mercoledì 3 agosto 2022




Gentile Collega

Sono Massimiliano SACCHI, nato a Napoli, dove vivo, il 15.3.1973, e sono Consigliere presso la Corte di Appello di Napoli.

Le recenti e note vicende, che hanno coinvolto componenti togati e non del CSM, hanno fatto emergere, in maniera inequivocabile, una degenerazione dell’associazionismo, che, asservendo nobili istituti a fini utilitaristici e di carriera, ha finito con il danneggiare, forse irrimediabilmente, l’immagine che, agli occhi dei cittadini e dell’opinione pubblica in generale, l’intera categoria aveva faticosamente costruito, attraverso l’unico strumento del quale il magistrato dispone: lo svolgimento meticoloso del proprio lavoro, scevro da condizionamenti di sorta e soggetto soltanto all’applicazione della legge.

Per questa ragione ho deciso di offrire la mia disponibilità quale candidato alle prossime elezioni per il rinnovo del CSM, che si terranno nei giorni 18 e 19 settembre 2022.

Come forse saprai, un gruppo di colleghi, riunito nel Comitato Altra Proposta, ha, in vista della prossima tornata elettorale e dando voce ad istanze diffuse all’interno della nostra categoria, organizzato e condotto a termine una complessa procedura per l’individuazione, tramite sorteggio, di colleghi candidabili.

Io rientro tra coloro che sono stati sorteggiati e che, accettando la sfida di una difficile competizione elettorale, ha deciso di manifestare la propria disponibilità.

Infatti, vincendo le resistenze che, come potrai immaginare, mi avevano inizialmente assalito, ho ritenuto doveroso cogliere l’occasione che mi è stata offerta, per poter dare il mio contributo professionale ed umano in questo delicato momento della nostra vita lavorativa.

Mi presento, quindi, come candidato per la categoria dei giudici di merito, per il Collegio 3, che include la Campania, il Molise, l’Abruzzo, le Marche, l’Emilia-Romagna e la Sardegna, e sono associato, per il collegio nazionale in quota proporzionale, con gli altri candidati individuati tramite sorteggio dal Comitato Altra Proposta (Anna Maria Dalla Libera;        Gian Andrea Morbelli; Mario Erminio Malagnino;       Serafina Cannatà; Maria Rosaria Pupo; Paolo Moroni; Veronica Vaccaro).

Il Comitato non è un gruppo associativo e non ha un programma elettorale. Si è fatto promotore di un metodo di selezione di alcuni candidati ed ha in tal modo esaurito il suo compito.

Ciascuno dei candidati sorteggiati è portatore delle proprie idee e convinzioni personali. L’unico tratto distintivo è l’assenza di legami correntizi e l’assoluta autonomia di giudizio.

Qualora la competizione elettorale dovesse premiarmi, metterei a disposizione dei colleghi l’impegno e l’abnegazione che ho sempre profuso nel mio lavoro, svolgendo, in maniera indipendente da condizionamenti di sorta, il delicato incarico di Consigliere.

 

 

L’attività del CSM nel prossimo quadriennio si preannuncia irta di ostacoli e rappresenterà uno snodo forse decisivo per le sorti della nostra categoria, essendo in gioco la credibilità del sistema giustizia nel suo complesso.

Le ingenti risorse che il PNRR ha messo a disposizione, attraverso l’istituto dell’UPP, dovranno necessariamente tradursi in risultati concreti in termini di smaltimento dell’arretrato e di riduzione dei tempi di durata dei processi.

L’entrata in vigore della legge 17 giugno 2022, n. 71 (cd. Cartabia) porrà complessi problemi di applicazione e di interpretazione delle norme.

Al riguardo ti basti per il momento sapere che, trattandosi di una legge delega, che si limita ad indicare i principi, la sua effettiva applicazione richiede la necessaria adozione dei decreti delegati. In particolare, ciò vale per gli articoli da 1 a 6 della legge in questione, che, riguardando la riforma ordinamentale della magistratura, contengono le norme sulle quali si sono a giusta ragione appuntate le critiche maggiori (si pensi alle disposizioni sul fascicolo del magistrato, a quelle sul rilievo assegnato, nelle valutazioni di professionalità, alle gravi anomalie in relazione all’esito degli affari nelle fasi o nei gradi successivi del procedimento).

La recente caduta del Governo Draghi e lo scioglimento anticipato delle Camere fa sorgere, allo stato, finanche il dubbio che tali decreti possano essere adottati, nel termine di un anno per l’esercizio della delega previsto nella riforma Cartabia.

In ogni caso, qualora la delega venisse esercitata, il CSM dovrà, pur nella doverosa applicazione della legge e dei decreti attuativi, operarne un’interpretazione quanto più possibile conforme a Costituzione, facendosi garante dell’osservanza dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura.

Tornerà ancora in discussione la questione dei cd. carichi esigibili di lavoro, introdotti dal legislatore nel 2011 in funzione della redazione del programma di gestione di ciascun ufficio giudiziario con cadenza annuale, che ad oggi il Consiglio non ha mai provveduto espressamente a quantificare, nonostante la legge ne affidi la determinazione alla normativa secondaria consiliare.

La determinazione di questi carichi appare non più procrastinabile, dal momento che la riforma Cartabia, accentuando una visione produttivistica del lavoro del magistrato, rischia di aggravare la tendenza ormai dilagante a privilegiare i numeri e le statistiche.

In particolare, modificando l’art. 37 Decreto-Legge 98/11, la riforma Cartabia ha introdotto l’istituto dei risultati attesi per ciascun magistrato, determinati sulla base dell'accertamento dei dati relativi al quadriennio precedente e di quanto indicato nel programma di cui all'articolo 4 del decreto legislativo 25 luglio 2006, n. 240, e, comunque, nei limiti dei carichi esigibili di lavoro individuati dai competenti organi di autogoverno.

Un Giudice preoccupato solo delle statalistiche e dei possibili risvolti disciplinari della propria attività, anche alla luce del significativo rilievo che la legge di recente introduzione attribuisce all’esito dei procedimenti nei gradi successivi di giudizio, sarà di certo meno incline a condividere soluzioni interpretative innovative o non in linea con i precedenti.

Da questo punto di vista, quindi, l’individuazione dei carichi esigibili omogenei su scala nazionale, elaborati tenendo conto delle specificità delle diverse funzioni esercitate dai magistrati, consentirebbe di porre un argine al costante incremento dei livelli di produttività, che annualmente si registra nei programmi di gestione.

La questione della dirigenza rappresenta uno degli aspetti critici del sistema giustizia e le tristi vicende balzate agli onori della cronaca nel recente passato dimostrano che gli appetiti delle cd. correnti si sono concentrati soprattutto su questo specifico profilo dell’attività consiliare.

Sarà necessario che il Consiglio adotti sul punto una linea rigorosa, nella quale, valorizzandosi il merito e le attitudini, non si dia spazio ad appartenenze di corrente ma solo a dati oggettivi e documentati.

I candidati selezionati da Altra Proposta con il metodo del sorteggio offrono, al riguardo, una sicura garanzia di imparzialità, non avendo legami o debiti correntizi da dover saldare. Se qualcuno di questi candidati andrà al Consiglio potrai essere certo del fatto che deciderà secondo le sue personali convinzioni, senza farsi condizionare da fattori esterni (indicazioni e pressioni dei gruppi di potere).

Queste brevi riflessioni ti faranno comprendere le ragioni per le quali ho deciso di accettare la candidatura offertami da Altra Proposta ed i criteri ai quali, se dovessi avere l’onore di poter ricoprire l’incarico di Consigliere, sarebbe ispirato lo svolgimento del mio mandato.

Ringraziandoti per la pazienza di avere letto fin qui queste mie riflessioni, ti saluto cordialmente nella speranza che anche tu le condivida.

Napoli, luglio 2022.                                     Massimiliano Sacchi

 

 

Breve C.V..

Sono coniugato e padre di due figli.

Ho conseguito la laurea in giurisprudenza, presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, in data 25.3.1997, riportando la votazione di 110/110 con lode, discutendo una tesi in Istituzioni di Diritto Privato, su: “Contratto preliminare: prospettive attuali”.

Ho svolto la pratica forense e, nell’anno 2000, ho conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione di Avvocato.

Sono stato nominato Magistrato Ordinario con D.M. 19.11.2002.

Dopo lo svolgimento del tirocinio ho sempre svolto funzioni giudicanti, in ambito civile.

In particolare, dal 2004 al 2008, ho prestato servizio presso il Tribunale di Rossano, sede dichiarata disagiata ai sensi della legge n. 133/98, svolgendo funzioni di giudice civile, addetto ad affari monocratici e collegiali, inclusi quelli di competenza della sezione specializzata agraria.

Da giungo 2008 a dicembre 2010, ho prestato servizio presso la sezione distaccata di Casoria del Tribunale di Napoli, ufficio nel quale ho ricoperto le funzioni di giudice civile e dell’esecuzione mobiliare.

Da gennaio 2011 a febbraio 2018, ho lavorato presso la II sezione civile del Tribunale di Napoli, alla quale, secondo le disposizioni tabellari dell’epoca, venivano assegnate tutte le cause della cd. area commerciale. Ho avuto, quindi, modo di trattare, tra le altre, cause afferenti i seguenti settori di contenzioso: bancario, finanziario e di intermediazione mobiliare.

Da febbraio 2018 ad oggi, presto servizio, con funzioni di Consigliere, presso la Corte di Appello di Napoli, ottava sezione civile, cui, in forza delle vigenti tabelle, è assegnata, tra le altre, la cognizione in relazione alle controversie in materia di responsabilità professionale, contratto d’opera professionale, appalti, responsabilità extracontrattuale.

Con delibera del CSM del 24.7.2019 ho conseguito la IV valutazione di professionalità, con decorrenza dal 19.11.2018.

Ho più volte ricoperto l’incarico di Magistrato collaboratore del Consiglio Giudiziario per l’organizzazione del tirocinio dei MOT e sono stato più volte Magistrato affidatario di MOT.

Sono tuttora Magistrato Formatore di Tirocinanti.

Ho maturato la mia esperienza professionale in Uffici giudiziari gravati da notevoli carichi di ruolo e sovente afflitti da carenze di organico e, quindi, ben conosco, per averle personalmente affrontate, le problematiche connesse alla gestione di ruoli oberati e le difficoltà operative che ne conseguono.

Ho sempre ritenuto che, per poter affrontare queste situazioni lavorative complesse, fosse indispensabile un’organizzazione del lavoro molto accurata, uno studio preventivo dei fascicoli, l’individuazione delle cause di pronta definizione, la predisposizione di modelli di decisione, la cura e l’aggiornamento costante della propria banca dati.

Compatibilmente con gli impegni lavorativi, ho, nel corso degli anni, anche coltivato attività di studio e approfondimento.

In particolare, sono stato relatore a numerosi convegni ed incontri di studio, in materia di usura ed anatocismo, CTU, mediazione, spese processuali, frazionamento del credito, organizzati dall’Ordine dei Dottori Commercialisti di Napoli e dalla Formazione Decentrata della Scuola Superiore della Magistratura.

Sono stato autore dei capitoli “l’anatocismo” e “le garanzie personali atipiche” del volume “Coordinate ermeneutiche di diritto civile”, a cura di Maurizio Santise, edito da Giappicchelli, pubblicato nel 2014, ed oggetto di aggiornamenti nel 2016, nel 2017, nel 2021 (cfr. quanto all’edizione del 2021, capitolo V, “L’anatocismo”, pagine 633/701).

Ho tenuto, su incarico della SSPL dell’Università Suor Orsola Benincasa, in data 23 marzo del 2022, una lezione sul seguente argomento: “la giurisprudenza della Cassazione in materia di interessi usurari”.

Confidando in un tuo sostegno ti saluto cordialmente.



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Gentile collega,

Mi chiamo Paolo Moroni e sono un giudice di merito del Tribunale di Lecce.

Sono candidato per la componente togata del prossimo CSM solo perché sono stato sorteggiato dal comitato Altra Proposta per il collegio 4 dei giudici di merito (Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia).

Appunto perché un “mero” sorteggiato non rappresento nessun altro se non me stesso, le mie idee e la mia azione.

Sicuramente non interessi organizzati, nessuna “sensibilità” correntizia.

Non sono espressione di cooptazione alcuna e, pertanto, non sono tenuto a dover riscontrare gli interessi di alcun gruppo, tanto meno del comitato Altra Proposta la cui azione ho condiviso proprio perché non è costituita in corrente e che ha solo messo a disposizione dei colleghi un metodo alternativo di selezione dei candidati al CSM.

Sono espressione di un metodo di selezione che ha come unico fine quello di spezzare il collegamento correnti/ANM/CSM, non avendo l’organo di autogoverno carattere rappresentativo dei magistrati e nemmeno svolgendo funzioni di rappresentanza politica, non essendo la scelta dei fini un’opzione che rientra nelle sue attribuzioni poiché organo soggetto solo alla legge.

In ogni caso qualunque altro metodo avrebbe la mia approvazione se orientato allo stesso scopo.

Ti scrivo poche righe solo per darti un’idea di come intendo l’esercizio della giurisdizione, giacché con la stessa dedizione svolgerei il compito per cui sono candidato, ispirando la mia azione agli stessi principi etici.

Non credo serva una foto di presentazione per definirmi.

La faccia ce la metto tutti i giorni in Tribunale da 23 anni ed è quella di un normalissimo magistrato che per quasi 22 anni ha svolto funzioni giudicanti di merito, prima penali (per quattro anni – dibattimento e riesame), poi civili (cambiando per tre volte ufficio: Sezione distaccata – Sezione famiglia e contratti – oggi Sezione esecuzioni, proc. concorsuali e contenzioso collegato).

Niente fuori ruolo o altri incarichi extra, da me neanche cercati, per non sottrarmi all’unico dovere a cui sono chiamato e per il quale si diventa magistrati: amministrare giustizia e dare riposte a chi ne domanda.

Se ti riconosci in un magistrato che passa la quasi totalità del suo tempo a lavorare, concentrato nella definizione degli affari pendenti, senza sentirsi attratto dalle lusinghe egotiche di un ambizioso quanto futile “carrierismo”, ti sarà facile riconoscerti in quello che scrivo.

 Se sei un magistrato che ha sempre tentato di sottrarsi alla giurisdizione, che non conosce la fatica, il peso di un ruolo di centinaia di cause (nella mia esperienza anche di migliaia), dei tempi che ne scandiscono inesorabilmente la loro amministrazione, se tendi ad evitare sistematicamente la trattazione delle cause procrastinandone la decisione (istruttoria o di merito), non è a te che mi rivolgo.

Così come queste parole non sono rivolte al collega che ritiene di avere bisogno di appoggi informali per sostenere le proprie domande al CSM, che aspira ad un posto da presidente e da semi/presidente alzando il telefono per autoraccomandarsi, direttamente o indirettamente, al consigliere di riferimento e che ritiene tale prassi del tutto legittima, come insindacabilmente (quanto esecrabilmente) stabilito dal titolare dell’azione disciplinare uscente.

Mi rivolgo a chi pensa che l’azione del CSM debba ispirarsi a criteri di legalità e trasparenza e ad essi improntare le determinazioni da assumere nell’azione di autogoverno della magistratura, la cui discrezionalità è solo amministrativa, perciò da ricondurre sempre alla legge.

Ci sarà tempo per disquisire dei temi di attualità che interessano profili ordinamentali e del nostro agire quotidiano necessari a garantire la piena terzietà ed indipendenza del magistrato (trasferimento per incompatibilità ambientale ex art. 2 L. Ord. Giud., valutazioni di professionalità, ordinamento delle Procure, dirigenza, “carichi esigibili”, fuori ruolo, riforme procedimentali civili e penali).

Quello che mi preme evidenziare con queste poche righe è il valore a cui deve ispirarsi l’azione del CSM, che - laddove la fonti normative di rango primario o secondario lascino spazio a profili di scelta - va improntata ad un corretto esercizio della discrezionalità amministrativa, che non può essere libera o arbitraria, ma funzionale al perseguimento dell’interesse primario predeterminato dal legislatore.

Questi i criteri di selezione su cui dividersi o convergere, e che devono sempre essere sottoposti al vaglio degli organi di giustizia amministrativa, non altri, di natura prettamente politica, del tutto estranei a come la nostra Costituzione incardina il CSM tra gli organi di rilevanza costituzionale che valgono a delineare lo Stato-apparato.

Se queste mie parole ti hanno incuriosito, ci sarà  senz’altro occasione per discutere ed approfondire le diverse tematiche di interesse comune.

Se hai interesse puoi contattarmi per mail (su Giustizia)

 

 Paolo Moroni



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martedì 2 agosto 2022

Uomini liberi…per un CSM liberato



di Andrea Mirenda - Magistrato 

Eccomi qui, sorteggiato per legge e privo di gravi motivi per rinunciare alla corsa al CSM.

Non era proprio in cima alle mie aspirazioni, specie dopo 36 anni di servizio, un cumulo di amarezze, mille battaglie per il sorteggio e la rotazione negli incarichi direttivi, tutte condotte a viso aperto, in tutte le sedi e sui media, contro la correntocrazia e la sua meritocrazia truccata.

Ma è andata così ed eccomi, dunque, a servire ancora lo Stato, onorando un impegno imprevisto.

Chi sono?

In breve, sono in magistratura dal 1986. 
Terminato il tirocinio e prese le funzioni, ho trascorso i primi 4 anni a Brescia e poi, dal 1992, a Verona, dapprima come  Pretore (fino al 1999) e, a seguire, come giudice del tribunale civile. 

Dal 2017 sono all'Ufficio di Sorveglianza di Verona.

Mi iscrissi quasi subito a MD (se ben ricordo, già nel 1987) e presi parte a due Consigli Giudiziari, nei bienni 2001- 2004, a Venezia, sotto le insegne di quella corrente.

Fui, poi, Segretario della Sottosezione veronese dell’ANM, dal 1993 al 1995, sino a uscire definitivamente - tanto dall’Associazione che da MD nel 2008 - con una lettera aperta ai colleghi del Distretto, in reazione alla scandalosa nomina a Presidente della Corte lagunare della dott. Romei Pasetti, poi più volte annullata e altrettanto pervicacemente reiterata dall’Allegra Brigata del Lauto Governo, secondo  una prassi illegale che, in quello stesso periodo, favorì anche Giovanni Palombarini, celebre icona della sinistra giudiziaria, con la sua nomina - anch’essa raggiunta da triplice annullamento e da pari riconferme - a Procuratore Aggiunto della Cassazione.

Furono queste le prime avvisaglie di quel silenzio omertoso e scambista che, nel tempo, avrebbe mestamente accomunato Magistratura Democratica (e, in prosieguo, il cartello unitario di Area)  alla restante correntocrazia (MI e UPC), dando vita ad un vero mercato delle nomine riassunto sotto la dizione di “nominificio”.

Dopo una prolungata esperienza come f.f. nelle varie sezioni civili del Tribunale scaligero, fui quindi nominato Presidente di Sezione nel 2013 per poi rinunciarvi nel 2017 (si badi, non appena riconfermato dal CSM), con altra lettera aperta in cui denunciai  severamente  quanto già arcinoto a tutti i magistrati e che solo nel 2019, dopo la greve vicenda dell’Hotel Champagne e dopo il disvelamento delle chat palamariane, venne ribattezzato da uno dei suoi più qualificati mentori (certo non l’unico né il creatore …) come “Il Sistema”. 

Già, “Il Sistema”…

Tranne i negazionisti-torcicollisti, nessuno può seriamente prendere le difese di quella selva oscura di intrighi, intrallazzi, raccomandazioni, autopetulanze, pareri alterati ad arte, omissioni, minacce agli avversari, attacchi politici studiati a tavolino, etc., etc.,  in cui si compendia il correntismo spartitorio.
Suscita, inoltre, non poca amarezza osservare come l’ANM, pur consapevole dell’avvilente modestia etica del fenomeno, nulla abbia fatto per sanzionare sul piano deontologico e risarcitorio tanta scostumatezza (i casi di Ferranti e Salvi, a cui si aggiunge il buffetto sulla guancia per la Canepa, ne sono gli ultimi brillanti esempi).

Sempre nel 2017, dopo la predetta rinuncia alla presidenza di sezione, rilasciai una lunga intervista a Riccardo Iacona (raccolta nel volume “Palazzo di Ingiustizia” e, poi, ripresa da Rai 3 )  in cui  descrissi il CSM non come “padre amorevole” né come “organo di autotutela” bensì come “prima minaccia” all’indipendenza dei magistrati, “…perché non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”. Non mancarono gli immediati  strali minacciosi della G.E.C. dell’ANM che, secondo la miglior tradizione farisea, gridò al vilipendio di organo costituzionale, invocando financo sanzioni penali per il sottoscritto, ancora ignara - la meschina - di quanto sarebbe stato scoperto solo due anni dopo.

E sempre per protestare in modo fattivo contro il carrierismo e la genuflessione al correntismo dilaganti, chiesi il trasferimento alla Magistratura di Sorveglianza dove, in questi ultimi cinque anni, ho avuto l’opportunità di vivere un’esperienza straordinariamente  intensa sul piano umano e morale, aiutato dalla grandissima professionalità dei colleghi veneti che mi hanno “adottato” e grazie ai quali ho avuto l’opportunità di riflettere sugli assi portanti del “diritto punitivo”.

L'impegno riformista

Dal 2008, insieme ad un think tank di colleghi valorosissimi  a cui si deve il blog UGUALE PER TUTTI  (toghe.blogspot.com),  mai ho cessato di stigmatizzare pubblicamente - con articoli, interviste, raccolte di firme, etc. - le metodiche prevaricatrici della correntocrazia, rea di aver piegato il “nostro” CSM ad Ufficio di Collocamento di sodali, compari e comparielli.
Sono stato, così, con questi carissimi amici e colleghi di cui vado sinceramente fiero, tra i promotori e primi firmatari di due petizioni al Capo dello Stato, nel 2020 e nel 2021, affinché egli - con il Suo autorevole intervento - ponesse fine alla drammatica crisi di legalità che aveva  avviluppato e travolto anche il  CSM erminiano del “rinnovamento etico”, con piena conferma dell’acida profezia del Prof. Vassalli secondo cui ogni CSM riesce nel miracolo di essere peggiore di quello precedente.

Due le nostre proposte, ribadite senza se e senza ma da una quindicina anni a questa parte: sorteggio temperato dei candidati al CSM; rotazione degli incarichi direttivi. Il primo, per liberare l’Autogoverno dal cancro correntizio e restituirlo a magistrati liberi da condizionamenti; la seconda, per dare corpo ai principi costituzionali  di uguaglianza, pari dignità e soggezione solo alla legge del singolo magistrato. A questo riguardo sono stato ascoltato quale “esperto", nel 2021, dalla Commissione Giustizia della Camera a cui ho consegnato un contributo scritto, facilmente rinvenibile sul sito istituzionale, denominato “Incarichi direttivi: le ragioni della rotazione”.

Nell’autunno del 2020 venni eletto al Consiglio Giudiziario di Venezia col maggior numero di voti individuali: mi ero presentato da solo, senza alcun supporto di lista, ponendo al centro della riflessione elettorale unicamente  la rotazione e il sorteggio quali pilastri di un disegno riformista “a costo zero”, volto a eliminare il sistema clientelare delle correnti. 
Potrà interessare, quanto alla capacità di coagulare consenso trasversale su progetti destinati a tutelare la condizione lavorativa dei singoli magistrati, sapere che quel C.G. - accogliendo la proposta di cui ero relatore e dopo una durissima battaglia consiliare, condotta anche con colpi bassi dei c.d. “demokratiki” -  espresse a maggioranza (con il voto contrario dei soli rappresentanti di Area) parere contrario alla prosecuzione delle  applicazioni semestrali dei magistrati del Distretto in Corte a Venezia per far fronte ai cronici ed irrisolti problemi di quell’Ufficio, secondo una pratica contra legem che si protraeva oramai da oltre dieci anni. Merita, inoltre, sottolineare che quel parere venne fatto proprio dal CSM, ponendo fine ad una annosa distorsione ordinamentale.

Mi dimisi, infine, dal C.G. veneziano  il 6.10.2021, sottolineando come  avessi perduto ogni fiducia nel Nostro Autogoverno, oramai da troppi anni in balia di gruppuscoli privati e di cenacoli politici, più o meno segreti, che ne hanno offeso irrimediabilmente il prestigio, il tutto nell'indifferenza del Parlamento.

Senonché, quella che appariva una possibilità a dir poco remota (il ricorso al sorteggio ex art. 25, comma 5, della l. n. 195/1958, come modificato nel 2022) mi costringe ora a tornare sui miei passi e, benché prossimo a quota 102 e con la speranza di fare anticipatamente le valigie nel 2023, ad affrontare una sfida tanto doverosa quanto assolutamente inaspettata.

Cosa vorrò fare in Consiglio? 

Né più né meno di quanto ho fatto sinora come magistrato e di quanto, del resto,  farebbe ogni consigliere se (e sottolineo se…) fosse liberato dai pesanti vincoli di sudditanza che gli derivano dalla "designazione".

In breve, come sempre, applicherò la legge!

Per farlo - anche quando ricorreranno spazi di discrezionalità tecnica ( sovente amplificati ad arte dai soliti furbacchioni del quartierino per garantirsi la politica delle mani libere…) - non mi serviranno fumosi programmi globalistici né doti messianiche; non avrò bisogno di ridanciane "carte dei valori" né dovrò genuflettermi davanti agli elettori profferendo irridenti fioretti di bontà e purezza; non avrò, infine, alcuna necessità di ricorrere alle furbesche visioni culturali, tanto in voga nella correntocrazia ma rivelatesi, nei fatti,  le prime madri scellerate della modestia etica in cui siamo precipitati.

Basterà, invece, uno strumento del mestiere che ben conosco da 36 anni a questa parte: lo scalpello della libertà morale con il quale mi accingerò ad un compito che, per quanto delicato trattandosi di alta amministrazione, assomiglia in tutto alla mia esperienza quotidiana del rendere giustizia. 

E allora, stando così le cose, la domanda che ogni elettore dovrebbe porsi è la seguente: chi viene "designato" dalle correnti può usare lo stesso scalpello? Vuole usarlo?
La risposta la troverà nella storia consiliare di ieri e di oggi. E se quell’elettore vorrà dare alle Istituzioni tutte un chiaro segnale di discontinuità, agevole sarà la scelta.

Viva il sorteggio! Viva la rotazione!


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mercoledì 27 luglio 2022

La buona sorte



Ecco l'elenco dei magistrati candidati al CSM selezionati mediante sorteggio.

GIUDICI
 
COLLEGIO 1 (PIEMONTE, VALLE D’AOSTA, LOMBARDIA, VENETO, TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA)

ANNA MARIA DALLA LIBERA (giudice Corte appello Brescia)

GIAN ANDREA MORBELLI*  (giudice  Corte appello Torino)

COLLEGIO 2 (LIGURIA, TOSCANA, UMBRIA, LAZIO)

MARIO ERMINIO MALAGNINO (giudice Tribunale Roma)

SERAFINA CANNATA’ (giudice Tribunale Firenze)

COLLEGIO 3 (EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, SARDEGNA)

MASSIMILIANO SACCHI (giudice Corte appello Napoli)

MARIA ROSARIA PUPO (giudice Corte appello Napoli)

COLLEGIO 4 (PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA, SICILIA)

PAOLO MORONI (giudice Tribunale Lecce)

VERONICA VACCARO (giudice Tribunale Gela)

PUBBLICI MINISTERI

COLLEGIO 1 (PIEMONTE, VALLE D’AOSTA, LIGURIA, LOMBARDIA, VENETO, TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA, TOSCANA, UMBRIA, LAZIO)

PATRIZIA FOIERA (sostituto Procura Trento)

COLLEGIO 2 (EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, MOLISE, BASILICATA, PUGLIA, CAMPANIA, CALABRIA, SICILIA, SARDEGNA)

GRETA ALOISI (sostituto Procura Teramo)

CASSAZIONE

GIACOMO ROCCHI (giudice Corte di cassazione)
 

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sabato 16 luglio 2022

“Paolo Borsellino e il puzzo mefitico di MAGISTRATOPOLI” Intervento preparato per la seduta del Comitato direttivo centrale dell’ANM 16.7.2022 Palermo



 di Andrea Reale - Magistrato 

Una consistente generazione di magistrati ha deciso di intraprendere questo bellissimo percorso professionale sull’onda emotiva delle stragi del 1992 e su quella, altrettanto forte, di Mani pulite e di Tangentopoli.

Indimenticabile uno degli ultimi discorsi di Paolo Borsellino dedicato a Giovanni Falcone e alle altre vittime della barbarie mafiosa, forse quello che più di tutti scosse le coscienze di tanti studenti universitari o di giovani laureati dell’epoca.

“Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito nei loro confronti. Un debito da pagare gioiosamente, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che possiamo trarne, gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere.
La lotta alla mafia era il primo problema da affrontare in Sicilia, non solo come distaccata opera di repressione, ma come movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà…….”.

Oggi il debito non solo non è stato ripagato ma si è accresciuto e sembra quasi divenuto inestinguibile.

Né vi è nulla di cui gioire o di cui essere orgogliosi, neanche dentro l’associazione nazionale dei magistrati.

La principale emergenza, all’interno del mondo della magistratura, è la MAGISTRATOPOLI nostrana: un sistema fatto di spartizioni, di lottizzazioni per appartenenza correntizia/partitica, di raccomandazioni, di “killeraggi” nei confronti dei magistrati non allineati o sgraditi, di collateralismo politico, di corruzione morale, di omertà. Un sistema para-mafioso dentro la magistratura, un vero e proprio ossimoro: la negazione della funzione e dei valori ai quali ogni singolo magistrato dovrebbe sempre ispirare l’azione.

Altro che giorno del ricordo e della commemorazione consapevole e fiera. Questo è il giorno della vergogna.

La gente non fa più “tifo” per noi (come sussurrava, felice, Giovanni Falcone a Paolo Borsellino), piuttosto ci schifa, ci reputa indegni, non crede più a noi e al nostro ruolo.

Non abbiamo fatto il nostro dovere per onorare il debito della memoria nei confronti dei nostri caduti!
Abbiamo demeritato la fiducia dei cittadini e dovremmo chiedere scusa.

Non abbiamo saputo, neanche dopo la scoperta del più grande scandalo che ha investito gli “interna corporis” dell’Ordine giudiziario, punire i reprobi.

Non abbiamo saputo procedere ad una efficace e salutare autoriforma, né a cacciare i “mercanti dal tempio”, né a reagire al “metodo mafioso” che è entrato persino dentro il mondo giudiziario.

E non siamo riusciti neanche a restituire l'agenda rossa alla famiglia Borsellino. Vergogna!

Un attuale consigliere del CSM ha già pubblicamente denunciato come “con l’appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l’avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare… La logica dell’appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura”.

Un altro magistrato di grande esperienza, in una pubblicazione di qualche anno fa, ha sottolineato che "il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l'organo di autotutela, non è più garanzia dell'indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”.

Abbiamo accettato e conviviamo ormai da decenni con questo odore nauseabondo: un olezzo vomitevole, quel “puzzo” con il quale Borsellino definiva l'agire della criminalità organizzata mafiosa e che oggi respiriamo tristemente al nostro interno.

Dispiace constatare come sia ancora assolutamente imberbe il movimento culturale e morale che doveva coinvolgere le nuove generazioni, che sembrano troppo timide, se non già rassegnate e disfattiste.

Oggi albergano al nostro interno tutti quei vizi che, a dire di Borsellino, sostantivano quel fetore:

1) L’indifferenza, innanzitutto: una deleteria ignavia che fa scivolare addosso a tutti i magistrati anche le vicende più imbarazzanti, illegali, criminali, che connotano spesso l’agire dell’organo di governo autonomo. Indifferenza che, parafrasando Antonio Gramsci, è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Borsellino raccomandava di fare il proprio dovere. Gramsci diceva: “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano
oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”;

2) Il compromesso morale, fatto della complice accettazione e persino della formale giustificazione di gravissimi illeciti disciplinari, come le autopromozioni e le etero-promozioni (quelle “raccomandazioni” che Paolo Borsellino invitava a rifiutare sdegnosamente per non dimostrare connivenza con le varie mafie e per evitare riconoscenza e servilismo) per opportunismo, in attesa di una promozione o di un incarico, se non per protezione o, addirittura, per vigliaccheria;

3) La contiguità alle lobbies, a logge para-massoniche, alla partitocrazia becera, al collateralismo politico, e, dunque la complicità al Sistema.
Con enorme e dolorosa tristezza bisogna costatare che il sacrificio di magistrati straordinari come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che avrebbe dovuto smuovere le coscienze degli uomini e delle donne liberi, in special modo dei colleghi, sembra del tutto dimenticato nel torpore di troppe, e troppo ipocrite, “anime morte”- per non dire di veri e propri “sepolcri imbiancati”- assise sugli scranni di potere della magistratura italiana.


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venerdì 1 luglio 2022

Querelatoio.




di Nicola Saracino - Magistrato 

Quando si dice colleganza. 

I rapporti tra magistrati spesso prendono pieghe ostili, a tal punto da indurli allo scontro, al duello finale nelle aule giudiziarie che contribuiscono ad intasare.

Solo per rimanere a fatti recenti, a margine della vicenda della cd. Loggia Ungheria il dott. Davigo ha querelato il collega Greco; oggi freschi pensionati, erano stati colleghi nello stesso ufficio della procura di Milano ai tempi di mani pulite. 

Davigo stesso è imputato di rivelazione del segreto d’ufficio ed in quel processo il dott. Ardita, come lui fino a poco prima al CSM, si è costituito parte civile per chiedergli i danni. 

Il procuratore generale Salvi ha annunciato, appena pochi giorni prima di andare in pensione che, adesso sì, può finalmente prendersi la soddisfazione di querelare Palamara. Vien da credere che anche prima non ci fosse simpatia tra i due, dopo che Palamara aveva tirato in ballo (anche) il procuratore generale come “auto-segnalatosi” per prestigiosi uffici.  

Ma Palamara che si è stufato di fare da pungiball (anche se ad oggi non si ha notizia di una sola sua condanna per diffamazione) ha a sua volta annunciato di voler querelare Salvi. 

E Salvi, non pago, ha allora minacciato querela contro tutti quelli che, accreditando la versione dell’antagonista, insinuassero che lui abbia mai chiesto qualche beneficio per sé o per altri. 

Insomma, è un querelatoio, paragonabile al girone dantesco degli iracondi (quinto cerchio, per chi volesse cimentarsi).

Meglio starne alla larga. 

Eppure i fatti che sono alla base della contesa non possono riguardare solo i loro protagonisti. 

Si tratta di uffici pubblici di notevole importanza e la trasparenza è un preciso dovere.

Sebbene sia comprensibile l'atteggiamento di preoccupazione e fastidio di chi, dalla Procura Generale della Cassazione, ha oggettivamente posto le premesse (in questo blog ampiamente contestate nel merito) perché venisse evitato il giudizio disciplinare a moltissimi "questuanti", l’associazione nazionale magistrati che ha espulso Palamara, potrebbe cogliere nei fatti che solo in questi giorni emergono con apprezzabile dettaglio, lo spunto (non certo per condannare ma) per aprire un procedimento di verifica anche dell’operato del procuratore generale. 

Il collegio dei probiviri (l’organo istruttorio dell’ANM) potrebbe sentire entrambi, raccogliere i documenti se gli interessati hanno da offrirne e quindi pervenire ad una ragionata decisione. 

Sbugiardando chi dei due mente. 

Lasciare ad un tribunale questa decisione, lavandosene le mani, significa ammettere di non essere in grado di “giustiziare” situazioni tra loro paragonabili, perché se uno viene punito perché ha promesso o dato, non merita certo l’incenso chi ha (per mera ipotesi) pressantemente richiesto. 

Vi è da esser certi che l'ANM non può permettersi di celare ulteriore polvere sotto al tappeto e farà tutto quanto in suo potere per approfondire la vicenda, schivando ogni idea di insabbiamento.

Idea sicuramente non evitata all'opinione pubblica dal rimpallo di responsabilità tra CSM e Procura Generale circa chi, dei due organi, potesse meglio attivarsi per porre rimedio alla caduta di credibilità dell'ordine giudiziario mostratosi ai cittadini come un'accolita di tramaioli.


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martedì 28 giugno 2022

C'è pipì e pipì



 di Nicola Saracino - Magistrato 

Tra i magistrati c’è chi la fa a comando, ubbidisce ad un ordine, come ad esempio quelli impartiti dal dott.  Bruti Liberati quando spadroneggiava nella procura di Milano oltre che nella sua corrente  di Magistratura Democratica. 

E c’è chi, in  piena pandemia, sceglie di non frequentare bagni pubblici e quindi la raccoglie in un recipiente plastico.

Fobia ingiustificata quella per i bagni frequentati da più persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare? 

Non si direbbe a dar retta, ad esempio,  ad alcuni comuni che hanno decretato la chiusura dei bagni pubblici per “comprovate” ragioni d'ordine igienico sanitario o alle  polemiche nate dalla loro riapertura, reputata prematura.

Dato per conosciuto lo stato di abbandono che mediamente caratterizza gli uffici giudiziari italiani e quindi il legittimo dubbio sulle condizioni igieniche  del bagno pubblico, lo scalpore suscitato dal caso di un giudice del tribunale di Catania appare alquanto interessato.

Perché si tratta di uno che,  se mandato al CSM,  non si allontanerebbe dall’aula per urinare, la farebbe sul posto senza rinunciare al voto e quindi la minzione  a comando altrui  non farebbe presa. 

Alla fine non si comprende se a scandalizzare sia stato il gesto, fisiologico e compiuto in riservatezza,  ovvero la dimenticanza, il mancato tempestivo smaltimento dei residui liquidi, scoperti in occasione di uno spostamento del mobilio negli uffici  del tribunale etneo. 

I giornaloni che ironizzano sulle cautele della toga catanese sono gli stessi che non hanno mai chiesto conto ai potenti dell’urina a comando, segno di fulgida sottomissione alla quale sono evidentemente assuefatti.

In tutto questo, a farla fuori dal vaso è il "sindacato" delle toghe, l'ANM che niente o poco fa per assicurare il minimo ... sindacale sulle condizioni igienico sanitarie degli uffici giudiziari, com'è ulteriormente dimostrato dai malori ai quali si va incontro nelle "saune giudiziarie" italiche, nel silenzio complice del sindacato degli accozzati. 

 



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sabato 25 giugno 2022

Interferenze reciproche.



Luca Palamara s’era immischiato nella scelta (di competenza del CSM) del successore di Giuseppe Pignatone a capo della procura della repubblica di Roma,  sostenendo la candidatura di Marcello Viola poi asceso alla guida della procura di Milano.  


Giuseppe Pignatone  - che allo stato non ha smentito l’onorevole Matteo Renzi – s’era immischiato nella scelta del nuovo ministro della Giustizia, stoppando  la nomina di Nicola Gratteri col  veto dell’allora Presidente Giorgio Napolitano, opportunamente imbeccato dalle lobbies togate.

Palamara è stato defenestrato soprattutto perché tra gli interlocutori vi erano dei politici, come se la politica non contasse ordinariamente per le nomine che fa il CSM. 

Pignatone ha raggiunto una tranquilla pensione ed ora accusa per conto del Papa.  

Se è vero che ha interferito sulla scelta di un ministro della Repubblica c’è molto da preoccuparsi perché vuol dire che al dicastero della Giustizia non si accede senza il gradimento dei magistrati.

E questo significa che nessun ministro della giustizia potrà mai occuparsene senza vincoli di sudditanza verso il corpo togato. 

Sarà per questo che di riforme sgradite al Sistema non se ne  sono mai viste.

La magistratura condiziona la politica ma non può ammettere che la politica la condizioni a sua volta e allora caccia Palamara. 

E tiene Pignatone.    



  


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mercoledì 1 giugno 2022

Compatibilissimi.



di Nicola Saracino - Magistrato 

Della dottoressa Donatella Ferranti, magistrato già parlamentare in quota al Partito Democratico, questo blog si è occupato più volte, seguendone la vicenda. 

Impegnata a chattare col dott. Luca Palamara, al pari di una moltitudine di magistrati, all’onorevole tornato in toga alla Corte di Cassazione è stata risparmiata l’azione disciplinare, in quanto per la Procura Generale l’interferenza sull’operato del CSM è prassi corretta e quindi non punibile. 

Forte di ciò la dottoressa Ferranti pretendeva che delle sue chat non si potesse parlare, anche perché protette dalle prerogative del parlamentare, tesi  che - a torto o a ragione - non ha fatto presa sul CSM che con la recente delibera ha ribadito che interferire sul CSM non è cosa corretta ma ha poi escluso che l’interessata, caldeggiando la nomina dell’uno a scapito dell’altro, fosse divenuta “incompatibile” con l’ufficio di appartenenza e quindi, oltre alla sanzione disciplinare, le è stato evitato anche il trasferimento. 

Del resto questo CSM aveva già plaudito al comportamento di un presidente del tribunale che si  adoperava, al di fuori delle vie formali,  per ostacolare la conferma di un collega nel ruolo di presidente di sezione. 

Ma cos’è l’incompatibilità cd “ambientale”? 

E’ prevista dall’articolo 2 legge guarentigie, modificata nel 2006, e prevede il trasferimento di sede e/o di funzioni a causa di situazioni  oggettive  determinanti, per il magistrato interessato, una condizione di effettiva impossibilità di svolgere adeguatamente le proprie funzioni giudiziarie nella sede occupata con imparzialità ed indipendenza.

Condizione esclusa dal CSM nella recente delibera perché, sentiti alcuni colleghi della dottoressa Ferranti, questi hanno riferito di non aver letto delle chat incriminate, di non averne parlato, di aver volutamente evitato di approfondire per il “riserbo” che s’imporrebbe al magistrato, anche quello investito di compiti latu sensu “sindacali”, come l’attuale Avvocato Generale che da Presidente della sezione dell’associazione nazionale magistrati in cassazione, a fronte del generale sconcerto dell'opinione pubblica e dello stesso Capo dello Stato, ha ritenuto suo compito quello di sorvolare, soprassedere, far finta di niente insomma.  

Ciò in sostanziale armonia con l’atteggiamento dell’ANM nazionale che ha impiegato secoli prima di aver formale accesso alla documentazione delle chat palamariane per trarne misere conseguenze in termini di sanzioni agli associati confabulatori. 

Su queste, assai  discutibili, basi il CSM - nella delibera che non si può leggere in quanto "secretata" forse perché vi sono riportate le chat che al dott. Di Matteo è stato impedito di leggere nella seduta pubblica trasmessa da Radio Radicale - ha quindi escluso l’incompatibilità della dottoressa Ferranti, come se contasse il solo rapporto coi colleghi d’ufficio; di quell’ufficio, per giunta, al quale molti se non tutti accedono con le famigerate nomine “a pacchetto”, vale a dire previamente concordate e frutto di spartizione correntizia solitamente preceduta da inciuci in tutto simili a quelli che il CSM ha addossato all’interessata come condotte scorrette.

Le nomine a pacchetto sono a tal punto sconce che il legislatore le ha dovute espressamente vietare con una norma ad hoc, in via d'approvazione. Così come è stato costretto a dire che interferire nei lavori del CSM è condotta da sanzionare disciplinarmente, visto che i titolari dell'azione disciplinare lo negano.     

Non conta, questa volta a differenza di altre, l’opinione della generalità dei soggetti che abbiano a che fare con la Corte di Cassazione e quindi degli avvocati, del personale e soprattutto dei cittadini che a quell’ufficio spesso consegnano l’ultima speranza di uscire indenni da contorte vicende processuali. 

Eppure non dev’essere rassicurante, per costoro, l’atteggiamento di chi confida che le decisioni del CSM non si basino solo sull’istruttoria formale (e legale) delle relative pratiche, ma siano  influenzabili da interventi esterni, non formalizzati e neppure documentabili se non quando per sfortuna s’incappi in un trojan inoculato nel cellulare dell’interlocutore amichevole. 

Che la dottoressa Ferranti fosse compatibilissima coll’ambiente nel quale esercita notevole influenza, caldeggiando la carriera di alcuni a scapito di quella di altri, era ampiamente presumibile. 

Che ciò venisse addirittura “confessato” in una delibera del CSM non infastidirà più di tanto le toghe  il cui maggior vanto è quello di praticare la virtù del riserbo, quello stesso ritegno che sovente connota le nomine, ispirate  da quanto non si può dire a dispetto di ciò che si scrive. 

La delibera che ha mandato esente da ogni conseguenza l'ex onorevole del Partito Democratico non si legge sul sito del CSM, è stata "secretata". 

Ma il segreto, l'eccessivo riserbo, non sono mai una cosa buona, perché contro la trasparenza. 

Post scriptum: anzi no!  

La delibera approvata non risulta secretata e può leggersi qui, scaricando il relativo pdf. Dalla pag. 98 si trovano anche le comunicazioni whatsapp col dott. Palamara che, non essendo state affidate a piccioni viaggiatori, non sono "corrispondenza" secondo lo stato dell'arte della giurisprudenza penale.    
 


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martedì 31 maggio 2022

Perchè la magistratura merita d'essere radicalmente cambiata.




Non saranno certo gli ingenui referendum di prossima celebrazione a determinare un qualche cambiamento.

Politica e magistratura vanno a braccetto, si sa. 

Gli stessi politici che a chiacchiere sostengono i referendum,  hanno appena votato una pseudo riforma alla camomilla che lascia intatto il correntismo, per giunta assoggettandogli anche quei magistrati che vogliono starne fuori.

Oggi il CSM ha santificato una prassi che in qualsiasi altro ambito sarebbe colpita. 

Quando si parla di commistione inammissibile tra politica a magistratura (copyright del Presidente della Repubblica) evidentemente si è inascoltati proprio dall'organo presieduto dal Capo dello Stato.

Un onorevole in toga ciatta con Palamara per chiedere questo e quello.

Il CSM dice che va tutto bene, perchè l'onorevole aveva a cuore le sorti della magistratura, messe in pericolo dalla destinazione di questo o quel magistrato, per lei  immeritevole,  al posto di turno.

Lasciate in pace anche Cosimo Ferri, tuona coerentemente l'isolato Nino Di Matteo (Ferri aveva sostenuto un magistrato valoroso a tal punto da essere mandato da questo stesso CSM a capo della Procura di Milano).

Questa è la plastica rappresentazione della politicizzazione della magistratura:  decisioni diverse per casi simili, giustificate solo con le maggioranze del momento.

E in questo momento, grazie anche al mancato scioglimento di un CSM senza precedenti, le maggioranze premiano alcuni in danno di altri. 

Non esiste al mondo che un magistrato estraneo al CSM possa interferire impunemente sulle sue scelte. 

Invece il CSM ama le interferenze, occasione di futuri premi per i consiglieri disposti ad ascoltare suppliche,   ricevere raccomandazioni se non addirittura prendere ordini.

Questo è il CSM che andrebbe difeso dai magistrati italiani?

Gli va senza dubbio preferito un Ministro, almeno investito democraticamente. 

Certo, di  Claudio Martelli in giro non se ne vedono ... 

      

                   

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lunedì 30 maggio 2022

Una ANM senza memoria nè identità




di Milena Balsamo - magistrato



Il 28 maggio scorso il Comitato Direttivo Centrale della Associazione Nazionale Magistrati ha diffuso un comunicato/appello (lo si può leggere a questo link:https://www.associazionemagistrati.it/doc/3571/lanm-sugli-emendamenti-governativi-al-ddl-di-riforma-del-processo-penale-ac-2435.htm), con il quale evidenzia i guasti che potrebbero produrre gli emendamenti alla cosiddetta Riforma Cartabia, in esame al Senato nei prossimi giorni.

Il documento del CDC, però, risulta alquanto superficiale, perché - pur accennando ad una possibile incidenza della riforma sul “senso autentico dell’architettura costituzionale della giustizia”, per poi preoccuparsi immediatamente dopo della riforma del sistema elettorale - pare non cogliere un dato importante ed a tratti eversivo: la maggioranza politica costituitasi in Parlamento sta modificando l’assetto costituzionale della Magistratura senza procedere alla indispensabile modifica della Carta fondamentale.

Eppure una piena consapevolezza del problema dovrebbe indurre, o meglio avrebbe già dovuto indurre, l’ANM ad evidenziare al legislatore il grave vulnus che la controriforma in discussione arrecherà all’assetto costituzionale, rendendo probabile. se non addirittura certo, il ricorso - in caso di sua approvazione – alla Corte Costituzionale.

Ma l’ANM si è ben guardata dal prefigurare una simile prospettiva alla Signora Ministra, forse per troppa deferenza.

Una analisi più profonda delle conseguenze della riforma avrebbe invece dovuto portare l’ANM, quantomeno, a:

-         mettere in risalto e denunziare il palese contrasto di alcuni sui passaggi con l’art. 107 Cost., a mente del quale i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni e il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario;

-         evidenziare che il sistema di progressione in carriera con concorso per esami è figlio dell’ordinamento giudiziario disciplinato dal r. d. del 1941, espressione del regime fascista, nel quale la magistratura si configurava come un ordine fortemente gerarchizzato, i cui vertici erano nominati dal governo.

E infatti “In quell’epoca i magistrati si distinguevano per gradi (che, fra l’altro, corrispondevano ai gradi militari) ed erano considerati “bocche della legge”, puri tecnici che dovevano non interpretare, ma applicare il diritto secondo il suo unico significato corretto. Per individuarlo, la selezione dei tecnici “più bravi” anche allora avveniva attraverso appositi concorsi interni per titoli o per esami, all’esito dei quali i “migliori” venivano promossi alle Corti di appello, quindi alla Corte di cassazione, per correggere gli eventuali “errori” dei tecnici di grado inferiore” (cfr. E. Paciotti su Questione Giustizia n. 1/22).

Il comunicato del 28 maggio quindi non rivela solo mancanza di autorevolezza, ma anche inconsapevolezza della collocazione dell’Ordine giudiziario nel quadro costituzionale, inconsapevolezza che è il frutto avvelenato di uno, a volte strisciante, a volte  palese, collateralismo con la politica. 

Questo fenomeno, orami radicato da tempo, ha paralizzato l’azione dell’associazione medesima, togliendole quella incisività che in alcuni momenti storici - ormai cronologicamente assai lontani – aveva consentito di contribuire all’evoluzione della cultura istituzionale della Magistratura.

L’Anm si è volutamente auto-relegata alla vicenda dell’Hotel Champagne, ignorando tanti altri luoghi ove si sono svolte manovre politiche di bassa lega e di cui molti magistrati hanno beneficiato continuando, anche dopo che esse erano emerse, ad esercitare le funzioni giurisdizionali senza subire conseguenze di sorta (disciplinari o penali).

Anche di questi episodi è intrisa la storia della magistratura italiana ma il comunicato del 28 maggio dimostra di non essere in grado di leggerle e ricordarle e di non saper nemmeno proporre una linea di opposizione.

A ben vedere da esso traspare una sostanziale condiscendenza a quella politica che mira ad attuare una controriforma dannosissima per il modello di magistrato disegnato dai padri costituenti.

Ciò spiega perché la maggioranza che governa l’associazione ora preferisca concentrarsi sul tema degli emendamenti al ddl, così dimostrando di non aver più, o addirittura di non aver mai avuto, intenzione né spinta ideale per tentare di fermare la contro-riforma, sebbene disponesse degli strumenti a ciò idonei.

E non ci si riferisce a forme di protesta come la recente indizione di un giorno di sciopero, peraltro miseramente fallito, quando ormai la riforma era stata approvata già dalla Camera, ma a proposte per incidere sul sistema elettorale del Csm.

In tale prospettiva l’Anm, ad esempio, ben avrebbe potuto proporre a tutte le correnti che la compongono - e, quindi, a se stessa - il sistema del sorteggio temperato, così da stroncare finalmente l’inveterata e nefasta prassi della designazione di candidati al Csm che sono espressione di singoli gruppi di interesse salvaguardando l’indipendenza interna dei magistrati.

Ed ancora: perché non è chiesto ai magistrati dei vari gruppi associativi che operano al Ministero della Giustizia, e che hanno collaborato alla stesura ed alla correzione del disegno di legge, di dimettersi ?

L’aver trascurato anche tale iniziativa, di agevolissima attuazione, fa ipotizzare che l’operato dei colleghi ministeriali sia linfa vitale per il mantenimento, la conservazione ed il rafforzamento dello status quo, ampiamente favorevole alle correnti della magistratura.




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venerdì 27 maggio 2022

Piccoli sintomi di Götterdämmerung, ovvero: c’era una volta il codice.



di Cristiana Valentini 

Alzi la mano chi non ricorda il testo dell’art. 523 c.p.p. La dimenticanza può verificarsi giusto se non si praticano le aule della giustizia penale da molto tempo, perché la disposizione è di quelle abbastanza indelebili anche alla memoria dello studente più distratto: «esaurita l'assunzione delle prove, il pubblico ministero e successivamente i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e dell'imputato formulano e illustrano le rispettive conclusioni… Il pubblico ministero e i difensori delle parti private possono replicare; la replica è ammessa una sola volta e deve essere contenuta nei limiti strettamente necessari per la confutazione degli argomenti avversari. In ogni caso l'imputato e il difensore devono avere, a pena di nullità, la parola per ultimi se la domandano».

Testo limpido, fraseggio compatto, la norma è un omaggio al contraddittorio, replicando schemi argomentativi risalenti all’alba dei tempi: tutte le parti illustrano le proprie conclusioni; tutte le parti possono replicare se vogliono; in omaggio alla peculiare posizione dell’imputato, costui e il suo difensore hanno diritto di giovarsi dell’ultima parola se la chiedono.

Tutto chiaro no? 

E, invece, a quanto pare, non è chiaro affatto, perché nei nostri Tribunali circola da alcuni mesi una roba che possiamo definire “leggenda metropolitana”, visto che non esiste nome giuridico adatto a definirla: secondo la leggenda, la parte civile avrebbe sì anch’essa il diritto di replica, ma solo se per primo replica il pubblico ministero, altrimenti deve tacere. E’ irrilevante che la legge dica nero su bianco che tanto il pubblico ministero quanto i difensori delle parti private possono replicare, perché la parte civile –narra la leggenda- vede le sue sorti appese a quelle del pubblico ministero, arbitro di decidere, col suo silenzio, anche se il difensore di parte civile ha diritto di parola o no. Ed è anche irrilevante che per avventura la replica abbia ad oggetto la pura pretesa civilistica, su cui il pubblico ministero non ha né titolo né modo per argomentare.

Chi scrive aveva appreso questa cosa dalla vox populi dei colleghi dei più disparati fori, senza crederla realmente possibile sino alla giornata di ieri, quando la leggenda metropolitana è divenuta realtà, privando la parte civile di un diritto di replica che avrebbe (tra l’altro) in concreto impedito al Tribunale di pronunziare un’erronea declaratoria di prescrizione; danno non da poco, dunque, realizzato, oltretutto, senza che alla parte civile fosse concesso di argomentare l’(effettiva) sussistenza del proprio diritto di replica.

Si dirà: perché evocare addirittura il crepuscolo degli dei wagneriano per una simile piccolezza? Beh, perché il diavolo è nei dettagli e in queste piccole, ma quotidiane e continue distruzioni del testo della legge, si consuma la tragedia di un sistema giustizia che ormai non conosce più regole ed è allo sbando totale.

Noi avevamo un codice; per alcuni brutto, per altri meraviglioso, per altri ancora perfettibile, ma di fatto lo avevamo ed era ciò che la legge dovrebbe essere: una fonte di certezze, umane e limitate, certamente, ma pur sempre una salda roccia cui aggrapparsi per evitare l’arbitrio.
Ora siamo al punto in cui il primo che si sveglia la mattina e decide, per esempio, che il diritto iscritto in seno al 523 c.p.p. non esista più, può farlo tranquillamente, anzi sarà anche imitato da altri creativi a cui è piaciuta l’idea.

E così, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi la legge viene trasformata in coriandoli, finchè non ci sveglieremo e ci accorgeremo che, nel silenzio generale, lo Stato di diritto non esiste più. 


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martedì 24 maggio 2022

Punto è a capo

di Nicola Saracino - Magistrato 




Solo il 5,7 % dei candidati è stato ammesso all’orale del concorso in magistratura. 

Non è tanto la percentuale a sorprendere,  quanto il dato che il numero degli ammessi alla prova orale è notevolmente inferiore a quello dei posti da magistrato messi a concorso, restandone  sicuramente scoperti almeno 90.
 
A sottoporsi al giudizio della commissione esaminatrice erano stati oltre 3.500 dottori in giurisprudenza che avevano variamente integrato la preparazione con ulteriori percorsi di studio, oggi imposti dalla legge prima di poter accedere al concorso. 

Si legge di un livello non adeguato della preparazione e, soprattutto, di una lingua italiana poco fluente espressa dai candidati ai quali s'imputa scarsa conoscenza del corretto uso della punteggiatura. Un problema piuttosto serio.  

Affermazioni che suscitano sconforto. 

Per i giovani laureati che sicuramente hanno profuso tutto il loro impegno per superare l’ostica prova concorsuale,  senza riuscirvi; per le gravi scoperture d’organico che saranno determinate dal basso numero di nuove leve; perché tra i tanti che non hanno superato le prove scritte molti sono verosimilmente già impegnati negli uffici giudiziari come coadiutori nel cd. “ufficio del processo”, questi ultimi selezionati in gran numero ed in brevissimo tempo. 

Ed allora s’impone un interrogativo. 

Perché è evidente il divario tra i criteri impiegati per selezionare i giovani laureati addetti all’ufficio del processo ed i nuovi magistrati. 

I primi, nel pensiero del PNRR,    dovrebbero alleviare non di poco il lavoro dei magistrati professionali, sotto la loro guida, collaborando all’attività di studio preventivo dei fascicoli oltre che alla redazione di bozze di provvedimenti tanto da far preventivare ottimistici incrementi della “produttività” degli uffici giudiziari,  con l’immissione di una forza sì  giovane e magari anche volenterosa, ma probabilmente selezionata con criteri piuttosto blandi; si tratta di giovani sottopagati e sicuramente precari. 
  
Di questi l’amministrazione della giustizia ha saputo far rapida incetta,  affidando alla risorsa messa a disposizione degli uffici giudiziari l’improbo compito di elevarne a dismisura il rendimento.
 
Molto più schizzinosa la stessa amministrazione si è manifestata  quando si è trattato di assumere magistrati professionali, retribuiti da professionisti e stabili nel loro impiego. 

Non si dispone degli elaborati scrutinati dalla commissione esaminatrice e quindi sarebbe azzardata ogni valutazione del relativo operato. 

Certo è che quella commissione aveva il preciso compito di “selezionare” i migliori tra i partecipanti alle prove scritte in una percentuale congrua rispetto ai posti  da assegnare con un concorso di per sé molto costoso per le casse pubbliche. 

Pare che la moltitudine dei neolaureati non abbia raggiunto, per così dire,  il “minimo etico” per fare ingresso con la toga da magistrato in un tribunale.

A quella stessa moltitudine,  nelle ambizioni del Ministro della Giustizia - subito scimmiottate da dirigenti degli uffici giudiziari  preoccupati più  ad assecondare il potente che  della qualità  del servizio offerto -  è affidato l’impensabile obiettivo di un sostanziale raddoppio della produttività degli uffici giudiziari. 

Quasi a dire che una malpagata e precaria manovalanza intellettuale è rimedio più a buon mercato per far funzionare la “giustizia” rispetto alla effettiva formazione delle nuove leve togate. 

Ignoro quale sia il livello preteso dai commissari dell’ultimo concorso, quanto alta fosse l’asticella da superare per accedere alla prova orale. 

So per certo che alla commissione si chiedeva di operare una selezione di idonei tra i giovani dottori in giurisprudenza di questo Paese e che il risultato non è stato raggiunto. 

Una brutta pagina. 

Il punto è al  capo …


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