lunedì 31 maggio 2021

Ultime notizie dal Csm: rotazione dei direttivi e uso delle chat a geometria variabile




di Andrea Reale - magistrato

Dalla lettura degli ultimi resoconti sulla attività consiliare, uno (9.5.2021) dei componenti di Area e l'altro dei consiglieri di Magistratura Indipendente (del 10.5.2021) abbiamo appreso due notizie: una buona, una meno.

La prima  è che finalmente il CSM ha sposato, nel parere sul disegno di legge c. d. Bonafede, il principio della rotazione negli incarichi semidirettivi.

Si legge nel resoconto di Area che occorre percorrere "una strada che parte dalla causa degli effetti distorsivi prodottosi in questo ambito nell’attività del Consiglio e  prova ad immaginare una soluzione coerente soprattutto con l’interesse degli uffici; valorizzando un concetto partecipato di dirigenza ed un’effettiva temporaneità degli incarichi direttivi,  per contrastarne la “lettura” carrieristica all’interno della magistratura e riaffermare, nei fatti, l’indicazione costituzionale per cui i magistrati si distinguono solo per funzioni (art. 107 cost), che è in totale distonia con una visione gerarchica e verticistica della magistratura sempre più diffusa".

Tra gli emendamenti apportati-  e votati a maggioranza- ve ne è uno che, in periodo senza interruzioni, evidenzia "l’irrazionalità nella distribuzione degli incarichi semidirettivi, ma soprattutto nel loro notevolissimo numero (basti pensare che nelle corti il rapporto medio tra magistrati e semidiretti è di 1 a 4)  che, da un  lato,  riduce la possibilità per il CSM di una analisi approfondita dei percorsi professionali dei candidati e della qualità delle precedenti esperienze dirigenziali determinando, inevitabilmente, procedimenti di nomina più lunghi,  burocratici e meno trasparenti; dall’altro, secondo la comune esperienza,  non è affatto indispensabile: se negli uffici medi e piccoli i semidirettivi paiono essere un sicuro supporto, necessario alla dirigenza, assumendo il coordinamento di interi settori, negli  uffici più grandi, soprattutto quelli con molte sezioni specializzate, i semidirettivi svolgono funzioni di coordinamento ed organizzative non tanto pregnanti da richiedere il vaglio attitudinale del CSM, e  ben potrebbero essere individuati all’interno degli Uffici, magari fra quelli con maggiore esperienza in quella materia, e con procedura tabellare o a rotazione per anzianità. 

Una soluzione che incentiverebbe i magistrati a partecipare maggiormente alla organizzazione dei propri uffici e a condividerne la responsabilità".

Davvero se  non fosse uno scherzo si penserebbe che si stia leggendo una parte del programma associativo della lista ArticoloCentouno o che Andrea Mirenda e Francesco Bretone (dopo l'audizione in Commissione Giustizia alla camera dei Deputati) siano entrati nel Consiglio Superiore della Magistratura ed abbiano dettato principi tanto condivisibili quanto necessari per superare la enorme crisi dell'attuale "nominificio".

Vi è però anche una cattiva notizia che emerge dai resoconti dei gruppi consiliari.

Ossia che "le chat di Palamara" imperversano fortemente  e condizionano l'operato del CSM in ogni ambito, ma esse vengono utilizzate "a corrente alternata" e per i consueti giochi di potere.

Nel conferimento di un incarico semidirettivo (mi riferisco a quello di Procuratore aggiunto di Salerno) proveniente da annullamento da parte del giudice amministrativo  alcuni consiglieri hanno  ritenuto che  "la violazione delle disposizioni del codice etico della magistratura, le quali vietano al magistrato di adoperarsi, o di lasciare che altri si adoperino, per ottenere incarichi,  debba avere una incidenza negativa sui pre-requisiti di indipendenza e di imparzialità e quindi comporti necessariamente, in sede di valutazione comparativa, un giudizio negativo sul complessivo profilo del candidato".

Facendo leva su alcune chat intercorse tra un candidato a quel posto semidirettivo e Luca Palamara, volte alla autopromozione (ormai scriminata dalla famosa direttiva del Procuratore generale della Corte di Cassazione), sebbene  per incarico diverso da quello in esame, i suddetti componenti hanno fatto presente che "il correntismo deteriore è esattamente questo, che queste sono le ricorrenti giustificazioni di chi lo pratica e che il Consiglio aveva il dovere di dare una risposta ai tanti magistrati che non hanno mai chiesto e non vogliono chiedere a nessuno  il sostegno o l’aiuto per una nomina".

Peccato che alla proposta "moralizzatrice"  ha fatto da contraltare un diverso resoconto (quello di Magistratura Indipendente) nel quale si evidenzia  che alcune conversazioni erano intercorse tra Palamara e altro consigliere del gruppo cui apparteneva il candidato prescelto originariamente  e che il sostegno  ricevuto da costui era legato a dichiarate “ ragioni personali” del consigliere interlocutore di Palamara (ragioni personali coincidenti  con la medesima appartenenza associativa al gruppo correntizio).

Dunque le stesse identiche ragioni che erano state accampate dai togati di Area per screditare e delegittimare il proposto di altro schieramento!

Per fortuna alla fine è prevalso il candidato che aveva ottenuto la sentenza di annullamento della prima delibera da parte del giudice amministrativo e, sopratutto, che godeva di una preminenza di titoli rispetto al contendente.

Sembra, in conclusione,  che al Consiglio  le chat vengano oggi utilizzate in ogni commissione e in plenum, ma spesso anche del tutto fuori luogo o soltanto per portare acqua al proprio mulino, fingendosi portatori di una superiorità morale e deontologica che nessuno, dall'esterno, riesce a scorgere, specialmente alla luce della pubblicazione dei due  famosi libri su Magistropoli  e della lettura INTEGRALE della messaggistica tratta dal cellulare di Luca Palamara.



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domenica 30 maggio 2021

Giuliano Castiglia incontra l'AIGA

Pubblichiamo un estratto dell'incontro dello scorso 28 maggio 2021 tra l'AIGA e Giuliano Castiglia relativo alle riforme necessarie se realmente si intende porre fine alla politicizzazione della magistratura: sorteggio dei candidati al CSM e rotazione negli incarichi direttivi e semidirettivi.






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venerdì 28 maggio 2021

Concorso morale in abuso d'ufficio per la telefonata che "convince" il pubblico ufficiale a non compiere il suo dovere



Un esempio di applicazione del diritto dei mortali.


Da quale si ricava che la Suprema Corte disattende  la direttiva della Procura Generale  in tema di autopromozione dei magistrati, quando si tratta di giudicare i non togati.
Ciò che è marachella, irrilevante anche disciplinarmente, è reato per tutti gli altri cittadini. 




Si tratta della recentissima sentenza n. 21006 depositata dalla Sesta Sezione della Cassazione Penale il 27 maggio scorso. 

Il "sistema" della raccomandazione volta a condizionare gli esiti dei concorsi per gli incarichi direttivi in magistratura è ormai a tutti noto.

Ma nessuna procura della Repubblica ha ipotizzato reati.

Nessun procedimento disciplinare è stato avviato.

Nessuno è stato trasferito per incompatibilità ambientale, sebbene emergesse la forza di condizionamento sulle nomine attuata per il territorio di competenza.

Restano tutti sulle proprie sedie,  a continuare.

Questo è il sistema che secondo i sacerdoti custodi della Costituzione ci dobbiamo tenere. 

Ma,  applicando il diritto dei comuni mortali, confermato dall'ultima sentenza della Cassazione,  abbiamo da tempo segnalato che si tratta di un sistema criminale.  

E la visione di Piazza Pulita di ieri sera, con l'Avv. Amara in viva voce, dimostra che gli errori sono solo  per difetto.   
      




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mercoledì 26 maggio 2021

"Aspettando le sentenze" permette qualche domandina, dott. Davigo ?


di Rosario Russo - magistrato in quiscenza

«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”»: così le piaceva dettare.

Preferisco aspettare il passaggio in giudicato delle sentenze.  

Ma – posto che proprio lei si è esposto al giudizio dell’uditorio televisivo – ritengo di poterle rivolgere talune domande, auspicando che voglia serenamente rispondere, nell’esclusivo interesse dell’Utente finale della Giustizia.

Com’è noto, nell’aprile 2020 il sostituto dott. P. Storari consegna a lei, allora membro del C.S.M., la copia dei verbali in cui l’avv. P. Amara aveva denunciata l’esistenza di un’associazione (non soltanto segreta ma anche) a delinquere, lamentando che il capo della P.R., dott. F. Greco, non aveva proceduto alle indagini, a suo avviso invece urgenti. Si tratta di verbali non firmati. Tuttavia, poiché il latore è stato proprio il P.M. dott. P. Storari (che aveva raccolto ufficialmente le accuse di Amara), non poteva nutrirsi alcun dubbio sulla conformità delle copie (non firmate) agli esistenti originali (sottoscritti da Storari).

Non a caso, infatti, proprio lei li ha ritenuti pienamente affidabili.

A tal punto che ha pubblicamente condiviso la doglianza per cui il dott. Storari si rivolgeva a lei: il P. R. dott. Greco avrebbe dovuto subito accertare le gravissime accuse di Amara, perfino autoaccusatorie, trascritte nei verbali stessi.

Ciò premesso, non le chiedo, dott. Davigo, se fosse a conoscenza della circolare del C.S.M. n. 510 del 1994 che impone un procedimento (da lei non osservato) per inoltrare ufficialmente e riservatamente al Comitato di Presidenza del C.S.M. (anziché a taluno dei suoi membri) doglianze su atti coperti dal segreto investigativo.

Non le chiedo neppure quale reale inte-vento abbia svolto a seguito della ricezione dei predetti verbali; lei ha dichiarato – ben vero – di averne dato parziale notizia al V. Presidente, ad alcuni membri del C.S.M. (tra cui il P.G. presso la Suprema Corte) e (direttamente o indirettamente) al Capo dello Stato, senza consegnare loro i verbali.

No. Se permette, formulo altri quesiti.  

A) Se riteneva dovuta l’attività d’indagine negata (o ritardata) dal dott. Greco, in che modo lei riteneva d’influire efficacemente sulle sue decisioni? Al postutto, a seguito del suo informale intervento il dott. F. Greco ha esperito le indagini nei confronti di tutti i soggetti chiamati in correità da Amara?

B) Se lei aveva inteso evitare la procedura formale prescritta dalla menzionata circolare (per impedire la pubblicità che - a suo avviso - avrebbe inquinato l’indagine stessa), come mai – dopo la cessazione dal suo ufficio di consigliere del C.S.M. – ha (dichiarato di avere) consegnato quei verbali alla sua Segretaria (dipendente dal C.S.M.), alla quale sono stati infatti agevolmente sequestrati (dopo essere stati recapitati in copia ad alcune testate giornalistiche e al cons. dott. A. Di Matteo)? Perché ha ritenuto la sua Segretaria più affidabile del Comitato di Presidenza del C.S.M.?   

C)  Non ha temuto che il rinvenimento - e soprattutto la divulgazione - di tali verbali (costituenti corpo del reato di violazione del segreto), per un verso, avrebbe irrimediabilmente compromessa (o ‘bruciata’) – come di fatto è avvenuto - l’indagine che stava tanto a cuore a lei e al dott. Storari; e, per altro verso, avrebbe comportato l’esposizione di quest’ultimo a procedi-mento (disciplinare e) penale? L’esito finale della vicenda non ha irreversibilmente aggravato la situazione che l’aveva spinta a sposare le ragioni del dott. Storari? Dopo un anno può affermare che il suo intervento sia stato oggettivamente proficuo, se tuttora lamenta l’incompletezza delle indagini svolte dal dott. Greco?

D) Perché non ha considerato che, ancorché fosse vacante l’ufficio di Procuratore Generale di Milano, il dott. Storari avrebbe potuto rivolgersi al suo Vice, osservando la via gerarchica?

E) Per quale ragione ha mostrato i verbali stessi al prof. Nicola Morra (senatore allora in forza al M5S, Presidente della Commissione parlamentare antimafia), il quale in nessun modo avrebbe potuto influire sulle decisioni del dott. Greco? E come mai il sen. Morra ricorda tra gli accusati da Amara soltanto il dott. S. Ardita (membro del C.S.M.)?

E) Avendo contribuito a propagare i verbali segreti e omesso di denunciare il reato commesso dal dott. Storari, qualora - per queste ragioni - fosse inquisito, lei invocherebbe l’immunità prevista dall’art. 32 bis della L. n. 195 del 1958?

Aspettando le sentenze domandare è lecito, rispondere è cortesia


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sabato 22 maggio 2021

Lo scandalo della toga sospettata d'esser manesca.



di Nicola Saracino - Magistrato 

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha stabilito che non meritasse il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale un sostituto procuratore generale coinvolto in una vicenda di apparente violenza familiare in danno della compagna, vicenda sfociata in una archiviazione in sede penale sia per la remissione della querela della vittima, sia perché s’era dubitato dell’effettiva volontà di nuocere della toga sospettata d’esser manesca.

Se ne ha traccia qui
 
La votazione che ha determinato l’esito di quel procedimento - favorevole al magistrato che in passato era stato anche consigliere superiore - ha visto 9 voti contrari al trasferimento, 8 voti favorevoli e 8 astenuti. 

E’ uno scandalo!

Non tanto per la scelta di merito compiuta dal CSM di non trasferire il magistrato, opinabile come tutte, quanto per le “astensioni” di ben otto consiglieri superiori. 

Pur se in epoca Covid, lavarsene le mani non è sempre la scelta più giusta. 

Cos’è l’astensione. 

E’ un istituto giuridico di carattere generale che opera sia nel processo sia nell’ambito dell’attività amministrativa. 

In soldoni non può giudicare, né amministrare, chi si trovi rispetto alla vicenda al suo esame in una posizione di interesse o di imbarazzo.

In tali casi è obbligatorio che si astenga e se non lo fa incappa in sanzioni disciplinari e talvolta anche penali.

L’astensione, in definitiva, è sempre costruita dal legislatore come un preciso obbligo giuridico, mai come una facoltà rimessa al capriccio del funzionario.    

Ebbene in questo caso un organo collegiale di alta amministrazione era chiamato a svolgere il suo preciso compito di stabilire se un togato dovesse essere, oppur no, trasferito. 

C’è chi ha detto di sì, chi ha detto di no e chi non ha detto nulla, astenendosi.  

E’ evidente che gli astenuti si sentano svincolati dalle leggi ed intendano il loro mandato amministrativo alla stregua di un mandato politico, quasi fossero dei parlamentari.

Perché solo in politica l’astensione dal voto rappresenta una legittima facoltà che è del tutto diversa dall’obbligo di astensione come sopra delineato. 

Immaginate cosa accadrebbe se in un concorso pubblico uno dei membri della commissione d’esame rifiutasse di interrogare e valutare un candidato; o se un qualsiasi funzionario, standosene a braccia conserte, omettesse di svolgere il proprio compito, fosse anche solo consultivo. Incorrerebbero nel reato di omissione di atti d’ufficio. 

I consiglieri superiori, che non sono parlamentari ma membri di un organo di alta amministrazione per costante giurisprudenza del Consiglio di Stato, si ritengono liberi di svolgere o di non svolgere i propri compiti e questo accade in tutte le pratiche amministrative che capitano al Consiglio. 

E’, questa, la più plastica dimostrazione della degenerazione dell’autogoverno della magistratura che ha assunto una impropria connotazione “politica” a dispetto dei compiti solo amministrativi attribuiti dalla Costituzione al CSM. 

Che deve essere riformato con urgenza in due direzioni tra loro alternative: o lo si riconduce allo schema costituzionale di organo imparziale e non politico oppure si accetta che il governo della magistratura spetta alla politica, traendone le ovvie conseguenze anche sulla sua composizione. 


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mercoledì 19 maggio 2021

Come possono i partiti giudicare il correntismo ?




di Massimo Galli - Magistrato

La commissione d’inchiesta sulla magistratura, di cui si sta discutendo negli ultimi tempi, se la si considera come uno strumento necessario per focalizzare l’attenzione del parlamento sui problemi che la magistratura da sola non riesce a risolvere in questo momento, a mio avviso potrebbe valutarsi favorevolmente, a patto che se ne studino con estrema cura la composizione e gli obiettivi.

La situazione critica che si è venuta scoprendo progressivamente infatti è di una gravità tale che merita senz’altro l’attenzione di tutti i soggetti istituzionali che possono intervenire.

L’intervento però dovrebbe essere, per l’ appunto, di tipo istituzionale e non meramente politico poiché la criticità stessa è stata determinata da atteggiamenti incoscienti dei partiti che, negli ultimi anni, si sono molto impegnati per condizionare la magistratura nell’ambito di quel deleterio progetto, che può essere letto in molte iniziative, finalizzato a dare una svolta oligarchico – autoritaria alle istituzioni, mediante la gerarchizzazione della burocrazia, la concentrazione dei centri decisionali, lo svilimento delle occasioni di partecipazione democratica.

In realtà è la politica che dovrebbe riflettere su se stessa e decidere quale è la giustizia che intende promuovere: se quella strumentale agli interessi partitici ed economici o quella prevista dalla costituzione come strumento di coesione e indispensabile presupposto di ogni sviluppo sociale ed economico attraverso il rispetto dei principi fondamentali della convivenza etica e morale.

Purtroppo lo spettacolo che i partiti forniscono di se stessi e della loro capacità di promuovere tale sviluppo democratico non è per niente confortante.

Ci si deve chiedere allora se un’eventuale commissione di inchiesta sulla magistratura potrebbe sortire effettivamente risultati positivi o invece essere semplicemente il pretesto per imporre ulteriori controlli, come la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti, la ricerca di standard di efficacia in odio ai principi fondamentali dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, la gerarchizzazione degli uffici giudiziari alla stregua di qualsiasi altra organizzazione burocratica a rischio di colonizzazione da parte di centri di potere esterni alle istituzioni.

I partiti in particolare dovrebbero riflettere sulla situazione in cui loro stessi si trovano e sulla possibilità che una svolta oligarchica o addirittura autoritaria,  veicolata da una giustizia al servizio dei più forti,  non risulti alla fine pericolosa per l’esistenza stessa della loro identità democratica, poco propensi come sono alla trasparenza e alla partecipazione nelle loro stesse strutture organizzative.

I partiti sono veramente sicuri che sia una buona idea quella di controllare la magistratura? O non dovrebbero forse riflettere sul fatto che potrebbero trovarsi loro stessi ad avere bisogno di una giustizia autonoma e indipendente ?

 La crisi in cui si trova la giustizia oggi è soprattutto dipendente dall’infiltrazione politica all’interno della magistratura attraverso gli strumenti della promessa di carriera e della minaccia di disciplina.

In occasione dell’ultima elezione per la sostituzione dell’ennesimo componente del CSM, dimessosi per aver scelto di fare carriera senza rispettare la legge, la partecipazione dei votanti si è attestata all’incirca sul 60% degli aventi diritto.

Se si considera che la maggior parte di questi votanti è motivata proprio dalla prospettiva della carriera e della tutela promessa dalle correnti ci si rende conto di quanto forte sia la motivazione di coloro che non hanno votato dichiarando indirettamente ma sostanzialmente di rinunciare ai benefici correntizi per ribadire la mancanza di democrazia e di legalità del sistema di autogoverno che negli ultimi 15 anni ha tutelato solo gli interessi dei partiti, introducendo uno spudorato meccanismo di lottizzazione degli uffici giudiziari.

Potrebbe allora una commissione di inchiesta parlamentare eliminare il correntismo dalla magistratura?

Io penso che lo potrebbe solo se i componenti della commissione venissero scelti non con criteri politici ma tra coloro che hanno dato prova di essere interessati ad una giustizia rispettosa della costituzione e in grado di contrapporsi ai poteri forti, senza scendere a compromessi per ragioni di opportunità carrieristica o di altro genere.

In altre parole dovrebbe essere una commissione di filosofi, giuristi e sociologi, dei saggi più lontani possibile dalla politica.



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lunedì 17 maggio 2021

Un tram chiamato Anm


Alcuni giorni fa abbiamo commentato la surreale situazione di stallo in cui, nel week-end del 24  e 25 aprile, è precipitato il CdC dell'Anm per la sua conclamata incapacità di decidere sulla spinosa questione dell'accettazione delle dimissioni di alcuni associati sottoposti a procedimento disciplinare perchè coinvolti nelle camarille con Luca Palamara.

Pubblichiamo ora un intervento della dott.ssa Maria Angioni, componente del Cdc, che spiega le ragioni, giuridiche e non, della posizione assunta, in seno all'organo deliberativo della associazione,  da lei e dagli altri tre rappresentanti della lista indipendente  Art. 101. 

 
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di Maria Angioni - Magistrato

L'Anm è una associazione privata, benchè con finalità di interesse pubblico, quindi è regolata dagli artt. 14 e ss. del codice civile.

In particolare l'art. 24 c.c. regolamenta il recesso dell'associato, statuendo che "l'associato può sempre recedere dall'associazione se non ha assunto l'obbligo di farne parte per un tempo determinato. La dichiarazione di recesso deve essere comunicata per iscritto agli amministratori e ha effetto con lo scadere dell'anno in corso, purchè sia fatta almeno tre mesi prima".


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venerdì 14 maggio 2021

Massoni per caso?



di Nicola Saracino - Magistrato 

Il dott. Sebastiano Ardita ed il dott. Nino Di Matteo sono due consiglieri superiori. 

I soli che hanno preso una posizione netta a favore del sorteggio quale metodo di selezione dei membri dell’organo di autogoverno, proprio per stroncare le consorterie che oggi lo governano con il nome di “correnti” e che agiscono in modo non dissimile dalle massonerie, con accordi segreti non ostensibili ed occulti fino a quando qualche trojan non svergogna un simile “sistema”.
 
La breccia rappresentata dalla presa di posizione di Ardita e Di Matteo risale al mese di luglio dello scorso anno.

Che il sorteggio dei componenti del CSM rappresenti l’antidoto più formidabile contro la conduzione affaristica della magistratura, intesi gli affari come gestione del potere sotto forma di distribuzione dei posti di comando, spesso in accordo con la politica, lo ha affermato più volte uno che di quel sistema conosceva e praticava tutte le forme, Luca Palamara: se il correntismo teme una riforma questa è quella del sorteggio perché taglia le gambe alle consorterie rese incapaci di “prevedere” il futuro e quindi di condizionarlo. 

Insomma l’esatto contrario del modo di operare di una “massoneria”, come abbiamo già altre volte argomentato.    

Orbene proprio il dott. Ardita è stato accusato - a quanto pare in modo piuttosto strampalato per precisione dei dettagli - di far parte di un comitato d’affari, se non di una vera e propria loggia massonica, definita “Ungheria”.
 
Ovviamente sulla fondatezza dell’ipotesi restiamo neutri, spettando alla magistratura il compito di verificare o di falsificare con la massima efficacia e sollecitudine quelle accuse.

Ma sul piano logico risalta, immediatamente, una contraddizione. 

La massoneria seleziona oculatamente i propri adepti, ne studia l’affidabilità e la disponibilità, giammai si affiderebbe al sorteggio  per reclutare i "fratelli", cosa che escluderebbe di per sé ogni gestione, ogni organizzazione preventiva degli assetti di potere. 

Mai il dott. Ardita - indicato come massone dall’avv. Amara - avrebbe sposato la causa del sorteggio sapendo di perdere ogni peso nella gestione del potere interno della magistratura, proprio il settore di sua “competenza”. 

Né è astrusa l'ipotesi che sia stata proprio la “massoneria”, intesa come centro di potere, ad aver concepito prima e diffuso poi, in un segreto illiberale, l’infamante accusa contro il dott. Ardita.  

Esponendolo  ad un’inquisizione peggiore di quella medioevale perché al malcapitato non è data alcuna difesa se l’accusa è “fantasma” e circola nei corridoi del potere anziché, com’è doveroso, nelle aule di giustizia.  

La pena è, infatti, immediata e senza possibilità di appello: sospetto, sfiducia, isolamento.

Non è un caso che ad aver sventato un simile ignobile andazzo sia stato il dott. Antonino Di Matteo, l’unico - tra i tanti consiglieri superiori venuti a conoscenza dell’immondo carteggio - ad averlo pubblicamente denunciato nel plenum del CSM e segnalato all’autorità giudiziaria, ponendo così termine alla gogna ed incanalando la vicenda nelle giuste vie istituzionali. Come egli stesso ha raccontato qualche giorno fa
 
Insomma la sensazione è che il dott. Ardita, più che un massone per caso, sia egli stesso un bersaglio non “casuale” di poteri che si muovono proprio con metodi massonici, vale a dire in “segreto”. 


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giovedì 13 maggio 2021

Una partita molto "Amara"




di Lorenzo Matassa
Magistrato


Riassunto delle puntate precedenti (per coloro che si siano perduti il sequel infinito). 

Un alto esponente della magistratura di “sistema”, viene colto in pieno fallo in area.

Il VAR – detto anche Trojan – riprende in tempo reale l’azione fallosa e l’arbitro (nominato anche lui dal “sistema”) decreta la sua espulsione.

L’uomo, però, prima di uscire dal campo – tra i fischi dei numerosi spettatori – comincia a gridare parole inequivocabili contro tutti.

L’espulso si rivolge all’intero stadio urlando che la partita era truccata e che tutte le partite di quel finto torneo lo erano.

La Lega organizzatrice del campionato – per un pronto accomodo – fa fuori cinque “lotti” di arbitri asseritamente poco sportivi.

Ma l’espulso non ci sta e scrive un libro insieme ad un giornalista da sempre fustigatore del mondo dei calciatori.

In quel libro si racconta di tutto, anzi di più e si scopre che l’amato sport nasconde ben altro.

Ricatti, vendette, falsità, accordi illeciti sottobanco, punizioni create ad arte, arbitri comprati, brocchi venduti come goleador.

E mi fermo qui per carità di patria calcistica…

Insomma, un ciclopico bordello da centrocampo in giù, distruttivo di ogni idealità.

Ma, purtroppo, le cose non si fermano a quello stadio (alludo a quello del fallo ripreso dal Trojan).

D’un tratto si scopre che anche nella stanza del VAR (quella – per intenderci – in cui i falli venivano riesaminati al rallentatore) vi era del marcio.

Gli arbitri – che avrebbero dovuto determinare se un giocatore avesse agito con correttezza in campo – manomettevano le immagini.

Addirittura le posponevano, anche ritardandone all’infinito la visione, per evitare che il giocatore scorretto fosse segnalato ed espulso.

La sceneggiatura ha, poi, aspetti truculenti allorché racconta di una sequenza della partita registrata, portata fuori dal campo e fatta visionare ad “un grande vecchio” prima di ritrasmetterne le immagini in moviola.

Senza dire – infine – che la metà degli spettatori scommetteva illegalmente sugli esiti della partita e l’altra metà, pur sapendo, nulla denunciava pensando che fosse solo un gioco.

Adesso alcuni chiedono, a gran voce, l’azzeramento del campionato e la radiazione di tutti coloro che hanno violato le più elementari regole sportive di lealtà.

Si conosce, però, come si concluderà la storia perché lo sceneggiatore delle cose umane ben sa agire sulla fragilità dei suoi protagonisti.

Torneremo allo stadio e pagheremo pure il biglietto d’ingresso.

Vi torneremo pensando che – in fondo – anche il calcio truccato può essere spettacolare, soprattutto quando ti aiuta a vincere…


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domenica 9 maggio 2021

L'eredità tradita di Rosario Livatino

 




di Massimo Vaccari - Magistrato
                                             

Ieri Rosario Livatino è stato beatificato.

E’ stata la prima volta nella storia della Chiesa per un magistrato.

La cerimonia è giunta dopo che giovedì scorso, in occasione della proiezione del docufilm a lui dedicato, il cardinale Bassetti lo haricordato, davanti ai componenti del Consiglio superiore della magistratura, con un discorso di alto profilo, nel quale ha osservato tra l’altro che:

“Rosario Livatino è stato un appassionato difensore della legalità e della libertà di questo Paese. Un autentico rappresentante delle istituzioni che è riuscito a incarnare la certezza del diritto e anche la cultura morale dell’Italia profonda: di quell’Italia che non si arrende alle ingiustizie e alle prevaricazioni, e che non cede agli ignavi e a coloro che si adeguano allo status quo: anche quando lo status quo è rappresentato dalla mafia.

Senza alcun dubbio, Rosario Livatino è stato un piccolo e giovane uomo ma, al tempo stesso, è stato un gigante della verità. Un uomo che ha incarnato il Vangelo delle Beatitudini perché egli aveva “fame e sete di giustizia”.

Parole toccanti e sincere che descrivono fedelmente quello che il giudice ragazzino è stato ed in particolare l’esempio di verità che ha incarnato nella sua breve ma intensa vita terrena.

Nello stesso giorno alcuni soggetti istituzionali hanno voluto commemorare il giudice di Agrigento con delle dichiarazioni che mi sono sembrate alquanto fuori luogo.

Mi riferisco innanzitutto all’avv. David Ermini, vicepresidente del Csm, che, nel corso dell’intervento tenuto nella medesima occasione sopra menzionata, ha citato una riflessione piuttosto nota del magistrato siciliano: "La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme e in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri''.

Ebbene, questa massima sulla bocca del rappresentante dell’organo di autogoverno ha suscitato in me lo stesso effetto del raschio di un’unghia sulla lavagna.  

Non ha avvertito un po’ di pudore l’avv. Ermini a parlare di credibilità della magistratura proprio in questi giorni in cui il Csm è investito da uno scandalo di proporzioni forse anche maggiori di quello, già gravissimo, che appena due anni fa era stato provocato dalle chat di Luca Palamara?

Quale credibilità può avere l’organo di autogoverno per essere rimasto totalmente inerte nonostante, come è ormai chiaro a tutti, fosse stato messo al corrente del contenuto dei verbali dell’avv. Amara ?

E come si può avere l’ardire di partecipare alla commemorazione di colui che è stato definito un “gigante della verità” quando ai cittadini italiani continua ad essere offerto da giorni lo sconcertante spettacolo di un susseguirsi di versioni, parziali e contrapposte, su quasi tutti gli aspetti di questa vicenda, da parte dei suoi protagonisti (anche lo stesso avv. Ermini ne ha resa una in palese contrasto con quella del dott. Davigo)?

Ma non meno sorprendente è stata la dichiarazione del dott. Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, che ha definito Rosario Livatino “un simbolo, un magistrato modello al quale tutti i magistrati, soprattutto in un momento come questo, dovrebbero fare riferimento”.

Mi chiedo infatti se il dott. De Raho avesse pensato all’esempio di Livatino anche quando si rivolgeva, in tono deferente, a Luca Palamara per avere informazioni sull'esito delle sue domande per gli incarichi di procuratore della repubblica di Napoli e di procuratore nazionale antimafia. 

Alle dichiarazioni dell’avv. Ermini e del dott. De Raho, nella settimana appena trascorsa, ha fatto da contraltare l’inspiegabile, prolungato silenzio del Presidente della Repubblica che pure aveva partecipato alla proiezione del docufilm su Rosario Livatino: nessun commento sulla vicenda dei verbali di Amara e sulle sue ripercussioni sul Csm e nemmeno una parola sulla figura del giudice ragazzino.

In effetti è sicuramente meglio il silenzio del rischio di cadere in una retorica sterile.  

Il Capo dello Stato, pur mantenendo quel silenzio, avrebbe però potuto onorare nel migliore dei modi, ed in concreto, la memoria di Rosario Livatino se si fosse determinato finalmente a sciogliere il Csm, data lasua conclamata impossibilità di funzionamento, come gli era stato chiesto, con grande lungimiranza, alcuni mesi fa da 130 magistrati con una lettera aperta.

Certo, si tratta di un intervento estremo ed anche traumatico ma è ampiamente giustificato dalla gravità della situazione in cui versa l’organo di autogoverno e  sarebbe approvato dalla stragrande maggioranza di quanti hanno a cuore le sorti della magistratura italiana.  

Con molta probabilità sarebbe apprezzato anche dalla Commissione Europea che ci tiene sotto osservazione dopo essersi giustamente allarmata per le vicende di magistropoli, tanto da averle menzionate nella relazione sullo stato di diritto 2020 dellaCommissione Europea, nel capitolo sulla situazione dello stato di diritto dell’Italia.

Un simile rimedio è infatti indispensabile per recuperare al Csm quella credibilità che ha perso da tempo e realizzerebbe appieno l’insegnamento di Rosario Livatino secondo cui: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili".

                                                 


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La circolare quadrata



di Nicola Saracino - Magistrato 


Fino all’entrata in vigore del codice di procedura penale del 1988 vigeva il sistema c.d. inquisitorio: quello che fa oggi il pubblico ministero era appannaggio del giudice istruttore che guidava le indagini, ma da giudice, con alcune ovvie conseguenze: gli atti da lui raccolti valevano come prova dibattimentale e non erano mai segreti per l’imputato. 

Sin dal primo atto di istruzione, infatti, doveva avvertirlo della pendenza del processo e consentirgli di partecipare all’istruttoria, con poche eccezioni. 

La segretezza dell’istruttoria era, quindi, rivolta solo all’esterno del processo, nei confronti di chi non ne era parte, a tutela della riservatezza dei soggetti coinvolti. 

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mercoledì 5 maggio 2021

Io so che tu sai che io so. Le “amarezze” al CSM


di Andrea Mirenda - Magistrato

Come in tutte le brutte storie, inizieremo dalla fine.

Le amarezze ungheresi? Tutti al CSM le conoscevano, eccome. E tutti, quatti quatti, hanno taciuto.

Ma quel che è più grave è che tutti hanno continuato ad esercitare serenamente le loro altissime funzioni, serenamente indifferenti all’opacità che li colpiva secondo la migliore tradizione torcicollista del correntismo.

Perché, dopo la consueta girandola di affermazioni e di smentite, ma soprattutto dopo la nota di stampa del CSM del 4 maggio 2021, possiamo finalmente affermare che Davigo effettivamente informò, magari solo verbalmente (ma vedremo più avanti se davvero le cose sono andate così…), “chi di dovere”…

Ma chi erano i “chi di dovere”?


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martedì 4 maggio 2021

L'eloquenza dei fatti


di Massimo Vaccari - Magistrato

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Pochi giorni fa abbiamo spiegato quali siano, a nostro avviso, i principali aspetti della intricata  vicenda della indebita diffusione dei verbali di interrogatorio dell'avvocato Amara che i suoi protagonisti dovrebbero chiarire, per amore di verità e del destino nella magistratura.

In attesa di tali spiegazioni ci sembra opportuno riepilogare i fatti, come li abbiamo ricavati dalle numerose notizie di stampa, nella loro nuda oggettività e offrirli, come promemoria, ai nostri lettori perché possano farsi una loro idea circa le ragioni che possono aver determinato alcune iniziative di singoli e alcune inerzie (soprattutto quella del Csm).


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domenica 2 maggio 2021

Domande in attesa di risposta.








Poco o nulla torna in questa storia della divulgazione al di fuori del fascicolo del P.M., nel quale avrebbero dovuto rimanere, della  copia dei verbali secretati contenenti le dichiarazioni dell’Avv. Amara.

E non convincono le spiegazioni che, stando agli organi di informazione, hanno fornito alcuni dei personaggi che hanno avuto un qualche ruolo nelle diverse fasi della vicenda o che comunque, essendone venuti a conoscenza, avrebbero potuto e dovuto assumere delle iniziative al riguardo. 

Ci permettiamo pertanto di rivolgere loro alcune domande, seguendo l’ordine in cui sono comparsi nelle varie fasi di questa  storia.

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sabato 1 maggio 2021

Quante volte, figliuolo ...?



di Nicola Saracino - Magistrato 

E’ questione di punti di vista. Personalmente della giustizia ho sempre temuto la condanna dell’innocente – un incubo che dovrebbe accompagnare le notti del giudice – piuttosto che il colpevole che la fa franca, evenienza tutt’altro che remota in un sistema volutamente inefficiente come quello affidato a chi non risponde per come gestisce l’azione penale, mandando a giudizio e quindi mettendo nello stesso calderone del processo penale (legittimamente grazie ad una giurisprudenza medievale della cassazione) colpevoli ed innocenti, senza distinzione alcuna.
 
Ciò detto, vien da sorridere nel constatare quanto l’archetipo del colpevolismo divenga  indulgente con sé stesso se attinto  dall’ombra di un coinvolgimento in una illegalità, sia pure come mero "utilizzatore finale" di un segreto.


A cosa si riferisce? 


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