«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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domenica 28 dicembre 2008

Non so, dunque parlo




di Marco Travaglio
(Giornalista)


da Repubblica.it del 27 dicembre 2008


“Gli arresti domiciliari al sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, e la successiva scarcerazione sono un fatto gravissimo” (Walter Veltroni, 24 dicembre 2008)

“Si tratta di una vicenda grave, e Veltroni ha fatto bene a definirla così. Forse sarebbe stata necessaria più prudenza nell’emettere i provvedimenti di custodia cautelare, anche perché ci sono state conseguenze gravi, come le dimissioni del sindaco di Pescara. Quando prendono questo tipo di decisioni, i magistrati devono agire con prudenza e rispetto delle procedure. Ora ai magistrati chiediamo di fare presto, perché i cittadini hanno diritto di sapere presto quello che è accaduto a Pescara e quale sarà il destino della giunta” (Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo ombra del Pd, Sky Tg24, 26 dicembre 2008)

“Non sussistevano le ragioni per le quali è stato arrestato il sindaco di Pescara, credo ci voglia molta prudenza perché è caduta una amministrazione per ragioni, a quanto pare, insussistenti. Serve prudenza e una valutazione seria dei dati che va fatta nei confronti di tutta la magistratura” (Luciano Violante, Pd, 26 dicembre 2008)

“Veltroni difende il suo partito, forse un amico, ma dovrebbe farlo anche quando ci sono gli avversari” (Altero Matteoli, Pdl, ministro dei Trasporti, 26 dicembre 2008)

“Con quattordici anni di ritardo, Veltroni forse si è reso conto che esiste un problema tra politica e giustizia” (Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, 26 dicembre 2008)

“In relazione al D’Alfonso, in termini di gravità indiziaria il quadro accusatorio, già integralmente condiviso dal Gip nel momento dell’adozione delle misure cautelari, rimane nel suo complesso confermato (e anzi sotto taluni aspetti rafforzato). Sulle due principali vicende di corruzione e sulla stessa associazione per delinquere. Le acquisizioni successive all’interrogatorio del Sindaco. hanno già in gran parte eliso il valore del costituto difensivo del D’Alfonso in relazione all’aspetto ritenuto più significativo: le ristrutturazioni (di sue abitazioni eseguite gratuitamente da imprenditori vincitori di appalti nel suo Comune, ndr). L’interrogatorio del Paolini (portaborse-autista del sindaco a spese dell’imprenditore privato Carlo Toto, ndr) ha offerto piena conferma dell’impianto accusatorio in relazione all’essere l’indagato (Paolini) una sorta di assistente del Sindaco, stipendiato dal Toto e fornito di autovettura di alta gamma, senza che sia possibile documentare e neppure comprendere quali prestazioni abbia svolto per l’imprenditore. Ribadita la gravità del quadro indiziario, come originariamente ritenuto nell’ordinanza. occorre a questo punto farsi carico delle sopravvenienze intervenute in relazione al pericolo di inquinamento probatorio ascritto al D’Alfonso. Le preannunciate e poi effettivamente eseguite dimissioni. costituiscono un apprezzabile segnale di sensibilità istituzionale. Il previsto commissariamento del Comune determina un ulteriore indebolimento della rete di rapporti intessuti dal D’Alfonso nell’esercizio della propria attività politico-amministrativa e della conseguente capacità di manipolare persone informate e documenti. Quanto alla possibile costituzione di tesi difensive di comodo, va rilevato che esse sono già state in parte disvelate (con riferimento alla vicenda delle ristrutturazioni) e che comunque il dettagliato sviluppo del costituto difensivo del Sindaco (ed i confronti già intervenuti con le altre fonti di prova dichiarativa e documentale), alla luce della notevole mole del materiale documentale acquisito, rende meno probabili ulteriori manipolazioni. Per questi motivi, (il Gip, ndr) revoca la misura in atto (gli arresti domiciliari, ndr) applicata a carico di D’Alfonso”. (dall’ordinanza di scarcerazione firmata dal Gip di Pescara, Luca De Ninis, 24 dicembre 2008) (*)


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(*) Il testo integrale dell’ordinanza può essere letto a questo link.



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giovedì 25 dicembre 2008

Riflettendo per Natale (prima parte)




di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Cari amici del blog,

noi non ci conosciamo eppure ciò che ci unisce è talora più forte di ciò che accomuna tante persone che si frequentano abitualmente: ci lega infatti una forte passione civile (che, per fortuna, anima anche molti altri che ignorano o comunque non frequentano il nostro blog) la quale continuamente ci sprona, ci interroga, ci anima.

Ho così pensato di inviare a tutti alcuni pensieri che possano portare un qualche contributo ad una meditazione personale sulla giustizia e sulla politica.

E’, per dir così, la mia “lettera di Natale” (definirlo un regalo, mi sembrerebbe in verità eccessivo se non addirittura presuntuoso).

Credo infatti che il Natale, se non vuol essere ridotto al trionfo della paccottiglia, debba essere comunque un momento di meditazione forte: per i credenti essa avrà ad oggetto il Signore che viene; per i laici i tempi che vengono e i compiti che ci attendono. Per gli uni e per gli altri un tempo prezioso di meditazione sulla realtà e di rivisitazione delle proprie idee.

Credo doveroso rimarcare in premessa che (come sarà più chiaro nel seguito del discorso) le argomentazioni che seguono in nessun modo intendono adempiere alla funzione di grillo parlante o di maître à penser: sono solo una delle possibili forme, tra le tante, che può assumere l’impegno politico.

Nessuno è perfetto – tanto meno chi scrive – e dunque bisogna capire che le critiche non sono affatto un presupponente ergersi sugli altri, ma un contributo al corretto funzionamento del sistema democratico, nel quale il “controllo” non assume solo forme istituzionali (magistratura, opposizione parlamentare, etc.), ma anche (ancor di più?) le forme di una pubblica opinione informata e non manipolata.

Dopo questa lunga premessa, vengo al punto, anzi ai punti.

Sempre più spesso vedo qua e là accendersi barlumi di disperazione: a che serve questo nostro parlare? Come possiamo illuderci di cambiare totalmente il sistema?

Rispondo subito che, come diceva Kafka (mi sembra nel “Cacciator Gracco”): “la guarigione è una malattia che si cura a letto”.

Chiunque si illude di poter stravolgere la natura “malata”/“ambigua” delle umane cose, puntando a una piena reintegrazione tutta buona e santa, è destinato a finire male: ha, per l’appunto, una malattia che va curata a letto.

Egli è destinato, sul piano personale, a finire come il dott. Jekil, perché è quella la fine di chi, per dirla con Jung, non integra la sua “ombra”; sul piano politico poi, non potendo che coltivare il “messianesimo politico” o si sfiancherà in attesa del mondo nuovo o seminerà lutti e dolori al fine di costruire il nuovo Eldorado.

Credo più saggio battere un’altra strada: quella, per la precisione, che pensa occorra puntare a un mondo vivibile e – così come accade per le persone il cui impegno etico, restringendo gli spazi ai loro “vizi”, le rende frequentabili – occorra impegnarsi politicamente, poiché questo impegno, restringendo gli spazi all’“ombra” della società, faccia sì che il mondo non sia né perfetto né diabolico, ma, per l’appunto, vivibile.

Dunque nessuna disperazione per quel che capita nel 2008, perché i nostri padri, nel 1938, non è che se la spassassero bellamente e neppure i nostri trisavoli dovevano vivere una vita dorata se è vero, come è vero, che nel 1838 il nostro Gioacchino Belli andava scrivendo:

C’era una volta un re che dal palazzo
manno’ fora a li popoli ‘n’editto:
io so’ io e voi nun sete un cazzo,
sori vassalli buggiaroni e zitto.


Nulla di nuovo sotto il sole: sempre la solita fatica di fare da contrappeso al potere che vuole mandare ai vassalli i suoi editti.

La democrazia non è una stagione necessaria e duratura: può anche non arrivare e può addirittura dissolversi dopo breve tempo.

Non dunque miracoli, ma impegno quotidiano tenace e apparentemente minimale per restringere gli spazi all’ombra.

Già, ma, concretamente, cosa fare?

Vorrei partire dall’art. 49 della nostra Costituzione, il quale recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Ho l’impressione che questo articolo tradisca una sopravvalutazione dell’attività dei partiti da parte dei padri costituenti.

O meglio una sottovalutazione delle conseguenze che detta attività avrebbe comportato.

Mi spiego. Chi usciva dall’epoca fascista (col partito unico e tutto quel che ne seguiva o che precedeva) era naturalmente portato a identificare partiti con metodo democratico e metodo democratico con determinazione della vita nazionale, sì che, saltando il medio, ne conseguiva che i partiti erano chiamati a determinare la politica nazionale, nel che propriamente consisteva il metodo democratico.

Il che è profondamente vero o profondamente falso, a seconda che si dia per vera o per falsa un’ulteriore affermazione: che il nocciolo della democrazia siano i controlli del potere così come in precedenza ho indicato.

Comunque stessero le cose nella testa dei padri costituenti, fatto è che, nei fatti, la seconda metà del secolo scorso ha visto tutelato più il potere dei partiti che il sistema dei controlli.

Meno che meno si sono adottati i “contrappesi” necessari per bilanciare i meccanismi degenerativi che la spasmodica ricerca del consenso ha necessariamente indotto.

Al grido di “voto non olet”, tutto è stato vissuto nell’ottica della competizione elettorale e tutto, in nome di quest’ultima, è stato ritenuto lecito.

Ne è così derivato non solo che, se non tutti, certo troppi, abbiano cercato di “appartenere” a un partito (per riceverne ombrello protettivo e comunque utilità), ma che il governo più che “guidare” il popolo ha finito per esserne guidato per il tramite del dio-sondaggio.

Lo scambio avviene sulla base della seguente regola: “voi date il potere a me, io do ciò che chiedete a me”.

E’ del tutto ovvio che, essendo l’animo umano quel che è, il bene comune è andato rapidamente a farsi fottere e la stella polare è divenuto il tornaconto dei più.

Ora se questi “più” fossero tutti malvagi, ci sarebbe ben poco da fare (tranne che un’opera educativa difficilissima e dai tempi assai lunghi).

Ma il fatto è che molti tra i più sono manipolati, disinformati, illusi.

Dunque è necessario aprire loro gli occhi non solo e non tanto sulle trame dei “cattivi”, quanto, assai più, sulla complessità dei problemi, sulla “utilità” dei valori, sulla truffaldinità di molti rimedi propalati come miracolosi, e via dicendo.

Chi può compiere questa opera certamente culturale, ma, altrettanto certamente, squisitamente politica?

Non certo chi “appartiene”. Ma qui corre aprire una breve parentesi.

Se è vero che i partiti non sono la panacea, è anche vero che essi sono necessari per il convogliamento del consenso.

E se sono necessari debbono, almeno in certa misura, creare appartenenza e prospettarsi come i migliori, senza macchia e senza paura.

Bisogna accettare che tutto ciò, entro certi limiti, avvenga.

Non sto negando ciò che sopra ho affermato: sto dicendo che lo strumento-partito, per necessario che sia, ha i suoi limiti (che occorre accettare), i quali, se non contenuti, tendono a causare una degenerazione del partito (che occorre combattere risolutamente).

Non bisogna dunque combattere i “partiti” in quanto tali, ma mettere in moto delle tendenze che impediscano non già il loro limite (che esiste necessariamente), ma la loro degenerazione (che ben può essere evitata).

Chiusa la parentesi, torno ad affermare che il contrappeso alla degenerazione è l’impegno di coloro che individuano la loro politica in un impegno senza appartenenza, libero da interessi di parte, pronto alla critica (ma anche all’autocritica).

Mentre chi sceglie (legittimamente e realisticamente) l’impegno nei partiti, realizza il suo scopo con la conquista del consenso e l’esercizio del potere, color che scelgono (altrettanto legittimamente e realisticamente) l’impegno nelle forme della non-appartenenza, realizzano il loro scopo per ciò solo che non appartengono, che rinunziano all’esercizio del potere per poterne liberamente criticare le distorsioni, le ambiguità, le degenerazioni, senza pretesa di infallibilità, ma anche sine spe nec metu.

Cari amici del blog, non chiedetevi dove dovrete mai approdare: siete già arrivati.

Pensate liberamente, riflettete su ciò che fareste se foste carichi di responsabilità, e, come avete liberamente pensato, altrettanto liberamente parlate e diffondete il vostro pensiero e le vostre critiche.

Nel blog o altrove poco conta: non siamo un partito, ma se mai una “rete”.

E’, il nostro, un sogno? Può darsi, ma, come diceva, Magritte, “il mio sogno vi sveglierà”.

Credo che tutti noi si sia molto più realisti di coloro che, proclamandosi realisticissimi e concretissimi, privi di ogni utopia, ci hanno condotto in un mondo invivibile economicamente, ambientalisticamente e moralmente.

Costoro non hanno titolo alcuno per criticare i nostri sogni. Che comincino a sognare per contrapporre, come è giusto, i loro sogni, e non i loro interessi, al nostro discorrere. Che accettino in pace santa le critiche nelle quali si esercita il nostro modo di fare politica.

Già le critiche. Se mai c’è un segno dei tempi, questo è il fastidio e l’irrisione che vengono riservati a chi osa criticare il potere: dal governo all’A.N.M. (se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi) chi critica è un comunista, un utopista (leggi: è un fesso), uno squilibrato, uno sfascista, etc etc.

La storia è vecchia: «Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo è strano che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi?” (…) Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?” E lo cacciarono fuori» (Vangelo di Giovanni).

Il cieco nato non voleva insegnare nulla a nessuno, anzi per verità non capiva neppure ciò che gli era accaduto. Ma non sapeva mentire e diceva quel che pensava.

Ciò era intollerabile per i farisei costituiti in potere.

Il grado di democraticità di un potere lo si ricava dalla sorte riservata alle critiche.

“Eppure mi ha aperto gli occhi” proclamava il cieco nato; “E pur si muove” ripeteva testardamente Galilei.

L’uno e l’altro proponevano al Potere la “loro” verità, ma questa non fu accolta.

Per “accogliere” qualcuno o qualcosa occorre non essere ingessato nel proprio interesse e accettare il limite altrui.

Se chi sarà oggetto delle nostre critiche non farà prevalere il suo interesse; se non ci sbatterà in faccia il suo “io son chi sono e mi s’ha da portare rispetto”; se, soprattutto, in nome del nostro disinteresse sarà benevolo nei confronti dei nostri limiti e dei nostri errori, vorrà dire che il nostro impegno produrrà un effetto ben maggiore di chi si illude di modificare “dal di dentro” la logica dell’appartenenza.

Se, al contrario, non saremo accolti, state sicuri che i nostri “eppure” faranno, alla lunga, assi più rumore di qualsiasi impegno partitico, perché, come dicevano i medievali, bonum est diffusivum sui: ciò che è bene è, per sua natura, destinato a diffondersi.




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Etica, evitiamo una Caporetto


di Roberto Scarpinato
(Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Palermo)



da Corriere Economia del 22 dicembre 2008


Il discorso pubblico sulla corruzione continua a restare arenato, tranne poche eccezioni, nelle secche dell’abusato clichè della questione morale e degli appelli a una volenterosa autocorrezione.

Eppure la storia mostra come la cosiddetta questione morale italiana si protragga ininterrottamente dagli albori dello Stato unitario.

Ben altri sono i rimedi necessari.

Nel 1893 il famoso crac della Banca romana che coinvolse circa 150 tra parlamentari, ministri, palazzinari, banchieri e giornalisti di grido, mise in luce come l’incapacità di autoregolazione della nomenclatura del tempo potesse innescare il rischio di default del Paese.

In quella circostanza fu necessario correre ai ripari mediante l’istituzione della Banca d’Italia, alla quale, con sano realismo fu assicurato nel tempo uno statuto di indipendenza dalla politica.

Allo stesso rischio il Paese fu esposto quando, dopo il crollo della prima Repubblica, ci si rese conto che la corruzione aveva generato un indebitamento tra i 150 mila e 250 mila miliardi, contribuendo a portare il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo dal 60% del 1980 al 118% del 1992, con un deficit di bilancio all’11 per cento.

Nella costante incapacità di autocorrezione del sistema, fu ancora una volta un’istituzione indipendente, la magistratura, a svolgere una funzione di salvaguardia interna, fermando la folle corsa alla vigilia di una deriva argentina, come attestò pubblicamente il governatore della Banca d’Italia.

In quel clima di emergenza democratica fu il governo tecnico Ciampi a porre le premesse per riagganciare il vagone Italia alla locomotiva Europa.

Tornando ad oggi, i più autorevoli studi economici hanno posto al centro delle loro analisi l’Italia come uno dei casi da analizzare per quantificare gli effetti distorsivi della corruzione sulle dinamiche macroeconomiche: divaricazione progressiva della forbice tra Nord e Sud in relazione al diverso tasso di corruttibilità della governance; percentuale degli interessi sul debito pubblico dovuti all’onere della corruzione; disaffezione di investitori stranieri per i titoli di Stato italiani; sperpero di fondi comunitari; effetto leva della forbice tra ricchi e poveri, tre volte superiore al resto d’Europa, e via di seguito.

Conclusione degli studiosi: nelle fasi di espansione del ciclo economico, il sistema è in grado di assorbire e metabolizzare tali oneri macroeconomici, così come avvenne negli anni del boom.

Nelle fasi di recessione come l’attuale, il costo globale della corruzione incrementa il rischio di collasso economico.

Se questo è il quadro globale, si può comprendere come quel che sta accadendo sia ben di più che una Caporetto dell’etica pubblica; è il segnale di un pericolo di cedimento strutturale della casa comune, che imporrebbe una brusca inversione di rotta rispetto al sistematico indebolimento di tutti gli argini che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio della stagione politica, tornando a rafforzare tutti i meccanismi di controllo.

Purtroppo, è desolante dovere prendere atto che l’agenda politica è invece fitta di iniziative di segno contrario.

Basti ricordare, per citare solo quelle più eclatanti, la proposta di sottrarre alla magistratura il potere di avviare le indagini per riservarlo esclusivamente alle Forze di Polizia, la cui progressione in carriera, a differenza che per i magistrati, è sostanzialmente nelle mani di vertici governativi e, quindi, della politica.

Se si tiene conto che i procedimenti in materia di corruzione, come dimostrano anche i casi alla ribalta della cronaca, coinvolgono uomini molto potenti del mondo politico ed economico, si possono coltivare serie perplessità sul futuro riservato a tali indagini.

E ancora si ponga mente alla proposta di vietare le intercettazioni per tutti i reati con pena inferiore ai dieci anni, tra i quali rientrano tutti i casi di corruzione, le truffe ai danni dello Stato e la stragrande maggioranza dei reati di colletti bianchi che determinano gravi ricadute economiche e sociali collettive.

Poiché l’esperienza sul campo dimostra come solo le intercettazioni riescano a penetrare l’omertà blindata e trasversale che permea il mondo della corruzione, si può ben comprendere che rinunciare a tale insostituibile strumento di indagine contribuirebbe al disarmo pressoché totale dello Stato e ad affievolire la speranza che dopo la disfatta di Caporetto vi possa essere la rivincita di Vittorio Veneto.




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lunedì 22 dicembre 2008

Perchè hanno tutta questa urgenza di fermare l'inchiesta di Salerno






Trascrizione:

di Marco Travaglio
(Giornalista)


“Buongiorno a tutti.
Oggi, in questa ultima puntata prima di Natale vorrei ancora soffermarmi sulla vicenda di Salerno e Catanzaro perché continuano ad arrivarmi, giustamente, delle richieste di chiarimento, per quanto riguarda ciò che siamo riusciti a far vedere, credo sia stato molto importante, nella puntata di giovedì sera di Annozero.

Una puntata che sta già terremotando la magistratura fin dalle sue fondamenta.
Chi ha notizie o conosce qualche magistrato può farsi dire che il comportamento del segretario dell’Associazione Magistrati ha lasciato interdetti molti suoi colleghi, soprattutto perché la ricostruzione di Annozero ha mostrato dove stia il marcio tra le procure di Catanzaro e di Salerno.
Il fatto che, invece, il rappresentante ufficiale dell’associazione magistrati abbia continuato a prendersela con Salerno senza dire una parola su quello che è successo a Catanzaro ha lasciato molti interdetti, addirittura c’è chi chiede un cambio al vertice dell’ANM.
Sarebbe opportuna un’autocritica.
Dopo entriamo nel merito delle cose che ancora non abbiamo detto la scorsa settimana, però io penso che quello che sta succedendo, cioè il fatto che magistrati come De Magistris siano stati lasciati soli di fronte ad attacchi politici inauditi - non credo che, a parte i magistrati del pool di Milano nella metà degli anni Novanta, ci sia mai stato nessun pubblico ministero bersagliato da decine e decine di interrogazioni e interpellanze parlamentari, seguite da ispezioni, da una mole enorme di provvedimenti disciplinari, per non parlare della pratica di trasferimento - tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere.
Ed è potuto accadere non perché l’ANM abbia voluto prendersela con De Magistris, ma perché ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro per troppi anni.
Ha voluto coprire il CSM che ha trascurato colpevolmente il caso Catanzaro, è stata poi presieduta dal giudice Luerti, il quale si è poi scoperto essere intimo amico del principale indagato di De Magistris, Antonio Saladino, il leader della Compagnia delle Opere in Calabria.
Non solo amico ma, come abbiamo sentito nella ricostruzione sceneggiata da Annozero con attori che leggevano il testo dell’interrogatorio di Luerti davanti alla procura di Salerno, Luerti viveva addirittura in una comunità - e vive in una comunità - prima a Catanzaro e poi a Salerno dei Memores Domini, una confraternita di Comunione e Liberazione.
Di frati di Comunione e Liberazione che fanno voto di povertà, castità e obbedienza.
Il fatto che poi nel decreto di perquisizione scritto da Salerno per andare a Catanzaro a prendere le carte ci sia un accenno a questa parte di interrogatorio, dove si parla del voto di castità di questo magistrato, non significa affatto che i suoi colleghi abbiano voluto sindacare la sua vita privata e affettiva: vuol dire che gli hanno semplicemente posto il problema del fatto che, forse, un magistrato non dovrebbe essere nelle condizioni di imbarazzo che ora derivano a costui dall’essere parte di una confraternita della quale fanno parte anche persone che vengono coinvolte in vicende giudiziarie.
Se fai voto di obbedienza a una confraternita, bisognerà vedere quanto sei obbediente a quella confraternita rispetto a quanto sei obbediente alla legge.
Io penso che questo dottor Luerti sia una persona assolutamente perbene, ma certamente non basta essere persone perbene, bisogna anche sembrare imparziali quando si è magistrati.
Pensate soltanto a quando faceva il magistrato a Catanzaro e viveva nella casa di Saladino che poi si è rivelato essere - non sappiamo se abbia commesso reati o no - una persona piuttosto disinvolta nei rapporti d’affari e politici.
E adesso fa il magistrato a Milano, in una regione che è presieduta da un membro influentissimo di Comunione e Liberazione che per anni ha detto pubblicamente di aver fatto anche lui questo voto di castità, e di essere anche lui membro di questa comunità, di questa confraternita.
Il fatto che questo Luerti presiedesse l’Associazione Magistrati ha sicuramente influenzato la sua posizione quando ha dovuto rilasciare delle dichiarazioni su quello che stavano facendo a De Magistris.
De Magistris è stato esautorato delle sue indagini e l’ANM di fatto non ha preso la posizione che avrebbe dovuto prendere.
Gli sono state avocate, probabilmente in maniera illegale o irregolare, le indagini e l’ANM ha taciuto, e alla fine è stato trascinato davanti al CSM con delle accuse risibili, come abbiamo detto, e pure trasferito in base a quelle accuse risibili che ricordano un po’ quelle in base alle quali adesso vengono crocifissi i magistrati di Salerno.
Avere scritto troppe pagine in un decreto di perquisizione, avere fatto accenni presunti alla vita privata di questo o quel personaggio.
Insomma, stupidaggini mentre dall’altra parte c’è un verminaio - a Catanzaro - con persone che non dovrebbero più poter fare i magistrati.
Allora, visto che l’ANM ha cominciato con il piede sbagliato in questa vicenda, ha proseguito con il piede sbagliato, mentre oggi basterebbe dire: “siamo cambiati, il segretario Luerti non c’è più, ora c’è un nuovo vertice, c’è il dottor Cascini, il dottor Palamara.
Chiediamo scusa per aver sottovalutato il caso. Chiediamo scusa per avere fatto i Ponzio Pilato quando avremmo dovuto schierarci dalla parte giusta.
Adesso, però, viste le carte, alla luce di quello che ci mostra Salerno, vedremo se quelle pagine sono troppe, troppo poche, ma vogliamo far sapere che quello che è successo ai danni del dottor De Magistris lo riteniamo inaccettabile, e che nessuno provi più a fare altrettanto nei confronti di altri magistrati”.
Naturalmente questo non significa che De Magistris abbia sempre ragione, può avere sbagliato come sbagliano tutte le persone.
Gli errori dei magistrati, quando riguardano le loro indagini, vengono corretti da altri magistrati nei ricorsi dei vari gradi di giudizio.
Se qualcuno voleva lamentarsi delle indagini di De Magistris aveva soltanto da rivolgersi al GIP, al Tribunale del Riesame, alla Corte d’Appello, alla Corte di Cassazione e se aveva ragione avrebbe trovato giustizia.
Invece, c’è chi ha ritenuto che gli eventuali errori, tutti da dimostrare, di De Magistris si potessero risolvere levandogli le inchieste.
Questa è una cosa assolutamente inaccettabile, anche perché poi si è scoperto che, secondo la procura di Salerno, le inchieste gli sono state tolte non perché erano sbagliate ma perché erano giuste e quindi bisognava impedirgli di proseguirle.
Perché sia chiaro di cosa stiamo parlando, purtroppo ancora si fa finta di non capire, l’ipotesi accusatoria - noi non sappiamo se sia buona o non buona - è questa, da parte dei magistrati di Salerno nei confronti dei loro colleghi di Catanzaro: questi colleghi si sarebbero praticamente venduti le indagini di De Magistris ai principali imputati, cioè il senatore Pittelli di Forza Italia e il solito Saladino, in cambio di favori.
Assunzioni di parenti, segnalazioni, finanziamenti, eccetera.
L’accusa più grave è quella di corruzione in atti giudiziari.
Voi ricordate che si è parlato molto di corruzione in atti giudiziari ai tempi del caso delle toghe sporche, quando nel 1996 scattarono gli arresti al Tribunale di Roma.
Quando i magistrati di Milano andarono a Roma a prendere i giudici Squillante e Metta, quello che aveva fatto la sentenza del Lodo Mondadori.
All’epoca i magistrati coinvolti erano tre o quattro.
Qui sono addirittura sette, in una procura molto più piccola come quella di Catanzaro.
Stiamo parlando di un intero ufficio giudiziario che viene coinvolto a partire da: ex capo della procura di Catanzaro, Lombardi.
Procuratore aggiunto tutt’ora in funzione a Catanzaro, che per molti mesi ha fatto il procuratore capo facente funzioni quando Lombardi è stato trasferito, e si chiama Salvatore Murone.
Il procuratore generale facente funzione fino a qualche mese fa, Dolcino Favi, e il nuovo procuratore generale che ha preso il posto vacante, Enzo Iannelli.
Più tre sostituti procuratori.
Questa è la formazione. Voi capite che la gravità dell’accusa è spaventosa, stiamo parlando dei vertici.
Quando sono andati a prendere i giudici delle toghe sporche, i magistrati di Milano non hanno colpito così in alto: il più importante era Squillante che era il capo dei GIP di Roma, ma gli altri erano normali giudici di tribunale o Corte d’Appello, ed erano anche meno come numero.
Tanto perché voi abbiate idea, io non sono qui a dire che l’accusa regge o no, non spetta a me: c’è un decreto di sequestro, se uno non lo ritiene fondato si rivolge al Tribunale del Riesame invece che al governo, al Capo dello Stato, al CSM o all’opinione pubblica, come ha fatto Iannelli andando a strillare che quella perquisizione e quel sequestro erano illegittimi e addirittura eversivi.
Capo di imputazione A: corruzione giudiziaria.
Sono accusati il procuratore capo uscente Lombardi, il suo aggiunto Murone e il senatore Pittelli.
Scrivono i magistrati di Salerno che, quando il procuratore Lombardi e il suo aggiunto Murone, hanno revocato a De Magistris l’inchiesta Poseidone, quella sui depuratori mai costruiti perché il solito comitato d’affari si è fregato 800 milioni di euro, ciò è avvenuto dopo che era stato indagato il senatore Pittelli.
Peccato che Pittelli abbia nel suo studio legale, a lavorare, il figlio della convivente e poi seconda moglie del Procuratore Lombardi.
Il quale, infatti, appena è stato iscritto Pittelli si è astenuto dall’occuparsi di quell’indagine, però ha tolto anche De Magistris, con il risultato che l’indagine, scrivono i magistrati, è stagnata per molti mesi, è stata disintegrata dai magistrati che sono stati chiamati a occuparsene dopo e questo naturalmente non è un fatto casuale ma doloso.
Lombardi voleva distruggere quell’indagine per fare un favore al suo amico Pittelli, il quale a sua volta aveva preso nello studio il figlio della seconda moglie di Lombardi.
Il figlio della seconda moglie di Lombardi, che si chiama Pierpaolo Greco, era entrato in una società immobiliare - la Roma9 srl - insieme a Pittelli ed altri avvocati dello studio Pittelli.
Poi Pittelli aveva addirittura difeso il procuratore Lombardi nel giudizio disciplinare alle sezioni riunite della Cassazione, che è una cosa allucinante: un procuratore che si fa difendere da un indagato del suo stesso ufficio in un procedimento davanti alle sezioni unite della Cassazione.
E’ uno che probabilmente non dovrebbe più fare il magistrato, non è che deve essere trasferito come, invece, è accaduto.
Capo di imputazione B: sono accusati il procuratore aggiunto Murone, il procuratore generale facente funzione Favi, l’ex procuratore Lombardi - il solito trio - più i due imputati più famosi, Saladino e Pittelli.
L’accusa è di nuovo corruzione giudiziaria e c’è pure un falso in atto pubblico.
Qui ci si riferisce all’altra inchiesta tolta a De Magistris: la Why Not, sui soldi stanziati dallo Stato e dall’Europa per l’informatizzazione e il lavoro interinale in Calabria che poi sono stati fregati dai comitati d’affari.
Why Not viene tolta dal procuratore generale Dolcino Favi non appena De Magistris indaga Mastella.
La Poseidone appena indaga Pittelli, qui appena indaga Mastella.
Fanno notare i magistrati: De Magistris, poco prima che gli togliessero l’indagine avevano fissato la data, per pochi giorni dopo, di una perquisizione fondamentale.
La perquisizione nel giornale del partito di Mastella, l’Udeur. Il giornale si chiama “Il Campanile”.
Si ipotizzava, e l’abbiamo letto poi sull’Espresso, che la famiglia Mastella usasse per fini domestici parte dei fondi pubblici che andavano al Campanile, i famosi torroncini della signora Sandra, i famosi rimborsi benzina per il figlio che gira sul Porsche Cayenne, le famose polizze assicurative che sempre il figlio di Mastella garantiva al Campanile, compensi a Clemente Mastella per i suoi fondamentali editoriali che apparivano sul Campanile - che andava a ruba naturalmente quando c’erano gli editoriali di Mastella.
Bisognava andare a perquisire la sede del Campanile per acquisire le carte che dimostrassero l’uso buono o non buono di questi fondi pubblici.
Alla vigilia di questa perquisizione, gli levano l’indagine e naturalmente la perquisizione salta.
Dopodiché cosa fa il procuratore Favi? Manda gli atti su Mastella al Tribunale dei Ministri dicendo: “sei un ignorante, De Magistris: i reati commessi da un ministro li giudica il Tribunale dei Ministri di Roma, e tu non sei competente”.
Manda queste carte a Roma, così si viene a sapere che è nel mirino Il Campanile e che sta per essere perquisito.
Immaginate quando fanno la perquisizione a babbo morto cosa possono trovare, visto che al Campanile già sanno che viene qualcuno a prendere le carte.
Come avvertire uno dicendo “vengo a perquisirti, sistema un po’ le cose”.
Il fascicolo viene poi dato ad altri pubblici ministeri che, secondo Salerno, spezzettano il quadro complessivo dell’accusa, lo parcellizzano e lo polverizzano.
Dicono, i magistrati di Salerno, che anche questo atto è stato doloso: l’hanno fatto apposta a levargli l’inchiesta per rovinarla e hanno usato, ecco l’accusa di falso, una motivazione falsa per giustificare una cosa gravissima, come l’avocazione di un inchiesta.
Cioè che, siccome Mastella aveva chiesto al CSM di trasferire De Magistris, allora lui quando l’ha iscritto nel registro degli indagati l’ha fatto per vendicarsi.
Praticamente De Magistris era in conflitto di interessi.
E’ una cosa che ricorda la fiaba del lupo e dell’agnello.
Mastella da mesi sa che De Magistris sta lavorando, tant’è che persino i giornali hanno scritto che ci sono delle telefonate tra Mastella e alcuni imputati, come Saladino, il piduista Visignani, eccetera.
Dopo aver saputo che stanno lavorando sulle sue telefonate, e che quindi è imminente la sua iscrizione nel registro degli indagati, Mastella si precipita al CSM e come ministro della Giustizia chiede di trasferire urgentemente De Magistris, che così perderebbe l’indagine.
A questo punto, il suo procuratore gli leva l’indagine dicendo che De Magistris è in conflitto di interessi con Mastella, e non il contrario!
Come il lupo, stando sopra, accusa l’agnello che sta sotto di intorbidargli l’acqua del ruscello.
Ecco, la fiaba del lupo e dell’agnello entra in un provvedimento giudiziario.
Secondo i magistrati di Salerno non è solo un provvedimento assurdo, è anche un reato perché si è commesso un falso in atto pubblico per espropriare il titolare di un indagine nel momento clou dell’indagine medesima.
Ritardi, poi, nelle indagini fatte dai suoi successori, il blitz al Campanile ormai è un blitz annunciato e va come va.
Mastella viene poi stralciato, come abbiamo detto, e mandato a Roma; se non che il Tribunale dei Ministri restituisce a Catanzaro le carte dicendo: “ma noi non siamo competenti! E’ vero che Mastella è ministro in questo momento, ma non vi siete accorti che negli atti di De Magistris le cose contestate a Mastella risalgono a un periodo precedente di quando è diventato Ministro”.
Quindi è competente Catanzaro, mica il tribunale dei ministri.
Dove sta il dolo in questa avocazione? Scrivono i magistrati di Salerno che uno dei protagonisti di questo esproprio dell’indagine, il procuratore aggiunto Murone, si è visto assumere dei parenti da Saladino, e qui si fanno i nomi di un cugino e un protetto del procuratore Murone che lavorerebbero con la Why Not di Saladino.
Poi, i soliti favori che Pittelli, indagato anche nella Why Not oltre che nella Poseidone, ha fatto - come abbiamo visto prima - al figliastro del procuratore Lombardi.
Terzo capo di imputazione, capo C: abuso, falso e favoreggiamento. C’è la solita triade di magistrati Favi, Murone, Lombardi.
Praticamente, qui si parla del fatto che dopo aver tolto l’indagine a De Magistris hanno anche revocato l’incarico al suo consulente informatico-telefonico, il famoso Genchi, il mago degli incroci dei tabulati telefonici.
Quello che ha fatto scoprire decine e decine di omicidi grazie proprio all’incrocio dei tabulati telefonici e che adotta lo stesso sistema antimafia in queste indagini di pubblica amministrazione.
Dato che è molto bravo e ha scoperto tutti questi legami che dicevamo prima, e dato che rischia - scrivono i magistrati nell’accusa - di essere molto bravo anche se non c’è più De Magistris con i suoi successo, allora gli tolgono l’incarico per evitare che continui a lavorare.
E gli mandano pure il Ros dei Carabinieri a portare via un pezzo del suo archivio, con risultati dannosi per l’inchiesta.
Capo di imputazione D: qui entrano in scena i magistrati che sono subentrati a De Magistris e che sono arrivati dopo la sua revoca.
Infatti, c’è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono i due PM che si sono occupati dell’inchiesta Poseidone, Garbati e De Lorenzo, e c’è sempre Favi, il procuratore generale facente funzioni di un anno fa.
Sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento. Perché?
Perché avrebbero indagato, addirittura, tramite il Ros dei Carabinieri, sul consulente Genchi.
Per indagare su una persona questa deve essere iscritta nel registro degli indagati, perché le indagini possono durare un certo periodo e la persona deve potersi difendere.
Invece, pare che abbiano indagato su di lui, acquisendo lavoro suo e ipotizzando che avesse abusato del suo potere insieme a De Magistris, ma senza iscriverlo nel registro degli indagati.
Indagavano una persona non indagata formalmente per dimostrare, scrivono i magistrati di Salerno, falsamente che Genchi commettesse dei reati nelle sue indagini per conto di De Magistris.
Alla fine, tutto questo sarebbe servito a chiedere l’archiviazione della posizione di Mastella.
Qui stiamo parlando dell’indagine Why Not, che per Mastella viene stralciata e si chiede e ottiene l’archiviazione.
I magistrati di Salerno scoprono che nella richiesta di archiviazione i PM che sono subentrati a De Magistris non ci mettono tutte le carte che c’erano a carico di Mastella: se ne tengono alcune e ne mandano al GIP soltanto una parte.
Così il GIP non ha il quadro complessivo, tant’è che il GIP dice: “beh, se gli elementi erano solo questi non c’erano nemmeno motivi per iscriverlo”.
Così tutti a dire: “ecco! Avete visto? Il GIP ha stabilito che De Magistris ha iscritto Mastella anche se non ce n’erano i presupposti”.
Ma il GIP non aveva il quadro completo delle accuse di De Magistris a Mastella, perché i PM non gliel’hanno dato.
E perché non gliel’hanno dato? Perché hanno stabilito che dato che Genchi, il consulente informatico, aveva raccolto certi dati - dicono loro - illegalmente, quelli non li potevano dare al GIP.
E in realtà erano proprio i dati fondamentali che spiegano per quale motivo Mastella era finito sotto inchiesta.
Quindi anche la richiesta di archiviazione di Mastella sarebbe un atto illegale, insabbiato da questi magistrati. Questa è l’accusa, poi vedremo se è buona o non è buona, ma la racconto perché voi vi rendiate conto di quanto è grave l’ipotesi accusatoria che ha dato origine a questo blitz di Salerno a Catanzaro.
Vado rapidamente alla fine: capo E.
C’è il nuovo procuratore generale Iannelli, ci sono gli stessi due PM Garbati e De Lorenzo, accusati di nuovo di abuso, falso, favoreggiamento e calunnia.
Perché? Perché quando hanno stralciato dal fascicolo Why Not la posizione di Mastella e hanno chiesto l’archiviazione, hanno praticamente tralasciato una serie di indagini che, se approfondite, avrebbero potuto portare la posizione di Mastella in condizioni più critiche rispetto a quelle che già emergevano quando ci stava lavorando De Magistris.
Infatti ci sono tutte le testimonianze dei consulenti: oltre a Genchi c’è anche il consulente contabile, quello che si occupa dei giri di soldi, Sagona i quali dicono: “ma noi a questi magistrati subentrati a De Magistris gli abbiamo chiesto di poter approfondire la pista dei soldi, ma loro non ce le facevano mai fare, queste indagini. Ci dicevano di non farle.
Noi siamo stati praticamente bloccati, anche dopo la perquisizione al Campanile, e alla fine è ovvio che hanno archiviato: non ci hanno lasciato approfondire le indagini... se c’era De Magistris le approfondivamo e vedevi che magari le accuse si rivelavano più che fondate”.
Perché c’è la calunnia, in questo caso, oltre al favoreggiamento a Mastella, il falso e l’abuso? Perché viene contestato a questi magistrati di avere salvato Mastella per l’interesse di Mastella, naturalmente, ma anche per dimostrare che De Magistris era un farabutto, che ce l’aveva con Mastella.
Io do poche carte al GIP, il GIP fa l’archiviazione, scrive che Mastella non andava neppure indagato e così sono riuscito a sputtanare De Magistris e dimostrare che abbiamo fatto bene a buttarlo fuori come un copro estraneo.
Capo F: il solito procuratore generale Iannelli, quello appena arrivato; i pubblici ministeri Garbato e De Lorenzo, quelli che hanno preso le indagini di De Magistris su Why Not; Curcio, quello che ha preso la Poseidone e Murone, procuratore aggiunto, che li sorveglia tutti quanti.
Questi sono accusati di abuso, falso e favoreggiamento nei confronti di tutta una serie di politici e personaggi di livello nazionale che sono usciti da questi fascicoli e sono stati a loro volta archiviati.
Sapete che le indagini di De Magistris sono state dimagrite dai nuovi arrivati, che hanno fatto archiviare e prosciogliere tutti i politici e i personaggi nazionali concentrandosi soltanto su alcune figure locali.
Tutto questo a favore di Pittelli, Bonferroni, Lorenzo Cesa, il generale Cretella, Galati - che all’epoca era nell’UDC e adesso nel Popolo della Libertà - che sono stati stralciati nel procedimento Why Not.
Ancora Cesa, Galati, Chiaravalloti - ex presidente della regione -, il generale Cretella, Papello, il senatore Pittelli e Schettini - segretario di Frattini - che erano indagati in Poseidone: anche loro stralciati verso il proscioglimento.
Con queste richieste di archiviazione si sono separate le varie posizioni, per cui si è perso il quadro d’insieme - questo sostengono i magistrati - mentre invece c’erano elementi che era doveroso approfondire e indagare ancora.
Si è fatto tutto molto in fretta, questa è l’accusa.
Capo G: ci sono ancora il procuratore generale Iannelli, i due nuovi PM di Why Not Garbati e De Lorenzo, accusati di favoreggiamento e rifiuto di atti d’ufficio.
Perché rifiuto di atti d’ufficio? Qui è il problema: quando la procura di Salerno comincia a scoprire che De Magistris ha ragione a denunciare l’insabbiamento delle indagini e la persecuzione nei suoi confronti per isolarlo e per screditarlo, onde dimostrare di aver fatto bene a togliergliele, i magistrati di Salerno cominciano a chiedere al procuratore generale di Catanzaro di esibire copie degli atti di queste indagini, per vedere se è vero che sono state insabbiate.
Vedono che il procuratore generale Iannelli le carte non gliele vuole mandare, non gliele vuole mandare tutte, fa resistenza, manda solo dei pezzi... mentre loro hanno bisogno di vederle tutte.
Perché l’accusa è proprio quella che ne inguantassero una parte per non mandarle magari al GIP e far archiviare qualcuno che, se si fosse visto tutto il quadro d’insieme, non sarebbe stato archiviato.
Allora, l’accusa qui è rifiuto di atti d’ufficio e favoreggiamento nei confronti dei soliti indagati, perché i magistrati suddetti avrebbero rifiutato di trasmettere a Salerno gli atti completi della Why Not.
Peraltro non erano atti coperti da segreto, come dice la procura di Catanzaro: dicono i magistrati di Salerno che erano atti extra investigativi.
A loro interessava soprattutto sapere come e con quali ordini e mandati erano stati date le deleghe delle indagini ai magistrati che hanno sostituito De Magistris, come sono state tolte le consulenze ai Genchi e ai Sagona, oppure sono atti già pubblici perché già finiti davanti al Tribunale dei Riesame, come quelli del caso Mastella che è stato già archiviato.
Quindi, quando dicono di dover proteggere il segreto investigativo o addirittura il segreto di Stato su certe carte del consulente Genchi, secondo Salerno, non è vero niente.
Infatti, c’è scritto persino che Genchi avrebbe raccolto 578.000 richieste anagrafiche di tabulati telefonici mentre, in realtà, Genchi ha smentito e ha detto che sono 700 i telefoni che ho dovuto controllare, in queste gigantesche indagini.
700, se contate che ciascuna persona di questo livello ha di solito una decina di telefoni, fra portatili e fissi, vi rendete conto che è un numero basso.
Ultima accusa: abuso, falso, calunnia e diffamazione a carico di Iannelli, Murone e di un giudice che faceva parte del Consiglio giudiziario di Catanzaro, che era quello che doveva dare i pareri sulla bravura o meno dei magistrati di Catanzaro.
Questi si sarebbero messi d’accordo, o comunque avrebbero agito separatamente, per sputtanare De Magistris, diffondendo notizie false su di lui proprio per coprire le ragioni vere che li avevano indotti a metterlo da parte e a farlo punire dal CSM.
Qui ci sono tutta una serie di dichiarazioni che sono state fatte da questi alti magistrati di Catanzaro, che accusano addirittura De Magistris di assenteismo!
Pensate, dopo averlo accusato di lavorare troppo e di costruire castelli accusatori di fantasia, all’improvviso lo accusano di non lavorare!
Se non avesse lavorato, perché l’avrebbero mandato via? L’avrebbero tenuto lì come tanti altri che non lavorano e non danno fastidio a nessuno.
Ho voluto essere molto tecnico e molto preciso, oggi, perché credo che sentiremo ancora parlare di questa inchiesta.
Anzi, lo spero.
Penso che l’unica speranza per la Calabria e la Basilicata di un po’ di giustizia in certi palazzi di giustizia, sia proprio legata al fatto che i magistrati di Salerno, che abbiano o no esagerato non ci interessa in questo momento, possano concludere la loro inchiesta.
Se potranno concludere la loro inchiesta, potremo ancora dire che in Italia c’è speranza che la legge sia uguale per tutti.
Se dopo De Magistris, saranno bloccati anche loro e se l’ANM non cambierà linea e non ammetterà di essersi sbagliata, vuol dire che l’anno che sta per iniziare inizia sotto i peggiori auspici.
Grazie e passate parola!”




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venerdì 19 dicembre 2008

L'A.N.M. disvelata in diretta TV






di Achille




Ieri (18.12.2008), nella trasmissione televisiva Annozero è stato trattato nuovamente il caso delle inchieste del collega Luigi De Magistris fermate in modo diciamo (eufemisticamente) anomalo (basti, per tutto, l’“impensabile” avocazione disposta dal P.G. Dolcino Favi in assenza di qualunque norma di legge che la consentisse).

La trasmissione è stata molto interessante sotto tanti profili. Ben fatta. Documentata. Coraggiosa.

In particolare, a me pare sia stata di estremo interesse la partecipazione del Segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Cascini.

Le cose dette dal Segretario dell’A.N.M., il modo con cui le ha dette, le cose che ha taciuto, tutto insomma costituisce la migliore (o forse dovrebbe dirsi la peggiore) rappresentazione di ciò a cui l’A.N.M. è ridotta e il più clamoroso disvelamento delle ipocrisie sulle quali la sua azione si fonda.

Nessun discorso, nessun ragionamento potrebbe descrivere le responsabilità dell’A.N.M. meglio dell’intervento del suo Segretario generale ad Annozero di ieri.

Consiglio a tutti di vedere e rivedere quella trasmissione (l’intero video è a questo link).

Riporto qui da Youtube, per maggiore comodità di consultazione, TUTTI gli interventi del Segretario generale dell’A.N.M., nel contesto in cui si sono svolti, divisi in tre brevi video.

Guardandoli si potrà constatare che:

1. Il Segretario dell’A.N.M. parlava con imbarazzo e difficoltà di dire qualunque cosa.

Perché la verità è che, avendo l’Associazione una posizione ambigua e insincera, non è possibile per alcuno esprimerla in maniera chiara e serena.

Il Segretario parlava a fatica, assumendo espressioni imbarazzate e imbarazzanti.

Ha utilizzato argomenti fumosi, sfuggenti e palesemente pretestuosi. Il più ridicolo e retorico di tutti: dire che dopo avere letto il decreto di perquisizione di Salerno aveva capito della storia meno di prima.

Sul punto Di Pietro è arrivato a deriderlo dicendogli: “Cascini, lo ha capito anche mia sorella che ha la quinta elementare, quindi credo siano in grado di capirlo tutti”.

Di Pietro ha avuto anche agio di dirgli: “Cascini tu guardi la forma e in nome della forma uccidi la sostanza”.

A queste osservazioni il Segretario dell’A.N.M. ha reagito con delle smorfie di sofferenza sul viso, ma senza alcuna capacità e possibilità di articolare risposte convincenti.


2. L’unico obiettivo che è sembrato avere, nel merito, e che ha perseguito con ostinata determinazione era denigrare l’indagine di Salerno, dopo avere premesso - con falsa retorica - di non volere entrare nel merito.

Nulla ha ritenuto di dire della inaccettabile illegittimità del comportamento dei magistrati di Catanzaro. Sul punto è dovuto intervenire il prof. Grevi.


3. Di tutte le cose che ha detto resta solo l’evidente “necessità” di “dare copertura” politica a ciò che (di male) è stato fatto a Roma.


Il guaio grave è che il problema che aveva ieri il Segretario generale dell’A.N.M. non era né di metodo né di capacità espositive (nelle quali lui pure, come anche il Presidente dell’A.N.M., non brilla, essendo entrambi vanamente retorici e fastidiosamente fumosi), ma di sostanza.

Ciò che emerge è, a mio parere, che, come ho già detto, Cascini “non poteva” assumere una posizione chiara e convincente perchè aveva l’esigenza “politica” di DARE COPERTURA a una scelta “politica” consistente nel fare fumo e caciara per chiudere una partita vergognosa facendo finta di credere che si sia trattato di una bega di terz’ordine fra singoli magistrati, cacciando brutalmente i quali (alcune osservazioni sul punto sono a questo link) non c’è più nient’altro da dire e da fare.

Sulla falsità e pretestuosità della ricostruzione dei fatti come una “guerra fra procure”, rinvio agli articoli che possono leggersi nel blog ai seguenti link:

Panni immondi

Il dito e la luna

Non consentiamo che la si butti in caciara

Le inchieste di De Magistris e la mistificazione che logora la credibilità dei magistrati

Marco Travaglio: “La guerra tra Procure è una balla”

Cosa sta veramente succedendo a Catanzaro. Lo scontro finale tra politica e magistratura.

Generalia non sunt appiccicatoria: ovvero della posizione assunta dall’A.N.M. nella vicenda di Catanzaro


Ridicolo l’inutile e retorico fervorino finale sulle cose che “interessano di più” il Segretario dell’A.N.M..

In sintesi, direi, penoso e tragico.

E in ogni caso, comunque la si pensi, “politicamente” suicida.

Non a caso, le posizioni di Cascini sono risultate in perfetta sintonia con quelle espresse dall’avv. on. Ghedini. Per chi potesse avere dubbi su tutto il resto, una vera garanzia.

Certo fa molta impressione vedere un esponente di Magistratura democratica (la corrente a cui appartiene Cascini) in così tanta sintonia con il potere. Bisognerà rassegnarsi al fatto che la corrente che ha sempre sostenuto di volere una giustizia vicina ai più deboli oggi è decisamente solidale con i più potenti.

L’A.N.M. può tranquillamente continuare a scrivere comunicati degni dei migliori artifici retorici vetero democristiani, pieni di “convergenze parallele” e altisonanti paroloni pieni solo di fumo e retorica.

Purtroppo i fatti hanno una loro durezza che non sarà possibile scalfire per questa via.

Il “caso Catanzaro” (quello che mistificatoriamente si è cercato di far passare per il “caso De Magistris”) ha questo di terribile: che ha una tale forza dei fatti che la negazione ostinata degli stessi condanna i negatori (praticamente tutti i vertici - istituzionali e associativi - dell’autogoverno della magistratura) al suicidio politico.

Difendendo le posizioni difese obliquamente nel documento dell’A.N.M. e clamorosamente in tv dal suo Segretario generale, i vertici della magistratura restano nudi davanti a tutti e appaiono per ciò che sono.

Una politica di ambiguità e compromessi (politici) cessa di essere praticabile e resta davanti a tutti solo l’evidenza.

Contro quella non basteranno difese corporativo/correntizie come quelle dell’A.N.M. né mille altre uguali.

I correntocrati hanno vissuto e fatto carriera per anni su un “ruolo” politico consistente nel promettere al potere il “controllo” dei magistrati e ai magistrati la difesa dal potere.

Oggi questo “giochino” da politicanti si è infranto per sempre.

Da una parte, i magistrati da oggi sanno che i vertici - istituzionali e associativi – del loro autogoverno stanno con il potere e, al bisogno, contro la loro indipendenza (va in onda in questi giorni la più clamorosa interferenza del potere amministrativo su quello giudiziario, perpetrata da un C.S.M. che di fatto blocca le inchieste valutando come fonte di incompatibilità (?) ex art. 2 delle guarentige il merito delle stesse).

E dall’altra parte il potere non sa più che farsene di “mediatori” come questi.

Dunque, l’autogoverno si avvia alla morte.

Che forse ci sarebbe stata comunque – perché corrisponde a deplorevoli interessi anticostituzionali del potere contemporaneo –, ma sarebbe stata almeno una morte gloriosa, sulle barricate della difesa della giustizia e della indipendenza dei magistrati.

Invece ci sarà e sarà una morte ignominiosa.

E questa, più di tutte, mi pare la responsabilità storica di questi correntocrati.

Gli ultimi ricordi dell’autogoverno saranno le violazioni del segreto da parte di Mancino, le anticipazioni di giudizio a mezzo stampa di Bergamo, le condanne preventive di Vacca, le procedure ex art. 2 in malainterpretazione della legge sulle guarentige, la pioggia di annullamenti del T.A.R. per le più diverse nomine affette dalle più diverse illegittimità. L’unanimità su provvedimenti indifendibili anche solo giuridicamente. L’ipocrisia e le menzogne.



Video 1 - La requisitoria del Segretario dell’A.N.M. contro il decreto di perquisizione di Salerno.






Video 2 – Le chiacchiere e gli espedienti retorici. Come dice Di Pietro: nascondere la sostanza con l’alibi della forma. La sorella di Di Pietro che capisce ciò che sfugge al Segretario dell’A.N.M..






Video 3 – L’inutile fervorino.








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La soluzione sbagliata




di Gian Antonio Stella
(Giornalista)




da Corriere.it del 19 dicembre 2008



«No San Vitur? Ahi ahi ahi ahi!»

Pare passato un secolo da quando Cuore faceva il verso a uno spot televisivo sbeffeggiando chi non era ancora finito a San Vittore e pubblicava il «bollettino dei latitanti» e sparava titoli come «Scatta l’ora legale / Panico tra i socialisti».

Da quando Massimo D’Alema liquidava le parole di Bettino Craxi su Mario Chiesa dicendo che dare del «mariuolo» a qualcuno era «un modo troppo semplice di cavarsela».

Da quando la notizia di un avviso di garanzia all’ex premier Giovanni Goria fu accolta dall’assemblea diessina con un applauso.

Mal comune mezzo gaudio?

Non hanno senso, a destra, certi commenti del tipo «chi di tangenti ferisce, di tangenti perisce».

Sono forse comprensibili, da parte di coloro che per anni sono stati additati come i monopolisti della mala-politica. Ma non hanno senso.

Così come appare insensato quel sollievo a sinistra nel sottolineare che nelle retate e negli scandali di questi giorni, tra tanti esponenti del Pd, è rimasto invischiato anche qualche protagonista della destra, quale ad esempio Italo Bocchino.

Il guaio è che il nodo della corruzione in Italia, al di là delle sorti giudiziarie degli indagati, cui auguriamo di dimostrare un’innocenza cristallina, è rimasto irrisolto dai tempi in cui Silvio Berlusconi racconta che «a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca».

Lo dicono decine di processi in tutto il Paese.

Lo confermano gli studi di Grazia Mannozzi e Piercamillo Davigo che esaminando 20 anni di casellari giudiziari hanno accertato che la bustarella non è tramontata mai anche perché le condanne per corruzione (poi ci sono le assoluzioni, le prescrizioni ...) sono nel 98% dei casi inferiori ai due anni.

Lo denuncia la Banca Mondiale, secondo cui se ne vanno in tangenti, in Italia, 50 miliardi di euro l’anno, tutti soldi che poi, a causa dei rincari delle commesse, pesano sulle tasche dei cittadini.

Così come pesano ancora sulle pubbliche casse le mazzette di una volta, che secondo il centro Einaudi di Torino incisero, soltanto negli anni Ottanta, «dal 10 a quasi il 15% del deficit complessivo».

Lo testimoniano infine le classifiche sulla percezione della corruttela elaborate da Transparency: nel 1993, in piena Tangentopoli, eravamo al 30˚posto tra i Paesi virtuosi. Nel 2007 stavamo al 41˚e quest’anno siamo precipitati al 55˚.

Dietro (a parte la Grecia che di questo passo sorpasseremo a ritroso) abbiamo solo Paesi come la Turchia, la Tunisia, la Georgia, la Colombia ...

Davanti abbiamo il Portorico, il Botswana, Cipro ...

Qualcuno obietterà che si tratta di graduatorie da prendere con le pinze. Giusto. Ma certo la nostra reputazione, in questo settore, è pessima.

La tentazione che pare serpeggiare qua e là, a destra e a sinistra, è quella di uscirne dando una regolata alla magistratura: meno inchieste, meno arresti, meno scandali, meno indignazione popolare, meno astensione alle urne.

Ma ammesso che qualche giudice abbia esagerato: sarebbe questa la soluzione?




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Del C.S.M. che predica (agli altri) il rispetto delle regole, ma non le rispetta lui





di Achille





Fra i tanti doveri dei magistrati che il C.S.M. ricorda abitualmente con tono austero c’è quello del doveroso riserbo sulle cose d’ufficio.

Ma questo dovere viene ricordato da Consiglieri del C.S.M. troppo spesso inclini a non rispettarlo.

Riporto una notizia di agenzia (Adnkronos a questo link) che riferisce dichiarazioni del sempre loquace con la stampa (che in una occasione ha anche ringraziato, non si capisce per quale tipo di servizio) Consigliere del C.S.M. Ugo Bergamo.


CATANZARO: BERGAMO (CSM), AUSPICO INIZIATIVE PG E MINISTRO ENTRO L’ANNO

Roma, 18 dic. - (Adnkronos) - “Il ministro della Giustizia e la Procura generale della Cassazione stanno valutando la possibilità di trarre a breve le conclusioni su eventuali procedimenti disciplinari da avviare nei confronti dei magistrati di Catanzaro e Salerno. E’ possibile e auspicabile che la decisione ci sia, se non prima delle feste, entro l’anno”.

E’ quanto ha sottolineato il presidente della prima commissione del Csm Ugo Bergamo al termine degli interrogatori dei pg di Catanzaro e Salerno terminati da poco.

Bergamo ha ricordato che la commissione ha già inviato ai titolari dell’azione disciplinare i verbali delle audizioni dei magistrati catanzaresi e salernitani avvenute nei giorni scorsi a palazzo dei Marescialli, dopo lo scontro scoppiato tra le due Procure sul caso De Magistris; e ha aggiunto che se il e il ministro chiederanno anche i verbali di oggi “glieli manderemo nell’ambito di una doverosa collaborazione”.



Le parole del Consigliere Bergamo descrivono uno scenario davvero originale.

Un giudice (il C.S.M. in sede disciplinare) che auspica l’iniziativa del pubblico ministero (il P.G. della Cassazione e il Ministro, in sede disciplinare), promettendo sentenze a breve.

E tutto ciò dopo avere anticipato giudizi e avere promosso una procedura ex art. 2 palesemente al di fuori degli ambiti previsti dalla legge (che la esclude per le ipotesi in cui si possano ipotizzare condotte suscettibili di rilievo disciplinare). Dunque, come va di moda dire, “abnorme”.

Sul punto, altro originale intervento del Bergamo si può leggere a questo link dove ancora Adnkronos gli mette in bocca le parole: “Noi valutiamo INCOLPAZIONI specifiche che riguardano comportamenti NON COLPOSI dei magistrati”.

Il paradosso – logico e giuridico - delle “incolpazioni” per fatti “incolpevoli”.

Un nuovo monstrum giuridico.

In sostanza, sarebbe come se io, giudice penale, prima mi convocassi davanti una persona trattandola da imputato e raccontando ai giornali come e qualmente lo condannerò al più presto e a pene gravi; poi mi rendessi conto che forse non posso giudicarmi da me e al di fuori delle procedure e garanzie di legge persona neppure ancora imputata dal competente pubblico ministero; e allora, avendo frenesia di “arrivare al risultato” “promesso” (a chi? e perché?) e trovando inutilmente burocratico il rispetto di regole e garanzie (il C.S.M. di questi tempi sembra un clone di Berlusconi), mandassi gli atti al P.M. sollecitandolo a mandarmi a giudizio la persona in questione, promettendo ai giornali che la condannerò, come dice Bergamo, “se non prima delle feste, entro l’anno” !

Ciliegine sulla torta:

- la precisazione che tutto questo Bergamo fa “nell’ambito di una doverosa collaborazione” (!?) fra giudice e promotore dell’azione (e poi Berlusconi vuole che giudici e pubblici ministeri stiano rigorosamente separati);

- e una procedura segretissima, i responsabili della quale hanno una autentica frenesia di anticipare a giornali unificati giudizi di ogni genere.

Alla faccia del “rispetto delle regole” sbandierato dal C.S.M. per rilegittimarsi (è sempre lo stesso Bergamo a dire ai giornalisti che si è agito in fretta per “restituire al Consiglio autorevolezza”: a questo link).

Il paradosso dell’invito al P.M. a darsi da fare era già presente, peraltro, qualche giorno fa, in una dichiarazione dei “vertici dell’A.N.M.” che avevano auspicato, appunto, il tempestivo intervento del Ministro.

C’è di che restare basiti.



P.S. – A margine va osservato che Ugo Bergamo è oggi un Consigliere del C.S.M. nominato dal Parlamento. In precedenza è stato senatore dell’U.D.C., «celebre più che altro – scrivono Peter Gomez e Marco Lillo su L’Espresso - per essere stato incluso nel 2002 dagli ex colleghi della Margherita nell’elenco dei parlamentari ‘pianisti’». La foto sopra è tratta dal sito di Repubblica. Questo può dare un’idea di quanto bene farebbe alla magistratura la riforma del C.S.M. “minacciata” dal governo, che farebbe aumentare i membri di nomina politica.




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La giustizia del C.S.M.

Dalle vignette di Vauro per Annozero del 18 dicembre 2008, la giustizia del C.S.M.:



e quella del potere politico:







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Mills, la Cassazione respinge ricorso di Berlusconi su Gandus



da Repubblica.it del 16 dicembre 2008



Roma - Silvio Berlusconi non ha motivo per chiedere la ricusazione del presidente della decima sezione del tribunale di Milano, Nicoletta Gandus.

La sesta sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso con il quale i legali del presidente del Consiglio avevano reclamato contro l’ordinanza della Corte di appello di Milano che, lo scorso luglio, aveva detto no alla ricusazione.

Secondo i difensori di Berlusconi, il presidente Gandus avrebbe manifestato, in più occasioni, “inimicizia” nei confronti del premier e per questo non avrebbe potuto presiedere il collegio del procedimento “Berlusconi-Mills” per corruzione in atti giudiziari.

Il processo è stato sospeso, per effetto del Lodo Alfano, nei confronti del premier mentre prosegue per il coimputato, l’avvocato inglese David Mills.

La Corte ha condiviso le conclusioni del sostituto procuratore generale che, all’udienza di oggi, aveva chiesto il rigetto del ricorso: secondo il procuratore generale “criticare la politica del governo non significa essere ’nemici’ del presidente del Consiglio”.

La decisione è arrivata dopo circa sei ore di Camera di consiglio nella quale sono stati affrontati anche altri ricorsi.

Le motivazioni della decisione saranno note solo con il deposito della sentenza, previsto entro 30 giorni.

Nel gennaio 2007, sempre la sesta sezione penale, aveva respinto la richiesta di ricusazione - avanzata sempre dai legali del premier - del gup milanese Fabio Paparella sempre nell’ambito del procedimento “Berlusconi-Mills”.

In quel caso i legali chiedevano la ricusazione in quanto Paparella aveva già rinviato a giudizio Berlusconi nell’inchiesta Mediaset.




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La guerra tra Mediaset e Youtube










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sabato 13 dicembre 2008

Generalia non sunt appiccicatoria: ovvero della posizione assunta dall’A.N.M. nella vicenda di Catanzaro






di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





In momenti come questo costa una certa fatica a prendere le distanze dall’A.N.M., ma credo necessario, senza presunzione alcuna di verità, non unirmi al coro laudatorio che ha accolto – nella mailing-list dell’A.N.M. – il comunicato dell’Associazione sulla vicenda Salerno/Catanzaro che può essere letto a questo link.

Lo dico dopo aver detto chiaramente ciò che penso dell’attacco all’assetto costituzionale della magistratura [l’articolo è a questo link: ndr].

Ma, con altrettanta chiarezza e per quel pochissimo che conto, sento il dovere leggere criticamente il comunicato cui sopra accennavo.

Una lettura critica che farò passo passo, insieme a voi lettori, perché sia chiaro che essa non è frutto né di partito preso né di pregiudiziale antagonismo.

Il comunicato inizia rilevando che il caso Salerno/Catanzaro ha causato sconcerto e preoccupazione; che l’eccezionalità del caso è stata adeguatamente affrontata col tempestivo intervento del Capo dello Stato e della Prima Commissione del C.S.M.; che spetterà al C.S.M. ricostruire i fatti e adottare i provvedimenti consequenziali.

Fin qui tutto condivisibile e anche, mi si perdoni, tutto un po’ eau fraîche.

Subito dopo, il comunicato individua correttamente il compito dell’A.N.M.: in una “fase così delicata per la magistratura italiana” – si afferma – l’A.N.M. deve effettuare un “meditato approfondimento” e ha un preciso “dovere di chiarezza di posizione”.

Il comunicato si addentra poi sulla critica ai provvedimenti delle due procure (critica per molti versi condivisibilissima).

E’ però del tutto evidente che siffatta critica in nulla e per nulla costituisca “meditato approfondimento”, dato che anche il più sprovveduto dei cittadini è in grado di affermare che “in questo caso si sono smarrite regole e ragione”: non c’è bisogno di essere laureato in giurisprudenza per capire che, se due carabinieri montano la guardia allo stesso fascicolo, forse c’è qualcosa che non funziona.

Il “succo” politico del comunicato sta nelle ultime diciotto righe e lì, mi dispiace dirlo, non si approfondisce un bel niente e tanto meno si prende una posizione chiara.

Non basta infatti rilevare che la vicenda “va letta nel più ampio contesto calabrese. Una terra difficile che è per molti versi simbolo dei mali del nostro Paese e che non deve essere abbandonata”.

Non basta dire che per troppi anni “si è accettato” (prego notare l’impersonalità dell’espressione) che “alcuni uffici” (chi sa quali mai saranno?) non hanno esercitato i propri compiti.

Tanto meno basta dire che si è dalla parte di chi lavora e di chi rispetta le regole (e ci mancherebbe il contrario!).

Nossignori non basta proprio.

Ma che altro deve succedere perché la retorica sia soppiantata da un parlare chiaro, da un’autocritica profonda che giunga a cogliere le cause strutturali di siffatti danni in modo da suggerire rimedi diversi da quelli che appaiono, ahimè, all’orizzonte.

Possiamo cambiare – si dice – solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno.

Benissimo, non si può non esser d’accordo. Occorre dare un taglio con un certo passato e con l’escalation che ha condotto al caso Salerno/Catanzaro.

Ma allora occorre dire chiaro e tondo non che “si è accettato”, ma che “il C.S.M. ha accettato” e che l’A.N.M. non ha protestato.

Occorre indicare, chiamandoli con nome e cognome, quali siano gli uffici giudiziari gestiti da persone inadeguate.

Occorre anche indicare di quali “inadeguatezze” si tratti e se, esse, per avventura, non siano mere incapacità gestionali (pur esse gravissime), ma, in tesi, commistioni e compromissioni simili a quelle ipotizzate dalle indagini da cui sono derivati i vari “casi” calabresi (e non).

Occorre soprattutto risalire alle responsabilità “politiche” in seno all’A.N.M., rivisitando il passato e chiamando chi di dovere a rendere il conto della sua gestione.

Perché non è accettabile che, nel mentre si afferma che la situazione è così grave da costituire ottimo pretesto per “aumentare il controllo della politica sulla magistratura”, ci si rifiuti di pretendere che chi ha rotto il vaso paghi il conto.

Il metodo di deprecare in generale è praticatissimo e collaudatissimo.

E’ di ieri la notizia che il capo della protezione civile ha solennemente dichiarato che le inondazioni in atto sono il frutto dello scempio idrogeologico e dell’abusivismo edilizio.

Intere generazioni di palazzinari hanno rabbrividito al solo pensiero che, ove avessero proseguito nella loro opera di cementificazione, avrebbero potuto essere colpiti da analogo pericolosissimo anatema.

Anche santaromanachiesa chiede spesso perdono per fatti commessi dai cinquecento ai mille anni or sono, così terrorizzando tutti coloro che tradiscono hic et nunc il Vangelo, non potendo costoro sopportare l’idea di dover chiedere perdono (ovviamente per mezzo dei loro eredi) tra mille o, peggio, tra soli cinquecento anni.

Così pure, se mai in Calabria ci siano sacche di malaffare nell’amministrazione della giustizia, esse saranno annichilite apprendendo che l’A.N.M. è “dalla parte di quei tanti magistrati che lavorano con rigore, giorno dopo giorno, nel pieno rispetto delle regole”.

Siffatti sistemi cerchiobottisti sono inaccettabili.

E’ soprattutto inaccettabile che non si passi al setaccio quella “terra difficile”, in modo da accorgersi dei “casi” prima e non dopo che essi accadano (i casi sono sempre annunciati da segnali premonitori).

Per non apprendere dai giornali che un Procuratore, andato in pensione, è divenuto factotum di persona in odore di mafia, la cui moglie prestava servizio quale solerte segretaria del detto Procuratore.

Occorre insomma un momento di rottura con il passato che, per un verso, costituisca forte discontinuità con le prassi “correntizie” e corporative e che, per altro verso, così facendo, sia in grado di contrapporre una riforma edulis alla riforma satana che sembra essere alle porte, portata in trionfo da quegli stessi politici che per tanti anni hanno, per così dire, inzuppato il pane nel sistema correntizio, il quale ottimamente si prestava a soddisfare i loro interessi di parte (il sistema infatti era ed è del tutto funzionale a soddisfare le speranze di coloro che vogliano mettere nei posti che “contano” non già l’uomo giusto, ma l’uomo “loro”).

Il prevalere dell’appartenenza sull’idoneità funzionale è stata la crepa che ha fatto sì non già che “si” accettassero persone inadeguate, ma che “correnti” ben individuate, guidate da persone con nome e cognome, accettassero, in correità con settori della vita politica, dette persone.

Questo sistema va cambiato.

Che ci sia o meno determinazione a cambiarlo si desume anche da un semplice comunicato: chè se esso è ispirato alla retorica di sempre, è ragionevole pensare che si vuole che tutto seguiti a essere come prima.

Il che oggi non solo è politicamente inaccettabile, ma è, prima ancora, una pia illusione.

Nulla più sarà come prima e tutto cambierà: si tratta solo di vedere se conformemente ai valori recepiti dalla costituzione o in contrasto con essi.

Mi soccorre – se è lecito paragonare le piccolissime cose alle grandi – per chiarire il mio pensiero un brano evangelico.

Ricorderete quando Gesù invita il giovane ricco ad abbandonare tutte le sue ricchezze e a darle ai poveri.

Il giovane – conclude l’evangelista – “se ne andò triste perché aveva molte ricchezze”.

Non si trattava di un cattiva persona: al contrario il Vangelo ci dice che osservava tutte le prescrizioni religiose.

Giunto però al cuore della scelta, non ha avuto il coraggio di saltare il fosso, abbandonando il “sistema” che gli dava tranquillità e potere.

Nulla di nuovo sotto il sole. So bene che nell’A.N.M. ci sono molte, degnissime persone.

Mi permetto però di affermare che proprio le buone intenzioni che le muovono dovrebbero spingerle oggi a “saltare il fosso”, abbandonando, per libera convinta scelta politica, un sistema che fa acqua da tutte le parti, per evitare di trovarsi domani in un sistema scelto da altri, dove le loro buone intenzioni – oggi pressoché inutili – risulteranno del tutto impossibili da realizzare.

I comunicati, specie se meramente retorici, contano quanto il due di spade quando la briscola è coppe: in “guerra” serve ben altro, come ben evidenziava il Giusti:

Che i più tirano i meno è verità,
posto che sia nei più senno e virtù,
ma i meno, caro mio, tirano i più,
se i più trattiene inerzia o asinità.
Metti che quattro mi bastonin qui
e là ci sian dugento a dir di no.
Poi sappimi dir come starò
con quattro indemoniati a far di sì
e dugento citrulli a dir di no.


Figurarsi – aggiungo io – se gli indemoniati sono dugento e i citrulli quattro: è proprio il caso di dire “io speriamo che me la cavo”.



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“Caso De Magistris: parliamo di soldi”



Riportiamo i minuti iniziali della trasmissione Annozero dell’11 dicembre 2008, nel corso della quale Marco Travaglio ricostruisce - con la consueta documentata lucidità - il c.d. “Caso De Magistris” “parlando di soldi”.










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venerdì 12 dicembre 2008

Zagrebelsky: “La Carta non è strumento di potere così Berlusconi torna a Cromwell”





da Repubblica.it
del 12 dicembre 2008




A Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista e presidente emerito della Corte costituzionale, Repubblica chiede di riflettere ad alta voce sul significato e il valore dell’annuncio di Silvio Berlusconi: il premier vuole riformare, con la sua sola maggioranza, il Consiglio superiore della magistratura; separare in due diversi ordini la magistratura giudicante dalla requirente (i pubblici ministeri); un referendum popolare dovrebbe poi confermare entro tre mesi il disegno.

“Prima di discutere il merito – dice Zagrebelsky – qualcosa va detto sulle riforme mancate, sulle colpe, le responsabilità dei riformatori finora mancati. Mi definisco un conservatore costituzionale. Penso che il lavoro compiuto all’inizio di un ciclo politico sia sempre più apprezzabile, migliore, di un’attività in corso d’opera. E tuttavia non è che non veda come un grave deficit non aver adeguato i meccanismi di garanzia della Costituzione alle trasformazioni del sistema politico. Ne è un esempio proprio l’articolo 138 ...”.

L’art. 138 della Costituzione regola le leggi di revisione della Costituzione.

“Appunto, l’art. 138 prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione”.

Qual era il significato di questo consenso qualificato?

“Che la Costituzione, la sua manutenzione, le sue modifiche non dovessero essere appannaggio della pura maggioranza. Poi però le leggi elettorali hanno cambiato il sistema politico, polarizzandolo su due sponde e ora chi ha il sopravvento nella competizione elettorale e conquista la maggioranza si fa da sé le riforme costituzionali”.

Salvo poi sottoporle a referendum popolare, come ha ricordato Berlusconi.

“Berlusconi ha fatto un discorso piano. Prende atto della disciplina costituzionale, si fa votare la sua riforma con la maggioranza che il sistema elettorale attuale gli ha dato, chiede al referendum l’approvazione definitiva. Anche se ineccepibile, però, questo metodo cambia profondamente l’essenza stessa della Costituzione”.

Perché, se quel metodo è previsto dalla stessa Costituzione?

“Perché ci sono due nozioni di Costituzione. La prima considera la Costituzione come strumento di chi governa. Per Cromwell, la Costituzione, è appunto Instrument of Government. Siamo qui alla presenza di Platone, Aristotele, Hobbes, Schmitt. Per venire al presente o al passato prossimo, non c’è in Sud America vincitore di elezioni, capo-popolo o colonnello, che non abbia e annunci un suo progetto costituzionale: è lo strumento di cui intende servirsi per esercitare il potere”.

Qual è la seconda nozione?

“E’ la nostra. Qui il riferimento è John Locke. La Costituzione è inclusiva. Non è scritta da chi vince contro gli sconfitti. La Costituzione non si occupa di chi sia il vincitore. Scrive principi per tutti, garantisce i diritti di tutti. Noi siamo figli di questo costituzionalismo. La nostra Carta fondamentale è nata con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà del 1950. La Costituzione italiana si colloca in questa tradizione. E’ nata per essere inclusiva, per valere per tutti. Non è uno strumento di potere ma di garanzia contro gli abusi del potere. Berlusconi invece vuole fare il Cromwell. Può essere ancora più chiaro se ritorniamo al 138. Quell’articolo prevede che anche un accordo politico ampio possa essere bocciato da una minoranza del corpo elettorale. Come si sa, il referendum costituzionale non ha il quorum e, se vanno a votare il 20 per cento degli italiani, l’11 per cento può bocciare la nuova legge. Il progetto di Berlusconi capovolge questa logica. Non riconosce al referendum un potere distruttivo, ma pretende che sia confermativo della riforma votata soltanto dalla coalizione di governo. Diciamo che la manovra, di tipo demagogico, manomette la Costituzione, annullando lo spirito di convivenza che la sostiene, e la trasforma in strumento di governo, in strumento di potere”.

Si può dire che la riforma annunciata non fa che accentuare quella “china costituzionale” di cui lei spesso ha scritto: indifferenza per l’universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per la dialettica parlamentare, per la legalità.

“Sì. Un regime liberale-democratico adotta come principio ciò che dice l’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: “Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione”. Una Costituzione che diventa strumento di potere contraddice la separazione dei poteri. E’ quel che sta accadendo. Abbiamo già un Parlamento impotente dinanzi a un governo che impone le sue scelte con il voto di fiducia. Ora è il turno della magistratura”.

Lei condivide la previsione che la separazione del pubblico ministero dal giudice anticipa la sottomissione della magistratura requirente all’esecutivo?

“Ci sono molti aspetti discutibili nella divisione del Consiglio superiore della magistratura in due, ma uno è chiaro fin d’ora. Se un pubblico ministero non è un magistrato a pieno titolo, che cos’è se non un funzionario dell’esecutivo? E evidente allora che, secondo logica, quel funzionario dovrà dipendere da un’autorità di governo, così pregiudicando l’indipendenza della funzione giudiziaria e cancellando la separazione dei poteri. Mi chiedo: che bisogno c’è?”.

E’ inutile nascondersi che è lo spettacolo offerto dalla magistratura, con il conflitto tra due procure, ad aprire spazi a questi progetti di riforma.

“Lo spettacolo è sgradevole e la situazione in cui versa la magistratura italiana è certamente insoddisfacente. Ma mi chiedo: le proposte che si avanzano eliminano le difficoltà e i difetti o li aggravano?”.

Qual è la sua opinione?

“Per quel che ho letto, dalle inchieste di Catanzaro sono emersi collegamenti della magistratura con ambienti politici, finanziari, malavitosi. La soluzione che propone il governo – l’attrazione del pubblico ministero nell’area della politica governativa – rafforza quei legami e non elimina quindi le cause delle disfunzioni, mentre bisognerebbe lavorare per rendere effettiva l’autonomia della magistratura dai poteri economici, amministrativi, politici e, naturalmente, criminali. Il disegno di riforma, codificando una dipendenza, avrà un solo effetto: eliminerà la notizia di quei legami, non la loro esistenza. Continueranno a esserci, ma non si vedranno”.

Quali sono le responsabilità della magistratura in questa crisi?

“Il sistema costituzionale assegna alla magistratura il massimo dell’indipendenza e non sempre questa posizione è stata usata con la responsabilità necessaria. Se le cose funzionano, il merito è della magistratura. Se non funzionano, bisogna dirlo, è della magistratura il demerito”.

Quali sono le ragioni o le prassi o le convinzioni che inceppano l’autogoverno della magistratura?

“Non c’è dubbio che la formazione di correnti, che all’inizio è stata favorita da un confronto culturale (culturale era il dibattito su come si dovesse interpretare la Costituzione), ha finito per diventare strumento di promozione e di carriera. E’ una degenerazione. Se non hai una corrente alla spalle non assurgi a un incarico direttivo. Solo una corrente può proteggerti quando verrai giudicato per i tuoi errori. Mi sembra che l’autonomia non sia stata gestita nel senso per il quale è stata prevista”.

Forse anche per questo è largo il consenso per una riforma.

“Ci sono le istituzioni e gli uomini. La migliore Costituzione può essere corrotta da uomini mediocri. Una mediocre Costituzione può funzionare bene con uomini capaci. Credo che la magistratura debba fare un severo esame su se stessa. Se il sistema non funziona, non ne porta anch’essa la responsabilità?”.

Lei crede che questa riforma costituzionale alla fine si farà davvero?

“Si può sperare che nella maggioranza ci sia qualcuno che si renda conto della delicatezza delle questioni. Sono in gioco le garanzie, i diritti, i principi e l’eguaglianza del cittadino di fronte alle legge. Perché se la giustizia è controllata dalla politica, la funzione giudiziaria diventa strumento di lotta politica. Mi appare incredibile che si vada avanti su una strada così pericolosa e non ci siano voci responsabili che denuncino il pericolo, anche all’interno della maggioranza”.

Se il governo, come dice Berlusconi, tirasse diritto ...

“Siamo in una situazione tristissima. Penso che occorra far breccia nelle convinzioni collettive, spiegare all’opinione pubblica che non si buttano via da un giorno all’altro secoli di storia e di valori civili”.


di Giuseppe D’Avanzo



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Tanto tuonò che piovve. Delle necessità della democrazia e del pericolo della sua scomparsa.






di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Provo a ricondurre il discorso nel suo alveo naturale e principale. Lo farò iniziando a citare me stesso (cosa in sé antipatica), non per motivi di merito, ma per far rimarcare un dato meramente cronologico.

Scrivevo nel dicembre del 1977: «Quale occasione migliore – in un paese travagliato da una profonda crisi economica il cui peso ricade per intero sulle classi più deboli – per screditare chi ha nella pubblica opinione la sua unica arma di difesa? Cosa può avvilire di più il prestigio della magistratura dell’insinuare che essa sia composta di ingordi e fannulloni? E che ci sarebbe di più facile dell’eliminare nella sostanza un istituzione (la magistratura) ormai ritenuta dal popolo inutile, parassitario e comunque inefficace?».

E ancora, nel maggio 1980 (polemizzando con il prof. Mancini che, sulle pagine de La Repubblica del 12.3.1980, spezzava numerose lance a favore della dipendenza del PM da parte del potere politico), affermavo: «Con ciò non su vuol certo negare che possono esistere magistrati “politicizzati” o “corrotti”. Compito della classe politica è di aiutare la magistratura a individuarli e perseguirli sì che tutti i giudici siano come l’immagino nei miei sogni: imparziali e indipendenti. Il che non solo sarebbe piaciuto a Montesquieu e a Calamandrei, ma, credo, alla stragrande maggioranza degli italiani che ne hanno le tasche piene della summa divisio tra punibili e intoccabili».

Mi sono permesso di autocitarmi solo per far risaltare cosa bolliva in pentola trent’anni or sono.

Era già allora chiaro che: a) era in corso una campagna denigratoria capace di “lavorare ai fianchi” la magistratura; b) detta campagna era finalizzata al controllo politico dell’azione penale; c) detto controllo era destinato a far sì che potesse sopravvivere e affermarsi la “summa divisio tra punibili e intoccabili”.

La magistratura ha avuto trent’anni di tempo – dicesi trenta anni ! – per elaborare e praticare l’unica strategia possibile: quella della pulizia e dell’autorevolezza.

Non averlo fatto costituisce, per chi avrebbe dovuto condurre siffatta strategia (l’A.N.M., tanto per essere chiari), una colpa storica i cui effetti ricadranno sui cittadini molto più che non sui magistrati.

Certo è che è ben singolare (vedi dichiarazioni di ieri in tv del senatore Gasparri) la tesi di chi vuole, per eliminare la “politicizzazione” della magistratura ( e cioè di chi “giudica”), mettere tutti i “giudizi” sotto il controllo della politica: vorrebbe dire che per eliminare un male occasionale e eccezionale, si istituzionalizza il male stesso.

Si dimentica, per esprimersi in termini “teorici”, che la democrazia, quale che ne sia la nozione accettata, comporta sempre il controllo sul potere.

Le lotte per la libertà sono sempre state lotte per trasformare il potere (assoluto, illuminato o dittatoriale che fosse) in potere controllato.

Una democrazia senza “controlli” è un soldato senza fucile.

Se il potere deve essere controllato, chi detiene il potere non può partecipare al controllo.

Non si tratta di opportunità politica, ma di logica della democrazia: o si comanda o si controlla.

Non è certo questa la sede per impelagarsi in discettazioni filosofiche circa la distinzione tra “opposizione reale” e “opposizione dialettica”.

Fatto è che esistono realtà (il potere e il controllo) che non possono con giochini dialettici essere ridotte a unità.

Il potere, in quanto potere democratico, è tale – e non arbitrio – perché c’è il controllo.

Il controllo è tale finché non diviene esercizio di potere politico.

Un gatto che abbaia è molto più di un cattivo gatto: è una contraddizione in termini, è un non-gatto.

Un giudice che sia dipendente dal potere politico (ovvero che si arroghi di essere un potere politico “alternativo”) è ben più di un cattivo giudice: è un non-giudice perché accentra in un unico soggetto potere e controllo.

Sarebbe ora che si imparasse a conoscere dai frutti coloro che vogliono, da anni, togliere alla Nazione fiducia nei giudici per privarla poi dei giudici stessi.

A dispetto delle sue vesti progressiste, ogni tentativo di diminuire il controllo (giudiziario, dell’opposizione, della stampa, etc) sul potere è reazionario al massimo grado, poiché costituisce una netta involuzione nel progresso della convivenza civile.

E il fatto che la magistratura associata – per miopia, per corporativismo e per quant’altro – abbia facilitato colpevolmente l’erosione dello Stato democratico, non per questo rende meno eversiva l’azione in atto.

Oggi sono a rischio tutti i meccanismi di contrappeso/controllo del potere politico: il controllo di legalità devoluto alla magistratura ordinaria, il ruolo svolto dall’opposizione parlamentare, la pluralità/libertà delle testate giornalistiche e/o audio-televisive, il ruolo (fondamentale) esercitato dalla Corte costituzionale, etc etc

Bisogna dire chiaro e forte che un conto è accogliere le istanze di forte rinnovamento della giustizia, altro conto è abbandonarsi a manovre eversive dell’assetto democratico costituzionale.

Ribadisco: assetto democratico e costituzionale, essendo del tutto ovvio che la costituzione non è un totem e, ricorrendone la necessità, può certo essere cambiata.

Ma sempre tenendo d’occhio alle esigenze di democrazia, dato che istanze antidemocratiche ben possono permeare una legge definibile come costituzione.

Un conto è, in ipotesi, dire che la bandiera nazionale è da oggi a tre bande orizzontali di colore arancione, verde e bleu; altro conto è dire che da domani, il parlamento è eletto solo dai cittadini aventi un reddito superiore ai 200.000 euro annui.

Mi si vorrà mica far credere che, nel secondo caso, la legge sarebbe democratica sol perché avete la forma di costituzione?

Se dunque il caso Salerno/Catanzaro è stato scandaloso per la democrazia, si deve tener presente che altrettanto (e forse di più) scandaloso sarebbe consentire – per uscire dal “teorico” ed entrare in una dimensione realissimissima, ancorché non recente – che “casi” come quelli che agitarono il passato sotto il nome di IRI, Italcasse, Caltagirone, ENI, etc, vengano a essere gestiti giudiziariamente dalle forze politiche chiamate in causa da quei casi.

Occorre, ancora una volta, guardarsi da chi la sta buttando in caciara.

Il problema infatti non è tanto di scegliere se debba governare la “destra” o la “sinistra” (la cosa è dal punto di vista del “sistema” del tutto secondaria): il punto è se il sistema che si profila abbia in sé i requisiti necessari perché il potere non vada fuori controllo.

Né si può dimenticare che si vive in tempi di gravi sconvolgimenti sociali e con sacche di povertà emergenti.

Occorre dunque ricordare l’insegnamento di Erich Fromm (cfr Fuga dalla Libertà), secondo cui l’uomo moderno, pur ricco di potere tecnico, è, come singolo individuo, assai più fragile dell’uomo antico.

L’uomo moderno (e, ancor di più, a mio parere, l’uomo “globalizzato”) fugge dalla libertà perché, sentendosi piccino e ininfluente, tende “a rinunziare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a fondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di se stesso per acquistare la forza che manca al proprio essere”.

Dunque i rischi che oggi corre il “sistema democratico” sono non poco ampliati dalla stato psicologico che pervade i cittadini troppo spesso deprivati di ogni capacità di reazione.

Quali i rischi? Tanti e gravi.

Quali i rimedi? Pochi e sicuri.

Non tenterò di descriverli con parole mie, temendo di dire troppo o troppo poco, il che, in siffatto genere di argomenti, è cosa da evitare.

Userò dunque parole di altri, le quali, per il fatto di venire da tempi lontani, non possono certo essere sospettate di pregiudizievoli simpatie o antipatie verso personaggi che calcano oggi la scena politica.

«Vi sono alcuni che hanno osato affermare che (...) non si deve temere di dare tutto il potere alla maggioranza. Ma questo è un linguaggio da schiavi.

Cos’è infatti una maggioranza presa collettivamente se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza?

Ora se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettere la stessa cosa per una maggioranza?

Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? (…) Per parte mia, non posso crederlo; e un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi.

(…) Ritengo che sia più facile stabilire un governo assoluto e dispotico in mezzo a un popolo che ha raggiunto l’uguaglianza che in mezzo ad un altro e penso che, se mai un simile governo si stabilisse in un popolo del genere, non solo opprimerebbe gli uomini, ma alla lunga porterebbe loro via parecchi dei principali attributi dell’umanità (…).

E’ insieme necessario e auspicabile che il potere centrale che governa un popolo democratico sia attivo e potente. Non si tratta affatto di renderlo debole o indolente, ma soltanto di impedirgli di abusare della sua attività e della sua forza.

(…) In tempi di eguaglianza l’individuo è naturalmente isolato; non ha amici ereditari dai quali possa pretendere soccorso, né una classe sulle cui simpatie possa con sicurezza contare; lo si può impunemente separare dagli altri e impunemente calpestare. Oggi un cittadino oppresso non ha dunque che un solo modo di difendersi: rivolgersi alla nazione intera; e, se questa è sorda, al genere umano; ha un solo mezzo per farlo, la stampa. Così la libertà di stampa è infinitamente più preziosa nelle nazioni democratiche che non nelle altre.

(…) Dirò qualcosa di analogo del potere giudiziario (…): i diritti e gli interessi dei privati saranno sempre in pericolo se il potere giudiziario non cresce e non si estende nella stessa proporzione in cui le condizioni si livellano.

(…) Perciò, proprio in queste epoche democratiche in cui viviamo, i veri amici della libertà e della dignità umana debbono cercare continuamente di stare all’erta»
.

Così andava scrivendo nella prima metà del XIX secolo il genio profetico di Alexis de Tocqueville.

Meditate, gente, meditate …





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