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mercoledì 19 agosto 2026

Ranucci, politica e inchiesta: il confine da non oltrepassare.


 

di Nicola Saracino - Magistrato 

Se fosse vero che Sigfrido Ranucci coltivava ambizioni politiche, il problema non sarebbe secondario. Un giornalista d’inchiesta non può permettersi di assomigliare troppo a un attore della contesa politica, perché il suo mestiere vive di una distanza netta dai fatti e dalle persone che indaga. 

Il punto è questo: il giornalismo investigativo gode di una libertà più ampia, ma proprio per questo richiede una responsabilità più alta. La giurisprudenza tutela l’inchiesta, riconoscendole margini più elastici rispetto al giornalismo di pura cronaca, ma non per questo allenta i doveri di verità, pertinenza, continenza e corretto uso delle fonti. 

Chi fa inchiesta, insomma, non può trasformare il proprio lavoro in una piattaforma di consenso. Perché quando il sospetto comincia a sovrapporsi all’interesse politico, l’oggetto dell’indagine rischia di diventare strumento di posizionamento personale, e non più esercizio indipendente di informazione. 

Il paragone con un pubblico ministero è forte, ma coglie il punto: nessuno accetterebbe che un magistrato usi il proprio ruolo per preparare il terreno contro futuri avversari. Allo stesso modo, il giornalista che indaga sul potere deve restare esterno al gioco del potere, altrimenti perde la credibilità che gli consente di esercitare la sua funzione. 

Il ragionamento vale in generale, ma diventa ancora più stringente quando l’inchiesta si svolge nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo. La Rai, in quanto ente finanziato con risorse pubbliche, ha un dovere di neutralità e di equilibrio che non ammette ambiguità: chi conduce programmi di inchiesta su un canale pubblico non può essere percepito come un attore politico in formazione, perché così facendo comprometterebbe la fiducia del pubblico nell’intero servizio.  

Un ulteriore elemento di riflessione emerge dalla recente vicenda che ha visto Ranucci paventare la querela contro la magistrata Clementina Forleo, dopo un post su Facebook in cui lei si chiedeva chi stesse “ricattando” il conduttore e perché minacciasse di rendere note le sue chat “con tutti”. Al di là dei toni, colpisce che un giornalista d’inchiesta ricorra con una certa facilità alla querela, uno strumento dal quale, di solito, i giornalisti sono costretti a difendersi, non a servirsi.

Il fenomeno delle querele contro i giornalisti è infatti ampiamente discusso in Italia e in Europa, dove si parla sempre più spesso di azioni temerarie (le cosiddette SLAPP) usate per intimidire e silenziare l’informazione critica. Che un giornalista di inchiesta, peraltro al centro di un caso delicato, scelga la strada della querela penale contro una magistrata che solleva dubbi pubblici appare in controtendenza rispetto a questa dinamica: il giornalista d’inchiesta è tradizionalmente colui che subisce querele, non colui che le promuove.

In più, la querela di un soggetto osannato dalla magistratura è particolarmente temibile. Quando chi indaga sul potere gode di un rapporto privilegiato con l’apparato giudiziario, la minaccia di un’azione penale assume un peso specifico maggiore: non è solo una reazione legale, ma un segnale, pubblicamente ostentato,  che può essere letto come un monito a chiunque osi mettere in discussione la sua posizione. Insomma, il protagonista sembra in questo caso rivendicare, per sé, la totale esenzione dalla critica pubblica: su di lui non si può sospettare né fare "inchiesta", paradosso dei paradossi.   

E', questa, la concretizzazione del rischio: la pericolosa standing ovation pubblica dei magistrati italiani a Sigfrido Ranucci (sostenitore del No al referendum) paga un prezzo in termini di credibilità della stessa magistratura, proprio in questi frangenti.    

Nel caso Ranucci, peraltro, le ricostruzioni giornalistiche riportano retroscena e ipotesi, ma il diretto interessato ha negato in modo reiterato qualsiasi progetto politico . È quindi opportuno distinguere tra la discussione di principio e la persona: il punto serio non è stabilire un’etichetta, ma ricordare che l’inchiesta non tollera commistioni con la militanza, tanto più se condotta in un contesto di servizio pubblico.  

In fondo, è proprio qui la regola non scritta del mestiere: più ampia è la libertà di andare a scavare, più severo deve essere il dovere di restare credibili. E la credibilità, nel giornalismo d’inchiesta, si perde soprattutto quando il lettore comincia a chiedersi se chi indaga stia cercando la verità o un posto nel gioco politico. 



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martedì 17 febbraio 2026

Il Sistema alle urne.



Le polemiche di questi giorni per via delle parole (altrui) usate dal Ministro Nordio trascurano che proprio in quei concetti (clientelismo, settarismo, modestia etica) trova origine la legge di revisione costituzionale, almeno quanto ai  temi del sorteggio e dell'alta Corte disciplinare.

Una genesi durata anni, nei quali il Sistema non ha dato cenno di volersi emendare. 

Le correnti continuano ad occupare l'Istituzione CSM impunemente, travalicando il legittimo esercizio della libertà di associazione. 

Una bufala eversiva quella che assimila le Correnti ai Partiti politici: il Parlamento le fa le leggi, il CSM deve osservarle e produce provvedimenti amministrativi.

Le correnti, come libere associazioni, non sono in pericolo: smetteranno solo di comandare i magistrati, soggetti soltanto alla legge. 

Si dimentica il motivo della riforma e si denunciano le sue cattive intenzioni, uno stratagemma ingannatorio.

Qui di seguito un parziale elenco degli articoli di questo Blog,  sempre col fiato sul collo del  Sistema.

La scelta alla quale i cittadini sono chiamati è tra la conferma del Sistema e la sua correzione.            
   


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martedì 31 maggio 2011

La dittatura dei giudici


Ennesima delirante uscita del Presidente del Consiglio contro la Giustizia.

La notizia dappertutto.

Due articoli di stampa a questo link e a quest'altro.

Per non piangere la vignetta qui sotto.








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sabato 5 febbraio 2011

In nome di quale Popolo (Seconda parte)





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 5 febbraio 2011


In un Paese che voglia essere civile o anche solo decente chi venga sorpreso a compiere atti non commendevoli, se ne vergogna, chiede umilmente scusa e si dimette da qualunque carica e/o incarico e/o altro che possa in qualunque modo condizionare la vita politica e sociale del Paese. Dopo di che, se quei fatti costituiscono o no reato, lo accerteranno i giudici. Ma dopo che quello si è ritirato alla più nascosta vita privata.

Tanto per dire, in un Paese che voglia essere civile, un senatore (Andreotti) del quale una sentenza definitiva dica che è stato per anni complice dei mafiosi, si dimette immediatamente anche se il reato risulta prescritto.

E, se lui non si dimette, qualunque Senato che abbia il senso della propria dignità lo induce a dimettersi senza se e senza ma. Per mille ovvie ragioni, che in Italia ormai non sono più ovvie, ma che ritengo superfluo illustrare qui.

In un Paese civile il processo penale assolve il suo compito naturale, che è un compito per certi versi abbastanza circoscritto: accertare se quella tal specifica condotta di quella tal persona integri o no una fattispecie di reato e, se si, comminare la pena prevista dalle leggi.

In un Paese civile il processo non mette in crisi il Governo e il processo non è chiamato a fare da arbitro di alcuna rilevante questione politica, perché in un Paese civile il popolo non consente che alcuno che abbia cariche pubbliche le mantenga quando è raggiunto da sospetti gravi e qualificati non già di reati, ma anche solo di condotte gravemente deplorevoli.

Dunque, in un Paese civile il processo è un fatto che riguarda fondamentalmente solo la singola persona dell’imputato, che, se aveva qualche carica pubblica, quando finisce davanti ai giudici (e nei paesi civili non c’è modo di sottrarsi a questo dovere), l’ha già lasciata per non costringere l’intero Paese a una roulette russa con i suoi valori più importanti.

Invece, in un Paese nel quale l’illegalità, la spregiudicatezza, la menzogna spudorata sono disvalori diffusi, il processo e i giudici restano l’ultimo e l’unico presidio della decenza.

Questo – che è in sé un fatto paradossale e indecente – carica il processo e i giudici di compiti e responsabilità superiori a ciò per cui sono costituiti.

E’ assurdo e paradossale che pochi giorni fa la Corte di Cassazione, rigettando il ricorso del sen. Cuffaro, ne abbia causato la decadenza da senatore. Perché è assurdo che i senatori abbiano accettato di sedere per anni accanto a una persona della quale erano note le cose che sono note del sen. Cuffaro.

E si badi, questo non c’entra nulla con il rispetto e l’umana pietà che si devono anche al sen. Cuffaro. Pietà e rispetto non negano, ma affermano e impongono l’obbligo della verità e della decenza.

Così come in nessun Paese civile il Presidente della Camera (allora Casini), mentre un Tribunale entra in camera di consiglio per condannare un altro senatore (Dell’Utri) dichiara a stampa e televisioni che lui ha telefonato all’imputato per dargli la sua solidarietà.

Ma in quale Paese il Presidente della Camera dà pubblica solidarietà al mafioso imputato invece che ai giudici?

In un Paese normale esistono mille strumenti di controllo della legalità, della correttezza, della decenza collettiva. In Italia sono rimasti solo i processi penali.

Questo è il sintomo certo di un degrado collettivo gravissimo. Estremo.

Devono essere stati davvero bravi i nostri Padri costituenti se il sistema che hanno messo su ha fatto sì che ancora oggi, nonostante da anni governi di tutti i colori si siano impegnati attivamente giorno e notte a distruggere ogni speranza di giustizia (è di questi giorni la notizia che il Ministro della Giustizia (???) ha confermato che la legge sul c.d. “processo breve” andrà avanti), ci sia ancora qualche processo che va avanti.

Ma non durerà.

Primo perché anche la magistratura è composta da italiani e, dunque, per dieci Bocassini ci sono cento Curtò, cento Squillante e cento che, senza che siano stati ancora accertati reati a loro carico, mantengono condotte come quelle che hanno portato pochi mesi fa il Procuratore Aggiunto di Roma (mica un Giudice di Pace di periferia) a dimettersi frettolosamente senza che la magistratura abbia detto una sola parola di coraggio e sincerità sui retroscena di quella vicenda.

Secondo, perché non è pensabile una giustizia “contro il popolo”.

Se il popolo trova accettabile la disonestà e la menzogna, se vuole al potere le persone peggiori, se trova che una vicenda di prostituzione minorile possa essere oggetto di barzellette e luoghi comuni, invece che di indignazione, se ben 315 deputati sono disposti a sostenere che la telefonata in Questura per fare liberare Ruby è stata fatta per superiori interessi di Stato, allora non si potrà per troppo tempo continuare a fare giustizia “In nome di questo Popolo”.

E’ vero che il “Popolo Italiano” in nome del quale pronuncio le sentenze non è la somma dei cittadini presenti oggi sul suolo patrio, ma l’“anima” di quel popolo descritto nella Costituzione, ma se si può accettare che il popolo sperato dai costituenti sia una aspirazione più che una realtà, non si può reggere a lungo al fatto che sia ridotto a una ingenua illusione.

Frattanto, peraltro, più il malaffare occupa tutti i gangli vitali dello Stato più disarticola l’amministrazione della giustizia e più trasforma la legge da razionale strumento di giustizia a disonorato strumento del potere. Le leggi ad personam non sono leggi, sono abusi contro la legge.

In un contesto così tutto perde senso e il Paese sprofonda in un baratro del quale sembra non cogliere la profondità, dando luogo a uno spettacolo simile ai passeggeri del Titanic che ballavano sul ponte mentre la nave affondava.



(La prima parte)




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venerdì 4 febbraio 2011

In nome di quale Popolo (Prima parte)





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 3 febbraio 2011


Voglio trattare, in due post successivi, dei rapporti fra il processo penale e la civiltà di un popolo.

In questi giorni, come accade sempre ormai da moltissimi anni quando il Presidente del Consiglio o qualcuno dei suoi amici risulta coinvolto in fatti gravemente deplorevoli, loro e tutto il nugolo di deputati, avvocati, giornalisti, intellettuali che hanno deciso di asservire se stessi al potere senza se e senza ma si affannano a ripetere che questa o quella condotta di questo o quel padrone del Paese “non è penalmente rilevante”. Non è reato, insomma.

Questa propaganda – spudorata come tutte le propagande, da Stalin a Goebels – è deplorevole per un duplice ordine di considerazioni.

Sotto un primo profilo, lo è perché fa violenza alla verità.

E ciò perché in molti dei casi in questione i fatti SONO penalmente rilevanti (per lo meno fino a quando una legge ad personam non li depenalizza).

Sotto un secondo profilo, lo è perché diffonde l’idea che il criterio di riferimento della accettabilità o no di una condotta debba essere il codice penale. Cosa paradossale, peraltro, se detta da chi sembra non avere del codice penale alcun rispetto e da chi ha via via modificato il codice penale per adattarlo alle sue personali esigenze (nei giorni scorsi dei deputati hanno parlato di una proposta di legge per abbassare il limite della maggiore età a sedici anni: se il Presidente del Consiglio la settimana prossima deciderà di farsi bello con una bambina di nove anni, invitandola a cena a casa sua e trattenendovela per la notte, avremo bimbi maggiorenni alle scuole elementari).

Ma dovrebbe apparire ovvio a tutti che il codice penale costituisce una sorta di minimo etico assoluto e non uno standard di condotta accettabile e sufficiente a dar vita a una società decente.

Un popolo che vivesse ai limiti del codice penale (e noi viviamo ampiamente al di sotto di quel limite), un popolo che ritenesse socialmente, moralmente e politicamente accettabile tutto ciò che non è reato sarebbe un popolo di bruti votati all’autodistruzione. E a una cosa del genere noi italiani siamo davvero molto ma molto vicini.

Per fare un esempio fra i mille possibili, affidereste la vostra bimba di otto anni a una maestra che assume cocaina, ma solo per uso personale (dunque, senza commettere reati), che si prostituisce (la prostituzione in sé non è reato), che commette ripetuti abusi d’ufficio, ma non a fini patrimoniali (alcuni anni fa i nostri deputati, di tutti i colori politici, hanno concordemente depenalizzato l’abuso d’ufficio per fini non patrimoniali), che si fa comprare case da unmilione di euro a sua insaputa, che si assenta abitualmente dal posto di lavoro, che rende dichiarazioni alla stampa violentemente offensive della polizia e di altre istituzioni, che fa sesso con minorenni e si giustifica dicendo che non sapeva che lo erano?

Non affidereste a lei la vostra bimba, perché per essere una brava maestra o anche solo una maestra decente non basta non commettere reati.

E questo vale per tutto. Per essere un marito decente, un giudice decente, un avvocato decente, un calciatore decente, un Presidente del Consiglio decente, qualunque cosa decente non basta non commettere reati.

Quando un popolo arriva a un punto in cui i titolari di cariche pubbliche importantissime possono mantenere condotte assolutamente vergognose, non solo senza vergognarsene, ma addirittura difendendole e vantandosene, sostenendo che tanto non costituiscono reato, nel mentre approfittano del loro potere per cambiare la legge in modo da depenalizzare le loro condotte criminali, quel popolo è perduto.

Ed è bassa propaganda anche il continuo riferimento alla presunzione di non colpevolezza.

La presunzione di non colpevolezza fa sì che nessuno possa subire le conseguenze di una condanna fin quando essa non è contenuta in una sentenza definitiva, ma non comporta sotto alcun profilo che taluno possa continuare a mantenere cariche e incarichi dei quali non risulta degno e per i quali non risulta idoneo fino a che non giunga una sentenza definitiva.

Per tornare all’esempio di prima, si immagini che una maestra uccida la propria figlia tagliandole la gola e, sorpresa con il coltello il mano, si difenda dicendo di avere agito “senza rendersene conto”, “a sua insaputa”.

La presunzione di non colpevolezza farà sì che non dichiareremo la maestra colpevole fino a una sentenza definitiva.

Ma la domanda è: nell’attesa dei tre gradi di giudizio, ai quali la maestra ha sacrosanto diritto, noi continueremo ad affidarle i nostri bambini? Oppure, come lei ha diritto ai suoi gradi di giudizio, noi abbiamo diritto a una maestra non solo formalmente incensurata, ma anche concretamente degna e adeguata?

____


P.S. – Alcuni lettori hanno commentato il mio precedente scritto su “L’inevitabile punizione della storia” ritenendo il mio approccio alle cose “pessimista”. In un prossimo scritto proverò a convincervi che non è così.



(La seconda parte)



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sabato 22 gennaio 2011

L’inevitabile punizione della storia





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 22 gennaio 2011


Io e mia moglie siamo entrambi magistrati e prestiamo il nostro servizio da venticinque anni in Sicilia.

In passato accadeva che solo negli ambienti più torbidi del malaffare e della criminalità più odiosa i magistrati (e dunque anche noi) venissimo apostrofati con espressioni ingiuriose – tipo “sbirro”, “curnutu”, e altre – da chi, essendo un criminale, ci teneva a marcare una differenza per così dire ontologica con chi, nel suo universo di riferimento, serviva il nemico: cioè, lo Stato.

E tuttavia, anche questi criminali e anche i peggiori di loro pronunciavano le ingiurie solo quando parlavano fra loro o in ambienti in cui fosse condiviso il loro sistema diciamo così valoriale.

Perché in qualunque altro posto diverso da una suburra anche i più squallidi ceffi si riferivano ai giudici con un rispetto formale magari insincero ma consapevole del fatto che il vivere in una società vagamente civile o almeno aspirante civile o, come direbbe Cetto, qualunquemente civile impone di fingere un certo almeno minimo rispetto per lo Stato.

Da alcuni anni a questa parte, invece, il linguaggio tipico dei più squallidi ceffi delle peggiori suburre è in uso al Capo del Governo e va in onda su tutti i mezzi di comunicazione in tutti gli orari e a preferenza in quelli di punta sulle televisioni generaliste.

Dunque, io e mia moglie ci troviamo costretti a vietare l’uso della televisione – e sommamente negli orari dei vari telegiornali – ai nostri figli adolescenti, per evitare che le loro anime semplici risultino disorientate su una delle idee che i genitori in qualche modo gli hanno inculcato: che i magistrati sono al servizio dello Stato e svolgono un lavoro onorato.

Né sarebbe sensato smentire il Presidente del Consiglio dinanzi ai nostri figli, perché sembra evidente che, se il Presidente del Consiglio, al pari di qualunque incallito criminale, dice che i magistrati sono nemici dello Stato, ogni persona semplice sarà indotta a pensare che non si possa sfuggire all’alternativa consistente nel fatto che, se il Presidente del Consiglio avesse ragione, i magistrati sarebbero davvero l’antistato, ma, se avesse torto, allora senza dubbio l’antistato sarebbe lui. Ed è difficile dire quale delle due alternative sia la peggiore.

Ciò detto, per manifestare una certa – credo legittima – indignazione per ciò che è accaduto e ancora accade, riflettevo ieri sul fatto che un uomo normale è soggetto, nel suo agire, a vari condizionamenti e a diversi freni inibitori, la cui varia efficacia dipende dalle qualità intellettuali e morali della persona.

Dinanzi alla profferta di qualcosa di disonorevole, l’uomo di animo nobile rifiuterà perché ciò che gli si propone non è giusto.

L’uomo moralmente depravato rifiuterà per timore della sanzione penale.

Infine, l’uomo depravato e indifferente alle sanzioni giuridiche rifiuterà per istinto di conservazione quando l’interlocutore non dia garanzie di reggere la necessaria complicità.

Dunque, nessun malavitoso psicologicamente equilibrato accetterebbe proposte criminali da chi si offrisse come complice senza dare le necessarie garanzie di tenuta.

Tanto per dire, nessun lestofante compos sui farebbe accordi con una diciottenne, perché avrebbe la lucidità di rendersi conto che, anche se poi le dicesse “Ti copro d’oro purché tu taccia”, non sarebbe affatto certo che lei tacesse.

Scoprire che il Presidente del Consiglio ha instaurato con una prostituta minorenne un tipo di relazione tale da consentire alla prostituta minorenne di fargli telefonare direttamente mentre è intento in impegni di Stato all’estero (in Francia) per chiedergli di intervenire presso una Questura per farla liberare e che il Presidente del Consiglio ha ritenuto di telefonare direttamente alla Questura chiedendo la liberazione della ragazza, aggiungendo all’inqualificabilità del suo comportamento anche la assurda menzogna di spacciare la prostituta per la nipote di un capo di stato estero (Mubarak) è veramente sconcertante, perché colloca il Presidente del Consiglio in una catalogazione ulteriore e inferiore rispetto ai tre tipi umani sopra illustrati.

L’esistenza di un tipo umano come questo – indifferente ai precetti morali, indifferente ai precetti della legge e indifferente all’evidenza del rischio di un ricatto, prima, e di una svergognatura mondiale, poi, da parte della inverosimile complice prostituta minorenne – è possibile solo in presenza di una condizione psicologica molto gravemente compromessa, ma anche, purtroppo, a una particolare condizione della vita politica, civile e sociale del paese ospitante. Ed è questo che vorrei sottolineare.

In un paese normale, chi si proponga per servire lo Stato, comprende come ovvio il suo dovere di adeguare se stesso alle esigenze del servizio.

Dunque, chi, per esempio, si dedichi a fare il magistrato, comprende da subito di dovere smettere di frequentare – ove mai gli fosse capitato in precedenza di farlo – persone di malaffare, gente coinvolta in crimini e maggiormente in crimini orribili perché connessi a fatti di mafia e/o ad abuso di funzioni pubbliche.

Il caso del nostro Presidente del Consiglio e dei suoi sodali da lui collocati nei vari ruoli funzionali alle sue esigenze (direzioni di telegiornali, Consigli Regionali, Parlamento della Repubblica) si caratterizza per il fatto che questi pensano che è lo Stato che, se vuole essere servito da questo “utilizzatore abituale”, deve adeguare le sue leggi alle esigenze dell’utilizzatore.

Dunque, da più di quindici anni, assisto da magistrato al costante mutare delle leggi del mio Paese per adeguarle alle esigenze di una persona che non considera sé stesso onorato dall’incarico ottenuto, ma il Paese beneficiato dal fatto che lui, fra una lap dance di una minorenne e dei consigli sull’autoerotismo da lui dati ad altra prostituta (in quel caso per fortuna almeno maggiorenne: la signora D’Addario, che ha registrato questi preziosi suggerimenti mentre gli venivano dati da Capo del nostro Governo e rappresentante del nostro Paese), dedica un po’ del suo tempo a occuparsi delle cose dello Stato. Senza trascurare, ovviamente, di coltivare il più possibile, nella gestione di quelle, i suoi affari personali.

Il Popolo Italiano ha ritenuto possibile violentare per anni la verità e la giustizia per portare avanti un patto scellerato con una persona che, in cambio della palesemente vana promessa di sogni sempre più mirabolanti per un avvenire radioso e sempre più “futuro”, giorno per giorno esige e ottiene da ogni tipo di cittadino, operaio, professionista, essere umano e, soprattutto, istituzione favori “presenti” sempre più impegnativi e insostenibili e sempre più deplorevoli e illegali, per soddisfare la sua fame di denaro, di gloria e di sesso.

Applicando l’analisi fatta sopra ai popoli, si deve dire che, dinanzi alla profferta di un millantatore che, in cambio di vane promesse, chiede la consegna di tutto intero lo Stato, delle sue istituzioni e della sua intrinseca dignità, un popolo ricco di valori morali rifiuta perché la cosa è moralmente inaccettabile. Un popolo rispettoso delle leggi rifiuta perché la costituzione non lo consente. Un popolo depravato e irrispettoso di ogni tipo di legge rifiuta perché si rende conto di trovarsi dinanzi a un truffatore bravo solo a fare il piazzista/imbonitore.

Il popolo italiano – come il Capo del suo Governo – appartiene a un quarto tipo inferiore e peggiore rispetto ai tre appena descritti.

Lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti e, purtroppo, di tutto il mondo, è l’inizio della punizione che la storia – come ha sempre fatto in tutti i tempi – sta iniziando a dare a un popolo tanto scellerato.

E il paradosso è che tutto ciò che è già sotto gli occhi di tutto non è che una piccolissima parte di ciò che, continuando a trattare così lo Stato e le sue istituzioni, ci toccherà di subire e vedere.

Quanto alla logica che sta dietro alla capacità di un capo di governo di mentire tanto spudoratamente in pubblico su ogni cosa che lo riguarda (a questo link uno dei tanti elenchi di sfacciate bugie), essa è certamente quella illustrata da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf: “La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”.

Ma la tesi non è fondata: perché si creda a bugie tanto squallide e vergognose non è necessario che esse siano “grandi”; è necessario che siano dette a un popolo che, per ragioni meschine e disonorevoli, è disposto a fingere di credere a tutto.

La tragedia epocale di questo Paese non è nel fatto che il Capo del suo Governo sia una persona impresentabile e improponibile, amico intimo e frequentatore abituale di persone che vanno dai Previti (condannato con sentenza definitiva per crimini più che deplorevoli), ai Dell’Utri (condannato in primo e secondo grado per fatti di mafia), alle D’Addario, Ruby, Minetti, Mora, Mangano e altre decine e decine, che in qualunque altro paese non avrebbero non il telefono, ma neppure l’indirizzo di un Capo di Stato, ma nel fatto che l’intero Paese ha costantemente e sistematicamente ridotto se stesso, le sue istituzioni, le sue leggi, le sue strutture culturali, politiche e sociali a una condizione nella quale ciò che sta accadendo può materialmente accadere.




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domenica 24 ottobre 2010

Il diritto costituzionale alla verità





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 24 ottobre 2010



E’ difficile commentare l’ennesima proposta di “legge porcata ad personam”. L’ultima (nel senso di “la più recente”) di quel gruppo (ormai se ne contano molte decine) di leggi vergognose (molte delle quali dichiarate incostituzionali) fatte negli ultimi quindici anni per favorire una singola persona e/o i suoi sodali.

Questa volta la “legge Alfano” (per favore, smettetela di chiamarla “lodo”: almeno un minimo di rispetto per la lingua italiana).

Queste leggi vergognose si fondano tutte sulla menzogna e la violazione dei doveri che il Governo e il Parlamento hanno verso la Costituzione e la “giustizia” (intesa non come amministrazione, ma come valore morale).

Elencare tutti gli aspetti della menzogna e dell’ingiustizia è impossibile qui, perché ci vorrebbe un libro di mille pagine. Ne affronto, quindi, solo uno: quello relativo al diritto del popolo alla verità.

Si dice – mentendo spudoratamente – che la “legge Alfano costituzionale” servirebbe a difendere le alte cariche dello Stato da eventuali abusi della magistratura. La falsa storia del potere che si deve difendere da un altro potere.

Se questo fosse il problema, ciò che si potrebbe fare sarebbe modificare la Costituzione nei seguenti termini:

1. i Parlamentari, i Ministri, il Capo del Governo e il Capo dello Stato vengono trattati dall’amministrazione della giustizia come tutti i cittadini: si può indagare nei loro confronti, possono essere rinviati a giudizio, possono essere intercettati, perquisiti (questo – la perquisizione – è già possibile oggi), eccetera senza alcun limite, proprio come tutti gli altri cittadini (con soddisfazione dell’art. 3 della Costituzione che si sentirebbe meno depresso);

2. se nei confronti di una di queste persone viene pronunciata una sentenza definitiva e al momento in cui deve essere eseguita la sentenza il condannato occupa una delle “Alte Cariche” di cui sopra, il Parlamento acquisisce copia di tutti gli atti del processo e decide se la sentenza deve essere eseguita o no.

Se il problema fosse davvero impedire che la magistratura, abusando del suo potere, impedisca di legiferare, governare, comandare a chi in un certo momento legifera, governa o comanda, la soluzione che propongo sarebbe perfetta: senza il consenso finale del Parlamento nessuna sentenza potrebbe mandare in galera (ovviamente ci vorrebbe il consenso del Parlamento anche per eseguire una misura cautelare personale) o destituire chi ha una delle cariche pubbliche predette.

Questa soluzione – che propongo a tutti quei politici che si dicono sinceramente preoccupati di regolare meglio l’equilibrio fra i poteri – avrebbe un grandissimo pregio: non impedirebbe l’accertamento della verità.

Farebbe salvo il sacrosanto diritto del popolo alla verità.

Le indagini e i processi si potrebbero fare e le sentenze sarebbero a disposizione di tutti, insieme agli atti del processo, per essere giudicate.

Il Parlamento potrebbe leggere tutti gli atti e dire che la sentenza gli appare emessa all’esito di un giusto processo – e farla eseguire – oppure che la sentenza appare il frutto di una abietta congiura – e non farla eseguire.

Il Popolo, che tutti dicono di volere sovrano, potrebbe leggere gli atti e dire se il Parlamento che lo rappresenta ha difeso la giustizia o l’ha negata.

Con il sistema attuale e con quello ancora peggiore che Alfano vuole instaurare non si ha e non si avrà solo l’impunità dei potenti (quella, di fatto, ce l’hanno già).

Si avrà soprattutto l’assassinio della verità su di loro.

E questo è il vero obiettivo che il regime persegue.

L’attuale capo del Governo e i suoi sodali non temono il carcere. Perché è certo che loro in carcere non ci andranno mai.

La legislazione del nostro Paese è stata così tanto devastata per i fini privati dei potenti che Previti (condannato con sentenza definitiva) è libero e Dell’Utri e Cuffaro (entrambi condannati in primo grado e in appello per fatti che hanno a che fare con la mafia) sono in Parlamento.

L’80% della popolazione carceraria italiana è composto da extracomunitari e tossicodipendenti.

In Italia nessuna persona ricca e potente finisce in carcere in espiazione di una pena. Nei casi più disperati, se ne va a Santo Domingo o ad Hammameth.

La campagna del Ministro della Giustizia (della Giustizia ??!!) Alfano per conto del Presidente del Consiglio non è propriamente contro la giustizia, ma contro la verità.

Ciò che si vuole ottenere non è l’impunità: quella, di fatto, ce l’hanno da anni.

Ciò che si vuole ottenere è il diritto a non far sapere ciò che non si vuole che si sappia.

Nell’era dell’informazione, dei media, della tv che sa e dice tutto della povera Sara Scazzi, ciò che si vuole è il diritto costituzionale a non far sapere ciò che i potenti non vogliono che il popolo sappia.

Alcuni ricordano che i costituenti avevano previsto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Parlamentari. Ma quelli erano altri tempi, erano tempi nei quali anche solo essere imputati portava alle immediate dimissioni. Dunque, si doveva controllare anche solo l’inizio del procedimento.

Ora che può restare tranquillamente in Parlamento anche uno (Cosentino) a carico del quale pende una ordinanza di custodia cautelare – confermata da tutti i giudici dinanzi ai quali è stata impugnata – per concorso in associazione mafiosa (a proposito, a questo link c’è il testo integrale dell’ordinanza), la sola pendenza di un procedimento non può nuocere ad alcuno (a volte sembra paradossalmente che sia addirittura un titolo di merito: Aldo Brancher l’hanno fatto Ministro proprio perché imputato).

Dunque, sì al controllo del Parlamento sull’attività della magistratura, ma solo alla fine del processo.

Così sono garantiti i diritti di tutti.

Se l’“Alta Carica” risulterà innocente, sarà assolta.

E se sarà condannata, nessuno potrà eseguire la sentenza senza il consenso del Parlamento. Ma il popolo potrà sapere la verità.

Ti ho mandato lì per occuparti delle mie cose più care, del mio Paese. Ho diritto di sapere chi sei e cosa hai fatto.

Insomma, che Alfano, Di Pietro, Fini, Bersani, Casini si battano per fare entrare nella Costituzione il diritto del popolo alla verità.

L’impunità dei potenti resterebbe assicurata, ma il popolo avrebbe un nuovo sacrosanto diritto costituzionale.

Non ho considerato fin qui l’argomento “bisogna fermare i processi, perché il Capo del Governo non ha il tempo per difendersi”, perché questo è veramente un insulto alla ragione.

Premesso che il Capo del Governo ha fior di avvocati che si occupano della sua difesa e premesso anche che ha tutto il tempo – e se ne vanta – per andare a puttane (sebbene a sua insaputa: il fatto che siano puttane, non che ci vada), per duettare con Aznavour, per scrivere canzoni ad Apicella e per andare ai compleanni delle diciottenni che trova carine, migliaia sono i cittadini impegnati in cose importantissime che, però, trovano il tempo per difendersi nei processi.

Ho conosciuto fior di chirurghi che, tra un’operazione e l’altra, alternano il salvare vite umane con il presentarsi, come è giusto che sia, dinanzi ai giudici delle decine di processi che questo o quel paziente – a volte fondatamente altre volte infondatamente – intentano loro. Nessuno si sogna di fare approvare una legge che dica che i chirurghi non possono essere processati, perché non hanno tempo.




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sabato 23 ottobre 2010

La legge Alfano



Da Spinoza


Il nuovo lodo Alfano sarà retroattivo. Ora sì che è costituzionale.

“E adesso lasciateci lavorare”, ha dichiarato Goebbels.

I finiani dicono sì alla retroattività del lodo Alfano. “A quell’epoca eravamo ancora amici”.

“Futuro e Libertà ha tenuto una posizione coerente con ciò che aveva sempre detto”. Cioè “Obbediamo”.

Il lodo bloccherà i processi del presidente del Consiglio e al capo dello stato. Riesce sempre a farla franca, questo Napolitano!

Berlusconi afferma di non aver mai chiesto il lodo Alfano. Era in una sua vecchia lista di nozze.

Bersani ha parlato di barricate, degustando alcune grappe.

Il segretario del Pd promette battaglia: “Ci opporremo con tutte le forze che avevamo”.

Fini: “Mai più leggi ad personam. Comincio lunedì“.




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venerdì 3 settembre 2010

Ladri di speranza e di vita





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





da Il Fatto Quotidiano online dell’1 settembre 2010


Nel mio ultimo post qui ho cercato di illustrare le ragioni per le quali è un errore gravissimo ridurre il tema della legalità alla questione della impunità per il dott. Berlusconi e i suoi amici e sodali.

La legalità non è solo “dare una giusta pena” a chi viola la legge.

La legalità – o, come nel caso del nostro Paese, l’illegalità – caratterizza e qualifica – o squalifica – tutta la vita della società e le sue speranze di futuro.

Forse due esempi possono rendere più convincente quanto ho scritto nei giorni scorsi.

Il figlio di una mia cara amica ha ventiquattro anni. Si è laureato in fisica, materia che amava, nonostante tanti gli dicessero che sarebbe stato più facile avere un futuro economicamente sostenibile dedicandosi ad altri studi.

Dopo la laurea ha fatto uno stage negli USA, alla fine del quale ha scritto un articolo che è stato ospitato su una rivista scientifica.

All’Università di Losanna hanno letto l’articolo e lo hanno invitato per un colloquio, dopo il quale gli hanno fatto un contratto da ricercatore e gli hanno affidato un intero laboratorio del quale oggi è responsabile.

Nel frattempo ha anche ottenuto un posto di ricercatore all’Università di Harvard, al cui concorso aveva partecipato; posto al quale ha dovuto rinunciare, avendo già “firmato” per Losanna.

E’ pacifico che tutto questo è stato possibile perché a Losanna e ad Harvard hanno un tasso di legalità decisamente molto più alto che in Italia.

In Italia, purtroppo, nessuna università si sogna di “invitare” di sua iniziativa un valente studioso né di dare un posto di ricercatore a un giovane non raccomandato da nessuno e, addirittura, straniero.

In Svizzera e negli Stati Uniti, per contro, nessuno si sogna proprio di dare il posto di ricercatore all’amante del professore invece che a uno studioso capace: verrebbe subito denunziato e immediatamente rimosso e condannato.

L’altra vicenda che voglio raccontare è quella di una azienda che produce sacchetti di polietilene (i sacchetti di plastica della spesa).

Aveva evaso tasse per un miliardo di lire.

Accertamento tributario, ricorso giudiziario, mia sentenza che condanna la società a pagare la somma evasa.

Nel corso del giudizio di appello arriva uno dei condoni del dr Berlusconi e la ditta estingue il suo debito pagando solo il 20% del dovuto.

Tutti pensano che la questione qui sia solo il furto – ai danni di noi tutti contribuenti – degli ottocento milioni condonati.

Ma non è così.

Nella piccola cittadina in cui opera l’azienda in questione adesso ci sono due aziende che producono sacchetti per la spesa.

Una – onesta – che ha sempre pagato le tasse.

Questa azienda ha costruito il suo capannone e acquistato i macchinari per la produzione facendo un mutuo in banca e paga le rate mensili di questo mutuo.

Dunque, quando vende i suoi sacchetti li fa pagare a un prezzo che comprende una piccola quota destinata al mutuo.

L’altra azienda – disonesta – il capannone e i macchinari se li è comprati con i soldi che ha evaso dalle tasse. Con i soldi nostri.

Questa azienda non ha mutui da pagare e può vendere i suoi sacchetti a un prezzo un po’ più basso di quelli dell’altra.

Quindi, l’azienda disonesta in breve tempo metterà fuori mercato l’azienda onesta.

Così come l’impresa che ottiene gli appalti delle opere pubbliche non per merito ma per sporchi legami – di tangenti, di puttane o di altro – con questo o quel Ministro, Assessore, Sottosegretario, Sindaco, ecc. mette in breve tempo fuori mercato le imprese che non pagano tangenti e si impegnano a migliorare la qualità del loro prodotto.

In definitiva, l’illegalità devasta le strutture portanti della società.

Non ha alcun senso parlare di riforma dell’università e degli appalti se non si persegue con sincerità e determinazione la legalità.

Qualunque sistema presuppone il rispetto delle regole su cui si fonda.

La legalità, l’efficienza delle Procure e dei Tribunali (proprio l’esatto opposto del programma degli ultimi enne governi in carica nel nostro Paese) sono il presupposto indispensabile di qualunque modello sociale.

La Svizzera e gli Stati Uniti sono paesi con le loro colpe, alcune anche gravi. Con cose che funzionano e altre che non funzionano.

Ma lì possono sperare. Perché hanno ancora studiosi scelti per le loro qualità, imprese che lavorano per i loro meriti, politici che sono stati davvero “eletti”.

Che speranza può avere, invece, un paese come il nostro, nel quale, grazie all’impunità assicurata a tutti i ricchi e potenti, le elìte universitarie hanno come uniche qualità le parentele baronali, gli imprenditori sono capaci solo di assumere puttane per conto terzi e i politici vanno avanti con la forza dei ricatti a mezzo stampa?

Un paese così dovrebbe desiderare la legalità più di ogni altra cosa. Un paese così dovrebbe pretendere che la legge non si tocchi e che si ricreino le condizioni perché essa sia applicata.

Un paese così dovrebbe rendere assolutamente impensabile qualsiasi ulteriore attentato a quel poco di legalità che resta.

Invece il nostro Parlamento è da anni impegnato sui temi della giustizia, ma non per ottenere ai cittadini più giustizia, ma ai delinquenti più impunità.

Tutte le leggi e i progetti di leggi portati avanti da molti anni a questa parte servivano e servono solo a proteggere chi vive di illegalità e nella illegalità.

E a neutralizzare il lavoro dei giudici e della giustizia, ridotta a un cumulo di macerie, salvo poi stupirsi ipocritamente quando questo o quell’assassino tornano liberi per gli effetti di questa o quella legge “SalvaSilvio” o “SalvaCesare” o “SalvaMarcello”.

Tutti i popoli hanno le loro difficoltà, ma a Losanna e ad Harvard un giovane competente presenta i suoi titoli e gli viene riconosciuto ciò a cui ha diritto.

In Italia un giovane competente può solo allenarsi a leccare il c… al politicante di turno e anche così difficilmente avrà il posto, posto che “non gli spetta”, perché in Italia non ci sono più diritti, ma solo “promesse del padrone”.

E, dunque, non ci sono più speranze, ma solo illusioni.





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mercoledì 1 settembre 2010

Un Processo breve per incanto





di Massimo Vaccari
(Giudice del Tribunale di Verona)







In questi ultimi giorni è tornato prepotentemente alla ribalta il dibattito sul c.d processo breve, dopo che il governo ha annunciato l’intenzione di far approvare in tempi rapidi il disegno di legge relativo, che è stato licenziato dal Senato a gennaio di quest’anno, anche alla Camera.

Le ricadute che questa ennesima riforma, se entrerà in vigore nella sua attuale versione, avrà sul processo penale sono già state illustrate da autorevoli esperti su alcuni quotidiani. Meno noti sono gli effetti negativi che essa potrà avere nel processo civile e ritengo pertanto opportuno offrire qualche spunto di riflessione al riguardo, sulla base della mia esperienza di magistrato dedito al settore civile.

Innanzitutto è opportuno chiarire che il disegno di legge in esame non modificherà il codice di procedura civile ma la legge 89/2001, meglio nota come legge Pinto, che riconosce un indennizzo a chi abbia subito un processo di durata non ragionevole.

In estrema sintesi la legge sul processo breve intende fissare in due anni, aumentabili a tre, il periodo massimo entro il quale dovrà svolgersi ciascuno dei vari gradi del giudizio civile (primo grado, appello e cassazione), prendendo come momento iniziale quello della prima udienza e come momento finale quello del provvedimento che definisce il giudizio.

Una volta scaduto tale termine, senza che vi sia stata una decisione da parte del giudice, il processo proseguirà normalmente ma la sua durata non sarà più ragionevole e la parte interessata potrà chiedere l’indennizzo previsto dalla Legge Pinto, a condizione che in precedenza abbia presentato al giudice competente un’istanza di sollecita definizione del giudizio di cui lamenta la lentezza.

E’ questa istanza che, in concreto, secondo le intenzioni del legislatore, dovrebbe determinare l’accelerazione del giudizio perché, nel caso in cui venga presentata, il giudice sarà tenuto a fissare le udienze che fossero necessarie ad intervalli non superiori a quindici giorni l’una dall’altra.

Ora tale meccanismo non tiene conto che la durata dei processi civili dipende non solo dall’atteggiamento delle parti e del giudice ma anche da una serie di variabili imprevedibili e oggettivamente ineliminabili, come la complessità dei fatti da accertare, il numero delle parti, i vizi procedurali che si possono verificare nel corso di essi. E’ proprio per questo motivo che, attualmente, per stabilire se un processo abbia avuto una ragionevole durata o meno non si può prescindere dall’esame del caso specifico.

La nuova disciplina invece non considera le peculiarità di ciascun processo e la sua applicazione sarà vieppiù problematica in quei processi che richiedono una ampia attività probatoria, che è impossibile contenere in tempi predefiniti, se non a rischio di lacune ed errori.

In questi casi le norme approvate dal Senato, se non modificate, comprimeranno non solo i tempi del giudizio ma anche il diritto di difesa delle parti che avessero interesse, o necessità, di una attività istruttoria approfondita e in tempi congrui, ma che non potranno opporsi alla istanza di accelerazione del processo, non essendo previsto il loro consenso sul punto.

In questa prospettiva anzi l’istanza di accelerazione potrà essere strumentalizzata dalla parte che, sapendo di aver torto, non volesse far accertare compiutamente i fatti.

Ancora il progetto di legge rischia di provocare disparità di trattamento difficilmente giustificabili.

Il giudice, infatti, potrà trovarsi nella situazione di dare la precedenza a cause di valore modesto, a scapito di altre più rilevanti, sotto il profilo economico o sociale, qualora solo nelle prime venisse presentata l’istanza di accelerazione.

E’ facile prevedere, poi, che, qualora le istanze dovessero essere numerose, sarà pressoché impossibile rispettare i termini fissati dal disegno di legge, perché dovranno essere tutte trattate con pari celerità, con l’ulteriore conseguenza che per tutte maturerà il diritto ad ottenere l’indennizzo previsto dalla legge Pinto.

A fronte di tali molteplici inconvenienti davvero non si vede quali possano essere i benefici della disciplina attualmente in gestazione, tanto più se si considera che, solo a luglio del 2009, è entrata in vigore una riforma del codice di procedura civile che ha, tra le principali finalità, quella di abbreviare i tempi del giudizio civile (basti pensare alla possibilità per il giudice di comminare sanzioni pecuniarie alla parte che abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, alla riduzione dei termini per lo svolgimento di determinate attività processuali, alla introduzione del processo sommario).

Peraltro molti commentatori hanno convenuto che nemmeno quest’ultima modifica normativa servirà ad ovviare ai ritardi della giustizia civile che spesso, anche se non sempre, sono obiettivamente intollerabili.

Infatti, a determinare le attuali condizioni della giustizia civile, come è stato evidenziato più volte a più livelli, concorrono, da un lato, l’elevato tasso di litigiosità degli italiani e, dall’altro, la cronica carenza del personale di cancelleria, un criterio di distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio superato e, per alcuni distretti di corte di Appello, l’inadeguatezza degli organici dei magistrati rispetto al numero degli abitanti.

Per incidere su tali fattori occorrono interventi strutturali ed organizzativi profondi di cui non vi è traccia nel disegno di legge sul processo breve.



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giovedì 10 giugno 2010

Riformare (ma seriamente) la Costituzione







di Achille





Berlusconi ha detto che la Costituzione è troppo complicata e rende impossibile comandare per davvero.

Giusto!

Sono andato, allora, alla ricerca di una “costituzione” più efficace e che consenta meglio al “Capo” di comandare.

Ma mi sono reso conto che anche lo Statuto Albertino, voluto dal Re Carlo Alberto, non dà tutti i poteri che servono a un vero “Capo supremo” (ma si sa, i Re in Italia non hanno mai comandato veramente; magari i gerarchi).

Propongo, allora, una cosa del genere:

Presidente Berlusconi: “Angelino, gioia, fammi una riforma della Costituzione adatta alle esigenze del Paese”.

Ministro Alfano: “Certo, Capo. Faccio subito”.

Ministro Alfano: “Capo, ecco qui:

Costituzione della Repubblica Italiana.

Articolo 1. Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare
”.

Avvocato Ghedini: “Non va bene. Un solo articolo è troppo poco per una Costituzione. Non ce la approvano”.

Ministro Alfano: “Va bene. Allora:

Costituzione della Repubblica Italiana.

Articolo 1. Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare.

Articolo 2: E basta
”.






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mercoledì 2 giugno 2010

Ma ci siete o ci fate?




di Marco Travaglio
(Giornalista)





da Il Fatto Quotidiano dell’1 giugno 2010


Il dibattito parlamentare sulla legge bavaglio Al Fano è meglio del cabaret, anche perché è tutto gratis.

Da due anni, da quando B. temeva l’uscita di intercettazioni che avrebbero svelato il quarto segreto di Fatima (perché alcune ministre sono ministre), va in scena la seguente pantomima: il governo di un noto corruttore ed evasore, amico di mafiosi e papponi, commissiona al suo Guardasigilli-portaborse e al suo onorevole-avvocato una legge che favorisce mafiosi, papponi, corruttori, evasori e, siccome la legge è uguale per tutti, anche truffatori, scippatori, rapinatori, spacciatori, sequestratori, stupratori e assassini.

Li immunizza dal rischio sia di essere scoperti e puniti, sia di finire sui giornali per quello che sono.

Basterebbe ricordare il mandante, gli esecutori materiali e l’utilizzatore finale della legge anti-intercettazioni per capirne il movente.

Basterebbe ricordare come si è giunti a incastrare B. nei suoi vari processi per rendersi conto che è tagliata su misura di quei precedenti per evitare che si ripetano: l’articolo Mills, il comma D’Addario, il preambolo Trani, il codicillo Mediaset, il cavillo Dell’Utri, l’inciso Saccà.

Ma ricordare queste cosette non si può, se no la gente capisce tutto, compresi i beoti che han votato B. bevendosi la superballa della “sicurezza” pensando alla propria, mentre lui pensava alla sua.

Dunque ecco assieparsi intorno alla legge Al Nano un termitaio di opinionisti un tanto al chilo, giuristi per caso, scalatori di discese, sfondatori di porte aperte, statisti di chiara fama ma soprattutto fame: tutti intenti a commentarla in punto di diritto e in punta di forchetta, a prescindere, fingendo che davvero serva a tutelare la privacy, la reputazione e il segreto investigativo, e non a salvare le chiappe a B. e alla sua banda larga (secondo Pigi Battista, per dire, la legge la fanno per Francesca, la massaggiatrice della ripassata a Bertolaso).

All’inizio Al Fano restrinse il novero dei reati “intercettabili”.

E tutti a meravigliarsi: ohibò, ma così non s’intercetta più per corruzione, per frode fiscale e per i reati-fine tipici dei mafiosi.

Oh bella, ci voleva tanto a capire che la legge è fatta apposta?

Ponzio Napolitano convocò Angelino Jolie per una bella lavata di capo, pardon un “alto monito del Colle”, e lo rimandò indietro a caccia di “una riforma condivisa”.

Nessuno osò obiettare che gli unici a condividerla sono i criminali.

Il Guardagingilli tentò di occultare movente e mandante con un’altra versione: s’intercetta per tutti i reati ora intercettabili, ma solo in presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, cioè s’è già scoperto il colpevole, cioè mai.

Il solito esercito di ipocriti ricadde dal pero: ohibò, imporre i gravi indizi di colpevolezza è come dire che non si intercetta più.

Ma va? Chi l’avrebbe mai detto.

Il premier fa di tutto per comunicarci che è pronto a tutto, anche a mandare impuniti migliaia di delinquenti comuni, pur di nascondere i reati suoi e degli amici degli amici. Ma nessuno gli dà retta e si continua a disquisire di commi e sottocommi, emendamenti e subemendamenti per “migliorare” la legge.

Al Fano, esausto, fa uscire i gravi indizi di colpevolezza dalla porta e li fa rientrare dalla finestra.

Riecco la falange dei finti tonti. “Ancora un piccolo sforzo”, dice il Pd. “Fuochino, via la norma transitoria sui processi in corso e ci siamo”, dicono i finiani, impegnatissimi a limitare i danni di una legge della loro stessa maggioranza.

L’Anm chiede “tre cose semplici: niente limite di 75 giorni, niente divieto per le ambientali, niente competenza ai tribunali collegiali. Poi la legge va bene”.

Hai detto niente: così non resta più nulla. E che la fanno a fare, la legge contro le intercettazioni, se non abolisce le intercettazioni?

Tutto è pronto per la comica finale: Veltroni, il Pd e Ciampi chiedono a Berlusconi di fare piena luce sulle stragi.

Certo, come no. Quello che, alla domanda “dove ha preso i soldi?”, si avvalse della facoltà di non rispondere, ora dovrebbe dire la verità sulle stragi. Magari s’intercetta da solo mentre la dice. Ma questi ci sono o ci fanno?




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domenica 23 maggio 2010

Legge bavaglio: Liberi di dire no





di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)






da Il Fatto Quotidiano del 23 maggio 2010


Tanti anni fa Sofocle scrisse di Antigone, di suo fratello Polinice, morto in battaglia, della legge emanata dal reggente di Tebe, Creonte, che vietava di seppellirlo: nemico dello Stato, doveva restare preda dei corvi.

Ma Antigone lo seppellì e, processata e condannata, spiegò a Creonte che quella era una legge degli uomini e che però ci sono altre leggi, a queste superiori; e che lei di quelle temeva il giudizio e a quelle aveva obbedito.

Nei miei anni di magistrato ho vissuto spesso questo conflitto; e sono felice di non doverlo vivere ora, chiamato ad applicare una legge vergognosa, emanata da una classe dirigente arrogante e tremebonda, impegnata in una lotta disperata per l’impunità e la sopravvivenza.

Sono felice di essere libero di non rispettare la legge, di poter dire al giudice che mi processerà per aver raccontato ai cittadini i delitti commessi da quelli stessi che vogliono impedirmi di raccontarli, che sì, è vero, ho violato la legge di B, di Alfano, di Ghedini, dei tanti volenterosi protettori di capi e sottocapi colti con le mani nel sacco; ma che questa legge è ingiusta.

Sono felice di poter chiedere al mio giudice di non condannarmi, perché la legge-bavaglio è contraria ai principi della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Sono felice di potergli chiedere il rinvio della legge alla Corte costituzionale perché, ancora una volta, sia evidente il disprezzo di B&C per i principi fondamentali del nostro ordinamento.

Sono felice di poter chiedere alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se mai sarà necessario (prima dovrei essere condannato), di dichiarare che questa legge è contraria alla Carta dei Diritti.

E, alla fine, sarò felice anche se fossi condannato; perché con me saranno condannati centinaia di giornalisti, di direttori, di editori.

E sarà questa la prova più evidente di quella verità ostinatamente negata da B&C anche dopo la pubblicazione (la pubblicazione, vedete?) delle intercettazioni di Trani, quando B. spiegava che a lui (a lui) non piaceva Annozero e che quindi nessuno (nessuno) avrebbe più dovuto vedere questa trasmissione: è una dittatura quella in cui Antigone deve ancora scegliere tra leggi dello Stato e leggi a queste superiori.

Forse da qui inizierà il cambiamento.



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venerdì 7 maggio 2010

Giurista per caso: La difesa della Costituzione e la nuova legge sulle intercettazioni.




di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





E’ da poco passata la ricorrenza della liberazione e dell’inizio del nuovo cammino democratico dell’Italia consacrato nella Costituzione Repubblicana.

Di tale appuntamento, in una “nuova e peculiare” rappresentazione mediatica si ricordano i messaggi a reti unificate delle più alte cariche dello Stato e, la ricorrenza, in entrambi della rivendicazione del valore della lotta per la libertà del popolo italiano. In uno con i valori della resistenza sono stati richiamati i valori fondanti di quella lotta per la liberazione consacrati poi, si è detto, nella Costituzione.

E’ sempre di questi giorni una nuova battaglia, si dice, in difesa, proprio della Costituzione Repubblicana, dei deputati e senatori del Popolo della Libertà e con essi del Ministro AlFano.

Il Ministro e i predetti legislatori del Popolo della Libertà e della Lega Nord stanno, infatti, conducendo una epica battaglia in difesa dell’art. 15 della Costituzione Repubblicana.

Proprio il Ministro in alcuni dibattiti televisivi ha spiegato la necessità, in difesa della libertà consacrata nell’art. 15 Cost., della nuova legge sulle intercettazioni telefoniche.

La nuova legge si apprende dovrebbe limitare l’uso eccessivo delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, disposte oggi dal potere inquirente, che finiscono per attentare alla Costituzione ed ai diritti ivi consacrati.

Posta quindi sul piano giuridico la questione si tratta di capire, sempre da giurista per caso, cosa e in che modo, effettivamente, sia tutelato dall’art. 15 della Costituzione.

Prima di addentrarci in tale tentativo di spiegazione, giova ribadire, che la Carta Costituzionale và, ovviamente letta, in un’ottica di Padri Costituenti che, attraverso molte previsioni, tendevano a stabilire e tutelare diritti dei cittadini e potestà dei pubblici poteri in contrapposizione agli anni della scelta dittatoriale del ventennio fascista.

L’art 15 della Costituzione, richiamato quale faro della battaglia in difesa della Costituzione non del popolo viola ma del popolo della libertà, prevede espressamente “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”.

Ogni avveduto costituzionalista, a proposito delle origini di tale diritto ha avuto modo di osservare che un primo riconoscimento si è avuto a seguito della rivoluzione francese quando l’Assemblea Nazionale nel 1790 proclamò l’inviolabilità della libertà di corrispondenza, riconoscendo così ad essa una garanzia anche nei confronti di ingerenze da parte dei pubblici poteri. In commento all’art. 15 della Costituzione, può dirsi, che essa libertà e segretezza della corrispondenza (intendendo per questa ogni forma di comunicazione anche, ovviamente, più moderna dal punto di vista tecnologico: telefono, posta elettronica, messaggistica, p2p) è consacrato quale diritto inviolabile dell’individuo (cittadino, straniero, apolide) ricavabile espressamente dall’art. 2 della Costituzione.

Allo stesso modo, può dirsi, che la libertà in esame (la quale tutela i modi attraverso cui la persona si pone in relazione con altri soggetti) rappresenta, al pari della libertà domiciliare garantita dall’art. 14, “un ampliamento e una precisazione del fondamentale principio di inviolabilità della persona umana sanzionato dall’articolo 13 Cost.”, “l’una garantendo alla persona un certo ambito spaziale, l’altra garantendo una delle forme più dirette ed immediate di collegamento della persona con il mondo esterno”.

Nonostante che la libertà di corrispondenza di cui all’art. 15 e quella di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 abbiano la stessa natura, trattandosi in entrambi i casi di una comunicazione di idee e notizie da un soggetto a un altro, la diversa disciplina dettata dalle due norme comporta che la prima non possa essere considerata come una mera “sottospecie” della seconda.

La particolare tutela accordata dalla Costituzione alla libertà in esame riflette la sua appartenenza ai principi “supremi” sottratti alla revisione costituzionale (cfr Commentario Costituzione, UTET, Digesto Pubblicistico).

Diverso è il caso della previsione della possibile limitazione di tale libertà con atto motivato dell’autorità giudiziaria (i Padri Costituenti e molti costituzionalisti sottolineano l’assoluta garanzia che la Costituzione ha voluto offrire a tale libertà rispetto a quella personale - art. 13 Cost. - e di domicilio – art. 14 Cost. - atteso che per la libertà della corrispondenza non è in alcun modo previsto un intervento autonomo e preventivo della polizia essendovi una riserva assoluta a favore della giurisdizione e della legge quanto alle ipotesi in cui la giurisdizione può limitarla).

La Costituzione, quindi, prevede un solo potere dello Stato (va detto che gli organi di polizia quando non agiscono su mandato dell’autorità giudiziaria - Polizia Giudiziaria - agiscono quale Polizia Amministrativa espressione cioè dell’Amministrazione dello Stato – Governo) quello Giudiziario quale potere legittimato, con atto motivato, a limitare la libertà e la segretezza della corrispondenza.

E su tale possibilità la Corte Costituzionale – unico organo deputato a valutare la coerenza tra la legge ordinaria e la Costituzione – chiamata a decidere su norme del Codice di Procedura penale in tema di intercettazioni e acquisizione di tabulati, ha avuto modo di affermare che «nell’art. 15 della Costituzione “trovano protezione due distinti interessi: quello inerente alla libertà e alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti della personalità definiti inviolabili dall’art. 2 della Costituzione, e quello connesso all’esigenza di prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch’esso oggetto di protezione costituzionale” (v. anche sent. n. 120 del 1975, sent. n. 98 del 1976, sent. n. 223 del 1987, sent. n. 366 del 1991). L’art. 266 c.p.p. e, più in generale, le disposizioni contenute nel capo quarto, del titolo terzo, libro terzo, del codice di procedura penale costituiscono un’attuazione per via legislativa dei predetti principi, che, al pari delle norme similari previste nel codice di rito previgente, stabilisce una disciplina complessiva delle intercettazioni telefoniche in relazione ai poteri d’indagine a fini di repressione penale e alla loro utilizzabilità come mezzi di prova in giudizio. Più precisamente le anzidette disposizioni stabiliscono i li miti di ammissibilità delle intercettazioni telefoniche (art. 266 cod. proc. pen.), i presupposti e le forme dei provvedimenti che ne dispongono l’effettuazione (art. 267 cod. proc. pen.), lo svolgimento puntuale delle conseguenti operazioni (art. 268 cod. proc. pen.), i modi e i limiti di conservazione della documentazione delle intercettazioni stesse (art. 269 cod. proc. pen.) e, infine, l’utilizzabilità di queste ultime in altri procedimenti e i relativi divieti (artt. 270 e 271 cod. proc. pen.). Le speciali garanzie previste dalle norme appena ricordate a tutela della segretezza e della libertà di comunicazione telefonica rispondono all’esigenza costituzionale per la quale l’inderogabile dovere di prevenire e di reprimere reati deve essere svolto nel più assoluto rispetto di particolari cautele dirette a tutelare un bene, l’inviolabilità della segretezza e della libertà delle comunicazioni, strettamente connesso alla protezione del nucleo essenziale della dignità umana e al pieno sviluppo della personalità nelle formazioni sociali (art. 2 della Costituzione). In altri termini, il particolare rigore delle garanzie previste dalle disposizioni prima citate intende far fronte alla formidabile capacità intrusiva posseduta dai mezzi tecnici usualmente adoperati per l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche, al fine di salvaguardare l’inviolabile dignità dell’uomo da irreversibili e irrimediabili lesioni ……………. Ferma restando la libertà del legislatore di stabilire più specifiche norme di attuazione dei predetti principi costituzionali, il livello minimo di garanzie appena ricordato - che esige con norma precettiva tanto il rispetto di requisiti soggettivi di validità in ordine agli interventi nella sfera privata relativa alla libertà di comunicazione (atto dell’autorità giudiziaria, sia questa il pubblico ministero, il giudice per le indagini preliminari o il giudice del dibattimento), quanto il rispetto di requisiti oggettivi (sussistenza e adeguatezza della motivazione in relazione ai fini probatori concretamente perseguiti) - pone un parametro di validità che spetta al giudice a quo applicare direttamente al caso di specie, al fine di valutare se l’acquisizione in giudizio del tabulato, contenente l’indicazione dei riferimenti soggettivi, temporali e spaziali delle comunicazioni telefoniche intercorse, possa essere considerata legittima e, quindi, ammissibile ...» (cfr Corte cost., 11/03/1993 n. 81).

La questione, appena accennata, sembra quindi potersi meglio inquadrare, da giurista per caso, nel quadro dei precetti Costituzionali, dei diritti da tutelare e nelle libere scelte del legislatore.

L’art. 15 Cost non attiene precipuamente alla privacy (rectius: riservatezza) dei cittadini essendo questa regolata e riconosciuta unanimemente dall’art. 2 Cost, né, tantomeno, le intercettazioni telefoniche ed ambientali disposte, oggi, sulla base delle norme del codice di procedura penale, costituiscono una violazione dell’art. 15 Cost atteso che, esso, prevede espressamente quel potere della giurisdizione.

Le modalità ed i limiti con cui l’autorità giudiziaria può disporre limitazioni della liberta e segretezza della corrispondenza (intercettazioni) possono legittimamente essere determinati dal legislatore il quale ben può delimitare i casi e la durata delle stesse.

Ciò facendo, tuttavia, il legislatore non muta in alcun modo la previsione costituzionale di riserva della giurisdizione quanto, invece, stabilisce un bilanciamento “tra due distinti interessi: quello inerente alla libertà e alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti della personalità definiti inviolabili dall’art. 2 della Costituzione, e quello connesso all’esigenza di prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch’esso oggetto di protezione costituzionale” (v. anche sent. n. 120 del 1975, sent. n. 98 del 1976, sent. n. 223 del 1987, sent. n. 366 del 1991) (Corte Costituzionale) e, allo stesso modo, compie scelte di politica criminale comprimendo, ovvero dilatando, un metodo di indagine del potere giudiziario – unico potere diverso dalla polizia che già oggi non può autonomamente intercettare – nella scoperta e repressione dei reati.

Il Popolo Viola, insomma, può tirare un sospiro di sollievo nessuna difesa della Carta da parte del Popolo della Libertà e del Ministro ma legittimo esercizio del potere legislativo con le sue scelte nel bilanciamento degli interessi: circoscrizione di alcuni strumenti di indagine e più riservatezza per i cittadini, tutela, tuttavia, non estesa ad atti della vita privata (baci storie d’amori e paparazzi) ma ad intrusioni nella riservatezza che derivano da indagini tese all’accertamento di reati penali.




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