«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 25 settembre 2007

Una riflessione necessaria


di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

1. Il “bel tempo che fu”.

Quando nell'A.N.M. [Associazione Nazionale Magistrati] sorsero (e prosperarono) le “correnti”, esse costituirono, per l’assetto allora dominante, un elemento, a torto o ragione, dirompente: furono, in breve, rivoluzionarie.

E furono tali perché costituivano un contro-sistema rispetto ad un assetto che ripetendo, mutatis mutandis, schemi culturali e istituzionali pre-costituzionali, era diventato un enclave sorpassata dall’evolversi del sistema socio-politico generale.

Il “vecchio” sistema non annoverava solo fascisti e farabutti, ma anche galantuomini e giuristi di vaglia: erano però oggettivamente sorpassati.

Anche oggi bisognerebbe, ben più di quanto avviene, interrogarsi non solo e non tanto sulla “moralità” delle correnti, quanto sul loro essere o non essere sorpassate dai tempi.

La consonanza delle “correnti” con il sentire del sistema politico generale consentì loro di ripetere grandezze e miserie del detto sistema, anche per effetto del fiancheggiamento che operarono rispetto ai partiti imperanti (PCI e DC), magari anche solo per assonanza culturale e ideale.

Ne conseguì che, per un non breve periodo, i problemi (sempre politici, mai tecnici!) della politica erano gli stessi della magistratura e viceversa: entrambe parlavano il linguaggio della società, entrambe ne affrontavano i problemi.

2. Il (non bel) tempo che è.

Il mondo post-comunista e globalizzato è veramente un altro pianeta: i governi “nazionali” si sono ridotti a governi “locali”, con incredibile accelerazione nei cambiamenti, con evidente caduta nel controllo del potere, con inevitabile dislocazione dei poteri politici fondamentali nei centri “tecnici internazionali”, con un corrosione del principio di legalità (nel senso che mentre esiste una società globalizzata, non esiste una corrispondente legalità globalizzata).

Nella notte della caduta delle ideologie, nella quale tutti i partiti sono bigi; nel mutarsi dello scenario ove si esercita il potere politico; nel costituirsi del potere politico sempre più come “potere” che come “politico”, sono venute meno le assonanze ideologiche (salvo – qua e là – qualche onda lunga).

L’A.N.M. è divenuta a sua volta (come a suo tempo l’U.M.I. o la Consulta del Regno che ancora era operante negli anno ’70) un’enclave dove si confrontano soggetti (le correnti) sorte in altra epoca, su altre problematiche, con altri fini: questi soggetti, come pugili suonati, seguitano a ripetere meccanicamente comportamenti e schemi di lotta che avevano significato sul ring di un’epoca tramontata.

La distinzione tra le correnti è oggi più formale che sostanziale se si assume come parametro quella della fuoriuscita da un sistema che in nulla produce giustizia.

Intendo dire che politicamente non c’è grande differenza tra le correnti perché esse rispondono in modo sostanzialmente identico al quesito di fondo: alla domanda “volete mantenere in vita l’attuale sistema?” esse, nei fatti, rispondono sì.

Di qui l’ipertrofia della questione morale (che è sempre esistita e sempre esisterà, con avviso che la dominante Unicost [Unità per la Costituzione] di oggi non è più “immorale” della dominante M.I. [Magistratura Indipendente] di ieri; e con ulteriore avviso che, a ben vedere, qualche peccatuccio sulla politica coscienza lo hanno tutti); di qui lo spaesamento dei magistrati, la perdita di spessore politico del C.S.M. [Consiglio Superiore della Magistratura], l’incoerenza (politica) di alcuni settori dell’A.N.M. che - nati come forze dirette ad evidenziare le contraddizioni del sistema - si avviano ad appiattirsi sulle posizioni di una delle componenti essenziali del vecchio sistema (M.D. [Magistratura Democratica]) carica di meriti, ma anche di colpe storiche e, per di più, vessillifera del conservatorismo progressista.

Negli anni ’90 è poi piovuto su bagnato.

L’attuale omogeneizzazione delle correnti - tutte tese a conservare in vita l’enclave - è stata infatti catalizzata e accresciuta dal berlusconismo che ha di fatto paralizzato la politica associativa imponendole comportamenti e tempi obbligati.

I comportamenti e i tempi obbligati sono la morte della politica la quale, per definizione, è scelta: di valori, di obiettivi, di strategie, di tattiche.

L’A.N.M. ha finito per essere ostaggio dell’“anti” e dei trend che in esso si radicano.

Gli esempi sono numerosi. Come si fa a dire sì alla salva-Previti?
Certo non si può.

Ma in un sistema dove i tempi sono tali da diventare più che un danno una barzelletta, dovremmo chiederci se per caso non sia opportuno invocare prescrizioni brevissime per evitare una parvenza di funzionalità: non è forse meglio che il processa muoia subito di inedia piuttosto che si trascini per anni per poi morire di vecchiaia, quando tutti si sono dimenticati di lui?

Ma non basta. A parlare di azione penale facoltativa (sia pure nelle forme in cui, nel processo penale minorile, si chiede l’irrilevanza del fatto) c’è da farsi linciare. Sarebbe - si dice - il trionfo dell’impunità dei potenti. Come se il naufragare dei processi degni di questo nome, nell’immensa palude dei “processetti” non fosse la vittoria (vistosa ed arrogante) dei potenti contro i diseredati e gli esclusi.

Insomma siamo all’angolo e siamo così spaventati da non vedere che se il sistema è decotto e non riesce ad autoemendarsi, occorre fare una politica “antisistema”: la sorte di chi non sappia rischiare (vedi ex Giovani Magistrati, ex Impegno per la Legalità, ex Gruppo Paolo Borgna) è segnata: o omologarsi o morire.

E molti, pur di “contare” (nel sistema) si stanno omologando se già non sono omologati.

Questa caduta di identità trova radici nella più volte evocata globalizzazione (è stato detto che “l’identità è la questione all’ordine del giorno”. Cfr Z. Zarman, Intervista sull’identità, Laterza), ma, per quanto ci riguarda, rispecchia la caduta di identità verificatasi nel sistema di riferimento.

Da sempre, infatti, il microsistema (A.N.M.) ripete gli schemi del macrosistema politico generale, il quale oggi è costretto a “leggere” come “persone di sinistra” Mastella, Bobo Craxi, Intini, Sgarbi etc..

E tutti fanno finta di credere che sia perfettamente vero.

Perché tutto ciò? Perché, a mio avviso, anche il centro sinistra è “dis-orientato”, incapace di rispondere alla domanda di fondo (cosa vuol dire “essere di sinistra” nel 2007?

La risposta, beninteso, deve essere politica e non certo “morale”, atteso che non basta essere galantuomini per essere “di sinistra”) e dunque sballottolato tra gli ideali (che certo albergano al suo - come al nostro - interno) e la voglia di “contare” nell’attuale sistema.

Insomma siamo alle solite: si tratta di scegliere tra contare nel sistema o cantarle al sistema.

Ma - il punto è cruciale - occorre tener presente un altro fattore.

La situazione sociale è così piena di angoscia, incertezza, “esclusione” che è diffuso un desiderio, vivissimo, starei per dire sitibondo, di “novità”.

E’ stato scritto: “L’avanzata del Nuovo di oggi non è la ricerca futile della novità ad ogni costo, ma segna la fine dei vecchi riferimenti simbolici. Quando una società accetta e insegue, con tanta forza come la nostra, le novità fino al punto di premiare forze politiche nate da pochissimo, è evidente che sente esauriti i modelli sui quali era costruita” (cfr Ida Magli, La bandiera strappata. Il corsivo è mio).
E’ per questo che, a livello nazionale, certe politiche incontrano tanto consenso: perché hanno introdotto cambiamenti forti (poco importa se il contenuto è incommestibile) che effettivamente stravolgono il sistema.
Il difendere la status quo ante appare dunque battaglia di retroguardia che rischia di far apparire la cialtroneria come l’unica depositaria del “nuovo”.
Se dunque un atteggiamento “rivoluzionario” appare doveroso; se è opportuno che la strategia si modelli secondo le necessità imposte da siffatto atteggiamento, anche tatticamente si dovrà operare secondo l’adagio “a brigante, brigante e mezzo”: alla rivoluzione berlusconiana, va opposta una rivoluzione ancor più vistosa e appetibile.
Talora ho invece l’impressione che taluno, preso anche lui da desiderio di “forte” novità, si proponga obiettivi che, al più, possono dare la sensazione psicologica di una forte novità, ma, se esaminati criticamente, alla luce di quella che dovrebbe essere la nostra politica, si scopre che di nuovo c’è ben poco: c’è quel tanto che basta per sentirsi “nuovi”, rimanendo nel vecchio. Si tratta di una forma mentis che, nel nostro Paese, ha solide e antiche tradizioni. E’, credo, nell’animo italiano volere puramente e semplicemente tutto: l’aureola del martire rivoluzionario e i vantaggi di chi è inserito nel sistema. La domanda che ognuno di noi dovrebbe fare a se stesso è - ben più del famoso, leninista “che fare?” - “cosa sono disposto a rischiare, per un mondo più giusto?”. Con avviso peraltro, sul punto, che mai bisogna dimenticare le parole di Bobbio: “Quando la speranza è cieca, e non ha altro fondamento che la propria insoddisfazione del mondo, il desiderio spasmodico di un altro mondo tutto diverso e mai visto prima d’ora, finalmente libero e giusto e benedetto e riscattato dalla violenza sovvertitrice, esso altro non è che la maschera della disperazione”. Insomma, come dire?, “adelante Pedro, ma con iudicio”.
Vorrei sul punto essere estremamente chiaro. Non si tratta di essere “radicali” o “integralisti”. Si tratta di essere consapevoli che gli obiettivi perseguiti da un gruppo certe volte possono essere oggetto di mediazione, altre volte no. Così, per fare un esempio, se l’obiettivo è quello di rendere la navigazione più agevole, può avvenire una mediazione tra gli ipotetici naviganti che abbiano sul punto disparità di vedute. Ma se alcuni decidono di abbandonare la nave e altri, al contrario, reputano opportuno rimanere, la mediazione sarà praticamente impossibile. Si potrà certo “mediare” sul quomodo e sul quando, ma non sull’an.
Sarà bene precisare, per essere chiari fino in fondo, che non si tratta di buttare a mare le “correnti” quasi si trattasse di cose in sé immonde. Il discorso è tutt’altro. Le “correnti”, come tutti i gruppi organizzati, sono necessari e “preziosi”: senza di essi mancherebbe ogni dibattito e non si potrebbe convogliare il consenso. Il problema, per quanto concerne l’A.N.M., è che a) gli apparati hanno preso il sopravvento su tutto e su tutti; b) si parla d’“altro” perché è questo “altro” che disegna i confini tra le correnti, il loro spessore in termini di potere e, in definitiva, gli apparati stessi. Il cane, insomma, si morde la coda: una serie di temi e di problematiche hanno disegnato la mappa delle correnti (ed i loro apparati) e, pertanto, né le correnti né gli apparati hanno interesse a cambiare musica. Se, per fare un esempio, il tema oggetto del dibattito associativo fosse costituito, in assurda ipotesi, dallo scegliere se tenere a casa un cane o un gatto, la geografia correntizia ne rimarrebbe sconvolta.
Il “trucco” (magari inconsapevole) è costituito spesso dalla scelta di temi squisitamente tecnici (con l’alibi che essi, non di rado, sono imposti dai tempi). I temi tecnici sono una vera manna dal cielo: essi ben possono dividere gli appartenenti ad una stessa corrente, senza peraltro essere in contrasto con la “ragione sociale”; hanno, spesso, notevole spessore e brillano di attualità: insomma fanno sentire tutti à la page e impegnati, lasciando le cose (correntiziamente) tali e quali.

3. Il ( si spera) bel tempo che sarà.

Se ci aspettiamo grandi novità dal fatto che gli eletti al CSM sapranno “(…) dare riscontro al grande bisogno, fortemente e generalmente avvertito, di un Buon Autogoverno”, possiamo dare per scontato che nulla cambierà. Forse che molti, in passato, non si sono straimpegnati in tal senso? Cosa è cambiato nel sistema? Un bel nulla. Anzi, se mai, la situazione è peggiorata. E, già che ci siamo, diciamo che non consta affatto che i magistrati tutti siano assetati di pulizia e di lavoro, visto come votano, chi votano e perché votano chi votano. Se siamo convinti che il “sistema” non sia rattoppabile, occorre individuare i piloni che lo tengono in piedi: occorre, detto fuori dai denti, minarli. Altro che alleanzucce e ambizioncelle di serie B: occorre volare alto, osare, costruire il futuro dei giovani magistrati perché possano vivere una professione migliore in uno Stato migliore. Occorre finalmente fare politica, quella con la p maiuscola.
Se l’impostazione che ho brevemente tratteggiato è esatta, occorre trarne le conseguenze. Quali, per intenderci, i “pilastri” del sistema da minare?
Potere di candidatura.
E’ il nodo centrale del sistema ANM-CSM. Il pactum sceleris che si consuma continuamente corre lungo la seguente logica: io ti mando al CSM e tu sarai lì il mio ombrello protettivo. Chi decide? L’apparato di corrente. A chi deve essere grato il componente eletto? All’apparato. Chi gestisce il CSM? Le correnti per il mezzo della “disciplina di corrente”. Come si acquista il consenso elettorale? Pagando le cambiali che gli elettori-clientes mettono all’incasso. Ma, si dirà, non tutti sono così. Verissimo, non sono così tutti, ma solo la stragrande maggioranza: quella maggioranza che tiene in vita (e sempre terrà) le perversioni del sistema. Siamo sicuri che l’unico rimedio sia quello di dire che noi ci dissociamo da siffatte perversioni? Non dovremmo forse sottrarre alle perversioni l’acqua “sistemica” nella quale nuotano?
Chi vive all’interno di un “sistema” che tutto sommato lo privilegia, tende ad adagiarsi, a “non vedere”, a giustificare la status quo, a prendere le distanze dalla proprie oggettive responsabilità, a bollare come “non equilibrate” tutte le iniziative forti. La domanda non è solo “cosa posso fare?”, ma anche (soprattutto?) “cosa sono disposto a rischiare?”.
Il sistema ci “acceca” e ci rende egoisti. Dobbiamo invece aprire gli occhi. Non si può ulteriormente assistere rassegnati allo spettacolo di una giustizia penale che uccide i miserabili, consegnando ad un’impunità strutturale i ricchi, i potenti e i grandi malavitosi; non si può ulteriormente assistere rassegnati allo spettacolo di una giustizia civile i cui tempi, dilatati fino all’irragionevole, rendono mero flatus vocis il termine “diritto”, soprattutto in tempi di privatizzazioni, di cartelli imprenditoriali e, per dirlo in termini semplici, di grandi alleanze del capitale. Non ci si può rassegnare al fatto di essere rappresentati da un CSM che - nel mentre si propone come alto senso istituzionale e si pone come vestale del sacro fuoco della legalità (che altro non è che rispetto delle regole) - lascia imperare al suo interno il gioco delle tre carte.
Non si tratta di reagire come magistrati: si tratta, prima ancora, di reagire come uomini. Un impegno “politico” presuppone questa ferma determinazione. Il resto è robetta per avere la coscienza tranquilla; per raccontarsi la favola del proprio “impegno”. Non serve a nulla e, ad una certa età, francamente, non dovrebbe interessare più di tanto.

4. “Il mio sogno vi sveglierà” (Magritte).

Prima di spiegare compiutamente il senso di un’iniziativa, intendo affrontare l’addebito che ci viene mosso da molti critici: essere il nostro un sogno utopico destinato a esaurirsi, sterilmente, senza apportare alcun aiuto a chi lodevolmente cerca di far funzionare la baracca.
Anche noi – come tanti – vogliamo far funzionare la baracca. Ma, contrariamente alla maggioranza, crediamo che occorra un cambiamento forte, il quale, per essere tale non può essere indolore. Crediamo che la situazione sia gravissima, ma non irreversibile. Siamo convinti che occorra far nostre le parole di De Toqueville: “Cerchiamo di avere dunque del futuro questo timore salutare che fa vegliare e combattere, e non quella sorta di terrore fiacco e improduttivo che abbatte i cuori e snerva”.
In tutto ciò c’è - è vero - una componente utopica, ma non nel senso che i critici danno a questa parola. Non siamo dei visionari, non vogliamo costruire un mondo tutto bello e tutto puro che non può esistere. Sappiamo bene che la perfezione non è di questo mondo. Il nostro mondo non è un mondo sognato, ma questo mondo, imperfetto, ma vivibile. Dove dunque la nostra utopia? Nel non accettare che l’esistente non possa essere migliorato, nel non ritenere ineluttabile ciò che ineluttabile non è; nel rendere ossequio ai tanti utopisti del nostro tempo: agli Ambrosoli, ai Falcone, ai Borsellino, i quali furono grandi, nella loro utopia, perché in una patria smarrita non si smarrirono; non invocarono alibi per giustificare la fuga dal “dovere”, un dovere cui resero ossequio non in forza di un risultato ritenuto sicuro, ma per realizzazione compiutamente ciò che un uomo è chiamato a essere. Vorremmo tanto che l’ANM tornasse ad essere la compiuta realizzazione di ciò che un magistrato è chiamato a essere. Non ce ne staremo perciò con la testa tra le nuvole e i piedi sollevati da terra, ma, al contrario, terremo i piedi ben piantati nel terreno e guarderemo in faccia la realtà, cercando di far vivere in essa i nostri ideali, perché un’ideale che non si invera nella realtà è poco meno di un sogno.

5. Guardare in faccia la realtà.

La nostra iniziativa non prende dunque le mosse da sogni, ma dalla realtà che abbiamo davanti agli occhi: un quadro realissimo costituito dalla gravissima crisi sia del CSM che dell’ANM, il cui corretto funzionamento costituisce pilastro e presidio irrinunciabile dell’indipendenza, efficienza e affidabilità della magistratura.
Siamo convinti che questa crisi sia determinata - detto in estrema sintesi - dal fatto che l’idealità originaria si sia rapidamente mutata (e pervertita) in logica dell’appartenenza. Nessuna obiezione è stata mossa a questa diagnosi: tutti concordano sullo stato comatoso della giustizia; sulla complessiva, crescente inaffidabilità della magistratura; sull’assenza di adeguati controlli dei livelli di professionalità e di correttezza deontologica; sul pietoso stato dell’applicazione dei criteri dal parte del CSM, soprattutto con riferimento alla nomina di uffici direttivi e semidirettivi; sull’inconsistenza dell’ANM come forza critica forte e stimolo al CSM per la reale affermazione dei principi di indipendenza, correttezza ed efficienza della giurisdizione.
Dunque siamo tutti d’accordo sul fatto di essere in presenza di uno stato di malattia grave - per non dire disperato - che richiede cure radicali e non pannicelli caldi. Quale la causa della malattia? La risposta a siffatto quesito è stata anch’essa unanime: l’originaria idealità delle correnti è rimasta soffocata dalla logica dell’appartenenza secondo cui il voto altro non è che adesione a un gruppo protettivo. Tutti i valori, tutte le azioni, tutti i discorsi sono oggi falsati da siffatta perversa logica, la quale (forse) ha finito per dar vita a un regime. Proverò, brevemente, a ragionare a voce alta su questa parola che viene impiegata anche con riferimento al nostro assetto socio-politico generale.
Direi, in prima approssimazione, che “regime” è quell’assetto in cui il potere rende sì ossequio ai principi formali della democrazia (in ciò distinguendosi dalla dittatura), ma adotta una serie di accorgimenti che rendono meramente teorica la possibilità di perdere il potere. Insomma il regime è, per un pessimista, una dittatura incompiuta; per un ottimista invece è una democrazia imperfetta: questione, come sempre, di punti di vista. Pur atteggiandosi in modi assai diversi tra loro, i regimi hanno tratti comuni che mi azzardo a individuare.
Il primo tratto caratteristico di un regime è la forte distanza tra realtà e facciata: la trasparenza è la prima arma della democrazia, la menzogna manipolativa lo strumento principe dei regimi.(Corollario: nelle scelte di regime la “motivazione” dichiarata diverge spessissimo dalla motivazione reale)
In secondo luogo la democrazia fa propria una cultura improntata al bene comune; il regime, invece, distorce e diffonde pratiche per dir così “corruttrici”, tali cioè da saldare gli interessi particolari dei singoli con gli interessi di coloro che sono a capo del regime. In tal modo detti interessi particolari - che simul stant simul cadunt con gli interessi facenti capo agli oligarchi del regime - divengono uno dei punti di forza del regime.
In terzo luogo il regime è nemico di una diffusa partecipazione. La c.d. “base” ben può essere chiamata a raccolta (per essere manipolata), ma alle decisione reali presiede una ben individuata oligarchia: la democrazia spinge verso la partecipazione generalizzata, il regime verso gli “apparati”.
In quarto luogo la democrazia è ricambio, là dove tutti i regimi tendono a cristallizzare gli assetti di potere o al più dar vita a una sorta di gioco dei quattro cantoni ove gli oligarchi si scambiano le poltrone, così mantenendo nella sostanza immutato il loro potere personale.
In quinto luogo il regime riduce la democrazia all’esercizio del voto (un voto peraltro spesso “imbastardito” da controlli e interferenze indebiti). Ovviamente i candidati sono scelti dagli oligarchi.
La democrazia alimenta gli entusiasmi, suscita speranze di miglioramento, accende l’inventiva, individua problemi ed escogita soluzioni, promuove la pari dignità dei cittadini e la tutela del bene comune. Il regime si nutre di liturgie autocelebrative, ignora i problemi reali, è rigido nel trovare soluzioni, spinge verso la rassegnazione, coltiva nel seno la “casta” di quelli che contano, alimenta negli individui il gretto perseguimento del proprio interesse “particolare”, giustificato con un pessimismo qualunquista che travolge ogni valore.
La domanda che ho posto all’inizio attende una risposta che non può essere solo mia: ciascuno è chiamato a rispondere dopo attenta meditazione (la democrazia è anche diffusa riflessione sui problemi comuni). Se mai la risposta dovesse essere affermativa, ci troveremmo di fronte a un fatto grave, essendo indubbio che poteri incidenti sull’esercizio della giurisdizione non possono essere esercitati nell’interesse di pochi.

6. Riforma o rivoluzione?

Per cambiare la situazione occorre porre in essere un’azione che risulti incommensurabile con la logica sopra indicata: in caso contrario, se cioè tutti disciplinatamente ripeteremo i copioni già visti, se il “prima” sarà quello di sempre, anche il “dopo” (vale a dire il futuro agire del CDC e del CSM) sarà quello di sempre: un’esperienza trentennale sta lì a dimostrare la verità di siffatta affermazione.
Nel marzo 1989, nel dar vita al movimento che si chiamò Proposta ’88 (e che, successivamente, unitosi ai c.d. Verdi, diede vita al Movimento per la Giustizia), organizzai un incontro (dal titolo “Riforme o rivoluzione?”) nel corso del quale affermavo: “Occorre guardare in faccia la realtà, senza tabù (o meglio con l’unico tabù della Carta costituzionale) e dire con chiarezza che anche il CSM è affetto dal male del secolo: l’occupazione, più o meno forte, dell’istituzione da parte dei gruppi organizzati. Il male è sotto gli occhi di tutti ed è proprio il caso di dire “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. La forza intrusiva dei vari gruppi ha dato vita a meccanismi che hanno avuto la conseguenza di rendere deboli e non credibili le istituzioni, cagionevole la democrazia. (...) Non è possibile affrontare questa situazione con italici pannicelli caldi, occorre invece avere la forza e il coraggio di proporre riforme forti che siano in linea con la Costituzione”. E qualche tempo dopo affermavo: “Non si può essere minoranza innovatrice senza essere in qualche modo incompatibile con il sistema. Minori attacchi avremo, più saremo considerati “ragionevoli”, più vorrà dire che saremo divenuti omogenei al sistema. Dobbiamo scegliere tra un’accusa di “irragionevolezza” e una morte certa per conglobamento nelle perverse logiche dell’associazionismo degenerato”.
Se ricordo qui alcune iniziative passate non è certo per menarne vanto o reclamare capacità profetiche: è semplicemente per fare comprendere che è ampiamente scaduto il termine entro il quale era lecito sperare che fosse possibile tentare di cambiare con tenacia le cose “dal di dentro”. Venti anni di inutili tentativi dimostrano che insistere sarebbe oggi manifestazione non già di tenacia, ma di ostinazione: su questo punto occorre essere chiari e fermi.
I nostri critici infatti affermano di concordare sulla diagnosi, ma non sulla terapia. Quando dalla diagnosi si passa alla terapia, le loro posizioni si divaricano infatti vistosamente dalle nostre, senza, credo, che sussistano spazi di possibile mediazione, dato che non viene avanzata, in alternativa, nessuna proposta che abbia il carattere (assolutamente irrinunciabile) di rottura del sistema.
Perché la nostra proposta è di rottura? Perché auspica la diserzione dal luogo ove il potere degli apparati si salda con il principio di appartenenza: l’appuntamento elettorale.
A fronte di questa proposta dirompente vengono suggeriti blandi medicamenti che – già sperimentati in passato – non hanno determinato alcun miglioramento. Ci si vorrà infatti concedere che in venti anni di pratica “movimentista” più volte si siano individuati punti programmatici essenziali e indefettibili; infinite volte si siano messi questi punti programmatici nero su bianco; ad ogni elezione si siano candidate e votate persone ritenute, per generale acclamazione, idonee a realizzare i detti programmi. Ci si vorrà anche concedere che abbiamo già provato a praticare forme di aggregazione (elettorale e non) che potessero rompere gli schemi correntizi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e non hanno bisogno di essere commentati.

7. Che fare?

E’ dunque ora che la c.d. base mandi un fortissimo segno di discontinuità; un segno che - si badi bene - non abbia in sé i germi di quella malattia che ha corrotto l’agire dell’ANM e del CSM: l’ “appartenenza”. Chi aderisce all’iniziativa non appartiene a nulla né si impegna ad appartenere: non crea un nuovo gruppo, non crea candidature né aspettative di qualsiasi tipo. Vuole solo chiedere un cambiamento forte, anzi fortissimo. Vuole distruggere il criterio di appartenenza nel suo momento iniziale. Vuole dimostrare che si può contare - si deve contare - senza appartenere (è per questo, infatti, che all’iniziativa da noi proposta può aderire sia chi “appartiene” a qualche corrente sia chi non “appartiene a nessuno”).
Chi aderisce contesta che l’ANM abbia svolto un ruolo, concreto e incisivo, nella difesa della indipendenza (interna e esterna), della correttezza, dell’efficienza della magistratura, stimolando e criticando anche il CSM.
Pertanto – senza vincolo di “appartenenza” e senza impegno per il futuro – coloro che aderiscono all’iniziativa: 1) riconoscono che l’attuale situazione è insostenibile e che è necessario un segno forte di discontinuità; 2) si impegnano a disertare il voto per l’elezione del CDC come forma di impegno civile a favore di un rinnovamento delle prassi associative; 3) si riservano di indire, in coincidenza con i giorni fissati per l’elezione del CDC, manifestazioni che denunzino il degrado della giustizia; 4) si riservano di coinvolgere in detta manifestazione tutti quegli operatori della giustizia che attivamente contribuiscono al funzionamento della macchina giudiziaria.
La nostra protesta, se intende combattere la logica del sistema attuale, non per questo configura i mezzi di protesta usati come strumenti sempre e comunque salvifici, che, in quanto tali, siano da perpetuare nel tempo sempre e comunque. I mezzi da noi scelti ci appaiono idonei oggi a combattere il virus dell’ “appartenenza”: domani si vedrà. Oggi appare necessario contrapporre alle usuali liturgie elettorali un diverso modo di essere “associati”.
Questo diverso modo di essere è, nelle nostre intenzioni, un disarticolare il momento elettorale, sì che esso - deprivato del significato di “appartenenza” – divenga non già il luogo ove si giura fedeltà, ma espressione di una forte contestazione mossa da una “rete”.

8. Appartenenza e rete.

L’“appartenenza” implica una struttura preesistente che predetermina e predefinisce “le norme che regolano la condotta, i comportamenti e i principi di interazione di tutti gli individui che ricadono nel suo ambito”. L’appartenenza facilmente degenera in logica di mero potere e - quel che è peggio – “acceca in maniera radicale e pericolosissima perché impedisce non di criticare, ma di vedere quali siano le cose da criticare”.
La “rete” “non necessita e non rivendica una storia precedente e le sue basi non le cerca nel passato, ma nel presente”. Le reti nascono nel corso dell’azione e durano il durare dell’azione. La rete non nobilita l’oggi in nome del passato, ma agisce oggi, hic et nunc. La rete non si orpella di luoghi celebrativi, non uccide le critiche accusandole di sacrilegio, non si esaurisce in vuote e ripetitive liturgie: mira al fine comune e si dissolve o si riorganizza diversamente in vista del nuovo fine. L’appartenenza è rigida e accetta la realtà solo in quanto è compatibile con gli schemi che hanno determinato l’appartenenza stessa; ha difficoltà nell’affrontare il nuovo; è chiusa su se stessa. La rete è flessibile, si adegua alle nuove realtà, si apre ai bisogni sociali nuovi, abbandona senza rimpianto ciò che è desueto.
Una contestazione così effettuata è - nel suo essere disomogenea al sistema – inaccettabile per quest’ultimo. Il sistema pre-vede che possano essere fatte ottime (e sincere) promesse elettorali; che possa essere candidato un bravo e valente collega. Nel pre-vedere le mosse, il sistema contrappone a ogni mossa adeguata contromossa: esso può permanere - in quanto essere sistema e in quanto essere “un dato sistema” - malgrado le mosse programmatiche o le candidature “scomode”. Ma non può permanere se una consistente “defezione elettorale” minacci altre più vaste azioni e defezioni che - mirate su obiettivi di volta in volta adeguatamente individuati - minino ulteriormente il sistema fino a corrodere, da ultimo, il suo pilastro fondamentale: il sistema elettorale vigente (ogni sistema coincide in gran parte e principalmente con il suo sistema elettorale).

9. Fecondità dell’astensione.

Molti colleghi hanno manifestato una certa perplessità, sembrando loro che un atteggiamento meramente “passivo” potesse, alla fine, risultante perdente nei confronti di un comportamento più partecipativo.
L’obiezione non solo non è peregrina, ma, al contrario, è molto seria e dunque doverosamente mi sono fatto carico di approfondire la questione.
E se mi sbagliassi? Così, più volte, sono andato interrogandomi, perché se mai c’è una cosa che non vorrei fare è coinvolgere valenti colleghi in una mera vampata emozionale. Ho preso dunque molto sul serio le critiche mossemi e mi sono “messo alla sequela”: ho cioè sviluppato il nocciolo propositivo in esse implicitamente (o esplicitamente) contenuto. Ok, mi sono detto, la situazione è ormai intollerabile e occorre una svolta: in questo non credo di sbagliare visto che la svolta la invocano tutti. Per “svoltare” occorre diffondere cultura e prassi idonee; bisogna riflettere criticamente sul sistema che abbiamo creato, meditare sulle prassi scorrette, o addirittura illegali, radicatesi nel CSM; si deve analizzare il trasformarsi dei valori sposati dalle correnti in stracche e vuote liturgie; vanno create aspettative di inversioni di rotta, suscitati entusiasmi e - perché no? – ingenerata un po’ di apprensione in chi vuole che tutto rimanga tale e quale.
Per fare tutto ciò - in astratta ipotesi – si può: A) fare esattamente quello che (a fin di bene) si è fatto negli ultimi venti anni. Invito tutti coloro che si sono impegnati in questi anni nel senso indicato ad alzare una mano se ritengono che il sistema sia cambiato in meglio, specificando in cosa si sostanzi siffatto miglioramento. Io, in tutta coscienza, non mi sento di alzare alcuna mano (neppure mi sento di acquietarmi l’animo per il fatto che l’impegno ha impedito che le cose “andassero peggio”: non mi basta perché l’assunto, in primis, è da dimostrare e, in secundis, è troppo comodo. Nessun medico infatti – di fronte a un decorso letale della malattia – può seguitare a somministrare una medicina che si è dimostrata impotente, dicendo “è pur sempre una medicina che ti ha impedito di morire due o tre anni fa”: un medico degno di questo nome cerca un rimedio che salva la vita); B) fare - rispettando le regole del sistema - qualcosa di diverso dal passato, avente carattere di “rottura”. Mi sono scervellato, ma questo qualcosa non l’ho trovato. Del resto quale avrebbe potuto essere? Un bel programma? Una candidatura “salvifica”? Una qualche incompatibilità con effetto placebo? In che cosa gli apparati si sentirebbero sentiti a rischio? Cosa ci sarebbe da dibattere e da sperare? Non ne abbiamo fatti a bizzeffe, in passato, di bei programmi? Pensateci bene, carissimi amici critici: quale proposta avrei potuto fare, tale da produrre il bailamme generato dalla sola proposta di astensione, le speranze che essa sta suscitando, gli allarmi che vanno prendendo piede?; C) fare qualcosa che - per essere disomogeneo al sistema - colpisca il potere nell’unico punto in cui è vulnerabile: nel suo carburante ovvero, per parlare fuori di metafora, nel voto.
Sono giunto alla conclusione che l’astensione - molto più che essere uno mero strumento-idoneo-al fine (fungibile con altri strumenti analoghi) - è il volto necessario (e dunque infungibile) di chi - apparendo (sconsolatamente) destinato ad essere minoranza (perdente) a vita - si interroghi su quali possano essere gli strumenti per “contare”. Sperando di non essere considerato un testardo, passo a dare conto di siffatta affermazione.
Parto dall’evidente necessità - a fronte del collasso del sistema-giustizia - di compiere qualcosa che concretamente produca bene, come si propongono tutti i bene-intenzionati: un qualcosa che non abbia solo valenza di nobile ma sterile protesta. Insomma, venendo al quesito di fondo, è possibile “cambiare il mondo senza prendere il potere”?
Ho rifatto le bucce a me stesso e - mi scuserete la pervicacia – sono giunto alla conclusione che il non-voto, quale rifiuto di condividere il potere, è molto più che una protesta, un porre sul tappeto una questione di fondo: l’organizzazione dell’associazionismo. I valori di civiltà insiti nella giurisdizione - a sentire gli attivisti dell’ANM – sembra possano essere tutelati solo militando in una “corrente” (o simili). Esistono invece altre forme - esse pure collettive - altrettanto incisive di quelle note. Una è quella di promuovere un movimento paritario che rifiuti di considerare “bene” ciò che piove dall’alto, ma voglia proporre innanzitutto il “bene” che sorge dal basso. Non cerchiamo di distruggere gli apparati per proporre, al loro posto, il nostro “bene”, ma lo proponiamo hic et nunc per ciò solo che rifiutiamo le regole degli apparati. Un percorso - il nostro - che per sua natura non può essere irreggimentato nelle forme usuali (ché in tal caso approderebbe inevitabilmente al “già visto”), ma, come un fiume che scorre fuori dell’alveo usuale, rischia sì di arenarsi, ma con ciò paga il prezzo dovuto al nuovo, all’inventiva, al libero esercizio della critica, all’azione che sia autenticamente frutto di impegno corale e non agire di un’élitte (oligarchia?) che si arroghi il diritto di parlare per tutti. Le decisioni “in nome della gente” non sono affatto una garanzia e la quotidianità sta lì a dimostrarlo.
Un “movimento” che voglia minare mali antichi e incancreniti non può essere “moderato”: deve chiamare i fatti con il loro nome e cognome, senza edulcorare e senza mediare. Non che la politica debba essere solo “movimento”, ma essa ha bisogno (anche) di “movimento” se non vuole scadere a stracca ripetizione di slogans dietro cui nascondere interessi affatto particolari, per non dire egoistici. Noi non ci limitiamo a rifiutare di votare oggi per condividere questo potere, ma poniamo sul tavolo un quesito di ben più vasta portata: è più importante (e coerente) marciare verso la presa del potere o verso la crescita della nostra influenza sul potere (quello di oggi o di domani, poco importa)?
Il rifiuto di votare è dunque l’affermazione di un nuovo modo di fare politica: un “muoversi contro-e-oltre che, per sua natura, è anti-istituzionale (nel senso, sia chiaro, che ripudia di cristallizzarsi in forme date) e si muove continuamente “oltre ogni cosa che possa contenere o fermare il flusso creativo della ribellione”. E’ per questo, soprattutto, che non abbiamo un programma: perchè il nostro “programma” è di criticare – continuamente e spietatamente – i programmi fatti dall’ “istituzione”.
Dunque la nostra posizione, se pur assume le fattezze di un “no”, è assai feconda e per nulla improduttiva. Il “no” infatti è dirompente perché contesta che ci sia necessaria continuità nelle forme di difesa dei valori della costituzione ( e dunque prospetta come non necessarie le “correnti”); il “no” non è digeribile da parte degli apparati, in quanto sfugge alle regole della loro organizzazione del potere e anzi, al contrario, postula forme organizzative affatto diverse; il “no” non imita le forme in cui si esercita il potere attuale, ma costituisce epifania di uno spostamento radicale del potere: dalla sede istituzionalizzata a quella della dialettica, della partecipazione diffusa, del confronto reale e paritario. Il “no” apre un nuovo mondo concettuale, apre crepe negli assetti del potere esistente (e dunque spazi autonomi), si muove, sperimenta e crea. Ma c’è di più.
Il “no” non si preoccupa di creare nel sistema le condizioni per il superamento del sistema (rimanendovi dentro fino al detto superamento): il “no” è la rivoluzione adesso: come è stato detto, la finalità non è costruire una forza all’interno del sistema che poi (quando?) produrrà una “rivoluzione”, ma dar vita a una forza dirompente che spinga oltre-e-contro adesso. Siamo dunque, a ben vedere, nel cuore della critica (talora implicita) che ci viene mossa secondo cui la pretesa di cambiare lo stato delle cose senza prendere il potere (il potere di questo sistema, in questo sistema, con gli strumenti di questo sistema) sia del tutto irreale. Credo, al contrario, che la pratica del “no” - per gli effetti che le conseguono – sia il massimo di ciò che oggi, hic et nunc, sia realisticamente praticabile a voler cambiare le cose. Non trovo di meglio, per chiarire il mio pensiero, che rubare le parole a J. Holloway (con avviso che il suo pensiero si radica e si muove in tutt’altro contesto): “Non si tratta di definire questi no, di concentrarli in un partito o in un movimento, ma di aiutarli a rompere le definizioni, a svilupparsi, a estendersi e moltiplicarsi. Non stiamo vivendo in una casa solida e resistente. Viviamo in un edificio vecchio, decrepito, pericoloso e pieno di crepe nascoste da cartelloni pubblicitari: dobbiamo fare di tutto per scoprirle e farle estendere, moltiplicare e unire, qui e ora, fino a far crollare l’edificio”.
Come ebbe a dire un “rivoluzionario” del nostro tempo, “siamo donne e uomini e anziani abbastanza normali, cioè ribelli, scontenti, scomodi, sognatori”. Credo che tutti i magistrati “abbastanza normali” siano, al fondo, ribelli, scontenti, scomodi, sognatori: si tratta di fare emergere questa loro natura che il sistema cerca in tutti i modi di reprimere e nascondere.
Il sistema sembra sappia sempre dove andare, propaganda questa sua sicurezza e cerca di spacciare anche gli insuccessi più evidenti come sue conquiste. Noi, “rivoluzionari”, non pretendiamo di sapere sin d’ora, di qui sino alla consumazione dei secoli, il da-farsi: sappiamo però benissimo ciò che non va ora e vogliamo dire in libertà i nostri “no” (soprattutto quelli che nessuno dice). Non ci interessa (come interessa al sistema) celebrare il passato, perché la storia narrata dagli apparati è pervasa dalle categorie utili al sistema: è una storia solo di grandi imprese e grandi uomini. La storia, in sé così bella, può tramutarsi in un grande alibi e in un’ottima scusa per non pensare al presente. Non ci interessa precorrere il futuro perché ancora non sappiamo quali forme prenderà. Ci interessa il presente, quello che può essere vulnerato dai nostri “no”.
Con avviso (essenziale) che uno spirito in tanto è “rivoluzionario” in quanto vuole stravolgere il sistema eliminando ciò che lo appesantisce e lo perverte. Non dunque, sic et simpliciter, una battaglia contro questo sistema, ma più precisamente contro la gravissime disfunzioni che lo permeano. La puntualizzazione è d’obbligo, al fine di evidenziare come nessuna contraddizione di principio ci sia tra chi tali disfunzioni vuol combattere nelle correnti e chi, invece, fuori. Neppure c’è contraddittorietà in chi decide di assumere, come dire?, una doppia cittadinanza, essendo compatibile, sempre in linea di principio, un doppio impegno.
Dunque, concludendo, non mi sentirò, non andando a votare, un disilluso che ha dismesso le armi, appendendo al chiodo la spada e le speranze. Mi sentirò nel bel mezzo della battaglia, armato di bei “no”, in movimento verso fuori, percorrendo strade che meglio si delineeranno cammin facendo, confortato dalle mie utopiche aspirazioni, ma sorretto dal contributo di pensiero di tanti. Camminare su una strada male illuminata – lo so – può essere pericoloso, ma è certo meglio e più sicuro che camminare su una bella strada illuminata che non porta da nessuna parte o, peggio, conduce diritta diritta nel precipizio.

10. La nostra “progettualità”.

Chiederci cosa vogliamo fare “dopo” è trattarci da “corrente”: considerarci cioè come uno dei soggetti che concorrono a esercitare il potere in questo sistema. Ora si dà il caso che l’esercizio del potere è cosa che sta a valle del problema che noi poniamo: quello del ripristino delle condizioni minime perché detto esercizio possa dirsi non arbitrario ancorché discrezionale; aperto al bene comune e non avviluppato su se stesso; espressione di un assetto genuinamente democratico e non di un’oligarchia.
Il messaggio che mandiamo è preciso: se non si ripristinano le condizioni minime, cercheremo non solo di far mancare il carburante, ma di sabotare l’oleodotto (leggi : legge elettorale per il CSM). Non ci interessa ora parlare di trasferimenti, sezione disciplinare, direttivi, etc. perché sappiamo che, purtroppo, ogni progetto (come ha benissimo detto la collega Barbagallo) rimarrà lettera morta (forse che in passato non è stato così?). Dunque l’intenzione è di mandare una richiesta forte, non già di “arruolare” su una progettualità: vogliamo fornire un’occasione a tutti coloro che - quale che siano le progettualità che coltivano in pectore – sono determinati a dire basta. La nostra è dunque una “progettualità” tra virgolette che vuole ribaltare un sistema, dato che, dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre parliamo cioè, continuano ad accadere nel CSM cose “scellerate” e il “Palazzo” seguita a fare il suo mestiere perché, come lo scorpione della favola, è questa la sua natura. Se il nostro “basta” produrrà effetti, torneremo a fare progettualità senza virgolette; a interrogarci sulle vie che, nel nuovo sistema, dette progettualità debbono percorrere perché non abbia a ripetersi il passato. In caso contrario, diremo “basta” a voce sempre più alta, dato che, come è noto, l’inventiva dei movimenti è assai più fervida di quella degli assetti istituzionalizzati (nel nostro caso: le correnti).
Finché non sarà avvenuta l’auspicata “svolta”, chiederci cosa vogliamo fare è come chiedere a chi sta spegnendo un incendio come arrederà la casa. Già, perché lo si potrebbe infatti interrogare così: “A che pro spegni l’incendio, se non sai quale uso fare della casa?” Credo che la risposta dell’ “incendiato” (e anche la mia) non potrebbe che suonare così: “Dimmi piuttosto che te ne fai tu del tuo progetto di arredamento,dei quadri che intendi acquistare e della cucina componibile. Non vedi che la tua casa sta bruciando (a proposito, tante volte nessuno se ne fosse accorto: i processi civili durano mille anni, la sanzione penale è una chimera ed è entrato in vigore un pessimo ordinamento giudiziario) e che quando tutto sarà cenere non sarà possibile nessun programma?”.

11. Alcune considerazioni finali tanto per essere ancora più chiari.

Le argomentazioni sopra svolte dovrebbero rendere chiaramente il mio pensiero. Metto qui, per desiderio di maggiore chiarezza, alcune ulteriori considerazioni esplicative.
La prima cosa che mi preme sottolineare è che non mi è venuto mai in testa di essere il solo a desiderare - sinceramente e fermamente - che le prassi associative mutino radicalmente e si depurino. So bene – e la cosa mi scalda il cuore – che ci sono tanti eccellenti colleghi, militanti in questa o quella corrente, che con animo sincero si adoperano perché l’auspicato cambiamento si verifichi. Anche io del resto, per anni e non per giorni, ho cercato, per quel che potevo, di contribuire, dal di dentro, a un cambiamento forte del sistema. Chiameremo tutti coloro che desiderano sinceramente un cambiamento della situazione i “bene intenzionati” (lo dico senza alcuna ironia, per distinguerli da coloro che, in un sistema inefficiente e sbracato, se ne stanno felici come topi in una forma di cacio parmigiano).
Cos’è allora che mi distingue dagli altri bene intenzionati? Mi distingue né più né meno che una diversa valutazione del sistema in atto e non certo un maggiore spessore di impegno civile.
Necessita una ulteriore premessa generale. Non esistono sistemi perfetti e ciò che funziona qui può non funzionare lì; può funzionare oggi e non funzionare domani. Dunque dire che oggi il sistema non funziona non significa affermare che il sistema non ha mai funzionato ed è da sempre perverso: vuol dire solo che oggi, hic et nunc, il sistema si è pervertito. Non c’è da meravigliarsi se un sistema funzionante in allora (in un contesto fortemente carico di ideali), non funzioni più ai nostri giorni. Quel che è certo è che sull’attuale non-funzionamento i bene intenzionati sono tutti d’accordo,
La divaricazione (all’interno dei bene intenzionati) sta dunque in ciò: c’è chi penso che il sistema sia caduto in potere degli apparati di corrente i quali si servono della legge elettorale vigente (per il CSM) per applicare spietatamente la legge dell’appartenenza. Pensa anche che in questo contesto l’ANM sia disarmata (sul tema ritornerò di qui a poco) e che elezioni (anche quelle per l’ANM) valgano come pubblica dichiarazione di appartenenza (la quale ovviamente ha effetti diversi a seconda delle varie correnti. Ma anche su ciò tornerò qui appresso). Da queste convinzioni si trae la conclusione che - per cambiare veramente le cose - occorra un vero capovolgimento e non - come sostengono, in perfetta buona fede, altri bene intenzionati - una corrosione progressiva dei consensi attribuiti ai male intenzionati. Del resto non si può negare che siffatta corrosione non è avvenuta negli ultimi venti anni e dunque sembra lecito affermare che essa mai avverrà. Perché?
Per il semplicissimo fatto che la moneta cattiva scaccia la buona; che la “corruzione” (in senso etico, non penale) per sua natura si diffonde; perché per due “buoni” arruolati qui, là vengono arruolati dieci “cattivi”; perché in un sistema pervertito mentre i “cattivi” imperversano e prosperano, i “buoni” hanno vita dura, anzi durissima. E dunque non basta, per tacitarsi l’anima (politica), pensare di essere “buoni” perché si proclamano (sinceramente) buone intenzioni e buoni principi. Sono anni che le buone minoranze si vantano di essere tali, ma credo sia venuto il momento di porsi il problema di chiedersi perché esse siano tali a vita. La risposta è semplice: perché questo sistema è tale da perpetuare in eterno il potere delle cattive maggioranze.
Ma - mi si obietta - in momenti così difficili non si può indebolire l’ANM. Replico. A parte il fatto che i tempi sono difficili da trent’anni (prima gli anni di piombo, poi il “nemicissimo” Berlusconi, ora gli “amici” che - si viene a scoprire - tanto amici non sono, etc.etc.), c’è da dire che l’ANM è, purtroppo, una tigre di carta. Le sue armi, tutte puntate verso l’esterno, scontano all’evidenza la mancanza di autorevolezza conseguente al fatto che essa non ha neppure un’armicciattola puntata all’interno. Essa non rappresenta un corpo efficiente, di alto profilo istituzionale, che rende un prezioso servizio come tale avvertito dai cittadini. Essa è chiusa sulle sue logiche e paga un prezzo evidente in termini di peso politico, in atto inconsistente. Una inconsistenza che deriva certamente dall’azione ai fianchi dei nemici esterni, ma anche (soprattutto?) dal fatto che questa azione ha avuto vita facilissima per effetto della latitanza di una efficace azione interna dell’ANM. Qualunque iniziativa tesa a condurre l’agire dell’ANM nella direzione di un salto di qualità sul versante interno, lungi dall’indebolire l’associazionismo, avrà dunque l’effetto di renderlo finalmente robusto perché rappresentativo non solo e non tanto dei magistrati, quanto, soprattutto, dei valori consegnati dai costituenti alla magistratura.
Ma - mi si obietta ancora - la tua critica dipinge la situazione come una notte in cui tutte le vacche (correntizie) sono grigie. Replico: per niente affatto. So distinguere benissimo la seta (bene intenzionata) dalla lana (male intenzionata), ma affermo che la seta si illude grandemente nel credere possibile tramutare tutto in seta se, per fabbricare se stessa, seguiterà a contribuire a un sistema in cui sia possibile (e quanto!) fabbricare contestualmente una quantità maggiore di lana. Nel mantenere in piedi la fabbrica i miei amici bene intenzionati, fabbricanti di seta, si trovano - oggettivamente e sotto il profilo sistemico - alleati dei fabbricanti di lana: a loro dispiace che lo si dica, ma purtroppo è così.
E poiché fabbricare vuol dire elezioni, occorre cominciare a disarticolare il sistema partendo dalle elezioni. Ho detto - si badi bene - “cominciare” e “partendo”: non ho mai detto di non votare, punto e basta. Ho detto che deve cominciare una “resistenza”; che bisogna trovare reali convergenze con altri soggetti operanti in ambito giudiziario; che occorre impegnarsi il doppio; che è necessario dar vita a un governo-ombra e a qualcosa di analogo alle associazioni dei consumatori: un qualcosa cioè che critichi, incalzi, sveli, dissacri: che insomma crei una situazione nuova capace di conferire all’ANM nuova e forte autorevolezza, altro che indebolimento. Occorre rivisitare tutti i tabù, a iniziare dalla legge elettorale per il CSM.
Mi si obietta, infine, che ciò che voglio fare io è ben possibile farlo in altro modo: lo si può fare - dicono i miei critici bene intenzionati - con programmi eccelsi, che costituiscano, a un tempo, segno evidente di discontinuità e inizio di una reale rivoluzione copernicana. Io sto qui e aspetto di vedere ciò che non si è mai visto negli ultimi venti anni (ché altrimenti, la rivoluzione si sarebbe già compiuta e non staremmo qui a parlarne). Certo è invece che l’annunziato programma servirà a fabbricare un po’ di seta, mentre altri fabbricheranno quintali di lana. Poi, nel parlamentino dell’ANM, si voterà e tutto rimarrà tale e quale. Scommettiamo?


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