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martedì 1 settembre 2009

Il caso Boffo, ovvero delle "informative" per disinformati.

A parlare del caso Boffo si corre il rischio di fare il gioco di qualcuno che almeno l’obiettivo di spostare l’attenzione da magagne ben più significative l’ha sicuramente ottenuto.

Lo facciamo perché ci preme evidenziare ai lettori del blog che, anche questa volta, sono state dette, oltre che diverse e gravissime falsità (come l’avere spacciato una lettera anonima per una “informativa giudiziaria”), tante inesattezze; lo facciamo anche per segnalare alcuni aspetti della vicenda, finora non evidenziati, che destano ulteriori perplessità ed interrogativi.


Si è parlato di “rinvio a giudizio”, si è parlato di “patteggiamento”, si è parlato di “sentenza” (per tutti, si leggano il fondo di Vittorio Feltri su Il Giornale del 28 agosto e l’articolo a firma Gabriele Villa dello stesso giorno sulla stessa testata).

Da quel che emerge dal sedicente – diremo fra breve perché – “certificato generale del casellario giudiziale” di Boffo Dino pubblicato sul giornale di Berlusconi (Paolo?) e spacciato per “sentenza” risulta che non c’è stato alcun “rinvio a giudizio”, non c’è stato alcun “patteggiamento”, non c’è stata alcuna “sentenza”.

Prima di dire che cosa risulti dal sedicente “certificato generale”, si impone di conoscere la contravvenzione di molestia o disturbo alle persone e di sapere cos’è il decreto penale di condanna.

Per quanto riguarda la prima, riportiamo il testo dell’art. 660 c.p.: Molestia o disturbo alle persone – “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516”.

Quanto al decreto penale di condanna, bisogna sapere che nel nostro sistema processuale penale esiste un procedimento speciale, adottabile per i reati meno gravi che possono in concreto essere puniti con la sola pena pecuniaria (multa per i delitti e arresto per le contravvenzioni), definito dal legislatore procedimento per decreto (disciplinato dagli artt. da 459 a 464 c.p.p.).

In sintesi, il procedimento funziona così:

- il Pubblico Ministero, trasmettendo al Giudice (per le indagini preliminari) il fascicolo delle indagini, gli chiede di condannare per un certo fatto ad una certa pena una certa persona, la quale non sa nulla di questa richiesta;

- il G.i.p., se ritiene che il fatto risulta dimostrato dagli atti trasmessigli dal P.M. e se ritiene corretta la qualificazione giuridica data al fatto dallo stesso P.M. e congrua la pena da questi richiesta, emette un provvedimento di condanna alla pena richiesta dal P.M. che assume la forma del decreto e che si chiama, appunto, decreto penale di condanna;

- una volta emesso dal G.i.p., il decreto viene notificato al condannato, che così ne viene a conoscenza;

- il condannato può proporre opposizione al decreto entro un certo termine dal giorno in cui il medesimo gli è stato notificato;

- se l’opposizione non è proposta, il decreto diviene irrevocabile ed esecutivo;

- se invece il condannato propone opposizione si svolge il giudizio ordinario (si procede, cioè, alla raccolta ex novo delle prove davanti al giudice del dibattimento che, all’esito, decide con sentenza) a meno che, con la stessa opposizione, il condannato non chieda il giudizio abbreviato (in tal caso si procede, nel contraddittorio tra le parti, ad un giudizio basato sugli atti delle indagini; con la sentenza, in caso di condanna, a fronte del risparmio legato al mancato svolgimento del dibattimento, la pena da infliggere è diminuita di un terzo) o il c.d. “patteggiamento” (l’interessato trova un accordo con il P.M. su una certa pena, che, evitandosi il giudizio, il legislatore consente possa essere ridotta fino ad un terzo rispetto a quella che sarebbe applicabile in via ordinaria; si chiede l’applicazione della pena concordata al giudice, il quale, se ritiene il tutto rispettoso della legge e congrua la pena richiesta, la applica con una sentenza).

Tanto premesso, dal sedicente “certificato” pubblicato su il Giornale risulta:

- che Boffo è stato condannato alla pena di € 516 di ammenda per avere commesso, nel gennaio 2002 a Terni, un fatto integrante la contravvenzione punita dall’art. 660 c.p. (molestia o disturbo alle persone);

- che la condanna è stata inflitta con un decreto penale emesso dal G.i.p. del Tribunale di Terni il 9 agosto 2004;

- che al decreto penale non è stata fatta opposizione e che esso, pertanto, è divenuto esecutivo in data 1 ottobre 2004;

- che prima ancora che il decreto divenisse esecutivo, precisamente in data 7 settembre 2004, l’ammenda di € 516 era già stata pagata.

Dal sedicente “certificato”, invece, non risulta in che cosa concretamente è consistito il comportamento del Boffo. Per saperlo occorrerebbe leggere il decreto, atto normalmente assai sintetico, dal quale comunque risulta il fatto concreto costituente l’oggetto dell’addebito. I decreti penali, peraltro, sono atti dei quali chiunque può chiedere il rilascio di copia.

Nessun rinvio a giudizio e nessun giudizio. Il rinvio a giudizio è un atto – che assume la forma del decreto – del procedimento penale ordinario. Lo emette, quando ci sono i presupposti, il Giudice dell’udienza preliminare (G.u.p.) a seguito di una richiesta del PM ed all’esito dell’udienza preliminare che si svolge nel contraddittorio tra le parti. L’udienza preliminare, peraltro, è prevista solo per i procedimenti che riguardano i reati più gravi. Per la contravvenzione punita dall’art. 660 NON è prevista l’udienza preliminare. Il giudizio ordinario, quindi, si svolge senza passare per l’udienza preliminare e, quindi, senza un atto di rinvio a giudizio del giudice ma con citazione diretta a giudizio da parte del P.M.. Ad ogni modo, nel caso Boffo, come visto, non si è seguito il procedimento ordinario ma, come di fatto accade in tutti i casi di questo tipo, il procedimento speciale per decreto.

Nessun patteggiamento. Come abbiamo visto, Boffo ha pagato l’ammenda inflittagli con il decreto penale; non ha fatto opposizione e non c’è stato, quindi, alcun patteggiamento.

Nessuna sentenza. Boffo, ribadiamo, è stato condannato con un decreto penale al quale non ha fatto opposizione. Pertanto, non si è giunti al giudizio e non c’è stata alcuna sentenza.

Va detto, a questo punto, che il decreto penale di condanna, al pari di una sentenza di condanna emessa all’esito di un giudizio, è comunque un atto con il quale si statuisce che l’imputato è colpevole del reato per il quale, con lo stesso decreto, lo si condanna.

E veniamo al sedicente “certificato generale del casellario giudiziale”.

Innanzi tutto, diversamente da quanto qualcuno ha scritto, il documento che è stato pubblicato non è il certificato del casellario giudiziale “di Terni”.

Il certificato del casellario giudiziale di un certo soggetto, infatti, è un documento che può essere formato presso qualsiasi ufficio giudiziario ed esso riporterà, se ce ne sono, tutte le condanne riportate da quel soggetto in Italia, qualunque sia l’ufficio giudiziario o gli uffici giudiziari che abbia o abbiano emesso le condanne. Esemplificando, se Tizio è stato condannato dal Tribunale di Terni, la condanna risulterà dal certificato del casellario giudiziale di Tizio formato presso qualsiasi ufficio giudiziario italiano.

Detto questo, il “certificato” in questione presenta qualche particolare o dettaglio che ci inducono a dubitare che effettivamente si tratti di un vero certificato del casellario giudiziale.

Vi è, innanzi tutto, una certa stranezza esterna del documento: il formato non ci sembra corrispondente a quello dei certificati che quotidianamente vediamo tra le carte del nostro lavoro. Molto molto sorprendente è lo stranissimo riferimento ad un sedicente “ufficio locale di …”, denominazione assolutamente sconosciuta all’organizzazione giudiziaria.

Vi è poi un’incongruenza interna al documento: il “certificato” reca, da un lato, l’intestazione “Procura della Repubblica” (in alto sotto lo stemma della Repubblica italiana) e, dall’altro, la sottoscrizione “Il Cancelliere” (in basso a destra). Come è noto, però, nelle Procure della Repubblica non ci sono cancellerie e non vi prestano servizio “cancellieri” ma, semmai, ci sono segreterie alle quali sono addetti segretari.

Infine, merita una considerazione la scelta processuale di Boffo di non proporre opposizione al decreto penale.

La contravvenzione punita dall’art. 660 c.p. rientra tra quelle per le quali l’art. 162 bis c.p. consente il ricorso al beneficio dell’oblazione, ossia un meccanismo premiale che consente di estinguere il reato mediante il pagamento di una somma corrispondente alla metà del massimo dell’ammenda stabilita dalla legge. Insomma, il direttore dell’Avvenire, proponendo opposizione al decreto penale, avrebbe potuto chiedere di essere ammesso all’oblazione e, pagando la metà del massimo dell’ammenda stabilita dall’art. 660 c.p. – ossia, in concreto, metà della somma che ha effettivamente pagato –, estinguere il reato, sicché il procedimento si sarebbe concluso con una sentenza di non doversi procedere per intervenuta estinzione del reato.

Se fosse stata percorsa questa strada, sul certificato del casellario giudiziale di Boffo Dino oggi risulterebbe “NULLA”. Sorprende che una persona sicuramente avveduta come il direttore dell’Avvenire, che pensiamo potrà essersi avvalso del consiglio dei migliori avvocati, non abbia fatto ricorso a tale possibilità.

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lunedì 23 febbraio 2009

Più visibilità per i nostri lettori






dalla Redazione






I nostri lettori sono una “parte” importantissima e amatissima del blog.

Abbiamo scoperto due strumenti della piattaforma informatica che ospita il nostro blog che consentono di dare loro maggiore visibilità.

Il primo dei due è quello che consente di registrarsi come “Lettori registrati” di Uguale per Tutti.

Nella sidebar di destra del blog, poco sotto l’indice degli articoli intitolato “Chi siamo e cosa pensiamo”, c’è un’area che si chiama “Lettori registrati di Uguale per Tutti”, che si presenta così:






Cliccando sui due quadratini blu piccoli in alto a destra




è possibile vedere in una finestra più grande tutti i lettori registrati.

Cliccando sulle singole icone, è possibile vedere le informazioni che ciascun lettore ha voluto dare di sé.

Chi vuole, può registrarsi come “Lettore registrato” del blog, cliccando sul pulsante “Segui”.

Seguendo le istruzioni che verranno visualizzate, si potrà decidere se registrarsi in maniera “pubblica” oppure in maniera “privata”.

Ovviamente, chi si iscriverà “pubblicamente” potrà essere “visto” dagli altri lettori del blog. Non così, invece, chi si iscriverà “privatamente”.

Entrambi i gruppi di iscritti (sia i “pubblici” che i “privati”), registrandosi, potranno leggere gli articoli del blog direttamente nella bacheca del loro account Google.

All’atto dell’iscrizione sarà possibile decidere quale nome o “nickname” far vedere agli altri e altre impostazioni.

Sarà anche possibile (ma assolutamente facoltativo) mettere una propria fotografia o anche un avatar, traendoli dal proprio computer.

In questo modo, nell’area dei “Lettori registrati”, si vedranno i volti della nostra “comunità virtuale”.

I “Lettori registrati” potranno usufruire di un utile servizio. Se, quando pubblicheranno un commento, selezioneranno la casella “Invia commenti di risposta per email a ...”, riceveranno per email tutti i commenti che verranno pubblicati dopo il loro in quel determinato post.

Per potersi registrare come “Lettori registrati”, è necessario avere già un account Google o Yahoo o Aim o OpenID.

Chi non ne avesse nessuno e lo volesse, potrà ottenerlo gratuitamente cliccando sul link “Crea un nuovo account Google” che comparirà automaticamente.

La registrazione al nostro blog, ovviamente, non comporta alcun onere, né fa assumere alcun tipo di impegno e/o responsabilità. E, ovviamente, può essere annullata in qualunque momento.

Gli iscritti NON riceveranno alcun tipo di posta dal blog e i loro dati NON verranno in nessun modo memorizzati da noi.


Il secondo strumento che abbiamo scoperto e attivato riporta nella homepage del blog i link agli ultimi cinque commenti pubblicati dai nostri lettori.

Si trovano subito sotto l’area dei “Lettori registrati”.

Di ogni commento vengono riportati il nome dell’autore, il titolo dell'articolo commentato e le prime righe del commento.

Cliccando sul relativo link, si viene portati all’articolo del blog in calce al quale si trova il commento.

Approfittiamo di questa occasione per segnalare a tutti i lettori l’utilità di firmare i commenti con il proprio nome e cognome o almeno con un nickname, che, consentirà di restare anonimi (a chi malauguratamente lo preferisca), ma darà anche agli “anonimi” una “identità virtuale”, che consenta di “riconoscerli” e di seguirne le opinioni.

Grazie a tutti per la Vostra preziosa partecipazione e per la ricchezza dei Vostri contributi.




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venerdì 19 dicembre 2008

L'A.N.M. disvelata in diretta TV






di Achille




Ieri (18.12.2008), nella trasmissione televisiva Annozero è stato trattato nuovamente il caso delle inchieste del collega Luigi De Magistris fermate in modo diciamo (eufemisticamente) anomalo (basti, per tutto, l’“impensabile” avocazione disposta dal P.G. Dolcino Favi in assenza di qualunque norma di legge che la consentisse).

La trasmissione è stata molto interessante sotto tanti profili. Ben fatta. Documentata. Coraggiosa.

In particolare, a me pare sia stata di estremo interesse la partecipazione del Segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Cascini.

Le cose dette dal Segretario dell’A.N.M., il modo con cui le ha dette, le cose che ha taciuto, tutto insomma costituisce la migliore (o forse dovrebbe dirsi la peggiore) rappresentazione di ciò a cui l’A.N.M. è ridotta e il più clamoroso disvelamento delle ipocrisie sulle quali la sua azione si fonda.

Nessun discorso, nessun ragionamento potrebbe descrivere le responsabilità dell’A.N.M. meglio dell’intervento del suo Segretario generale ad Annozero di ieri.

Consiglio a tutti di vedere e rivedere quella trasmissione (l’intero video è a questo link).

Riporto qui da Youtube, per maggiore comodità di consultazione, TUTTI gli interventi del Segretario generale dell’A.N.M., nel contesto in cui si sono svolti, divisi in tre brevi video.

Guardandoli si potrà constatare che:

1. Il Segretario dell’A.N.M. parlava con imbarazzo e difficoltà di dire qualunque cosa.

Perché la verità è che, avendo l’Associazione una posizione ambigua e insincera, non è possibile per alcuno esprimerla in maniera chiara e serena.

Il Segretario parlava a fatica, assumendo espressioni imbarazzate e imbarazzanti.

Ha utilizzato argomenti fumosi, sfuggenti e palesemente pretestuosi. Il più ridicolo e retorico di tutti: dire che dopo avere letto il decreto di perquisizione di Salerno aveva capito della storia meno di prima.

Sul punto Di Pietro è arrivato a deriderlo dicendogli: “Cascini, lo ha capito anche mia sorella che ha la quinta elementare, quindi credo siano in grado di capirlo tutti”.

Di Pietro ha avuto anche agio di dirgli: “Cascini tu guardi la forma e in nome della forma uccidi la sostanza”.

A queste osservazioni il Segretario dell’A.N.M. ha reagito con delle smorfie di sofferenza sul viso, ma senza alcuna capacità e possibilità di articolare risposte convincenti.


2. L’unico obiettivo che è sembrato avere, nel merito, e che ha perseguito con ostinata determinazione era denigrare l’indagine di Salerno, dopo avere premesso - con falsa retorica - di non volere entrare nel merito.

Nulla ha ritenuto di dire della inaccettabile illegittimità del comportamento dei magistrati di Catanzaro. Sul punto è dovuto intervenire il prof. Grevi.


3. Di tutte le cose che ha detto resta solo l’evidente “necessità” di “dare copertura” politica a ciò che (di male) è stato fatto a Roma.


Il guaio grave è che il problema che aveva ieri il Segretario generale dell’A.N.M. non era né di metodo né di capacità espositive (nelle quali lui pure, come anche il Presidente dell’A.N.M., non brilla, essendo entrambi vanamente retorici e fastidiosamente fumosi), ma di sostanza.

Ciò che emerge è, a mio parere, che, come ho già detto, Cascini “non poteva” assumere una posizione chiara e convincente perchè aveva l’esigenza “politica” di DARE COPERTURA a una scelta “politica” consistente nel fare fumo e caciara per chiudere una partita vergognosa facendo finta di credere che si sia trattato di una bega di terz’ordine fra singoli magistrati, cacciando brutalmente i quali (alcune osservazioni sul punto sono a questo link) non c’è più nient’altro da dire e da fare.

Sulla falsità e pretestuosità della ricostruzione dei fatti come una “guerra fra procure”, rinvio agli articoli che possono leggersi nel blog ai seguenti link:

Panni immondi

Il dito e la luna

Non consentiamo che la si butti in caciara

Le inchieste di De Magistris e la mistificazione che logora la credibilità dei magistrati

Marco Travaglio: “La guerra tra Procure è una balla”

Cosa sta veramente succedendo a Catanzaro. Lo scontro finale tra politica e magistratura.

Generalia non sunt appiccicatoria: ovvero della posizione assunta dall’A.N.M. nella vicenda di Catanzaro


Ridicolo l’inutile e retorico fervorino finale sulle cose che “interessano di più” il Segretario dell’A.N.M..

In sintesi, direi, penoso e tragico.

E in ogni caso, comunque la si pensi, “politicamente” suicida.

Non a caso, le posizioni di Cascini sono risultate in perfetta sintonia con quelle espresse dall’avv. on. Ghedini. Per chi potesse avere dubbi su tutto il resto, una vera garanzia.

Certo fa molta impressione vedere un esponente di Magistratura democratica (la corrente a cui appartiene Cascini) in così tanta sintonia con il potere. Bisognerà rassegnarsi al fatto che la corrente che ha sempre sostenuto di volere una giustizia vicina ai più deboli oggi è decisamente solidale con i più potenti.

L’A.N.M. può tranquillamente continuare a scrivere comunicati degni dei migliori artifici retorici vetero democristiani, pieni di “convergenze parallele” e altisonanti paroloni pieni solo di fumo e retorica.

Purtroppo i fatti hanno una loro durezza che non sarà possibile scalfire per questa via.

Il “caso Catanzaro” (quello che mistificatoriamente si è cercato di far passare per il “caso De Magistris”) ha questo di terribile: che ha una tale forza dei fatti che la negazione ostinata degli stessi condanna i negatori (praticamente tutti i vertici - istituzionali e associativi - dell’autogoverno della magistratura) al suicidio politico.

Difendendo le posizioni difese obliquamente nel documento dell’A.N.M. e clamorosamente in tv dal suo Segretario generale, i vertici della magistratura restano nudi davanti a tutti e appaiono per ciò che sono.

Una politica di ambiguità e compromessi (politici) cessa di essere praticabile e resta davanti a tutti solo l’evidenza.

Contro quella non basteranno difese corporativo/correntizie come quelle dell’A.N.M. né mille altre uguali.

I correntocrati hanno vissuto e fatto carriera per anni su un “ruolo” politico consistente nel promettere al potere il “controllo” dei magistrati e ai magistrati la difesa dal potere.

Oggi questo “giochino” da politicanti si è infranto per sempre.

Da una parte, i magistrati da oggi sanno che i vertici - istituzionali e associativi – del loro autogoverno stanno con il potere e, al bisogno, contro la loro indipendenza (va in onda in questi giorni la più clamorosa interferenza del potere amministrativo su quello giudiziario, perpetrata da un C.S.M. che di fatto blocca le inchieste valutando come fonte di incompatibilità (?) ex art. 2 delle guarentige il merito delle stesse).

E dall’altra parte il potere non sa più che farsene di “mediatori” come questi.

Dunque, l’autogoverno si avvia alla morte.

Che forse ci sarebbe stata comunque – perché corrisponde a deplorevoli interessi anticostituzionali del potere contemporaneo –, ma sarebbe stata almeno una morte gloriosa, sulle barricate della difesa della giustizia e della indipendenza dei magistrati.

Invece ci sarà e sarà una morte ignominiosa.

E questa, più di tutte, mi pare la responsabilità storica di questi correntocrati.

Gli ultimi ricordi dell’autogoverno saranno le violazioni del segreto da parte di Mancino, le anticipazioni di giudizio a mezzo stampa di Bergamo, le condanne preventive di Vacca, le procedure ex art. 2 in malainterpretazione della legge sulle guarentige, la pioggia di annullamenti del T.A.R. per le più diverse nomine affette dalle più diverse illegittimità. L’unanimità su provvedimenti indifendibili anche solo giuridicamente. L’ipocrisia e le menzogne.



Video 1 - La requisitoria del Segretario dell’A.N.M. contro il decreto di perquisizione di Salerno.






Video 2 – Le chiacchiere e gli espedienti retorici. Come dice Di Pietro: nascondere la sostanza con l’alibi della forma. La sorella di Di Pietro che capisce ciò che sfugge al Segretario dell’A.N.M..






Video 3 – L’inutile fervorino.








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martedì 28 ottobre 2008

Dobbiamo fermarci





di Felice Lima



Carissimi Amici,

vi scrivo queste righe con grandissima fatica, perché proprio mi ripugnano e le parole giuste non vengono fuori.

Ma vi prego di credere che sono inevitabili.

Vi scrivo queste righe per dirvi che ci dobbiamo fermare. Che il blog, almeno per ora, non potrà continuare. O almeno non così come è stato fino ad oggi.

Le ragioni sono molto pratiche ed è proprio questo che le rende difficili da mettere per iscritto.

E’ molto difficile rassegnarsi al fatto che anche i sogni più belli debbano fare i conti con la realtà più materiale.

In questo caso, la “realtà materiale” è che il webmaster (cioè io) non ce la fa più.

Gli impegni di lavoro sono sempre stati onerosissimi e in questi mesi, se possibile, sono addirittura aumentati. Nel mio ufficio sono andati in pensione due colleghi (eravamo sette e ora siamo cinque) che non si sa quando potranno essere rimpiazzati e noi rimasti ci stiamo facendo carico anche di una parte del loro lavoro.

Inoltre da più di un anno – cioè da quando abbiamo iniziato questa bellissima avventura telematica – il blog e i suoi “dintorni” (dei quali vi dirò fra un attimo) hanno totalmente assorbito ogni minimo spazio del pochissimo tempo libero che avevo. E così da più di un anno la mia famiglia, quando torno dal lavoro (sempre più tardi), mi vede sempre davanti a un computer o al telefono o a un convegno o alla presentazione di un libro o da qualunque altra parte, ma non nel posto dove anche un marito e papà molto impegnato ogni tanto deve pur stare.

Perché è vero che ciò che conta nelle relazioni umane è la qualità e non la quantità di esse, ma è altrettanto vero che c’è una quantità sotto la quale si va verso l’inesistenza.

E’ difficilissimo mettere un punto a questa esperienza, perché è stata ed è meravigliosa e sorprendente.

Abbiamo aperto questo blog per una necessità culturale e morale. Dunque, senza cercare di prevedere se avrebbe o no avuto una qualche forma di consenso e di successo.

Io personalmente, pur essendone l’ispiratore, pensavo sarebbe rimasto lì, come una delle tante meteore che attraversano l’immenso pianeta del web.

Temevo anche altre orribili cose: tipo che, consentendo come voleva Bruno (Tinti) che i lettori potessero intervenire liberamente e anche anonimamente, ci saremmo trovati in pochi giorni a leggere solo insulti e strampalaterie.

E invece tutto è andato in un altro splendido modo.

Il blog ha avuto un grande successo.

A oggi 260.000 lettori c.d. “unici”, che hanno letto 680.000 volte i 527 articoli che abbiamo pubblicato (1,28 articoli al giorno per più di un anno).

Un indice di attenzione e gradimento su internet che è agevolmente verificabile inserendo su Google la stringa di ricerca “uguale per tutti”. E’ già sorprendente che il nostro sito sia il primo risultato di una ricerca fondata su una frase tanti generica come, appunto, “uguale per tutti”. Oppure la stringa di ricerca “toghe.blogspot.com”: 42.100 pagine a oggi.

Ma non è questo, secondo il mio modesto parere, l’aspetto veramente importante di questa esperienza.

La grandezza di essa sta, a mio parere, nel sistema di relazioni che si è instaurato fra i protagonisti del blog e nella semplicità e naturalezza con cui ciò è avvenuto.

Il primo fatto che voglio citare è che, ammessi i commenti dei lettori anche anonimi, invece che ricevere insulti e assurdità, abbiamo ricevuto (con eccezioni talmente minime numericamente, da restare irrilevanti) opinioni, pensieri, passione, interesse, cultura, dibattito, affetto, amicizia, critica costruttiva e tanto altro.

Insomma, sapevamo benissimo che il mondo è pieno di splendide persone. Abbiamo avuto la prova che, come forse non avevamo il coraggio di sperare, tantissime di loro stanno lì, pronte a dare il loro contributo con generosità e sincerità.

Un amico carissimo che mi ha insegnato alcune delle cose che si dovevano sapere per stare su internet – Luca Salvini – anni fa ha prestato gratuitamente a lungo la sua opera (è un valentissimo informatico) per la realizzazione di una bellissima community internettiana di motociclisti, della quale ho fatto parte anch’io (TDMItalia).

Una volta gli ho chiesto: “Perché hai speso tutto questo tempo, per te prezioso, in una cosa così?”

Mi ha risposto: “Perché ho scoperto che se dai agli altri la parte migliore di te loro ti lasceranno scoprire la parte migliore di sé”.

Non so se noi siamo riusciti a darvi la parte migliore di noi. Voi ci avete dato certamente un’infinità di cose bellissime, delle quali vi sono e vi siamo profondamente grati.

Credetemi, da diverse settimane devo scrivere queste cose, ma non ci sono riuscito, perché mi sembra come di tradire le aspettative legittime di persone che mi sono davvero care: tutti voi.

Ho letto e riletto tante volte i vostri commenti e davvero mi dispiace immensamente scrivervi le cose che sto scrivendo, ma vi prego di credere che le scrivo perché è proprio necessario.

Torno al blog e ai suoi “dintorni”.

Il “lavoro” del blog non è solo quello che si vede. Non si tratta solo di scegliere e pubblicare un tot numero di articoli al mese.

Dietro quello che si vede ci sono ore di “lavoro” per un sacco di cose.

La Redazione riceve centinaia di mail, alle quali vorremmo rispondere, ma a molte delle quali non riusciamo materialmente a farlo per mancanza di tempo (e ne approfitto per chiedere sinceramente scusa a tutti per questi ritardi che a volte diventano vere e proprie omissioni).

E poi i commenti. Vanno letti tutti e molti meritano una risposta, un ringraziamento, un’attenzione.

Tutto questo richiede tantissimo tempo. Ma ci sembra che sia ciò che ha costituito davvero l’anima di questa nostra esperienza.

E poi attorno al blog e con l’occasione del blog sono venuti mille altri impegni. Partecipare a convegni. Alla presentazione di quel bellissimo libro. Eccetera.

E, ancora, ognuno di noi aveva già altri impegni pure importanti. Dagli inviti nelle scuole a parlare di legalità. Agli incontri con i ragazzi di “Addio Pizzo”. Alle relazioni tecniche su temi delicati ed eticamente rilevanti. Alle battaglie dentro la magistratura associata.

Insomma, il blog è un impegno bellissimo, ma un impegno grande. E in questo momento non riusciamo a reggerlo.

Quando lo abbiamo aperto, il nostro auspicio non era insegnare nulla a nessuno, né dire cose mai dette o talmente straordinarie da cambiare il mondo.

Il nostro sogno era provare a parlarci. Dimostrare che ci si può parlare.

E questo sogno si è realizzato.

Ci siamo parlati qui in tanti e di tante provenienze diverse.

Si sono parlati i giudici e gli avvocati; i laureati in legge e quelli di ingegneria o medicina; i laureati e i non laureati; quelli “di destra” e quelli “di sinistra”; i belli e brutti; i buoni e i cattivi.

Ci siamo detti le cose. Abbiamo discusso. Quasi sempre amabilmente. Qualche volta duramente. Sempre, mi è sembrato, costruttivamente.

Ci siamo messi in questa avventura senza sapere bene cosa avremmo scoperto.

Abbiamo scoperto che “si può”.

Che c’è spazio, opportunità e modi per incontrarsi. Per conoscersi. Per arricchirsi reciprocamente. Per scoprire cosa pensano quelli che non la pensano come noi. Per uscire dai luoghi comuni e dai discorsi corporativi (detto fra noi, abbiamo scoperto definitivamente che l’isolamento della magistratura è in parte voluto da chi la gestisce, perché, se lo si volesse, si potrebbe in tanti modi porvi fine o almeno ridurlo).

Abbiamo fatto amicizia fra tanti di noi e con tanti di voi.

Io vi ho profondamente nel cuore.

Certo a questo punto del mio discorso emerge la parte peggiore, che stava a covare lì sotto. La paura che tutto questo possa finire.

Un po’ sembra così e un po’ può anche essere così.

Ma, credo, spero, non lo sia per la parte più importante di questa bellissima avventura.

Ciò che abbiamo fatto, ciò che ci siamo detti, ciò che ci siamo dati è nostro per sempre. Non si perde. Ci ha arricchiti e ci arricchisce. Ci rende migliori. Spero.

Per me è sicuramente così.

Io credo fermamente che i primi ai quali facciamo le cose che facciamo siamo noi stessi.

Io credo fermamente che ciò che facciamo ci cambia.

Noi ci siamo fatti in quest’anno insieme tante cose belle e, dunque, sotto tanti profili non saremo più gli stessi di prima.

Siamo, saremo più ricchi.

Forse anche più generosi e più coraggiosi. Questo dovrebbe conseguire a questo esserci fatti coraggio fra noi e a questo avere scoperto quanta generosità hanno tanti vicino a noi.

Che succederà, allora, adesso?

In verità, vi confesso che non lo, perché questo piccolo blog fa da tanti mesi così tanto parte della nostra vita che non è facile immaginarcela senza.

Con Nicola (Saracino), con il quale divido la fatica “materiale” di questo lavoro, abbiamo pensato che l’unica cosa sicura è che almeno per un po’ di tempo dobbiamo assolutamente dedicare il tempo che finora è stato del blog agli altri doveri di cui vi ho detto.

Dunque, il blog non sarà “aggiornato”. O lo sarà molto meno di quanto è accaduto fino ad oggi.

Ovviamente tutto quello che c’è resterà dov’è e continueremo a pubblicare i commenti. E, quando potremo, metteremo qui le cose su cui sentiremo indispensabile un confronto fra noi. Ma, purtroppo, senza la frequenza e attualità che abbiamo cercato di assicurare fino ad oggi.

Poi, ci piacerebbe organizzare un grande e bel convegno. Così ci potremo anche incontrare e conoscere fisicamente.

Un amico incontrato proprio qui (Edoardo, che scrive con uno pseudonimo) ha in mente un libro che racconti questa esperienza.

Per “restare in contatto” abbiamo aperto una newsletter.

Se vi iscriverete, avremo un indirizzo di posta elettronica al quale mandarvi avvisi o notizie relative alle sorti future del blog.

Chi fosse interessato a sapere come funziona questa newsletter, troverà tutto spiegato a questo link.

E’ davvero difficile trovare parole per chiudere questo post.

Due sole considerazioni mi sento di proporre.

La prima è l’auspicio, la preghiera che questo post non chiuda i nostri dialoghi, la nostra amicizia. Che essa continui solida nei nostri cuori e, in un modo che ancora non sappiamo, anche sui video dei nostri computer.

In ogni caso, ogni tanto, seppure con una frequenza minore, ci scriveremo ancora. E sarà bellissimo ed emozionante, passando da queste pagine, ritrovarsi. Sapere che ci siamo ancora.

La seconda riguarda il nostro desiderio di assoluto che ci porta a stimare di meno le cose che non si presentano come “definitive” o “totalmente risolutive”.

Su internet ho letto un apologo che vi riporto.

«Un giorno un uomo camminando lungo la spiaggia, vide un bambino raccogliere qualcosa e, con delicatezza, gettarlo in mare. Si avvicinò al bambino e gli chiese: “Cosa stai facendo?” Il giovane rispose: “Rigetto le stelle marine in mare. La marea è scesa e, se non le rimetto in acqua moriranno”. L’uomo disse: “Ragazzo mio non ti rendi conto che ci sono chilometri di spiaggia e centinaia di stelle marine? La tua azione è inutile!” Dopo aver ascoltato attentamente, il bambino si chinò raccolse un’altra stella marina e la rigettò in mare. Poi sorridendo all’uomo disse: “La mia azione per questa qui ha fatto la differenza!”»

Confidando nella vostra pazienza e comprensione per le mie difficoltà, vi abbraccio con tantissimo affetto.

Felice




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sabato 19 luglio 2008

Il webmaster va in vacanza !



Da domani 20 luglio al 2 agosto il webmaster va in ferie e si allontana da ogni computer collegabile a qualunque rete (pena il divorzio dalla adorata moglie).


L’eroica Redazione del blog lo farà andare avanti ugualmente (e forse anche meglio di quando c’è il webcoso), ma è possibile che il blog venga aggiornato con meno frequenza e i commenti pubblicati a intervalli un po' più lunghi.

Ne approfitteremo per ripubblicare alcuni articoli pubblicati in passato, ma ancora attuali (insomma, una cosa come le “repliche” estive della televisione).

Confidiamo nella Vostra pazienza e nella Vostra comprensione.

Per coloro che scrivono falsamente sui giornali che i magistrati hanno troppe ferie, precisiamo che il nostro webmaster rientrerà il 2 agosto e resterà in servizio per tutto agosto, a fare una terribile “feriale”.




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domenica 1 giugno 2008

Elogio dell'indipendenza


Permetteteci di alleggerire un po’ il tono delle conversazioni, proponendovi un elogio dell’indipendenza in forma poetica.

E’ una scena tratta dal bellissimo “Cyrano de Bergerac” di Jean-Paul Rappeneau.

Per i “fanatici” (come noi), riportiamo più sotto la trascrizione dei dialoghi recitati nel video.






Il testo dei dialoghi:

Versione stampabile

De Guiche: Signore, da quanto dicono e so, con voi io mi felicito per il vostro nuovo exploit. Bravo!

Carbon: E monsignore di bravura ne sa!

De Guiche: Non ci avrei mai creduto, se i miei ufficiali in zona non mi avessero giurato d’aver visto …

Cuigy: … di persona …

De Guiche: … cento contro uno. Dunque servite il Re qui, coi pazzi guasconi.

Cadetti: Con noi cadetti, sì. - Noi!

De Guiche: Aha … Codesti giovani dal piglio rusticano sono dunque i famosi …

Carbon: Cirano!

Cirano: Capitano …

Carbon: Poiché la compagnia c’è tutta, sarei lieto se voi la presentaste al conte al gran completo.
... Oggi è d’umore brusco. ... Ebbene?

Cirano: Non contateci.

Le Bret: Carbon, posso andar io al suo posto?

Carbon: Andateci.

Le Bret: Son questi i cadetti di Guascogna / di Carbon de Castel-Jaloux, / brigano e mentono … mentono e brigano senza vergogna / tutti più nobili di … più nobili tra che vi fu, / parla il bastone…

Cirano: Parlano blasone, cuore Borgogna / son questi i cadetti di Guascogna / di Carbon de Castel-Jaloux./ Occhio d’aquila, gamba di cicogna / baffi da gatto, zanne di lupo / caccian la feccia fin nella fogna / vanno adorni del vecchio vigogna / di cui la piuma copre lo sciupo. / Petto in gloria, anima che sogna, / bucabudella o scassacarogna / è il vezzeggiativo meno cupo. / Ovunque ci sia da grattar rogna / è lì che si danno rendez-vous. / Son questi i cadetti di Guascogna!

Cadetti: Corna ai gelosi, fiamme a Belzebù!

De Guiche: Un poeta oggi è un lusso. Voi, da bravo scrittore, volete essere il mio?

Cirano: Di nessuno, mio signore.

De Guiche: Potreste divertire mio zio Richelieu, e io potrei appoggiarvi presso di lui.

Le Bret: Grand Dieu!

De Guiche: Voi avete messo in rima cinque atti in sordina?

Le Bret: Sì, ha scritto una tragedia.

De Guiche: Titolo?

Le Bret: “Agrippina”.

De Guiche: Portategliela.

Cirano: Davvero?

De Guiche: E’ il meglio che può aversi, potrà forse correggervi al più un paio di versi.

Cirano: Signore, mi è impossibile. Il mio sangue si coagùla solo al pensiero che mi si cambi una virgùla.

De Guiche: Siete fiero.

Cirano: Voi dite? L’avreste rilevato?

Cadetto: Guarda Cirano, questa mattina sul sagrato, che strana selvaggina! Le prede son legittime?

Cadetti: I feltri dei fuggiaschi! - I resti delle vittime!

Carbon: Colui che ha ordinato il trapestio sarà imbestialito.

Brissaille: Si sa chi è?

De Guiche: Son io. Li avevo incaricati di punire - impresa opaca che si attua in gruppo e al buio - una penna ubriaca.

Cirano: Che ha scritto poemi …

De Guiche: Tutte opere infelici.

Cirano: Signore, se voleste restituirli ai vostri amici …

De Guiche: Avete ostacolato col vostro patrocinio i miei progetti, dunque.

Cirano: Progetti d’assassinio …

Scorta: Insolente!

De Guiche: Fermi, in fodero! Schermaglie da locanda! Alò ...

Carbon: Uscite tutti! Via!

De Guiche: Signore, una domanda. Avete letto il Don Chisciotte?

Cirano: Per intero, e mi ritrovo in lui, bizzarro e avventuriero.

De Guiche: Vogliate meditare, di quel libro medesimo, sul capitolo dei mulini …

Cirano: … il tredicesimo …

De Guiche: … poiché se li si attacca, capita nel cimento …

Cirano: Io attacco dunque tizi che girano col vento?

De Guiche: … che grandi bracci, in vortice con impeto ribelle, vi scaglino nel fango.

Cirano: Oppure tra le stelle …

(escono tutti tranne Cirano e Le Bret)

Le Bret: Infine converrai …

Cirano: Così son combinato. Spiacere è il mio piacere. Amo essere odiato.

Le Bret: Se tu lasciassi indietro l’anima moschettiera, la fortuna e la gloria …

Cirano: Sai dirmi in che maniera? Andar sotto padrone? Cercarmi un protettore? E come oscura edera che ha l’albero tutore, e s’appoggia arrampicandosi e leccandogli la scorza, potrei salir da furbo, e non invece a forza? No, grazie. Dedicare in ogni scartafaccio dei versi ai finanzieri? Mutarsi in un pagliaccio, sperando di vedere, sul labbro di un ministro, lo spasmo di un sorriso un po’ men che sinistro? No, grazie. Banchettare ogni giorno da un pidocchio? Avere il ventre logoro dalle marce, e il ginocchio più prestamente sporco nel punto in cui si flette? Rendermi primatista in dorso-piroette? No, grazie. Riconoscere talento ai dozzinali? Plasmarsi su ogni critica che appare sui giornali? E vivere sognando: “Oh, sento già il mio stile percorrere le bozze del Mercurio mensile”? No, grazie! Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi? Preferire una visita a un paio di versi sparsi? Stendere delle suppliche? O farsi commendare? No, grazie. Noooo, grazie! No, grazie!! Ma cantare, sognare, ridere. Splendido. Da solo, in libertà. Aver l’occhio sicuro, la voce in chiarità. Mettersi se ti va di sghimbescio il cappello, per un sì, per un no, fare un’ode o fare un duello. Fantasticare, a caccia non di gloria o di fortuna, su un certo viaggio a cui si pensa, sulla luna! Se poi viene il trionfo, ebbene fatti suoi, ma mai, mai diventare un “come tu mi vuoi”. E se pur quercia o tiglio davvero non si è … se vuoi proprio non alto, ma farcela da sé.

Le Bret: Di orgoglio e di ironia tu te ne fai un proclama, ma almeno sottovoce dimmelo che non t’ama.

Cirano: Taci.



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sabato 24 maggio 2008

In memoria di Giovanni Falcone. Riflessione sulle colpe – di ieri e di oggi – del C.S.M. e dell’A.N.M.


di Uguale per Tutti

Ieri è stato celebrato il 16° anniversario della morte di Giovanni Falcone.

Per rendere attuale e fecondo il sacrificio di Giovanni Falcone non si può tacere come la sua storia professionale sia stata condizionata non solo da nemici esterni, ma anche e in maniera in tanti passaggi decisiva da scelte e iniziative del Consiglio Superiore della Magistratura e di quello che nella magistratura viene in questi tempi complessivamente definito come il “circuito dell’autogoverno”.

E non si trattò – come riduttivamente a volte si sembra credere – solo della delibera con la quale a Giovanni Falcone venne preferito Antonino Meli nella direzione dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, ma anche di altre iniziative.

Il tema è di attualità purtroppo da sempre.

Cose simili a quelle che hanno riguardato Giovanni Falcone sono successe anche all’epoca dell’assassinio di Rocco Chinnici (nelle prossime settimane riproporremo il contenuto del c.d. “diario” del Consigliere Chinnici, ritrovato dopo la sua morte) e poi all’epoca dell’attentato a Carlo Palermo, che causò la strage di Pizzolungo, e poi in tante altre occasioni.

E accade ancora oggi, nell’epoca delle vicende Forleo e De Magistris e non solo (perché non meno rilievo del modo con cui il C.S.M. gestisce i suoi poteri disciplinari ha il modo con cui gestisce, per esempio, quelli di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari).

Ha scritto Felice Lima in un articolo di questo blog dal titolo “Luigi De Magistris e ‘la magistratura’”:

«Cosa fa la magistratura associata con i magistrati integerrimi e coraggiosi quando questi vengono assassinati si sa benissimo: si appropria dei loro meriti, dando luogo all’abuso per il quale quando qualcuno si permette di chiedere conto “alla Magistratura” di qualcosa di cui debba vergognarsi, essa invoca la memoria dei suoi martiri, dicendo che “la Magistratura ha pagato a caro prezzo il suo eroismo”.

Ma non è la verità, perché non è “la Magistratura” ad avere pagato con il sangue il suo eroismo; a farlo sono stati alcuni singoli magistrati, che prima di essere assassinati erano stati clamorosamente e rumorosamente isolati dai loro colleghi: per tutti, basti citare qui le vicende del Procuratore di Palermo Gaetano Costa, lasciato solo a firmare dei fermi particolarmente “impegnativi”, e del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che lasciò un diario con le prove del suo isolamento da parte dei vertici degli uffici giudiziari di Palermo, diari che vennero “archiviati” dal C.S.M. con motivazioni davvero inadeguate. Ma certo è significativa anche la storia del Sostituto Procuratore della Repubblica Giangiacomo Ciaccio Montalto: all’indomani del suo assassinio un collega del suo stesso ufficio è stato arrestato perché accusato di essere legato al clan mafioso che aveva fatto l’omicidio e a casa gli sono stati trovati un’arma con la matricola abrasa e un mucchio di soldi incartati in un giornale. E il Procuratore Capo, vi chiederete? Promosso Presidente di Sezione in Cassazione!»


Una delle principali ragioni che ci ha spinti ad aprire questo blog è stata (come si può leggere nella “Presentazione”) la convinzione che i mali della giustizia sono in grandissima parte ascrivibili a responsabilità esterne alla magistratura e al suo autogoverno, ma, purtroppo, in una parte molto rilevante e sotto alcuni profili decisiva anche a responsabilità “interne”.

Per ragioni agevolmente individuabili da chiunque abbia un minimo di conoscenza degli ambienti giudiziari, per la perniciosa confusione di ruoli fra chi ha potere nell’Associazione Nazionale Magistrati e chi occupa cariche istituzionali nel Consiglio Superiore della Magistratura, per le modalità con le quali viene gestito il potere nell’A.N.M., per le opportunità di carriere personali dentro e fuori la magistratura che hanno coloro che stanno ai vertici dell’A.N.M. accade – si può dire “fisiologicamente” (perché tentazioni del genere andrebbero scongiurate con regole precise e non confidando con finta ingenuità nella rettitudine dei singoli) – che chi dovrebbe occuparsi con tutto se stesso delle esigenze e degli interessi della magistratura finisca per sovrapporre più o meno consapevolmente e più o meno in buona fede a quegli interessi altri suoi propri o di terzi con i quali abbia, speri di avere o possa avere rapporti individualmente proficui.

Per esemplificare (ma non è né l’unico né il più grave dei problemi), è difficile che chi deve confrontarsi con il Ministro della Giustizia a difesa delle ragioni della magistratura associata possa restare indifferente al condizionamento che deriva dalla prospettiva che il Ministro che gli fa da controparte “sindacale” possa chiamarlo (come accaduto enne volte e, anche di recente: qualcuno ha addirittura dato un nome alla cosa, chiamandola pax mastelliana) a ricoprire importantissime cariche apicali nel suo Ministero.

Rinviando lo sviluppo di questi concetti ad altri prossimi scritti, riportiamo qui oggi – in memoria di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di tanti altri – una testimonianza di inconfutabile attendibilità: quella di Paolo Borsellino.

La registrazione video che riportiamo qui sotto è del 25 giugno 1992, 33 giorni dopo l’uccisione di Giovanni e 24 giorni prima dell’uccisione dello stesso Paolo.

Le parole di Paolo pesano come macigni sulla cattiva coscienza di diversi nostri colleghi e devono indurci a riflettere molto su ciò che si deve assolutamente fare per cambiare lo stato delle cose.

Paolo afferma, fra l'altro, che «la magistratura forse ha più colpe di ogni altro».

Mentre il nostro Paese va avanti in una evidente deriva antidemocratica (e sottolineiamo con forza che questa considerazione non ha nulla a che fare con il colore politico degli uni e degli altri che stavano e/o stanno al governo, ma con la crisi di valori fondamentali come la libertà di stampa, come il diritto dei cittadini di indicare la propria preferenza per i candidati alle elezioni, come l’esistenza e l’efficienza di sistemi di controllo – amministrativo e giudiziario – sull’esercizio dei poteri amministrativi, come l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e tanti altri) diventano sempre più urgenti e indifferibili cambiamenti concreti e tangibili del modo con cui viene gestito l’autogoverno della magistratura. Per un verso, per evitare che venga travolto dalla deriva testé detta e, per altro verso, perchè divenga più idoneo ai più impegnativi compiti che lo attendono.

E invece nessun segno di autocritica viene da chi per primo ha il dovere di promuovere quei cambiamenti, mentre accadono fatti che sono stati di recente lucidamente analizzati in un bell’articolo di Silvio Liotta su questo blog, dal significativo titolo “La preoccupante alleanza fra magistratura e politica”.

L’intervento di Paolo Borsellino ripreso nel video qui sotto fa anche giustizia di un pretestuoso espediente retorico con il quale viene stigmatizzato chi tenta di indurre – come può – dei cambiamenti.

Uno dei falsi slogan che continuamente ci vengono inflitti dai difensori dello status quo è quello per il quale i magistrati dovrebbero stare zitti e non dovrebbero rendere pubblico il proprio disagio né denunciare i gravi attentati alla possibilità stessa che vi sia una giustizia che costantemente chi è più forte, chi ha più potere compie.

Nel corso della trasmissione Annozero del 4 ottobre scorso il dr Luigi Scotti, già Presidente del Tribunale di Roma, allora Sottosegretario di Stato e poi anche Ministro della Giustizia è giunto al punto di affermare – contro il vero – che Paolo Borsellino, a differenza di Luigi De Magistris, mai aveva reso interviste pubbliche (su quella sorprendente presa di posizione del dr Scotti ci permettiamo di citare una riflessione sarcastica che si può leggere a questo link).

Nel video qui sotto Paolo Borsellino racconta come si determinò a prendere posizioni pubbliche anche clamorose in difesa del lavoro suo e di Giovanni Falcone, per costringere così il Consiglio Superiore della Magistratura ad assumersi le sue responsabilità.

Perché la commemorazione dei morti non suoni offesa alla loro memoria, è indispensabile, a nostro parere, che dalle loro storie si traggano conseguenze concrete e operose.

E, com’è scritto nel biglietto da visita del nostro blog, “nessuna riforma può essere efficace se non comincia da noi stessi”!








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venerdì 16 maggio 2008

Felice Lima cacciato dalla mailing list di Magistratura Democratica


I magistrati si parlano fra loro a mezzo di mailing list riservate.

Ce n’è una per ogni corrente e da pochi mesi anche una “generale” dell’A.N.M., aperta su richiesta proprio anche di Felice Lima e di altri di noi.

Felice era iscritto a tutte queste mailing list.

Nell’ottobre del 2007 gli è stato vietato di scrivere sulla mailing list del “Movimento per la Giustizia” perchè i dirigenti della corrente hanno deciso di non consentire che sulla loro mailing list venissero espresse idee in contrasto con la linea politica della corrente, decisa dagli organi dirigenti della stessa.

Anche a seguito della deriva antidemocratica presa dal Movimento per la Giustizia, i cui dirigenti hanno censurato ogni dissenso interno, è nata l’idea di aprire questo blog.

L’altra decisiva ragione che ci ha spinti ad aprire questo blog è la necessità di uscire da un circuito di comunicazione chiuso e autoreferenziale e aprirsi a un dialogo e a un confronto sinceri con tutti gli altri.

Peraltro, uno dei problemi delle mailing list riservate dei magistrati è che è espressamente vietato riportare fuori di esse ciò che vi viene scritto, sicchè la maggior parte del dibattito e del confronto fra i magistrati resta oggi segreto.

Questa mattina Felice Lima è stato espulso dalla mailing list di Magistratura Democratica.

L'espulsione è stata compiuta con una laconica e poco comprensibile mail che riportiamo testualmente: «Dopo l’ennesimo messaggio inviato alla lista generale, in applicazione dei criteri indicati nella mia mail del 21.4.2008, si procederà all’esclusione di Felice Lima dalla mailing list. Linda D’Ancona».

Precisiamo che la mail in questione viene resa pubblica perchè inviata a Felice Lima personalmente e con modalità tali da renderne legittimo da parte sua l'uso ritenuto da lui più opportuno.

Riportiamo anche il testo di una mail con la quale Felice ha comunicato alle altre mailing list di magistrati la sua espulsione da quella di Magistratura Democratica.

Quello che davvero impressiona e dà la misura della gravità del momento è che le correnti “Movimento per la Giustizia” e “Magistratura Democratica” sono proprio quelle che si definiscono - non si sa proprio più sulla base di che - “progressiste” (figurarsi se fossero “reazionarie”) e che la motivazione ufficiale dell'espulsione consisterebbe nel fatto che Felice scriveva troppe mail!?

Ha scritto Felice Lima a tutti i colleghi:

«Cari colleghi,

scusatemi se scrivo questa mia per raccontare di un fatto che mi riguarda personalmente (è la prima volta, perchè ho sempre scritto di cose che non mi riguardavano personalmente), ma ritengo possa essere in qualche modo interessante sapere che oggi sono stato espulso dalla mailing list di Magistratura Democratica.

Riporto qui sotto la comunicazione della motivazione della mia espulsione.

Non sono sicuro di avere capito, ma la motivazione ufficiale sembra che sia perchè ho scritto troppe mail.

In tal senso depone l’espressione “dopo l’ennesimo messaggio inviato alla lista generale” - “ennesimo” senza ulteriore precisazione: dunque, non “ennesimo diffamatorio” o “ennesimo illegale” o simili - e il rinvio ai “criteri indicati nella mail del 21.4.2008” che parlava appunto di “autolimitazione”.

Ovviamente, ritengo che sia pieno diritto dei padroni di qualunque casa buttare fuori chiunque non sia loro gradito e, dunque, non ho nulla da recriminare sulla mia espulsione dalla mailing list di MD.

Penso, però, che ogni volta che a qualcuno sia impedito di parlare bisogna porsi degli interrogativi.

Un caro saluto.

Felice Lima»



Riportiamo a questo link un commento di Stefano Racheli su questo episodio.



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lunedì 31 marzo 2008

"Penso che le cose vadano scritte ..."


Da alcuni giorni abbiamo inserito un video in fondo alla sidebar di destra del blog.

E’ una clip tratta da una pubblicità del giornale “Il Manifesto”, recitata da Jasmine Trinca.

L’abbiamo “presa in prestito”, perché esprime una parte delle ragioni che ci hanno spinto ad aprire questo blog.

Insomma, scusandoci con tutti per l’“appropriazione indebita”, facciamo nostra questa pubblicità.

Riportiamo qui la clip (che, comunque, resterà sempre disponibile in fondo alla sidebar di destra) e ne trascriviamo il testo.

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Penso che ho voglia di discutere e litigare su tutto.

Penso che mi fanno paura quelli che dicono che tanto non cambia mai niente.

Penso che aspetto l’estate per la frutta e per i vestiti leggeri.

Penso che le cose vadano scritte, così rimangono.

Penso che vorrei viaggiare metà della vita.

E penso che ho ancora tanto da dire.


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domenica 23 marzo 2008

Pasqua di risurrezione



di Uguale per Tutti

E’ Pasqua.

Nel pieno rispetto di chi non crede o non crede da cristiano (il nostro blog è un luogo dove si incontrano persone di ogni convinzione religiosa), permettete a chi di noi è cristiano di condividere il significato di questa festa, che celebra la risurrezione di Cristo.

Di questa festa che ci dice che il tempo, il tempo di ciascuno di noi non è l’unico tempo e che la morte non è la sconfitta più grande.

La grandezza e il mistero del cristianesimo stanno in questo: in un Dio che non misura la vittoria e la sconfitta con il metro “materiale” del “qui e adesso”.

Vorremmo proporVi due pensieri di San Paolo.

«Se Cristo non è risorto – scrive San Paolo nella prima lettera ai Corinzi –, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la nostra fede» (1 Cor. 15,14).

Se l’unico senso delle cose fosse qui e adesso, se l’ultima parola fosse quella del fatto materiale e del fatto di oggi, allora il nostro sarebbe un triste destino. Il nostro impegno una fatica ingrata. La nostra speranza fondata su poca cosa.

La ragione per la quale tanti di noi non si sono scoraggiati in passato e non si scoraggiano oggi è che pensano che il senso di ognuno di noi e della nostra storia collettiva non si misura solo in termini di vittoria “materiale” qui e adesso.

L’altro pensiero di San Paolo è quello che scrive nella lettera ai Romani: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Romani, 8, 19-23).

Il mondo è nelle nostre mani. In quelle di tutti, ma anche in quelle di ciascuno.

Solo noi uomini e donne possiamo dare un senso alle cose.

La grandezza o la pochezza definitiva del mondo sarà misurata dalla grandezza del nostro sogno e dalla nostra capacità di impegnarci per realizzarlo.

Nel mondo intero, ma anche nel cortile di casa nostra, la storia di tutti e di ciascuno sarà segnata dal nostro gesto, dalla nostra scelta quotidiana, dalla nostra generosità, dal nostro impegno, dalla nostra fiducia, dal nostro sguardo limpido, dalla nostra mente chiara. Oppure (non sia!) dalla nostra rinuncia, dalla nostra sfiducia, in definitiva dalla nostra tristezza.

Mille cari auguri a noi e a tutti!

Che il Dio della misericordia e della pace guidi i nostri passi e scaldi i nostri cuori.



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domenica 16 marzo 2008

Un blog sugli strafalcioni dei magistrati



Uno dei problemi dei magistrati è certamente quello di non percepire adeguatamente se stessi (si veda la ricostruzione di uno dei tanti casi paradossali che lo dimostrano nel post che si può leggere a questo link).

La ragione di questo loro/nostro limite sta in parte nella misera natura umana – comune a ogni persona – e in parte nelle conseguenze dell’esercizio di funzioni nelle quali l’“avere l’ultima parola” sui propri interlocutori (le parti e i loro procuratori) tende inevitabilmente a far dimenticare che l’“ultima parola” non è per ciò solo né la più adeguata né la migliore.

Altra cosa che nuoce è l’ossequio – spesso eccessivo se non del tutto gratuito – che la maggior parte degli interlocutori dei magistrati tributano loro e che tanti magistrati a volte addirittura pretendono.

Basti pensare che ancora è prassi in tanti uffici giudiziari rivolgersi ai Procuratori Generali e ai Presidenti delle Corti di Appello con il titolo di “eccellenza”, abolito con una legge dei lontani anni ‘40.

Gioverebbe tanto ai magistrati abituarsi a distinguere sé stessi dalle funzioni che esercitano. Alte, nobilissime queste ultime; umani, normali, simili a tutti gli altri loro concittadini i primi.

E sarebbe davvero utilissimo che si abituassero a mettersi più spesso in discussione; a discutere “alla pari”; a confrontarsi con i loro collaboratori e con i loro interlocutori; a rendere conto ai cittadini del modo con cui esercitano le loro funzioni e realizzano in concreto il loro autogoverno; a rendere trasparenti le pareti dei loro uffici. A riconoscere i loro limiti e i loro difetti per trovare soluzioni al passo con i tempi per rendere più efficiente un servizio tanto importante quale quello affidato alle loro cure.

E ciò senza dire che anche le funzioni giudiziarie, pur importantissime e degne del massimo rispetto, non lo sono di più di altri lavori. Di quello che svolge chi in sala operatoria finisce con il “decidere” della vita e della morte dei suoi simili; di chi forma i giovani nelle scuole; di chi accudisce gli anziani e i malati; di chi difende la pubblica sicurezza; di chi verifica la genuinità dei cibi e la potabilità delle acque; ecc..

Sicché il modo migliore per crescere è non sentirsi superiori ai propri simili, ma condividere con loro, alla loro stessa "altezza", le difficoltà e la gioiosa fatica di vivere.

Non è facile essere giudici di sé stessi.

Un approccio ironico può sicuramente aiutare.

Vi segnaliamo, quindi, un interessantissimo blog nel quale un magistrato di grande esperienza (di quelli che, se non fossero sanamente autoironici, si farebbero chiamare “eccellenza”) inserisce “perle” di disattenzione, ma più spesso di sincera incompetenza tratte da sentenze e provvedimenti giudiziari.

Lo scopo, con evidenza, non è quello di denigrare o irridere gli autori dei nobili strafalcioni, ma di indurre tutti noi a riflettere su come la virtù e la pochezza spesso viaggino pericolosamente vicine fra loro e di quanto umiltà e vigilanza siano preziosissimi strumenti di lavoro del magistrato.

Peraltro, se è vero che questi strafalcioni dicono molto dello scarso zelo e, purtroppo, a volte, anche della scarsa preparazione di alcuni magistrati, non ci si può dimenticare che cose del genere accadono in tutte le categorie professionali. E a volte anche con conseguenze gravi sulla vita delle persone.

Si va dal medico che opera la gamba sbagliata (un caso del genere lo ha trattato di recente uno di noi), al poliziotto che spara uccidendo un innocente, al ponte che crolla perché i calcoli del cemento erano sbagliati, eccetera.

Dunque, ci sembra molto opportuno che dagli strafalcioni che si leggono nel blog che vi segnaliamo si traggano argomenti anche fortemente critici nei confronti di una categoria professionale (i magistrati) che tende a credersi, del tutto infondatamente, immune dai difetti comuni a ogni essere umano, ma ci sembra anche ovvio che non bisogna trarre da quei “documenti” (tutti rigorosamente autentici) argomenti per una forma di denigrazione indiscriminata della “categoria”.

Insomma: riflettere, sorridere, un po’ prendersi sul serio e un po’ accettare che tutti siamo fatti della stessa “pasta”, che infine ritornerà “polvere”.

Il blog si chiama Temi nera e per raggiungerlo è sufficiente cliccare sul nome.

Per consentire ai nostri lettori di trovarlo con facilità, lo abbiamo inserito fra il link ad amici, nella sidebar di destra del nostro blog.

Un grazie al curatore di “Temi nera”, che offre ai magistrati che ne vogliano approfittare, la possibilità di vedere e riconoscere ciò che i loro “clienti” vedono e sanno e che essi, invece, tendono troppo spesso a non voler vedere.





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domenica 17 febbraio 2008

Giustizia e strumentalizzazioni politiche


di Uguale per Tutti

Com’è noto, l’11 febbraio scorso, sulla base di una denuncia di un dipendente del Nuovo Policlinico di Napoli, agenti di Polizia sono intervenuti per compiervi accertamenti.

La cosa ha scatenato ogni genere di discussioni (del tutto legittime, ovviamente) anche in relazione al fatto che, purtroppo, il delicato tema dell’aborto è in queste settimane oggetto di battaglie politico/elettoralistiche.

Noi non intendiamo in alcun modo prendere alcuna posizione su questo delicato tema.

Intendiamo, invece, trattare la questione con riferimento all’ennesimo caso di gestione preoccupante dell’autogoverno della magistratura.

Il “caso” trae fondamento dal fatto che l’art. 19 della legge 22 maggio 1978, n. 194, intitolata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza” (c.d. “legge sull’aborto”) dispone che «chiunque cagiona l'interruzione volontaria della gravidanza senza l'osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila. Se l'interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l'accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell'articolo 6 o comunque senza l'osservanza delle modalità previste dall'articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi. Quando l'interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l'osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile. Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma».

Dunque, a fronte di una denuncia è dovere della polizia e della magistratura attivarsi.

Ovviamente, come per qualunque altra materia e per qualunque altro caso, questo “attivarsi” delle forze di polizia e della magistratura è soggetto a precise regole.

Dunque:

1. è sacrosanta la libertà di tutti i cittadini di discutere di tutto e anche del modo con cui polizia e magistratura esercitano i loro doveri;

2. è dovere delle autorità a ciò preposte compiere le verifiche e gli accertamenti doverosi con riferimento alle iniziative della polizia e della magistratura.

Quello che a noi pare molto grave e preoccupante è che, sull’onda di stati emotivi del tutto irrazionali, organi deputati ai controlli costituzionali di legalità agiscano in maniera tale non solo da non contrastare la tendenza in atto a richiedere e praticare un controllo politico della giurisdizione, ma, addirittura, questa tendenza finiscano di fatto con l’incoraggiare.

E’ accaduto, in particolare, che lo stesso giorno in cui la stampa ha dato notizia della vicenda in questione, numerosi consiglieri del C.S.M. hanno chiesto l’apertura di una pratica che è stata assegnata alla Prima Commissione, che è quella che si occupa di verificare le eventuali “incompatibilità” – ambientali o funzionali - dei magistrati.

Riportiamo qui sotto la richiesta dei consiglieri in questione.

Ciò che preoccupa sono due cose: una tecnica e una “politica”.

Con riferimento alle preoccupazioni “tecniche”, rinviamo allo scritto di Marco Modena, che abbiamo pubblicato a questo link.

Con riferimento alle preoccupazioni politiche, dobbiamo rilevare che:

1. Questi consiglieri del C.S.M. si sono “attivati” con una tempestività decisamente eccessiva, sulla base delle sole “notizie di stampa”, che, nel caso di specie, come spesso accade, purtroppo, erano approssimative e imprecise e, soprattutto, condizionate dall’enfasi delle dinamiche politiche nelle quali si inserivano.

In proposito, va segnalato che, leggendo i vari resoconti giornalistici del caso, si può constatare che in alcuni articoli la polizia "irrompe", in altri semplicemente "va"; in alcuni articoli è "in divisa", in altri è "in borghese"; in alcuni la telefonata è "anonima", in altri proviene da persona "individuata"; in alcuni "la polizia va", in altri "è mandata dal p.m."; eccetera eccetera eccetera.

Il giorno successivo la Procura di Napoli ha diffuso un comunicato, fornendo chiarimenti sull’accaduto.

2. Tale "fretta" dei consiglieri del C.S.M. non sembra potersi giustificare con una qualche urgenza oggettiva del "caso", in considerazione del fatto che, qualunque cosa sia accaduta, il controllo e le eventuali sanzioni a carico dei magistrati non presentano comunque profili di “urgenza".

Per questa ragione, sarebbe stato certamente più ragionevole attendere di conoscere i fatti e non limitarsi a dare credito alle confuse notizie di stampa.

3. E’ chiaro che, mentre una iniziativa tecnicamente adeguata da parte delle autorità competenti è, come si spiega nello scritto di Marco Modena, del tutto legittima, dichiarazioni clamorose di componenti del C.S.M. (che peraltro sono i giudici che dovranno, in ipotesi, giudicare delle eventuali responsabilità dei magistrati), rese con una immediatezza tale da essere certa la mancanza da parte loro di adeguata informazione e, dunque, la connotazione politica e aprioristica della loro iniziativa, rese pubbliche con clamore di stampa, finiscono per costituire nei fatti una grave interferenza sulla indipendenza dei magistrati e una forma di pressione politica su di loro.

Per avere un’idea della connotazione politica che l'iniziativa dei consiglieri del C.S.M. ha finito con l'assumere oggettivamente, è sufficiente leggere a questo link il modo con cui autorevole quotidiano ne ha dato notizia.

Ha scritto Felice Lima in un articolo dal titolo “Clementina Forleo e tutti noi avremmo diritto a un ‘giudice’ imparziale”:

«Vorrei un C.S.M. corretto, equanime, rispettoso delle regole, tutore dell’indipendenza dei magistrati.

E ciò non solo per il bene dei colleghi Forleo e De Magistris, ma anche per quello di ogni magistrato e dell’intero Paese.

Fra l’altro, ciò che serve al Paese è l’indipendenza “dei magistrati” (di ogni singolo magistrato), che è cosa del tutto diversa dall’indipendenza della “magistratura”.

L’indipendenza della magistratura senza l’indipendenza dei magistrati si trasforma, infatti, soltanto in un privilegio corporativo e nello strumento di un potere che non serve il Paese – dal quale, infatti, è sempre più lontano e meno apprezzato – ma sé stesso»
.

Su “L’indipendenza interna della magistratura” abbiamo pubblicato altri scritti, fra i quali uno molto interessante di Antonio Bevere.

E’ sempre più evidente che ciò che sta accadendo è che, accanto a pressioni “esterne” per il controllo dell’indipendenza dei magistrati (che vi sono sempre state), divengono sempre più forti in questo tempo difficile le pressioni “interne”, con gli organi dell’autogoverno e dell’associazionismo giudiziario che intervengono sempre più nel merito dell’attività giurisdizionale.

In un modo, peraltro, che desta preoccupazioni anche per altre ragioni.

Va considerato, infatti, che nell’arco di poche ore lo stesso C.S.M. ha aperto in Prima Commissione una pratica sui “fatti di Napoli”, che, tragici certamente sotto il profilo delle vicende umane delle persone coinvolte, non lo appaiono, allo stato, sotto il profilo delle dinamiche tecnico/professionali di interesse per il C.S.M., e ha deciso, invece, di archiviare, NEGANDO l’apertura di una pratica in Prima Commissione, gli atti relativi alla avocazione dell’inchiesta “Why not” da parte della Procura Generale di Catanzaro, che presenta, sotto il profilo tecnico, evidenti aspetti discutibili, per modi, tempi e contenuti (su questa vicenda abbiamo scritto un articolo dal titolo "Il C.S.M. fra bizantinismi e doppiopesismi").

Tutto ciò posto, ci teniamo a ribadire (pur avendolo già fatto) il nostro più assoluto rispetto e la nostra piena solidarietà a tutte le persone coinvolte in questa dolorosa vicenda e il nostro apprezzamento per qualunque iniziativa legittima che serva ad accertare – se ci fossero e al momento non pare – responsabilità tecniche di chiccessia.

Ciò di cui intendiamo dolerci è solo l’ennesimo coinvolgimento della magistratura – per di più ad opera dei suoi più autorevoli esponenti (i consiglieri del C.S.M.) – in vicende connotate da forti ed evidenti strumentalizzazioni politiche.

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La richiesta dei consiglieri del C.S.M.:

OGGETTO: richiesta apertura pratica su interruzione volontaria di gravidanza al Policlinico di Napoli ed intervento giudiziario.

Notizie di stampa in data odierna riferiscono di una operazione di polizia giudiziaria autorizzata dal pubblico ministero di Napoli che avrebbe comportato, sulla base di una segnalazione anonima, un intervento in ambiente ospedaliero, da parte di numerosi agenti , che avrebbero proceduto all'esame di una donna sottoposta pochi minuti prima ad una interruzione volontaria di gravidanza e al sequestro, oltre che della documentazione, del feto.

Sembrerebbe, da quanto riferito, essere stata pretermessa ogni considerazione della particolarissima e traumatica situazione imprescindibilmente correlata ad ogni interruzione volontaria di gravidanza, che la legge 194/78 non elide e non annulla. Essa comunque, disciplinando le condizioni e le modalità per l'interruzione, ha previsto una procedura che consente di verificare documentalmente l'osservanza delle condizioni di legge, con ciò agevolando il rispetto dei soggetti coinvolti.

L'obbligo di accertamento degli illeciti impone anche la compressione della sfera più privata delle persone, ma in tali casi, vista la delicatezza degli interessi costituzionalmente protetti in gioco, appare indispensabile una verifica rigorosa della sussistenza delle condizioni di legge e l'adozione di modalità esecutive compatibili con il rispetto della persona, specie se in situazione di difficoltà o debolezza.

Molto spesso dobbiamo constatare che di tali esigenze non si tiene sufficientemente conto in particolare quando gli accertamenti coinvolgono le donne, perfino quando esse sono parti lese di abusi o lesioni.

Si chiede perciò l'apertura di una pratica al fine di acquisire gli elementi conoscitivi relativi al caso specifico segnalato dalle notizie di stampa e per affrontare la tematica dell'intervento giudiziario e delle sue modalità esecutive in presenza di valori costituzionalmente protetti.

Elisabetta Cesqui, Ezia Maccora, Luisa Napolitano, Fiorella Pilato, Celestina Tinelli e Letizia Vacca.

Pino Berruti, Livio Pepino, Ciro Riviezzo, Enzo Siniscalchi, Ugo Bergamo, Giulio Romano



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sabato 16 febbraio 2008

Il C.S.M. fra bizantinismi e doppiopesismi


di Uguale per Tutti

Nella seduta del 13 febbraio 2008, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura si è occupato, fra l’altro, della avocazione della indagine denominata “Why not?” da parte del Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro dr Dolcino Favi.

Si è trattato di una avocazione autorevolmente definita “impensabile” (così Antonio Ingroia), fondata su argomenti tecnici del tutto errati e pretestuosi e intervenuta in uno snodo cruciale dell’indagine, pochi giorni prima che la nomina e l’insediamento del nuovo Procuratore Generale di Catanzaro togliessero al dr Favi il potere di disporla.

La seduta del C.S.M. è stata interamente registrata da Radio Radicale e può essere riascoltata a questo link.

L’ascolto è molto interessante e aiuta a comprendere tante cose su come “funziona” il C.S.M. (la parte qui in discussione è quella che inizia alle ore 17.51).

Nel corso della seduta il consigliere togato Livio Pepino ha chiesto che gli atti venissero trasmessi alla Prima Commissione dello stesso C.S.M., perché quella potesse valutare la condotta del dr Favi.

La Prima Commissione del C.S.M. è quella che, com’è noto, si occupa fra l'altro delle eventuali incompatibilità funzionali o d'ufficio.

Il consigliere Dino Petralia ha chiesto la trasmissione anche alla Quarta Commissione, che si occupa delle valutazioni di professionalità dei magistrati.

Il consigliere Pepino ha illustrato come l'ulteriore trattazione in commissione del provvedimento del dr Favi sarebbe stato doveroso per dare prova che il C.S.M. utilizza le sue prerogative “a tutto tondo” e non “in una sola direzione”.

A favore della proposta del consigliere Pepino hanno votato i consiglieri togati Cesqui, Maccora, Pilato, Petralia, Riviezzo e Fresa (tutti aderenti a Magistratura Democratica e al Movimento per la Giustizia) e i consiglieri non togati Siniscalchi e Tinelli.

Il consigliere Patrono si è astenuto.

Tutti gli altri consiglieri hanno votato contro.

La proposta è stata respinta.

Riportiamo qui sotto la trascrizione della parte centrale dell’intervento del consigliere Livio Pepino e, per comodità dei nostri lettori, l’intero audio degli interventi del consigliere Pepino, del consigliere non togato Vincenzo Siniscalchi e del Vicepresidente Mancino (tratti tutti dal sito di Radio Radicale sopra citato). Si tratta di interventi di pochi minuti ciascuno, che vale davvero la pena di ascoltare, per capire.

L’intervento del Vicepresidente Mancino è particolarmente illuminante.

In esso Mancino – non si sa se per difetto di competenze tecniche o per scelta intenzionale – fa sorprendente confusione in due decisive questioni:

1. fra impugnabilità del provvedimento di avocazione nell’ambito del procedimento in cui è stato adottato e rilievo della sua adozione nelle valutazioni relative alla eventuale incompatibilità e alla professionalità del magistrato che lo ha adottato;

2. fra inammissibilità del ricorso del collega De Magistris avverso l’avocazione – tale è stata la decisione della Procura Generale della Cassazione – e rigetto della stessa: Mancino ha parlato, infatti, di rigetto del ricorso di De Magistris, dando l’impressione di non trarre le dovute conseguenze (ben illustrate, invece, dal cons. Siniscalchi) dal fatto che non di rigetto nel merito si è trattato, ma appunto di inammissibilità per le note ragioni.

In ogni caso tutto l’intervento di Mancino aiuta a comprendere tante cose e ne consigliamo davvero l’audizione.

Il nuovo "bilancio" della vicenda della giustizia in Calabria, diventata e non a caso il "caso De Magistris", è, dunque, al momento:

1. che il Ministro della Giustizia ha disposto e fatto eseguire "contro" il dr De Magistris ispezioni numerose e ripetute, durate complessivamente circa tre anni;

2. che da queste ispezioni non è uscito nulla a carico di De Magistris, fatto processare, infatti, poi, per fatti che non richiedevano tre anni di ispezioni;

3. che a De Magistris sono stati contestati addebiti numerosi e particolarmente "fiscali", sostenendo che ciò si faceva perchè il rigore formale della legge si deve imporre a tutti;

4. che nel frattempo lo stesso rigore non colpiva numerosi altri, coinvolti a vari e gravi titoli nelle vicende in questione;

5. che frattanto il Procuratore Generale facente funzioni di Catanzaro, poche settimane prima di cessare dall'incarico di "facente funzioni" disponeva una avocazione tecnicamente indifendibile;

6. che dinanzi allo stupore e alle proteste di tanti nei confronti di questa avocazione definita autorevolmente come "impensabile", in alto loco si diceva: "Beh, ma ci sono i rimedi processuali";

7. che il dr De Magistris "attivava" i rimedi processuali, ma questi venivano dichiarati inammissibili;

8. che allora in alto loco si diceva: "Beh, certo, perché i rimedi avrebbe dovuto attivarli il Procuratore Capo";

9. che si faceva notare che il Procuratore Capo era propriamente "controinteressato" ai rimedi, perchè "interessato" all'avocazione;

10. che in alto loco si rispondeva: "Beh, ma ci sono comunque le sedi competenti a valutare le cose dal punto di vista amministrativo e disciplinare";

11. che il Procuratore di Catanzaro chiedeva e otteneva un comodo trasferimento a domanda;

12. che il C.S.M. finiva con il dovere esaminare la condotta del Procuratore Generale facente funzioni;

13. che, nel farlo, la pratica andava alla Settima Commissione che diceva: «Non siamo noi competenti. La mandiamo al Plenum, "salva la competenza di altre Commissioni"»;

14. che il plenum, però, decideva di "prendere atto" del tutto archiviando la cosa, senza mandarla alle "altre Commissioni" di cui si parla nel provvedimento della Settima;

15. che alcuni Consiglieri dicevano: "Beh, no, la cosa va ancora esaminata dalle Commissioni competenti";

16. che il Vicepresidente del C.S.M. diceva (il virgolettato non è testuale): "Beh, ma io non sono d'accordo, perchè ... NON CAPISCO PER QUALE RAGIONE SI DOVREBBE ESAMINARE ANCORA QUESTA COSA!";

17. che il relatore della pratica diceva (il virgolettato non è testuale): "Eh, ma il rinvio alle Commissioni competenti non è possibile. Infatti, le Commissioni la potrebbero esaminare solo se si potesse ipotizzare che l'eventuale abuso è incompevole, ma qui, invece, sarebbe colpevole";

18. che ancora è incomprensibile perchè, se la cosa non si può esaminare in Commissione solo perchè "colpevole", non venga allora promossa da chi di competenza una incolpazione e, se non c'è l'incolpazione, perchè si debba ritenere la cosa "colpevole", con ciò impedendone l'esame sotto il profilo dell'eventuale abuso incolpevole;

19. che neppure si capisce perchè al dr De Magistris siano stati contestati addebiti fondati su presunte (e molto molto opinabili) improprietà nell'uso di strumenti processuali e al dr Favi non si contesti nulla per un provvedimento che il consigliere Pepino descrive come si può leggere qui sotto.

In conclusione, dinanzi allo scandalo creato dalla avocazione in questione, per diversi mesi si è rinviato il mondo intero ai "rimedi di legge", prima endoprocessuali e poi amministrativo/disciplinari, e quando, infine, la pratica è arrivata al C.S.M., questo, poichè, in effetti, ma d'altra parte, considerando che, sebbene, quand'anche, tenuto anche conto, purtuttavia, benvero e d'altro canto, si è limitato a "prendere atto" della avocazione in questione e a mandare il tutto in archivio.

Così che non c'è alcun "caso Calabria", ma solo un "caso De Magistris".

Frattanto, Piercamillo Davigo e Grazia Mannozzi hanno scritto un libro dal titolo "La corruzione in Italia, percezione sociale e controllo penale" (Laterza).

A pag. 74 c'è una tabella dalla quale si apprende che le condanne definitive per concussione intervenute nel distretto della Corte di Appello di Reggio Calabria tra il 1983 e il 2002 (ben 19 anni!!) sono UNA e quelle per corruzione sono DUE.

Essendo noto a tutti che la Calabria è una delle regioni italiane con il più alto grado di efficienza e trasparenza della pubblica amministrazione, se ne deve dedurre che davvero, come hanno detto tanti documenti dell'A.N.M. calabrese che hanno giustamente stigmatizzato le condotte del "cattivo magistrato" e come ha giustamente detto a nome di tutta la Prima Commissione del C.S.M. la prof. Vacca, in Calabria c'è un serio problema: un magistrato "cattivo".

Ci permettiamo di "prendere a prestito" parole scritte da altri a proposito di tutt'altro, ma che tornano utili per descrivere la situazione in cui ci troviamo.

E' stato scritto altrove e discutendo di altro che è necessario che chi si impegna nell'autogoverno della magistratura e nell'associazionismo giudiziario deve avere energia e coraggio per evitare "la procurata sordità, la cecità deliberatamente scelta, il rifugio nel tepore malsano della comunità impiegatizia", dettati dalla "speranza di guadagnare qualche consenso, o magari molti consensi interni, ma anche con l'effetto di portare 'tutti' i magistrati più in basso nella considerazione e nella stima della collettività".

Questo a noi pare il problema.

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Per consentire un rapido reperimento degli articoli del nostro blog sul "Caso De Magistris" e sulla "Avocazione dell'inchiesta di De Magistris", abbiamo segnato i relativi post con delle "etichette" che si trovano elencate nell'indice di "Visualizzazione per temi", nella sidebar di destra del blog. Inoltre, basta cliccare sulle parole fra virgolette sottolineate qui sopra.

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Il testo dell’intervento del consigliere Livio Pepino:

«Il Consiglio, e questo secondo me è un passaggio fondamentale, il Consiglio, questo Consiglio ha iniziato in diverse e note pratiche di diverse Commissioni, non di una Commissione soltanto, una sorta di intervento – leggo, perché sono andato a prendere dei passaggi in altre Commissioni – “esteso al controllo e alla valutazione di profili comportamentali e di professionalità opinabili, evidenziati tra l’altro da provvedimenti abnormi o prossimi all’abnormità”.

E’ un intervento molto problematico, sottolineo problematico e molto delicato, perché quando si entra in quelli che sono i confini dell’attività giurisprudenziale credo che ci voglia estrema prudenza.

Detto questo, credo che un intervento di questo genere del Consiglio è credibile se è a tutto tondo. Non se è fatto in una sola direzione, perché in questo caso diventa un intervento che allora non è più di tentativo di dare delle risposte adeguate a dei problemi assai delicati che pongono alcuni interventi giurisprudenziali.


Premesso questo, osservo che nel caso specifico il provvedimento di avocazione di cui discutiamo è sorretto da una motivazione del tutto impropria e con riferimento a un orientamento giurisprudenziale che è del tutto inconferente e del tutto diverso da quello a cui si fa riferimento.

La sentenza della Cassazione citata per dimostrare come in quel caso ci poteva essere un dovere di astensione a cui non si è ottemperato riguardava la coincidenza tra i fatti di rilievo disciplinare e il merito del processo.

Qui si fa riferimento a tutt’altra ipotesi, che non c’entra nulla, che è un possibile conflitto di interessi.

Allora, il citare tra l’altro una giurisprudenza del tutto incongrua per sostenere una tesi del tutto discutibile mi sembra un metodo che sotto il profilo delle valutazioni necessarie sia quanto meno assai discutibile.


Orbene, voglio essere rapido, se si considera cosa ha significato la pratica delle avocazioni nella storia giudiziaria del nostro Paese, da un lato, e il contesto in cui questa specifica avocazione è intervenuta, io credo che un controllo pacato, attento e senza prevenzioni, ma da parte della Prima Commissione, che è quella che abitualmente si occupa di vicende di questo tipo, sia necessario».


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L'audio dell'intervento del consigliere Livio Pepino:




L'audio dell'intervento del consigliere Vincenzo Siniscalchi:




L'audio dell'intervento del vicepresidente Nicola Mancino:





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