passano da un incarico all’altro: incarichi di vertice nell’Anm, Csm, organismi internazionali, alla peggio posti in sedi comode e ambite. La seconda: a ogni nomina di capi di ufficio le correnti si scatenano. 

Far nominare il proprio aderente è imperativo: si tratta di dimostrare la propria forza in modo da indurre tanti altri magistrati ad arruolarsi. 

Si crea così un circolo perverso: i magistrati aderiscono alla corrente sperando in un appoggio nei momenti chiave della loro carriera (anche in quelli disciplinari); ed essa si fortifica quanto più dimostra di appoggiarli con successo. 

Così, quasi sempre, l’effettiva capacità professionale dei magistrati è valutata certamente quando nessun aspirante è «correntizio»; o quando il «correntizio» è di capacità professionale indiscussa. Negli altri casi la logica «correntizia» in genere prevale. 

La prova sta negli annullamenti delle decisioni del Csm fatti dal Tar. Perché è ovvio che nomine fondate su logiche «correntizie» difficilmente possono rispettare i criteri imposti dalla legge; e il Tar ha detto che in alcuni casi il Csm ha violato la legge. Adesso il sorteggio. 

Non è il massimo, ci sono anche profili costituzionali da salvaguardare (i magistrati del Csm vanno «eletti»). 

Però si deve pur arginare la deriva provocata dalle correnti, spezzare questo vincolo perverso che orienta le decisioni del Csm in modo clientelare. 

E poi il sorteggio non è così irragionevole come i «correntizi» lo dipingono. 

Ogni giudice, ogni giorno, prende decisioni importanti, spesso vitali: infligge ergastoli, affida i bambini a questo o a quel coniuge, stabilisce se un’azienda deve o non deve fallire. E vi sembra che quello stesso giudice, se sorteggiato per il Csm, non possa decidere chi deve fare il presidente del Tribunale di Roncofritto o il procuratore della Repubblica di Poggio Belsito?

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