«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 29 aprile 2008

L’Europa delle mafie tra miliardi, banche e stragi


Versione stampabile




di Enzo Guidotto
(Presidente dell’“Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”)




Da Portella della Ginestra ai grandi investimenti nel mondo.
Le alleanze con la politica “ndrangheta über alles”.
La criminalità in doppiopetto



«Non potremo mai essere un Paese civile finché ci saranno camorra, “Cosa Nostra” e quella mafia dal nome impronunciabile che si trova in Calabria». Questo, nel lontano 1985, il monito lanciato da Sandro Pertini per spronare ad un’azione più incisiva quella Commissione parlamentare antimafia nata da una legge che ebbe come primo firmatario Ferruccio Parri e ricostituita per la quinta volta subito dopo il sacrificio di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Quali i motivi del campanello d’allarme del vecchio presidente? Ancora una volta una nutrita casistica di efferata violenza ai danni di rappresentanti dello Stato.

Nell’agosto di quell’anno, a Palermo, erano stati infatti uccisi il commissario di polizia Giuseppe Montana, il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia.

Quattro mesi prima avevano invece perso la vita Barbara Asta coi suoi due bambini di appena sei anni, gemelli, nell’attentato di Pizzolungo deciso per eliminare il giudice Carlo Palermo che, dopo aver lasciato Trento, aveva assunto l’incarico di sostituto procuratore a Trapani al posto di Giangiacomo Ciaccio Montalto, barbaramente assassinato: entrambi, da visuali diverse, avevano diretto delicate indagini su traffici internazionali di armi e droga tra Italia, Turchia e Siria e sul riciclaggio e l’investimento dei relativi proventi.

Protagonisti del colossale business, oltre a mafiosi italiani e mediorientali, esponenti della Loggia P2 e dei servizi segreti, grandi banche e misteriosi potentati, un membro del comitato per il controllo delle armi operante presso il Ministero dell’Interno e discussi finanzieri con le mani in pasta nel mondo della politica.


Droga e massoneria occulta

Nel giro di poco tempo, le piste tracciate dai due magistrati, portano alla scoperta, sempre nella stessa provincia, nei pressi di Alcamo, di una raffineria di eroina, la più grande che fosse mai stata scoperta in Europa.

Fra i responsabili dell’«azienda», uno dei capi della “famiglia” mafiosa locale – che sarà ucciso dai Corleonesi perché sospettato di passare ad uno 007 notizie sulla strategia stragista del 1992 – e un personaggio coinvolto nell’inchiesta milanese sulla “Duomo Connection”, oscuro intreccio di mafia, affari e politica, nel quale facevano capolino esponenti deviati della massoneria.

L’anno dopo, i nomi di due soggetti ritenuti responsabili della “Strage di Pizzolungo” e di altri pericolosi boss figureranno negli elenchi di una loggia massonica “coperta” trapanese, la “Iside 2” della quale facevano parte anche imprenditori e commercianti, un consigliere regionale della DC, il viceprefetto e il vicequestore dell’epoca, funzionari della Provincia e del Comune, un prelato della chiesa ortodossa, don Agostino Coppola, nipote del più noto Frank “Tre dita” – attivo anche in Lazio e “conoscente” di un alto magistrato della Cassazione iscritto alla P2 e per questo radiato dall’ordine giudiziario – e il principe Gianfranco Alliata di Montereale, piduista, vicino ad ambienti dell’estrema destra ed indicato come uno dei mandanti della “Strage di Portella della Ginestra” del primo maggio 1947.

Gli affiliati non erano noti agli appartenenti alle logge “ufficiali”, ma avevano contatti con un’analoga loggia di Palermo che faceva capo a Giuseppe Mandalari, notoriamente commercialista di Totò Riina, nonché sostenitore di esponenti del centrodestra alle elezioni politiche del 1994.

Nel conseguente processo per associazione segreta si è avuto il primo accertamento giudiziario dell’inserimento nella massoneria deviata di esponenti di spicco di Cosa Nostra.


“Menti eccelse” dietro le stragi

Nel processo “Borsellino ter”, in cui si è peraltro fatto riferimento a “menti eccelse” che in via D’Amelio operarono dietro le quinte, è invece emerso che l’esplosivo usato nel fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone era dello stesso tipo di quello della “Strage di Pizzolungo” per la quale, tra gli altri, sono stati condannati all’ergastolo come mandanti Totò Riina e Vincenzo Virga, capomafia di Trapani.

Quest’ultimo, qualche mese fa è stato anche condannato in appello per tentata estorsione – ai danni del presidente di una società sportiva della città – assieme a Marcello Dall’Utri, all’epoca dei fatti responsabile di “Publitalia”: Virga esecutore, Dell’Utri mandante.

Imputati per la “Strage di Pizzolungo” erano anche dei mafiosi di Alcamo, poi usciti di scena.

In seguito, Giovanni Brusca, il boss corleonese che aveva azionato il telecomando della “Strage di Capaci”, confesserà di aver contattato Giuseppe Madonia, “numero due” di Cosa Nostra, «per attivare i suoi canali al fine di aggiustare il processo per la “Strage di Pizzolungo”».

Quali i “canali”? Molto probabilmente quelli della massoneria che riaffiorano di tanto in tanto – e non soltanto in Sicilia – rivelando una certa continuità d’azione.

D’altra parte è risaputo che Madonia, per pilotare appalti, operava in tandem con Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina ed affiliato alla loggia “Orion” di Palermo.

L’ennesimo caso di collusioni inquietanti risale alla primavera scorsa a Mazara del Vallo, sempre nel Trapanese: tra i nove arrestati per associazione mafiosa, operatori economici e funzionari e impiegati comunali – qualcuno dei quali legato in passato alla “Iside 2” – che avrebbero stretto un patto con la massoneria per l’accaparramento di appalti.

Per attuare un certo progetto – si legge nell’ordinanza – il gruppo aveva tentato «di intervenire presso la Corte dei Conti, motivando tale scelta con la circostanza che, presso la struttura della magistratura contabile, prestava servizio un loro “fratello”».


La storia si ripete

Fatti sorprendenti? Senza dubbio. Ma se certe cose si verificano nella provincia più periferica del Paese, poco esplorata dalla “grande stampa nazionale”, figuriamoci cosa è successo e succede in quelle in cui operano i vertici delle varie organizzazioni.

Particolarmente preoccupante, negli ultimi tempi, la situazione verificatasi in Calabria, dove varie inchieste sugli intrecci del malaffare hanno coinvolto, oltre a politici di spicco, alti esponenti delle istituzioni investigative e giudiziarie: l’arresto di un magistrato in carica, il trasferimento o l’apertura di procedimenti disciplinari per errori, omissioni ed incompatibilità ambientale a carico di altri, l’incriminazione di alti ufficiali della Guardia di Finanza e di agenti dei servizi segreti.

A circa vent’anni di distanza, dunque, le parole di Pertini sono così tornate di vibrante attualità.

Ma soprattutto l’uccisione di Francesco Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale della Calabria e la strage di Duisburg, particolarmente eclatante per numero ed età delle vittime e località di attuazione, hanno portato nel modo più drammatico all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale l’esistenza, in più di un terzo del territorio del nostro Paese, di una situazione paradossale nella quale le attività delle tradizionali organizzazioni mafiose e la degenerazione della politica e della prassi amministrativa, potenziate da una certa massoneria che fa spesso da volano, coinvolgono ampie fasce dell’economia ed inquinano la politica e le istituzioni locali con inevitabili riflessi in ambito nazionale e internazionale.


Una spirale perversa

Un salto di qualità improvviso? Macché!

La spirale perversa della grande criminalità italiana si è sviluppata gradualmente. Sulla possibilità di espandere i tentacoli all’estero – si legge negli atti della Commissione antimafia della passata legislatura – hanno influito due fattori: da un canto «il progressivo abbattimento delle frontiere nazionali, sia fisiche che burocratiche, la libera e non controllata circolazione delle persone e dei beni hanno determinato una significativa ricaduta sullo sviluppo e sull’interconnessione fra le economie ed i soggetti criminali dei vari Paesi»; dall’altro – ha rilevato qualche anno fa Antonio Laudati, sostituto della Direzione Nazionale Antimafia – «la “miopia” degli Stati che, pur abbattendo frontiere e controlli, non hanno ancora adottato regole comuni, a partire dalla definizione di “criminalità organizzata”, per contrastare il crimine sul piano internazionale. La stessa Europa è un’area a “legalità variabile” e le differenze fra le legislazioni penali europee aprono varchi insperati a tutte le organizzazioni criminali».


Negligenze storiche e miliardi in Germania

Ma la sottovalutazione del problema non è un fatto nuovo perché in tema di mafia, purtroppo, la storia non è mai stata maestra di vita. In tal senso, mentre il dibattito sulla tragica vicenda verificatasi in Germania e sulla necessità di provvedimenti efficaci per contrastare in modo adeguato la criminalità presente in Europa era ancora aperto, il venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa ha offerto lo spunto per riflettere ancora una volta su alcune delle più clamorose contraddizioni verificatesi nel nostro Paese proprio in questo campo.

All’atto del conferimento dell’incarico di prefetto di Palermo, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini aveva garantito al generale un’ulteriore investitura per il coordinamento della lotta alla mafia a livello nazionale nonché l’emanazione, da lì a poco, di un’apposita legge – proposta da Pio La Torre, ucciso proprio per questo – che gli avrebbe consentito di operare in modo più incisivo.

Nei successivi “cento giorni”, però, il mancato mantenimento delle promesse era stato “giustificato” con argomentazioni tutt’altro che convincenti: la nuova carica sarebbe stata incompatibile con l’ordinamento vigente e la legge era ancora in fase di analisi e di elaborazione.

Il che lasciava pensare agli osservatori più acuti che nel “Palazzo” nessuno si fosse mai accorto che la mafia esisteva già quando Garibaldi arrivò in Sicilia.


Tamburi battenti a ceneri calde

La “Strage di via Carini” si verifica il 3 settembre dell’82.

Esattamente tre giorni dopo, sotto la pressione dell’opinione pubblica, sconcertata dal fatto che Dalla Chiesa era stato mandato allo sbaraglio, il Governo crea l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, e alla fine della settimana successiva il Parlamento vara la prima vera legge antimafia della storia d’Italia che prevede la confisca dei beni, da sempre il vero “tallone d’Achille” degli affiliati e dei complici delle cosche.

La norma, che ha integrato il codice penale all’articolo 416 bis, è applicabile non soltanto nei confronti degli aderenti a Cosa Nostra ma a qualsiasi consorteria «comunque localmente denominata», tanto che, col tempo, è stata utilizzata anche in procedimenti penali a carico di esponenti della “Mafia del Brenta” veneta e della “Banda della Magliana” di Roma.

A conclusione del dibattito parlamentare era emersa la decisione di renderla subito efficace per non offrire ai “soliti noti” l’occasione di ricorrere a prevedibili abili sotterfugi per eluderla.

Nei fatti entrò in vigore dopo i consueti quindici giorni.

Conseguenza? A distanza di tempo si scoprirà che in quel lasso di tempo circa cinquanta mila miliardi di lire dalla Sicilia erano giunti proprio in Germania.


Il crollo del “Muro di Berlino”

Un altro esempio significativo risale all’89: crolla il “Muro di Berlino” e la parola d’ordine dei capi della ndrangheta agli “ambasciatori” stanziati in Germania ed in altri Paesi dell’Est è di comprare di tutto, immobili ed aziende in special modo.

Ma l’organizzazione, rispetto ad altre presenti nello scenario del momento, è poco nota all’estero e, se qualche anno prima il presidente Pertini considerava “impronunciabile” in Italia il suo nome, figuriamoci le difficoltà fonetiche incontrate nel linguaggio teutonico.

Le autorità tedesche percepiscono comunque i segni preoccupanti dell’infiltrazione strisciante della criminalità italiana e lanciano l’allarme in ambito CEE.

Nel vertice di Dublino del maggio dell’anno dopo – dichiarerà al Corriere della Sera (9.4.91) Claire Sterling, del Washington Post, che ne aveva seguito i lavori – viene infatti affrontato «il problema della possibilità che la mafia siciliana, sfruttando la prossima apertura del mercato unico, possa stabilire forme di connivenza con i gruppi terroristici addestrati in Occidente ed in particolare in Germania occidentale e con gli ex agenti di sicurezza dell’Est che ormai sono disoccupati: mezzo milione di uomini che conoscono tutti i canali del contrabbando, che per anni hanno fatto il mercato nero e sanno chi sono i corrotti e chi può essere corrotto. Ci sono indicazioni che la Stasi (Servizio segreto dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, n.d.r.) stanno vendendo enormi quantità di armi e tecnologia a gruppi criminali, terroristici e alla mafia».


Andreotti: non mafia ma … “criminalità organizzata”

Fra la rappresentanza tedesca e quella italiana – precisò la Sterling, dopo aver «interpellato fonti tedesche, inglesi, francesi, belghe e naturalmente italiane» – si verificano però «divergenze e contrasti».

Come mai? «Giulio Andreotti, presidente del Consiglio e Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, “hanno puntato i piedi” perché nei documenti ufficiali non risultasse la parola mafia.
Il cancelliere Kohl e altri governanti hanno invece insistito perché il problema fosse messo in agenda nel successivo summit di giugno, usando esplicitamente questa parola. La mafia, dunque, per la prima volta, è stata argomento di un vertice CEE nel giugno del 1990», nel quale fu «espresso questo timore: se non verranno prese misure di sicurezza adeguate, con il mercato unico la mafia potrà realizzare in tutta Europa quello che ha fatto in Italia»
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L’allarme si rivelò profetico, perché non si può certo dire che i provvedimenti finora adottati siano stati adeguati alla pericolosità delle varie organizzazioni. Ma quella volta – come tenne a ribadire la giornalista americana – Andreotti e De Michelis «volevano che più genericamente si parlasse di “criminalità organizzata”».

Motivo di tanta … “resistenza”? Semplice: già nel 1976 l’apposita commissione parlamentare d’inchiesta aveva precisato che «sin dalle origini, la connotazione specifica della mafia è sempre stata costituita dall’incessante ricerca di un collegamento con i pubblici poteri».

La stessa tendenza la criminalità organizzata può metterla in atto attraverso la corruzione, ma occasionalmente, non in modo sistematico e continuativo come le varie mafie. E Andreotti e De Michelis, stando alle personali esperienze giudiziarie relative a vicende di quegli anni, conoscevano bene la differenza fra i concetti racchiusi nelle due espressioni.


Summit internazionali mafiosi

Mentre nelle alte sfere si persevera con la “politica dello struzzo” la criminalità internazionale si dà da fare fissando precise strategie in alcuni summit che, guarda caso, si svolgono soprattutto in Germania: a Berlino Est appena un mese dopo, nel giugno del 1990, a Varsavia nel 1991, a Praga nel 1992, ancora a Berlino nel 1993.

In verità – ricorda Clara Sterling – «anche prima della disintegrazione dell’Unione Sovietica, le mafie siciliana, americana, colombiana ed asiatica stavano collegandosi con la mafia russa, fino a formare un cordone criminale clandestino, senza confini, in grado di stringersi attorno al globo». Poi, il cambiamento delle condizioni di operatività della criminalità italiana consente il “salto di qualità” della ndrangheta.

«A seguito dei colpi inferti a Cosa Nostra, dopo la stagione stragista del ‘92 e del ‘93 – spiega Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia – la ndrangheta è riuscita a conquistare il primato mondiale nel traffico degli stupefacenti, gestendo gran parte delle porte d’ingresso della cocaina in Europa. E in questa scalata tra le organizzazioni criminali mondiali, è stata favorita dalla sua natura di organizzazione a struttura chiusa, dalla solidità di legami famigliari che l’hanno resa impermeabile al fenomeno dei “pentiti” che, per Cosa Nostra e la Camorra, ha avuto un effetto deflagrante in tutti gli anni Novanta».

I “collaboratori di giustizia” della 'ndrangheta, stando ai dati ufficiali, fino all’aprile scorso, erano infatti appena 100, contro i 243 della mafia siciliana e i 251 della camorra.


1992: ndrangheta “über alles”

Stando così le cose, la raccapricciante manifestazione di violenza omicida a Duisburg, nel cuore della Germania – sostiene Forgione – «ha solo riacceso i riflettori sulla ndrangheta, sulle sue barbarie, sui suoi affari, sul suo ruolo internazionale che ne fanno, oggi, la più potente organizzazione criminale italiana e tra le più pericolose e ricche nel mondo: ha rappresentato la coda di una faida che ha già prodotto decine di morti, ma chi era in Germania – vittima o carnefice – non era partito con la valigia di cartone per fare il pizzaiolo: era lì per gestire investimenti, operazioni finanziarie, speculazioni edilizie. Per controllare e gestire il traffico della droga, come dimostrano recenti inchieste in mezza Europa, o trattare importanti partite di armi o, come pare, era anche interessato all’acquisto di Gazprom, monopolista russo del gas, e gli investimenti turistici sul Baltico».

«La ndrangheta va guardata così: senza mai perdere di vista il significato del suo simbolismo arcaico, dai riti di affiliazione fino alle faide familiari, ma cogliendone sempre i nessi con la sua “modernità”, frutto delle sue disponibilità finanziarie ripulite nelle mille opportunità della globalizzazione. Tutto il resto è fuorviante e tende a minimizzare un fenomeno che va aggredito al più alto livello della sua pericolosità: la sua ricchezza, i suoi patrimoni, la pervasività delle sue relazioni sociali e istituzionali».


Un fenomeno transnazionale

Un obiettivo, questo, che non riguarda solo la mafia calabrese ma tutte le grandi organizzazioni criminali italiane e straniere – alle quali è legata da rapporti di collaborazione – che hanno sempre le radici nelle aree geografiche d’origine ma sono ormai presenti in tutti i continenti: un comune denominatore che consente di definire il fenomeno mafioso complessivamente considerato, non più internazionale ma transnazionale: «internazionale – rileva infatti la Commissione parlamentare antimafia – è un gruppo criminale che non opera unicamente nel territorio del proprio Stato ma svolge la sua attività anche all’estero con opportune ramificazioni; transnazionale è invece la cooperazione sinergica, che gruppi criminali di diversa nazionalità instaurano per ottimizzare lo sfruttamento di determinate opportunità di mercato illecito: questa integrazione funzionale non solo supporta il traffico ma potenzia le capacità operative dei singoli gruppi interagenti».

La ndrangheta in particolare – si legge nel rapporto presentato ai primi di agosto dal Sisde, il servizio segreto civile italiano – è «ramificata» in Germania, Olanda, Francia e Belgio, nei Balcani e nell’Est europeo, dove coglie «le opportunità di penetrazione del tessuto socio-economico» e mantiene «i suoi consolidati rapporti con le organizzazioni sudamericane e turche per l’approvvigionamento, rispettivamente, di cocaina ed eroina, nonché i contatti con sodalizi stranieri, specie albanesi e nordafricani, che gestiscono piazze di spaccio nel Nord Italia».

La stessa ed altre fonti, in varie occasioni, hanno però parlato anche di consistenti presenze in Spagna, Inghilterra, Canada e soprattutto in Australia, dove qualche decennio fa furono addirittura uccisi un candidato al parlamento che aveva scatenato una campagna stampa contro la criminalità organizzata calabrese e il vice comandante della polizia federale di Canberra che indagava su terreni acquistati da soggetti della Locride con denaro proveniente da alcuni sequestri di persona attuati in Lombardia.

Il Bundesnachtendienst, il servizio segreto tedesco (Bnd), in un suo rapporto pubblicato dal quotidiano Berliner Zeitung – ma soltanto all’indomani della strage di Duisburg e privo di riferimento alla data di elaborazione – conferma che la ndrangheta ha investito «in misura considerevole soprattutto nell’ex Ddr (Repubblica Democratica Tedesca, ndr) i proventi delle attività criminali» e critica il nostro Paese per avere svolto in maniera insufficiente l’azione di contrasto.


Germania: legislazione carente

Una trattazione così sintetica della questione ha dato però una impressione di incompletezza e superficialità: Duisburg si trova infatti dall’altra parte della Germania, a nord di Bonn, ai confini con l’Olanda; l’ormai famoso “Ristorante da Bruno” davanti al quale si è consumata la tragedia non è l’unico locale pubblico della città che desta sospetti e la normativa antimafia italiana, anche se è da perfezionare, è obiettivamente all’avanguardia rispetto al resto d’Europa.

Conclusione? Sono state semmai le autorità tedesche a non mettere in pratica a casa loro il rigore reclamato a Dublino quasi vent’anni fa.

Ma la stampa locale, invece di prendere atto di questa diversità d’azione tra i due Paesi ha enfatizzato i tradizionali e latenti pregiudizi che nel ‘77 raggiunsero il culmine con la pubblicazione della famosa foto di copertina del settimanale “Der Spiegel” con la foto di una pistola a tamburo piazzata sopra un piatto di spaghetti all’italiana, accentuando e rinfocolando l’indignazione già assai diffusa nell’opinione pubblica.


Il parere di Saviano

Non tutti i giornalisti hanno però aderito al facile e comodo conformismo. «L’interesse dei media è forte, ma quando il polverone è passato, di solito, torna a tacere» ha osservato Henning Kluver sulla Suddeitsche Zeitung.

E per capire e far capire di più ai lettori il vero nocciolo della questione ha chiesto il parere di un osservatore esterno, esperto in materia: Roberto Saviano, il giovane scrittore napoletano che dopo aver fatto, con il suo bestseller “Gomorra”, clamorose rivelazioni sui segreti della camorra è stato costretto a vivere con la scorta della polizia. Domanda: cosa c’è che non va nella percezione del crimine organizzato da parte dell’opinione pubblica? «Uno degli errori più grandi della valutazione di un’organizzazione criminale – è stata la risposta – è credere che sia attiva e potente solo quando spara e invece la mafia è molto più forte quando non uccide: il “massacro di ferragosto” dimostra l’incapacità dei media nell’affrontare il crimine organizzato. Fino a oggi l’esistenza di cartelli criminali in tutta Europa è stata sottovalutata o ritenuta un problema interno all’Italia».


Silenzio ingenuo se non colpevole

«Da noi – ha precisato Saviano – che la camorra di Secondigliano e la ndrangheta di Locri siano stati i primi a investire in Germania Est dopo la caduta del muro è un segreto di Pulcinella».

La verità è che dalla strage di Duisburg «la Germania è uscita da un silenzio ingenuo, se non colpevole perché da almeno vent’anni i poteri criminali calabresi e campani investono in Germania. L’edilizia dell’est è controllata dalla ndrangheta e dalla camorra, centinaia di aziende subappaltatrici hanno legami con i clan. Ma non solo in Germania Est. I Casalesi hanno fatto affari soprattutto nei trasporti a Dortmund», a nordest di Duisburg.

«La camorra ha persino portato avanti una strategia precisa: ha investito prima in paesi vicini come la Repubblica Ceca e la Polonia, che fanno comunque parte dell’area allargata dell’economia tedesca, poi si è spostata direttamente in Germania. Hanno investito capitali in molte attività tessili: negozi avviati con capitale italiano, che poi i soldi tedeschi hanno fatto fruttare».

«In questi giorni c’è il pericolo che i tedeschi credano che il loro Paese venga sommerso da finanziamenti criminali dall’estero. Invece i capitali che provengono dall’Italia fecondano quelli tedeschi e li fanno fruttare».

È pure vero però che certi meccanismi cominciano a funzionare pure al contrario.

«A Caivano, vicino a Napoli – ha precisato lo scrittore – c’è un tedesco che gestisce un arsenale della camorra. Il clan dei Casalesi ha anche appartenenti ucraini o tunisini. Tutta l’area intorno a Castel Volturno è stata lasciata alla mafia nigeriana. A New York la mafia italoamericana ha appaltato una zona a famiglie del Kosovo. Insomma, e organizzazioni mafiose si sono globalizzate».

Come mai, allora, nella gente è prevalsa l’emotività del momento?

«In Germania la polizia sa, ma i mass media non ne sanno nulla e quindi l’opinione pubblica non sa nulla. Ma proprio questo è il problema: se le organizzazioni criminali restano una materia per addetti ai lavori non abbiamo alcuna possibilità contro di loro. Loro non hanno paura degli addetti ai lavori e non temono i tribunali e le condanne. Il mio caso forse può servire a mostrare quanto oggi possano essere efficaci le parole. Se i lettori, i giornalisti o gli intellettuali producono un’attenzione costante, l’imprenditorialità criminale si trova in difficoltà».


La posizione dell’Italia

In Italia, la posizione ufficiale non è diversa.

«Con l’invio dei killer in Germania – ha sostenuto Marco Minniti, viceministro all’Interno con delega per le polizie e il servizio segreto civile – le cosche calabresi hanno infranto un tabù: quello di presentare all’estero il volto della mafia imprenditrice. Sia chiaro però che già nel 2001, con l’Operazione “Lukas”, i carabinieri del Ros compilarono con la collaborazione della Bka tedesca una mappa degli investimenti calabresi in Germania. E in quella mappa c’era anche il “Ristorante da Bruno” che è stato teatro della strage. Ma poi l’inchiesta non andò avanti perché mentre in Italia la legislazione sulla confisca è chiarissima, l’ordinamento legislativo tedesco ha impedito il prosieguo di indagini efficaci e preventive: è mancata una cornice normativa europea. Il fatto è che l’Europa, fino a quando ha incassato investimenti “puliti” delle mafie italiane si è illusa che, al denaro che non ha odore, non debba necessariamente seguire una crisi di sicurezza pubblica, come accade oggi nella Ruhr e come può accadere presto in tutti gli altri Paesi in cui da tempo affluiscono i capitali delle nostre mafie».

Ma come si concilia la posizione assunta dal cancelliere Kohl nel ‘90 a Dublino con l’inerzia legislativa delle istituzioni tedesche a partire dal 2001, anno al quale risale l’inchiesta “Lukas”?

Su questo punto i princìpi e le regole della diplomazia impongono la più assoluta riservatezza.

Gli analisti dicono però che tutto è chiaro.

Jurgen Roth, mafiologo berlinese, è stato tra i primi a far presente che «le ultime notizie valide del Bundeskriminalmat, la polizia criminale tedesca, risalgono agli inizi del 2000. Poi è arrivato il governo di Silvio Berlusconi ed è stato molto difficile collaborare nel settore della lotta alla criminalità».

Lo stesso giorno la stampa riportava il citato rapporto del Bnd secondo il quale in Italia alcuni clan calabresi sarebbero riusciti a piazzare «in modo sistematico i propri informatori in quasi tutti i settori della vita pubblica, della politica, della giustizia e dell’esecutivo fino ai massimi livelli dell’amministrazione».


Problema italiano o tedesco?

«È vero che non possiamo sorprenderci della strage di Duisburg – ha sottolineato Minniti – ma io sono sorpreso della sorpresa dei nostri partner europei: se a ferragosto ci fossimo trovati a Como con sei rumeni finiti con un colpo alla nuca, noi non avremmo detto: “Cara Romania, è un problema tuo!”. Ci saremmo chiesti cosa non funziona da noi, quali sono i buchi neri, quali i controlli inefficienti, quali i sensori inattivi? Lo avremmo sentito un problema nostro. Ora nutro la speranza che quanto è accaduto a ferragosto possa inaugurare una nuova stagione, magari più consapevole che la minaccia mafiosa la patisce non solo il Paese che l’esporta, ma l’incuba anche chi la importa, magari qualche volta cedendo alla tentazione di chiudere gli occhi perché, si sa, pecunia non olet».


La ‘ndrangheta in Calabria

Ma qual è stata la carta vincente che in Calabria, una delle regioni meno sviluppate del Paese, ha consentito alla ndrangheta di raggiungere tanto potere, prima di imporsi sullo scenario della criminalità mondiale?

«Quella – sostiene Forgione – della grande capacità imprenditoriale, attraverso la quale è riuscita a contrattare in più occasioni il proprio ruolo nel sistema di imprese nazionale e con i soggetti economici e politico-istituzionali che dovevano gestire il più grande insediamento industriale della regione: si è assicurata così il sistema degli appalti e dei grandi flussi di denaro pubblico arrivati a fiumi in Calabria senza incidere in termini di sviluppo, di modernizzazione, di livelli di civiltà».

Troppa gente, però, è ancora legata al luogo comune secondo il quale le tradizionali organizzazioni mafiose sarebbero una inevitabile conseguenza del sottosviluppo del Meridione.

«Le mafie, e la Ndrangheta tra esse – spiega invece Forgione – non sono più fattori di arretratezza, ma soggetti fra i più “dinamici” della modernizzazione distorta che ha investito il Sud e ne ha trasformato il paesaggio sociale: speculazione e cemento, saccheggio ambientale, stupro delle coste, dissipazione dei finanziamenti pubblici, scempio di ogni forma di diritti, negazione delle libertà di mercato e d’impresa».


La “politica dello struzzo”

Quale, in tutto questo, il ruolo e le responsabilità della politica?

«Queste mafie, la politica non ha avuto la forza di combatterle e di sconfiggerle proponendo un altro modello di sviluppo credibile e sostenibile di lavoro pulito, di gestione trasparente delle risorse, di diritti esigibili al posto di favori elargibili. Anzi, ne ha accettato le logiche ed ha compartecipato al sistema. In fondo, la crisi della politica, in Calabria, è tutta qui: nell’essersi trasformata in esercizio separato del potere, trasversalità senza vincoli ideali o etico-morali, ricerca ossessiva del consenso senza regole, scambio privato e non più risposta generale e trasparente ai bisogni diffusi. Anzi, i bisogni della gente – dalla sanità al lavoro, dai servizi alla pubblica amministrazione – sono diventati la leva di una nuova dipendenza non più e non solo clientelare ma, in intere aree, anche mafiosa. In questo scenario si è anche affermata una commistione, a tutti i livelli, tra gestione politica e interessi economico-finanziari privati».


Un intricato “sistema criminale”

Un vero e proprio sistema criminale, dunque, dalle componenti eterogenee, legate da stretti vincoli di interdipendenza funzionale e di reciprocità di favori che li rendono capaci di gestire un potere perverso.

Quali, oltre alla ndrangheta ed a “pezzi” della politica, le altre “entità” inquinate ed inquinanti?

«Massoneria, lobby, circoli, luoghi certamente trasversali» dichiara ad alta voce il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris. E aggiunge: «Siedono tutti allo stesso tavolo».

«Qui – era stata nei primi di agosto la denuncia di Salvatore Boemi, al vertice della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio – 'ndrangheta e massoneria deviata fanno parte di uno stesso modello integrato di capacità criminali individuali e collettive, una sorta di tavolo di lavoro dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente mafiose, ma tutte comunque interessate all’accaparramento di finanziamenti pubblici», che per questo e il prossimo anno ammontano a diciotto miliardi di euro.

«E, come per il passato, il rapporto con politica e istituzioni dello Stato deviate costituisce la logica vincente per la ndrangheta», che conferisce alla regione un grado di “densità criminale” – basato sul rapporto tra affiliati ai clan e popolazione residente – del 27%, contro il 12 in Campania, il 10 in Sicilia ed il 2 in Puglia (dati DIA 2001).


Un … “tavolo di lavoro”

Il guaio – precisa De Magistris – deriva dal fatto che «questo sistema ha bisogno di inglobare anche pezzi di istituzioni deputate al controllo e infatti, indagando, ci siamo trovati di fronte a situazioni di commistione tra controllori e controllati che il conflitto di interessi di Berlusconi fa quasi ridere».

Ma la gente si rende conto che in questo modo si calpestano interessi generali che il denaro pubblico, i soldi pagati da tutti i cittadini vengono rubati o sperperati?

La verifica degli intrecci è alla portata di tutti. «Basta fare una semplice visura camerale – spiega il magistrato – per vedere chi sono i soci, i consiglieri di amministrazione: si scopre che abbiamo il figlio del politico, il nipote, il figlio e il parente del magistrato, e poi del poliziotto, del carabiniere».

E la ragnatela viene subito a galla quando si parla «di rifiuti, di informatizzazione, di acqua o di sanità. Ci sono addirittura società che si occupano di tutti questi settori contemporaneamente».

Nessuna meraviglia, dunque, di fronte alla notizia di un’inchiesta “Fortugno bis” che, relativamente ai mandanti, punta ad un “livello politico superiore”.

«Per questo – è stata la conclusione di Boemi – la soluzione del problema non può che venire dalle indagini sulla borghesia mafiosa, quella interna alle cosche e quella esterna dei colletti bianchi che favoriscono l’impresa ndranghetista e agevolano il passaggio da un’economia criminale ad una economia pulita».


Verità scomode

Un problema di facile soluzione?

«Se vogliamo parlare seriamente della ndrangheta dopo la strage di Duisburg – osserva Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia – allora conviene dire anche verità scomode. La ndrangheta è l’organizzazione mafiosa più potente, più ricca, e più estesa sul territorio europeo e mondiale. E le democrazie sono impotenti. Con i loro apparati penali insufficienti, con il loro controllo dei mercati e dell’economia debolissimo. Così riusciremo al massimo a contenere il fenomeno. La sconfitta è lontana. L’Italia, ad esempio è il Paese delle norme antimafia non applicate. Due esempi rendono chiara l’idea: primo, la Legge Mancino del ‘94 che prevede che tutti i trasferimenti di proprietà registrati vengano contestualmente trasmessi alle questure. Una norma inapplicata nella sostanza, visto che il materiale non è informatizzato, non lo conosciamo e non abbiamo a disposizione una mappa per capire come si muovono le ricchezze della mafia. Poi c’è la questione dell’anagrafe dei conti e dei depositi bancari che non è nelle disponibilità degli investigatori e dei magistrati antimafia, eppure parliamo di lotta al riciclaggio. Come si vede, siamo all’antimafia del giorno dopo».


Garantismo e “doppio binario”

E invece bisognerebbe puntare su quella del giorno prima, basata sull’analisi realistica e rigorosa della situazione per predisporre le più appropriate misure di prevenzione e di repressione.

«Certo! Ma diciamo subito che un approccio ipergarantista non ci aiuta nell’azione di contrasto. Guardiamo alla Germania, dove il mostro ndrangheta è cresciuto e si è esteso nel territorio grazie anche a leggi garantiste. In Italia, invece, con il rito abbreviato in primo grado e il patteggiamento allargato in secondo, un narcotrafficante rischia poco più di sette, otto anni di galera».

«Sia chiaro: io – tiene a precisare Lumia – sono per le garanzie, ma bisogna tenere ben presente che i mafiosi non sono degli emarginati da comprendere, no: ci troviamo di fronte ad organizzazioni pericolose che stanno svuotando dall’interno le nostre società, al Sud come al Nord. In Italia come in Europa. Il pericolo della ndrangheta è pari a quello del terrorismo, con una sostanziale differenza: i mafiosi sono nel cuore della nostra società. Le garanzie vanno assicurate ai cittadini, agli onesti e al mercato che in molta parte d’Italia sta perdendo la sua libertà, inquinato come è dall’economia mafiosa».

Quale potrebbe essere, dunque, la soluzione, sul piano repressivo e giudiziario?

«Bisogna rivedere queste norme e decidere che per la lotta ai sistemi mafiosi è necessario stabilire un “doppio binario”, proposto al Parlamento già nel 2001 dalla Commissione antimafia da me presieduta: quello che vale per i reati comuni non può valere per i reati di mafia».

Ma bisogna intervenire subito e mantenere alta la guardia.

«L’impegno – sostiene Marco Minniti – deve essere costante, altrimenti si ha l’effetto di quel proverbio citato da Leonardo Sciascia, “càlati jùncu chi passa la chìna”: la mafia, nei momenti di difficoltà, si comporta come il giunco per poi rialzare la testa quando la piena è passata».

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Questo articolo è stato pubblicato anche sul numero di ottobre 2007 di "Patria indipendente", rivista mensile dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nella foto in alto è riprodotta la copertina.

La versione in pdf dell'articolo sul sito della rivista è a questo link.





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domenica 27 aprile 2008

Le verità nascoste e la democrazia che non c’è


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di Uguale per Tutti


Nei giorni scorsi c’è stato fra i lettori del nostro blog un acceso dibattito sulla percezione di insicurezza dei cittadini italiani.

Alcuni lettori hanno sostenuto che il problema dei rumeni è quello principale.

Altri hanno opinato che le notizie sulla sicurezza vengono “gestite politicamente” – da tutte le parti politiche – a fini spregevolmente propagandistici ed elettoralistici.

Mentre si discute di questo e si violentano a fini propagandistici i dati obiettivi sulla sicurezza nel nostro Paese, nascondendo i fatti che “non convengono” al potere e “sbattendo in prima pagina” i mostri che servono alle elezioni, ieri in Calabria è stata scoperta una microspia nell’ufficio del Sostituto Procuratore Nicola Gratteri.

E nello stesso giorno, nella stessa regione, un imprenditore è stato fatto saltare in aria con una bomba telecomandata nell’auto. Non è morto. E’ rimasto cieco, gli hanno amputato le braccia e le gambe ed è in rianimazione.

Tutto questo è inequivocabilmente sintomatico di tantissime cose gravissime e dice tante altre cose sullo “stato” dello Stato nel nostro Paese (non parliamo neppure di “legalità” perché sarebbe ridicolo).

Se si dovesse fare una proporzione ragionevole con la quantità di ore di telegiornali e di talk show dedicati all’“emergenza rumeni”, a queste notizie dovrebbero dedicarsi giorni e giorni di televisione e migliaia di pagine di giornale. Sarebbe ragionevole che i responsabili della sicurezza e della giustizia dicessero qualcosa di serio. Davanti ai cittadini tutti i politici - di maggioranza e di opposizone - dovrebbero assumere impegni seri.

Ma tutto questo fa meno notizia di tante altre cose, perché, come denunciato sempre più spesso e negato ancora di più, la logica con la quale i mezzi di informazione raccontano le cose segue logiche non funzionali a una vera informazione, ma conformi ai desideri dei padroni dell’informazione che quasi sempre ormai coincidono fisicamente o sono molto legati ai tanti potenti del Paese.

Sulla prima pagina di Corriere.it di oggi alle 10.30 l’ordine delle notizie era il seguente:

1. “Afghanistan: i talebani sparano a Karzai: illeso”
2. “Berlusconi-Bossi: c’è l’accordo «Non ci saranno vicepremier»”
3. “Tanzania: premi per chi non si ammala di Aids”
4. “Padova: si vota sulla moschea”
5. “Bologna, pm ferma le nozze fra anziano e badante. «Ma in Italia è boom»”
6. “Gioia Tauro: bomba sull’auto, imprenditore perde braccia e gambe”
7. “Filmino hard: quattro minorenni condannati a 9 mesi di volontariato”
8. “Aereo ultraleggero cade sulla folla: almeno un morto”
9. “A Reggio Calabria trovata spia nella stanza del pm Nicola Gratteri”
10. “Superenalotto: centrato il 6: maxivincita da 40 milioni nel torinese”

Dunque, sul sito del Corriere della Sera, che è il giornale con più alta tiratura nel nostro Paese, la notizia dell’attentato con un’auto bomba telecomandata in piena città in Italia (e non in un altro lontanissimo Paese), viene messa al sesto posto, dopo un attentato in Afghanistan e l’accordo fra Berlusconi e Bossi, ma, soprattutto, dopo il voto per la moschea di Padova e un matrimonio fra un anziano e la sua badante.

Mentre la notizia che qualcuno spia DENTRO la Procura di Reggio Calabria i magistrati che dovrebbero lottare la ‘ndrangheta è al nono posto, dopo l’insulsa notizia di un filmino hard fra ragazzi e la caduta di un piccolo aeroplano in Germania e prima solo dei risultati del Superenalotto.

Si potrebbe pensare che al Corriere non sanno chi è Nicola Gratteri (il magistrato spiato), ma si viene subito smentiti dal fatto che il sottotitolo dell’articolo è: “Il magistrato segue indagini sulla strage della ndrangheta a Duisburg e sul senatore Sergio De Gregorio”.

Dunque, sanno di che si tratta.

Sulla homepage del sito di Repubblica, alle 13.30, la notizia dell'auto bomba non c'è più.

E la stessa notizia di un'auto bomba fatta saltare in aria in una nostra città NON C'E' sulla prima pagina di La Repubblica cartacea di oggi (c'è invece in quella del Corriere della Sera). In compenso nella stessa prima pagina di La Repubblica, dove non c'è l'auto bomba, c'è in grande rilievo un articolo su “Assisi vietata ai mendicanti”, messo in un box dentro il quale si dà, rigorosamente in prima pagina (quando si dice le informazioni delle quali non si può fare a meno), la straordinaria notizia che “Oxford promuove le ragazze del Sun; posare nude è segno di libertà” (l'autobomba è fra le notizie non da prima pagina; in prima pagina ci sono le opinioni di Oxford sulle tette delle ragazze del Sun).

Poi fanno gli sdegnati quando Grillo li insulta.

Cliccando sulla foto molto rimpicciolita in alto a destra in questo articolo, si aprirà una pagina nella quale la foto può essere vista in un formato più grande e si può avere percezione visiva della graduatoria di notizie appena riportata.

Riportiamo a questo link un articolo tratto dal sito de La Repubblica, che illustra la gravità della situazione.

Nell’articolo di Giuseppe D’Avanzo viene citata una intervista del collega Emilio Sirianni, che si può leggere in questo blog a questo link.

Sempre in questo blog, a questo link, si può vedere il video di una intervista del collega Nicola Gratteri che spiega perché in Calabria «lo Stato ha tradito».

Nei prossimi giorni pubblicheremo un lungo articolo del prof. Guidotto che fa il punto sulle mafie in Europa dopo la strage di Duisburg.

Infine, non può essere senza significato che in un contesto della giustizia calabrese come quello che emerge da questi fatti e dai racconti di D’Avanzo nel suo articolo significativamente intitolato La democrazia presa in ostaggio nel palazzo dei veleni e dei misteri l’unica cosa visibile, rapida, “efficace”, dimostrativa che l’autogoverno della magistratura ha fatto è stato condannare e trasferire Luigi De Magistris per “gravissime violazioni di legge”, in realtà, come ampiamente illustrato in numerosi articoli di questo blog, verosimilmente inesistenti e, comunque, consistenti in questioni assolutamente formali o meglio formalistiche. Si è detto altrove pretestuose.


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La democrazia presa in ostaggio nel palazzo dei veleni e dei misteri


di Giuseppe D’Avanzo
(Giornalista)


Da Repubblica.it del 27 aprile 2008


Il ritrovamento della cimice è l’ultimo di una serie di episodi in una Regione che lo Stato sembra aver dimenticato

Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie utili a mettere sul chi vive i potenziali indagati, fino a quel momento molto loquaci nelle conversazioni telefoniche intercettate.

Non accade tutti i giorni che – più o meno, esplicitamente – si sospetti che lo “spione” sia un magistrato della stessa Procura della Repubblica, legato – evidentemente – agli interessi storti che quell’ufficio dovrebbe scovare e punire e non alla Costituzione.

Eppure, nonostante la singolarità della circostanza, si fa fatica a stupirsene.

Prima o poi doveva accadere che venissero in superficie i velenosi miasmi che attossicano la Calabria e Reggio.

Non sorprende che siano affiorati proprio nel luogo – il palazzo di giustizia – che dovrebbe sovrintendere alla legalità di un angolo d’Italia dove gli interessi della ‘ndrangheta sono intrecciati ai poteri più visibili e formalizzati della politica, dell’economia, delle istituzioni. Fino ad assumere quasi funzioni di ordine pubblico.

Perché la ‘ndrangheta – oggi più di Cosa Nostra, più della Camorra – garantisce ogni tipo di transazioni; preleva tributi; offre occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall’agenda dei governi non ci sarebbero.

E’ un protagonismo che le consente di governare come intermediario decisivo i flussi di risorse e spese pubbliche, addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa con il controllo delle assemblee elettive.

Della pervasività del potere mafioso delle ‘ndrine – al contrario di Cosa Nostra e Camorra – non si parla mai.

Come si ignorano, nel discorso pubblico nazionale, le arretratezze e le opacità delle istituzioni calabresi.

Nel buio di una regione dimenticata, l’autorità, l’influenza, la forza della ‘ndrangheta hanno potuto così crescere inosservate e senza fastidi facendo, di quell’organizzazione, il cartello criminale di gran lunga più pericoloso, più internazionale, più invasivo del nostro Paese, orientato a un lavoro transnazionale, soprattutto nel traffico di droga dove – sostiene la direzione nazionale antimafia – ha assunto “quasi una posizione monopolistica resa possibile dagli stretti collegamenti con i paesi produttori e con il controllo delle principali rotte di transito degli stupefacenti”.

Oggi la ‘ndrangheta è una multinazionale del crimine capace di essere, al tempo stesso, “locale” (“vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, nella sua accezione più ampia, comprensiva dunque di economia, società civile, organi amministrativi territoriali”) e “globale”, rete criminale connessa al mondo attraverso il narcotraffico e il traffico internazionale di armi.

Sostiene la direzione antimafia: “Risulta ormai dimostrata l’elevata capacità della ‘ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina. Sono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi - sud-americani e mediorientali - fornitori di stupefacenti tanto da far divenire la ‘ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per altre organizzazioni criminali endogene”.

Per sciogliere un nodo così serrato, come fu chiaro dopo l’assassinio in un seggio elettorale di Francesco Fortugno o la strage di Duisburg, sarebbe stata necessaria una battaglia nutrita di un alimento etico-politico; un adeguato sostegno dello spirito pubblico; il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi capaci di rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità.

Una “politica” che riuscisse a ridimensionare un potere militare, economico e politico che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più marginali. Come testimonia il clima di intimidazione continuo che ogni istituzione o rappresentante delle istituzioni deve subire. Minacce. Attentanti con bombe. Fucilate alle porte di casa. Incendi di auto e di abitazioni. Ne sono stati vittima, nel corso del tempo, i sindaci di Reggio Calabria, San Giovanni, Seminara, Sinopoli, Melito Porto Salvo, Casignana, il vice sindaco di Palmi. Uno scenario che, come forse si ricorderà, convinse lo sconsolato presidente della Confindustria calabrese, Filippo Callipo, ad appellarsi al capo dello Stato per invocare la presenza nella regione dell’esercito.

La verità è che non è mai riuscita a diventare una priorità né dei pubblici poteri né dell’opinione pubblica la distruzione di un’organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un’urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c’è un’intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4/5 mila affiliati su una popolazione di 576mila abitanti.

L’affare è precipitato, come sempre accade in casa nostra, sulle spalle della magistratura.

Affar suo, soltanto suo. Gioco facile, per le ‘ndrine, inquinare anche quelle acque nell’indifferenza dei governi e della consorteria togata.

Pochi mesi fa, della magistratura calabrese, fece un quadro esauriente e drammatico un giudice civile, Emilio Sirianni.

Raccontò che cosa può accadere nelle aule di giustizia di quella regione.

Nel novembre del 2006, a Vibo Valentia, fu arrestato il presidente di sezione del Tribunale civile insieme a pericolosi mafiosi locali.

Sia prima che dopo l’arresto, c’è stato il silenzio intimidito o complice dei magistrati di quel Tribunale.

La Procura di Locri è stata lasciata a lungo nelle mani di un giovanissimo magistrato e, solo quando andò via, si accertò l’esistenza di 4.200 procedimenti con termini scaduti da anni, su un totale di 5000 e di circa 9000 procedimenti “fantasma” (risultavano nel registro, erano inesistenti in ufficio).

Capita, in Calabria, di vedere entrare un avvocato in camera di consiglio e trattenersi a colloquio con i giudici durante la deliberazione.

In Calabria può accadere che un giudice decida che un notaio, imputato di “falso ideologico”, non sia considerato un pubblico ufficiale. Reato derubricato in “falso in scrittura privata”, tempi di prescrizione ancora più brevi. Notaio prosciolto. Il pubblico ministero non propone l’appello. La disorganizzazione dell’ufficio lascia scadere i termini.

O il caso di quel bancarottiere? Dichiara di aver utilizzato i soldi distratti all’impresa per curare il fratello malato di cancro. Il giudice riconosce lo “stato di necessità” e, senza chiedergli prova della malattia del fratello e del suo stato di indigenza, lo proscioglie. Sulla parola.

“Conformismo, tendenza al quieto vivere, fuga dai processi scottanti, pigrizia” sono per Sirianni i codici di lavoro della magistratura in Calabria, “una magistratura che – per indifferenza, paura, connivenza, conformismo, furbizia – gira la testa dall’altra parte, strizza l’occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell’ufficio”.

Stupirsi allora per una microspia? Meravigliarsi delle fughe di notizie pilotate che “salvano” gli indagati e soffocano le inchieste? Sbalordire se le trattative per un allentamento delle severe regole del carcere per i mafiosi siano protette con una “soffiata”?

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A commento di questo articolo abbiamo pubblicato il post “Le verità nascoste e la democrazia che non c'è”.



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Va tutto molto bene


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di Marco Travaglio
(Giornalista)




da Voglioscendere

Spiaceva quasi, l’altroieri, sentire l’intera piazza San Carlo che sfanculava ogni dieci minuti Johnny Raiotta, il direttore del Tg1 che fa rimpiangere Mimun.

Troppi vaffa per un solo ometto.

Poi però uno rincasava, cercava il servizio del Tg1 di mezza sera su una manifestazione criticabilissima come tutte, ma imponente, che in un giorno ha raccolto 500mila firme per tre referendum.

Invece, sorpresa (si fa per dire): nessun servizio, nessuna notizia, nemmeno una parola.

Molti e giusti servizi sul 25 aprile dei politici, sulle elezioni a Roma, sul caro-prezzi, sul ragazzino annegato, poi largo spazio alle due vere notizie del giorno: le torte in faccia al direttore del New York Times e la mostra riminese su Romolo e Remo (anzi, per dirla col novello premier, Remolo).

Seguiva un pallosissimo Tv7 con lo stesso Raiotta, Tremonti, la Bonino e Mieli che discutevano per ore e ore di nonsisabenechecosa.

Raiotta indossava eccezionalmente una giacca, forse per riguardo verso il direttore del Corriere.

Questo sì che è servizio pubblico.

Così, nel tentativo maldestro di contrastare - oscurandolo - il V-Day sull’informazione, Johnny Raiotta del Kansas City ne confermava e rafforzava le ragioni.

E anche i giornali di ieri facevano a gara nel dimostrare che Grillo, anche quando esagera, non esagera mai abbastanza.

Il Giornale della ditta, giustamente allarmato dal referendum per cancellare la legge Gasparri, sguinzaglia per il terzo giorno consecutivo un piccolo sicario con le mèches in una strepitosa inchiesta a puntate: “La vera vita di Grillo”.

Finora il segugio ossigenato ha scoperto, nell’ordine, che Grillo: da giovane andava a letto con ragazze; alcuni suoi amici, invidiosi, parlano male di lui; la sua villa a Genova consuma energia elettrica; ha avuto un tragico incidente stradale; è genovese e dunque tirchio (fosse nato ad Ankara, fumerebbe come un turco); nel suo orto ha sistemato una melanzana di plastica; ha avuto un figlio “nato purtroppo con dei problemi motori” (il giornalista è un cultore della privacy); e, quando fa spettacoli a pagamento, pretende addirittura di essere pagato.

Insomma, un delinquente.

E siamo solo alla terza puntata: chissà quali altri delitti il Pulitzer arcoriano - già difensore di Craxi, Berlusconi, Dell’Utri e Mangano - scoprirà a carico di Grillo.

Nell’attesa, il Giornale ha mandato al V2-Day un inviato di punta, Tony Damascelli. Il quale, mentre il Cainano riceve il camerata Ciarrapico, paragona Grillo a Mussolini chiamandolo Benito e poi si duole perché piazza San Carlo ha applaudito a lungo Montanelli (fondatore del Giornale quand’era una cosa seria) e Biagi, definito graziosamente “il grande disoccupato”.

La scelta di inviare Damascelli non è casuale, trattandosi di un giornalista sospeso dall’Ordine dei Giornalisti perché spiava un collega del suo stesso quotidiano, Franco Ordine, spifferando in anteprima quel che scriveva all’amico Moggi. Siccome l’Ordine non è una cosa seria, lo spione non fu cacciato, ma solo sospeso per 4 mesi. E siccome Il Giornale non è (più) una cosa seria, anziché licenziarlo l’ha spostato in cronaca. E l’ha mandato al V-Day che aveva di mira, fra l’altro, l’Ordine dei Giornalisti. Geniale.

Il Foglio, per dimostrare l’ottima salute di cui gode l’informazione, pubblicava proprio ieri un articolo di Roberto Ciuni, ex P2.

Ma, oltre ai giornalisti-cimice, abbiamo pure i giornalisti-medium. Quelli che non han bisogno di assistere a un fatto per raccontarlo: prescindono dal fattore spazio-temporale.

Il Riformista, alla vigilia del V-Day, già sapeva che sarebbe stata una manifestazione terroristica, “con minacce in stile Br ai giornalisti servi” (“Le Grillate rosse”).

Ecco chi erano i 100 mila in piazza San Carlo: brigatisti.

Francesco Merlo se ne sta addirittura a Parigi: di lì, armato di un telescopio potentissimo, riesce a vedere e a spiegare agli italiani quel che accade in Italia.

Ieri ha scritto su Repubblica che “in Italia c’è sovrapproduzione di informazione” (testuale): ce ne vorrebbe un po’ meno, ecco.

Quanto a Grillo, è “in crisi” (2 milioni di persone in 45 piazze) e “non riesce a far ridere” (strano: ridevano tutti).

Poi, citando Alberoni (mica uno qualsiasi: Alberoni), ha sostenuto che “in piazza c’erano umori che non s’identificano con Grillo”.

Ecco, Merlo è così bravo che, appollaiato tra Montmartre e gli Champs Elysées, riesce a penetrare la mente e gli umori dei cittadini in piazza a Torino, Milano, Bologna, Roma.

E spiega loro che cosa effettivamente pensano.

Più che un giornalista, un paragnosta.

Finchè potrà contare su fenomeni così, l’informazione in Italia è salva. Di che si lamentano, allora, Grillo e gli italiani?


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sabato 26 aprile 2008

Il cuore del problema: legge, diritti, giustizia.


All’indomani di un 25 aprile sempre più svilito da un contesto politico complessivo privo di contenuti reali e sempre più stereotipo, pubblichiamo in un nuovo formato (solo audio), più agevolmente fruibile, una relazione del prof. Luigi Ferrajoli nella quale egli illustra il cuore del problema della crisi del “diritto” in relazione ai “diritti” e alle persone e alle sostanzialmente oggi perdute conquiste costituzionali.

Questo bellissimo intervento del prof. Ferrajoli affronta tutti i temi di più stringente attualità su queste questioni: i diritti umani, il ruolo del diritto, l’indipendenza della magistratura e tante altre questioni assolutamente centrali.

Si tratta di una relazione svolta l’11 maggio 2002 nel corso della seconda giornata del convegno “Giustizia e informazione: Le forme del dissenso tra riformismo e globalizzazione”, dedicata al tema “Dalla repressione del pensiero libero al pensiero unico: forme e modalità di neutralizzazione del dissenso. Il conflitto tra autorità e libertà. Le forme di organizzazione del dissenso”.

Il video dell’intera seconda giornata del convegno può essere visto a questo link e quello dell’intera prima giornata a questo link.

Passati sei anni da allora, le considerazioni del prof. Ferrajoli sono, purtroppo, sempre più attuali.

La sua relazione dura 30 minuti, ma vale davvero la pena di “investirli” in questo ascolto.

Il moderatore che introduce la relazione è il collega Luigi De Magistris.






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venerdì 25 aprile 2008

I presupposti di una nuova resistenza

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Il 17 aprile abbiamo pubblicato un articolo del prof. Enzo Guidotto dal titolo La lotta alla mafia una seconda resistenza. In relazione al dibattito che ne è seguito, il prof. Guidotto ritorna sul tema con un interessante approfondimento, che, visto che si parla di “resistenza”, pubblichiamo oggi che è il 25 aprile.



di Enzo Guidotto
(Presidente dell’“Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”)


Grato per l’attenzione riservata al mio articolo, preciso che il concetto di “nuova” o “seconda” – e non “prima” – Resistenza si basa sul fatto che i valori di democrazia, libertà e giustizia, soffocati dal Fascismo e divenuti bandiera della Resistenza, essenza della Costituzione repubblicana e quindi fondamento del nostro Stato democratico e di diritto, sono stati poi calpestati da quei poteri criminali e occulti che hanno svolto nel Paese un ruolo autenticamente eversivo.

Sono convinto che sarebbe bene che, attraverso i commenti, certi temi fossero affrontati con passione non soltanto nei periodi preelettorali, elettorali e postelettorali perché la vera democrazia non è solo consenso che si esprime periodicamente con il voto, ma soprattutto partecipazione sistematica e continuativa alla soluzione dei problemi di interesse generale anche con l’arma della cultura.

Bisogna purtroppo riconoscere che da tempo i partiti non sono più palestre di democratico, libero e costruttivo dibattito alimentato da iscritti e simpatizzanti.

Questi, di fatto, hanno solo la facoltà di prendere atto – altrimenti sono guardati male dall’establishment e dai ruffiani di turno se non addirittura emarginati – delle decisioni prese in “alto loco” non sempre in coerenza con i principi, gli ideali e i valori proclamati dai “grandi capi”.

E il discorso vale anche e soprattutto per il modo in cui vengono affrontate le magagne interne e per i criteri che si seguono nella scelta delle persone da inserire nelle liste elettorali.


Repetita iuvant

Pio La Torre, agli inizi degli anni Ottanta, andò a Palermo per riorganizzare e rilanciare il suo partito, ma anche per fare pulizia all’interno dello stesso.

Certi personaggi verso i quali lui aveva puntato l’indice, rimasero però ai loro posti, fecero carriera e venti anni dopo furono arrestati per associazione mafiosa.

E il processo sulla “pista interna” per il suo barbaro assassinio, prescindendo dai dettagli e dal giudizio finale, sotto l’aspetto morale e politico suona come vergogna a futura memoria nei confronti di quanti presero e continuano a prendere, anche relativamente ad analoghe situazioni, posizioni ultragarantiste per motivi spesso inconfessabili.

Uno di questi è Vladimiro Crisafulli, eletto per la seconda volta al Parlamento, già indagato per essere stato sorpreso e filmato, in data 19 novembre 2001, in un hotel mentre parlava con l’avvocato democristiano andreottiano Raffaele Bevilacqua, suo vecchio amico, già pregiudicato per associazione mafiosa in quanto «boss del clan mafioso di Enna e Barrafranca, in contatto con l’allora superlatitante Bernardo Provenzano» (Travaglio e Gomez, “Onorevoli Wanted”, Edizioni Riunite).

Nel novembre dell’anno scorso, in vista dell’assemblea costituente del Partito Democratico siciliano, il candidato alla Presidenza, designato dalla maggioranza, è l’on. Giuseppe Lumia.

E’ noto che nel 2000, quando era presidente della Commissione parlamentare antimafia, Bernardo Provenzano aveva dato il proprio assenso all’idea di Nino Giuffrè di ucciderlo perché dava fastidio in modo «martellante» a Cosa Nostra.


Ipergarantismo sospetto

Allora è bene che non si perda la memoria di certe vicende.

Alcuni giorni prima del citato congresso Aurelio Angelini, leader della componente eco-dem, chiede a Crisafulli il sostegno, per l’elezione del presidente del partito, della candidatura di Mariolina Bono, di Sciacca, in contrapposizione a quella di Lumia.

Crisafulli accetta la proposta in funzione della sua tradizionale avversione nei confronti di Lumia, espressa dalla massima rievocata su “La Repubblica-Palermo”, dell’11 novembre 2007, da Emanuele Lauria: «Se c’è Lumia, io sto automaticamente da un’altra parte».

Il motivo di tale avversione è facilmente immaginabile: la sua posizione ipergarantista in materia di politica giudiziaria antimafia è diametralmente opposta a quella di Lumia, sostenitore della necessità dell’introduzione del cosiddetto sistema del “doppio binario”: uno per le pene previste per i delitti comuni; un altro per quelle, decisamente più severe, per i delitti commessi da soggetti appartenenti o collegati ad associazioni di tipo mafioso, da estendere anche ai responsabili di delitti di terrorismo politico.

Stando così le cose, la scelta, da parte del Crisafulli, secondo chi è al corrente delle segrete cose potrebbe basarsi sul fatto che Mariolina Bono – indicata da chi la conosce da ragazza come «la “pasionaria” di Sciacca» - ne condivide, sia pure lungo un diverso versante, la concezione ipergarantista avendo fatto parte del movimento sessantottino che altrove ha successivamente alimentato in qualche misura i gruppi dell’estrema sinistra, rivoluzionaria e violenta.

In Sicilia, in molti ricordano il suo attivismo all’epoca in cui frequentava l’università.

Il suo consorte studiava invece a Bologna, dove nei primi anni Ottanta fu arrestato come appartenente a “Prima Linea” o ad analoga organizzazione collegata: sarebbe poi stato condannato in primo grado, per un certo tempo è stato agli arresti domiciliari e nel 1988 la Corte d’Assise d’Appello lo ha assolto, ma per insufficienza di prove.

Ebbene, pur avendo manifestato una certa inclinazione nel campo delle amicizie e delle alleanze, stando ai fatti, Vladimiro Crisafulli, nel PD pesa e conta più di Giuseppe Lumia che ha sempre rivelato tutt’altre tendenze: nelle recenti elezioni è infatti messo subito e senza discussioni in lista per la Camera, mentre Lumia, in un primo tempo, viene escluso.

«Ritengo che la presenza di Crisafulli non sia compatibile con l’obiettivo di dare fiducia, forza ed energia a quella Sicilia che vuole il cambiamento» dichiara Lumia, subito dopo la decisione del vertice del partito.


Veltroni, atto primo

E Valter Veltroni che fa?

Davanti alle proteste dei sostenitori di Lumia non entra nel merito della “questione Crisafulli”, che avrebbe dovuto offendere la sua “purezza”.

Sostiene però che «l’antimafia è una pratica e non una persona».

La frecciata è formalmente diplomatica ma velenosa nella sostanza.

«Veltroni – ribatte Lumia - ha ragione a parlare di lotta collettiva. Ma a maggior ragione è importante tenere conto di chi su questo tema si batte da quando ha iniziato a fare politica, anche se ciò ha significato ricevere minacce pesantissime e correre rischi elevati».

Che le cose stiano così lo ha sempre dimostrato proprio la mafia: non ha mai fatto attentati per danneggiare strutture, apparati, questure, caserme o palazzi di giustizia per distruggere documenti dannosi per l’organizzazione o per decimare magistrati, carabinieri e poliziotti, come faceva ad esempio Salvatore Giuliano con la sua banda contro le forze dell’ordine.

La mafia ha sempre colpito le “punte avanzate” del fronte di uno Stato che contro l’organizzazione non è mai stato compatto appunto perché le istituzioni sono state sempre caratterizzate da un certo tasso di inquinamento prodotto dagli “amici degli amici”.

Gli esempi concreti, che tanti hanno dimenticato e l’aspirante premier fa finta di non conoscere, non mancano.

«Credo - disse il Prefetto Carlo Alberto a Giorgio Bocca nella storica intervista pubblicata su La Repubblica del 10 agosto 82, a qualche settimana dalla “Strage di Via Carini” - di aver capito la regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato».

Io abito da quaranta anni in Veneto. Nei giorni della polemica sull’esclusione di Lumia, trovandomi in Sicilia, ho avuto modo di registrare la reazione di Giovanni Burgarella, un sindacalista della Cgil Trapani, già sequestrato e torturato da boss mafiosi al servizio di imprenditori edili senza scrupoli per aver capeggiato una rivolta di operai maltrattati.

«Ma come? I mafiosi volevano farlo fuori e il mio partito lo tratta così? Ma si rendono conto?» mi dice con rabbia.

Scrivi, Giovanni, scrivi! Prende carta e penna e va subito al nocciolo della questione.

«Bando alle ipocrisie! Come cittadino, lavoratore e consigliere provinciale impegnato da sempre nella lotta alla mafia nel settore edile e nella difesa dei diritti dei più deboli – scrive in un comunicato - non posso fare a meno di manifestare la delusione e l’indignazione per l’esclusione dalla lista del PD, il mio partito, dell’on. Giuseppe Lumia. Chi, come lui, ha fatto della stessa battaglia una ragione di vita politica, si trova indubbiamente esposto alle rappresaglie ed avrebbe dovuto essere valorizzato. Andrebbero piuttosto emarginati quanti hanno dialogato con “uomini del disonore” o alimentato il malaffare per trarne vantaggi. Ma qui sembra che le cose si siano invertite: i meriti sono stati ignorati e in qualche caso i demeriti premiati. La storia delle tre legislature? Mi sembra una scusa. Il mio partito dovrebbe far tesoro di quanto rilevato quindici anni fa dalla Commissione antimafia presieduta da Luciano Violante: la responsabilità politica di certi comportamenti rende incompatibile chi li ha assunti con lo svolgimento di funzioni pubbliche. Sono sindacalista da una vita ma in questo caso condivido pienamente la posizione del presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello: la mancata inclusione di Lumia nella lista indebolisce obiettivamente l’azione di contrasto della mafia su tutti i fronti».


Reazioni autorevoli

Giovanni centra il problema.

Ma, comunista di ferro, se da un canto ricorda le battaglie condotte ai bei tempi su ispirazione di Pio La Torre, dall’altro ha memoria delle ferree regole di disciplina del suo vecchio partito e non si rende conto se la sua iniziativa sarà gradita del tutto e da tutti.

Il giorno dopo, leggendo i giornali, si accorge però che le sue idee collimano perfettamente con i concetti espressi non soltanto dallo stesso Lumia, ma anche, fatto inusuale, addirittura dal Procuratore Generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona.

«La mia grande paura è restare isolato» sono le parole di Lumia che riecheggiano quelle di Dalla Chiesa. «In casi come il mio, in passato – aggiunge - è sempre scattata la tutela attraverso una copertura istituzionale. Nella storia della lotta alla mafia le migliori protezioni sono arrivate con la copertura del Parlamento».

E il dottor Barcellona?

«La previsione di una mancata ricandidatura al Parlamento nelle prossime elezioni nazionali di Giuseppe Lumia – sostiene - sottrarrebbe la magistratura isolana, e quella nissena in particolare, di un prezioso interlocutore nel campo della lotta alla criminalità organizzata privando altresì il territorio di una costante e vigile presenza di persona, già presidente della Commissione nazionale antimafia, che a rischio, come ben noto, della propria incolumità personale ha sempre portato una voce di solidarietà ogni qualvolta le istituzioni più sensibili hanno manifestato il loro impegno nell’attività antimafia».


Veltroni, atto secondo

E Valter Veltroni che fa?

Ancora una volta evita di pronunciarsi sul problema e un bel giorno si reca a Genova per un comizio in Piazza Matteotti.

Alla manifestazione, organizzata in pompa magna, giungono anche esponenti della “Casa della Legalità” «per denunciare e contestare – scrivono poi in un comunicato - le candidature del PD» riguardanti «personaggi le cui collusioni con Cosa Nostra sono state accertate inequivocabilmente come nel caso, ad esempio, di Vladimiro Crisafulli».

«In quelle stesse liste – precisano - è stato invece escluso Beppe Lumia, vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia,condannato a morte da Cosa Nostra, da sempre impegnato nel contrasto alle mafie, nel sostegno ai reparti investigativi, alle vittime ed a chi denuncia. Non crediamo infatti accettabile che i collusi, conniventi e indagati siano candidati, mentre chi combatte la mafia trovi esclusione ed isolamento! Crediamo giusto che i cittadini sappiano quello che sta succedendo, che siano informati di chi sono i candidati e gli esclusi! Abbiamo distribuito a quasi tutti i presenti in piazza il volantino “vergognatevi” in cui si denunciava questa inquietante scelta di campo contro l’Antimafia. Molti erano sconcertati, altri (pochi) ci hanno tacciato di essere “berlusconiani” (sic!). Peccato che a candidare i mafiosi e amici dei mafiosi siano tanto il PdL con Berlusconi quanto il Pd con Veltroni! Durante il comizio di Veltroni non giungeva risposta e quando il leader del PD ha sottolineato che “loro hanno il coraggio di fare delle scelte e che le scelte che loro fanno sono dettate dalle esigenze del Paese”, allora, abbiamo urlato: “Perché candidate Crisafulli amico dei boss mafiosi e non candidate Beppe Lumia?”. Lo abbiamo urlato più volte mentre alcuni del servizio d’ordine che volevano allontanarci (a forza) dalla piazza perché “maleducati”, sono stati fermati da Roberto Adorno, dirigente locale del Pd, che ci proponeva di fare un incontro con Veltroni al termine della manifestazione per avere un chiarimento ed a cui abbiamo risposto: non vogliamo un incontro riservato, la risposta non la deve a noi, ma ai cittadini; è a loro che deve spiegare perchè candida Crisafulli e non candida Lumia. Abbiamo aspettato inutilmente la fine del comizio per sentire cosa diceva dal palco, ma una risposta non è giunta, il comizio si è concluso con l’invito a “divertirsi tutti insieme”».

«Siamo andati allora in Piazza De Ferrari, dove erano parcheggiati i pullman del tour» aggiungono. «Lì, quando Veltroni è uscito da Palazzo Ducale, abbiamo urlato nuovamente la domanda: “Perché candidate Crisafulli amico dei boss mafiosi e non candidate Beppe Lumia condannato a morte da Cosa Nostra?”. Lo abbiamo fatto più volte mentre il servizio d’ordine si stringeva attorno a Veltroni spingendolo velocemente verso l’entrata del pullman (quasi fossimo dei “terroristi”) e mentre Giuseppe Morabito (di Africo ma a Genova da quando aveva 15 anni), già dirigente ed “eletto” diessino, provava a tappare la bocca, per ben due volte, al Presidente della Casa della Legalità, per farlo tacere e per passare quindi a spinte e strattoni, per cercare di farlo cadere. Fortunatamente sono intervenuti gli agenti della Digos e lo hanno fermato. A quel punto abbiamo mostrato a chi era intorno il libro “I Complici: tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al Parlamento” di Lirio Abbate e Peter Gomez, dove vi è la ricostruzione completa di chi è Vladimiro Crisafulli, mentre Beppe Lumia, come anche - di nuovo - Nando Dalla Chiesa, uomini simbolo della lotta alla mafia, sono stati messi fuori dalla porta! La risposta alla domanda “Perché candidate Crisafulli amico dei boss mafiosi e non candidate Beppe Lumia condannato a morte da Cosa Nostra?” non è giunta, Veltroni è ripartito».


Ciotti e Libera

Anche Luigi Ciotti, assieme a tante altre personalità di spicco, ha manifestato solidarietà a Lumia, ma se oltre a un messaggio o una semplice firma (a titolo personale o come presidente di Libera?) avesse mobilitato le 1300 associazioni aderenti a Libera presenti in tutto il Paese, sarebbe stato meglio.

Qualcuno potrebbe dire che sarebbe stato visto come un invito ad associazioni “apartitiche” a prendere posizione su un problema riguardante un preciso partito.

Ma un discorso del genere assumerebbe la configurazione di una censura nei confronti dell’iniziativa del Procuratore Generale di Caltanissetta Barcellona, che invece ha riscosso consensi unanimi in quanti hanno veramente a cuore la lotta alla mafia e sono convinti che la stessa, per essere efficace, va condotta con la collaborazione delle persone più motivate presenti in tutte le Istituzioni dello Stato.

Alla fine il problema si risolve felicemente solo per un apprezzabile atto di generosità del primo candidato della lista per il Senato che cede generosamente il posto a Giuseppe Lumia.


Veltroni atto terzo

E Valter Veltroni?

«Non vogliamo i voti dei mafiosi: vinceremo e loro saranno distrutti» ripete nei successivi discorsi, soprattutto in Sicilia e in Calabria.

Doverosa parentesi per un vecchio ricordo: “Vinceremo!” fu un’espressione tanto cara a Benito Mussolini: verso la fine della guerra la fece scrivere persino sulle cartoline postali – tuttora ricercate dai collezionisti del settore - ma non gli portò fortuna.

E’ chiaro però che la lotta alla mafia, nella società e in Parlamento, possono farla efficacemente anche le minoranze politiche attraverso la promozione di iniziative concrete a 360 gradi: prima fra tutte l’opposizione, dura e costante, ai tentativi dei “soliti noti” di trasformare leggi antimafia valide in armi spuntate o di emanare nuove leggi che di fatto favoriscono i mafiosi.


Verità sulle stragi

Recentemente, Pierluigi Vigna e Antonio Ingroia hanno rilanciato per l’ennesima volta l’idea della creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del 92 e gli attentati del 93: vedremo chi si muoverà in tal senso con la dovuta grinta nell’ambito delle istituzioni e se “Libera” - associazione di associazioni la cui nascita, prima ancora dell’approvazione del relativo statuto e della scelta della denominazione, fu patrocinata ufficialmente da Luciano Violante in qualità di vice presidente della Camera dei Deputati con comunicazioni scritte su carta intestata e spedite con la franchigia del prestigioso ufficio - mobiliterà le associazioni aderenti in questa direzione, che è l’unica da percorrere per far piena luce e materializzare l’ectoplasma di cui tanti, in politica, parlano ma non dimostrano concretamente la volontà di andare avanti , con coraggio, a oltranza e senza guardare in faccia nessuno, come avevano fatto Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutte le altre personalità che non ci sono più per il semplice fatto che avevano sempre operato a viso aperto e in prima linea consapevoli del pericolo cui andavano incontro con le loro delicate inchieste.

Se questo non avverrà, si darà ragione a quanti pensano che la mancata ricerca della verità sia dovuta al timore che vengano tirati fuori certi scheletri da certi armadi tenuti finora blindati. Un timore che si rivelerebbe più diffuso di quanto si possa immaginare. “Ai posteri l’ardua sentenza” scriveva il Manzoni.



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giovedì 24 aprile 2008

Paura e propaganda


di Giuseppe D'Avanzo
(Giornalista)


Da La Repubblica del 24 aprile 2008

Gianfranco Fini se ne va per mercati in passeggiata elettorale “controllando” il permesso di soggiorno degli ambulanti.

Se voleva documentare il disordine, non gli va troppo bene. Al semaforo di Forte Boccea, il venditore di accendini, egiziano, mostra i documenti in ordine.

Più avanti altri due egiziani. Altri due permessi di soggiorno esibiti.

Conclude il prossimo presidente della Camera dei Deputati (ride, ma non deve essere molto soddisfatto): “Dico, non è possibile che tutti siano in regola, mi sa proprio che i documenti se li comprano ...”.

Altra città. Altra scena. Bologna. Il consiglio comunale approva un ordine del giorno per dotare la polizia municipale di spray urticanti e “manganelli”, da usare nelle intenzioni soltanto per legittima difesa perché tra la pistola e le mani nude ci deve essere uno strumento intermedio, si sente dire.

Sempre Bologna. Il sindaco Sergio Cofferati non gradisce che si parli di “ronde”, ma conferma che saranno chiamati “volontari” a svolgere “compiti di assistenza alla cittadinanza più debole e a segnalare comportamenti scorretti o pericolosi”.

Sembra diffondersi, come un’onda impetuosa, una sicurezza “fai da te”. Ogni maggioranza comunale, ogni sindaco, ogni partito con troppo o pochi voti, agita la questione per proprio conto, con una propria iniziativa – “ronde”, “volontari”, ordinanze contro lavavetri, controlli del reddito degli immigrati.

Una babele dove quel che conta, non pare essere l’efficacia dell’iniziativa, la sua coerenza con una “politica”, ma l’eco mediatica che avrà, il dividendo politico che sarà possibile incamerare pronta cassa.

Non c’è di niente di peggio – e di più dannoso – che l’approssimazione, quando si hanno di fronte problemi seri.

Abbiamo imparato, nel corso del tempo, a capire che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (mai che si ascolti un qualche ragionamento, a questo proposito); che molte esperienze hanno messo in dubbio l’efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all’esistenza di pericoli “concreti”, ma spesso ha a che fare con il genere, l’età, l’esperienza di vita, la familiarità con l’ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità.

Ilvo Diamanti ci ha spiegato come l’insicurezza sia un sentimento diffuso, che riflette un timore concreto, reale; ma anche un’inquietudine più nebbiosa.

Non è un scherzo affrontare, con politiche pubbliche efficaci e condivise, la sovrapposizione della Paura, figlia di uno spaesamento esistenziale, con le paure provocate da minacce concrete.

Appena l’anno scorso l’Osservatorio Demos-Coop, ha documentato come “entrambi i sentimenti stanno montando, senza freni”. L’83% degli italiani ritiene che negli ultimi 5 anni la criminalità, nel nostro Paese, sia cresciuta. Nella precedente rilevazione, che risale a 2 anni fa, questa percentuale era già alta: 80%. È cresciuta ancora. È aumentata l’insicurezza locale. Nel 2005, il 34% delle persone percepiva in crescita l’illegalità nella zona di residenza.

Oggi, quella componente è salita di oltre 10 punti percentuali. Ha superato il 44%.

L’incertezza – è la conclusione delle ricerca – si sta insinuando nel nostro mondo, nelle nostra vita. Intorno a noi. Dentro noi stessi. Stentiamo a trovare un rifugio nel quale sentirci protetti.

Infatti, il 57% delle persone si dicono preoccupate della criminalità nella zona in cui vivono. Quasi 10 punti più di due anni fa.

Si può affrontare una catastrofe “emotiva” e concretissima così imponente con qualche alzata d’ingegno, con una mossa del cavallo, con un’iniziativa propagandistica e qualche posa gladiatoria?

Non pare. Eppure è quel che accade in un clima di allegra spensieratezza secondo un canovaccio che attribuisce alla “destra” la capacità di “combattere la criminalità”. Lo pensa il 40% degli italiani mentre solo il 18 riconosce una qualche fiducia al centrosinistra che appare debole, incerto, incapace di comprendere, spiegare, affrontare il fenomeno. E proprio per questo è chiamato a dotarsi ora di una “cultura della sicurezza” moderna, non ideologica, arricchita dai valori del rispetto della dignità della persona.

A giudicare da quel che si è visto ieri, e nei giorni addietro, “destra” e “sinistra” sembrano muoversi nella stessa direzione sbagliata.

Frammentarietà e approssimazione degli interventi. Qualche sceneggiata propagandistica.

Che finiranno soltanto per aumentare la percezione di insicurezza che affligge il Paese.



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martedì 22 aprile 2008

Intervista a Manfredi Borsellino


Come promesso alcuni giorni fa, pubblichiamo una bella intervista del commissario Manfredi Borsellino, figlio di Paolo, dalla quale emergono tanti dettagli della vita e dell'impegno di Paolo Borsellino.








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L'uso politico della paura


di Lidia Ravera
(Giornalista e scrittrice)



da L’Unità del 22 aprile 2008


Un’altra ragazza vittima della violenza di un disgraziato.

Uno che voleva imporre il suo sesso, uno che voleva fare male.

Ioan Rus, detto «il fantasma» perché non si sa bene dove abitava e di che cosa viveva.

Ioan Rus, una. faccia da foto segnaletica, violenta e vagamente ebete.

Ioan Rus, con sostanziosi precedenti penali, tre volte condannato e incarcerato nel suo Paese, la Romania.

E la ragazza? Anche lei straniera, di colore, di buona famiglia, una che frequenta un master in economia, che è venuta a Roma per studiare, non per cercare di sopravvivere.

La scena: la solita stazione buia, la solita periferia occupata da poveri, senza sovrastrutture adeguate a renderla davvero abitabile, una sorta di Zeta-erre-i (zona a rischio illimitato).

Le chiacchiere del giorno dopo: le solite. La sicurezza, i rumeni, gli immigrati.

Le cifre: «Il 35% dei reati in Italia sono stati commessi da. cittadini stranieri», «nei primi mesi del 2007 sono stati arrestati 32.468 cittadini rumeni».

Moltiplicatore di chiacchiere: il ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma.

Alemanno usa la vicenda per attaccare Veltroni, predecessore e sponsor di Rutelli: «dobbiamo liberarci dei cretini al comando».

Rutelli replica, ricordando che Berlusconi “sanò” 141 mila rumeni.

Chi sono, allora, «i cretini al comando?».

Il centro sinistra aveva proposto un braccialetto luminoso, le ragazze lo tengono al polso e serve per chiamare soccorso.

Alemanno difende le ragazze dalla “umiliazione” di dover indossare questa manetta salvavita ed è un vero peccato, perché a me, invece, sembra una buona idea, quantomeno un’idea nella linea giusta, che è quella di difendere le donne, non di bruciare in piazza i rumeni.

I rumeni: sono la comunità straniera più numerosa, oggi, in Italia.

Sono una società nella società. La crescita numerica porta con sé una maggiore percentuale di crimini, una maggiore necessità di prevenzione.

Nella povertà, nel degrado, nell’isolamento culturale e sociale, più facilmente le personalità più fragili vengono contaminate dalla violenza.

E vero per i rumeni, per i senegalesi, per gli egiziani, per i polacchi ... è vero anche per gli italiani.

I rumeni non sono peggio degli altri: molti sono qui da tanti anni, lavorano duro, se ne hanno l’opportunità, lavorano come noi italiani non ci sogniamo più di lavorare dai tempi difficili del dopoguerra.

Le femmine allevano i nostri figli, curano i nostri vecchi, puliscono le nostre case, lavano i nostri panni, i maschi costruiscono ristrutturano dipingono le nostre case, curano i terrazzi, i giardini.

Sono gente brava e operosa, con una sapienza manuale e uno spirito di servizio ormai molto difficili da trovare fra gli italiani.

Non oso neppure pensare a che cosa sarebbero le nostre vite senza l’aiuto dei rumeni e delle rumene.

Perché dobbiamo sempre minacciarli di espulsione? Non si possono più espellere gli stranieri.

Noi abbiamo bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi.

Il mondo ormai va così, nessuno può arroccarsi nel Paese dove è nato e chiudere le porte.

L’Italia, piaccia o no alla Lega, è, ormai, un Paese multietnico.

La brutta storia da cui prende spunto questa riflessione è una storia multietnica.

La vittima è una ragazza africana, che è venuta da noi a studiare.

Il colpevole è un uomo dell’Europa dell’est, che è venuto da noi perché a casa sua non riusciva a vivere.

Una era una brava ragazza, l’altro un mascalzone.

E mascalzoni ce ne sono parecchi.

La violenza contro le donne è in crescita esponenziale.

E’ colpa dei rumeni?

O è colpa di una subcultura diffusa che alle donne manca continuamente di rispetto.

Le continue, reiterate, ossessive esposizioni di corpi femminili a scopo commerciale.

Il mercato delle vacche che, a cadenza fissa, affiora da intercettazioni e scandali fra vip, quello scambio di favori che passa attraverso la fornitura di sesso, di carni femminili, di povertà morali e fioriture giovanili.

Le labbra, le pance, le tette che ci si parano davanti come un arredo urbano, dalle fiancate degli autobus, dai cartelloni, dalle edicole ... e, per contro, il silenzio femminile, lo scarso ascolto, la scarsa presenza di parole femminili autorevoli in televisione, in politica.

La fissazione del sesso che ha sostituito, per puro consumismo, la repressione di cinquant’anni fa, sempre senza offrire alle donne una vera dignità, una parità sostanziale, che potrebbe, forse, incominciare a disarmare tante mani protese a prendersi con la forza quello che una ragazza non vuole dare ... tutto questo non viene mai considerato.

Una studentessa si prende una coltellata nel fianco, patisce l’angoscia della violenza carnale e il dibattito, indignazione più proponimenti, verte tutto sulla necessità di cacciare i rumeni, come se bastasse per consentire alle ragazze la tranquillità di rincasare tardi, di attraversare una strada buia, di muoversi liberamente, come è suo diritto, in una città come Roma, capitale di un paese civile.

Gli italiani hanno paura, si sentono minacciati dalle povertà con cui un’immigrazione sempre più massiccia ci impone di convivere.

La paura viene strumentalizzata da chi vuole una società arroccata in difesa, armata, orientata al rifiuto dell’altro, intollerante e non solidale.

Io credo che la paura vada rispettata: spesso sono i più socialmente deboli fra gli italiani, quelli che ne soffrono.

Mi piacerebbe però che la paura. diventasse il carburante per mettere in moto la macchina del welfare, delle infrastrutture, a sostegno di chi vuole una società più giusta, dove, magari chiedendo ai più ricchi e ai più forti di rinunciare a qualcosa, i più deboli fra gli italiani e i migranti, venissero aiutati a trovare un posto sicuro per vivere.


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Sullo stesso tema di questo articolo, segnaliamo i seguenti altri articoli pubblicati nei mesi scorsi su questo blog:

“Rumeni, giustizia e demagogia”

“Democrazia e principi. Il pericolo delle culture eudemoniste”

“La giustizia tradita e strumentalizzata dal potere”



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