«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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domenica 31 maggio 2009

Chi lega le mani ai pm condiziona la giustizia




di Adriano Sansa
(Presidente del Tribunale per i Minorenni di Genova)




da Famiglia Cristiana del 31 maggio 2009



Parlare d’altro, per incompetenza o disonestà.

Eludere le questioni vere.

Svuotare le istituzioni del loro prestigio.

Deprezzare, se non disprezzare, la legge.

Così facciamo. La giustizia è lenta. Le imprese protestano per la difficoltà di avere in tempo – prima di fallire! – il pagamento dei crediti. I cittadini assistono sconcertati alla prescrizione dei reati, più facile per gli imputati facoltosi grazie ad abili avvocati, ai cavilli e ai differimenti che codici confusi e rattoppati permettono.

Gli immigrati, invece di trovare un Paese di chiara civiltà che li accolga e insieme li spinga all’osservanza della legge, si imbattono in un sistema talvolta crudele e però sfibrato.

I giudici stessi vivono impotenti il declino del processo civile e penale verso quei livelli per i quali l’Europa ci condanna a risarcire le vittime della lentezza.

Nell’avvilimento del mondo giudiziario sfumano talora ideali, si rafforzano tendenze clientelari di “correnti”, il Consiglio superiore si rifugia in produzioni cartacee soffocanti.

Ma nessuno interviene a cambiare e semplificare le regole, a ridare prestigio a uno dei cardini della democrazia.

Non solo: si prepara una norma che toglie al Pubblico Ministero la possibilità di iniziare l’inchiesta con proprio impulso, senza un rapporto della polizia giudiziaria; notizie di stampa preziose, vittime intimidite che non osano denunciare saranno ignorate.

I Governi potranno “filtrare” gli elementi da fornire alla giustizia, condizionarne l’azione tramite il controllo della polizia.

Non se ne parla.

Nella mia esperienza ho visto difendere beni artistici e paesaggistici dalla speculazione, intervenire sull’inquinamento, indagare la corruzione per iniziativa d’ufficio.

E invece qualcuno propone giudici eletti, per giunta nativi della regione – dov’è il senso della Repubblica una e indivisibile? – in un Paese e in un momento in cui la politica invade più che mai gli spazi con la sua aspra divisione.

Massima contraddizione. Berlusconi – mancato imputato per effetto del “lodo” da lui stesso voluto – accusa di faziosità politica i giudici di Milano: hanno condannato l’avvocato inglese che dapprima, in Inghilterra, ha confessato d’esser stato compensato per avergli risparmiato grane giudiziarie con la propria reticenza.

Ma mentre si accusano i giudici di essere parziali e politicizzati, si propone la loro elezione, cioè il loro inserimento nel circuito politico-partitico: con la perdita, allora sì, di ogni indipendenza.

Qualcuno osserva che in altri Paesi la cosa funziona, come negli Stati Uniti.

Al di là dei difetti di quel sistema, del quale il nostro è comunque di gran lunga migliore per le garanzie dei cittadini e dell’uguaglianza, va detto che ogni Paese ha sue tradizioni e atmosfere.

Il rapporto tra politica e giustizia da noi è attualmente pessimo.

La tendenza a fare propria l’istituzione giudiziaria è alta.

La recente polemica tra il presidente della Camera Fini e Berlusconi sul ruolo del Parlamento mostra che l’esecutivo già deborda, schiacciando gli altri poteri.

E più potrebbe farlo, se controllasse l’elezione dei giudici.

Una prova: mai Clinton, indagato, avrebbe osato toni simili all’invettiva berlusconiana.

Le magistrature elettive americane sono rispettate anche dalla politica cui sono legate.

Da noi, già ora i giudici vengono presi a calci.

Quelli vivi, talvolta nei fatti anche quelli assassinati per la legalità.

Figuriamoci dopo, se fossero scelti con elezioni dominate da questi politici.


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La partita pericolosa che si gioca sulle toghe





di Luigi Ferrarella
(Giornalista)





dal Corriere della Sera del 31 maggio 2009


Nel 2007 la Cassazione ha stabilito che Silvio Berlusconi poteva non sapere o non aver comunque direttamente a che fare con i 434mila dollari della sua Fininvest bonificati dal conto del suo avvocato storico direttamente al conto estero di un giudice.

E sempre la Cassazione nel 2001 aveva stabilito che, benché il capo dei servizi fiscali della Fininvest avesse ammesso di aver pagato tre tangenti alla Guardia di Finanza, Berlusconi poteva esserne ignaro: per il premier queste sentenze valgono, visto che rimarca di essere sempre uscito senza condanne definitive dai processi intentatigli.

Nel 2008 la Cassazione ha stabilito che era priva di fondamento la pretesa del premier di ricusare uno dei suoi giudici nel processo Mills, e cioè la presidente Nicoletta Gandus tacciata d’essere prevenuta nei suoi confronti: per Berlusconi questa sentenza non vale, di continuo il premier rimette in discussione il risultato della «partita» già risolta dalla Suprema Corte, continua a dire «è come se Mourinho avesse arbitrato Inter-Milan» nonostante la Cassazione abbia appunto già ribadito che a far giocare accusa e difesa sul caso Mills non è stata Mouriinho-Gandus ma una corretta terna arbitrale guidata da Collina-Gandus.

Perché i giudici erano tre, non una.

Non solo Gandus, qualificata «nemica» e «estremista di sinistra» per aver anni fa, pubblicamente e insieme a decine di altri giuristi, criticato alcune leggi sia del governo Berlusconi che del governo Prodi.

Ma anche Loretta Dorigo e Luigi Caccialanza, il magistrato che nella motivazione si capisce che ha redatto la parte cruciale della sentenza, cioè l’analisi contabile che esclude la riferibilità al solo cliente Attanasio dei soldi finiti all’avvocato Mills e addita invece la commistione con almeno una parte dei soldi Fininvest provenienti dal cosiddetto «dividendo Horizon»: e Caccialanza, nella cerchia degli avvocati milanesi, è notoriamente non solo un magistrato molto preparato e stimato, ma anche super-cattolico, estraneo alla politica togata, e certo non classificabile in schemi ideologici analoghi a quelli appiccicati a Gandus.

Che farà di questo passo Berlusconi e chi come lui usa questo genere di argomenti?

Plauderà al primo imputato di fede musulmana che ricuserà Gandus perché è ebrea?

O al primo ladro ateo che negherà legittimità alla sentenza del cattolico Caccialanza?

Ripugna dover scendere nella disamina delle identità culturali, politiche e persino religiose che ogni magistrato dismette quando veste la toga di giudice in udienza, ma è uno dei frutti avvelenati di questo modo di nutrire il dibattito pubblico.

Così velenoso da inquinare ormai persino il modo di ragionare di chi, per criticare Berlusconi, in questi giorni ha ritenuto di opporgli il contro-argomento per il quale Gandus sarebbe un giudice che ha dimostrato di saper essere imparziale in quanto in passato ha assolto un importante esponente dello schieramento di Berlusconi (Formigoni), e l’ha fatto proprio in un processo nel quale la sua posizione aveva un forte nesso con il patteggiamento e il pesante risarcimento accettato in precedenza dal fratello di Berlusconi (Paolo): come se l’imparzialità di un giudice non consistesse nell’assicurare eguale attenzione alle ragioni delle parti, ma si misurasse su una sorta di pareggio dei risultati, come se dipendesse da una opportunistica par conditio dei verdetti, come se solo l’assoluzione di un potente facesse maturare un bonus spendibile per condannarne un altro e viceversa.

Chiacchiere da bar sport, verrebbe da dire. Ma si farebbe un grave errore: il lunedì al bar sport, ormai, si parla della partita della domenica con maggiore competenza e superiore onestà intellettuale.

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(Vignetta di Bandanas)




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Il relativismo etico fa “spudorata” la politica




di Beppe Del Colle
(Giornalista)




da Famiglia Cristiana del 31 maggio 2009


Tra veline e gossip cresce a dismisura la distanza tra realtà e palazzo.

Se c’è una cosa – chiamiamola pure una coincidenza – che colpisce nell’attuale situazione italiana è l’abissale distanza che separa la politica dalla realtà.

La politica vive oggi degli effetti di una causa lontana negli anni, e che si chiama irruzione del relativismo morale nella società: cioè da quando è stato proclamato a gran voce in tutte le piazze, nelle università, nelle scuole, in Parlamento, in due referendum “storici”, il diritto di chiunque a farsi norma per sé stesso.

Da quarant’anni, più o meno, gli italiani hanno avuto conferma, attraverso leggi ad hoc o ad personam, che nella loro vita privata possono fare tutto quello che vogliono, il che hanno sempre fatto ma con qualche ritegno o, se vogliamo proprio usare un termine scomparso dal loro linguaggio, con qualche “pudore”.

Il limite massimo è stato toccato qualche tempo fa con l’introduzione del concetto di privacy assurto a dogma fino al punto che l’imminente riforma della Giustizia proibirà ai magistrati gran parte delle intercettazioni finora consentite per indagare sui reati, e vieterà ai giornalisti di parlare delle indagini e degli eventuali indagati fino all’inizio dei relativi processi in aula, sempre per rispetto della privacy.

Con il che, tanti saluti al recente passato nei casi Parmalat e “furbetti del quartierino”: nessuno saprà più niente di nessuno, soprattutto dei potenti, dei ricchi, di chi può consentirsi avvocati di grande abilità.

Se poi si è al massimo livello della politica, tutto è ancora più semplice.

Si dà mandato ai propri parlamentari di confezionare le leggi che servono; se si perdono in lungaggini procedurali per rispetto verso una antiquata e antipatica Costituzione, si programma una legge “di iniziativa popolare” per ridurne il numero, e perché no, già che ci siamo, le competenze, sicuri che il favore del popolo è tanto travolgente da risolvere la faccenda in quattro e quattr’otto.

Ci penseranno a spiegare la cosa in Tv i portavoce (ex pci, ex psi, ex radicali, ex missini, ex liberali, ex repubblicani, qualche sparuto cattolico ...).

Ogni tanto si leva una solitaria voce: «In nessun Paese democratico una simile pratica legislativa, con disprezzo del Parlamento, sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile», sciocchezze.

Qualcun altro osserva, timidamente: «In nessun altro Paese democratico si offenderebbe un giudice che ha osato emettere una sentenza non gradita al capo e ne ha pubblicato le motivazioni in una vigilia elettorale», sciocchezze anche qui, sebbene in Italia si sia sempre in qualche vigilia elettorale, o referendaria, o di G8 che sconsiglierebbero di dare pubblicità a quelle “sciocchezze”; e sebbene sempre quella noiosa Costituzione stabilisca la separazione fra le istituzioni, dunque il Governo, il Parlamento, la Giustizia sono indipendenti l’uno dall’altro e nessuno può dire a un giudice che cosa deve fare.

Ma la coincidenza di cui parlavamo all’inizio è strepitosa.

È uscito in questi giorni un libro, La famiglia cristiana (Mondadori, 124 pagine 17,50 euro), di don Antonio Sciortino, direttore di questa nostra rivista, in cui quella «abissale distanza che separa la politica dalla realtà» è dimostrata con matematica irrefutabilità.

Mentre i politici si affannano su malconsigliate ragazzine più o meno “veline” e giudici più o meno “venduti alla sinistra”, l’antico problema della famiglia in crescente difficoltà per molteplici ragioni, anche ma non soltanto economiche, mai affrontato da tanti Governi di ogni colore, si presenta in tutta la sua traumatica consistenza.

Leggere per credere.





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sabato 30 maggio 2009

Arrestato l’ex Procuratore Aggiunto di Messina Pino Siciliano

Pochi giorni fa è stato arrestato l’ex Procuratore Aggiunto di Messina Pino Siciliano.

Siciliano è stato Procuratore Aggiunto di Messina ed esercitava adesso funzioni di Sostituto Procuratore nella stessa città.

La notizia è stata data poco e male, come già accaduto in altri casi analoghi.

Riportiamo qui la notizia come data dall’Ansa:

(ANSA) - MESSINA, 25 MAG - L’ex procuratore aggiunto di Messina Pino Siciliano è stato arrestato con l’accusa di concussione e tentata concussione. L’inchiesta si riferisce alla ristrutturazione dell’albergo Castellammare di Taormina: all’ex sostituto procuratore, titolare dell’inchiesta, viene contestato di avere condizionato alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina e due imprese, la Impregilo e la Decisa s.r.l.. Concessi a Siciliano i domiciliari.

Dal sito di “Tempo Stretto” ulteriori particolari:

L’arresto di Siciliano: ecco le contestazioni mosse all’ex Procuratore aggiunto di Messina

Tre vicende nel mirino: la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina, il contenzioso fra il comune jonico e la Impregilo, le Zps del Comune di Messina

All’ex Procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, il gip di Reggio Calabria, Kate Tassone contesta un caso di concussione e due tentativi di concussione. Tre vicende che il magistrato avrebbe tentato di condizionare nella sua qualità di Coordinatore del pool Pubblica amministrazione della Procura.

Ma ecco nel dettaglio i capi d’imputazione che vengono contestati a Siciliano nelle 350 pagine di ordinanza. “Con minacce, anche implicite ma ben chiare ai destinatari, di sottoporli a procedimento penale o comunque di un male ingiusto ove non si fossero piegati, nel corso della propria attività amministrativa, politica e/o professionale, di volta in volta alla soluzione più favorevole o comunque prescelta da lui o dalle persone che intendeva avvantaggiare; compiva atti diretti in modo non equivoco a costringere o comunque ad indurre diversi funzionari, politici, tecnici, degli Uffici Pubblici ed altri, a dare promettere indebitamente a lui o a terzi soggetti a lui vicini utilità”.

Ed ecco in dettaglio le accuse.
La prima vicenda riguarda la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina.

“Tra l’aprile ed il luglio 2008 – dopo aver strumentalmente iscritto il procedimento n. 2041/07 R.G. Atti per intervenire ed influire sul processo amministrativo pendente al T.A.R. Catania tra la s.r.l. Decisa ed il Comune di Taormina (patrocinato formalmente dall’avv. Maimone Ansaldo Patti, ma di fatto dal proprio figlio Siciliano Francesco, incompatibile all’esercizio della professione legale in quanto ricercatore universitario) ed avente ad oggetto la ristrutturazione dell’Hotel Castellamare di Taormina – prima con pressioni e minacce implicite, poi con minacce esplicite di perseguirlo penalmente, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere l’ingegner Spampinato Francesco, nominato perito dal T.A.R. nella predetta causa, a redigere un elaborato favorevole al Comune di Taormina (e quindi anche all’attività professionale del figlio Francesco). E, una volta depositata la relazione, a modificarne quegli aspetti astrattamente favorevoli alla s.r.l. DECISA: in tal modo volendo altresì ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà e, precisamente, perché la persona offesa non cedeva ad intimidazioni e minacce”.

La seconda vicenda riguarda un contenzioso fra il Comune di Taormina e la Impregilo.

In particolare:
“Su istigazione di Occhipinti Domenico, liquidatore della s.p.a. Impregilo, per il tramite dell’amico Michele Caudo, compiva atti diretti in modo non equivoco ad indurre La Mattina Antonino, Commissario Straordinario del Comune di Taormina, ad accettare la proposta transattiva di 26 milioni di euro in merito ad un contenzioso civilistico tra il predetto Comune e la predetta s.p.a.: somma di cui 2 milioni di euro sarebbero stati divisi tra coloro che avrebbero contribuito al buon esito dell’affare; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà”.

La terza vicenda riguarda un’inchiesta sulle ZPS

In particolare:
“Induceva i membri della Commissione di Valutazione di Incidenza Ambientale (fra cui Pitalà Leone e Dolfin Sergio) ed i funzionari presso il Settore Edilizia Privata dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Messina (tra cui l’arch. Schiera Vincenzo e Cacciola Vincenzo) ad attribuire indebitamente utilità all’ingegner Sansone (dirigente dell’assessorato Territorio ed Ambiente della Regione) consistite nel riconoscimento della competenza dell’ufficio del Sansone in materia di valutazione di incidenza ambientale nelle Zone a Protezione Speciale (ZPS) esautorando l’organismo comunale e la citata Commissione ed altresì consistite nell’ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza”.


L’amministrazione della giustizia nel Distretto di Messina presenta da anni ombre molto rilevanti, mai dissipate.

A questo link abbiamo riportato a suo tempo la notizia – anche questa data in sordina dai mezzi di comunicazione – della condanna (in primo grado) di altri due magistrati messinesi - Giovanni Lembo e Marcello Mondello – all’epoca dei fatti rispettivamente Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e Capo dei G.I.P. di Messina, a cinque e sette anni di reclusione per favoreggiamento della mafia e concorso in associazione mafiosa.

A questo link è possibile rivedere una puntata della trasmissione di Carlo Lucarelli Blu Notte, andata in onda il 5 ottobre 2008, dedicata ai misteri giudiziari di Messina.

A questo link è possibile vedere i video di un convegno su “La crisi della giustizia a Messina” tenutosi nel dicembre 2008.




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venerdì 29 maggio 2009

Il C.S.M. e la corruzione delle parole. A margine dell’impugnazione della sentenza del T.A.R. che ha dato ragione a Clementina Forleo.






di Giuliano Castiglia
(Giudice del Tribunale di Termini Imerese)






Avantieri il C.S.M., con la delibera che si può leggere a questo link, ha deciso di proporre appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del T.A.R. Lazio che ha annullato il trasferimento d’ufficio della collega Clementina Forleo e di chiedere altresì al Consiglio di Stato di sospendere l’esecuzione di detta sentenza.

Leggendo la delibera, ognuno potrà farsi la sua idea.

Io penso, per le tante ragioni che sono state esposte qui e altrove, che quella adottata dal C.S.M. sia una decisione profondamente sbagliata in diritto e penso altresì che, se dovessero essere accolte le ragioni del C.S.M., si determinerebbe un grave vulnus alla garanzia costituzionale dell’inamovibilità dei magistrati, condizione imprescindibile dell’indipendente, imparziale e corretto esercizio della funzione giurisdizionale – che è costituzionalmente attribuita ai magistrati ordinari soggetti solo alla legge (artt. 101 e 102 Cost.) –, essenziale presidio del fondamentale principio di uguaglianza di tutti davanti alla legge e principale garanzia di effettività dei diritti di tutti.

Infatti, mentre per l’art. 107 della Costituzione “i magistrati sono inamovibili” e, in mancanza del loro consenso, possono essere destinati ad altre sedi o funzioni con decisione del Consiglio superiore della magistratura adottata con le garanzie di difesa stabilite dalla legge e solo per i motivi (pre)stabiliti dalla legge, seguendo l’interpretazione del Consiglio i magistrati potrebbero essere trasferiti per tutti i motivi di volta in volta discrezionalmente (post)ritenuti dal C.S.M..

Sorprendono molte cose nella delibera del Consiglio.

Ci sono delle vere chicche.

Così, il parallelo tra il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale dei magistrati e quello dei militari lascia davvero senza parole. Il C.S.M. sembra dimenticare che la Costituzione ha previsto l’inamovibilità dei magistrati e non quella dei militari e, evidentemente, omette di interrogarsi sulle ragioni del diverso trattamento riservato agli uni e agli altri.

Lo stesso dicasi per l’esemplificazione della categoria di ipotesi da far tremare i polsi di fronte alle quali il C.S.M. resterebbe disarmato se non si accogliesse la sua tesi.

Il CSM dice che la categoria è “certamente ampia” ma non va oltre due esempi. E, a sentirli, si comprende perché: si va dall’arcifrequente caso del Procuratore della Repubblica di un piccolo centro che si prostituisce [una specie di novello Ermenegildo Morelli] al magistrato sfigato che non paga i suoi debiti di gioco – tassativamente “cospicui” – nei confronti di soggetti estranei agli affari giudiziari di tutto il distretto in cui presta servizio.

Ma, nel fondo del pozzo, c’è che il Consiglio corrompe e annulla le parole.

Ante riforma, l’art. 2 della c.d. legge della guarentigie prevedeva la trasferibilità d’ufficio dei magistrati “quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario”; dopo la riforma, invece, solo “quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità”.

Il Consiglio tramuta “qualsiasi causa indipendente da loro colpa” in “qualsiasi causa, indipendentemente da loro colpa”, cioè “qualsiasi causa, a prescindere da loro colpa”, cioè, in definitiva, “qualsiasi causa, anche indipendente da loro colpa”.

Così, nella sostanza, reintroduce d’imperio quell’anche che – come i lettori di questo blog ben sanno – il legislatore aveva espunto per precise ragioni; altrimenti detto, il testo nuovo non gli aggrada e, dunque, opera come se fosse ancora in vigore il vecchio.

Le parole, corrotte, perdono ogni valore, sono annullate. Se “qualsiasi causa indipendente da loro colpa”, infatti, deve leggersi come “qualsiasi causa, anche indipendente da loro colpa”, resta, nella sostanza, solo (si fa per dire) l’onnicomprensiva formula “qualsiasi causa”.

E ciò - ammessa e non concessa l’equivocità del testo vigente - ad onta del fatto che la direttiva della delega (art. 2 co. 6 lett. n della legge 150/05, ) in forza della quale il legislatore delegato ha modificato l’art. 2 legge delle guarentigi fosse quella di “modificar[lo] ... stabilendo che [...] il trasferimento ad altra sede o la destinazione ad altre funzioni possano essere disposti con procedimento amministrativo dal Consiglio superiore della magistratura solo per una CAUSA INCOLPEVOLE tale da impedire al magistrato di svolgere le sue funzioni, nella sede occupata, con piena indipendenza e imparzialità”.

Nell’articolo “Le parole della democrazia”, riportato nel post qui sotto, Gustavo Zagrebelsky scrive: «Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere. Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti. Impariamo da Socrate: “Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito”; “il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi”, il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neolingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza. Il tradimento della parola deve essere stata una pratica di sempre, se già il profeta Isaia, nelle sue “maledizioni” (Is 5, 20), ammoniva: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”. I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove ...».

Spero che l’antico ammonimento di Isaia, in questi tempi in cui si parla anche di modifiche nella composizione del C.S.M. e nei rapporti numerici tra le diverse componenti, possa spingerci tutti a restare più legati al senso proprio delle parole.





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Il C.S.M. impugna la sentenza del T.A.R. che ha dato ragione a Clementina Forleo

Il 27 maggio, il C.S.M. ha deliberato di ricorrere al Consiglio di Stato avverso la sentenza del T.A.R. del Lazio che ha dato ragione a Clementina Forleo, dichiarando illegittima la delibera con la quale è stata trasferita da Milano a Cremona.


Pubblichiamo – a questo link - il testo integrale della delibera del C.S.M.






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giovedì 28 maggio 2009

Le parole della democrazia






di Gustavo Zagrebelsky
(Professore di Diritto Costituzionale, ex Presidente della Corte Costituzionale)




da La Repubblica del 23 aprile 2009


Ogni forma di governo usa gli “argomenti” adeguati ai propri fini.

Il dispotismo, ad esempio, usa la paura e il bastone per far valere il comando dell’autocrate.

La democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e delle convinzioni, nel rispetto reciproco.

Lo strumento di questa circolazione sono le parole.

Si comprende come, in nessun altro sistema di reggimento delle società, le parole siano tanto importanti quanto lo sono in democrazia.

Si comprende quindi che la parola, per ogni spirito democratico, richieda una cura particolare: cura particolare in un duplice senso, quantitativo e qualitativo.

Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità.

Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.

Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone.

Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti entro le procedure della democrazia.

Ricordiamo ancora la scuola di Barbiana e la sua cura della parola, l’esigenza di impadronirsi della lingua?

Comanda chi conosce più parole. «E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa di meno».

Ecco anche perché una scuola ugualitaria è condizione necessaria, necessarissima, della democrazia.

Con il numero, la qualità delle parole.

Le parole non devono essere ingannatrici, affinché il confronto delle posizioni sia onesto.

Parole precise, specifiche, dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlarle cose attraverso le parole, non far crescere parole con e su altre parole.

Uno dei pericoli maggiori delle parole per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle, ne scatena la violenza e le muove verso obbiettivi che apparirebbero facilmente irrazionali, se solo i demagoghi non li avvolgessero in parole grondanti di retorica.

Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere.

Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti.

Impariamo da Socrate: «Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito»; «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi», il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neo-lingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza.

Il tradimento della parola deve essere stata una pratica di sempre, se già il profeta Isaia, nelle sue “maledizioni” (Is 5, 20), ammoniva: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».

I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare proprio dalla parola “politica”.

Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano il vivere insieme, il convivio.

È l’arte, la scienza o l’attività dedicate alla convivenza.

Ma oggi parliamo normalmente di politica della guerra, di segregazione razziale, di politica espansionista degli stati, di politica coloniale, ecc.

«Questa è un’epoca politica», ancora parole di Orwell. «La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono quello a cui pensare».

La celebre definizione di Carl Schmitt, ripetuta alla nausea, della politica come rapporto amico-nemico, un rapporto di sopraffazione, di inconciliabilità assoluta tra parti avverse è forse l’esempio più rappresentativo di questo abuso delle parole.

Qui avremmo, se mai, la definizione essenziale non del “politico” ma, propriamente, del “bellico”, cioè del suo contrario.

Ancora: la libertà, nei tempi nostri avente il significato di protezione dei diritti degli inermi contro gli arbitri dei potenti, è diventata lo scudo sacro dietro il quale proprio costoro nascondono la loro prepotenza e i loro privilegi.

La giustizia, da invocazione di chi si ribella alle ingiustizie del mondo, si è trasformata in parola d’ordine di cui qualunque uomo di potere si appropria per giustificare qualunque propria azione.

Quanto alla parola democrazia, anch’essa è sottoposta a “rovesciamenti” di senso, quando se ne parla non come governo del popolo, ma per o attraverso il popolo: due significati dell’autocrazia.

Da questi esempi si mostra la regola generale cui questa perversione delle parole della politica: il passaggio da un campo all’altro, il passaggio è dal mondo di coloro che al potere sono sottoposti a quello di coloro che del potere dispongono e viceversa.

Un uso ambiguo, dunque, di fronte al quale a chi pronuncia queste parole dovrebbe sempre porsi la domanda: da che parte stai? Degli inermi o dei potenti?

Affinché sia preservata l’integrità del ragionare e la possibilità d’intendersi onestamente, le parole devono inoltre, oltre che rispettare il concetto, rispettare la verità dei fatti.

Sono dittature ideologiche i regimi che disprezzano i fatti, li travisano o addirittura li creano o li ricreano ad hoc.

Sono l’estrema violenza nei confronti degli esclusi dal potere che, almeno, potrebbero invocare i fatti, se anche questi non venissero loro sottratti.

Non c’è manifestazione d’arbitrio maggiore che la storia scritta e riscritta dal potere.

La storia la scrivono i vincitori - è vero - ma la democrazia vorrebbe che non ci siano vincitori e vinti e che quindi, la storia sia scritta fuori delle stanze del potere.

Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo, quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un relativismo nichilistico applicato non alle opinioni ma ai fatti, quelli in cui la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell’ingiusto, il bene su quello del male; quelli in cui la realtà non è più l’insieme di fatti duri e inevitabili, ma una massa di eventi e parole in costante mutamento, nella quale ciò che oggi vero, domani è già falso, secondo l’interesse al momento prevalente.

Onde è che la menzogna intenzionale, cioè la frode - strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica - dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell’altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta.

I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica.

La cura delle parole in tutti i suoi aspetti è ciò che Socrate definisce filologia.

Vi sono persone, i misologi, che «passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti i più sapienti di tutti per aver compreso essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c’è nulla di sano o di saldo, ma tutto [...] va su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante».

Questo sospetto che nel ragionare non vi sia nulla di integro c’è un grande pericolo, che ci espone a ogni genere d’inganno.

Le nostre parole e le cose non devono “andare su e giù”.

Occorre un terreno comune oggettivo su cui le nostre idee, per quanto diverse siano, possano poggiare per potersi confrontare.

Ogni affermazione di dati di fatto deve essere verificabile e ogni parola deve essere intesa nello stesso significato da chi la pronuncia e da chi l’ascolta.

Chi mente sui fatti dovrebbe essere escluso dalla discussione.

Solo così può non prendersi in odio il ragionare e può esercitarsi la virtù di chi ama la discussione.



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L’impero romano oggi

In relazione a quanto sta accadendo nel nostro Paese e ai violenti mutamenti della costituzione di fatto ai quali stiamo assistendo, può essere utile rileggere alcuni cenni sintetici sul passaggio dalla repubblica all’impero a Roma.


Le pagine che seguono sono tratte dal libro:

Gianfranco Maglio, L’idea costituzionale nel medioevo, Dalla tradizione antica al «costituzionalismo cristiano», Gabrielli Editori, 2006.

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Quando si parla del pensiero romano vi è la tentazione di ritenere, ad un primo superficiale approccio, che i risultati di tale riflessione siano complessivamente modesti e comunque scarsamente originali.

Certo se ci riferiamo alla profondità della speculazione filosofica ed in generale al sapere teoretico, non si può dire che i romani abbiano lasciato tesi e concezioni innovative, ma se con uno sguardo a più largo raggio ci spingiamo a considerare il pensiero etico-politico e soprattutto l’elaborazione giuridica, ecco che la grandezza della riflessione dei romani avrà modo di delinearsi nel suo autentico valore.

Il contributo dei romani all’elaborazione delle categorie del giuridico è determinante: non è un caso se il diritto romano è stato considerato per secoli quale vera e propria ratio scripta, traguardo insuperato ed insuperabile nello sforzo umano di regolare giuridicamente i rapporti sociali.

Se ad esempio pensiamo alla grande costruzione del diritto civile è noto a tutti come, a distanza di duemila anni, gli ordinamenti giuridici di molti paesi continuano ad avvalersi degli istituti e delle categorie dogmatiche elaborate dalla tradizione romanistica.

Per quanto poi concerne il nostro problema, il concetto romano di costituzione (constitutio) ha connotati ben più maturi della politeia dei greci.

Il passo in avanti è certamente costituito dalla chiara distinzione fra diritto pubblico e diritto privato: la diversa considerazione di quanto attiene al rapporto cittadino-Stato da un lato e di ciò che concerne le relazioni private fra singoli cittadini dall’altro, rappresenta il presupposto per una più corretta analisi del problema costituzionale.

Sia pure sommariamente dobbiamo distinguere la fase repubblicana della storia di Roma, che è la più interessante ai nostri fini, da quella imperiale durante la quale l’idea costituzionale tende ad affievolirsi in concomitanza con l’affermazione di idee autocratiche.

Il periodo repubblicano è ricco di fermenti e al tempo stesso travagliato per le lotte di potere e gli scontri sociali che si verificano: in questa fase della storia di Roma l’idea costituzionale si esprime con forza e convinzione.

Il pensiero filosofico-politico dei greci, nel periodo della sua maturità, aveva posto in risalto l’importanza della sovranità delle leggi per un corretto funzionamento dei rapporti fra il cittadino e lo Stato, ma posto ciò rimanevano aperti almeno due importanti problemi.

In primo luogo occorreva stabilire con esattezza da cosa nasce l’obbligatorietà giuridica e successivamente chiarire le fonti di produzione della legge nel quadro di una più matura teoria della sovranità.

Nel periodo repubblicano la legge (lex) è la deliberazione delle assemblee del popolo romano, dapprima quale espressione ratificatoria di proposte regie o di altre supreme magistrature ma successivamente vera e propria condizione di validità della legge stessa attraverso la quale si concretizza una forma democratica di governo.

Ora, la repubblica romana ebbe varie assemblee popolari alle quali andavano ricondotte diverse forme di deliberazioni.

Il passo avanti in senso democratico ci fu quando le decisioni delle assemblee della plebe (comizi tributi) vennero parificate a quelle dei più antichi ed aristocratici comizi curiati e centuriati, con ciò equiparando le leges ai plebiscita.

Questo sistema di assemblee rendeva di fatto possibile un vero e proprio controllo popolare anche allo scopo di impedire che le supreme cariche dello Stato romano superassero i confini della legalità trasformandosi in organi autoritari.

Tale struttura costituzionale non poteva però durare a lungo: poco alla volta Roma estendeva i confini del proprio Stato e le esigenze poste dal governo di territori sempre più vasti richiede-vano forme di intervento di diversa natura e la capacità di legiferare con immediatezza e senza particolari vincoli formali.

Con tale scenario l’importanza delle assemblee popolari diminuiva sino a ridursi ad un valore di carattere simbolico.

La decadenza delle assemblee e del coinvolgimento diretto dei cittadini nel governo della cosa pubblica è uno dei fenomeni di rilievo attraverso i quali si spegne la forza propulsiva del periodo repubblicano con gravi conseguenze sull’assetto costituzionale.

Durante l’ultima stagione della repubblica romana la difficoltà di consultare il popolo aveva ingenerato la prassi di investire il Senato che, mediante propri decreti, legiferava assumendo un ruolo diverso da quello meramente consultivo che in precedenza aveva avuto.

Il fenomeno venne accolto con una certa prudenza dai giuristi che in un primo tempo ritennero di non equiparare automaticamente i senato-consulti alla legge, al massimo consentendo che gli stessi potessero tenere il luogo della lex con pari autorità.

Questo perché la legge, così come si era venuta delineando in tutta la prima fase della storia romana, era per eccellenza deliberazione del popolo, espressione della volontà popolare: lex est quod populus iubet atque constituit.

Deliberazione significa partecipazione e controllo popolare dell’attività legislativa, anche allo scopo di salvaguardare i costumi e le tradizioni in un mondo che, proprio per la velocità dell’espansione romana, mutava in fretta.

Con la fine della Repubblica l’idea costituzionale tende ad affievolirsi nell’ambito di soluzioni politiche che realizzano una concentrazione del potere.

Tale processo che conduce al Principato prima e al Dominato poi, è il frutto di complesse cause storiche sulle quali non possiamo trattenerci in questa sede: il potere delle assemblee viene esautorato mentre il Senato conserva più a lungo il suo prestigio quale espressione della tradizione e della nobiltà di Roma oltreché custode di quelle virtù e di quei valori che tenacemente perseguiti avevano costituito la grandezza dei romani.

In questa fase storica di passaggio, collocabile attorno alla metà del I secolo a.C., Cicerone scrive le sue opere più importanti nelle quali diritto e filosofia si uniscono nella perfezione di un pensiero dagli elevati contenuti etici.

Soprattutto nel De Legibus e nel De re publica Cicerone ricerca una sintesi politica nel tentativo di frenare il declino della forma di governo repubblicana, richiamando cittadini e soprattutto uomini di governo al rispetto del mos maiorum, dell’autorità delle leggi e delle magistrature, di un’ideale di giustizia capace di ispirarsi alla retta ragione e di cogliere un ordine universale.

Cicerone media e trasmette al mondo romano quanto di meglio il pensiero greco e in particolare lo stoicismo aveva saputo esprimere in materia etico-politica e tutto ciò con una consapevolezza nuova del valore intrinseco dell’esperienza giuridica.

La sua identificazione del diritto naturale con la ragione avrà notevole importanza nell’elaborazione dei giuristi dell’età imperiale e nel pensiero successivo sino al medioevo.

Ma, come si è detto, il pensiero ciceroniano non sembrava in linea con i tumultuosi sviluppi che lo Stato romano subiva alla fine dell’età repubblicana e ancor meno con la soluzione imperiale.

La concentrazione del potere nelle mani di una sola persona significava anche concentrazione delle fonti di produzione del diritto: i giuristi mantenevano fermo il principio teorico dell’equivalenza fra il concetto di lex e la deliberazione popolare ma di fatto tale affermazione finiva per porsi quale nostalgica rievocazione di un passato di libertà travolto dalle procedure del nuovo assolutismo.

La Lex veniva così assorbita nelle constitutiones imperiali che a loro volta esprimevano la convinzione che quod principi placuit leges habet vigorem e che il principe stesso legibus solutus est.

Dal III secolo d.C. in poi il fenomeno della concentrazione giuridica assumerà caratteri sempre più accentuati, nel quadro di una progressiva divinizzazione del potere imperiale (Dominato) ed anche a seguito di importanti influenze ellenistiche ed orientaleggianti.

Il meccanismo pratico pensato dai giuristi per non disattendere da un lato il principio teorico della sovranità del popolo romano e dall’altro per sancire la nuova situazione nella quale era determinante la volontà imperiale fu la cosiddetta lex de imperio.

Con questo strumento che si presentava come un provvedimento del Senato approvato dalle assemblee popolari, che certo finivano per pronunciarsi nel senso di una presa d’atto e conseguente acclamazione del princeps (o imperator), si attuava una vera e propria delega dei poteri anche normativi dal popolo stesso alla nuova figura istituzionale e in tal modo l’assetto costituzionale veniva sostanzialmente modificato.

Dall’imperatore Vespasiano in poi la lex de imperio finisce per assumere contenuti sempre più consistenti e ciò nel senso di svuotare definitivamente ogni formale riferimento alla volontà del popolo romano: la lex diventa sempre più espressione del volere dell’imperatore, figura ormai affrancata da limiti giuridici e soggetta a deboli influenze politiche (anche per la decadenza dell’autorità del Senato).

Il costituzionalismo romano è pertanto espressione, nei suoi esiti più interessanti, del periodo repubblicano; nell’età imperiale la graduale concentrazione dei poteri nella persona dell’imperatore vanifica la rilevanza delle assemblee e la diretta partecipazione dei cittadini alle decisioni e all’attività legislativa.

Tuttavia il grande patrimonio di principi e di valori trova espressione nell’attività della giurisprudenza, sempre rivolta con occhio attento alla concretezza dei rapporti sociali: i giureconsulti romani dimostrano rispetto per le libertà individuali e nell’interpretazione delle leggi a volte sanno superare la rigidità ed oscurità della lettera per recuperare sensi e significati di grande rilievo.



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mercoledì 27 maggio 2009

I diritti e la dignità dell’uomo




di Giovanni Maria Flick
(Professore di Diritto Penale, ex Presidente della Corte Costituzionale, ex Ministro della Giustizia)



Veniamo da un passato nel quale il riconoscimento e la tutela dei diritti umani erano affidati agli Stati nazionali.

Eppure le violazioni di quei diritti sono state reiterate, macroscopiche e devastanti, fino a culminare nella Seconda guerra mondiale: le armi di distruzione di massa; il coinvolgimento generalizzato dei civili; soprattutto, la Shoah.

Per questo, da quel “crogiolo ardente” (come lo definì uno dei padri costituenti, Giuseppe Dossetti) nacquero l’internazionalizzazione del diritto costituzionale, il riconoscimento della persona sulla scena internazionale, la tutela giudiziaria sovranazionale dei diritti umani, l’ingerenza umanitaria.

Soprattutto, nacque l’esigenza di affermare la dignità della persona, nelle dichiarazioni sovranazionali e nelle costituzioni nazionali.

Viviamo un presente nel quale l’aggressione alla dignità umana - sotto forme nuove, ma sempre uguali - è incombente.

Basta guardare alla crisi globale, ai suoi effetti sui livelli di povertà, individuali e collettivi, e sul diritto-dovere al lavoro, premessa della dignità secondo la nostra Costituzione.

Basta guardare ai crescenti assalti all’Europa, “fortezza del benessere”, da parte di una immigrazione di massa in fuga dalla fame, la sete, la guerra.

Nel Mediterraneo rischia di naufragare, con i migranti, le loro speranze e la loro dignità, anche la tradizione europea di accoglienza e sensibilità per i diritti umani.

Andiamo verso un futuro di insidie per la dignità, non meno preoccupanti di quelle tradizionali e sempre presenti, come il razzismo e l’intolleranza: penso agli abusi nella gestione delle informazioni sensibili, e agli eccessi della tecnologia medica.

Il terrorismo globale minaccia di essere sempre più coinvolgente e fanatico; ma, in nome della sicurezza e del contrasto al terrorismo, anche la soglia di rispetto dei diritti fondamentali della persona si abbassa sempre più.

Leggere il passato, il presente e il futuro attraverso le lenti della dignità, regala margini di speranza, perché consente di coglierne la perenne attualità e la stabilità del suo nucleo fondamentale; ma anche di riflettere sulla moltiplicazione degli ambiti in cui ne viene richiamato il rispetto; di trarre dalla lezione della storia, indicazioni per affrontare le nuove istanze di aggressione e di tutela.

La Dichiarazione universale ci ricorda che «tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti»; ma all’uguaglianza si affiancano le differenze oggettive e ineliminabili di cui ciascuno è portatore.

Queste ultime contribuiscono a formare la sua identità; esprimono il pluralismo e il personalismo: valori non meno importanti dell’eguaglianza.

L’apparente contraddizione tra eguaglianza e diversità si risolve nel riconoscimento della pari dignità, come nell’articolo 3 della nostra Costituzione: le differenze non possono rappresentare ostacoli insuperabili, o giustificare condizioni di inferiorità, sopraffazione, discriminazione.

Gli ostacoli vanno affrontati e rimossi per consentire la libertà e l’eguaglianza di ciascuno (non solo dei cittadini: delle persone) e il pieno sviluppo della persona umana: per realizzare la pari dignità sociale.

In tal modo la dignità fa giustizia della pretesa - troppo frequente - di utilizzarla come pretesto per imporre comportamenti e conformismi generalizzati; per non rispettare il diritto di ciascuno alla diversità e al dissenso, alla sua identità e libertà.

Sempre che, beninteso, la libertà si esprima nel rispetto dell’altrui dignità e dei “valori condivisi” (quelli della Costituzione) posti a presidio della civile convivenza.

La stretta connessione fra gli articoli 2 e 3 della Costituzione evidenzia un ulteriore aspetto della pari dignità: l’essere un ponte fra i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

L’azione di contrasto agli ostacoli che impediscono la concretezza e l’effettività della pari dignità sociale, si realizza solo mobilitando il valore costituzionale della solidarietà, altrettanto essenziale.

Assieme alla reciprocità fra diritti e doveri, la solidarietà esprime il bisogno di coesione nella comunità, che trova soddisfazione nell’apporto reciproco, nella socialità, nella solidarietà.

La pari dignità lega i molteplici diritti umani e rappresenta il parametro per attribuire contenuto specifico e concreto a ciascuno di tali diritti.

In modo esplicito - per evidenti ragioni di storia e coscienza collettiva, dopo la Shoah - la Costituzione tedesca pone la dignità umana in apertura, come valore generale e premessa di tutti i diritti.

La Costituzione italiana, invece, pone la dignità come indice di concretezza dell’eguaglianza; la richiama esplicitamente come parametro della retribuzione e come limite alla libertà di iniziativa economica; lo fa in modo implicito a proposito della libertà personale, della responsabilità penale, del diritto all’autodeterminazione sanitaria.

Il diverso approccio costituzionale alla dignità, non si traduce in una diversa gerarchia di apprezzamento: anche nella Costituzione italiana la dignità esprime la saldatura fra eguaglianza, libertà e solidarietà; riassume e concretizza gli altri valori costituzionali e coglie il legame fra i diritti fondamentali, sottolineandone l’universalità, l’indivisibilità, l’effettività.

Infine, l’impegno ad attuare i diritti fondamentali non riguarda soltanto la dimensione statale e sovranazionale, come finora è avvenuto: deve coinvolgere anche, e prima ancora, la dimensione locale.

L’effettività dei diritti deve fare i conti soprattutto con il territorio, quindi con il principio di prossimità, che a sua volta si realizza nella cosiddetta sussidiarietà orizzontale.

La pari dignità sociale, insomma, si ricollega esplicitamente alla sussidiarietà orizzontale (quella della società civile e del c.d. terzo settore), ribadita dall’art. 118 della Costituzione riformato nel 2001, dov’è collocata a fianco della sussidiarietà verticale (quella istituzionale).

Riflettere, in tempo di crisi, sulla pari dignità è un’occasione per reagire e per superare le paure che ci turbano: ad esempio, per tenerne conto al momento di definire nuovi modelli e regole di comportamento - guardando anche al privato-sociale e all’impresa sociale - nel rapporto tra imprese e consumatori, tra finanza e investitori, tra credito e risparmio.

E’ un’occasione per superare le contrapposizioni tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, che hanno “giustificato” lacune e dimenticanze di ciascuno di questi mondi in tema di diritti fondamentali.

E’, infine, un’occasione per rafforzare gli spazi di intervento sul territorio, utilizzando come una leva il mix di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Il coinvolgimento del territorio nell’attuazione dei diritti è il modo migliore per radicarli, perché vengano assimilati anche sul piano culturale e del consenso sociale, anziché essere percepiti come forme di assistenzialismo o, peggio, come sprechi da sottoporre a tagli e riduzioni.

Anche in tema di diritti, l’impegno e il controllo (da parte) del territorio accrescono la sicurezza.

Perfino i meno sensibili alle questioni dei diritti umani dovrebbero trame buone ragioni per investire sulla dignità.





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La roulette dei magistrati





di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)






I magistrati che compongono il Consiglio superiore della magistratura saranno estratti a sorte.

Lo propone il sottosegretario Caliendo: si debbono sorteggiare 100 magistrati; tra questi se ne eleggeranno 16.

Così s’impedirà alle correnti di impadronirsi del Csm.

Si tratta dell’ennesimo tentativo di controllare i giudici? O è una proposta seria?

Dice la Costituzione (art. 105) che al Csm competono assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari.

Perché i magistrati sono (art. 104) autonomi e indipendenti «da ogni altro potere»; e, per garantire questa indipendenza, essi sono inamovibili (art. 107): solo il Csm può rimuoverli, sospenderli, trasferirli (per ragioni disciplinari o di carriera).

E siccome il Csm è composto per due terzi da magistrati, l’altro terzo è di nomina politica, l’indipendenza della magistratura è stata assicurata.

C’è un problema: il sindacato dei giudici (Anm) è diviso in «correnti».

Sono 4: Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente, Movimento, Unità per la Costituzione.

Associazioni nate per affinità culturali, per la verità più apparenti che reali: tutte concordi sulla necessità di difendere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, spesso in polemica su questioni marginali.

Il loro sostanziale accordo è provato dal fatto che, nelle periodiche elezioni per gli organi direttivi dell’Anm, ogni corrente fa propaganda per sé, in polemica con le altre. Poi però si mettono d’accordo per mandarci componenti in numero eguale per ognuna.

Un po’ come se Berlusconi, vinte le elezioni, chiamasse al governo ministri provenienti da ogni partito e in numero paritario.

C’è di peggio: ogni 4 o 5 anni ci sono le elezioni del Csm e riparte la lotta fra le correnti: ognuna forma proprie liste con un numero di candidati pari ai posti disponibili.

L’esito dipende dalla forza delle correnti: quella che conta più aderenti riesce a farne eleggere 6 o 7, le altre si spartiscono i residui 9, 10 posti.

Un giudice che non appartiene a nessuna corrente si scorda di essere eletto: anche se tutti quelli che lavorano con lui e lo stimano (in un grande Tribunale, 200 o 300 persone) volessero votarlo, la più piccola delle correnti riuscirebbe sempre a totalizzare, per il suo candidato, un numero di voti superiore.

I magistrati che vanno al Csm appartengono tutti a qualche corrente.

Ma non basta: come scelgono, le correnti, i magistrati da mandare al Csm?

In genere ci vanno il segretario regionale, quello nazionale, quello che ha fatto parte della Giunta, quello che si è dato da fare nelle precedenti elezioni, insomma gli attivisti, quelli che contano nella corrente o gli amici di quelli che contano.

Non ci sono elezioni primarie, non ci sono consultazioni (se non formali): è una designazione. Proprio come in Parlamento.

Quali le conseguenze di questo sistema?

Due, drammatiche per la credibilità della magistratura.

La prima: si creano carriere privilegiate. I «correntisti» passano da un incarico all’altro: incarichi di vertice nell’Anm, Csm, organismi internazionali, alla peggio posti in sedi comode e ambite.

La seconda: a ogni nomina di capi di ufficio le correnti si scatenano.

Far nominare il proprio aderente è imperativo: si tratta di dimostrare la propria forza in modo da indurre tanti altri magistrati ad arruolarsi.

Si crea così un circolo perverso: i magistrati aderiscono alla corrente sperando in un appoggio nei momenti chiave della loro carriera (anche in quelli disciplinari); ed essa si fortifica quanto più dimostra di appoggiarli con successo.

Così, quasi sempre, l’effettiva capacità professionale dei magistrati è valutata certamente quando nessun aspirante è «correntizio»; o quando il «correntizio» è di capacità professionale indiscussa.

Negli altri casi la logica «correntizia» in genere prevale.

La prova sta negli annullamenti delle decisioni del Csm fatti dal Tar.

Perché è ovvio che nomine fondate su logiche «correntizie» difficilmente possono rispettare i criteri imposti dalla legge; e il Tar ha detto che in alcuni casi il Csm ha violato la legge.

Adesso il sorteggio.

Non è il massimo, ci sono anche profili costituzionali da salvaguardare (i magistrati del Csm vanno «eletti»).

Però si deve pur arginare la deriva provocata dalle correnti, spezzare questo vincolo perverso che orienta le decisioni del Csm in modo clientelare.

E poi il sorteggio non è così irragionevole come i «correntizi» lo dipingono.

Ogni giudice, ogni giorno, prende decisioni importanti, spesso vitali: infligge ergastoli, affida i bambini a questo o a quel coniuge, stabilisce se un’azienda deve o non deve fallire.

E vi sembra che quello stesso giudice, se sorteggiato per il Csm, non possa decidere chi deve fare il presidente del Tribunale di Roncofritto o il procuratore della Repubblica di Poggio Belsito?




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martedì 26 maggio 2009

Carismatico ...









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“Il corpo delle donne”



E’ sempre più evidente che la fenomenologia del potere produce modelli culturali e morali, con decisive ricadute sociali.

In queste ultime settimane è divenuta ineludibile la questione dei rapporti del potere con le donne e la dolorosa e molto preoccupante condizione femminile nella nostra società.

Vogliamo segnalare qui un documentario molto bello, dal titolo “Il corpo delle donne”, realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù.

Il documentario, che dura 25 minuti, può essere visto a questo link.

A questo link c’è il blog dal quale possono trarsi ulteriori informazioni.

Prendiamo da lì una presentazione del documentario:

“Il corpo delle donne” è il titolo del nostro documentario di 25’ sull’uso del corpo della donna in tv.

Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante.

La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime.

Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”.

L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero “pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi.

Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione.





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domenica 24 maggio 2009

La memoria violata di Giovanni Falcone. Gioacchino Genchi e i diari di Giovanni.





di Fedora Raugei
(Giornalista)




da Terra del 23 maggio 2009


E’ il 14 luglio ‘92, a meno di mese dalla strage di Capaci.

Due consulenti informatici sono incaricati dalla Procura di Caltanissetta di effettuare una perizia su agende elettroniche e altro materiale rinvenuto nell’ufficio e nelle abitazioni di Roma e Palermo del giudice Giovanni Falcone.

Gli esperti sono Luciano Petrini, ingegnere elettronico e Gioacchino Genchi, funzionario di polizia.

Per analizzare il materiale informatico i due esperti impiegano sei mesi, ed esaminano i supporti anche alla ricerca del presunto diario del giudice.

Un’ipotesi materializzatasi un mese dopo la strage, quando Il Sole 24 Ore pubblica due pagine di appunti che Falcone ha consegnato, nel luglio 1991, alla giornalista Liana Milella.

Vi sono annotati episodi che testimoniano le difficoltà vissute dal magistrato nella Procura di Palermo.

L’articolo suscita molti interrogativi. La giornalista, il 25 giugno, consegna le cartelle ai magistrati affermando che provengono dal diario di Falcone.

Si tratta di due pagine scritte così, di getto, oppure Falcone teneva veramente un diario?

E’ un’ipotesi che alcuni escludono e altri, al contrario, confermano.

Due dei colleghi di Falcone, in particolare, non sembrano avere dubbi. Sono Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo, e Giuseppe Ayala che ne parla già prima dell’uscita dell’articolo della Milella.

«Una mattina lessi sul Sole 24 Ore che erano stati pubblicati i suoi diari, per lo meno quelle due cartelle - scrive Caponnetto (I miei giorni a Palermo, Garzanti, 1993) -. Le altre non so dove siano andate a finire, perché ce n’erano sicuramente delle altre, che coprivano tutto il periodo della Procura».

E da testimone privilegiato racconta un episodio: «Ricordo una frase di Falcone: “Mi sto divertendo con un ordigno che ti farebbe impazzire”. Conosceva la mia avversione verso i meccanismi di informatica. Gli chiesi: “Come va con i tuoi diari? Te li porti sempre appresso?”. Rispose: “Ora non ne ho più bisogno. Ho un’agenda elettronica che è una cosa meravigliosa, nella quale trasferisco (...) la mia vita di ogni giorno”. “Ah!”, gli dissi “ti sei messo anche tu a fare un diario ...” (...). “No” disse, “non è che stia facendo un diario. Solo che ci sono dei fatti, degli episodi che preferisco memorizzare e annotare a futura memoria”. Queste furono le sue testuali parole. Questo avveniva agli inizi dell’‘89 (...)».

Anche le affermazioni fatte da Giuseppe Ayala il 20 giugno 1992, prima della pubblicazione degli appunti di Falcone, concordano con quanto affermato da Caponnetto: «Falcone aveva un diario puntualissimo, della cui esistenza ha messo a conoscenza soltanto me e, forse una volta, Paolo Borsellino; in quel diario scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva su un computer. (...)» (L’agenda rossa di Borsellino, Chiarelettere, 2007).

Queste sono solo due delle voci autorevoli, vicine al magistrato, che affermano l’esistenza di un suo presunto diario. Ciò che è certo, è che Falcone era preciso, meticoloso e si avvaleva di computer e agendine elettroniche sulle quali annotava tutto.

Altrettanto certo, come testimonieranno i due esperti davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, è che dopo la morte di Falcone, qualcuno cancella i dati presenti sulle sue agende elettroniche e sul suo computer portatile Toshiba.

Qualcuno, forse maldestramente, apre e risalva diversi file presenti nel computer dell’ufficio del magistrato al ministero di Grazia e Giustizia.

Una ricostruzione tecnica complessa che seguiamo attraverso gli atti.

L’8 e 9 gennaio 1996, Genchi e Petrini testimoniano sulla perizia che hanno svolto davanti ai magistrati della Corte d’assise di Caltanissetta, al processo per la strage di Capaci.

Hanno classificato ed esaminato 101 reperti appartenuti al giudice Falcone.

Sono precisi, preparati, parlano di memorie cancellate, di file modificati e rieditati nel periodo successivo alla strage. E di anomalie.

La prima è quella relativa al computer portatile di Falcone, un modello Toshiba.

Viene rinvenuto dai familiari del magistrato, insieme all’agendina elettronica Casio, nella sua abitazione palermitana di via Notarbartolo.

Dopo la pubblicazione del citato articolo di Liana Milella, e nonostante i primi sopralluoghi già effettuati dalla polizia, computer e agendina elettronica sembrano riapparire dal nulla.

Genchi e Petrini accertano che dopo la strage, il 9 giugno ‘92, sul portatile qualcuno ha installato un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file.

La memoria del Toshiba è stata “ripulita”.

Anche l’agendina portatile Casio, ritrovata in via Notarbartolo, ha subito la stessa sorte.

«E’ stata trovata totalmente cancellata (...)», testimonia Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta.

I due consulenti ne ripristinano il contenuto. Però manca qualcosa di non trascurabile. L’agenda Casio aveva la predisposizione per l’espansione di memoria con una ram card esterna. Questa ram card e il cavetto di collegamento al pc non vengono ritrovati.

«La ram card - testimonia il consulente Genchi -, era stata sicuramente in possesso del giudice Falcone in quanto, per quanto mi riguarda e mi risulta, l’aveva e forse ne aveva pure più di una (...)».

I due consulenti informatici recuperano anche i dati che qualcuno ha cancellato dall’agenda elettronica Sharp di Falcone.

Sono stati tutti recuperati i dati? «Se si fosse modificato un numero telefonico di un soggetto che risultava già inserito nell’agenda - spiega Genchi - o gli si fosse cambiato il nome o si fosse cancellato un numero di un’annotazione già precedente o cambiato l’oggetto di un appuntamento calendarizzato con una certa data, in nessun modo la consulenza avrebbe mai potuto rilevare il contenuto di un operazione di editazione avvenuta prima della consegna dei reperti».

A strage avvenuta, gli inquirenti appongono i sigilli all’ufficio romano di Falcone, presso il ministero di Grazia e Giustizia. I computer e i supporti informatici utilizzati dal magistrato, però, non vengono sequestrati.

Il successivo 30 maggio 1992 si procede alla ricognizione dei “reperti” rinvenuti nell’ufficio.

Anche questa volta il prezioso materiale non viene sequestrato e, anzi, si restituisce alla libera disponibilità della Direzione generale degli affari penali.

Solo il 23 giugno, a distanza di un mese dalla strage di Capaci, e dopo l’uscita dell’articolo di Liana Milella, la Procura ritorna nello stesso ufficio e dispone materialmente il sequestro dei computer e dei supporti informatici utilizzati dal magistrato.

Come testimonierà Genchi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta che «in quel computer sequestrato, nella stanza sequestrata sono stati, diciamo, editati in epoca successiva al 23 maggio dei file».

Quando «ci sono delle rieditazioni sul supporto magnetico, cioè allorché si rivà a rieditare, quindi a riscrivere o per errore o per dolo o per imperizia, con qualunque volontà e intenzione - come spiega Genchi nella testimonianza del 9 gennaio ‘96 -, si va a rioccupare una parte dell’hard disk e si va a incidere sulla possibilità di recuperare eventuali dati cancellati, quindi il supporto perde quella verginità, diciamo, quella originale forma fisica logica di contenuto di dati che in effetti aveva dal momento in cui il suo legittimo titolare ne aveva cessato la disponibilità».

Nel computer Compact rinvenuto nell’ufficio di Falcone, presso la Direzione affari penali, è installato anche il programma Perseo.

Come spiegherà l’ingegnere Luciano Petrini, si tratta di «un prodotto che è stato sviluppato espressamente per conto del ministero di Grazia e Giustizia, per le automazioni di taluni uffici giudiziari (...). Lo stesso prodotto è stato utilizzato per l’acquisizione della documentazione relativa ai fascicoli, ai faldoni Gladio».

Non è quindi un programma comune. Per utilizzarlo occorre avere conoscenze specifiche.

Il 19 giugno 1992, nell’ufficio sigillato del ministero di Grazia e Giustizia, Direzione affari penali, qualcuno apre e legge i file del programma Perseo contenuti nel computer di Falcone.

Tra questi, anche la sintesi delle schede di Gladio.

La data di apertura viene registrata automaticamente dal sistema, anche se non vengono materialmente effettuate modifiche.

Quindi, in un ufficio sigillato, qualcuno ha avuto accesso a quelle informazioni.

L’operazione avviene il 19 giugno 1992.

«L’ora è le 15:08 - come afferma Genchi - tra l’altro nella successione oraria in cui si rilevano queste modifiche operate e queste editazioni in epoca successiva alla strage, si può cogliere anche la sequenza cronologica con cui chi materialmente ha operato, ha ispezionato, questi sistemi informatici (...)».

Qualcuno, quindi, ha cancellato i dati delle agendine di Falcone, ha fatto sparire la ram card dell’agenda Casio, ha “ripulito” la memoria del portatile Toshiba, riapparso nell’abitazione palermitana del magistrato.

Nell’ufficio sigillato del ministero, ha quantomeno letto e risalvato i file del suo computer e ha avuto accesso alle informazioni contenute nel programma Perseo.

Solo casualità, maldestre operazioni? Può darsi.

Ma chi e perché si è precipitato a cancellare i dati delle agende e del Toshiba?

Al termine del processo per la strage di Capaci si sosterrà che dalle perizie eseguite sui computer “non si evince manipolazione dei supporti informatici”.

Perché, allora, Genchi subisce un trattamento ostile di cui parla nel corso della sua testimonianza a Caltanissetta?

«Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno - afferma Genchi -. (...) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (...) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (...); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (...) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile».

Sei mesi dopo l’udienza, accade una tragica fatalità.

Il 9 maggio 1996, Luciano Petrini viene trovato morto nel suo appartamento di via Pallavicini, a Roma, con il cranio fracassato.

Gli investigatori puntano a una pista gay, poi caduta nel vuoto.

Il pm Luca Tescaroli esclude che la sua perizia possa costituire movente del delitto.

Sono molti gli interrogativi che rimarranno intorno alla morte di Falcone e su ciò che avvenne dopo.

“Manine o manone” silenziose appaiono immancabilmente in ogni omicidio e strage della nostra storia recente.

Il mistero dei documenti trafugati dalla cassaforte del generale Dalla Chiesa, l’agendina scomparsa del giudice Mario Amato, l’agendina rossa di Paolo Borsellino.

Sono “mani” mosse da intrecci complessi che tentano di cancellare la storia.

Le sentenze non si possono riscrivere, ma la storia, prima o poi sì.




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sabato 23 maggio 2009

Una intervista di Clementina Forleo sul blog di Beppe Grillo


Dal blog di Beppe Grillo del 21 maggio 2009:








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La mafia uccide. Il silenzio pure.


In questo 17° anniversario della strage di Capaci, riproponiamo uno scritto di Felice Lima pubblicato sul nostro blog il 10 maggio dell’anno scorso.

Lo riproponiamo non per la pigrizia di non scrivere qualcosa di nuovo, ma perché la sua riproposizione a un anno di distanza consente di verificare come i problemi siano, nel nostro Paese, sempre gli stessi.

Leggendo e vedendo ciò che si sta facendo e scrivendo oggi sulla strage di Capaci, non si può fare finta di non sapere che la mafia in Italia non è stata mai e non è un “corpo estraneo”, ma un socio (a volte neppure occulto) di tanti politici e di tanti imprenditori.


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Versione stampabile


di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)


Nei giorni scorsi alcuni lettori di questo blog hanno scritto, nei loro commenti, che gli sembriamo “di sinistra”.

Scrivo questo post a titolo esclusivamente personale (e dunque senza coinvolgere La Redazione), per dire alcune cose che penso con convinzione (e per una parte anche con commozione).

La Redazione di questo blog è composta da persone di diverse provenienze culturali, politiche e ideologiche.

Il blog non è né “di destra”“di sinistra”.

Voglio dire di più. Io penso che questa cosa di dividere uomini e cose in “di destra” e “di sinistra” sia ormai oggi un poderoso e vergognoso strumento di menzogna e di mistificazione.

Serve a far sì che ognuno si possa fare alibi delle malefatte degli “altri”.

Quando contesti a uno “di sinistra” le sue responsabilità, lui ti risponde: “Ma pensa a quello che fa la destra”.

Quando contesti a uno “di destra” le sue responsabilità, lui ti risponde: “Ma pensa a quello che fa la sinistra, i comunisti”.

Questa divisione manichea e strumentale in “di destra” e “di sinistra” serve a far si che ognuno si possa sentire “innocente”. Perché “è vero che io e/o i miei ... ma loro, gli altri ... peggio e molto di più”.

Qualche settimana fa, alla fine di una relazione che ho tenuto a un convegno sulla legalità, si è alzato un politico di una parte e mi ha detto: “Beh, quello che lei dice è vero, ma non può negare che gli altri sono peggio”.

Io, davvero, non capisco questa divisione in “migliori” e “peggiori”. Vedo solo singole azioni (perché non giudico le persone, ma solo i fatti e le azioni) e ne penso ciò che ne penso in assoluto: cosa buona o cattiva, utile o dannosa. Punto. Non migliore o peggiore.

Ho interrogato in vita mia, per lavoro, tanti malfattori. Un giorno, mentre interrogavo un uomo accusato di 52 omicidi, gli ho sentito fare l’elogio della sua umanità.

E per darcene prova, ci ha raccontato che una certa volta con dei suoi amici aveva catturato un uomo del clan avverso.

Ha detto che lui, che era buono, voleva fargli salva la vita, ma che ciò non era possibile, perché gli altri suoi amici non lo avrebbero permesso. Dunque, “fu costretto” (!!) a partecipare all’omicidio.

Ma, a riprova che era un uomo “di cuore” (!!), disse: “Invece di strangolarlo [con la tecnica dell'incaprettamento] , spariamogli”.

E infatti venne ucciso a colpi di pistola, usando proprio la pistola del nostro assassino buono, anzi, scusate, “meno cattivo” degli altri.

Un altro assassino, una volta, rispondendo a certe contestazioni, mi disse: “Certo che lo abbiamo ucciso noi, ma perché era necessario. Noi non siamo come i calabresi che ammazzano senza motivo”. Un altro assassino “ragionevole” e “migliore”.

E il guaio è che questi assassini erano sinceri nel credersi “migliori” di altri e “costretti” dalle circostanze a fare ciò che hanno fatto.

Così come quando processi chiunque per qualunque cosa, quello sinceramente si fa passare davanti le storie di crimini peggiori e si convince che non è giusto che in Italia, dove c’è gente che ruba miliardi, i giudici se la prendano proprio con lui che ha rubato solo milioni. E che, quindi, se se la prendono con lui deve essere per forza perché il giudice è “degli altri”.

Così come quando un deputato vota un indulto vergognoso – nei fini e nei contenuti – a chi gliene chiede conto ricorda tutte le altre leggi “peggiori” votate dai suoi “avversari”.

Per favore: basta con questo continuo cambiare discorso buttandola in politica.

Io non sono mai stato e non sono “comunista”.

Sono figlio di un uomo dichiaratamente fascista (ma, pur avendo amato con tutto il cuore mio padre – che oggi non c’è più –, non ne ho mai condiviso le idee).

Sono di formazione cattolica, con studi di filosofia aristotelico-tomisti.

E mi sono stufato di sentirmi dare del “comunista” quando dico delle cose che con la politica non c’entrano proprio nulla.

La mafia, la corruzione, l’inefficienza della pubblica amministrazione, lo sfascio della giustizia non sono né “di destra”“di sinistra”.

Non sono disposto a tacere alcune verità perché intimidito dall’accusa – falsa, ma anche disonesta e strumentale – di essere “comunista”.

E’ uno strumento retorico vecchio, ma purtroppo, evidentemente, sempre efficace.

Il bancarottiere Michele Sindona, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è stato difeso, finché non lo ha reso impossibile l’emergere di prove inconfutabili dei suoi delitti, sostenendo che i giudici lo perseguitavano perché era un banchiere anticomunista.

Anche Totò Riina si dice perseguitato dai “comunisti” (il video
a questo link).

Penso tutto il male possibile sia di Hitler che di Stalin. Sia di Mussolini che di Fidel Castro.

Credo che delle cose che vanno male nel nostro Paese la destra e la sinistra abbiano responsabilità diverse ma ugualmente gravi.

Tutto ciò posto, non voglio farmi ridurre al silenzio da questo stupido e vergognoso giochino di false accuse politiche.

Per di più, di questi tempi, si sta avendo l’ennesima prova di come questo gestire tutto come una lotta fra “di destra” e “di sinistra” stia facendo tornare di attualità il dramma di giovani che assassinano altri giovani in nome di questa o quella ideologia.

Era da tempo che non ci succedeva.

Ora ci sta succedendo di nuovo.

E così a Verona si viene uccisi solo perché si ha un colore della pelle che non piace o si tengono i capelli raccolti a codino.

E' proprio di tutti i regimi dittatoriali usare accuse politiche come strumento di oppressione.

Durante il fascismo i sospettati di “comunismo” venivano perseguitati, rinchiusi, puniti. Durante il comunismo la stessa cosa succedeva (e succede ancora) a chi era ed è accusato di essere “nemico della rivoluzione”.

Ma una (vera o ipotizzata) idea politica non dovrebbe potere essere usata come “atto di accusa”.

Non ha alcun senso dire “sei comunista” o “sei fascista” come se fosse l’accusa di un crimine. E’ solo un’idea politica. Spesso peraltro neppure propria dell’accusato, ma usata strumentalmente solo per discriminarlo, per tappargli la bocca. Qualche volta per ammazzarlo a calci e pugni.

Per favore, smettiamola. Stiamo ai fatti. Non buttiamola in caciara. Lasciamo perdere i “colori” politici. Guardiamo ai fatti!

Concludo, venendo a ciò che mi ha spinto a scrivere questo post.

Un po’ il fastidio (e me ne scuso con loro, perché “accoglienza” e rispetto è anche non infastidirsi) per i commenti dei lettori che si credono arguti nel dire “ti ho scoperto, sei di sinistra”, come se avessero scoperto che ho la lebbra o che mi vendo le sentenze.

Ma infine due video pubblicati sul
sito di Salvatore Borsellino, che vi riporto.

Li riporto non come atto politico, ma, in questi tempi di menzogne, di informazioni taciute e addirittura negate, di censura, di minaccia dell’ennesimo bavaglio a quei pochi giornalisti che ancora fanno i giornalisti invece dei portaborse del potere, come atto di sincerità, di onestà intellettuale, di coraggio morale.

Per non sentirmi complice, per non dire che ho finto di dimenticare, per onorare la memoria di colleghi e amici morti (in questo la commozione di cui parlavo).

In questo che ho scritto e nei video che riporto qui non c’è niente di politico.

C’è il massimo rispetto di tutte le istituzioni e della democrazia che designa chi deve dirigerle.

Ma c’è anche la pretesa che si ricordino i fatti e da essi si parta per cambiare se possibile o per non girare lo sguardo dall’altra parte se cambiare non si può.

Dunque, come ogni buon cittadino spero con sincerità e rispetto che questo nuovo Governo si adoperi per far cambiare le cose che devono cambiare e perché i responsabili di esso (Governo) cambino essi stessi, per fare adesso, al servizio del Paese, ciò che loro stessi e i loro predecessori della controparte politica finora non hanno fatto.

Prego tutti di sentirsi liberi di commentare come preferiscono tutto questo, dicendosi d’accordo o radicalmente contrari, ma li prego anche di smetterla con questa storia del “di destra” e “di sinistra” e, infine, prego tutti di avere rispetto per i fatti e per il sangue di chi ha avuto la generosità, il cuore, l’innocenza, il coraggio, la sincerità di non girarsi dall’altra parte ed è andato incontro alla morte, per mano di biechi assassini, ma con la complicità morale di una società che ha sempre finto e finge ancora di non sapere.

E, sempre per evitare malintesi e strumentalizzazioni, preciso che anche quest’ultima non è un’accusa a questo o a quello, ma solo un invito rivolto a tutti ad essere sinceri e coraggiosi e a cambiare il nostro modo di stare insieme.

Ieri è stato l’anniversario dell'assassinio di Peppino Impastato. Fra pochi giorni ricorrerà l’anniversario della strage di Capaci.

Questo testo e i video qui sotto sono il mio modo di onorare quei morti.

Come ho detto, ho tratto i video dal
sito di Salvatore Borsellino, che a sua volta li ha tratti da YouTube.



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La sentenza di condanna in primo grado del sen. Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa

Vittorio Mangano su Wikipedia

Elogio di Mangano eroe 1

Elogio di Mangano eroe 2

La sentenza nella causa Berlusconi/Travaglio/Luttazzi

Il decreto di archiviazione del G.I.P. Giovanbattista Tona






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E’ il 17° anniversario della strage di Capaci




Oggi è il 17° anniversario della strage di Capaci.

Ricordando Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinari, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, vi proponiamo di rileggere due post che abbiamo pubblicato qui diverso tempo fa e che restano di attualità.

Sono:

Ne vale la pena ed è doveroso

In memoria di Giovanni Falcone. Riflessione sulle colpe – di ieri e di oggi – del C.S.M. e dell’A.N.M.








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“Il giudice deve piacere a me”






di Achille





La scomposta reazione del Presidente del Consiglio contro la sentenza pronunciata legittimamente da un Tribunale composto da TRE giudici, consistita nel fare finta che essa sia stata pronunciata da un solo giudice e nel coprire di insulti quest’ultimo dicendo che «da questi giudici lui non si fa processare», perchè sono «komunisti» (??!!), mi ha fatto venire in mente due video tragicomici già pubblicati su questo blog, che vi ripropongo.












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venerdì 22 maggio 2009

L’appello firmato da Nicoletta Gandus e le bugie del Presidente del Consiglio







Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





La reazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla sentenza del tutto legittimamente emessa dal Tribunale di Milano nei confronti dell’avv. David Mills, che risulta essere stato corrotto dal Presidente Berlusconi per rendere falsa testimonianza in suo favore è inaccettabile e dà l’esatta misura del vulnus eversivo che questa persona ha introdotto nel sistema costituzionale del Paese per soli suoi interessi personali.

Di tutti i profili gravissimi di questa storia uno dei più orribili – perché una stampa se non “libera” almeno “decente” potrebbe agevolmente smascherarlo e non lo fa – è il ricorso sistematico alla menzogna.

Il numero di cose non vere dette dal Presidente del Consiglio e dai suoi galoppini in questa vicenda è altissimo.

Voglio commentare qui solo quello relativo al fatto che la collega Nicoletta Gandus sarebbe una “attivista della sinistra estrema” e una “nemica del Presidente del Consiglio” anche perché avrebbe firmato un appello che si sostiene sarebbe contro di lui.

Per dimostrare quanto questo sia falso, è sufficiente leggere l’appello in questione.

Lo riporto qui sotto. Si trova pubblicato in tantissimi siti internet e qualunque giornalista avrebbe potuto e potrebbe ricostruirne il contenuto e la genesi.

L’appello è stato promosso dal Procuratore Aggiunto di Milano Armando Spataro ed è stato firmato da molto più di mille persone di varia estrazione professionale.

I magistrati firmatari sono CENTINAIA.

L’ho firmato CONVINTAMENTE anche io. Non sono e non mi sento sotto nessun profilo “attivista della sinistra estrema”“nemico del Presidente del Consiglio”.

Mi sento amico della legge e della Costituzione.

E’ il Presidente del Consiglio nemico di qualcosa: della legge e della Costituzione. Oltre che, purtroppo, della verità.

Questo post risulterà lunghissimo, perché l’elenco delle firme lo è, ma credo sia utile riportarle per intero.

Devo precisare, peraltro, che le firme riportate qui sotto non sono tutte, perché molte altre ancora ne sono giunte successivamente alla pubblicazione.

Un’altra cosa che è nota a tutti, ma viene costantemente taciuta, è che la sentenza nei confronti dell’avv. Mills NON E’ STATA PRONUNCIATA dalla collega Nicoletta Gandus, ma da un Tribunale composto DA TRE GIUDICI, uno dei quali è la collega Gandus.

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Un impegno per la giustizia


Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni.

Il lavoro che attende il nuovo governo è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l’informazione, la sanità, il lavoro, l’ambiente e i beni culturali, la ricerca, l’istruzione, la politica fiscale e tributaria.

Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che – a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi.

Alcune di queste leggi, pur da riformare , sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. “Lodo Schifani”, cioè la L. 20.6.2003 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.2001 n. 367 e la cd. “Legge Cirami” 7.11.2002 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto).

Ma, per altre leggi è necessaria l’abrogazione immediata: solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi.

Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono:

- la Legge di “depenalizzazione” del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.2002, n.61) , che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria;

- la Legge cd. “ex Cirielli”, 5.12.2005 n. 251, definita “obbrobrio devastante” dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l’effetto di un diritto penale per tipo d’autore;

- la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.2006, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile;

- la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento , approvata definitivamente il 15.2.2006, che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l’attività.

L’impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell’ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del CSM, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo.

Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l’abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell’ordinamento.

L’assunzione di tale impegno è condizione e garanzia irrinunciabile perché, come giuristi e come cittadini, possiamo confidare nella volontà degli eletti di ripristinare effettivamente, non solo in questo campo, le regole fondamentali della democrazia.

16 febbraio 2006

Alberto Alessandri (Università Bocconi, Milano)
Mario Almerighi (magistrato, Roma)
Alessandro Amadori (Istituto Coesis Research)
Alfonso Amatucci (magistrato Cassazione, Roma)
Vittorio Angiolini (Università Milano)
Antonello Ardituro (magistrato, Napoli)
Giovanni Bachelet (Università La Sapienza, Roma)
Marcello Basilico (magistrato Genova)
Patrizia Bellucci (Università Firenze)
Gianni Benzoni (avvocato, Varese)
Giovanni Beretta (avvocato, Milano)
Carlo Bernardini (Università La Sapienza, Roma)
Enrico Biagi (Avvocato, Milano)
Augusto Bianchi (avvocato Milano)
Adolfo Biolè (avvocato, Genova)
Federico Boezio (avvocato Milano)
Luca Boneschi (avvocato, Milano)
Sandra Bonsanti (presidente Libertà & Giustizia)
Francesco Saverio Borrelli (magistrato in quiescenza, Milano)
Salvatore Bragantini (economista, Milano)
Paola Brambilla (avvocato, Bergamo)
Carlo Bretzel (avvocato, Milano)
Silvia Buzzelli (Università Bicocca, Milano)
Maria Agostina Cabiddu (Politecnico, Milano)
Carlo Cacciapuoti (avvocato, Genova)
Elisabetta Cacioppo (avvocato, Varese)
Pietro Calogero (magistrato, Padova)
Anna Canepa (magistrato, Genova)
Paolo Carfì (magistrato, Milano)
Franco Casarano (avvocato Milano)
Ciro Cascone (magistrato, Milano)
Antonio Cassese (Università Firenze)
Claudio Castelli (magistrato Milano)
Paolo Cendono (Università Trieste)
Elio Cherubini (avvocato, Milano)
Sergio Chiarloni (Università Torino)
Domenicantonio Claps (magistrato, Milano)
Massimo Clara (avvocato, Milano)
Gianfranco Cocco (Università Bicocca, Milano)
Nino Condorelli (magistrato, Brescia)
Riccardo Conte (avvocato, Milano)
Ferdinando Cordova (storico, Università “La Sapienza”, Roma)
Carmen Covito (scrittrice)
Dario Curtarello (magistrato, Padova)
Achille Cutrera (avvocato, Milano)
Piercamillo Davigo (magistrato Cassazione, Roma)
Paolo D’Alessandro (magistrato Cassazione, Roma)
Vito D’Ambrosio (magistrato Cassazione, Roma)
Ada Lucia De Cesaris (avvocato Milano)
Pierfrancesco Della Porta (avvocato, Milano)
Luigi De Magistris (magistrato, Catanzaro)
Luca De Matteis (magistrato, Como)
Tullio De Mauro (Università Roma)
Enrico Di Nicola (magistrato, Bologna)
Emilio Dolcini (Università Milano)
Enrica Domeneghetti (avvocato, Milano)
Waldemaro Flick (avvocato, Genova)
Paolo Flores d’Arcais (Università Roma)
Mario Fresa (magistrato Cassazione, Roma)
Claudia Galdenzi (avvocato, Milano)
Giuseppe Gennaro (magistrato, Catania)
Giuseppe Giampaolo (avvocato, Roma)
Marco Gianoglio (magistrato Torino)
Alfredo Golia (magistrato in quiescenza, Milano)
Carlo Federico Grosso (Università Torino, già Vice Presidente del CSM)
Laura Hoesch (avvocato, Milano)
Giulio Illuminati (Università, Bologna)
Marco Imperato (magistrato, Trapani)
Roberto E. Kostoris (Università Padova)
Raffaella Lanzillo (Università Milano)
Cristina Lavinio (Università di Cagliari)
Filippo Lattanzi (avvocato Roma)
Filippo Lebano (avvocato, Milano)
Maria Leotta (avvocato, Milano)
Michele Lombardo (avvocato, Milano)
Paola Lovati (avvocato, Milano)
Franco Maccabruni (avvocato Milano)
Fabio Malcovati (avvocato, Milano)
Michele Mannironi (avvocato, Milano)
Manuela Mantovani (Università Padova)
Anna Marzanati (Università Bicocca, Milano)
Maria Stefania Masini (avvocato Roma)
Tecla Mazzarese (Università Brescia)
Marcello Adriano Mazzola (avvocato, Milano)
Gianni Melillo (magistrato, Direz. Naz.le Antimafia, Roma)
Mariagrazia Monegat (avvocato, Milano)
Simone Monesi (avvocato, Milano)
Donatella Montagnani (avvocato, Milano)
Cristina Morelli (avvocato, Milano)
Ubaldo Nannucci (magistrato, Firenze)
Gioacchino Natoli (magistrato Palermo)
Francesca Negri (avvocato Milano)
Stefano Nespor (avvocato, Milano)
Roberta Palmisano (magistrato, Roma)
Guido Papalia (magistrato, Verona)
Ignazio Patrone (magistrato Procura Generale Cassazione, Roma)
Pasquale Pasquino (Università ParigiNew York)
Michele Pepe (avvocato, Milano)
Giancarla Perasso Etteri (avvocato, Milano)
Dino Petralia (magistrato, Sciacca)
Vittorio Pilla (magistrato, Milano)
Alessandro Pizzorusso (Università Pisa)
Ulderico Pomarici (II Università, Napoli)
Eligio Resta (Università Roma Tre, Roma)
Adelio Riva (avvocato, Milano)
Fabio Roia (magistrato, Milano)
Maurizio Romanelli (magistrato, Milano)
Guido Rossi (Università San Raffaele, Milano, ex Presidente Consob)
Gian Luigi Rota (avvocato, Milano)
Giuseppe Rusconi (avvocato, Milano)
Adriano Sansa (magistrato, Genova)
Francesco Santuari (avvocato, Milano)
Valeria Sergi (avvocato Milano)
Carlo Smuraglia (Università Milano, Avvocato)
Armando Spataro (magistrato, Milano)
Corrado Stajano (scrittore)
Allegra Stracuzzi (avvocato, Milano)
Mario Suriano (magistrato, Napoli)
Giovanni Tamburino (magistrato, Venezia)
Luigi Vanni (avvocato, Milano)
Enrico Veronesi (avvocato Milano)
Modestino Villani (magistrato, Napoli)
Piergiorgio Weiss (avvocato, Milano)
Ettore Zanoni (avvocato, Milano)
Maria Gabriella Aimonetto (Università Piemonte Territoriale)
Cristina Alessi (Università Brescia)
Enzo Balboni (Università Cattolica Milano)
Alessandro Bernasconi (Università Brescia)
Roberto Bin (Università Ferrara)
Paolo Caretti (Università Firenze)
Maria Grazia Coppetta (Università Urbino)
Danilo Galletti (Università Trento)
Livia Giuliani (Università Pavia)
Manuela Mantovani (Università Padova)
Giorgio Marinucci (Università Milan)
Serafino Nosengo (Università Piemonte Territoriale)
Claudia Pecorella (Università Bicocca, Milano)
Gabriella Rampazzi (Università Torino)
Eugenio Ripepe (Università Pisa)
Francesco Viganò (Università Milano)
Gioacchino Barbera (avvocato, Bari)
Marilena Ratto (avvocato Roma)
Patrizia Ravellini Giampaolo (avvocato, Bologna)
Giulia Alliani (Osservatorio Legalità e Diritti - Onlus)
Jole Garuti (Associazione Stark - Onlus)
Rita Guma (Osservatorio Legalità e Diritti - Onlus)
Vanna Lora (professoressa Liceo, Milano)
Anna Pasolini (insegnante)
Marisa Acagnino (magistrato Catania)
Rosalia Aitala (magistrato fuori ruolo presso Comm. Europea Tirana)
Silvia Albano (magistrato, Viterbo)
Rocco Alfano (magistrato Salerno)
Rosanna Allieri (magistrato, Cagliari)
Giorgio Altieri (magistrato Cagliari)
Ernesto Anastasio (magistrato, Cosenza)
Lucio Aschettino (magistrato, Napoli)
Guglielmo Avorio (magistrato, Trento)
Luisa Balzarotti (magistrato, Milano)
Piero Basilone (magistrato, Milano)
Alessandra Bassi (magistrato, Milano)
Andrea Beconi (magistrato, Torino)
Marco Benatti (magistrato, Venezia)
Giuseppe Bianco (magistrato, Reggio Calabria)
Vittorio Borraccetti (magistrato, Venezia)
Paola Biondolillo (magistrato, Trapani)
Andrea Calice (magistrato, Torino)
Alessandra Camassa (magistrato, Trapani)
Giuseppe Campa (magistrato Napoli)
Edoardo Campese (magistrato, Napoli)
Giovanni Cannella (magistrato, Bologna)
Raffaele Cantone (magistrato, Napoli)
Oriente Capozzi (magistrato, Napoli)
Daniele Cappuccio (magistrato Reggio Calabria)
Giancarlo Caselli (magistrato, Torino)
Danilo Ceccarelli (magistrato, Savona)
Furio Cioffi (magistrato, Nocera Inferiore)
Stefano Civardi (magistrato, Milano)
Antonio Clemente (magistrato, Benevento)
Enrico Consolandi (magistrato, Milano)
Silvana d’Antona (magistrato, Milano)
Marcello De Cillis (magistrato, Bari)
Fabio De Cristoforo (magistrato, Napoli)
Giuseppe De Gregorio (magistrato, Palermo)
Marco Del Gaudio (magistrato, Napoli)
Paola De Lisio (magistrato, Salerno)
Giuseppe Dentamaro (magistrato, Bari)
Paola Dezani (magistrato, Torino)
Antonio Didone (magistrato Cassazione, Roma)
Agnese Di Girolamo (magistrato, Verona)
Marco Di Napoli (magistrato, Bari)
Paola Di Nicola (magistrato, Latina)
Domenico Diograzia (magistrato, Nocera Inferiore)
Gaetano Dragotto (magistrato Ancona)
Mariano Fadda (magistrato, Como)
Giorgio Falcone (magistrato, Vicenza)
Paola Farina (magistrato Palermo)
Claudio Ferrari (magistrato, Palermo)
Alfonso Maria Ferraro (magistrato, Milano)
Giovanni Ferro (magistrato, Savona)
Massimo Ferro (magistrato, Bologna)
Ignazio Fonzo (magistrato Catania)
Giuseppe Fortunato (magistrato, Nocera Inferiore)
Stefano Gallo (magistrato, Avezzano)
Nicoletta Gandus (magistrato, Milano)
Antonio Gialanella (magistrato Cassazione, Roma)
Claudio Gittardi (magistrato, Milano)
Leonardo Grassi (magistrato, Bologna)
Federico Grillo Pasquarelli (magistrato, Torino)
Paolo Guido (magistrato, Palermo)
Alberto Haupt (magistrato Genova )
Enrico Infante (magistrato, Foggia)
Alberto Landolfi (magistrato Savona)
Antonio Laronga (magistrato, Lucera)
Ferdinando Licata (magistrato, Messina)
Concetta Maria Ledda (magistrato, Catania)
Ferdinando Lignola (magistrato, S. Angelo dei Lombardi)
Felice Lima (magistrato, Catania)
Gianni Macchioni (magistrato, Torino)
Ezia Maccora (magistrato, Bergamo)
David Mancini (magistrato, Teramo)
Francesco Mannino (magistrato, Catania)
Filippo Messana (magistrato, Palermo)
Ilio Mannucci Pacini (magistrato, Milano)
Anna Mantovani (magistrato, Trento)
Carlo Marzella (magistrato, Palermo)
Francesco Mattiace (magistrato, Brindisi)
Eliasabetta Meyer (magistrato, Napoli)
Alessandro Milita (magistrato, Napoli)
Antonio Minisola (magistrato Sassari)
Marzia Minutillo Turtur (magistrato, Bologna)
Andrea Mirenda (magistrato, Verona)
Umberto Monti (magistrato, Ascoli Piceno)
Mario Romeo Morisani (magistrato, Genova)
Tullio Morello (magistrato, Napoli)
Carla Musella (magistrato, Napoli)
Giovanni Narbone (magistrato, Milano)
Maura Nardin (magistrato Sassari)
Andrea Natale (magistrato, Torino)
Renato Nitti (magistrato, Bari)
Claudio Nunziata (magistrato in quiescenza, Bologna)
Gaetano Paci (magistrato, Palermo)
Pierangelo Padova (magistrato, Palermo)
Domenico Pasquariello (magistrato Modena)
Livio Pepino (magistrato Cassazione, Roma)
Luca Perilli (magistrato, Rovereto)
Fiorella Pilato (magistrato Cagliari)
Aldo Policastro (magistrato, Napoli)
Mario Profeta (magistrato, Firenze)
Lorenzo Puccetti (magistrato Bolzano)
Nicoletta Quaglino (magistrato, Torino)
Luca Ramacci (magistrato, Tivoli)
Elio Ramondini (magistrato Milano)
Pier Valerio Reinotti (magistrato, Udine)
Angelo Renna (magistrato Milano)
Cesare Roberti (magistrato Catanzaro)
Simonetta Rossotti (magistrato, Torino)
Massimo Russo (magistrato, Palermo)
Luciano Santoro (magistrato, Sala Consilina)
Roberto Santoro (magistrato Venezia)
Brunella Sardoni (magistrato Milano)
Antonio Scarpa (magistrato, Salerno)
Massimo Scartabello (magistrato, Torino)
Mariano Sciacca (magistrato, Catania)
Guido Secchione (magistrato Sassari)
Luca Semeraro (magistrato Napoli)
Giuditta Silvestrini (magistrato Mantova)
Amina Simonetti (magistrato, Milano)
Arturo Soprano (magistrato, Milano)
Sergio Sottani (magistrato, Perugia)
Sergio Spadaro (magistrato, Milano)
Paolo Storaci (magistrato, Trento)
Augusto Tatangelo (magistrato, Napoli)
Giovanni Tedesco (magistrato, Napoli)
Antonella Toniolo (magistrato, Padova)
Lucilla Tontodonati (magistrato, Milano)
Fabrizio Vanorio (magistrato, Palermo)
Francesco Vigorito (magistrato, Roma)
Daniele Colucci (magistrato, Foggia)
Sottoscrizioni successive (dal 16 al 27.2.05)
Oscar Luigi Scalfaro, Presidente Emerito della Repubblica, Presidente del Coordinamento dei Comitati per la Difesa della Costituzione
Dalle Università:
Piero Aimo (Università Pavia)
Maria Gabriella Aimonetto (Università Piemonte Orientale)
Cristina Alessi (Università Brescia)
Cristina Amato (Università Brescia)
Stefano Ambrosiani (Università del Piemonte Orientale)
Ferriccio Andolfi (Università di Parma)
Adina Antone (Università di Teramo)
Enzo Balboni (Università Cattolica Milano)
Renato Balduzzi (Università Genova, Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale)
Marta Bargis (Università del Piemonte Orientale)
Andrea Belvedere (Università di Pavia)
Alessandro Bernardi (Università di Firenze)
Alessandro Bernasconi (Università Brescia)
Giancarlo Bertoncini (Università di Pisa)
Daniela Bifulco (Seconda Università Napoli)
Roberto Bin (Università Ferrara)
Olivia Bonardi (Università di Milano)
Lorenzo Borselli (Università Firenze)
Silvia Calamai (Scuola Normale Superiore, Pisa)
Paolo Caretti (Università Firenze)
Carmela Capolupo (Università Federico II, Napoli)
Federico Carpi (Università Bologna)
Antonio Carratta (Università Macerata)
Adolfo Ceretti (Università Bicocca Milano)
Laura Cesaris (Università di Pavia)
Daniele Checchi (Università Bicocca di Milano)
Giuliana Chiaretti (Università Ca’ Foscari, Venezia)
Mario Ciampolini (Università Firenze)
Massimo Condinanzi (Università di Milano
Maria Grazia Coppetta (Università Urbino)
Roberto Coroneo (Università Cagliari)
Renzo Costi (Università Bologna)
Marina Del Fiacco (Università Cagliari)
Roberto De Luca (Università Salerno)
Grazia Maria De Matteis (Università Cagliari)
Enrico Diciotti (Università di Siena)
Laura Di Filippo (Università di Teramo)
Vittorio Fanchiotti (Università Genova)
Luca Fanfani (Università Cagliari)
Luigi Ferrajoli (Università Roma Tre)
Riccardo Ferrante (Università Genova)
Giuseppe Ferraro (Università Federico II Napoli)
Carlo Fiore (Università Federico II Napoli)
Stefano Fiore (Università del Molise)
Gabrio Forti (Università Cattolica del S.C., Milano)
Danilo Galletti (Università Trento)
Marzio Galeotti (Università Milano)
Silvio Gambino (Università della Calabria)
Ezia Gavazza (Università di Genova)
Maria Cristina Giannini (Università di Teramo)
Glauco Giostra (Università La Sapienza Roma )
Livia Giuliani (Università Pavia)
Lucy Ladikoff Guasto (Università Genova)
Lucio Lanfranchi (Università La Sapienza Roma )
Silvia Larizza (Università Pavia)
Leonardo Lenti (Università Torino)
Nicolò Lipari (Università La Sapienza , Roma)
Anna Maria Loche (Università di Cagliari)
Marialuisa Lussu (Università Cagliari)
Carlo Alberto Madrignani (Università Pisa)
Vincenzo Manca (Università Verona)
Grazia Mannozzi (Giurisprudenza Como, Università dell’Insubria)
Manuela Mantovani (Università Padova)
Simonetta Marino (Università Federico II Napoli)
Giorgio Marinucci (Università Milan)
Guido Martinotti (Università Bicocca, Milano)
Angelo Marzollo (Università di Udine)
Fabiana Massa (Università, Sassari)
Massimo Menegozzo (II Università Napoli – A.r.p.a. Campania)
Isabella Merzagora Betsos (Università Milano)
Elena Mignosi (Università Palermo)
Claudio Natoli (Università di Cagliari)
Marina Niola (Università Suor Orsola Benincasa Napoli)
Serafino Nosengo (Università Piemonte Orientale)
Romano Oneda (Università Pavia)
Anna Oppo (Università Cagliari)
Guido Panico (Università Salerno)
Vania Patanè (Università di Catania)
Claudia Pecorella (Università Bicocca, Milano)
Stefania Pellegrini (Università di Bologna)
Diomira Petrelli (Università Federico II Napoli)
Davide Petrini (Università di Torino)
Tamar Pitch (Università di Perugia)
Geminello Preterossi (Università Salerno)
Riccardo Puglisi (M.I.T. Boston)
Fernando Puzzo (Università di Calabria)
Annamaria Raciti (Università di Teramo)
Gabriella Rampazzi (Università Torino)
Gianmichele Ratto (CNR Pisa)
Alceo Riosa (Università di Milano)
Eugenio Ripepe (Università Pisa)
Carlo Rossetti (Università Parma/Norimberga)
Alessandra Rossi (Università Torino)
Antonio Ruggeri (Università Messina)
Stefano Rodotà (Università Roma, già Garante per la Protezione dei Dati personali)
Elena Salibra (Università Pisa)
Laura Sannia (Università Cagliari)
Emilio Santoro (Università Firenze)
Luca Soleri (Università di Milano)
Ignazio Tabacco ( Politecnico di Milano)
Michele Taruffo (Università di Pavia)
Elio Tavilla (Università Modena e Reggio Emilia)
Giovanni Tesoriere (Università Palermo)
Sandra Urbanelli (Università La Sapienza di Roma)
Vincenzo Verdicchio (Università del Sannio)
Silvia Vida (Università Bologna)
Francesco Viganò (Università Milano)
Giulia Vigevani (Università Bicocca Milano)
Marco Vitale (economista, Milano)
Salvatore Zappalà (Università di Firenze)
Paolo Zatti (Università Padova)
Dall’Avvocatura:
Gabriella Agliati (avvocato, Milano)
Valeria Albano (avvocato, Milano)
Arrigo Allegri (avvocato Parma)
Giuseppe Amoroso (avvocato, Milano)
Maria Chiara Arca (avvocato, Milano)
Monica Bagnolini (avvocato, Bologna)
Laura Baldelli (avvocato, Milano)
Marco Balossino (avvocato Tortona-AL)
Silvia Banfi (avvocato, Milano)
Margherita Banfi (avvocato, Milano)
Gioacchino Barbera (avvocato, Bari)
Luciano Belli Paci (avvocato, Milano)
Giovanni Maria Bettoni (avvocato, Civitanova Marche)
Sara Bindi (avvocato Milano)
Raniero Bordon (avvocato, Vicenza)
Fausto Cadeo (avvocato Brescia)
Maria Rosaria Canzano (avvocato, Milano)
Caterina Capotorto (avvocato Bari)
Andrea Lorenzo Capussela (avvocato, Milano)
Maria Pia Cataletti (avvocato Roma)
Maurizio Colangelo (avvocato Roma)
Benedetta Colombo (avvocato, Milano)
Maria Alessandra Cova (Avvocato, Roma)
G. Paolo De Leo (avvocato, Genova)
Laura De Rui (avvocato, Milano)
Matteo Di Febo (avvocato Genova)
Roberto Escobar (avvocato, Milano)
Paola Fanucchi (avvocato Milano)
Tecla Faranda (avvocato , Associazione Nazionale Giuristi Democratici Milano)
Lamberto Ferrara (avvocato, Genova)
Alessandra Ferreri (avvocato, Milano)
Giuseppe Fornari (avvocato, Milano)
Roberto Gasparrini (avvocato, Civitanova Marche)
Laura Ghezzo (avvocato, Milano)
Pietro Giampaolo (avvocato, Bologna)
Fulvio Gianaria (avvocato, Torino)
Giovanni Giovannelli (avvocato, Milano)
Marta Guglielmino (avvocato, Milano)
Marina Ingrascì (avvocato, Milano)
Marta Infuso (avvocato, Milano)
Nicoletta Lazzarini (avvocato, Milano)
Paola Lussu (avvocato, Milano)
Giovanni Marcucci (avvocato, Milano)
Isabella Marenghi (avvocato, Milano)
Giuseppe Mariani (avvocato, Firenze)
Luigi Mariani (avvocato, Milano)
Floriana Maris (avvocato, Milano)
Gianfranco Maris (avvocato, Milano)
Gianluca Maris (avvocato, Milano)
Ettore Martinelli (avvocato Milano)
Maria Grazia Mazzocchi (avvocato, Milano)
Luciano Merlo (avvocato, Milano)
Giulia Minoli (avvocato, Milano)
Luisa Minoli (avvocato, Milano)
Enrico Missaglia (avvocato, Milano)
Alberto Montanari (avvocato, Milano)
Alessandra Morlotti (avvocato, Pavia)
Stefania Murru (avvocato, Nuoro)
Moshi Nyranne (avvocato, Milano)
Giovanni Onofri (avvocato, Brescia)
Anna Teresa Paciotti (praticante avvocato, Civitanova Marche)
Vincenzo Paolillo (avvocato, Genova)
Roberto Piacentino (avvocato, Torino)
Domenico Polimeri (avvocato, Brescia)
Giuseppe Porqueddu (avvocato, Brescia)
Alberto Pojaghi (avvocato, Milano)
Fiorenza Quartu (avvocato, Milano)
Marilena Ratto (avvocato Roma)
Patrizia Ravellini Giampaolo (avvocato, Bologna)
Emilio Robotti (avvocato, Genova)
Giorgio Rossi (avvocato Bergamo)
Franco Rossi Galante (avvocato, Milano)
Sara Savoldelli (avvocato Genova)
Ettore Sbarra (avvocato, Napoli)
Elena Scorbatti (avvocato Milano)
Claudio Signini (avvocato, Milano)
Rossella Solveni (avvocato, Milano)
Maurizio Steccanella (avvocato di Milano)
Armando Tempesta (avvocato, Milano)
Cesarina Vegni (avvocato, Milano)
Nello Venanzi (avvocato, Milano)
Micaela Vescia (avvocato, Milano)
Roberta Vigezzi (avvocato Milano)
Antonella Vitale (avvocato Milano)
Pasquale Vilardo (avvocato, Ass. Giuristi Democratici, Roma)
Annamaria Zaccardo (avvocato Genova)
Pina Zappetto (avvocato, Sassari)
Dalla Magistratura:
Agostino Abate (magistrato, Varese)
Marisa Acagnino (magistrato Catania)
Rosalia Aitala (magistrato fuori ruolo presso Commissione Europea Tirana)
Eugenio Albamonte (magistrato fuori ruolo, Csm Roma)
Silvia Albano (magistrato, Viterbo)
Francesca Alfano (magistrato Santa Maria Capua Vetere)
Rocco Alfano (magistrato Salerno)
Rosanna Allieri (magistrato, Cagliari)
Giorgio Altieri (magistrato Cagliari)
Franca Amadori (magistrato, Roma)
Gianfranco Amendola (magistrato, Roma)
Monica Amirante (magistrato, Napoli)
Stefania Amodeo (magistrato Avellino)
Ernesto Anastasio (magistrato, Cosenza)
Francesco Antoni (magistrato Trieste)
Viviana Anziano (magistrato, Napoli)
Lucio Aschettino (magistrato, Napoli)
Maria Aschettino (magistrato, Napoli)
Sara Arduini (magistrato, Varese)
Enrico Arnaldi di Balme (magistrato, Torino)
Guglielmo Avorio (magistrato, Trento)
Ferdinando Baldini (magistrato Alessandria)
Luisa Balzarotti (magistrato, Milano)
Piero Basilone (magistrato, Milano)
Luisa Baima Bollone (magistrato, Milano)
Giuseppina Barbara (magistrato Milano)
Raffaele Barela (magistrato, Cosenza)
Sante Bascucci (magistrato, Rimini)
Angela Barbaglio (magistrato, Vicenza)
Alessandra Bassi (magistrato, Milano)
Andrea Beconi (magistrato, Torino)
Marco Benatti (magistrato, Venezia)
Giuseppe Bianco (magistrato, Reggio Calabria)
Stefania Billi (magistrato)
Paola Biondolillo (magistrato, Trapani)
Axel Bisignano (magistrato, Bolzano)
Vittorio Borraccetti (magistrato, Venezia)
Angelo Bozza (magistrato, Pescara)
Matilde Brancaccio (magistrato Santa Maria Capua Vetere)
Luciana Breggia (magistrato, Firenze)
Lucia Brescia (magistrato, Agrigento)
Magda Brienza (magistrato, Roma)
Assunta Brizio (magistrato Cagliari)
Luigi Bruno (magistrato, Napoli)
Giuseppe Cacciapuoti (magistrato)
Andrea Calice (magistrato, Torino)
Paola Calleri (magistrato, Genova)
Alessandra Camassa (magistrato, Trapani)
Giuseppe Campa (magistrato Napoli)
Edoardo Campese (magistrato, Napoli)
Giovanni Cannella (magistrato, Catania)
Raffaele Cantone (magistrato, Napoli)
Oriente Capozzi (magistrato, Napoli)
Daniele Cappuccio (magistrato Reggio Calabria)
Nunzia Cappuccio (magistrato Roma)
Rita Cariello (magistrato, Cagliari)
Luisa Carta (magistrato, Genova)
Roberto Carta (magistrato, Chiavari)
Francesco Caruso (magistrato Caltanissetta)
Gilberto Casari (magistrato, Piacenza)
Giancarlo Caselli (magistrato, Torino)
Marzia Castaldi (magistrato, Napoli)
Stella Castaldo (magistrato, Napoli)
Alessandro Castello (magistrato, Cagliari)
Luciano Cavallone (magistrato, Taranto)
Anna Cau (magistrato, Cagliari)
Danilo Ceccarelli (magistrato, Savona)
Elisabetta Cesqui (magistrato, Proc.Gen.Cassazione, Roma)
Luca Cestaro (magistrato Nicosia)
Luciano Ciafardini (Tribunale S. Angelo dei Lombardi)
Marco Ciccarelli (magistrato Torino)
Stefania Ciccioli (magistrato Ancona)
Francesco Ciocia (magistrato, Napoli)
Furio Cioffi (magistrato, Nocera Inferiore)
Carlo Citterio (magistrato, Venezia)
Stefano Civardi (magistrato, Milano)
Antonio Clemente (magistrato, Benevento)
Mauro Clerici (magistrato, Bergamo)
Daniele Colucci (magistrato, Foggia)
Enrico Consolandi (magistrato, Milano)
Marta Correggia (magistrato, Torre Annunziata)
Giancarlo Costagliola (magistrato, Napoli)
Marco D’Agostino (magistrato)
Sara D’Addea (magistrato, Milano)
Alessandro Dagnino (magistrato Nicosia)
Antonio D’Alessio (magistrato, Napoli)
Elena Daloiso (magistrato, Genova)
Linda D’Ancona (magistrato, Napoli)
Silvana d’Antona (magistrato, Milano)
Marcello De Cillis (magistrato, Bari)
Fabio De Cristoforo (magistrato, Napoli)
Francesco De Falco (magistrato Benevento)
Giuseppe De Gregorio (magistrato, Palermo)
Francesco De Leo (magistrato, Roma)
Marco Del Gaudio (magistrato, Napoli)
Paola Del Giudice (magistrato, Napoli)
Paola De Lisio (magistrato, Salerno)
Barbara Del Pizzo (magistrato, S.Maria Capua Vetere)
Michele Del Prete (magistrato, Napoli)
Claudia De Luca (magistrato Potenza)
Sergio De Luca (magistrato, Nocera Inferiore)
Vincenzo De Luzi (magistrato, Ancona)
Sergio De Montis (magistrato, Palermo)
Giuseppe Dentamaro (magistrato, Bari)
Costrantino De Robbio (magistrato, Palermo)
Pier Giorgio Dessì (magistrato, Brescia)
Franco De Stefano (magistrato, Salerno)
Paola Dezani (magistrato, Torino)
Valeria Di Donato (magistrato Napoli)
Antonio Didone (magistrato Cassazione, Roma)
Agnese Di Girolamo (magistrato, Verona)
Nicola Di Grazia (magistrato, Civitavecchia)
Marco Di Napoli (magistrato, Bari)
Paola Di Nicola (magistrato, Latina)
Domenico Diograzia (magistrato, Nocera Inferiore)
Giuseppe Diomeda (magistrato, Genova)
Gaetano Dragotto (magistrato Ancona)
Maurizio Ermellini (magistrato, Massa)
Aldo Esposito (magistrato Napoli)
Mariano Fadda (magistrato, Como)
Giorgio Falcone (magistrato, Vicenza)
Paola Farina (magistrato Palermo)
Paola Fazio (magistrato, Milano)
Ermengarda Ferrarese (magistrato Cagliari)
Claudio Ferrari (magistrato, Palermo)
Alfonso Maria Ferraro (magistrato, Milano)
Giovanni Ferro (magistrato, Savona)
Giovanni Battista Ferro (magistrato, Genova)
Massimo Ferro (magistrato, Bologna)
Paola Filippi (magistrato fuori ruolo, Csm Roma)
Caterina Fiumanò (magistrato, Genova)
Ignazio Fonzo (magistrato Catania)
Giuseppe Fortunato (magistrato, Nocera Inferiore)
Fabrizia Francabandera (magistrato, L’Aquila)
Silvio Franz (magistrato, Genova)
Ornella Galeotti (magistrato, Pistoia)
Adriano Galizzi (magistrato, Bergamo)
Domenico Gallo (magistrato, Roma)
Stefano Gallo (magistrato, Avezzano)
Floriana Gallucci (magistrato, Salerno)
Claudio Galoppi (magistrato fuori ruolo, Csm Roma)
Alberto Gamberini (magistrato, Bologna)
Gilberto Ganassi (magistrato, Cagliari)
Nicoletta Gandus (magistrato, Milano)
Claudio Gatti (magistrato Cagliari)
Marco Gelonesi (magistrato, Genova)
Riccardo Ghio (magistrato Alessandria)
Antonio Gialanella (magistrato Procura Cassazione, Roma)
Francesco Gianfrotta (magistrato Torino)
Claudio Gittardi (magistrato, Milano)
Ludovica Giugni (magistrato, Napoli)
Leonardo Grassi (magistrato, Bologna)
Raffaele Greco (magistrato T.A.R. Puglia, Bari)
Federico Grillo Pasquarelli (magistrato, Torino)
Paolo Gubinelli (magistrato, Ancona)
Marco Guida (magistrato, Bari)
Paolo Guido (magistrato, Palermo)
Alberto Haupt (magistrato Genova )
Arturo Iadecola (magistrato, Monza)
Gennaro Iannarone (magistrato, Perugia)
Emilio Ianniello (magistrato)
Giovanna Ichino (magistrato, Milano)
Enrico Imprudente (magistrato, Roma)
Enrico Infante (magistrato, Foggia)
Anna Ivaldi (magistrato, Genova)
Pietro Lamberti ( Firenze Firenze)
Fabio Lambertucci (magistrato, Pavia)
Aniello La Monica (magistrato, Brescia)
Alberto Landolfi (magistrato Savona)
Luigi Landolfi (magistrato, S. Maria Capua Vetere)
Lucia La Posta (magistrato, Napoli)
Antonio Laronga (magistrato, Lucera)
Massimo Lastrucci (magistrato, Firenze)
Diana Lecca (magistrato, Cagliari)
Concetta Maria Ledda (magistrato, Catania)
Giuseppe Ledda (magistrato, Arezzo)
Maria Novella Legnaioli (magistrato, Arezzo)
Norberto Lenzi (magistrato Bologna)
Ferdinando Licata (magistrato, Messina)
Ferdinando Lignola (magistrato, S. Angelo dei Lombardi)
Felice Lima (magistrato, Catania)
Alessandra Liverani (magistrato, Trento)
Giuseppe Locatelli (magistrato, Brescia)
Giorgio Lubrano (magistrato Napoli)
Gianni Macchioni (magistrato, Torino)
Guido Macchiavello (magistrato, Genova)
Ezia Maccora (magistrato, Bergamo)
Oscar Magi (magistrato, Milano)
Marco Maiga (magistrato, Milano)
Francesca Manca (magistrato, Milano)
David Mancini (magistrato, Teramo)
Antonio Manna (magistrato, Napoli)
Francesco Mannino (magistrato, Catania)
Ilio Mannucci Pacini (magistrato, Milano)
Anna Mantovani (magistrato, Trento)
Michele Marchesiello (magistrato, Genova)
Maria Rosaria Marasco (magistrato, Roma)
Mario Marchetti (magistrato, Cagliari)
Catello Maresca (magistrato, Napoli)
Agnese Margarita (magistrato, Napoli)
Donato Marra (Consigliere di Stato, Roma)
Carlo Marzella (magistrato, Palermo)
Raffaele Massaro (magistrato, Belluno)
Manuela Massenz (magistrato, Milano)
Francesco Mattiace (magistrato, Brindisi)
Francesco Mazza Galanti (magistrato)
Pasquale Mazzei (magistrato, Modena)
Giuseppe Meccariello (magistrato Santa Maria Capua Vetere)
Daniela Meliota (magistrato, Como)
Micaela Mencattini (magistrato, Massa)
Rodrigo Merlo (magistrato, Firenze)
Massimo Meroni (magistrato, Milano)
Filippo Messana (magistrato, Palermo)
Eliasabetta Meyer (magistrato, Napoli)
Elio Michelini (magistrato, Roma)
Alessandro Milita (magistrato, Napoli)
Antonio Minisola (magistrato Sassari)
Luca Minniti (magistrato, Firenze)
Marzia Minutillo Turtur (magistrato, Bologna)
Giuseppina Mione (magistrato, Firenze)
Andrea Mirenda (magistrato, Verona)
Marco Modena (magistrato, Pisa)
Giancarlo Moi (magistrato, Cagliari)
Maria Teresa Mondo (magistrato, Napoli)
Alessandro Moneti (magistrato, Prato)
Raffaele Monfredi (magistrato, Palermo)
Umberto Monti (magistrato, Ascoli Piceno)
Patrizia Morabito (magistrato, Reggio Calabria)
Michele Morello (magistrato, Campobasso)
Tullio Morello (magistrato, Napoli)
Mario Romeo Morisani (magistrato, Genova)
Elisabetta Morosini (magistrato, Lecco)
Paola Moscaroli (magistrato, Ancona)
Mauro Mura (magistrato, Cagliari)
Carla Musella (magistrato, Napoli)
Domenico Musto (magistrato, Napoli)
Sebastiano Napolitano (magistrato Napoli)
Giovanni Narbone (magistrato, Milano)
Giovanni Battista Nardecchia (magistrato, Como)
Maura Nardin (magistrato Sassari)
Alessia Natale (magistrato Napoli)
Andrea Natale (magistrato, Torino)
Carlo Negri (magistrato, Rovigo)
Lorenzo Nicastro (magistrato)
Gualtiero Nichelini (magistrato Roma)
Massimo Niro (magistrato Firenze)
Renato Nitti (magistrato, Bari)
Giacomo Nonno (magistrato, Palermo)
Claudio Nunziata (magistrato in quiescenza, Bologna)
Francesco Nuzzo (magistrato, Brescia)
Grazia Omboni (magistrato, Brescia)
Giuseppe Orio (magistrato, Genova)
Maria Teresa Orlando (magistrato, S. Maria Capua Vetere)
Gaetano Paci (magistrato, Palermo)
Massimo Pagliarini (magistrato, Roma)
Pierangelo Padova (magistrato, Palermo)
Michela Palladino (magistrato Ariano Irpino)
Guido Pani (magistrato, Cagliari)
Eligio Paolini (magistrato, Prato)
Giacomo Paoloni (magistrato, Roma)
Filippo Paone (magistrato, Roma)
Vincenzo Papillo (magistrato, Genova)
Monica Parentini (magistrato, Genova)
Roberto Parziale (magistrato, Roma)
Claudio Patruno (magistrato, Reggio Calabria)
Domenico Pasquariello (magistrato Modena)
Elisa Pazè (magistrato, Trapani)
Piercarlo Pazè (magistrato in quiescenza, direttore rivista Minorigiustizia)
Carlo Maria Pellicano (magistrato, Torino)
Livio Pepino (magistrato Cassazione, Roma)
Simone Perelli (magistrato, Torino)
Eugenio Pergola (magistrato, Pordenone)
Luca Perilli (magistrato, Rovereto)
Manuela Persico (magistrato, Agrigento)
Raffaele Pesiri (magistrato, Napoli)
Gianfranco Petralia (magistrato)
Franco Petrolati (magistrato, Roma)
Carlo Piana (magistrato, Cagliari)
Alberto Maria Picardi (magistrato, S. Maria Capua Vetere)
Ettore Picardi (magistrato, Ascoli Piceno)
Luigi Picardi (magistrato, Napoli)
Elisabetta Pierazzi (magistrato, Brescia)
Fiorella Pilato (magistrato Cagliari)
Giangiacomo Pilia (magistrato, Cagliari)
Morena Plazzi (magistrato, Bologna)
Aldo Policastro (magistrato, Napoli)
Claudio Poma (magistrato, Alessandria)
Carla Ponterio (magistrato Modena)
Gaetano Porcu (magistrato, Cagliari)
Alberto Princiotta (magistrato, Savona)
Mario Profeta (magistrato, Firenze)
Pasquale Profiti (magistrato, Trento)
Lorenzo Puccetti (magistrato Bolzano)
Giovanni Puliatti (magistrato, Grosseto)
Nicoletta Quaglino (magistrato, Torino)
Stefano Racheli (magistrato, Roma)
Luca Ramacci (magistrato, Tivoli)
Elio Ramondini (magistrato Milano)
Umberto Rana (magistrato, Arezzo)
Pier Valerio Reinotti (magistrato, Udine)
Angelo Renna (magistrato Milano)
Carlo Renoldi (magistrato, Cagliari)
Ornella Riccio (magistrato, Napoli)
Elena Riva Crugnola (magistrato, Milano)
Cesare Roberti (magistrato Catanzaro)
Roberto Rossi (magistrato, Bari)
Simonetta Rossotti (magistrato, Torino)
Carmelo Ruberto (magistrato, Venezia)
Massimo Russo (magistrato, Palermo)
Filomena Ruta (magistrato Ancona)
Giuseppe Salmè (magistrato, componente CSM)
Rita Sanlorenzo (magistrato, Torino)
Luciano Santoro (magistrato, Sala Consilina)
Roberto Santoro (magistrato Venezia)
Manuela Saracino (magistrato, Bari)
Brunella Sardoni (magistrato Milano)
Valerio Savio (magistrato, Roma)
Eva Scalfati (magistrato, Napoli)
Antonio Scarpa (magistrato, Salerno)
Massimo Scartabello (magistrato, Torino)
Mariano Sciacca (magistrato, Catania)
Adriano Scudieri (magistrato, Agrigento)
Guido Secchione (magistrato Sassari)
Emanuele Secci (magistrato, Cagliari)
Igor Secco (magistrato, Bolzano)
Antonella Serio (magistrato Catania)
Luca Semeraro (magistrato Napoli)
Giancarla Serafini (magistrato, Milano)
Giuditta Silvestrini (magistrato Mantova)
Amina Simonetti (magistrato, Milano)
Claudio Siragusa (magistrato, Napoli)
Serenella Siriaco (magistrato in quiescenza, Napoli)
Emilio Sirianni, magistrato Cosenza
Arturo Soprano (magistrato, Milano)
Giuseppe Soresina (magistrato, Firenze)
Sergio Sottani (magistrato, Perugia)
Sergio Spadaro (magistrato, Milano)
Bruno Spagna Musso (magistrato Cassazione, Roma)
Maria Teresa Spagnoletti (magistrato, Roma)
Paolo Storaci (magistrato, Trento)
Alessandra Susca (magistrato, Bari)
Cristina Tabacchi (magistrato, Acqui Terme)
Cesare Tacconi (magistrato, Milano)
Alberto Taglienti (magistrato, Ancona)
Augusto Tatangelo (magistrato, Napoli)
Giovanni Tedesco (magistrato, Napoli)
Daniela Tognon (magistrato Napoli)
Antonella Toniolo (magistrato, Padova)
Lucilla Tontodonati (magistrato, Milano)
Anna Maria Tosto (magistrato, Bari)
Francesco Traverso (magistrato, Torino)
Nicola Trifuoggi (magistrato, Pescara)
Danilo Tronci (magistrato, Cagliari)
Lina Trovato (magistrato, Catania)
Alessandra Turco (magistrato, Firenze)
Giuliano Turone (magistrato Cassazione, Roma)
Paola Vallario (magistrato Napoli)
Chiara Valori (magistrato, Varese)
Fabrizio Vanorio (magistrato, Palermo)
Chiara Venturi (magistrato)
Claudio Viazzi (magistrato, Genova)
Elisabetta Vidali (magistrato, Genova)
Gabriella Viglione (magistrato, Torino)
Federico Vignale (magistrato in quiescenza, Genova)
Francesco Vigorito (magistrato, Roma)
Christine Von Borries (magistrato, Prato)
Pier Luigi Zanchetta (magistrato, Torino)
Domenico Zeuli (magistrato Napoli)
Alberto Ziroldi (magistrato, Modena)
Paolo Zorzi (magistrato, Brescia)
Dai parlamentari
Nando Dalla Chiesa (senatore)
Claudio Fava (parlamentare europeo)
Elvio Fassone (senatore, magistrato)
Gianni Kessler (deputato, magistrato)
Dalle Associazioni, dai giornalisti, dalle altre professioni, dai cittadini:
Giovanna Albertelli (impiegata comunale, Parma)
Giulia Alliani (Osservatorio Legalità e Diritti – Onlus)
Associazione Nazionale Giuristi Democratici - Milano
Donata Almici (architetto, Milano)
Fabrizio Ammirati (medico ospedaliero Roma)
Donatella Angeletti (docente, Roma)
Alberto Antonetti
Roberta Angulilesi (“Democrazia e Legalità”, periodico online)
Alberto Antonetti (impiegato Banca d’Italia, Roma)
Arianna Anziano (docente, Napoli)
Andreina Anziano (medico, Napoli)
Antonio Arena (impiegato Sesto S. Giovanni – MI)
Massimo Arzani (agente immobiliare, Sesto S.Giovanni)
Giovanni Assante (artigiano, Grania del Castello di Cisterna – Napoli)
Fiorella Bachechi (Roma)
Alessandro Balducci (Osservatorio sulla legalità e i diritti – Onlus)
Adelmo Ballarotti (pensionato, Padova)
Gianni Barbacetto (giornalista, Milano)
Viviana Bartolaccini (cosmesi estetica Genova)
Graziella Bartolini (educatrice d’infanzia, Genova)
Antonio Bastone (Medico Monza)
Letizia Battaglia (editrice e fotografa)
Adele Baudo (saggista antimafia)
Paolo Bellini (Enel Larderello)
Stefano Bentivogli (anche per il Bimestrale “Ristretti Orizzonti” Padova)
Anna Bernasconi (medico Milano)
Carlo Berrini Fernandez (medico, Milano)
Fiorenza Bevilacqua (Liceo Parini, CISL Scuola, Milano)
Enrichetta Bionda (Assistente Sociale, Novara)
Paolo Bitetti (architetto Roma)
Laura Bogani (Parigi)
Edda Boletti (“Le Girandole”, Milano)
Giandomenico Bonanni (Ricercatore, Roma)
Manfredo Boni (commercialista Brescia)
Silvia Bonucci (Girotondi, Roma)
Lorenzo Boscarelli (dirigente, Milano)
Margherita Bosio (psicoterapeuta Genova)
Marinella Brancaleoni (docente, Milano)
Cloris Brosca (attrice Roma)
Giovanna Bruno (Direttore Amministrativo, Provveditorato Studi Pavia)
Agata Buttarelli (G.O.T. Milano)
Piera Calmieri (casalinga Genova)
Barbara Campagna (operatore penitenziario, Milano)
Danila Campo (architetto Genova)
Pietro Campoli (Russi - RA)
Susanna Camusso (Segret. Reg.le CGIL Lombardia, Milano)
Francesca Canale (medico legale, Genova)
Marco Canepari (ricercatore Genova)
Laura Cangemi (traduttrice, Mantova)
Ferruccio Capelli (Segr. Casa della Cultura, Milano)
Carla Caroggio (docente Genova)
Paola Carucci (già Sovrintendente Archivio centrale dello Stato)
Anna Cassol (libera professionista Genova)
Gianni Castellan (www.carovanaperlacostituzione.it)
Rodrigo Vergara (traduttore, Modena)
Roberto Alessandrini (media activist, Viareggio)
Gianni Catania (ingegnere Torino)
Antonio Cavagnaro (docente, Milano)
Emilia Cestelli (Assoc. “Le Girandole” Milano)
Patrizia Ciardiello (operatrice penitenziaria, Milano)
Silvana Citterio (dirigente scolastico in quiescenza, Milano)
Andrea Chiappori (dirigente industriale Ansaldo Genova)
Sonia Chicchi (tramite Italia Democratica)
Gabriella Chirumbolo (Assistente Sociale, Uff. Esecuz. Penale Est., Caltanissetta ed Enna)
Marco Cipriano (Vice Pres.te Consiglio Regionale Lombardia)
Renata Collatina (docente, Sesto S.Giovanni)
Anna Concia (docente, Milano)
Federico Corbellini (Genova)
Marinella Cossu (docente, Elmas)
Dionisio Cotella (medico II Università Torvergata Roma)
Licia Conte (giornalista, Roma)
Alfredo Costa (sindacalista, Milano)
Annamaria Cremona (Comiato Genitori Militari Caduti in tempo di pace, Milano)
Gianna Cresci (impiegata Genova)
Alberto Cristofori (consulente editoriale, Milano)
Giulia Crivellari (revisore dei conti, Milano)
Anna Maria Curci (docente, Roma)
Ester Curcu (impiegata Cagliari)
Sandro D’Alessandro (dirigente editoriale Milano)
Sara Damiani (studentessa universitaria, Roma)
Alberto De Benedetti (Milano)
Rodolfo De Cristofaro (docente Statistica)
Elenora Del Fabbro (studentessa, Milano)
Alberto Dellafiore (ricercatore, Firenze)
Massimo Della Giovanna (ingegnere Genova)
Massimiliano Della Torre (Ufficio Difensore Civico Regionale, Milano)
Gioia De Marzi (counselor, Milano)
Pinella Depau (docente Cagliari)
Giuseppe De Santis (docente, Adria)
Giuseppe De Santis (funzionario comunale, Castano Primo – Mi)
Anna Maria Di Dato (docente, Milano)
Bruna D’Innocenzo (docente in pensione, Roma)
Giusy Di Serio (coordinatrice infermieristica Roma
Andrea Di Vita (impiegato, Genova)
Mario Dore (pensionato, “Arcobaleno di Stella Nascente”, Alghero)
Vittorio Emiliani (giornalista)
Sergio Erba (medico, Milano)
Irene Falcinelli (docente)
Stefano Ferla (studente universitario, Milano)
Giancarlo Ferlito (Associazione Greenstone, Messina)
Massimo Ferrario (consulente aziendale, Milano)
Giorgio Floris (Oristano)
Ruggero Fornasiero (ragioniere, Padova)
Paolo Francini (artigiano Pistoia)
Stella Fraschetti (impiegata, Firenze)
Giovanni Frazzica (giornalista, Messina)
Gianni Frosali (pensionato Genova)
Antonino Frustaglia (medico Pioltello)
Paola Fubini (assistente sociale, Torino)
Flavia Fulvio (Osservatorio sulla legalità e i diritti – Onlus)
Lorenzo Frigerio (Libera Lombardia – Gruppo Abele)
Rosalia Gaeta (Ministero del Lavoro, Roma)
Fabrizio Galli (pubblicitario Terni)
Massimo Gallo (manager, Milano)
Francesca Gamba (impiegata statale, Roma)
Angelo Garro (Comiato Genitori Militari Caduti in tempo di pace, Milano)
Jole Garuti (Associazione Stak – Onlus)
Luciano Gemme (impiegato Stazzano – Al)
Patrizia Gentilizi (medico, Associazione per l’Ambiente, Forlì)
Simona Giovannozzi (Communitas 2000, Roma)
Gianluigi Goi (lavoratore autonomo Gussago)
Maria Rosaria Grazioso (Associazione “Chietinuova 3 febbraio”, Chieti)
Dino Greco (Camera del Lavoro Brescia)
Gianni Guasto (medico psichiatra, Bogliasco – Ge)
Dario Guidotti (docente, Milano)
Rita Guma (Osservatorio Legalità e Diritti – Onlus)
Luigi Imperato (ingegnere, Bresso – Mi)
Guido Innocenti (praticante notaio, Grosseto)
Patrizia Izzo (Napoli)
Rosanna Lainati (docente, Monza)
Federico Lama (statistico, Viterbo)
Laura Lana (studentessa, Milano)
Carmela Landi (assistente sociale, Pontecagnano Faiano – Sa)
Antonio Lareno Faccini (Camera del Lavoro Milano)
Gianni Laterza (commercialista, Milano)
Raniero La Valle (giornalista)
Antonio Lentini (ingegnere, Colonia)
Riccardo Lenzi (agente di commercio, Bologna)
Umberto Lenzi (regista cinematografico, Roma)
Fabrizio Leone (docente San Benedetto del Tronto - AP)
Roberto Loca (Ministero Lavoro e Politiche Sociali, Roma)
Vanna Lora (docente, Milano)
Roberto Maggi (psichiatra, Genova)
Giovanni Maggiani Chielli (portavoce Associaz. Familiari Vittime Strage via Georgofili, Firenze)
Elena Maglietta (docente Retescuole Milano)
Lorenzo Majno (studente universitario Milano)
Martino Majno (ingegnere nautico Milano)
Rinaldo Majno (medico chirurgo Milano)
Bruno Malangone (impiegato tecnico MIUR, Pontecagnano Faiano – Sa)
Marinella Mandelli (Pres. Comitato “Salviamo la Costituzione “ di Bergamo, anche per il Comitato)
Orleo Marinaro (informatico, Milano)
Carlo Marini (giornalista)
Francesca Marino (docente, Pizzo - VV)
Arduina Masoch (Milano)
Maurizio Mastrogiovanni (dirigente, Milano)
Nicoletta Mazzuccato (giornalista scientifica, Milano)
Donatella Mealli (docente, Milano)
Paolo Molinari (docente, Brescia)
Marco Mondonico (impiegato tecnico, Milano)
Anna Murru (ingegnere, Orani-Nuoro)
Anna Muschitiello (Segr. Nazionale Coordinamento Assistenti Sociali Giustizia)
Amalia Navoni (Coordinamento lombardo Nord-Sud del mondo)
Enrica Noseda (Milano)
Flaminia Nucci (psicoanalista, Milano)
Rosanna Oliva (Comitato di pressione per le leggi paritarie ex Art. 51)
Marco Orgiana (docente, Cagliari)
Tania Orgiana (sociologa, Cagliari)
Nuccia Pallaroni (Milano)
Piera Palmieri (casalinga, Genova)
Elsa Panzetti (psicoterapeuta, Milano)
Gabriella Papone (operatore sociale, Genova)
Fabrizia Parini (docente, Milano)
Anna Pasolini (docente)
Gianmaria Patrone Tassani (studente universitario Roma)
Gabriele Pazzaglia (Studente, Prato)
Massimiliano Pedroni (Bertinoro- Forlì)
Claudia Peregrini (medico, Milano)
Ada Perez (docente, Paride del Pozzo – Napoli)
Luigi Pesce (studente universitario Genova)
Diego Piccioli (Ricercatore Immunologia)
Gianandrea Piccioli (consulente editoriale, Milano)
Francesca Pigliapochi (impiegata Genova)
Rita Piloni (docente, Milano)
Davide Pinardi (scrittore, sceneggiatore)
Roberta Pezzullo (docente, Palermo)
Michele Piccardo (medico Genova)
Francesco Pistolato (Coordinatore Biblioteca Austriaca, Udine)
Alessandro Pollio ( Associazione “Aprile”, Milano)
Margherita Porta (psicoterapeuta Brescia)
Giovanna Profumo (impiegata, Genova)
Rita Puglia (Assistente Sociale, Uff. Esecuz. Penale Est., Milano)
Tullio Quaianni (Medico del lavoro, Milano)
Ignazio Quattrin (consulente sicurezza lavoro ed ambiente, Milano)
Giuseppe Quero (studente medicina Roma)
Mariangela Quero (docente Crotone)
Alessandro Ravotto (archeologo Barcellona - Spagna)
Chiara Ravotto (impiegata Shangai - Cina)
Egidio Ravotto (dirigente scolastico Genova)
Francesca Reduzzi (Università Federico II Napoli)
Piero Ricca (Le Girandole, Milano)
Maria Ricciardi Giannoni (www.carovanaperlacostituzione.it)
Paola Rigamonti (docente, Milano)
Elio Rindone (docente, Roma)
Sabina Riondino (docente Pontedera -Pi)
Tiziana Riva (consulente di comunicazione, Milano)
Aurelia Rivarola (medico, Milano)
Luciana Rosaspina (pensionata Milano)
Giancarlo Rossi (architetto, Milano)
Anna Rubartelli (medico Istituto tumori Genova)
Angelo Salvatori (Communitas 2000, Roma)
Andrea Sanna (impiegato, Cagliari)
Rita Sanna (docente, Cagliari)
Stefano Santachiara (Centomovimenti.com)
Lina Santoro (docente, Milano)
Rosalia Santoro (docente, Milano)
Marcello Savoia (Bolzano)
Stefania Savy (infermiera Genova)
Franco Scasseddu (docente, Cagliari)
Giancarlo Scarso (docente, Sesto S. Giovanni)
Maddalena Schiano (medico Ospedale San Camillo Roma)
Maria Luisa Schiano Lomoriello (impiegata Roma)
Maria Luisa Sciarpa (docente in pensione, Milano)
Maria Luisa Sciarpa (Milano)
Luigi Sedita (medico, Firenze)
Beatrice Serani (Rai, Roma)
Giorgio Sgarbi (Milano)
Cristina Simonini (psicoanalista Milano)
Renzo Simonini (ingegnere civile- Salò)
Irene Siriaco Calarco (docente in pensione, Napoli)
Carla Sordi (ambientalista- Salò)
Franca Speranza (Genova)
Valentina Spunton (fisioterapista, Milano)
Donato Squicciarini (funzionario banca in pensione, Napoli)
Mariella Stagi (docente, associazione LEND, Modena)
Giuseppe Sunseri (Sinistra ecologista, Roma)
Tito Fiorenzo Tiberti (Unione degli Universitari, Pavia)
Elvio Tidili (pensionato, Cesano Maderno)
Bernardino Tolomei (architetto, Padova)
Mario Tomasoni (amministratore delegato società multinazionale, Milano)
Romano Trabucchi (consulente d’azienda, Milano)
Marco Travaglio (giornalista)
Franco Trincale (Milano)
Piero Trucchi (medico Istituto Gaslini Genova)
Dino Turturici (Giudice di Pace, Milano)
Davide Uderzo (tecnico radiologo, Università Udine)
Marina Valcarenghi (psicoterapeuta, Milano)
Nicola Valcarenghi Scognamiglio (consulente, Castagneto Carducci – Livorno)
Maria Beatrice Valluzzi (Ministero del Lavoro, Roma)
Walter Vannini (criminologo, giudice onorario, Milano)
Anna Vercelli (medico legale, Bologna)
Claudio Vergani (consulente aziendale Brescia)
Franca Vico (Associazione tutela traumatizzati e lesionati, Rimini)
Giovanna Villa (medico Genova)
Vincenzo Viola (docente, Milano)
Giovanna Vitale (docente Roma)
Matteo Viviano (Comitato per la Costituzione “G. Rossetti”, Genova)
Stefano Volante (Communitas 2000, Milano e Segrate)
Paolo Volpato (giornalista, Torino)
Andrea Zaccagnini (impiegato Roma)
Luisa Zanotelli (tramite Italia Democratica)
Antonio Zanza (quadro aziendale PP. TT. Roma)
Rosa Annunziata (MDR Napoli)



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