«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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domenica 27 aprile 2008

La democrazia presa in ostaggio nel palazzo dei veleni e dei misteri


di Giuseppe D’Avanzo
(Giornalista)


Da Repubblica.it del 27 aprile 2008


Il ritrovamento della cimice è l’ultimo di una serie di episodi in una Regione che lo Stato sembra aver dimenticato

Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie utili a mettere sul chi vive i potenziali indagati, fino a quel momento molto loquaci nelle conversazioni telefoniche intercettate.

Non accade tutti i giorni che – più o meno, esplicitamente – si sospetti che lo “spione” sia un magistrato della stessa Procura della Repubblica, legato – evidentemente – agli interessi storti che quell’ufficio dovrebbe scovare e punire e non alla Costituzione.

Eppure, nonostante la singolarità della circostanza, si fa fatica a stupirsene.

Prima o poi doveva accadere che venissero in superficie i velenosi miasmi che attossicano la Calabria e Reggio.

Non sorprende che siano affiorati proprio nel luogo – il palazzo di giustizia – che dovrebbe sovrintendere alla legalità di un angolo d’Italia dove gli interessi della ‘ndrangheta sono intrecciati ai poteri più visibili e formalizzati della politica, dell’economia, delle istituzioni. Fino ad assumere quasi funzioni di ordine pubblico.

Perché la ‘ndrangheta – oggi più di Cosa Nostra, più della Camorra – garantisce ogni tipo di transazioni; preleva tributi; offre occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall’agenda dei governi non ci sarebbero.

E’ un protagonismo che le consente di governare come intermediario decisivo i flussi di risorse e spese pubbliche, addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa con il controllo delle assemblee elettive.

Della pervasività del potere mafioso delle ‘ndrine – al contrario di Cosa Nostra e Camorra – non si parla mai.

Come si ignorano, nel discorso pubblico nazionale, le arretratezze e le opacità delle istituzioni calabresi.

Nel buio di una regione dimenticata, l’autorità, l’influenza, la forza della ‘ndrangheta hanno potuto così crescere inosservate e senza fastidi facendo, di quell’organizzazione, il cartello criminale di gran lunga più pericoloso, più internazionale, più invasivo del nostro Paese, orientato a un lavoro transnazionale, soprattutto nel traffico di droga dove – sostiene la direzione nazionale antimafia – ha assunto “quasi una posizione monopolistica resa possibile dagli stretti collegamenti con i paesi produttori e con il controllo delle principali rotte di transito degli stupefacenti”.

Oggi la ‘ndrangheta è una multinazionale del crimine capace di essere, al tempo stesso, “locale” (“vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, nella sua accezione più ampia, comprensiva dunque di economia, società civile, organi amministrativi territoriali”) e “globale”, rete criminale connessa al mondo attraverso il narcotraffico e il traffico internazionale di armi.

Sostiene la direzione antimafia: “Risulta ormai dimostrata l’elevata capacità della ‘ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina. Sono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi - sud-americani e mediorientali - fornitori di stupefacenti tanto da far divenire la ‘ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per altre organizzazioni criminali endogene”.

Per sciogliere un nodo così serrato, come fu chiaro dopo l’assassinio in un seggio elettorale di Francesco Fortugno o la strage di Duisburg, sarebbe stata necessaria una battaglia nutrita di un alimento etico-politico; un adeguato sostegno dello spirito pubblico; il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi capaci di rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità.

Una “politica” che riuscisse a ridimensionare un potere militare, economico e politico che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più marginali. Come testimonia il clima di intimidazione continuo che ogni istituzione o rappresentante delle istituzioni deve subire. Minacce. Attentanti con bombe. Fucilate alle porte di casa. Incendi di auto e di abitazioni. Ne sono stati vittima, nel corso del tempo, i sindaci di Reggio Calabria, San Giovanni, Seminara, Sinopoli, Melito Porto Salvo, Casignana, il vice sindaco di Palmi. Uno scenario che, come forse si ricorderà, convinse lo sconsolato presidente della Confindustria calabrese, Filippo Callipo, ad appellarsi al capo dello Stato per invocare la presenza nella regione dell’esercito.

La verità è che non è mai riuscita a diventare una priorità né dei pubblici poteri né dell’opinione pubblica la distruzione di un’organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un’urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c’è un’intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4/5 mila affiliati su una popolazione di 576mila abitanti.

L’affare è precipitato, come sempre accade in casa nostra, sulle spalle della magistratura.

Affar suo, soltanto suo. Gioco facile, per le ‘ndrine, inquinare anche quelle acque nell’indifferenza dei governi e della consorteria togata.

Pochi mesi fa, della magistratura calabrese, fece un quadro esauriente e drammatico un giudice civile, Emilio Sirianni.

Raccontò che cosa può accadere nelle aule di giustizia di quella regione.

Nel novembre del 2006, a Vibo Valentia, fu arrestato il presidente di sezione del Tribunale civile insieme a pericolosi mafiosi locali.

Sia prima che dopo l’arresto, c’è stato il silenzio intimidito o complice dei magistrati di quel Tribunale.

La Procura di Locri è stata lasciata a lungo nelle mani di un giovanissimo magistrato e, solo quando andò via, si accertò l’esistenza di 4.200 procedimenti con termini scaduti da anni, su un totale di 5000 e di circa 9000 procedimenti “fantasma” (risultavano nel registro, erano inesistenti in ufficio).

Capita, in Calabria, di vedere entrare un avvocato in camera di consiglio e trattenersi a colloquio con i giudici durante la deliberazione.

In Calabria può accadere che un giudice decida che un notaio, imputato di “falso ideologico”, non sia considerato un pubblico ufficiale. Reato derubricato in “falso in scrittura privata”, tempi di prescrizione ancora più brevi. Notaio prosciolto. Il pubblico ministero non propone l’appello. La disorganizzazione dell’ufficio lascia scadere i termini.

O il caso di quel bancarottiere? Dichiara di aver utilizzato i soldi distratti all’impresa per curare il fratello malato di cancro. Il giudice riconosce lo “stato di necessità” e, senza chiedergli prova della malattia del fratello e del suo stato di indigenza, lo proscioglie. Sulla parola.

“Conformismo, tendenza al quieto vivere, fuga dai processi scottanti, pigrizia” sono per Sirianni i codici di lavoro della magistratura in Calabria, “una magistratura che – per indifferenza, paura, connivenza, conformismo, furbizia – gira la testa dall’altra parte, strizza l’occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell’ufficio”.

Stupirsi allora per una microspia? Meravigliarsi delle fughe di notizie pilotate che “salvano” gli indagati e soffocano le inchieste? Sbalordire se le trattative per un allentamento delle severe regole del carcere per i mafiosi siano protette con una “soffiata”?

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A commento di questo articolo abbiamo pubblicato il post “Le verità nascoste e la democrazia che non c'è”.


3 commenti:

Gabriele ha detto...

E' sicuramente un fatto grave, ed inquietante.
Ed è bene che vi sia la massima attenzione a queste vicende.

Gabriele D'Elia ha detto...

La storia si ripete! Un magistrato indaga sui loschi affari di una organizzazione molto potente, queste indagini portano ad appuntare sulla lista degli indagati, persone di spicco di alcuni partiti; in seguito, lo stesso magistrato viene calunniato o comunque sia gli vengono danneggiate le indagini con fughe di notizie o, peggio ancora, viene addirittura sollevato dall'incarico e trasferito in un'altra procura, tutto senza che la maggior parte degli italiani se ne possa rendere conto. Questa è una prassi che qui in Italia è molto ricorrente.

Anonimo ha detto...

Sarà anche la 'ndrangheta l'organizzazione criminale più pericolosa d'Italia. Ma, a farla diventare tale è stato il potere politico e giudiziario!
E' assurdo che questa 'ndrangheta quando non spara, non mette bombe, non taglieggia si trova nel massimo della sua potenza; altrettanta potenza la esprime quando spara, usa l'esplosivo e taglieggia. Sono molto più propenso a credere che questo sistema è figlio del terrore che si crea nella popolazione calabrese, che consente alle forze più sane di rimanere in disparte. Permettendo così l'occupazione negli incarichi elettivi, di governo e di ogni settore come organismi governativi e non, di quei personaggi totalmente inadeguiti a qualsiasi ruolo pubblico. E, grazie a chi vanno avanti questi personaggi, se non alla 'ndrangheta stessa? Ma quando si comincia a guardare finalmente in faccia la verità?
bartolo iamonte