lunedì 5 luglio 2021

Soltanto alla legge


di Massimo Galli - Magistrato

Nonostante il mascheramento ideologico (si dice che p.m. e giudici non dovrebbero frequentare gli stessi ambienti istituzionali e probabilmente neppure lo stesso bar) è evidente che l’insistenza con la quale una parte importante della politica persegue la separazione delle carriere è senz’altro mirata all’obiettivo di trasformare il pubblico ministero, non più giudice e gerarchicamente inquadrato, in  un superpoliziotto scodinzolante di fronte alla gerarchia e ansioso di riportare in bocca l’imputato giusto (magari previa eliminazione dell’obbligo dell’esercizio dell’azione penale).

Ci si potrebbe chiedere come mai, sia paure scontando  la sicurezza in sé  stessi e l’ottimismo di cui si deve armare qualsiasi esponente politico, ci sia tanto impegno, direi quasi accanimento,  per ottenere tale  risultato nonostante la storia  insegni, che spesso il manico del coltello cambia di mano e che anche il politico più brillante potrebbe trovarsi a desiderare un pubblico ministero imparziale.

In realtà questa riforma, al pari di molte che riguardano la giustizia, è ispirata alla ideologia imposta dal potere economico internazionale che fa della concorrenza e della competitività il nuovo Moloc al quale sacrificare i figli primogeniti e anche quei diritti fondamentali  come l’autonomia e l’indipendenza  del giudice (compreso  quello che  esercita le funzioni di pubblico ministero) che sono stati il frutto di tante lotte e,  letteralmente, di tanto  sangue versato per superare le organizzazioni sociali autoritarie e oligarchiche  che hanno caratterizzato il passato di ogni nazione occidentale e che tutt’ora caratterizzano molti stati del Sud e dell’Est del mondo.

L’attuale fase del pensiero neoliberale prevede infatti che tutto venga sacrificato al mito della competitività, ormai penetrato in ogni aspetto della vita sociale, trasformando l’individuo, da libero cittadino di uno Stato democratico  e destinatario di diritti fondamentali, a imprenditore potenzialmente soggetto solo alla legge del mercato, ossia alla concorrenza, e quindi avvezzo a lottare con ogni mezzo per realizzare l’interesse privato anche a scapito di quello pubblico,  proprio come succede nella finanza internazionale che, non essendo assoggettabile ad alcuna  legge o giustizia,  è abituata a violarle tutte secondo il principio “Too big to pay “ fatta eccezione ovviamente per la legge  del più forte.

La strada della finanza globalizzata porta direttamente alla costituzione di una nuova classe di feudatari mondiali che governano i popoli come i nobili governavano la plebe: somministrando benefici e castighi a sudditi schiavi e opportunamente lobotomizzati dal consumismo.

Il mito della competitività è facilmente individuabile in ogni proposta di legge che riguarda la giustizia italiana e in particolare nell’attenzione all’efficienza senza efficacia che caratterizza ormai la maggior parte delle proposte di riforma e costituisce “il Carma” al quale i dirigenti degli uffici giudiziari sono chiamati ad uniformarsi se vogliono ottenere la conferma nei ruoli organizzativi o la progressione in  una carriera,  sempre più staccata da quella di  giudice al punto che potrebbe essere facile ipotizzare, dopo la separazione delle carriere dei pubblici ministeri,  anche la separazione delle carriere dei direttivi alienati  dall’esercizio della giurisdizione.

Il progetto di controllo della magistratura da parte della massoneria teorizzato nei programmi della loggia P2 sembra proprio si stia realizzando attraverso questo cambio nella cultura e nella propensione di molti colleghi a barattare l’esercizio e l’orgoglio della giurisdizione con il piedistallo di dirigente. La cultura della verità con quella,   meglio remunerata,   della meschinità se non addirittura della mistificazione che da anni caratterizza la gestione correntizia di carriere e disciplina nella magistratura.

Nel mio piccolo sto avendo esempi frequenti dell’interpretazione,  assimilabile a quella del  cane da guardia,  che direttivi e semidirettivi,  fanno della loro funzione dimenticando  di essere anzitutto dei giudici e non apprezzando  il  privilegio al quale questa organizzazione sociale li ha ammessi:  di poter amministrare giustizia  soggetti solo alla legge.

La separazione del pubblico ministerio dalla giurisdizione e la sua gerarchizzazione sarebbe un  grave e determinate  passo verso la gestione  del potere  di sanzione penale  a beneficio dei soggetti privilegiati ( quelli che già nell’attuale sistema  hanno le risorse economiche per far durare i processi oltre i termini di prescrizione e per  fare trasferire i pm scomodi mediante  la connivenza tra politica amica e correnti disponibili)  e  pertanto verso  l’ asservimento dell’esercizio dell’azione penale al potere della finanza che è il  burattinaio sempre meno nascosto delle istituzioni politiche e fortemente determinato ad estendere il suo controllo anche su quelle giudiziarie.

La separazione delle carriere darebbe ulteriore impulso alla cultura della competizione a scapito della giurisdizione poiché un pm separato non potrebbe rifiutare la gerarchia oppressiva passando alle mansioni giudicanti e quindi sarebbe costretto ad accettare la logica del compiacimento ossia della competizione  non per l’applicazione  della legge, ma per assicurarsi il favore del superiore  ai fini della  carriera od anche solo per non rimanere isolato tra i carrieristi compiacenti.

Nella nostra categoria purtroppo c’è tanta voglia di padroni e di controlli esterni che dettino le regole magari inventandone di strampalate e illogiche come la quantificazione delle sentenze riformate,  o delle condanne ottenute,  per misurare  il merito del giudice come se il lavoro di chi giudica possa essere valutato sulla base di risultati numerabili e non in base al sentimento di giustizia che è riuscito a soddisfare.

Sarebbe interessante capire in quale misura il pensiero unico neoliberale  stia infiltrando la psicologia del giudice al punto da fargli ritenere normale che il suo lavoro possa essere equiparato a quello di chi si occupa di  un qualsiasi bene di consumo facilmente valutabile in base alle quantità prodotte.

Ci si dovrebbe chiedere in quale misura tale pensiero unico sia a tal punto suggestivo da far preferire la certezza di una valutazione professionale quantitativamente orientata,  alla consapevolezza morale di aver utilizzato nel modo migliore il proprio tempo lavorativo per rendere  giustizia e verità, ( con buona pace della statistica da relegare dove dovrebbe rimanere  ossia nei cassetti dei burocrati che se ne godono la consultazione) .

Ovviamente non condivido l’idea di chi ritiene che la separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici possa essere utile per salvare questi ultimi dalle trame di controllo perché la battaglia per l’esercizio indipendente della giurisdizione come quella per la democrazia deve essere combattuta ogni giorno, ad ogni livello, da ogni cittadino e da ogni giudice senza lasciare indietro nessuno.

Vogliamo veramente che l’interesse privato diventi la nuova divinità e che anche lo stato sia organizzato come se fosse un’impresa volta a perseguire guadagni ( o risparmi) , e non a garantire diritti magari rimanendo  inerte innanzi  allo scempio dell’ambiente, al sacrificio dei diritti umani, indifferente alle sofferenze dei più deboli e immemore della cultura della legalità e della solidarietà  per obbedire alle direttive della finanza internazionale? 

A mio avviso è giunta l’ora di sostituire lo slogan ormai datato: “ meno stato e più mercato” con il nuovo : “meno finanza,  più solidarietà e giustizia” 

 


7 commenti:

bartolo ha detto...

Nn si può che rimanere inchinati per immisurabile tempo, alla lettura di questo intervento. Ma ovviamente non smuoverà nessuna coscienza, d'altronde i sistemi riscontrati sul funzionamento della magistratura cosa ci dicono? Piuttosto a meravigliarmi è la classe forense, che anziché essere a fianco della giurisdizione indipendente, con la scusa di non essere considerata dal pm, è da tutt'altra parte.

Anonimo ha detto...

Una precisazione a proposito dei "numeri": a qualcosa servono.
Da giudice, se faccio 100 sentenze e me ne riformano 5, è un conto. Se me ne riformano 50 qualche domanda inizio a farmela sulla mia capacità.
Che non misuro sul "senso di giustizia" che ho suscitato nella comunità: io faccio il giudice, non lo sceriffo.

La redazione ha detto...

Caro sconosciuto
In realtà per avere una valutazione attendibile sulle capacità di quel giudice occorrerebbe considerare quante di quelle 50 sentenze di riforma a loro volta venissero riformate a loro volta.

bartolo ha detto...

sulla riforma delle sentenze c'è stato un giudice che in tema di mafia le riformava tutte. i fatti sono due: quel giudice è risultato crocifisso; per la legge dei "numeri", invece, è considerato (forse un mafioso) quanto meno, un corrotto. tanto per dire che nella giustizia i numeri non contano. contano in politica, quando si computano i voti (non mafiosi, ovviamente).

ROSARIO RUSSO ha detto...

Condivido parola per parola.
Grazie.
rosario russo

francesco Grasso ha detto...

Sicuramente chi chiede l’abolizione dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale(112 Cost.; 50c.p.p.), non sa cosa dice, un “minus habens”. Chiede di travolgere la colonna portante del principio di uguaglianza davanti alla legge(3 Cost e 20 Carta dei diritti fondamentali, dell’U.E.). Principio oggi ridotto ad uno spettro. Ma almeno lo si può invocare a gran voce. Con la sua eliminazione nemmeno questo è possibile, e chi lo chiede con forza potrebbe essere perseguito o peggio perseguitato. A costoro, a questo punto, si consiglia di chiedere, anche l’abrogazione dell’art. 3 Cost. al fine di travolgere anche il principio di uguaglianza “nella legge”, consentendo anche al legislatore e di riflesso al governo, di legiferare ad personam, in pieno diritto.

francesco Grasso ha detto...



I mali in elenco, purtroppo, oggi sono ben presenti nel “sistema palAmara”. Con l’aggravante, che si è in presenza di una sterminata miriade di piccoli ministrelli, che fanno quello che vogliono senza che nessuno può fare nulla. Per cui poter individuare un preciso responsabile, il ministro, e denunciarlo, è male minore. Tuttavia un tentativo (bisogna stroncare a forza il “sistema palAmara”), per salvare il pubblico ministero dal diventare un super poliziotto, vale la pena tentarlo a tutti i costi.