Continua - Leggi tutto l'articolo
mercoledì 18 febbraio 2026
Csm: Mirenda, ognuno ha votato il ‘suo’, logiche di mesta sodalità.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
18.2.26
4
commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Riforma della giustizia, Toghe rotte
martedì 17 febbraio 2026
Il Sistema alle urne.
-
La grande ammucchiata (dei poteri) – http://toghe.blogspot.com/2020/05/la-grande-ammucchiata-dei-poteri.html[toghe.blogspot]
-
Sorteggio e rotazione per ridare dignità ai magistrati – http://toghe.blogspot.com/2020/06/sorteggio-e-rotazione-per-ridare.html[toghe.blogspot]
-
Concorsi riservati per correntisti – http://toghe.blogspot.com/2020/06/concorsi-riservati-per-correntisti.html[toghe.blogspot]
-
In una botte di … fango. – http://toghe.blogspot.com/2020/06/in-una-botte-di-fango.html[toghe.blogspot]
-
Io accuso? – https://toghe.blogspot.com/2020/06/io-accuso.html[toghe.blogspot]
-
Non chiamarmi, Donatella – http://toghe.blogspot.com/2020/06/non-chiamarmi-donatella.html[toghe.blogspot]
-
La lista testi del dott. L. Palamara – http://toghe.blogspot.com/2020/07/la-lista-testi-del-dott-lpalamara.htmltoghe.blogspot+1
-
La ricusazione del dott. Luca Palamara nei confronti del dott. Davigo – http://toghe.blogspot.com/2020/07/la-ricusazione-del-dott-luca-palamara.html[toghe.blogspot]
-
Fazioni – http://toghe.blogspot.com/2020/08/fazioni.html[toghe.blogspot]
-
Fuori luogo – http://toghe.blogspot.com/2020/11/fuori-luogo.html[toghe.blogspot]
-
La terza parte – http://toghe.blogspot.com/2020/11/la-terza-parte.html[toghe.blogspot]
-
L’ergastolo disciplinare – https://toghe.blogspot.com/2021/01/lergastolo-disicplinare.html[toghe.blogspot]
-
Mentire e smentire. – https://toghe.blogspot.com/2021/01/mentire-e-smentire.html[toghe.blogspot]
-
Buone letture: Gabriella Nuzzi dal Fatto del 21 giugno 2020 – https://toghe.blogspot.com/2021/02/buone-letture-gabriella-nuzzi-dal-fatto.html[toghe.blogspot]
-
Le chat di Palamara “son ma chi pon mano ad…”? – https://toghe.blogspot.com/2021/03/le-chat-di-palamara-son-ma-chi-pon-mano.htmltoghe.blogspot+1
-
Il cavallo zoppo – http://toghe.blogspot.com/2021/03/il-cavallo-zoppo.html[toghe.blogspot]
-
Il geco ed il Gico. – https://toghe.blogspot.com/2021/03/il-geco-ed-il-gico.htmltoghe.blogspot+1
-
Meglio la nebbia del sole? – https://toghe.blogspot.com/2021/07/meglio-la-nebbia-del-sole.html[toghe.blogspot]
-
Mezzi uomini – https://toghe.blogspot.com/2021/10/mezzi-uomini.html[toghe.blogspot]
-
Se M.I. conviene. – https://toghe.blogspot.com/2021/12/se-mi-conviene.html[toghe.blogspot]
-
Sistema criminale – (link diretto da recuperare dagli archivi 2021/2022: es. https://toghe.blogspot.com/2021/02/ o https://toghe.blogspot.com/2022/)[24][toghe.blogspot]
-
Perché la magistratura merita d’essere … – http://toghe.blogspot.com/2022/05/perche-la-magistratura-merita-dessere.html[toghe.blogspot]
-
Uomini liberi… per un CSM liberato – http://toghe.blogspot.com/2022/08/uomini-liberiper-un-csm-liberato.html[toghe.blogspot]
-
Una vittima di Magistratura Democratica. – https://toghe.blogspot.com/2024/06/una-vittima-di-magistratura-democratica.html[toghe.blogspot]
-
Se davvero si volesse arginare il correntismo … – http://toghe.blogspot.com/2025/06/se-davvero-si-volesse-arginare-il.html[toghe.blogspot]
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
17.2.26
0
commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Berlusconi e leggi ad personam, Consiglio Superiore della Magistratura, Riforma della giustizia, Toghe rotte
domenica 13 febbraio 2022
Tutela delle minoranze?
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
13.2.22
1 commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, De Magistris: tutti gli articoli, Il caso “Salerno/Catanzaro”, Riforma della giustizia, Toghe rotte
martedì 16 marzo 2021
Un uomo vivo è morto
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
16.3.21
11
commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, In evidenza, Toghe rotte
lunedì 6 luglio 2020
L'Onorevole Pignatone
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
6.7.20
2
commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Editoriali, In evidenza, Intercettazioni telefoniche, Rassegna stampa, Toghe rotte
lunedì 25 maggio 2020
Pessime convergenze: storia di una metamorfosi
Dopo la nomina di Alfonso Bonafede a ministro della Giustizia tanti - forse ingenuamente - pensarono che l’aria di rinnovamento che una parte della classe politica lasciava intravedere potesse incidere significativamente sulle stantie logiche correntizie che ammorbano la Magistratura.
Le iniziali dichiarazioni lasciavano ben sperare: «È scritto nel contratto di governo che si vuole pensare e ipotizzare un sistema elettorale per il Csm che possa combattere il fenomeno del correntismo. In questa intenzione credo di avere il consenso di gran parte dei magistrati e secondo me è sacrosanto portare avanti una battaglia di questo tipo.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
25.5.20
1 commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Riforma della giustizia, Toghe rotte
giovedì 8 luglio 2010
Le condizioni di lavoro dei magistrati

di Egidio de Leone
(Giudice del Tribunale di Urbino)
Innanzitutto mi presento: mi chiamo Egidio de Leone, sono entrato in magistratura nel dicembre 2007 e sono in attesa della I valutazione di professionalità, sostanzialmente (per farmi intendere dai non addetti ai lavori) faccio il giudice da circa un anno. Sono giudice civile a 360 gradi, giudice delle esecuzioni immobiliari e componente del collegio penale.
Perché scrivo e perché qui?
Scrivo per stanchezza della non verità e dell’approssimazione con la quale viene illustrato il lavoro del magistrato sia da chi non ha mai messo piede in un Tribunale (e forse sarebbe meglio informarsi prima di scrivere, accusare etc.) sia dai “pretesi” addetti ai lavori che spesso ignorano colpevolmente.
Qui perché non sono iscritto alle correnti, non nutro interesse verso le stesse e non ho capito (o forse ho capito) perché esistono e perché ritengo di avere il dovere di spiegare a chi chiede “giustizia” come (nel senso di in che forme, modi, tempi) la si può ottenere.
La prova per testi.
Ci sarebbero molti aspetti che vorrei affrontare, ma non voglio tediare chi mi legge e così parto subito con un esempio. Esempio in cui è facile intravedere la crisi del sistema, i modelli di lavoro, i tipi di lavoratore e tutte le relative conseguenze. Sarò poco tecnico ma voglio che la questione sia compresa anche e soprattutto dai non addetti ai lavori.
Nel processo civile vige il principio dell’onere della prova: Tizio sostiene che Caio gli ha rotto la bicicletta e chiede che Caio la ripari o gli corrisponda il costo dei lavori necessari per la riparazione.
Secondo le leggi vigenti Tizio per avere una sentenza favorevole, insomma per avere “ragione” con la condanna di Caio a pagargli i danni, deve dimostrare nel processo che Caio un dato giorno ad una certa ora ha rotto la bicicletta, che per ripararla servono x euro oppure che l’ha già riparata pagando x euro.
Per provare ciò avrà normalmente bisogno di un testimone che dica: ho visto Caio rompere la bicicletta di Tizio in un dato giorno e ad una certa ora. Così Tizio si rivolgerà ad un avvocato che introdurrà la causa e compirà tutti gli adempimenti necessari per arrivare un giorno davanti al giudice (sorvolo su tutti gli aspetti tecnici relativi a queste fasi) che dovrà decidere quali mezzi di prova ammettere. Infatti l’avvocato di Tizio avrà chiesto di ammettere la prova testimoniale di Sempronio che (secondo lui) ha visto Caio rompere la bicicletta di Tizio.
Il giudice, e sorvolo sul modo in cui il giudice può arrivare processualmente a questa decisione, dovrà decidere se la prova testimoniale richiesta è ammissibile e rilevate. Laddove per ammissibile si intende che non è vietata dalla legge e per rilevante si intende che è utile ad assumere la decisione finale. Nel caso fatto la prova sarà sia ammissibile che rilevante, ma pensate ora a casi molto più complessi (non vi faccio esempi altrimenti corro il rischio di confondere le idee) in cui sarà necessario un approfondito giudizio di ammissibilità e rilevanza e poniamoci insieme le seguenti domande: a che serve quel giudizio? Come si deve prendere la decisione? Quali sono i modelli organizzativi attualmente esistenti nella prassi?
Il giudizio serve essenzialmente ad evitare che vengano sentiti testi le cui “verità” non possono essere utilizzate (perché vietato dalla legge) per emettere la sentenza o che non servono per emetterla.
Ancora non vi ho detto veramente perché. Infatti anche un bambino potrebbe dire: senti tutti i testi e poi quando devi decidere scarti le testimonianze vietate dalle legge e quelle che non ti servono per decidere. Vero, verissimo, ma allora perché mi viene chiesto di prendere quella decisione prima di sentire i testi? Perché secondo quando previsto dal codice (e tralascio volutamente la riforma del 2009 e la c.d. testimonianza scritta che per motivi che qui prenderebbero troppo tempo non avrà mai applicazione pratica) per sentire un teste servono: un giorno di udienza, un giudice, un cancelliere, gli avvocati, il teste, carta e penna, un computer (se si accende) e una stampante (se funziona e se c’è il toner e la carta).
A ciò deve aggiungersi che per sentire un teste sempre secondo il codice: il giudice legge le domande che gli avvocati hanno preparato, poi può chiedere chiarimenti al teste, il tutto deve essere puntualmente verbalizzato magari indicando anche l’atteggiamento del teste al cospetto del giudice. In pratica per fare una decina di domande, il giudice dovrebbe avvertire il teste che deve dire la verità, leggere la domanda, magari riformulandola per renderla comprensibile al teste (il linguaggio giuridico non è propriamente di immediata comprensione), ascoltare la risposta, dettare al cancelliere cosa verbalizzare, quindi far firmare il verbale al teste, fissare un’altra udienza per sentire altri testi, firmare il verbale e così via. Se non c’è il cancelliere e vi assicuro che non c’è quasi mai (perché deve fare tanto altro lavoro e non ha il dono dell’ubiquità) puoi fare come faccio io, rimedi un computer vecchio, ricicli una stampante (il tutto grazie alla fortunosa presenza di persone volonterose e competenti all’interno dell’ufficio) e verbalizzi con il computer (anzi tutti, a partire dal CSM, ti dicono che devi fare così) così se sei veloce a scrivere fai prima se invece non sai nemmeno dove sono i tasti della tastiera ci metti il doppio del tempo.
Il tutto richiede, anche per me che scrivo a dieci dita, una quantità di tempo impressionante. Per sentire una quindicina di testi ci metti almeno sei o sette ore.
Bene mi direte voi tanto questo è il lavoro che fai. No questo è solo il 10%, volendo esagerare, del lavoro che deve fare un giudice civile.
Ma torniamo alla domanda iniziale del bambino: il giudizio di ammissibilità e rilevanza lo devi fare prima e non dopo altrimenti lavori a vuoto e la causa dura almeno 6 mesi/un anno in più, ma anche molto, molto di più.
Quindi ricapitolando secondo il codice il giudice civile deve studiare ogni fascicolo subito, capire di cosa si discute, cosa serve per decidere, quindi, vedere quali prove sono state chieste, verificare se sono ammissibili e rilevanti, ascoltare tutti i testi e quindi decidere la causa. Il tutto farcito da termini processuali di difesa non abbreviabili (e per carità sacrosanti) e facendo la stessa cosa per un migliaio di fascicoli.
Posto che l’udienza è solo la punta dell’iceberg del lavoro del giudice civile, e che in udienza non si sentono solo i testi ma si compiono mille altre attività, non posso fare udienza ogni giorno, altrimenti chi le scrive le sentenze? Chi decide se le prove richieste sono ammissibili e rilevanti? Posso fare udienza due, esagerando tre, volte alla settimana e allora, lavorando di media 10 ore al giorno, puoi beccare la causa in cui tutte le prove richieste sono inammissibili e irrilevanti e la causa nel complesso può durare un anno (e non meno, vi assicuro che codice alla mano una decisione prima di un anno è praticamente impossibile) oppure, ed è la normalità dei casi, puoi far guadagnare alla causa un anno, forse due, solo che dovendo sentire il teste personalmente con tutte le attività di cui sopra la causa dura comunque un’eternità.
E se invece ammettessi sempre tutti i mezzi di prova richiesti senza nemmeno aprire il fascicolo? Se le domande le facessi fare agli avvocati in un’altra stanza diversa dall’aula di udienza, oppure nel corridoio (vi assicuro che accade anche questo), e facessi verbalizzare loro e io mi limitassi a indicare la prossima data di “udienza” e a firmare il verbale? Poi quando arriva il momento di decidere non tengo conto delle prove inammissibili e irrilevanti e anche il bambino di cui sopra è contento.
Quest’ultimo modello ha poi un altro indiscutibile vantaggio: la decisione sull’ammissione dei mezzi di prova, come la stesura di una sentenza, deve essere fatta entro un certo tempo, è evidente allora che più studi il fascicolo, più tempo ti serve, più lunghi sono i tuoi ritardi, più alta la probabilità di essere considerato un fannullone dall’opinione pubblica e un cattivo magistrato dai tuoi colleghi e dal CSM (si proprio quello che ti dice che devi fare tutto tu, che dietro ogni fascicolo ci sono delle persone etc.) con le conseguenze relative in termini di carriera.
Ah, quasi dimenticavo di dire che (salvo approfondimenti tecnici dei quali non vi voglio tediare in relazione alla riforma del 2009 che ha introdotto la c.d. testimonianza scritta) il modello da ultimo prospettato è illegale, nel senso che è palesemente contrario alla legge, ma, di fatto, è anche l’unico umanamente praticabile se hai 1500 cause sul ruolo, altrimenti per sentire un teste dovresti rinviare di due anni alla volta e ogni processo durerebbe (almeno) una decina di anni.
Ricapitolando sulla questione delle prove per testi, con i rischi insiti ad ogni astrazione, ci sono due modelli di giudici civili: quello che segue la legge, lavora di più, solo se è fortunato accorcia i tempi del processo, sarà condannato dall’opinione pubblica e in sede disciplinare per i ritardi accumulati; quello che lavora di meno (e giustamente perché 10 ore al giorno compresi sabati e domeniche le lavorano in pochi), non segue la legge, non abbrevierà mai tempi del processo, sarà condannato dall’opinione pubblica per la lungaggine del processo ma non in sede disciplinare.
Io, ma forse si era già intuito, seguo il primo modello, ma sono giovane, non ho figli, ho una compagna che ha tanta pazienza e al momento non ho problemi di salute.
Aggiungo, infine, che se tutti i colleghi lavorassero nel modo in cui lo faccio io il sistema giustizia civile (con ogni probabilità) collasserebbe definitivamente nel giro di qualche mese. Forse allora quelli che lavorano in modo diverso non possono esser biasimati, perché in fin dei conti, salvano la loro integrità fisica e psichica e fanno in modo che il carrozzone vada comunque avanti, forse anche io, per necessità, dovrò giungere prima o poi a questo compromesso, forse.
O forse qualcuno inizierà a capire che, senza false modestie, io sono una risorsa “scarsa”, nel senso che il lavoro che faccio non lo può fare qualunque laureato in giurisprudenza, e di assoluta centralità per la vita democratica ed economica del paese, paese che dovrebbe rispettarmi e non denigrarmi e soprattutto mettermi nelle condizioni di lavorare al meglio.
Esemplificando, l’altro giorno (1.7.2010) ero in sciopero (nel senso “ridicolo” che ho rinunciato alla retribuzione corrispondente alla giornata di lavoro) ma ero in ufficio, ho fatto un’udienza, ho scritto una sentenza, altre decine di provvedimenti vari etc. quando, all’improvviso, alle cinque del pomeriggio è salata la rete informatica del Tribunale e non c’era nessuno che potesse risolvere il problema allora mi sono metaforicamente guardato in faccia e ho detto: ma vaff ... ho raccolto i fascicoli e sono tornato a casa, insieme ai fascicoli, ovviamente.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
8.7.10
23
commenti
Etichette: In evidenza, Toghe rotte
domenica 23 maggio 2010
Legge bavaglio: Liberi di dire no

di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)
da Il Fatto Quotidiano del 23 maggio 2010
Tanti anni fa Sofocle scrisse di Antigone, di suo fratello Polinice, morto in battaglia, della legge emanata dal reggente di Tebe, Creonte, che vietava di seppellirlo: nemico dello Stato, doveva restare preda dei corvi.
Ma Antigone lo seppellì e, processata e condannata, spiegò a Creonte che quella era una legge degli uomini e che però ci sono altre leggi, a queste superiori; e che lei di quelle temeva il giudizio e a quelle aveva obbedito.
Nei miei anni di magistrato ho vissuto spesso questo conflitto; e sono felice di non doverlo vivere ora, chiamato ad applicare una legge vergognosa, emanata da una classe dirigente arrogante e tremebonda, impegnata in una lotta disperata per l’impunità e la sopravvivenza.
Sono felice di essere libero di non rispettare la legge, di poter dire al giudice che mi processerà per aver raccontato ai cittadini i delitti commessi da quelli stessi che vogliono impedirmi di raccontarli, che sì, è vero, ho violato la legge di B, di Alfano, di Ghedini, dei tanti volenterosi protettori di capi e sottocapi colti con le mani nel sacco; ma che questa legge è ingiusta.
Sono felice di poter chiedere al mio giudice di non condannarmi, perché la legge-bavaglio è contraria ai principi della Corte di Giustizia dell’Unione europea.
Sono felice di potergli chiedere il rinvio della legge alla Corte costituzionale perché, ancora una volta, sia evidente il disprezzo di B&C per i principi fondamentali del nostro ordinamento.
Sono felice di poter chiedere alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se mai sarà necessario (prima dovrei essere condannato), di dichiarare che questa legge è contraria alla Carta dei Diritti.
E, alla fine, sarò felice anche se fossi condannato; perché con me saranno condannati centinaia di giornalisti, di direttori, di editori.
E sarà questa la prova più evidente di quella verità ostinatamente negata da B&C anche dopo la pubblicazione (la pubblicazione, vedete?) delle intercettazioni di Trani, quando B. spiegava che a lui (a lui) non piaceva Annozero e che quindi nessuno (nessuno) avrebbe più dovuto vedere questa trasmissione: è una dittatura quella in cui Antigone deve ancora scegliere tra leggi dello Stato e leggi a queste superiori.
Forse da qui inizierà il cambiamento.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
23.5.10
5
commenti
Etichette: Berlusconi e leggi ad personam, Intercettazioni telefoniche, Toghe rotte
martedì 2 marzo 2010
Libera mafia in libero Stato
Il 15 febbraio 2010 la Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane ha emesso un duro comunicato di protesta contro i magistrati del Tribunale di Nola, che può essere letto a questo link. La notizia è già stata commentata su questo blog nel post che si può leggere a questo link. Riportiamo ora, sullo stesso tema, un articolo di Bruno Tintidi Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)
da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2010
Primo gennaio 2007: comincia a Bari un processo per associazione mafiosa, associazione per spaccio di droga, omicidi vari, estorsioni e tanti altri reati.
160 imputati, di cui 120 detenuti.
Se ne occupa un solo giudice, Rosanna Di Palo.
Occorreranno 40 udienze; che sono tante.
Certo, in un anno ci sono circa 260 giorni lavorativi, al netto di domeniche e ferie; quindi il tempo per celebrare il processo in poco più di un mese; o magari, contando i soliti rinvii, in 80 o anche 120 giorni ci sarebbe.
Invece sarà necessario un anno. Perché il giudice, mentre celebra questo processo, continua a riceverne altri (con un unico limite: è esonerata dai
processi con detenuti); e anche questi devono essere celebrati.
E così, saltando un po’ di qua e un po’ di là, oggi il maxi-processo, domani un paio di processi ordinari e via così, il 16.1.2008 è emessa la sentenza.
Il problema a quel punto è scrivere la motivazione, cioè spiegare per filo e per segno i motivi per cui 160 imputati sono stati dichiarati ufficialmente mafiosi.
Per dare un’idea del lavoro che il giudice deve affrontare, la sentenza sarà, alla fine, di circa 4000 pagine, cioè 4 volumi della Enciclopedia del Diritto che troneggia nella libreria del mio ufficio.
A questo punto ognuno penserebbe che l’esonero parziale concesso al giudice per celebrare il processo è stato trasformato in totale: non ti occuperai di altro fino a quando non avrai scritto la sentenza.
Manco per niente: l’esonero è abolito; scrivi la sentenza e intanto manda avanti il lavoro ordinario.
E siccome un giudice lavora a tempo pieno, il che significa che il lavoro ordinario occupa tutto il suo tempo, Rosanna Di Palo utilizza le sue ferie per scrivere la sentenza del maxi-processo e finalmente deposita la sentenza alla fine del 2008.
Nel frattempo 21 imputati sono scarcerati per decorrenza termini.
Di chi è la colpa? Ma è ovvio, del giudice; che infatti è sottoposto a procedimento disciplinare (tuttora in corso).
Pochi rilevano che, in quelle condizioni, le scarcerazioni sono la norma e non l’eccezione, che il giudice ha fatto quello che poteva e che prima di fare casino e di tuonare contro i giudici fannulloni bisognerebbe avere l’intelligenza di documentarsi.
Nessuno si documenta e tutti sono assai soddisfatti di aver trovato un esempio evidente della tesi: la giustizia italiana non funziona per colpa di giudici fannulloni.
E meno male che si tratta di mafia e non di corruzione o falso in bilancio se no Rosanna Di Palo sarebbe non solo una scansafatiche ma anche una comunista, qualsiasi cosa questo possa significare nel gergo di B&C.
Oggi sono in corso a Nola due processi per associazione mafiosa e spaccio di droga, rapine, estorsioni e decine di altri reati.
Gli imputati sono complessivamente 100, divisi in 12 clan mafiosi.
I termini di carcerazione preventiva scadranno per alcuni a maggio e per tutti gli altri (capi e promotori delle associazioni mafiose) a ottobre.
Nola non ha aule attrezzate per questo genere di processi e quindi il processo si celebra a Napoli.
Le udienze cominciano alle 9 e finiscono alle 19 circa.
Solo che, con 3 udienze alla settimana (tante se ne facevano fino a qualche giorno fa), non solo non si finisce a maggio ma nemmeno a ottobre; e i mafiosi tutti scarcerati saranno.
I giudici fannulloni e disorganizzati il problema se lo pongono; e così aumentano le udienze: quattro alla settimana.
Solo che l’unico giorno in cui si può fissare la quarta udienza (gli altri due sono già occupati per il lavoro ordinario che, a Nola, non è proprio così ordinario) è il sabato.
E di sabato si fissa.
Apriti cielo: gli avvocati, un po’ perché le possibilità della scarcerazione diventano tenui; un po’ perché il sabato è il sabato, un po’ perché il sabato serve per mandare avanti altra attività professionale, piantano la grana.
E siccome dire semplicemente che qui si lavora troppo, che la scarcerazione per decorrenza termini dei mafiosi è cosa buona e giusta e che si pretende di avere tempo per coltivare la propria clientela può sembrare un po’ corporativo, la buttano in politica che, nel caso di specie, significa “conclamata violazione dei diritti della difesa”.
In che consistono queste conclamate violazioni? Ecco, per prima cosa non sta bene che il pm interroghi un testimone e che, terminato l’esame, l’avvocato lo controinterroghi; è vero che questa cosa la prevede il codice; ma i principi vanno bene quando fanno comodo, che diamine.
Così gli avvocati protestano perché, prima di procedere al controesame, vogliono leggere bene il verbale di quello che il testimone ha dichiarato.
È vero che erano presenti, che hanno sentito, che potevano prendere appunti, che anche Perry Mason controinterrogava subito dopo che H. Burger (procuratore distrettuale) aveva interrogato; ma loro no, loro debbono leggere i verbali trascritti e poi, con calma, dopo una settimana o due (tanto ci si mette per sbobinare e trascrivere le registrazioni fatte in udienza) fare il loro controesame.
Ma così escono tutti per decorrenza termini!
Eh, pazienza, vuoi mettere i diritti della difesa?
E poi questa organizzazione delle udienze pregiudica “il normale svolgimento dell’attività di studio”.
Il che è vero; solo che più tempo l’avvocato passa in studio e meno tempo c’è per fare il processo.
E il diritto dell’imputato ad avere una sentenza nel tempo più breve possibile? Proprio gli avvocati dimenticano l’art. 111 della Costituzione?
Ecco gli avvocati; tutti.
Perché il problema non è solo degli avvocati di Nola. Le loro doglianze sono state fatte proprie dalle Camere Penali italiane che hanno promosso un’interrogazione parlamentare e invocato un’ispezione ministeriale.
Secondo loro un’organizzazione delle udienze rispettosa del codice e della Costituzione, volta ad evitare scarcerazioni per decorrenza termini (quelle che furono scandalose quando si verificarono nel processo di Bari) e ad assicurare una sentenza in tempo breve, merita una protesta in Parlamento (che diavolo c’entri il Parlamento con la gestione dei processi a Nola non si sa); e una richiesta al ministro della Giustizia (che suppongo sarà felice di accoglierla) perché si ispezioni e si accerti se celebrare un processo in maniera efficiente e razionale sia un’offesa alle inalienabili garanzie della difesa.
La prossima volta che le Camere Penali lamenteranno la crisi della giustizia, qualcuno, per piacere, gli ricordi i processi di Nola.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
2.3.10
35
commenti
Etichette: In evidenza, Toghe rotte
venerdì 23 ottobre 2009
Gli incubi di Alfano

di Bruno Tinti
da Il Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2009
Nella relazione al Parlamento sullo stato della giustizia, Alfano ha detto che aveva un incubo: la lunghezza dei processi.
E intollerabile, ha detto, e la riforma che sto preparando vi porrà fine.
Poi i progetti di riforma sono venuti fuori: separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati (che è già prevista), no alle intercettazioni, no alla Polizia giudiziaria nelle procure, divieto di utilizzare le sentenze definitive in altri processi per gli stessi fatti e furbate del genere.
Queste riforme non accorciano i processi, li allungano.
Per far capire quello che servirebbe davvero, racconto un processo che si è tenuto qualche giorno fa ad Ivrea, cittadina a 36 km da Torino, dove c’è un Tribunale, una Procura, un ufficio Giudici di pace e una Corte d’Assise.
Qui è stato condannato all’ergastolo Domenico Agresta per l’omicidio di Giuseppe Trapasso; una storia di traffico di stupefacenti e di concorrenza tra bande rivali.
Con Agresta erano processati Vincenzo Solli e Maxwell Caratti, tutti accusati di omicidio, porto d’arma e distruzione di cadavere perché, dopo aver sparato a Trapasso, lo hanno bruciato.
Perché questi due non sono stati processati?
Agresta ha chiesto un processo abbreviato, sperando in una diminuzione di pena: in effetti l’abbreviato è un po’ più rapido e semplice perché il giudice può utilizzare le prove raccolte dal pm senza rifarle tutte, come invece succede nel processo normale.
Gli altri invece hanno deciso per il processo normale; e quindi il lavoro è raddoppiato.
Ma la parte drammatica arriva adesso. Agresta, nel suo processo, ha depositato un memoriale in cui racconta che lui ha sparato a Trapasso, che Solli gli ha procurato l’arma ed era con lui quando questi è stato ucciso e che Caratti è arrivato dopo e li ha aiutati a bruciare il cadavere.
Se tutti e tre fossero stati processati insieme, Agresta e Solli si sarebbero presi l’ergastolo e Caratti sarebbe stato condannato agli anni di galera che gli toccavano.
Ma ora per Solli e Caratti si deve fare un altro processo con altre regole.
E queste prevedono che Agresta, che dovrebbe raccontare quello che ha scritto nel suo memoriale, possa rifiutarsi di rispondere: il nostro geniale legislatore, ha inventato una figura particolare, l’imputato testimone (in gergo: impumone) che ha, sì, l’obbligo di testimoniare sugli altri imputati ma solo se il suo processo si è concluso con sentenza definitiva; se no, può dire “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
Come ho detto, Agresta è stato condannato, però ci sono ancora Appello e Cassazione (e c’è da giurare che ci andrà, visto che si è beccato l’ergastolo); dunque la sua sentenza di condanna non è definitiva; e quindi è ovvio che non accuserà i suoi complici (che sempre fieri delinquenti sono e gliela farebbero pagare): se ne starà zitto e nessuno potrà farci nulla.
Ma c’è il memoriale, in cui Agresta ha raccontato come si sono svolte le cose; quello si può acquisire.
Si, ma solo con “il consenso delle parti” (così dice la legge).
E, secondo voi, gli avvocati di Solli e Caratti daranno il consenso per l’acquisizione di una prova che li incastra?
Adesso, visto che Alfano ha il diritto di dormire in pace, gli suggerisco alcune riforme vere.
Prima di tutto abolire i tribunali piccoli e trasferire tutte le loro risorse nei tribunali grandi.
Si chiama riforma delle circoscrizioni giudiziarie, da 30 anni si dice che si deve fare ma, chissà perché (e gli avvocati che hanno i loro studi nelle città piccoline? e i magistrati capi degli uffici soppressi?), non se ne fa niente.
Poi stabilire che tutti i processi si facciano come si fa il processo abbreviato, quello che ha permesso di dare presto e bene l’ergastolo ad Agresta.
Poi abolire tutte le norme che vietano di utilizzare prove che permetterebbero di condannare un sacco di delinquenti.
Solo che così Berlusconi sarebbe stato già condannato per corruzione dell’avvocato Mills ...
Capisco che Alfano preferisca tenersi i suoi incubi.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
23.10.09
2
commenti
Etichette: Berlusconi e leggi ad personam, In evidenza, Toghe rotte
giovedì 16 luglio 2009
Le "correnti" alla ricerca di antidoti.
di Nicola Saracino
(Magistrato)
I progetti di riforma del sistema elettorale del CSM mediante il pre-sorteggio dei candidati.
Si legge di idee di riforma del sistema elettorale della componente togata del CSM attraverso l’introduzione del sorteggio di un numero di magistrati piuttosto ampio per costituire la rosa degli eleggibili entro la quale confinare la scelta degli elettori. Questo per prevenire le degenerazioni del cd. correntismo. Nell'intento di "prevenire" il legislatore, le correnti s'interrogano su quale congegno elettorale risulti capace di ampliare la partecipazione democratica alla individuazione dei candidati, per evitare che essi appaiano calati dall'alto e quindi sostanzialmente imposti.
Cosa è oggi il CSM.
Il CSM è un organo di alta amministrazione previsto dalla Costituzione con funzioni riguardanti le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati (art. 105 Cost.). A questi compiti fondamentali, previsti direttamente dalla Costituzione per salvaguardare la soggezione del giudice soltanto alla legge e quindi l’autonomia della magistratura come ordine, la legge ordinaria ne ha aggiunti degli altri, per lo più concernenti l’organizzazione, attraverso direttive, degli uffici giudiziari.
Questo organo di indubbia rilevanza costituzionale, nel tempo, si è auto assunto una funzione di “indirizzo politico” e di interlocuzione con gli altri poteri dello Stato, espressa dalle “pratiche a tutela”, dai pareri (espressi anche senza la relativa richiesta del ministro della giustizia) sui disegni di legge in materia di giustizia, dalle deliberazioni di contenuto non predeterminabile adottate nelle più disparate occasioni di coinvolgimento della funzione giudiziaria.
Esso, insieme al Consiglio Supremo di Difesa, è l’unico altro organo collegiale (composto per due terzi da magistrati e per un terzo da componenti di nomina politica) che annovera il Capo dello Stato tra i suoi membri di diritto nella - ovvia – qualità di Presidente.
Ogni discorso che riguardi il metodo di selezione dei membri togati del CSM non può trascurare la diversità dei compiti che, di fatto o di diritto, tale organo assolve, perché un sistema elettivo può rivelarsi appropriato per taluni di essi ed invece apparire inopportuno per gli altri.
L’ attuale metodo di elezione dei membri togati del CSM e l’organizzazione del voto ad opera delle correnti.
Elettorato attivo e passivo coincidono, nel senso che i magistrati votano (rispettando proporzioni predeterminate tra le diverse categorie dei giudici di merito, di legittimità e dei pubblici ministeri) i colleghi che ricopriranno la carica. Gli eletti non sono immediatamente rieleggibili.
Nei fatti l’elettorato passivo è governato dal dominio delle “correnti”. Quello attivo si adegua, nel senso che necessariamente sceglie tra i (pochi) candidati proposti.
Le correnti sono delle associazioni private - esterne ed autonome rispetto all’Associazione Nazionale Magistrati, anch’essa di diritto privato, che raccoglie oltre il 90% dei magistrati italiani - con propri statuti ed organi gestionali. Vi sono iscritti una minoranza di magistrati; queste, tuttavia, riescono ad assumere la gestione dell’ANM ed anche a determinare l’elezione dei loro aderenti al CSM predisponendo le liste dei candidati, di fatto le uniche in grado di riscuotere un sufficiente numero di consensi a causa dell’organizzazione del voto secondo i congegni più acconci in funzione del sistema elettorale.
Non dissimilmente da un gruppo di azionisti “di riferimento” che assume il controllo di una grande società, pur disponendo di una quota ampiamente minoritaria del relativo capitale, così le correnti prendono la guida della ANM e del CSM.
L’accusa che oggi maggiormente mette in discussione il sistema del correntismo è quella secondo cui, oltre ad assumere il controllo dell’ANM e del CSM le correnti, proprio come i grandi “minoritari” azionisti di una s.p.a., sono capaci di fagocitare tutti o gran parte degli “utili” a discapito di un esteso “parco buoi” (la maggioranza dei magistrati non iscritti ad alcuna corrente). E’ evidente che gli “utili” sono gli incarichi direttivi, gli incarichi extra giudiziari presso svariati organismi politici (ministeri, camere parlamentari ed altro), in definitiva la possibilità di percorrere carriere privilegiate ed assumere posizioni di "potere". In tal modo il correntismo si autoalimenta rafforzandosi viepiù e dà luogo ad un sistema privo di ogni controllo esterno, visto che l’attività del CSM è coperta da una singolarissima e generale immunità che ne rende i componenti non perseguibili per gli illeciti commessi nell’esercizio delle loro funzioni, il che suona come un riconoscimento normativo della impossibilità di svolgerle senza incappare in guai giudiziari: la “zona franca” configurata dall’art. 32 bis della l. n. 195 del 1958 non trova spiegazione logica diversa da questa.
A queste accuse si replica allegando le ragioni ideali alla base dell’appartenenza a questa o a quella corrente. Ragioni ideali tutte degnissime.
Ma le degenerazioni, supposte o reali che esse siano, devono essere tenute in conto ed evitate, per quanto possibile, da un adeguato sistema di norme. Contro le quali si schierano con maggiore veemenza, com’è comprensibile, proprio coloro che del correntismo hanno praticato tutti i percorsi, anche i più disdicevoli, avvantaggiandosi personalmente del passaggio, spesso anche ripetuto, dall’ANM al CSM al ministero della giustizia, magari giovandosi di una “meritata” promozione ad un incarico direttivo senza soluzione di continuità rispetto al mandato di consigliere superiore.
Alcune considerazioni sul rapporto tra la natura elettiva del CSM ed il suo ruolo nel quadro costituzionale.
La natura elettiva del CSM ha senz’altro contribuito all’affermazione di un ruolo (anche) “politico”. Alcuni ritengono che l'elezione del CSM da parte dei magistrati sia stato voluto dal Costituente solo in funzione dell'autonomia dell'ordine giudiziario, non per conferire alla magistratura una "rappresentatività" da spendere diversamente; sicché la sottolineatura di questa "politicità" del CSM costituirebbe solo un effetto indiretto e non voluto dalla Costituzione che diversamente non ne avrebbe assegnato la presidenza al Capo dello Stato.
Come già ricordato, essa si esprime principalmente attraverso le “pratiche a tutela”, i pareri sui disegni di legge, gli interventi morali a sostegno dell’indipendenza della magistratura da altri poteri.
Le pratiche a tutela.
Consistono in prese di posizione ufficiali con le quali il CSM afferma o nega che, in relazione ad una determinata vicenda coinvolgente uno o più magistrati, vi sia stata una lesione della autonomia e della indipendenza della giurisdizione.
Come accennato, i risvolti pratici di queste deliberazioni si colgono sul piano morale, nel senso che esse fanno avvertire al magistrato la vicinanza dell’organo di autogoverno e suonano come un “monito” verso i soggetti (politici, di solito) che hanno dato esempio di scarso rispetto verso la giurisdizione.
Si tratta di una funzione non prevista dalla legge ma istituzionalizzata dallo stesso CSM attraverso suoi regolamenti interni.
Il senso politico di tale prassi è d’immediata percezione e crea frizioni con altri compiti istituzionali che il CSM pure è chiamato a svolgere, essendo anche il “giudice” degli illeciti disciplinari. E’ a tutti evidente che se in una determinata vicenda il CSM ha adottato una delibera “a tutela” è ben difficile che, giudicando la stessa vicenda quale giudice disciplinare, assuma in seguito una posizione diversa. E’ quindi verosimile che con questi atteggiamenti il CSM interferisca sull’esercizio dell’azione disciplinare influenzando i due titolari impersonati dal Procuratore generale della Cassazione (che del CSM è componente di diritto) ed il Ministro della Giustizia.
Questo tipo di interventi, in definitiva, parrebbero più appropriati se attuati dall’associazione privata (l’ANM) che riunisce la quasi totalità dei magistrati italiani, piuttosto che da un organo istituzionale presieduto dal Capo dello Stato.
I pareri non richiesti.
Anche questa attività si è spesso rivelata fonte di conflitti con la politica che in
essa vede uno sconfinamento del CSM nelle prerogative del Parlamento. Il Capo dello Stato, che presiede il CSM, non ha fatto mancare, anche in tempi recenti, il suo richiamo ad un self restraint dell’organo di autogoverno della magistratura.
I compiti propriamente amministrativi.
Riguardano le assunzioni, i trasferimenti e le promozioni dei magistrati.
Quanto alle prime, esse sono disciplinate mediante un concorso pubblico sotto il governo di una commissione esaminatrice estratta a sorte da una rosa di magistrati (in prevalenza), professori universitari ed avvocati. La reale selezione dei candidati avviene mediante le prove scritte, caratterizzate dall’anonimato, visto che il numero degli ammessi alle prove orali è solitamente molto vicino a quello complessivo dei posti a concorso. Sorte ed anonimato, quindi, sono alla base del metodo di accesso alla magistratura, così privilegiando la diversificazione sociale e culturale dei vincitori attraverso una scrematura che guarda esclusvamente alla preparazione tecnico-giuridica dei candidati.
I trasferimenti sono regolamentati secondo criteri pressoché automatici prestabiliti dalle circolari (l’anzianità di servizio, prevale sugli altri).
Le “promozioni” e le “assegnazioni”.
Il concetto di promozione deve essere inteso in senso piuttosto elastico, se riferito ad un magistrato. Questo perché i magistrati si distinguono tra loro solo per la diversità delle funzioni svolte (art. 107 Cost.). La legge in vigore ha delineato la promozione alla stregua di una periodica valutazione di professionalità alla quale il magistrato è sottoposto ogni quattro anni e si basa sull’esame della quantità e qualità del servizio prestato.
Le “assegnazioni”, invece, richiamano la gestione degli incarichi apicali degli uffici giudiziari, vale a dire la nomina dei presidenti dei tribunali e delle corti, dei relativi presidenti di sezione, dei procuratori e dei procuratori aggiunti presso quegli stessi uffici.
E’ il campo nel quale maggiore è la discrezionalità lasciata dalla legge al CSM che ormai la esercita non più vincolato dal criterio dell’anzianità di servizio del magistrato. In questa materia non si realizza alcuna “esternalizzazione” (outsourcing) della selezione tecnica dei candidati, come invece accade con il concorso per le assunzioni dei magistrati. E’ questo il settore che maggiormente favorisce il proselitismo delle correnti e se ciò accade lo si deve anche e soprattutto all'ambizione personale dei magistrati che, immemori del monito lanciato dall’art. 107 Cost. (“I magistrati si distinguono solo per diversità di funzioni”), non disdegnano di percorrere la carriera a tappe forzate, scavalcando i concorrenti, senza troppi scrupoli. La qual cosa smentisce chi ha ipotizzato una diversità genetica dei magistrati rispetto a tutti gli altri: non si distinguono per particolari virtù.
E’ qui, dunque, che si alimenta il correntismo inteso come fenomeno clientelare. Se si vogliono contenerne i danni è principalmente questo, allora, il fattore sul quale agire.
Lo si può fare in due modi: o “esternalizzando” la selezione dei dirigenti sulla falsariga di quanto già avviene per il concorso di accesso in magistratura, oppure affidando, almeno in parte, alla sorte la conformazione del “selezionatore”, facendo in modo che esso non sia diretta espressione delle correnti. L’intervento tranchante della politica sarebbe evitabile solo a fronte di una autodisciplina “etica” dell’ANM che determini, nell’interesse, di tutti, magistrati e cittadini, la netta separazione dei compiti dell’associazione da quelli, propriamente istituzionali, spettanti al CSM.
Il CSM è un giudice speciale, per giunta elettivo.
Spettano al CSM “i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati” (art. 105 Cost.).
In questo campo l'ostentata rivendicazione dell’elettività del CSM, come pretesa di scegliere un giudice culturalmente affine al giudicabile, è paradossalmente in conflitto con la demonizzazione dei giudici elettivi, tema che pure è una bandiera dell’ANM.
Ma a ben vedere la Costituzione non ha affatto imposto che il CSM adotti “i provvedimenti disciplinari” nella forma della "sentenza" e nella veste di “giudice”, ben potendo il dettato costituzionale - senza necessità di revisione - attuarsi lasciando intatto il potere sanzionatorio al Consiglio, ma non nella forma giurisdizionale, bensì in quella amministrativa. Questo eviterebbe, prima di ogni altra cosa, la sopravvivenza di un arcaico “giudice speciale” – ereditato dalla tradizione pre-repubblicana - contro il divieto di istituirne posto dall’art. 102 Cost.. In secondo luogo sarebbero fugate tutte le perplessità suscitate da un “giudice elettivo”, l’unico operante nell’ordinamento, a dispetto della estrazione professionale di tutte le altre autorità giudiziarie. Infine sparirebbe l’agghiacciante figura di un giudice immune da conseguenze per ogni tipo di illecito commesso nell’esercizio della giurisdizione.
I provvedimenti sanzionatori, di carattere amministrativo, al pari di tutti gli altri adottati dal Consiglio, diverrebbero, in tal caso, impugnabili davanti alla giurisdizione amministrativa (TAR e Consiglio di Stato), l’unica che ha dato concreta prova, negli anni, di effettiva indipendenza nei riguardi del CSM, dato che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, alle quali sono oggi rivolte le impugnazioni contro le sentenze disciplinari, sono un giudice “strutturalmente” non indipendente dal giudice “a quo” (il CSM), perché i componenti sono dei magistrati assoggettati al potere dello stesso CSM sia per gli aspetti relativi alla loro carriera, sia per quelli attinenti alla materia disciplinare (sono essi stessi passibili di sanzioni disciplinari da parte del CSM).
A tanto può aggiungersi la singolarità che il Procuratore Generale (che esercita l'azione disciplinare anche dinanzi alla sezioni unite della cassazione) ha il potere di avviare l’azione disciplinare anche contro quel "supremo" collegio.
Se si aggiunge che del CSM sono membri di diritto il Procuratore Generale (che esercita l’azione disciplinare) ed il Presidente della Corte di cassazione (che è al vertice dell’ufficio al quale è demandata la decisione sulle sentenze emesse dal CSM) ci si avvede del diabolico corto-circuito che rischia di compromettere l’indipendente esercizio della giurisdizione disciplinare e, per questa via, di interferire nell’attività giudiziaria ordinaria.
Una soluzione più radicale, che trasferisse la giurisdizione al di fuori del CSM ma lasciandola ai magistrati, sarebbe la via preferibile per gli argomenti già espressi in questo articolo http://toghe.blogspot.com/2008/05/e-irrinunciabile-che-la-materia.html. Ma risulterebbe necessaria una modifica della Costituzione.
Traiamo alcune (provvisorie) conclusioni.
L’elezione del CSM secondo l’attuale schema ne favorisce l’autorevolezza “politica” in quanto esso appare espressione dell’intera magistratura. Ciò ha consentito l’auto-assunzione di compiti che, sebbene non espressamente previsti dalla Costituzione, permettono al CSM di porsi come interlocutore rispetto ad altri poteri costituzionali, ma anche di creare più d’un imbarazzo al Capo dello Stato che lo presiede.
Lo stesso sistema ha favorito il fenomeno deleterio del correntismo , che premia solo una minoritaria percentuale dei magistrati a scapito della sparuta maggioranza di essi. Ha altresì determinato una dannosa compenetrazione tra il libero associazionismo e l’istituzione, così privando la gestione del potere organizzativo della magistratura di ogni controllo critico e democratico.
E mette in dubbio persino il trasparente esercizio della giurisdizione nella materia disciplinare.
Se non si attua una marcata separatezza tra l’ANM ed il CSM, impedendo i passaggi dalla prima al secondo e viceversa, la politica avrà buon gioco nell’introdurre correttivi del sistema elettorale del CSM, esibendo a motivo le innegabili degenerazioni del correntismo, ma forse avendo di mira il vero obiettivo di indebolire la forza “politica” dell’organo di autogoverno della magistratura. Similmente, molti dei magistrati che si ergono a paladini della “rappresentatività” del CSM non difendono con sincerità l’istituzione, ma solo il prolungamento della “tirannia delle correnti”.
In realtà nessun congegno normativo sarà in concreto capace di arginare le degenerazioni, se non sarà preceduto dal mutamento culturale richiesto all'associazione nazionale magistrati che deve essere maggiormente attenta alla tutela di quei valori fondamentali che la impegnano nei confronti della quasi totalità dei magistrati, valori messi in discussione proprio dagli anacronistici settarismi che ne stanno minando la ragion d'essere.
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
La Redazione
alle
16.7.09
12
commenti
Etichette: Associazione Nazionale Magistrati, Consiglio Superiore della Magistratura, Editoriali, Riforma della giustizia, Toghe rotte
martedì 30 giugno 2009
Le pulizie pasquali

di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)
da Toghe Rotte del 30 giugno 2009
Dunque secondo il Presidente della Repubblica, occorre una tregua: opposizione e stampa debbono evitare di ricordare ai Capi di Governo che parteciperanno al G8 le ragioni di dissenso nei confronti dell’attuale maggioranza e del Presidente del Consiglio (l’opposizione) e il particolare stile di vita che caratterizza Berlusconi nonché eventuali informazioni sullo svolgersi dei procedimenti penali che, a vario titolo, lo riguardano o potranno riguardarlo (l’informazione).
C’è anche chi ha letto il monito del Presidente della Repubblica come un invito alla magistratura: per il momento stop ad inchieste giudiziarie che possano coinvolgere esponenti politici e, naturalmente e in particolare, il Presidente del Consiglio.
Tutto ciò a salvaguardia della dignità e del prestigio internazionale dell’Italia.
Non credo che si possa essere d’accordo: né sui contenuti né sull’opportunità.
Non viviamo per fortuna, in un mondo nel quale sia possibile nascondere fatti ed opinioni.
Tutti i Capi di Stato e l’entourage che li circonda conoscono benissimo le disavventure del nostro Paese e gli avvenimenti che, non da oggi, hanno fornito un’immagine di Berlusconi e della classe politica italiana tutt’altro che lusinghiera.
E’ anche ovvio che le televisioni e la stampa estera, che hanno una tradizione di professionalità ed indipendenza ben diversa da quella che caratterizza i nostri organi di informazione, si sono preparate per fornire ai cittadini dei loro Paesi informazioni importanti sotto il profilo politico e particolarmente gustose sotto quello del costume.
Insomma, secondo il Presidente della Repubblica, opposizione e informazione dovrebbero comportarsi come le classiche poco scrupolose massaie che, si dice, raccolgano con la scopa la spazzatura e la nascondano sotto il tappeto.
Ma non ha pensato, Napolitano, al pessimo servizio che gli organi di informazione renderebbero all’Italia se, non sia mai, il suo invito venisse accolto?
Non ha pensato che all’estero tutti conoscono benissimo le gravi vicissitudini giudiziarie di una classe politica fondata sul malaffare e il comportamento privato del Presidente del Consiglio, giudicato, in quei Paesi, incompatibile con il suo ruolo pubblico?
Non ha pensato, che non c’è modo di nascondere queste nostre disgrazie?
Non ha pensato che un atteggiamento servile ed opportunistico degli organi di informazione italiani darebbe il colpo di grazia all’immagine internazionale del nostro Paese che apparirebbe come una qualsiasi dittatura in cui non solo il potere fa quello che vuole e se ne infischia della legge ma è anche in grado di impedire che i cittadini ne siano informati?
Non ha pensato che dignità e prestigio non si acquistano con ipocrisia e servilismo ma con il coraggio di non nascondere le proprie debolezze e con l’impegno a divenire migliori?
Non ha pensato che una manifestazione di indipendenza e autonomia da parte degli organi di informazione e di quella parte della classe politica che non si riconosce nei metodi, nello stile, nei contenuti dell’attuale maggioranza potrebbe dare del nostro Paese un’immagine di vitalità, di democrazia, di libertà; e che proprio questo (forse, le ferite aperte nella rappresentazione pubblica dell’Italia sono molte e profonde) potrebbe contribuire a renderlo più credibile ed affidabile?
E non ha pensato infine che le strumentalizzazioni che i politici più incauti e spregiudicati avrebbero fatto del suo messaggio (alludo all’interpretazione della dichiarazione di Napolitano data da Gasparri, secondo cui la tregua dovrebbe essere osservata anche e soprattutto dalla magistratura) sarebbero state obbiettiva dimostrazione per il resto del mondo che ci visita e ci valuta che l’Italia è un Paese in cui la magistratura non è autonoma e indipendente e che deve soggiacere agli indirizzi della politica, sia pure espressi attraverso chi ne è al vertice e che dovrebbe rivestire un ruolo di arbitro e di garante dei fondamentali principi democratici?
Tutto ciò sui contenuti.
Ma, come ho detto, il messaggio di Napolitano deve essere criticato anche sotto il profilo dell’opportunità.
Perché una tregua dovrebbe essere concessa ad una maggioranza in difficoltà da un opposizione che, fedele al suo ruolo, lo esercitasse in maniera conforme ai principi democratici, rivelando le debolezze e le difficoltà del governo?
Perché, proprio quando queste debolezze e difficoltà potrebbero consentire all’opposizione di conseguire significativi vantaggi politici, questa dovrebbe rinunciare ad evidenziarle?
Una tregua avvantaggia sempre chi, in un dato momento, è più debole dell’avversario; e non si è mai visto un arbitro invocare una tregua che vada a vantaggio di uno solo dei due contendenti.
Per finire: ogni opinione è rispettabile e quelle del Presidente della Repubblica non solo lo sono al massimo livello ma hanno una obbiettiva autorità che è percepita da tutti i cittadini.
E’ proprio sicuro Napolitano che sia buona cosa definire le condotte riprovevoli del Presidente del Consiglio oggetto di una polemica da cui è bene (sia pure temporaneamente) astenersi piuttosto che comportamenti incompatibili con una carica pubblica di vertice e dunque argomento di irrinunciabile dibattito politico?
Continua - Leggi tutto l'articolo
Pubblicato da
"Uguale per tutti"
alle
30.6.09
4
commenti
Etichette: In evidenza, Toghe rotte

.jpg)













