lunedì 20 settembre 2021


All'esito dell'ultimo Comitato direttivo centrale dell'Anm pubblichiamo il resoconto dei componenti della Lista indipendente Art. 101, dal quale si evince come le correnti, che controllano l’associazione nazionale magistrati, siano impegnate, nell’ordine, ad assecondare di fatto le riforme della giustizia proposte dall’attuale governo, mantenere lo status quo dell’autogoverno della magistratura e soffocare il dissenso interno alla medesima associazione. 

In cambio di cosa è facile intuire.

Non disturbate e non sarete disturbati.

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I componenti del CDC eletti nella lista ArticoloCentouno

                                                                                                                 17 settembre 2021

QUIETA NON MOVERE ET MOTA QUIETARE

Registriamo, e non possiamo che stigmatizzare pubblicamente, l’immobilismo e l’incapacità delle correnti della magistratura associata e dell’ANM governata dalle stesse di intraprendere seri ed efficaci percorsi di autocritica e rinnovamento dopo la pubblica emersione dei fatti che hanno caratterizzato negativamente, e continuano a connotare, il funzionamento dell’autogoverno.

Il dibattito interno viene fortemente limitato, addirittura anche con l’introduzione di norme e prassi che impediscono, all’interno del CDC, persino di discutere e, se ritenuto, di criticare l’operato della GEC o di suoi componenti, a cominciare dal Presidente dell’ANM.

Sul versante della lotta al correntismo e alle sue prassi, in gran parte fondate su auto ed etero promozioni degli appartenenti, formali o sostanziali, o dei vicini ai diversi partiti – una prassi purtroppo sdoganata persino dalle direttive della Procura Generale della Cassazione –,  non solo difetta qualsiasi onesta analisi dei “vertici” dell’ANM sulle cause di detto fenomeno ma, soprattutto, a distanza di due anni e mezzo dalla pubblica deflagrazione della deprecabile realtà fattuale che contrassegna il sistema delle nomine, non si registra alcuna seria intenzione di indicare rimedi adeguati contro le degenerazioni correntizie e si ostacola o addirittura impedisce la discussione, all’interno dell’ANM, sulle idee che potrebbero contrastare efficacemente il fenomeno (come la rotazione negli incarichi direttivi e semidirettivi, che ArticoloCentouno promuove da anni, indicando iniziative concrete, precise e dettagliate, e che altri, pur a parole sposandola, di fatto boicottano).

I lavori e i risultati delle commissioni permanenti di studio, appositamente incaricate dagli organi rappresentativi dell’ANM di rendere pareri tecnici sui disegni di legge in materia di ordinamento giudiziario, vengono neutralizzati e sconfessati dalle maggioranze correntizie, con motivazioni del tutto infondate, se non addirittura pretestuose, pur di evitare l’ufficializzazione di posizioni critiche dell’ANM sulle strategie e i progetti governativi al riguardo.

Ogni iniziativa dell’ANM volta a pensare e a preparare iniziative dei magistrati per testimoniare il loro dissenso da tali progetti viene oculatamente evitata.

In disparte la micidiale riforma del processo penale, il progetto di riforma elaborato dalla Commissione Luciani in tema e, in particolare, la parte relativa alla riforma del sistema di costituzione del Consiglio Superiore della Magistratura non fa che rafforzare l’attuale assetto correntizio, con l’aggravante di attribuire peso ancora maggiore alle organizzazioni correntizie più strutturate e forti e, conseguentemente, di rendere sempre più flebile l’indipendenza dei singoli magistrati.

La proposta di riforma elettorale varata dalla Commissione Luciani rende concreto e attualissimo il rischio di dare ulteriore linfa alla degenerazione correntizia, così apponendo una pietra tombale sull’esigenza di un’amministrazione della giurisdizione apolitica e libera dai condizionamenti delle appartenenze a partiti e fazioni, anche trasversali. e precludendo, forse definitivamente, quella “svolta” tanto auspicata anche dal Presidente della Repubblica.

Giuliano Castiglia, Stefania Di Rienzo, Ida Moretti e Andrea Reale



 



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domenica 8 agosto 2021

La controriforma della giustizia

Pubblichiamo il comunicato del 1° agosto 2021 dei componenti del Comitato Direttivo Centrale dell'Associazione Nazionale Magistrati eletti nella lista ArticoloCentouno sulla c.d. riforma "Cartabia" in materia di giustizia approvata il 3 agosto u.s. dalla Camera dei Deputati.
Il voto di fiducia sul maxiemendamento governativo, che ha sostanzialmente precluso ogni discussione, è stato posto praticamente all'indomani della richiesta di parere formulata dal Ministro della Giustizia al Consiglio Superiore della Magistratura.
La corsa del CSM per l'adozione del parere non è servita a nulla. Il parere, licenziato a tempo di record, è stato infatti tenuto in non cale: a nostro avviso, un vero e proprio smacco istituzionale, tanto più che era stato lo stesso Presidente della Repubblica a invitare il CSM a soprassedere dal licenziare un parere parziale sul tema dell'improcedibilità, già approvato dalla competente Commissione, e a optare per un parere generale in risposta alla successiva richiesta del Ministro della Giustizia.



Giustizia - Una riforma contraria alla Costituzione e contro l'Europa

Per erogare i fondi del Recovery, sulla Giustizia penale l'Europa chiede all' Italia due cose:
1) diminuire la durata dei processi, soprattutto nelle fasi di impugnazione;
2) rafforzare il contrasto alla corruzione.

Rispetto a queste due richieste, la c.d. "riforma Cartabia" appare una truffa.

Intanto, anche nella sua ultima versione, si pone in gravissimo contrasto con la Costituzione.

La previsione secondo cui il Parlamento fisserà i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e i singoli uffici, nell'ambito di tali principi, daranno vita a una sorta di decentramento giurisdizionale, fissando a loro volta dei "sottocriteri" di priorità, costituisce una palese violazione del principio supremo della separazione delle funzioni statali sovrane e si pone in radicale contrasto con i principi di obbligatorietà dell'azione penale e di apoliticità della giurisdizione.

Rispetto alle richieste dell'Europa, la c.d. Riforma non solo non persegue i due indicati obiettivi ma si pone con essi in radicale contrasto.

Essa, infatti, non mira in alcun modo a diminuire la durata dei processi.

Stabilisce, invece, che i processi muoiono a data certa, consacrando in principio giuridico l'impensabile follia di sprecare sistematicamente, in modo consapevole e volontario, le fatiche sostenute e le risorse impegnate per imbastirli.

Quanto al contrasto alla corruzione, che dire?

L'Europa può attendere!

Il crimine dei pubblici poteri, anche per essere gentilmente e oculatamente rimasto fuori dalle esenzioni dal regime della morte a data certa, sentitamente ringrazia.

Non ringraziano, invece, i magistrati, sui quali si abbatteranno ulteriori gravosissimi impegni e responsabilità nonostante per tutte le statistiche risultino già iper-produttivi rispetto ai colleghi degli altri Paesi europei.

Ma non possono ringraziare nemmeno i cittadini.

Non ci vuole molto a comprendere che la tagliola ai processi sarà una costante spada di Damocle sui diritti, tanto degli imputati quanto delle vittime.

L'unica nota positiva è che i tempi che la riforma si è data per dispiegarsi in tutti i suoi effetti sono progressivi e limitati ai reati commessi a partire dal 1° gennaio 2020.

Insomma, si è ancora in tempo per ripensarci.

Invitiamo il Presidente, la GEC e tutti gli altri colleghi del CDC a fare quanto nelle prerogative di ciascuno affinché le ragioni del no a questa riforma siano al più presto possibile espresse dall’ANM nella forma più solenne e siano programmate le iniziative necessarie per consentire ai magistrati di testimoniarle con la maggiore evidenza possibile.

I componenti del CDC eletti nella lista ArticoloCentouno
Giuliano Castiglia - Ida Moretti - Andrea Reale



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lunedì 26 luglio 2021

 









Pubblichiamo il comunicato con il quale i componenti del Cdc dell'Anm della lista 101, nel silenzio dell'Associazione e delle correnti della magistratura, spiegano, con estrema chiarezza e perentorietà, quale sia il vero problema della inedita iniziativa disciplinare promossa dal Procuratore generale Giovanni Salvi nei confronti del P.M. Paolo Storari.


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I componenti del CDC eletti nella lista ArticoloCentouno

26 luglio 2021

L’iniziativa cautelare del Procuratore Generale Salvi

contro il Sostituto Procuratore Storari

Si apprende che il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi ha chiesto, in via cautelare, il trasferimento ad altra sede del Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano Paolo Storari e la sua destinazione ad altre funzioni.

Sembra che la Sezione disciplinare del CSM sia all’uopo convocata per venerdì 30 luglio.

Non possiamo certo dire che sia un fulmine a ciel sereno perché il cielo è tutt’altro che sereno.

Siamo profondamente sorpresi, però, da un’iniziativa che ci sembra intempestiva, spropositata, ingiusta e, in definitiva, incredibile.

Possibile che nella gestione dell’articolatissima “vicenda Amara” da parte della Procura di Milano – che vede coinvolti numerosi magistrati, anche con ruoli direttivi e semidirettivi, e che, stando alle notizie che circolano senza smentite e alle plurime iniziative giudiziarie che risultano avviate, appare opacissima – l’unico chiamato a risponderne sul piano disciplinare sia il sostituto procuratore Paolo Storari?

E possibile che, pur nella complessità della situazione, sia chiamato a risponderne così pesantemente in via cautelare?

In questa vicenda, poi, s’impone all’attenzione di tutti la questione della credibilità del promotore dell’iniziativa cautelare, il Procuratore Generale Giovanni Salvi.

Egli è l’autore della circolare che ha di fatto amnistiato le condotte, anche petulanti, di autopromozione rivelate al grande pubblico dalle chat del telefono di Luca Palamara, sequestrato in una costola di indagini aventi al centro proprio l’avvocato Piero Amara. E ciò pur essendo stato egli stesso additato – senza chiara, precisa e doverosa smentita – come autopromossosi.

È noto, inoltre, che il Procuratore Generale Salvi appartiene alla corrente, politicamente assai connotata, a cui per tradizione è affidata la guida della Procura della Repubblica di Milano, scena principale dello spettacolo in cui si inserisce la condotta contestata al dr. Storari.

Il dr. Salvi, ancora, è stato interessato dell’epopea Amara già da Procuratore Generale della Corte di appello di Roma.

E, soprattutto, stando anche alle affermazioni non smentite dell’ex componente del CSM Piercamillo Davigo, il Procuratore Generale Salvi era a conoscenza di almeno una parte della condotta oggi addebitata a Storari già da molto tempo prima che la notizia della consegna dei verbali a Davigo divenisse di dominio pubblico, senza che, tuttavia, in tutto questo tempo, forse anche più di un anno, avesse ritenuto di assumere, sotto il profilo disciplinare, alcuna iniziativa.

Tutto questo, inevitabilmente, incrina l’apparenza di terzietà e imparzialità necessarie per la trattazione della pratica riguardante il dr. Storari.

Perché tanta inerzia prima che la vicenda diventasse nota a tutti? E perché tanto zelo ora nei confronti del solo Storari? Come sono state gestite, nelle more, le informazioni sulla condotta di Storari e quelle sulle dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria? Perché, considerata anche l’inerzia a lungo mantenuta, non sarebbe ora possibile attendere lo svolgersi naturale del procedimento disciplinare ordinario senza questa pesantissima iniziativa cautelare?

In questo quadro, senza in alcun modo voler entrare nel merito dei fatti che certo destano perplessità, la traumatica accelerazione impressa all’iniziativa disciplinare contro il dr. Paolo Storari – con la richiesta di trasferimento urgente in via cautelare dalla sede di servizio e dalle funzioni – rischia di apparire un modo per colpire l’anello debole di una catena molto più lunga  e articolata della condotta ascritta all’incolpato e, in definitiva, per punire la non accondiscendenza ai desiderata del “capo” dell’ufficio.

La generale solidarietà, pacata ma sentitissima, che in queste ore giunge al dr. Storari dai colleghi milanesi, pubblici ministeri e giudici, che certamente meglio di tutti gli altri conoscono la situazione, evidenzia con nettezza che il caso è tutt’altro che liquidabile con un provvedimento cautelare a senso unico.

Da tempo tanti magistrati denunciano i gravi contrasti con il disegno costituzionale dell’attuale assetto del procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati, un assetto che, tra l’altro, priva il CSM dell’iniziativa disciplinare attribuitagli dalla Costituzione, rendendo l’organo di autogoverno inerme, in mancanza di iniziativa da parte del Procuratore Generale della Cassazione o del Ministro della Giustizia, anche di fronte a fatti di particolare gravità; che, contro la natura dell’organo e in palese contrasto col divieto costituzionale di introdurre giudici speciali, fa del CSM proprio un giudice speciale e priva i magistrati colpiti da provvedimento disciplinare di un giudice terzo e imparziale dinanzi al quale fare valere i propri diritti e interessi; che, in palese violazione del principio di distinzione dei magistrati soltanto per diversità di funzioni, attribuisce a uno di essi, in via assoluta e solitaria, la titolarità dell’azione disciplinare nei confronti di tutti gli altri.

Ebbene, l’iniziativa del Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi contro il dr. Storari, anche per il modo in cui lo stesso ha in generale gestito la funzione di titolare dell’azione disciplinare, esalta proprio tali gravi criticità, riportandole prepotentemente all’ordine del giorno.

Al di là del giudizio di merito sulla sua condotta, pertanto, non possiamo che associarci alla solidarietà umana espressa nei confronti del dr. Paolo Storari.

Al contempo, non possiamo che rilanciare l’invito al Procuratore Generale Salvi a fare un passo indietro, a tutela dell’Istituzione che rappresenta e della credibilità della Magistratura tutta.

Giuliano Castiglia - Ida Moretti - Andrea Reale



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La finta di corpo



di Giuliano Castiglia - magistrato

La legge assegna al CSM, tra gli altri, il compito di dare pareri – anche non richiesti – al Ministro della Giustizia in tema di ordinamento giudiziario e di amministrazione della giustizia.

E così, ancorché sino a quel momento il Consiglio non fosse stato sollecitato dal Ministro, il 22 luglio la Sesta Commissione del CSM ha licenziato una proposta di parere che - come è stato scritto - "stronca" la c.d. “riforma Cartabia”, nella parte in cui introduce nel processo penale l’istituto di nuovo conio dell’improcedibilità.

Istituto in virtù del quale il processo, se le fasi dell’impugnazione non sono concluse entro una certa data, muore. E tutto va in fumo.

La proposta avrebbe dovuto essere trattata dal Plenum del CSM mercoledì 28 luglio e tutto lasciava intendere che sarebbe stata approvata a larghissima maggioranza.

Sennonché, lo stesso 22 luglio, la Ministra si è determinata a chiedere al CSM un parere sulla riforma.

Ciò avrebbe fatto sì che il Presidente della Repubblica, che è anche Presidente del CSM, vistosi sottoporre l’ordine del giorno per la seduta del 28, avrebbe dato indicazione di non discutere il parere sull’improcedibilità e di procedere all’elaborazione di un parere sull’intera “riforma Cartabia”, da mettere all’ordine del giorno appena predisposto.

Scelta, quella del Capo dello Stato, ovviamente del tutto legittima e assolutamente rispettabile.

Successivamente, però, il Consiglio dei Ministri ha autorizzato la posizione della questione di fiducia sulla “riforma Cartabia” e sembra che già il 30 luglio la Camera dei Deputati sarà chiamata a votarla.

Naturalmente, il CSM non farà a tempo a licenziare un parere su tutta la "riforma Cartabia" entro il 30.

Rispetto alla possibilità che la “riforma” sia varata da un ramo del Parlamento senza che il CSM possa esprimersi almeno su uno dei suoi aspetti più critici, vi è stata una forte levata di scudi tra i magistrati, sui quali tra l'altro rischiano di essere scaricate le responsabilità di complesse e costose attività a rischio di totale inutilità.

Apparentemente, lamentazioni e proteste si sono levate soprattutto da parte di Area, una delle correnti della magistratura, che ha un proprio "gruppo" nel CSM.

"Apparentemente” perché, se davvero lo volesse, qualora trovasse conferma l'eventualità che sia posto il voto di fiducia sulla riforma, Area potrebbe far sì che il Consiglio tratti comunque il tema dell’improcedibilità con la procedura di “particolare urgenza”.

Il regolamento del CSM, infatti, consente a ciascun consigliere di chiedere, all’inizio di ogni seduta, di trattare un tema di “particolare urgenza” e, a quel punto, è la maggioranza del Consiglio che decide, senza alcun vincolo, se affrontare o meno l'argomento.

E, nel caso di specie, l'urgenza sopravvenuta di fornire un parere almeno sull'aspetto più critico della "riforma Cartabia" del processo penale, deriverebbe dalla decisione, o comunque dalla seria possibilità, che già il 30 luglio la Camera dei Deputati possa votare sull'intera riforma.  

Il Consiglio, dunque, avrebbe la possibilità di esprimersi sull'improcedibilità del processo penale.

Ma i Consiglieri vogliono veramente trattare l'argomento? E, in particolare, i Consiglieri di Area vogliono veramente affrontare il tema? 

L'impressione è che non lo vogliano; che la levata di scudi sia apparente e si inserisca nel solito gioco delle parti della costante battaglia all'ultimo voto.

Per sapere come stanno davvero le cose, questa volta, non c'è molto tempo da attendere.



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sabato 24 luglio 2021

Un po' di Ermineutica



di Andrea Reale - Magistrato

 Su Il Fatto Quotidiano del 29 giugno è stato pubblicato un articolo a firma dell'ex Presidente di sezione della Corte di Cassazione, Antonio Esposito, avente ad oggetto l'intervista rilasciata al Corriere della Sera dall'On. Avv. David Ermini il 25 giugno scorso. Lo riporto integralmente qui sotto (e allego l'intervista di cui si parla).

Mi andrebbe di porre altre domande al Vice Presidente del CSM.

1) In che modo l'organo di autogoverno è intervenuto in concreto  in questi anni per il cambiamento culturale e morale della categoria?

2) Come valuta le  delibere sulla nomina del Procuratore di Roma, annullata dal TAR  e dal Consiglio di Stato? O quella sui vertici della Scuola superiore della Magistratura?

3) Come ritiene compatibile l'asserita rigenerazione etica con la diffusione riservata dei verbali di interrogatorio dell’Avv. Amara  inerenti la c. d. Loggia Ungheria tra i consiglieri del CSM?

4) Come è possibile che ad essere punito per il "sistema" delle correnti, a distanza di due anni, sia il solo dott. Luca Palamara?

5) E ancora: davvero il vicepresidente del CSM ritiene che tra gli strumenti per  debellare il correntismo sia opportuno  ridurre gli spazi di giustiziabilità dei provvedimenti del CSM, sottraendoli al giudice amministrativo, previe incisive riforme costituzionali (come l’istituzione di un’alta Corte per i procedimenti disciplinari e per le impugnazioni dei provvedimenti del CSM)?

6) Perchè,  seguendo le indicazioni del TAR,  il CSM avrebbe dovuto nominare capo dell’ufficio gip di Bari il dott. De Benedictis (quello “recentemente arrestato per gravi accuse”)?

7) Ed infine, può la legge elettorale per il CSM essere ritenuta  “la principale causa dei condizionamenti correntizi”(sic est!)?

Non capisco infine perchè l'On. D. Ermini  si affidi ciecamente  alla ministra Cartabia (come, stranamente, anche il presidente ANM G. Santalucia) piuttosto che rimettere all’ufficio studi del CSM o alle competenti Commissioni dell’organo di autogoverno che (vice)presiede, un ragionato parere sulle proposte di riforma della giustizia in ballo.

Ma il Presidente della Repubblica ha letto l’intervista? Non ha nulla di dire su quanto affermato dal Suo Vice?

E i rappresentanti dell’ANM? E i consiglieri del CSM?

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​Ermini e le sue incredibili affermazioni sul CSm

di Antonio Esposito | 29 GIUGNO 2021

Era difficile immaginare che un vicepresidente del Csm potesse affermare: “È la stessa Costituzione a prevedere che la scelta del v.p. sia frutto di un accordo tra magistratura e politica visto che deve essere nominato un ‘laico’, eletto dal Parlamento dalla maggioranza dei componenti togati eletti dai magistrati”. Eppure è accaduto, perché questa è stata la risposta data dal vicepresidente David Ermini al giornalista Bianconi che gli chiedeva: “lei, come i suoi predecessori è stato eletto vicepresidente dal ‘sistema delle correnti’. Spera di essere l’ultimo scelto con quel metodo?”. La risposta di Ermini – che ha dell’incredibile – non è che un maldestro tentativo di giustificare quelle, per nulla trasparenti, modalità con le quali si è giunti alla sua elezione che ha trovato la genesi in un accordo improprio, fuori del Csm (in una cena) tra persone non legittimate in quanto estranee a tale organo (due politici: Lotti e Ferri, e un capocorrente dell’Anm, Luca Palamara).

Ha aggiunto il vicepresidente che la magistratura e il Csm hanno “imboccato la strada del cambiamento morale e culturale”.

Affermazione a dir poco discutibile per le seguenti ragioni:

a) un inizio di cambiamento non poteva prescindere dalle dimissioni del vicepresidente, una volta disvelati dal Palamara e dalle sue chat i retroscena della nomina;

b) non sembra che il Csm stia percorrendo la strada indicata da Ermini ove si consideri la recente decisione del Plenum – 9 voti a favore, 8 contro – di evitare il trasferimento di ufficio di uno storico esponente di Area (ex Csm) – già inflessibile braccio destro, nel settore disciplinare, del Pg della Cassazione Salvi – che aveva sferrato un pugno al viso della moglie spedendola in stato di choc all’ospedale in autoambulanza a seguito di un litigio. Molto si è discusso in Plenum – e ciò è sconcertante – sulla “non certa intenzionalità del gesto” (!), né si ha notizia dell’avvio, da parte di Salvi, di un procedimento disciplinare;

c) molti magistrati hanno contestato a Salvi, ideologo di Md, di aver adottato una “generale direttiva assolutoria” che esclude come illecito disciplinare le “autopromozioni” dei magistrati. Sono, così, rimaste escluse dagli accertamenti le condotte di magistrati che, per come risulta dalle chat, si raccomandavano a Palamara.

Direttiva discutibile poiché è scorretta la condotta di un magistrato che avvicini, nel corso di una procedura concorsuale cui partecipa un componente della Commissione per sostenere la sua posizione.

Il riferimento dei magistrati era, sia allo stesso Salvi per l’improprio incontro, mai smentito, avuto con l’allora membro del Csm Luca Palamara, sia anche a Giuseppe Cascini – membro del Csm, toga storica di Md (ora Area) – il cui nome compariva, in più occasioni, nelle chat di Palamara con il quale – per sua stessa ammissione – era sorto un “legame di amicizia e solidarietà”.

Ne è nata una polemica tra il magistrato Felice Lima e Cascini al quale il primo si è rivolto nei seguenti termini: “Hai scritto: ‘Appena arrivato al Consiglio ho ricevuto una tessera del Coni che mi autorizzava a entrare allo stadio (un benefit che ora è stato eliminato). Ho solo chiesto a Luca (che era appena cessato come componente del Csm) se era possibile portare mio figlio con me e se aveva un riferimento al Coni per chiedere’. Non c’era alcun bisogno di disturbare Palamara per questa cosa. Ti spiego come facciamo noi, le persone ‘normali’. Certo che è possibile portare tuo figlio allo stadio. Devi solo fare una banalissima cosa: comprargli un biglietto. Prendi lo stipendio di magistrato e circa 100.000 euro l’anno in più per il ruolo di Consigliere. Dovresti farcela a comprare un biglietto per lo stadio, senza chiedere ‘favori’ e senza lasciare affamata la tua famiglia”.

Naturalmente, il Cascini siede ancora tra i giudici disciplinari del Csm. Dice, infine, Ermini: “La ministra Cartabia sta facendo un grande lavoro in questo campo” (riforma del sistema di nomina dei togati); è vero proprio il contrario, perché nella bozza di riforma rimane fermo il sistema elettorale e 60 anni di esperienza hanno dimostrato che nessun sistema elettorale può impedire alle correnti di occupare il Csm in quanto ciò può essere impedito solo dal sorteggio (quantomeno, integrato).

La verità è che sia la politica sia l’Anm si oppongono a tale sistema di nomina che rappresenterebbe la fine del potere delle correnti, tant’è vero che il segretario generale dell’Anm continua ad affermare: “quali che siano le scelte del decisore politico, abbiamo, comunque, evidenziato l’esigenza di approntare accorgimenti per assicurare la presenza delle diverse sensibilità associative, anche minoritarie all’interno del Csm”, ove quelle che “pudicamente” vengono indicate come “sensibilità associative”, non sono altro che le correnti, centri di potere e di malcostume che hanno distrutto la credibilità della magistratura e del Csm. 


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venerdì 9 luglio 2021

Meglio la nebbia del sole ?


di Rosario Russo - Magistrato in quiescenza

Come Giano, l’affaire Palamara ha due fronti. Il primo è quello delle conversazioni–cospirazioni svoltesi tra i commensali, riuniti all’Hotel Campagne, per incidere sulla nomina del Procuratore della Repubblica di Roma (e non solo). 

Il secondo fronte è costituto dai messaggi (chat), estratti dal telefonino del dott. P., con cui tantissimi magistrati si rivolgevano a lui, allora potente membro del Consiglio superiore della Magistratura, per raccomandare altri o raccomandarsi. 

In entrambi i casi sono coinvolti magistrati ordinari. 

In entrambi i casi sono noti i loro nomi perché i giornali hanno pubblicato testualmente le raccomandazioni dei magistrati, in parte riprodotte perfino in due volumi, accolti con grande favore dal vasto pubblico, che si ostina a credere nella verità e nella giustizia. In entrambi i casi viene in rilievo, a carico dei magistrati coinvolti, la fattispecie disciplinare della scorrettezza reiterata o grave (art. 2, 1°, lett. d del D. lgs. n. 109 del 2006). 

Tuttavia, mentre sono sette i (‘magnifici’) magistrati coinvolti nella cena svoltasi nella notte tra l'8 e il 9 maggio 2019 presso l'Hotel Champagne di Roma (la «Notte della Magistratura»), decine e decine sono quelli che invocavano dal dott. P. illegittimi favori per sé o per altri colleghi.

Dopo due anni, la situazione è allarmante.

Soltanto il dott. P. è stato espulso dall’A.N.M. e radiato (con sentenza non passata in giudicato) dalla Magistratura, ma non per la pletora di raccomandazioni cui ha dato seguito, infatti neppure menzionate nei capi di imputazione contestatigli. Piuttosto, secondo la Sezione Disciplinare, nella «Notte della Magistratura» si sarebbe consumata un’illecita cospirazione istituzionale con il concorso anche di parlamentari, assai più inquietante di una mera raccomandazione.  Con riferimento alla copertura delle Procure di Roma, Perugia e Firenze, gli intercettati loquentes non screditavano i candidati invisi, ma – peggio - ordivano fatti ed atti idonei a farli denigrare, intimorire o condannare.

D’altra parte, a causa degli ostacoli (interni ed esterni) frapposti, soltanto di recente l’A.N.M, ha ricevuto dalla Procura di Perugia le chat e quindi il collegio dei Probiviri, competente a chiedere le sanzioni disciplinari, non ha avuto ancora la possibilità di attivarsi per far rispettare l’art. 10 dello statuto, che punisce qualunque raccomandazione o autopromozione dei magistrati. 

Frattanto molti di essi, coinvolti nelle chat, si sono disinvoltamente dimessi dall’associazione, al solo scopo d’evitare l’immancabile sanzione, conservando così - paradossalmente - la facoltà di riscriversi. In una drammatica riunione, di recente il Comitato direttivo centrale dell’associazione non è riuscito a coagulare alcuna decisione sulle predette dimissioni, sebbene l’art. 7 dello statuto preveda espressamente la facoltà di sospendere l’operatività delle dimissioni fino al completamento del procedimento disciplinare. Si ha notizia che, essendosi dimesso  il Presidente della Giunta dei Probiviri il C.D.C  lo ha sostituito qualche giorno fa; il che rallenterà ulteriormente le procedure sanzionatorie dell’A.N.M., che comunque non potranno attingere i soci astutamente frattanto dimessisi.

Una prima conclusione è inevitabile: dopo circa due anni non si ha notizia che taluno dei tantissimi magistrati implicati nelle raccomandazioni sia stato in qualche modo sanzionato, nonostante lo sdegno fondatamente provocato negli Utenti finali della Giustizia, coloro cioè in nome dei quali decidono i magistrati.

Le Autorità che avrebbero potuto attivarsi, avendo acquisito subito le chat, sono almeno due: obbligatoriamente, il Procuratore Generale presso la Suprema Corte e, facoltativamente, il Ministro della Giustizia, in quanto contitolari del potere di esperire, davanti all’apposita Sezione del Consiglio superiore, l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti nelle raccomandazioni.

Sulla possibile inerzia dei Ministri della Giustizia, succedutisi nel tempo, il giudizio non può essere che politico.

A lei, Signor Procuratore Generale, se me lo consenta, vorrei proporre i seguenti quesiti giuridici, auspicando che lei voglia serenamente rispondere, nell’interesse dei cittadini: 

- Perché, con apposito ‘editto’ del 22 giugno 2020, ella ha proclamato, in via generale e preventiva, che non merita sanzione la condotta del magistrato che, dopo avere chiesto l’assegnazione di un ufficio, segretamente esalti le proprie qualità professionali al Consigliere del C.S.M. tenuto a giudicare (nella specie, il dott. P., onnipotente signore di una corrente associativa), al di fuori delle forme procedurali previste dalla legge e all’insaputa dei concorrenti? 

Una tale ‘autopromozione’ o ‘autoraccomandazione’ (che lei considera «libera manifestazione di pensiero») non turba gravemente la corretta e imparziale valutazione del C.S.M.? Non favorisce illegittimamente i magistrati che promettano o vantino meriti correntizi, a danno dell’ignaro concorrente dott. ‘Nessuno’, che ha ‘fatto’ il magistrato senza cercare appoggi correntizi, confidando (da Giudice) soltanto nella correttezza ed imparzialità dei propri Giudici? 

Quante e quali archiviazioni lei ha emesso, con il tacito consenso del Guardasigilli, in conformità al suo stesso ‘editto’? 

 Perché non ha contestato anche al dott. P. di avere consentita - e sistematicamente coltivata - la pratica dell’autopromozione (e della raccomandazione), per trarne sicuro vantaggio correntizio e spartitorio?  Il suo orientamento assolutorio in tema di autopromozione è stato confutato dalle Sezioni Unite (sent. n. 741/ 2020) e dal Consiglio Superiore della Magistratura (Sezione Disciplinare, sent. n. 139/ 2020)? 

Quante e quali azioni disciplinari ha avviato per sanzionare gli autori (non di autopromozioni, ma di) raccomandazioni di magistrati in favore di altri magistrati, non scagionate perciò neppure alla stregua del predetto suo ‘editto’? 

Perché con altro suo ‘editto’ n. 44 del 2019 lei ha deciso di negare in ogni caso a colui (in ipotesi, proprio il predetto dott. Nessuno, danneggiato dall’autopromozione) che abbia denunciato un illecito disciplinare (in ipotesi, proprio l’autopromozione subita ad opera di altro magistrato sodale del dott. P.), e al suo Avvocato, la copia del provvedimento di archiviazione? 

E perché si è riservato il potere insindacabile di rilasciare o non copia di qualsiasi archiviazione, qualora sia chiesta perfino dal Consiglio Superiore della Magistratura, dai Consigli Giudiziari, da altre istituzioni pubbliche oppure dall’Associazione Nazionale Magistrati? 

Perché tanta segretezza a fronte perfino dell’archiviazione penale, accessibile invece a chiunque ne abbia interesse? 

Perché condannare all’oblio tombale le migliaia di archiviazioni che lei emette ogni anno, che potrebbero consentire all’Utente finale della Giustizia di apprezzare il modo con cui ella gestisce sapientemente il potere disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari? 

Perché il principio fondamentale della trasparenza - da tempo introdotto nel nostro ordinamento - si arresta soltanto di fronte alle archiviazioni disciplinari da lei emesse, mentre (per esempio) le archiviazioni emesse dai competenti Ordini nei confronti degli Avvocati sono comunicate d’ufficio ai clienti denuncianti? 

Condivide il principio per cui «La luce del sole è il miglior disinfettante», soprattutto in tempi di pandemia?

Domandare è lecito, rispondere è cortesia.


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lunedì 5 luglio 2021

Soltanto alla legge


di Massimo Galli - Magistrato

Nonostante il mascheramento ideologico (si dice che p.m. e giudici non dovrebbero frequentare gli stessi ambienti istituzionali e probabilmente neppure lo stesso bar) è evidente che l’insistenza con la quale una parte importante della politica persegue la separazione delle carriere è senz’altro mirata all’obiettivo di trasformare il pubblico ministero, non più giudice e gerarchicamente inquadrato, in  un superpoliziotto scodinzolante di fronte alla gerarchia e ansioso di riportare in bocca l’imputato giusto (magari previa eliminazione dell’obbligo dell’esercizio dell’azione penale).

Ci si potrebbe chiedere come mai, sia paure scontando  la sicurezza in sé  stessi e l’ottimismo di cui si deve armare qualsiasi esponente politico, ci sia tanto impegno, direi quasi accanimento,  per ottenere tale  risultato nonostante la storia  insegni, che spesso il manico del coltello cambia di mano e che anche il politico più brillante potrebbe trovarsi a desiderare un pubblico ministero imparziale.

In realtà questa riforma, al pari di molte che riguardano la giustizia, è ispirata alla ideologia imposta dal potere economico internazionale che fa della concorrenza e della competitività il nuovo Moloc al quale sacrificare i figli primogeniti e anche quei diritti fondamentali  come l’autonomia e l’indipendenza  del giudice (compreso  quello che  esercita le funzioni di pubblico ministero) che sono stati il frutto di tante lotte e,  letteralmente, di tanto  sangue versato per superare le organizzazioni sociali autoritarie e oligarchiche  che hanno caratterizzato il passato di ogni nazione occidentale e che tutt’ora caratterizzano molti stati del Sud e dell’Est del mondo.

L’attuale fase del pensiero neoliberale prevede infatti che tutto venga sacrificato al mito della competitività, ormai penetrato in ogni aspetto della vita sociale, trasformando l’individuo, da libero cittadino di uno Stato democratico  e destinatario di diritti fondamentali, a imprenditore potenzialmente soggetto solo alla legge del mercato, ossia alla concorrenza, e quindi avvezzo a lottare con ogni mezzo per realizzare l’interesse privato anche a scapito di quello pubblico,  proprio come succede nella finanza internazionale che, non essendo assoggettabile ad alcuna  legge o giustizia,  è abituata a violarle tutte secondo il principio “Too big to pay “ fatta eccezione ovviamente per la legge  del più forte.

La strada della finanza globalizzata porta direttamente alla costituzione di una nuova classe di feudatari mondiali che governano i popoli come i nobili governavano la plebe: somministrando benefici e castighi a sudditi schiavi e opportunamente lobotomizzati dal consumismo.

Il mito della competitività è facilmente individuabile in ogni proposta di legge che riguarda la giustizia italiana e in particolare nell’attenzione all’efficienza senza efficacia che caratterizza ormai la maggior parte delle proposte di riforma e costituisce “il Carma” al quale i dirigenti degli uffici giudiziari sono chiamati ad uniformarsi se vogliono ottenere la conferma nei ruoli organizzativi o la progressione in  una carriera,  sempre più staccata da quella di  giudice al punto che potrebbe essere facile ipotizzare, dopo la separazione delle carriere dei pubblici ministeri,  anche la separazione delle carriere dei direttivi alienati  dall’esercizio della giurisdizione.

Il progetto di controllo della magistratura da parte della massoneria teorizzato nei programmi della loggia P2 sembra proprio si stia realizzando attraverso questo cambio nella cultura e nella propensione di molti colleghi a barattare l’esercizio e l’orgoglio della giurisdizione con il piedistallo di dirigente. La cultura della verità con quella,   meglio remunerata,   della meschinità se non addirittura della mistificazione che da anni caratterizza la gestione correntizia di carriere e disciplina nella magistratura.

Nel mio piccolo sto avendo esempi frequenti dell’interpretazione,  assimilabile a quella del  cane da guardia,  che direttivi e semidirettivi,  fanno della loro funzione dimenticando  di essere anzitutto dei giudici e non apprezzando  il  privilegio al quale questa organizzazione sociale li ha ammessi:  di poter amministrare giustizia  soggetti solo alla legge.

La separazione del pubblico ministerio dalla giurisdizione e la sua gerarchizzazione sarebbe un  grave e determinate  passo verso la gestione  del potere  di sanzione penale  a beneficio dei soggetti privilegiati ( quelli che già nell’attuale sistema  hanno le risorse economiche per far durare i processi oltre i termini di prescrizione e per  fare trasferire i pm scomodi mediante  la connivenza tra politica amica e correnti disponibili)  e  pertanto verso  l’ asservimento dell’esercizio dell’azione penale al potere della finanza che è il  burattinaio sempre meno nascosto delle istituzioni politiche e fortemente determinato ad estendere il suo controllo anche su quelle giudiziarie.

La separazione delle carriere darebbe ulteriore impulso alla cultura della competizione a scapito della giurisdizione poiché un pm separato non potrebbe rifiutare la gerarchia oppressiva passando alle mansioni giudicanti e quindi sarebbe costretto ad accettare la logica del compiacimento ossia della competizione  non per l’applicazione  della legge, ma per assicurarsi il favore del superiore  ai fini della  carriera od anche solo per non rimanere isolato tra i carrieristi compiacenti.

Nella nostra categoria purtroppo c’è tanta voglia di padroni e di controlli esterni che dettino le regole magari inventandone di strampalate e illogiche come la quantificazione delle sentenze riformate,  o delle condanne ottenute,  per misurare  il merito del giudice come se il lavoro di chi giudica possa essere valutato sulla base di risultati numerabili e non in base al sentimento di giustizia che è riuscito a soddisfare.

Sarebbe interessante capire in quale misura il pensiero unico neoliberale  stia infiltrando la psicologia del giudice al punto da fargli ritenere normale che il suo lavoro possa essere equiparato a quello di chi si occupa di  un qualsiasi bene di consumo facilmente valutabile in base alle quantità prodotte.

Ci si dovrebbe chiedere in quale misura tale pensiero unico sia a tal punto suggestivo da far preferire la certezza di una valutazione professionale quantitativamente orientata,  alla consapevolezza morale di aver utilizzato nel modo migliore il proprio tempo lavorativo per rendere  giustizia e verità, ( con buona pace della statistica da relegare dove dovrebbe rimanere  ossia nei cassetti dei burocrati che se ne godono la consultazione) .

Ovviamente non condivido l’idea di chi ritiene che la separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici possa essere utile per salvare questi ultimi dalle trame di controllo perché la battaglia per l’esercizio indipendente della giurisdizione come quella per la democrazia deve essere combattuta ogni giorno, ad ogni livello, da ogni cittadino e da ogni giudice senza lasciare indietro nessuno.

Vogliamo veramente che l’interesse privato diventi la nuova divinità e che anche lo stato sia organizzato come se fosse un’impresa volta a perseguire guadagni ( o risparmi) , e non a garantire diritti magari rimanendo  inerte innanzi  allo scempio dell’ambiente, al sacrificio dei diritti umani, indifferente alle sofferenze dei più deboli e immemore della cultura della legalità e della solidarietà  per obbedire alle direttive della finanza internazionale? 

A mio avviso è giunta l’ora di sostituire lo slogan ormai datato: “ meno stato e più mercato” con il nuovo : “meno finanza,  più solidarietà e giustizia” 

 



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lunedì 14 giugno 2021

Buone letture: da Repubblica dell'11 giugno 2021 ("Giustizia, la riforma senza forma")


di Michele Ainis 

Fin qui, sulla giustizia, c'è una riforma senza forma: manca ancora un testo, un progetto di legge timbrato dal governo. Eppure le discussioni s'accendono come cerini. 

Ma senza un testo sul quale confrontarsi, di che discutono i discussant? 

D'ipotesi, o al più di proposte caldeggiate da questa o quella commissione ministeriale, e immediatamente respinte da questo o quel partito. È l'esito d'una babele che dura ormai da troppo tempo: qualunque idea divide prima ancora di venire formulata.

In questa Babilonia, c'è però una scelta che chiama in causa la ministra in carica, e insieme a lei le forze di governo.

Dovranno decidere fra l'aspirina e il cortisone, fra una terapia minima e uno shock per curare la giustizia italiana.

Che sia malata, d'altronde, non c'è dubbio. Un sondaggio Ipsos espone numeri eloquenti: quasi un italiano su due (il 49%) dichiara di non avere più fiducia nella magistratura, mentre nell'ultimo decennio il credito che circonda il potere giudiziario è sceso a precipizio (dal 68 al 39%).

La giustizia - dice l'articolo 101 della Costituzione - viene "amministrata in nome del popolo"; ma di questi tempi manca il popolo, resta soltanto l'amministratore.

Ed è un problema, anzi una sciagura.

Perché il discredito offusca l'autorità dei giudici, ne incrina la legittimazione.

E perché mette radici nella stessa democrazia applicata alla cittadella giudiziaria, con i suoi tre corollari: il pluralismo culturale, il metodo elettivo, il consenso come fondamento del potere. Sennonché il potere del Csm è tutto in mano alle correnti organizzate, che nessun sistema elettorale è riuscito mai a scalfire. E le correnti decidono carriere, incarichi, prebende.

Dinanzi a questa crisi - giuridica e morale - si fronteggiano due eserciti: i minimalisti e i massimalisti.

Non sempre è agevole distinguerli, giacché i primi spesso si travestono con i panni dei secondi, e allora dettano riforme secondarie spacciandole per altrettanti rivolgimenti normativi, quando si tratta in realtà d'aggiustamenti, di correzioni leggere come cipria. I minimalisti sono conservatori, però hanno pudore a dichiararsi.

Tuttavia c'è almeno un elemento, un indice esteriore, che li divide dai massimalisti.

Dipende dall'oggetto stesso della riforma: la legge ordinaria o la Costituzione.

E dipende dalla profondità dell'intervento, dalla sua attitudine a separare nettamente politica e giustizia, anche attraverso soluzioni inedite, mai sperimentate. Come il divieto di ricoprire funzioni giudicanti nei confronti del magistrato cessato da una carica elettiva. O l'uso del sorteggio per formare il Csm. O il rinnovo parziale dell'organo, allo scopo di rompere la morsa correntizia. O l'attribuzione a un'Alta corte di giustizia del potere di decidere sugli illeciti disciplinari dei magistrati, dato che la giurisdizione domestica ha offerto pessime prove (nemo iudex in causa propria, dicevano i latini).

Su tutti questi aspetti la commissione nominata da Cartabia ha detto no. Senza compromessi, senza concessioni al fronte dei massimalisti. Proponendo viceversa l'ennesima legge elettorale che dovrebbe trasformare in santi i diavoli. Riducendo le firme necessarie per la presentazione delle candidature, quando il referendum di Lega e Radicali le elimina del tutto. Aumentando a dismisura i membri del Csm (36+1, come alla roulette).

 E respingendo con toni un po' sdegnati l'idea stessa del sorteggio, pur applicandola - contraddittoriamente - in un'ipotesi minore (pag. 12 della Relazione).

Eppure il sorteggio, diceva Montesquieu, rende concreta l'eguaglianza.

E i giudici formano una comunità d'eguali, distinti solo per funzioni (articolo 107 della Costituzione). D'altronde gli stessi costituenti prescrissero l'uso del sorteggio per il nostro più alto tribunale, la Consulta, quando giudica sui reati del capo dello Stato (articolo 135).

Non sarebbe una bestemmia, quindi, estenderlo pure al Csm.

Si può fare a Costituzione invariata, benché quest'ultima indichi il metodo elettivo: basta sorteggiare una platea di candidati da sottoporre alle elezioni.

Per le correnti giudiziarie, sarebbe un funerale.

Per la giustizia italiana, è un funerale ogni riforma finta, edulcorata.



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lunedì 7 giugno 2021

We ask Europe: do not waste money! (Lo chiediamo all'Europa: non sprecare denari!)


Recovery fund: it is a simple formula that means that  European funds will be given to the Member States upon condition that they  use them to improve the efficiency of public services and infrastructures.

Under the pressure of this lavish opportunity, Italy is also in the running to grab its share. Therefore, among others, Italy puts forward  proposals that embrace also the justice sector, specifically civil justice, criminal justice and the  High Judicial Council (CSM).

The proposal of reforming the High Judicial Council has apparently the purpose of stemming the deleterious phenomenon of  the so called "correntismo" which indicates the excessive and often abusive power  exercised by the internal bodies of the magistracy,  more specifically Unicost, Area, Magistratura Indipendente (MI)  e Autonomia e indipendenza (AeI).

Nevertheless, none of these proposals will achieve this goal because they have been drafted with the only purpose to give the illusion that the "Correntismo" will be defeated.

It is always the same story: everyone apparently condemns this phenomenon but in the reality no one want to do anything to face the problem.

Also this time politics have prepared just an electoral formula that they are going to sell   as a remedy for this endemic disease which is the "Correntismo".

Judge Andrea Reale has already explained that this formula is just a pure illusion: the internal bodies of the magistracy have always wallowed in any electoral mechanism that allows them to propose and support their candidates for the CSM.

They will continue to do so also with the proposed reforms .

Fighting and defeating the "correntismo" is impossible when  the reforms are entrusted to people who represent the internal bodies of the magistracy.

Even a child could understand it.

This is the only reason why the president of the National Association of Magistrates Santalucia, high expression of the "correntismo", applauds the initiatives of Minister Cartabia; he is much aware that  her proposals will not change anything and the internal bodies of the magistracy will continue to exercise their abusive and excessive power.

Nothing is going to change.

We want to tell Europe that European funds could be used in a more profitable way. 

Italy does not deserve these funds.

We will come back later on to explain that also the proposals regarding civil and criminal justice will not been useful at all.

The problem is that the good reforms needs real facts while  we are dealing with fairytale dealers .

 

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Recovery fund: formuletta che si sostanzia nella promessa di fondi europei a condizione che gli Stati li utilizzino per migliorare l’efficienza  dei servizi pubblici e le infrastrutture.

Sotto la spinta di questa lauta opportunità anche l’Italia è in corsa per accaparrarsi la sua quota e, quanto alla giustizia, mette in campo proposte di riforma che abbracciano la giustizia civile e penale, oltre a quella del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura.

Quest’ultima col dichiarato scopo di arginare il deleterio  fenomeno del “correntismo” che, a parole, tutti sono pronti a condannare. 

Così è bastato predisporre l’ennesima formuletta elettorale per spacciarla come rimedio all’endemico male. 

Che quella ipotizzata sia pura illusione lo ha già spiegato Andrea Reale: le correnti sguazzano da sempre  in qualsiasi meccanismo elettorale che consenta loro di proporre e sostenere propri  candidati al CSM. 

Vinceranno sempre loro. 

Se le riforme vengono affidate a soggetti che del correntismo sono espressione o comunque cantori non c’è da sperare nel loro buon esito, lo comprende anche un bimbo. 

Non è quindi un caso che il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Santalucia plauda alle iniziative del Ministro Cartabia  che, proprio da questa vicinanza,  dovrebbe trarne almeno qualche preoccupazione circa l’efficacia del modello appena proposto. 

Non cambierà nulla. 

Lo diciamo all’Europa affinché destini a miglior causa i fondi che l’Italia non merita. 

Spiegheremo anche i limiti degli interventi nella giustizia civile e penale, perché le chiacchiere non hanno mai mutato la realtà e qui si ha a che fare con parolai. 


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sabato 5 giugno 2021

Il Sistema 2: la vendetta.




Riportiamo il testo di un'intervista di Andrea Reale al quotidiano Libero. 

Solo dei draghi potevano concepire un "premio" di tal fatta al Sistema raccontato da Luca Palamara.

Facciano ciò che vogliono ma almeno non dicano di voler migliorare le cose, serve pudore.



 Nessuna svolta dopo gli scandali
«È la vittoria delle correnti»
Il giudice Reale: «Andava tolto il potere di decidere i capi degli uffici giudiziari e invece...» 
GIOVANNI MARIA JACOBAZZI

«È una restaurazione, non è una riforma. Per essere più precisi è la restaurazione del sistema correntizio o, meglio, una riaffermazione di esso».

Andrea Reale è componente del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il "parlamentino” togato. Giudice penale al tribunale di Ragusa, è tra i fondatori di Articolo 101, il gruppo "antisistema” nato per contrapporsi al correntismo in magistratura. I "dissidenti” all’interno del Cdc dell’Anm, oltre a Reale sono tre. Alle elezioni hanno preso oltre 650 voti.

Giudice Reale, non le piace la riforma del Csm presentata ieri dalla ministra Marta Cartabia?
«Guardi, questa riforma del Csm mi pare un segno di forza delle tradizionali correnti, le stesse che hanno determinato la degenerazione all’interno del Csm per le nomine e per gli incarichi. Una degenerazione che va avanti da anni e che era nota a tutti gli "addetti ai lavori”. Il libro di Paiamara ne ha solo permesso la conoscenza al grande pubblico».

Perché è critico?
«Il sistema elettorale previsto è sostanzialmente un proporzionale con la presenza di liste contrapposte, parzialmente corretto dal voto trasferibile. Va in senso opposto alla limitazione dello strapotere dei gruppi. Dopo gli scandali che hanno travolto la magistratura era necessario togliergli il potere nella scelta dei capi degli uffici giudiziari».

Eppure la politica pareva essersi convinta di riformare il Csm e garantire nomine trasparenti e non di magistrati lottizzati.
«Era inevitabile che nella pratica non sarebbe successo nulla: più si fa un governo di larghe intese, come l’attuale, e più è prevedibile un provvedimento annacquato e incapace di un serio riformismo».

Fi, Lega, FdI volevano il sorteggio dei togati del Csm.
«E anche il M5s. Tutti avrebbero potuto e dovuto intervenire per l'adozione del sorteggio "temperato". Non so se è mancanza di interesse o di volontà. Da parte mia c’è fortissima delusione».

La Commissione per la riforma è presieduta dal presidente dei costi¬tuzionalisti, il professo¬re Massimo Luciani.
«Mi spiace, il professore avrà fatto il suo lavoro con serietà e onestà, ma rilevo che è stato più volte il difensore di questo Csm, così fortemente connotato dalle medesime logiche che dovrebbe impegnarsi a debellare. E nella Commissione erano presenti esponenti di primo piano delle correnti».

Solo il sorteggio dava discontinuità dal sistema 'Palamara'?
«Qualsiasi altro sistema non risolve il problema della lottizzazione e della occupazione del Csm da parte di gruppi privati quali sono le correnti. Dal 1958 (anno di entrata in funzione del Csm, ndr) abbiamo visto ogni sistema elettorale: il proporzionale è quello che più di tutti conferisce forza ai gruppi. Il risultato è noto: lo strapotere e il dominio incontrastato delle correnti che hanno politicizzato quello che deve essere un organo imparziale di garanzia».

La vittoria delle lobby?
«Il presidente della Repubblica ha detto che bisogna impegnarsi per il cambiamento: in magistratura ci stiamo provando, ma abbiamo bisogno del coraggio e della vicinanza delle istituzioni. Il progetto di riforma del Csm adottato dal governo non persegue affatto questo scopo».

Dopo il caso “Palamara” che accade in magistratura?
«La maggioranza dei colleghi vuole un cambiamento effettivo. Purtroppo c'è una minoranza di magistrati che ha in mano le redini del potere, a livello istituzionale ed associativo, e lo utilizza troppo spesso in modo oligarchico, antidemocratico e autoreferenziale».

Parole forti.
«L’astensione alle ultime elezioni suppletive del Csm è il segno che in tanti non si riconoscono più in questo sistema».

Cosa farete?
«Forse una consultazione interna. Il rischio concreto, in caso di ulteriore immobilismo autoriformista, è che possa venir meno l’unitarietà dell’associazionismo giudiziario».

L'opinione pubblica è frastornata.
«La gente deve sapere che la maggior parte dei magistrati è libera ed indipendente e non fa parte di questo sistema. Io non mi ci identifico e con me migliaia di colleghi».

Vuole aggiungere altro?
«Una provocazione: anche se mettessero il Papa a capo di una corrente, essa non cambierebbe la sua sostanza. Va innestato il germe di ima rivoluzione culturale ed etica, ancor prima di quella sociale».
     

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lunedì 31 maggio 2021

Ultime notizie dal Csm: rotazione dei direttivi e uso delle chat a geometria variabile




di Andrea Reale - magistrato

Dalla lettura degli ultimi resoconti sulla attività consiliare, uno (9.5.2021) dei componenti di Area e l'altro dei consiglieri di Magistratura Indipendente (del 10.5.2021) abbiamo appreso due notizie: una buona, una meno.

La prima  è che finalmente il CSM ha sposato, nel parere sul disegno di legge c. d. Bonafede, il principio della rotazione negli incarichi semidirettivi.

Si legge nel resoconto di Area che occorre percorrere "una strada che parte dalla causa degli effetti distorsivi prodottosi in questo ambito nell’attività del Consiglio e  prova ad immaginare una soluzione coerente soprattutto con l’interesse degli uffici; valorizzando un concetto partecipato di dirigenza ed un’effettiva temporaneità degli incarichi direttivi,  per contrastarne la “lettura” carrieristica all’interno della magistratura e riaffermare, nei fatti, l’indicazione costituzionale per cui i magistrati si distinguono solo per funzioni (art. 107 cost), che è in totale distonia con una visione gerarchica e verticistica della magistratura sempre più diffusa".

Tra gli emendamenti apportati-  e votati a maggioranza- ve ne è uno che, in periodo senza interruzioni, evidenzia "l’irrazionalità nella distribuzione degli incarichi semidirettivi, ma soprattutto nel loro notevolissimo numero (basti pensare che nelle corti il rapporto medio tra magistrati e semidiretti è di 1 a 4)  che, da un  lato,  riduce la possibilità per il CSM di una analisi approfondita dei percorsi professionali dei candidati e della qualità delle precedenti esperienze dirigenziali determinando, inevitabilmente, procedimenti di nomina più lunghi,  burocratici e meno trasparenti; dall’altro, secondo la comune esperienza,  non è affatto indispensabile: se negli uffici medi e piccoli i semidirettivi paiono essere un sicuro supporto, necessario alla dirigenza, assumendo il coordinamento di interi settori, negli  uffici più grandi, soprattutto quelli con molte sezioni specializzate, i semidirettivi svolgono funzioni di coordinamento ed organizzative non tanto pregnanti da richiedere il vaglio attitudinale del CSM, e  ben potrebbero essere individuati all’interno degli Uffici, magari fra quelli con maggiore esperienza in quella materia, e con procedura tabellare o a rotazione per anzianità. 

Una soluzione che incentiverebbe i magistrati a partecipare maggiormente alla organizzazione dei propri uffici e a condividerne la responsabilità".

Davvero se  non fosse uno scherzo si penserebbe che si stia leggendo una parte del programma associativo della lista ArticoloCentouno o che Andrea Mirenda e Francesco Bretone (dopo l'audizione in Commissione Giustizia alla camera dei Deputati) siano entrati nel Consiglio Superiore della Magistratura ed abbiano dettato principi tanto condivisibili quanto necessari per superare la enorme crisi dell'attuale "nominificio".

Vi è però anche una cattiva notizia che emerge dai resoconti dei gruppi consiliari.

Ossia che "le chat di Palamara" imperversano fortemente  e condizionano l'operato del CSM in ogni ambito, ma esse vengono utilizzate "a corrente alternata" e per i consueti giochi di potere.

Nel conferimento di un incarico semidirettivo (mi riferisco a quello di Procuratore aggiunto di Salerno) proveniente da annullamento da parte del giudice amministrativo  alcuni consiglieri hanno  ritenuto che  "la violazione delle disposizioni del codice etico della magistratura, le quali vietano al magistrato di adoperarsi, o di lasciare che altri si adoperino, per ottenere incarichi,  debba avere una incidenza negativa sui pre-requisiti di indipendenza e di imparzialità e quindi comporti necessariamente, in sede di valutazione comparativa, un giudizio negativo sul complessivo profilo del candidato".

Facendo leva su alcune chat intercorse tra un candidato a quel posto semidirettivo e Luca Palamara, volte alla autopromozione (ormai scriminata dalla famosa direttiva del Procuratore generale della Corte di Cassazione), sebbene  per incarico diverso da quello in esame, i suddetti componenti hanno fatto presente che "il correntismo deteriore è esattamente questo, che queste sono le ricorrenti giustificazioni di chi lo pratica e che il Consiglio aveva il dovere di dare una risposta ai tanti magistrati che non hanno mai chiesto e non vogliono chiedere a nessuno  il sostegno o l’aiuto per una nomina".

Peccato che alla proposta "moralizzatrice"  ha fatto da contraltare un diverso resoconto (quello di Magistratura Indipendente) nel quale si evidenzia  che alcune conversazioni erano intercorse tra Palamara e altro consigliere del gruppo cui apparteneva il candidato prescelto originariamente  e che il sostegno  ricevuto da costui era legato a dichiarate “ ragioni personali” del consigliere interlocutore di Palamara (ragioni personali coincidenti  con la medesima appartenenza associativa al gruppo correntizio).

Dunque le stesse identiche ragioni che erano state accampate dai togati di Area per screditare e delegittimare il proposto di altro schieramento!

Per fortuna alla fine è prevalso il candidato che aveva ottenuto la sentenza di annullamento della prima delibera da parte del giudice amministrativo e, sopratutto, che godeva di una preminenza di titoli rispetto al contendente.

Sembra, in conclusione,  che al Consiglio  le chat vengano oggi utilizzate in ogni commissione e in plenum, ma spesso anche del tutto fuori luogo o soltanto per portare acqua al proprio mulino, fingendosi portatori di una superiorità morale e deontologica che nessuno, dall'esterno, riesce a scorgere, specialmente alla luce della pubblicazione dei due  famosi libri su Magistropoli  e della lettura INTEGRALE della messaggistica tratta dal cellulare di Luca Palamara.



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domenica 30 maggio 2021

Giuliano Castiglia incontra l'AIGA

Pubblichiamo un estratto dell'incontro dello scorso 28 maggio 2021 tra l'AIGA e Giuliano Castiglia relativo alle riforme necessarie se realmente si intende porre fine alla politicizzazione della magistratura: sorteggio dei candidati al CSM e rotazione negli incarichi direttivi e semidirettivi.






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venerdì 28 maggio 2021

Concorso morale in abuso d'ufficio per la telefonata che "convince" il pubblico ufficiale a non compiere il suo dovere



Un esempio di applicazione del diritto dei mortali.


Da quale si ricava che la Suprema Corte disattende  la direttiva della Procura Generale  in tema di autopromozione dei magistrati, quando si tratta di giudicare i non togati.
Ciò che è marachella, irrilevante anche disciplinarmente, è reato per tutti gli altri cittadini. 




Si tratta della recentissima sentenza n. 21006 depositata dalla Sesta Sezione della Cassazione Penale il 27 maggio scorso. 

Il "sistema" della raccomandazione volta a condizionare gli esiti dei concorsi per gli incarichi direttivi in magistratura è ormai a tutti noto.

Ma nessuna procura della Repubblica ha ipotizzato reati.

Nessun procedimento disciplinare è stato avviato.

Nessuno è stato trasferito per incompatibilità ambientale, sebbene emergesse la forza di condizionamento sulle nomine attuata per il territorio di competenza.

Restano tutti sulle proprie sedie,  a continuare.

Questo è il sistema che secondo i sacerdoti custodi della Costituzione ci dobbiamo tenere. 

Ma,  applicando il diritto dei comuni mortali, confermato dall'ultima sentenza della Cassazione,  abbiamo da tempo segnalato che si tratta di un sistema criminale.  

E la visione di Piazza Pulita di ieri sera, con l'Avv. Amara in viva voce, dimostra che gli errori sono solo  per difetto.   
      




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