venerdì 17 luglio 2026

Esito del referendum – l’inizio del cambiamento?




di Andrea Reale - Magistrato 


Le correnti della magistratura hanno ancora una volta vinto, anzi stravinto, ben prima della competizione.

Innanzitutto con il risultato del referendum costituzionale sulla giustizia e con la epica “remuntada” che ha fatto impallidire i migliori sondaggisti di tutti i tempi in Italia.

Poi con l’assemblea generale dei soci dell’ANM, tenutasi a maggio del corrente anno, riuscita ad illudere tutti gli associati che, dopo l’esito del referendum, avrebbe avuto inizio il tanto agognato cambiamento e l’autoriforma del CSM, quelli che tutti, gruppi associativi compresi, auspicavano a parole e quasi il 46% di cittadini italiani anche con la scheda ricevuta al seggio.

Nella parte della mozione finale, rigorosamente “unitaria” (con la lodevole astensione di alcuni simpatizzanti di ArticoloCentouno, che si sono sottratti a questa ipocrisia), dedicata alla “trasparenza del governo autonomo e contrasto al carrierismo” si legge, infatti, che “è necessario proseguire nel percorso intrapreso valutando la possibilità di introdurre nel Codice Etico dell’ANM forme più incisive di incompatibilità tra impegno associativo e candidatura al CSM”.

Era il modo per dimostrare all’esterno e all’interno che finalmente, dopo sei anni dallo scandalo che ha denudato il re (con la scoperta plateale delle degenerazioni del correntismo dentro il governo autonomo della magistratura), si sarebbe intrapreso il percorso che avrebbe evitato “carriere parallele” e “uomini e donne di paglia” (quelli e quelle pronte anche a fingere l’impellenza di un bisogno fisiologico nel corso di un plenum del CSM, pur di assecondare i desiderata della corrente politica che li ha fatti eleggere), con un netto divario tra carriera associativa e ruolo dentro il partito- corrente rispetto all’incarico istituzionale presso un organo di garanzia che dovrebbe tutelare (ma anche punire) i magistrati soltanto sulla scorta di fatti e di regole, non certo di appartenenze e/o di legami di “fede”.

Ecco perché la vicinanza temporale (ottobre 2026) con il rinnovo della composizione del Consiglio Superiore della Magistratura poteva, anzi doveva, rivelarsi la prima e migliore occasione per dimostrare il cambiamento interno dei magistrati italiani e dei loro gruppi associativi dopo il referendum.

E invece? Nulla di tutto ciò, neanche di quello che, dopo tante mediazioni, risulta scritto e approvato dall’assemblea generale ANM.

I gruppi tradizionali hanno scelto i loro candidati, con meccanismi ben sperimentati, anche nella forma mascherata di “primarie” o in base ad “una designazione democratica e di un percorso condiviso all’interno delle assemblee distrettuali”.

Nella stessa ottica con la quale i gruppi guardano il CSM e il suo funzionamento, saranno loro gli esponenti politici, ossia i rappresentanti degli interessi e delle idee in materia ordinamentale dei gruppi.

Ci sono segretari di corrente o esponenti di spicco di un gruppo, ex presidenti ANM, ex componenti di organismi esecutivi o deliberativi associativi, ex membri o membri in carica di altri organismi di autogoverno della magistratura, alcuni con precedenti durature militanze “fuori ruolo”, sempre per conto e in nome del gruppo di riferimento.

Non vorrei sbagliare, ma tra i nomi dei candidati presentati dalle correnti non ne ho ancora visto uno che possa definirsi una novità o un outsider. Neanche uno.

Vi sono anche nominativi apparentemente non riconducibili ad una corrente, ma chiaramente identificabili per vicinanza personale o ideale a ben precisi ambienti “culturali”.

I pochissimi volti indipendenti, già presentatisi o in predicato di farlo, avranno dunque pochissime probabilità di spuntarla, anche a causa di una legge elettorale, quella promulgata poche settimane prima delle ultime elezioni (nel 2022), che avvantaggia le correnti più forti e che ha favorito, invece che debellare, il bipolarismo “temperato” all’interno del CSM.

La cosa che più stupisce è l’assenza di volti giovani o di novità, anche diversamente giovani, dopo tutto l’impegno che migliaia di colleghi millennials hanno profuso nell’impegno referendario.

Loro sono i primi ad essere stati traditi dalle correnti e presto se ne accorgeranno.

Nessuna delle loro speranze di cambiamento potrà realizzarsi, se queste resteranno le candidature delle correnti in vista delle prossime elezioni.

È un peccato, neanche veniale. È il frutto di una vittoria – quella al referendum costituzionale – vissuto dalle oligarchie interne dei magistrati come trionfo del conservatorismo e della tutela di una Costituzione formale, che sostanzialmente viene snaturata e violata ogni volta che si assegna al CSM una natura smaccatamente politicizzata e di rappresentanza per appartenenze.

La campagna referendaria, improntata alla paura e all’opportunismo, oltre che al disprezzo, se non al vero e proprio odio, nei confronti dei reprobi magistrati per il SÌ, ha innescato una Restaurazione preoccupante e che tradisce le aspettative dei più giovani magistrati senza appartenenze, oltre che di svariati milioni di italiani.

Proprio coloro che hanno combattuto per il NO, credendo in un ideale di rinnovamento e di autocritica, dovrebbero essere i primi a ribellarsi a questo stato di cose.

Non credo, però, che ne abbiano la forza e la voglia.

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