giovedì 20 gennaio 2022

"Perchè io so io e voi non siete un … " (Il Marchese del Grillo)




Coi complimenti (per la sveltezza) della più alta carica dello Stato il CSM ha appena licenziato ad ampia maggioranza la delibera che, superando le sentenze del Consiglio di Stato che le avevano annullate, ribadisce le nomine del Presidente della Corte di Cassazione e del Presidente Aggiunto. 

Sicché pochissimi giorni paiono essere stati sufficienti al CSM per emendare quelle delibere dai vizi rilevati dal Consiglio di Stato. 

Si aprono due possibili scenari, in assenza della motivazione ufficiale della delibera odierna. 

Prima ipotesi: la delibera adottata oggi è sana e corretta. 

Ma  allora più che i complimenti per la velocità il CSM avrebbe meritato una sonora tirata d’orecchie per la disattenzione con la quale confezionò le delibere annullate, visto che bastava poco a rendere inattaccabile la scelta del presidente della cassazione.

Seconda ipotesi:  la delibera adottata oggi non ha eliminato le ragioni di censura e sarà nuovamente annullata dal giudice amministrativo. 

All'antagonista che aveva vinto il ricorso è riservata, dunque,  la stessa sorte di Aronne Piperno. 

Che ne è dello Stato di diritto? 


La risposta nel  titolo di questa piccola cronaca.    


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lunedì 17 gennaio 2022

Il plotone di Stato.




Al CSM tira aria di rivincita. 

Contro il Consiglio di Stato dipinto dal sistema come il plotone di berlusconiana memoria.

Così come in occasione della condanna in cassazione del Cavaliere, quando il soliloquio postumo di uno dei consiglieri che concorse alla pronuncia riferì di un plotone di esecuzione contro il politico,  oggi ci si appiglia all’estensore della sentenza che ha cassato le nomine apicali della cassazione per metterne in dubbio l'imparzialità, reo di aver vinto il concorso quando nella commissione esaminatrice figurava l’antagonista del presidente caducato. 

Berlusconi, pur borbottante,  rispettò la sentenza di condanna e venne affidato ai servizi sociali. 

Il CSM, invece,  pare s’appresti a rifare la delibera annullata tal quale, in tempi strettissimi. 

Senza indire un nuovo concorso, senza dar modo agli aspiranti di far sentire la propria voce.  Senza, soprattutto, avere il tempo materiale di compiere con il dovuto approfondimento quelle valutazioni che il Consiglio di Stato ha affermato essere mancanti.
  
In fretta e,  soprattutto,  furia, insomma. 

Perché c’è un evento simbolico, di qui a qualche giorno: l’inaugurazione dell’anno giudiziario,  nel quale l’apparizione del presidente appena resuscitato dal CSM suonerà come monito all’irriguardosa giustizia amministrativa che ha l’ardore di svolgere il suo compito anche nei confronti dei potenti, si trattasse pure del Capo dello Stato (e non è questo il caso).
 
Roba da Stato di diritto al quale, a leggere certa stampa, non siamo proprio abituati.  

Ma anche la storia si prende le sue rivincite e sarebbe proporzionato contrappasso che il Cavaliere Berlusconi,  di qui a poche settimane, sia messo a capo (anche) del CSM dove   imparerà, finalmente, come si reagisce alle sentenze avverse.



 


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domenica 16 gennaio 2022

Crisi ... d'astensione.



di Nicola Saracino - Magistrato 

A leggere certa stampa la sentenza del Consiglio di Stato che ha appena annullato la nomina del Presidente della Corte di Cassazione  è additabile a sospetto di parzialità perché l’estensore era divenuto tale in quanto vincitore del concorso per consigliere di Stato quando della relativa commissione faceva parte  il ricorrente. 

Debito eterno di gratitudine, dunque, verso chi ti ha dato il “posto”. 

Inoltre  s’è detto che quella sentenza ha anche mancato di rispetto al Presidente della Repubblica che aveva avallato la nomina del presidente così fragorosamente caducato. 

Se potesse sposarsi la “logica” propugnata da certi giornalisti non dovremmo credere ad una parola di ciò che scrivono per la semplice ragione che devono il loro posto ai gruppi editoriali proprietari dei loro giornali. 

E così sarebbe lecito dubitare della loro libertà ed imparzialità di giudizio. Quindi dovrebbero astenersi dalla scrittura destinata al pubblico. 

L’aspetto maggiormente arbitrario dello schema  avventatamente proposto al lettore è l’aver del tutto omesso di spiegare che il Consiglio di Stato è un giudice collegiale, composto di ben cinque togati.  

Sicchè, nella mente di questi cronisti, l’estensore avrebbe la capacità di indirizzare il senso critico dei quattro colleghi nella direzione da lui voluta, dovendosi sicuramente escludere che nella fattispecie  - si trattava del ricorso contro la nomina del primo presidente della Corte di Cassazione -  l’attenzione dell’intero collegio non fosse massima e rivolta ad ogni dettaglio delle questioni trattate.  

Ma se così fosse sarebbe del tutto inutile prevedere che alcune decisioni vengano assunte non da un giudice monocratico ma da un collegio di giudici. Basta l'estensore! 

Fermo restando che non sussisteva alcun obbligo di astensione e neppure l’opportunità di astenersi visto che il ricorrente aveva composto le commissioni di molti concorsi per consigliere di Stato, sicchè sarebbe risultato problematico comporre un collegio senza uno dei relativi vincitori.  

Ma la notazione più bislacca resta  quella che adombra una mancanza di rispetto verso il Capo dello Stato che, in qualità di Presidente del CSM, aveva avallato la nomina poi cassata. 

E fa sorridere che una simile ipotesi di lesa maestà campeggi tra le pagine di un quotidiano che si fregia del titolo “La Repubblica”.

Perché la differenza tra una repubblica ed una monarchia è che nella prima anche il capo dello Stato soggiace alle leggi. 

Solo un monarca s’offende  se un giudice gli annulla un atto. 


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Le sentenze si rispettano.



Mettete il titolo tra virgolette e cercate su Google. 

Appariranno molti risultati che evocano le vicende giudiziarie più importanti degli ultimi anni e che spesso hanno coinvolto esponenti politici.  

Alla critica delle sentenze ad opera di chi non le ha gradite s’è sempre accompagnato il monito, proveniente dal mondo magistratuale, “le sentenze si rispettano”.  

E come si rispettano le sentenze, viene da chiedersi? 

Criticare, anche aspramente, una decisione giudiziaria non costituisce, di per sé, mancanza di rispetto ma esercizio del diritto di critica che si estende anche ai dicta della magistratura. 

Chi affermasse il contrario restringerebbe senza giustificazione il perimetro delle libertà costituzionali, sempre che la critica non sfoci in gratuita contumelia contro il giudice.

Si manca di rispetto alle sentenze, invece, quando se ne vanificano gli effetti che l’ordinamento  ad esse collega. 

Se è comminata una sanzione pecuniaria il non pagarla ed il non esigerne il pagamento sono condotte che violano il giudicato. 

Se è annullato un appalto perché la gara non si è svolta correttamente non può farsi in quattro e quattro otto una nuova gara al dichiarato scopo di produrre lo stesso risultato appena cassato dal giudice. 

Ecco, sarebbe molto educativo se il Presidente della Corte di Cassazione incentrasse il suo imminente discorso inaugurale dell’anno giudiziario sull’importanza che in uno stato di diritto riveste il rispetto delle decisioni dell’autorità giudiziaria, senza il quale si stravolge la Costituzione privando la legge del suo valore nel caso concreto. 


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giovedì 6 gennaio 2022

Statisticamente mente.




Nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario del 2020 il Procuratore Generale della Cassazione, dr. Giovanni Salvi, affermò che percentualmente le assoluzioni dalle accuse penali non superassero il 20%.

L’informazione era di per sé autorevole ed il confronto con le statistiche disponibili, relative ad anni piuttosto risalenti, fece quindi pensare ad un eccezionale recupero di efficienza del sistema penale. 

Sopravviene, oggi, un studio molto accurato di Cristiana Valentini, ordinario di procedura penale, che dimostra, “dati alla mano”, quanto mal riposto fosse l’ottimismo del Procuratore Generale. 

L’articolo, pubblicato sulla rivista Archivio Penale e dal titolo “Riforme, statistiche e altri demoni”, evidenzia - senza neppure considerare le prescrizioni (la morte del reato e del processo che lascia, comunque, sopravvivere la presunzione d’innocenza) - che nel 36% dei casi le tesi dell’accusa vengono sconfessate nel merito (art. 530 cpp), percentuale che con le prescrizioni approssimerebbe al 50% del totale i casi di mancata condanna.

Cosa pensare, allora? 

E’ col bavaglio alla stampa che vive la “presunzione d’innocenza”? 

Non sarebbe meglio, invece, informare i cittadini che vi è un’elevatissima probabilità - scientificamente appurata - che la notizia dell’ennesima indagine che stanno leggendo sul giornale sia un “fake” e  che anche l'accusa può mentire? 

Non sapendo di farlo, ovviamente. 

Ecco, come si fa con l’alcool o col tabacco, le notizie sulle indagini penali dovrebbero essere precedute da una dicitura tipo “è concreta la possibilità, prossima al 50%, che il PM non dimostrerà la colpevolezza dell’indagato”.

Avvertenze prima dell'uso. 

Ne uscirebbe indenne la libertà d’informazione e la presunzione d’innocenza non sarebbe più soltanto un principio costituzionale da difendere a detrimento di altri valori di pari rango, ma diverrebbe cultura comune, elemento di civiltà capace di frenare ogni edonismo accusatorio, una volta filtrato dalla pubblicizzazione dei suoi insuccessi. 


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Signora Ministra, cosa vuol sapere?


di Nicola Saracino - Magistrato 

Un padre uccide il piccolo figlio. 

Atto tremendo, contro natura. 

Giusti il dolore e lo sdegno ai massimi livelli. 

Quel padre aveva (avrebbe) avuto un alterco con un collega di lavoro minacciato con un coltello e per quel motivo si trovava agli arresti domiciliari. 

La misura cautelare degli arresti domiciliari ammette, per legge, la possibilità di fruire di esenzioni dall’obbligo di permanenza in casa per svariate ragioni, di lavoro, di salute, di rapporti familiari.

Proprio per consentire al figlio di non subire oltre misura il distacco dal padre era stato accordato il permesso all’uomo di incontrarlo. 

Non potevano essere adottate le precauzioni solitamente impiegate nei contesti di violenze domestiche o comunque in ambito familiare: non era quello il caso posto al giudice che ha autorizzato la visita. 

Questi i fatti. 

L’ispezione disposta dalla Ministra Cartabia ha il solo effetto di dar man forte a chi grida allo scandalo per l’operato di un giudice che ha applicato la legge. 

Perché è in realtà la legge a destar scandalo. 

Forse la Ministra – che, meritoriamente, ha appena ampliato gli spazi di libertà per i detenuti nella comunicazione con l’esterno del carcere – vuole al contempo eliminare la possibilità di allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari per i soggetti che non sono stati ancora condannati? 

E cosa ne sarebbe, allora, della “presunzione d’innocenza” per la quale tanto la Ministra si sta impegnando?  

I fatti sono questi, chiarissimi nella loro immensa tragicità.

E’ con quelli che bisogna fare i conti. 

Le ispezioni ministeriali appaiono uno stratagemma per prendere tempo, non cognizione di causa. 

Si dica qui e adesso se deve essere modificata la legge che ammette la possibilità per chi è sottoposto agli arresti domiciliari di incontrare la prole. 

La legge la fa il Parlamento. 

Ma la canèa della critica irrazionale e non argomentata colpisce sempre chi la applica. 


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domenica 19 dicembre 2021

Champagne per blindare un incontro…


di Lorenzo Matassa - Magistrato

C’è qualcosa di veramente incomprensibile – anche a distanza di un po’ di tempo dai fatti – nella vicenda che ha terremotato la magistratura e portato alle dimissioni e al giudizio disciplinare di condanna nei confronti di alcuni consiglieri del CSM.

Occorrerà una breve sintesi delle puntate precedenti per rendere edotto il lettore del motivo di incomprensibilità, promettendo che il tempo di lettura del riassunto non supererà il minuto.

Ed allora… un “troyan”, inoculato all’interno del telefono cellulare di un magistrato (lobbista e mediatore di interessi inconfessabili) rivela, “d’un tratto”, una verità già da tutti conosciuta.

L’evidenza delle cose dimostrava che le correnti della magistratura, lungi dall’essere luoghi di pluralismo e partecipazione, erano piccole fazioni rette da logiche mafiose.

Beh… la scoperta dell’acqua calda – direte voi – visto che più quarant’anni fa il magistrato eroe civile, Giacomo Ciaccio Montalto, ne aveva denunciato la degenerazione prima di essere crudelmente assassinato.

Ma dovete sapere che questo nostro Paese è assai strano e anche l’acqua può avere la sua equivoca interpretazione.
Basta pensare a ciò che Andreotti chiarì – proprio parlando dell’acqua in Sicilia – assumendo che fosse servita non a dare da bere, ma a dare da mangiare.

Scusate l’inappropriato accostamento e torniamo al tema…

Tra le tante evidenze, portate a conoscenza dal “troyan”, vi era stata quella di una riunione notturna e carbonara (ma senza uova e guanciale…) presso l’albergo Champagne di Roma.
Qui alcuni consiglieri del CSM avrebbero “tramato” con un noto politico, già sottoposto ad indagine, per stabilire chi sarebbe stato il futuro Capo dell’ufficio inquirente della Capitale.

Apriti cielo!

I consiglieri venivano chirurgicamente fatti dimettere e poi inquisiti.
Uno di loro (per qualche mese renitente al dictat della ragion di Stato) veniva addirittura accompagnato alla porta d’uscita da un’amorevole pacca sulla spalla carezzatagli dall’alto di un colle.

Fin qui può ritenersi tutto normale.
E, allora, in cosa consiste l’annunciata incomprensibilità? Semplice.
Con uguale certezza storica e probatoria (direbbero i penalisti…) la riunione incriminata era stata preceduta da altra – sempre con gli stessi attori – nella serata del 25 settembre 2018, in cui si era stabilito chi sarebbe stato nominato Vice Presidente del CSM.

Bene, anzi, male.

La paradossale incomprensibilità delle cose sta in ciò che nessuno ha elevato le stesse contestazioni per l’uguale fatto.

Devo ammettere che questo nostro Paese – con l’acqua o con lo Champagne – è luogo di contraddittoria meraviglia…


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Se M.I. conviene.



di Nicola Saracino - Magistrato 

Era il 22 luglio del 2020. 

Le chat carpite dal trojan innestato nel cellulare di un uomo del “sistema”, il dott. Luca Palamara, rendevano evidente il coinvolgimento  di tutti i partiti dei magistrati (le correnti) nella lottizzazione sfrenata dei posti di potere e della combutta con ogni potere. 

Magistrati supplicanti, magistrati raccomandanti, magistrati parlamentari: tutti avevano qualcosa da chiedere o un motivo per ringraziare Luca Palamara. 

Che del sistema era servo, non padrone come hanno vanamente tentato di far credere. 

Ebbene, nel vivo di quello “scandalo” -  paragonato alla massoneria in discorsi ufficiali al CSM,  che ne era il centro operativo -  ci furono i soliti proclami delle correnti che annunciavano il “cambiamento”, oramai indifferibile. 

M.I., che sta per Magistratura Indipendente, partito togato che raccoglieva (e raccoglie ancor oggi) vasti consensi,  pubblicò un documento il cui titolo ricorda, alla luce di quanto si dirà, il noto motto d’origine cabarettistica “fatti, non pugnette!”, che tradotto in lingua confacente ad una rispettabile congrega di magistrati si manifestò come “Voltare pagina, ma per davvero”.

Il documento è ancora sul sito di quel partito. 

Vi si prendeva netta,  inequivocabile e favorevole posizione sul sorteggio temperato. 

Era, quindi, un documento assai importante perché uno dei partiti di magistrati più importanti riconosceva espressamente non soltanto l’innegabile “marcio”  delle toghe italiche, ma indicava nel sorteggio lo strumento per uscirne, “per davvero”. 

Siamo a dicembre 2021, il Natale s’avvicina e siamo tutti più cattivi. 

Così M.I. ci ha nel frattempo ripensato, anche perché lo scandalo non ha intaccato più di tanto la sua forza elettorale, anzi. 

Moltissimi  magistrati  l’hanno votata fino a porre quel partito togato, sia pur di “cortomuso”, al primo posto nella forsennata corsa correntizia.

E “per davvero” vogliamo cambiare? 

Mica siamo matti e fessi, adesso ad M.I.  non conviene più, manco per idea. 

E allora alle ortiche il sorteggio,  l’unico strumento capace di detronizzare le lobbies togate e restituire dignità alla giurisdizione,   così volgarmente offesa. 

La posizione di M.I. è quindi cambiata: “Voltare pagina, ma per finta.".

E quindi si aggiunge a tutti gli altri  partitucoli togati,  scodinzolanti presso il potere politico supplicato di non incidere sul “sistema” delle correnti,  anzi di rafforzarlo se possibile. 

Che tanto tolto un Palamara se ne fa un altro. 

Si giunge così ai giorni nostri e quindi  alla proposta Cartabia, che nella sua prima versione  (maggioritario binominale), avrebbe favorito – nell’attuale contesto – proprio M.I..

Ed M.I. conviene. 

Anche se all’apparenza si dice contraria perché tiene molto alle minoranze, a quei piccoli gruppetti, delle correnti in erba,   che scomparirebbero dal centro operativo del potere para-massonico reso visibile a tutti attraverso il display d’uno smartphone. 

La  Ministra Cartabia sia consapevole, allora,  che se le sue proposte non trovano le barricate del potere correntizio è solo perché con esse il sistema non cambia, è tutta una messa in scena, banale maquillage.  

Darà al sistema un nuovo volto per renderlo presentabile solo agli occhi di  chi vuol essere ingannato.  


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giovedì 9 dicembre 2021

Il parto delle nebbie



di Nicola Saracino  - Magistrato 

Ombre buie s'abbattono sui cittadini italiani, consegnati mani e piedi ad una magistratura ancor più politicizzata di quanto già oggi non sia. 

La Ministra Cartabia sembra aver scelto, tra gli alambicchi congegnati dalla commissione di studio composta in gran parte da magistrati correntisti, quello che prevede la vittoria dei primi due della lista elettorale, in sostanza un sistema maggioritario.

Se due sono gli eletti,  due saranno i “partiti” con chance di successo. 

Destra o sinistra, scegliete da che parte stare. 

E’, dunque,  questa la ricetta ministeriale per liberare la magistratura dal correntismo. 

Da non credere. 

Suona, poi, come bestemmia l’accenno al “sorteggio temperato” per coprire i buchi nella remotissima eventualità che i due partiti togati, di destra e di sinistra,  non propongano loro candidate  in numero sufficiente a comporre la lista. 

Questo è, queste sono le capacità di pensiero espresse dal Ministero e dal Governo che, a parole, riconoscono nel correntismo un male assoluto, da combattere evidentemente soltanto a parole, con proclami privi di contenuto minimamente credibile.  

Il correntismo ne uscirà, ancora una volta più forte ed organizzato ed ai cittadini non è riconosciuta una giurisdizione imparziale. 

Occorreva fare in fretta, s’è più volte tuonato. 

Lo ha detto il Capo dello Stato e lo hanno detto le correnti.

Non serviva fare bene.

Mettere una pietra tombale sull’effettivo debellamento del correntismo  era la priorità, evitare che altri intervenissero sulla piaga.

Un successo per la Ministra.

Clap, clap … 


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lunedì 15 novembre 2021

L'ufficio del processo: un miraggio ?


di Guido Salvini - Magistrato

L'Ufficio del processo dovrebbe unificare in un'unica struttura le figure già oggi presenti e cioè i Giudici onorari e le varie categorie di tirocinanti insieme ai nuovi addetti specificamente all'Ufficio introdotti dalla riforma Cartabia del 6 agosto 2021.

I contorni del nuovo istituto sono ancora abbastanza indefiniti ma certo è destinato a provocare alcune conseguenze.

In primo luogo, nasce una nuova rilevante categoria di precari con contratto a tempo determinato. I nuovi precari, trascorso il periodo, breve, previsto, due anni e sette mesi quelli reclutati con il concorso appena bandito, due anni quelli di cui ai concorsi successivi, certamente non vorranno essere estromessi da un impiego significativo nella giustizia.  Punteranno ad una proroga ed una formalizzazione del “rapporto di servizio”.

Probabilmente si creerà una situazione simile a quella degli attuali Giudici onorari che nominati inizialmente per soli quattro anni non sono stati poi, per inerzia legislativa, sostituiti ma invece riconfermati ogni quattro anni sino a giungere quasi a vent'anni di “servizio”. Ambiscono ovviamente ad essere riconosciuti come dipendenti del Ministero di Giustizia a tutti gli effetti. Una situazione che sta creando, inevitabilmente, tensioni e astensioni dal lavoro difficili da risolvere.

Comunque, a parte tali probabili conseguenze, mi sembra che i Tribunali siano già dotati abbastanza ampiamente di figure intermedie quali i MOT, nei confronti dei quali è insito un dovere di contribuire alla formazione anche senza contropartite in quanto sono i colleghi di domani, e le varie figure di tirocinanti, dotate di un buon grado di preparazione, motivata e finalizzata.

Al contrario i nuovi addetti, spesso privi di qualsiasi precedente esperienza, visto che il bando, nella valutazione dei titoli che ammetteranno alla prova scritta, privilegia i neolaureati, chiederanno ai magistrati, in termini di formazione, forse più di quanto potranno dare. E appena istruiti dovrebbero lasciare i Tribunali.

Con il rischio quindi che si occupi più tempo ad insegnare rispetto al guadagno che la loro presenza può offrire. In concreto, come molti sostengono, sarà spesso più impegnativo correggere una loro sentenza, anche per evitare uno scadimento della qualità delle decisioni, che farla direttamente. Lo stesso varrà più o meno per le ricerche di giurisprudenza. Sarà complessivamente più dispendioso istruirli rispetto a quanto, almeno per un lungo periodo di tempo si possa ricevere. Avrei anche difficoltà, solo per fare un altro esempio, a non rileggere a fondo l'intero fascicolo pur dopo la redazione della "scheda riassuntiva" che dovrebbe essere compito dell'addetto all'Ufficio del processo: i vantaggi mi sembrano modesti se comparati alla funzione che il magistrato di vero e proprio insegnante deve assumere. Alla formazione degli addetti all'Ufficio del Processo dovrebbe contribuire anche il Ministero di Giustizia ai sensi dell'art.  16 D.L. 9 giugno 2021 n. 81. Ma si tratta di un apporto prevalentemente teorico, non della formazione sul campo

Questo anche al di là di dettagli di carattere organizzativo circa la loro collocazione fisica (presso un singolo giudice o un ufficio separato che li accoglie tutti), tenuto conto anche del disinteresse per l’edilizia giudiziaria, e gli strumenti che possono essere messi a disposizione in loro favore.

La mia personale opinione è che, più che ad un incremento di queste figure intermedie e ibride, a metà tra un ghost writer del giudice e un non-cancelliere che controlla, come previsto dalla riforma, le notifiche e le nomine dei difensori, l'impegno dovrebbe essere concentrato sull’assicurare ai magistrati un supporto tecnico-amministrativo stabile e più efficiente, l'unico strumento che consente di celebrare più udienze e di smaltire un numero maggiore di processi.

Basti pensare al fatto che in questi anni, in particolare durante e anche dopo la pandemia, il numero di udienze che è possibile celebrare è, in relazione alla disponibilità di personale, largamente insufficiente ad affrontare i fascicoli in entrata, che faticano a trovare spazio per l'effettuazione degli adempimenti di Cancelleria e per una celere fissazione.

Ad esempio in molti uffici GIP-GUP, che dovrebbero essere uffici di “passaggio” senza arretrato, un gran numero di fascicoli con richiesta di rinvio a giudizio senza detenuti, restano nel limbo anche un anno - un anno e mezzo in attesa di fissazione dell'udienza

Se dovessi ipotizzare un ruolo utile per i giovani che dovrebbero frequentare i nostri uffici, il compito che affiderei loro sarebbe, ad esempio, svolgere il ruolo oggi ricoperto dall’assistente nelle udienze e negli interrogatori compresa, la verbalizzazione, magari anche nel pomeriggio, consentendo di celebrarne un numero maggiore. Un compito però che allo stato non è indicato espressamente nella legge istitutiva.

Questo sarebbe invece un sensibile passo in avanti.

Ricordo anche le notevoli difficoltà in relazione all'assistenza tecnico-informatico oggi decisiva che, fatti salvi i miracoli che ci aiuta talvolta compie, prevede non un’assistenza diretta ed immediata ma un farraginoso sistema di assistenza esterna che passa attraverso le famose richieste di apertura ticket. Invece oggi godere di una assistenza informatica diretta sarebbe di assoluta necessità.

Gli sforzi dovrebbero essere soprattutto rivolti non ad avere in Tribunale semi -giudici ma più giudici veri, in grado di far pesare la propria competenza e assumerne la responsabilità. A causa della pandemia vi sono stati rallentamenti nello svolgimento dei concorsi che hanno impedito di colmare e anzi hanno ampliato la strutturale carenza di organico che credo assommi in questo momento a circa 800 unità. Un organico tra l’altro fermo da quasi un secolo. Un organico ulteriormente  ridotto in concreto dai magistrati fuori ruolo cui si aggiungono, e si sono moltiplicati, gli esoneri parziali dal lavoro giudiziario di centinaia di magistrati destinati a compiti ordinamentali od organizzativi (ad es. nei Consigli Giudiziari e i vari “referenti” di creazione consigliare).

Un organico soprattutto che è largamente inferiore, in rapporto alla popolazione e al contenzioso, rispetto a quello degli altri Paesi europei.

In questa situazione è’ inoltre un autentico spreco di capitale umano, “pregiato” e non velocemente riproducibile il limite di pensionamento a 70 anni imposto dalla riforma Renzi. Molti magistrati sarebbero infatti disponibili a rimanere in servizio mantenendo disponibile la propria professionalità. A causa della pandemia è stato “saltato” almeno un concorso e la maggioranza dei magistrati prossimi al limite dei 70 anni è in servizio preso le Corti d'appello un segmento divenuto ancor più critico con la riforma Cartabia.

Una scelta razionale comporterebbe lo spostamento del limite a 72 anni, esclusi i titolari degli Uffici direttivi per i quali appare più opportuno favorire l'avvicendamento

Si potrebbe anche cominciare a prendere in considerazione l'apertura dei concorsi per magistratura ad avvocati dotati di solida esperienza e professionalità. Questo anche in un'ottica di ridurre i reciproci pregiudizi tra le due categorie

Aggiungo che non ci si può aspettare che i nuovi addetti all'Ufficio del processo compaiano in Tribunale in tempi brevi.

In proposito è utile sapere che i 400 nuovi Giudici onorari di cui all'ultimo concorso, tra l’altro solo per titoli, bandito all'inizio del 2017 non sono, dopo più di quattro anni, ancora entrati in servizio in quanto i Consigli giudiziari e CSM sono ancora alle prese con la redazione dei pareri, (sono previsti addirittura pareri prima e dopo lo svolgimento del tirocinio) e cioè in quello che ritengo uno dei più inutili, tortuosi e ripetitivi rituali che percorre tutto il nostro ordinamento.

Considerando che i reclutati per l'Ufficio del processo saranno 8171, che sono state presentate più di 66.000 domande, rispondendo ad un bisogno di lavoro dei neolaureati, e che è prevista una prova scritta è facile immaginare che il concorso e l'immissione in servizio si concluderanno in tempi niente affatto brevi.

Ho la sensazione che i nuovi addetti all'Ufficio del processo possano essere di utilità più nel settore civile, svolgendo un ruolo forse analogo a quello dei giudici ausiliari presso le Corti d'appello civili che hanno compiti pienamente definitori dei processi

 Ma dubito che, nonostante le buone intenzioni, nel settore penale possano incidere, se non in maniera modesta, a ridurre l’arretrato e la durata (almeno del 25% nei propositi della riforma) dei processi.

Per obiettivi del genere servirebbe qualcosa di più radicale.

Ad esempio abolire l'udienza preliminare trasferendo quanto in essa succede o dovrebbe succedere nell’udienza “filtro” dinanzi al Tribunale introdotta, per i reati a citazione diretta, dalla riforma Cartabia.

Ma questa è un'altra storia. Su cui però varrà la pena di tornare.




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giovedì 4 novembre 2021

Il sistema non esiste


di Nicola Saracino - Magistrato 

In questo luogo la vicenda del dott. Luca Palamara è stata seguita ed approfondita passo dopo passo.

Sul “sistema” lo stesso Luca Palamara ha scritto un saggio rimasto in vetta alle classifiche di vendita per molte settimane. 

Se digitiamo in google “sistema Palamara” otteniamo centinaia di risultati che danno prova della vulgata che i media proni al potere togato hanno inteso trasmettere.

Ma  il sistema Palamara era e resta una contraddizione in termini.

Un Palamara non fa “sistema” da solo. Semmai nel sistema ci sguazzava, alla grande viste le innegabili doti riconosciutegli dai mille questuanti, tra i quali anche altissimi papaveri ai vertici di uffici molto importanti. 

A risolvere questa contraddizione logica, per fortuna, è intervenuta la Corte di Cassazione, nientemeno a Sezioni Unite, come vuole la legge quando si debba decidere sui ricorsi contro le sentenze disciplinari del CSM.  

Ebbene la Corte di Cassazione non si è fatta influenzare da Google e non se l’è bevuta. 

Il sistema, dicono gli ermellini, semplicemente non esiste.  

E Luca Palamara, quel diavolaccio, ha fatto tutto da solo, riuscendo a condizionare un organo importante e collegiale come il CSM, composto da molti magistrati e politici, tutti messi nel sacco dal mefistofelico saggista.   

Questo, nelle quasi duecento pagine di sentenza,  hanno in sostanza detto le Sezioni Unite di Palamara:  egli ha "agito sulla base di motivazioni assolutamente personali, intendendo colpire specificamente singoli magistrati, volta per volta presi di mira e al contempo e sinergicamente, ponendo in essere manovre strategiche tese a collocare in alcuni uffici giudiziari sensibili-taluni magistrati in luogo di altri aspiranti".

Ma quale sistema, quali correnti, quali inciuci!

Il tutto è ridimensionato alle malefatte di un singolo, tuttavia  capace di determinare le sorti della magistratura italiana per anni, piazzando i suoi amici nei posti di comando e sgambettando i nemici.

De albo nigrum.

Per i non legulei significa: ce devi sta!

La pronuncia della Cassazione è l’ultima parola sul caso ed  in Italia non è ulteriormente “discutibile” in sede giudiziaria; restano, all’interessato,  solo i diritti umani da far valere in sede europea. 

Ma qui la verità è detta: non esisteva alcun sistema.

E noi ci crediamo, per il rispetto che si deve alla Corte di Cassazione. 

A non crederci, paradosso dei paradossi, sono i correntisti, cioè i togati organizzati in partiti politici interni alla magistratura che, secondo l’ingannevole racconto  di Palamara, erano dediti a dividersi la torta degli incarichi direttivi, piazzando qua è là nel paese gli scudieri delle varie cordate, tanto indifferenti ai meriti quanto sensibili all’appartenenza dei loro protetti. E questo avveniva non senza finalità politiche che avrebbero poi connotato anche l’attività giudiziaria delle procure delle Repubblica: bestemmia che la Cassazione ha sanzionato come bufala, così che tutti fossero più tranquilli.

Ma niente, il vaccino di legittimità non ha funzionato. 

E allora tutti a preoccuparsi, sebbene il pericolo fosse solo immaginario. 

L’Associazione Nazionale Magistrati supplica la politica di fare presto perché il sistema clientelare è vivo e vegeto ed è alimentato dal modo in cui in magistrati votano, perché c’è modo e modo di votare. 

E  la  Ministra della Giustizia li ascolta e forma commissioni di cervelloni per arginare il sistema clientelare in magistratura. 

A ciò sollecitata persino dal Capo dello Stato che, a differenza della Corte di Cassazione, il sistema lo conosce e lo teme,  essendo egli anche il presidente del CSM.  

Insomma tutto questo agitarsi del mondo correntizio e politico per addivenire ad una riforma anti-sistema mostra il lato comico della vicenda che evoca le collodiane bugie: una sentenza del più alto organo giudiziario italiano ha affermato che il sistema non esiste, respingendo la difesa dell’incolpato che di quel sistema si proclamava abile pedina.

Il resto del mondo, però, sembra ignorare quanto stabilito dalla sentenza  della Corte di Cassazione e si schiera, inconsapevolmente, a difesa del dott. Palamara, non più isolato artefice di malefatte dettate da “motivi personali” bensì protagonista, con molti altri, di un vero e proprio sistema da scardinare. 

Ma, c’è da pensare,  soltanto a parole: non sarà una banale leggina elettorale a modificare i vizi in toga.  

Alla fine, tutta questa pantomima sarà probabilmente una formidabile difesa del dott. Luca Palamara in sede europea, dove le sentenze della Cassazione non fanno “giudicato”.


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martedì 26 ottobre 2021

Riforma elettorale del CSM: la (vera) posta in gioco


di Giovanni Genovese
Magistrato


In questi giorni, all’interno della magistratura, fervono gli appelli alla classe politica perché adotti questa o quella legge elettorale per l’elezione dei componenti togati per il CSM, prevista per luglio 2022.

In generale, i due gruppi più grandi premono per una legge di tipo maggioritario, con la motivazione di una maggiore vicinanza dell’eletto al territorio, mentre quelli più piccoli spingono per una riforma in senso proporzionale, adducendo la necessità che all’interno dell’organo di autogoverno venga rispecchiato il “pluralismo culturale” dei magistrati.

Gli uni e gli altri sono tuttavia accomunati da due costanti: la netta opposizione ad un sistema fondato sul sorteggio temperato e la totale obliterazione dei lavori e delle conclusioni della commissione di studio dell’ANM sulla legge elettorale.

Questa commissione, aperta alla partecipazione di qualunque iscritto all’ANM che ne avesse fatto richiesta, ha lavorato a ritmo serrato, al fine di predisporre un parere sulla proposta di riforma elaborata dalla c.d. Commissione Luciani (incentrata sul c.d. voto trasferibile) e di presentarlo tempestivamente al Comitato Direttivo Centrale dell’ANM, per consentire all’associazione di esprimersi in tempo utile. 

La relazione conclusiva del Presidente è disponibile al seguente link:

https://www.associazionemagistrati.it/doc/3590/relazione-sullo-svolgimento-dei-lavori.htm

Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori di questa commissione hanno potuto cogliere come l'unico momento di frizione sia sorto sulla proposta preliminare di dividersi in due sottocommissioni: una sul sorteggio e una sugli altri sistemi elettorali. 

Un simile modo di procedere è stato subito contestato da parte dei fautori del sorteggio, i quali non avevano alcuna intenzione di essere confinati in una “riserva indiana”, dove avrebbero potuto interloquire soltanto fra loro, mentre tutti gli altri avrebbero discusso di quale sistema elettorale proporre come ANM (perchè non v'era alcun dubbio che, in sede di voto finale, la relazione dei "sorteggiatori" sarebbe stata messa in minoranza).

L'idea dei fautori del sorteggio era appunto quella di una contaminazione reciproca: si voleva da un lato dimostrare come il sorteggio non fosse un sistema elettorale, ma un metodo di designazione dei candidati astrattamente applicabile a qualunque sistema elettorale, sicché separare le due cose non avrebbe avuto senso; dall'altro constatare da vicino se e come il problema di fondo che la riforma avrebbe dovuto affrontare, cioè quello di sganciare l'autogoverno da una preselezione carrieristica diretta dalle correnti, fosse percepito come tale anche da chi opera all'interno di una corrente.

Il risultato finale è stato sorprendente, non soltanto sotto il primo profilo (il sorteggio, che prima era considerato alla stregua di una mera provocazione, è invece entrato a pieno titolo nel dibattito), ma soprattutto sotto il secondo: è risultato infatti evidente che la maggioranza non tollerava più la morsa delle correnti sul CSM.

Se si vanno a vedere le conclusioni finali (ma ancor più se si è assistito al dibattito, non documentabile se non per testimonianza personale), emerge con chiarezza una sostanziale unità dei partecipanti sulla pars destruens, con poche eccezioni (quasi tutte di autorevoli esponenti di correnti): la proposta Luciani è stata considerata irricevibile proprio perchè, anziché mettere i bastoni fra le ruote al condizionamento delle correnti, lo agevolerebbe e rafforzerebbe.

Si è infatti osservato che, mentre con l'attuale legge elettorale ogni corrente deve porsi un problema, e cioè quello di suddividere accuratamente il voto degli elettori per evitare dispersioni e massimizzare il risultato, il sistema del voto trasferibile glielo risolverebbe.

Oltretutto, farebbe ciò in modo occulto, evitando di introdurre apertamente un sistema di tipo proporzionale (che presterebbe il fianco alle critiche dell’opinione pubblica, perchè suonerebbe come una legittimazione a pieno titolo del ruolo delle correnti nell'autogoverno), ma creando un sistema che, sotto le mentite spoglie di una competizione fra persone, di fatto manterrebbe la competizione fra correnti, con un effetto che si potrebbe definire proporzionalistico con premio di maggioranza.

La critica a questo impianto, come si è detto, è stata ampiamente maggioritaria all’interno della commissione di studio: basti pensare che le premesse della proposta formulata dal Presidente sono state mantenute identiche nella proposta alternativa (ma con medesimo impianto) fondata sul sorteggio: l'obiettivo della riforma elettorale avrebbe dovuto essere, anche a parere di chi non voleva il sorteggio, quello di recidere il cordone ombelicale fra correnti e CSM.

E forse è proprio per questo che i lavori della commissione non hanno avuto alcun seguito dopo la loro presentazione, condannati alla damnatio memorie dagli organi dell’ANM e totalmente ignorati dalle singole correnti.

Recentemente, qualcuno ha ritenuto di invitare i magistrati che si riconoscono in ArticoloCentouno – iniziativa nata per mettere fine al sistema di autogoverno fondato sul controllo delle correnti, e tornare ad un autogoverno rispettoso del modello costituzionale – a prendere atto che una legge elettorale basata sul sorteggio temperato non si farà, e a schierarsi di conseguenza per una delle possibili alternative, cioè il proporzionale.

L’invito utilizza l’argomento classico della rappresentatività, cioè la possibilità che, con un sistema di tipo proporzionale, qualche candidato riconducibile ai Centouno possa essere eletto, scalfendo così il predominio delle correnti e contribuendo a contrastare l'attuale sistema di cooptazione personale e clientelare.
Una simile richiesta è ovviamente irricevibile: non soltanto chi propone il sorteggio non potrebbe mai ragionare in termini di appartenenza per schieramenti contrapposti, ma anche gli ipotetici benefici dell'elezione di qualche indipendente finirebbero per essere in verità effimeri, dal momento che il problema non è la qualità delle persone, ma il modo con cui vengono designate.

Essa consente tuttavia di svolgere un’ulteriore riflessione.

L’aspetto che non pare essere stato colto da chi formula tale richiesta è infatti proprio la crescente insofferenza che si sta diffondendo a macchia d'olio all'interno della categoria; e non soltanto fra chi delle correnti non ne vuole sapere, ma anche fra chi ne fa parte. 

Il dibattito che si è sviluppato nella commissione di studio non è altro che lo specchio di quello che sempre più, ogni giorno, i magistrati qualunque, quelli poco avvezzi ai giochi di potere, si dicono nei corridoi.

Ma mentre la prima può essere ignorata, ignorare i secondi è molto più difficile.

Sempre più colleghi sono ormai convinti che non sia normale che si telefoni al proprio referente territoriale di corrente per perorare la propria causa (che si tratti di un disciplinare, una valutazione di professionalità problematica, un incarico o altro); che ci siano carriere parallele; che una volta divenuti direttivi o semidirettivi si rimanga tali fino alla pensione, dividendo di fatto i magistrati in due categorie; che i posti vengano prima spartiti fra correnti e solo dopo, al loro interno, eventualmente per merito ecc...

Pensare che una rappresentanza di indipendenti (ammesso che, con tale sistema, possano restare tali a lungo) possa aiutare a migliorare la situazione, significa non aver colto qual è il vero problema.
Che non è l'accesso di ArticoloCentouno  al CSM (un ossimoro, per chi propugna l’assoluta separazione fra associazioni ed istituzioni dell’autogoverno) o l'equilibrio fra gruppi contrapposti, ma porre fine ad un sistema spartitorio in favore di uno rispettoso del ruolo dei magistrati, in tutti gli aspetti che possono influire sulla loro attività.

Detto in altri termini: alla domanda se sia meglio un autogoverno di tipo maggioritario, con una maggioranza ed una minoranza predeterminate, oppure uno di tipo proporzionale, con accordi di stampo consociativo, non si può che rispondere che il “bene” (di cui il “meglio” è notoriamente nemico) è un autogoverno del tutto scevro da queste logiche, i cui membri (quanto meno togati) non si comportino da politici, bensì da magistrati.

E i magistrati, nei loro consessi istituzionali, non si dividono in fazioni, non ricercano e non ricevono istruzioni dall’esterno (che si tratti di politici, capicorrente o altri centri di interesse poco importa), non ricevono auto ed etero segnalazioni, non valutano l’appartenenza dei colleghi, applicano le regole esistenti, ottemperano alle decisioni del giudice amministrativo, non programmano gli incarichi che dovranno ricoprire alla scadenza del mandato e tanto altro ancora.

È facile capire che, fintanto che il CSM resterà in mano alle correnti, la realizzazione di tale modello risulterà impossibile.

Oltretutto, continuare a ragionare come se il CSM fosse il Parlamento è il modo migliore per aprire la strada all’idea di un controllo diretto della politica: se i magistrati seguono logiche politiche pur non essendo legittimati dal voto popolare, al prossimo scandalo qualcuno potrebbe chiedersi se un simile potere non debba transitare direttamente nelle mani della politica.

Se davvero le correnti vogliono sopravvivere a se stesse, ed evitare che prima o poi l’autogoverno della magistratura venga travolto dalle sue stesse degenerazioni e sostituito da qualcosa di diverso, l’unica proposta seriamente percorribile è il sorteggio temperato, unico sistema che, a costituzione invariata, può coniugare l’autonomia dei magistrati con la selezione mediante voto.

Si dirà: ma se il legislatore non intendesse introdurlo, cosa potrebbero fare i magistrati?

Semplice.

Immaginiamo se tutti i segretari di corrente si riunissero e dichiarassero solennemente che, quale che sia la prossima legge elettorale, sorteggeranno al loro interno i candidati, e successivamente sosterranno esclusivamente candidati sorteggiati.

Si voterà col proporzionale? Sorteggeranno i componenti delle liste.

Si voterà per collegi uninominali? Sorteggeranno un candidato per collegio.

Si voterà con la legge attuale? Sorteggeranno un multiplo di candidati per ogni categoria.

Così facendo, il dibattito sulla formula elettorale sarebbe depotenziato e si avrebbe una competizione elettorale rispettosa del pluralismo culturale, ma con candidati del tutto scollegati dalla dirigenza dei gruppi associativi.

Si tratta, a ben vedere, del classico uovo di Colombo.

E proprio per questo, c’è da scommetterci, la proposta non avrà alcuna risposta.









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sabato 16 ottobre 2021

Mezzi uomini


di Nicola Saracino - Magistrato  

Dunque la Procura Generale della Cassazione sembra aver richiesto, in via disciplinare, la sospensione dalle funzioni del dott. Angelo Giorgianni. Se ne ha notizia qui.

E’ la più grave delle misure cautelari che si possano invocare contro un magistrato, in questo caso per un illecito di opinione.

Le idee del dott. Giorgianni restano le sue, non sarà il “merito” di quelle idee l’oggetto di questa riflessione.

Non si conosce la testuale formulazione dell’addebito disciplinare in concreto mosso e quindi la cornice giuridica entro la quale il CSM è chiamato a muoversi.

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giovedì 14 ottobre 2021

La mina costituzionale.



di Nicola Saracino - Magistrato 


Art. 24 della Costituzione: Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado di procedimento.

Articolo 111:  La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.

Articolo 105: Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) ha deliberato a strettissima maggioranza  (8 voti contrari, 9 favorevoli, col solito ampio gruppo di astenuti).

Cosa ha deliberato? 

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sabato 9 ottobre 2021

Libertà scomode.


di Nicola Saracino  - Magistrato 


E’ da qualche tempo apparso sul sito web della Corte di Cassazione italiana un documento ufficiale, che  s’intitola “Risposte della Corte Suprema di cassazione al questionario proveniente dalla Corte Suprema della Repubblica Ceca su Le attività secondarie e l’uso dei social media da parte dei magistrati".

E’ stato ripreso da riviste giuridiche specializzate che gli hanno dato grande risalto titolando, ad esempio, “Cassazione: magistrati fuori dai dibattiti social sui temi di interesse generale".

Tralasciamo quanto qui non interessa e limitiamoci ai passaggi fondamentali.

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Minotauromachia e riforma Cartabia


di Andrea Reale - Magistrato

Come nelle migliori tradizioni del Bel Paese, all’insediamento di un nuovo esecutivo corrisponde una annunciata riforma “epocale” della giustizia.

Non ha fatto eccezione il governo dalle  larghe intese guidato da Mario Draghi, che vede come ministra della Giustizia la professoressa Marta Cartabia.

Il piano nazionale di ripresa e resilienza, che costituisce il cosiddetto Recovery plan, necessario per ottenere i cospicui fondi europei (oltre 220 miliardi di euro), ha addirittura messo le ali agli annunciati, consueti, proclami e ha reso tangibile e concreta l’attuazione di quella che qualcuno ha ribattezzato, in modo non particolarmente benevolo, la “schiforma”.


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