sabato 28 marzo 2026

Il sorteggio ha unito, non diviso l'elettorato.



L’esito referendario in materia di giustizia, al di là della soglia formale di validità, consegna un dato politico e culturale che non può essere ignorato: il tema del sorteggio quale strumento di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura ha attraversato trasversalmente l’elettorato, unendo sensibilità diverse anziché dividerle.

È significativo che figure tra loro eterogenee per impostazione culturale e collocazione nel dibattito pubblico – come Nicola Gratteri, Nino Di Matteo e Marco Travaglio – abbiano espresso una posizione sostanzialmente favorevole al ricorso al sorteggio. 

Le loro critiche non hanno riguardato il principio in sé, ma piuttosto la sua attuazione parziale o insufficiente, in particolare con riferimento alla componente laica, dove il meccanismo non è stato esteso con nettezza. 

Si tratta di un punto decisivo: anche tra i contrari al quesito, il dissenso non investiva l’idea del sorteggio, bensì la sua incompletezza.

Da ciò discende una conseguenza difficilmente contestabile: il sorteggio rappresenta oggi uno dei rarissimi terreni di convergenza nel dibattito sulla giustizia. 

Esso intercetta una domanda diffusa di discontinuità rispetto alle degenerazioni correntizie e alle dinamiche di autogoverno che hanno compromesso la credibilità dell’istituzione. 

Non è, dunque, una proposta identitaria o divisiva, ma una risposta percepita come comune, capace di raccogliere consenso ben oltre le appartenenze politiche e culturali.

In questa prospettiva, appare urgente avviare un percorso di riforma che, facendo tesoro di tale convergenza, conduca a un modello coerente di sorteggio del CSM, esteso a tutte le sue componenti, inclusa quella laica. 

Limitare il sorteggio ai soli togati, lasciando inalterate le logiche di nomina politica dei laici, rischierebbe infatti di riprodurre, sotto altra forma, gli stessi squilibri che si intendono superare.

E' stato chiaro il messaggio del corpo elettorale: più sorteggio, non no sorteggio.

Ne è  dimostrazione  che l'ANM voglia far passare il messaggio contrario, secondo cui l'ipotesi sarebbe ormai "morta".

Una riforma realmente condivisa dovrebbe invece muovere da un principio semplice: il sorteggio non è un correttivo marginale, ma un criterio ordinante dell’intero sistema di selezione, idoneo a ridurre il peso delle appartenenze, a restituire imparzialità e a rafforzare la fiducia dei cittadini nell’autogoverno della magistratura.

In questo senso, il dato forse più rilevante emerso dal confronto referendario è proprio questo: il sorteggio non ha diviso il corpo elettorale, ma ha rivelato una base comune di consenso. 

È su questa base che il legislatore è oggi chiamato a intervenire, con responsabilità e visione, per tradurre un’esigenza largamente condivisa in una riforma organica e coerente.



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venerdì 27 marzo 2026

Dopo Bella ciao, Ciao Bella!




di Andrea Mirenda  - Consigliere superiore per caso 

L’esito referendario chiude definitivamente ogni spazio di riflessione sulla questione morale in magistratura: squadra che vince non si tocca!

Qualche pillola.

- Gli oltre 700 chattisti palamariani sono rimasti impuniti, grazie anche all’Editto “ognuno Salvi se stesso” dell’ex Procuratore Generale, forse in conflitto di interessi. 

- L’ANM, per parte sua, ha insabbiato il resto…

- Plurimi capi-bastone di corrente, distintisi nel traffico di interferenze, sono stati acrobaticamente assolti (chi per “scarsa rilevanza del fatto”), sovente da giudici  disciplinari della medesima corrente; gli stessi, poi, hanno pure fatto carriera: confermati nell’incarico direttivo, per non farsi mancare nulla sono stati addirittura promossi ad incarichi superiori.
Qualcuno si è stracciato le vesti per tutto ciò?
A me non pare…

- Ancora. In Consiglio siedono 18 correntisti su 20: possono dirsi seriamente mutati gli assetti di potere che, sin qui, tanta “modestia etica” hanno cagionato? e perché mai, a ingredienti invariati, dovrebbe essere cambiato qualcosa?   

- Sempre per non farci mancare nulla e come segno della completata restaurazione, rientrerà in magistratura anche l’ottimo Cosimo Ferri, eroico protagonista di tante imprese politiche edificanti. Questo grazie alla stupefacente (si fa per dire…) scelta della Sezione Disciplinare del CSM di non calciare  un rigore a porta vuota, sollevando per la seconda volta il conflitto di attribuzione con la Camera per il diniego d’uso delle intercettazioni. Signori, Il gioco è fatto! assolto per assenza di prove! Il resto sarebbe avvenuto per rotolamento…

- Infine, a urne chiuse, archiviata la propaganda della politica  che voleva mettere  mano sull”ultimo  baluardo” del Bene (al secolo, la Magistratura), sarà il caso di osservare lo stato reale dei rapporti politica - magistratura.
Sarà carino vedere, così,  quanto di vero ci fosse in quella narrazione antipolitica da  “acchiappa-citrulli” e come essa abbia voluto nascondere  ai cittadini la profonda connivenza tra correnti e partiti. 

La prova?
Basterà guardare all’organigramma del Ministero della Giustizia, simpaticamente infarcito - specie a livello apicale - di magistrati di corrente (oggi della destra giudiziaria, ieri della sinistra, non importa), tutti coinvolti in un divertente “chi fa che cosa” a cui consegue un drammatico vuoto di responsabilità politica, vero “de profundis” della separazione dei poteri.

E sempre in questo ambito, qualcuno si porrà mai il problema di come il Ministro, ieri come oggi, con le sue chiamate fiduciarie… (ovviamente su suggerimento di corrente), da sempre crei i presupposti affinché i suoi prescelti, già baciati dalla fortuna di non dover più scrivere sentenze, divengano pure, in prosieguo,  alti Dirigenti Giudiziari? 
In pratica, il Ministro che si sceglie i futuri Dirigenti… alla faccia della indipendenza dei magistrati…

Come non vedere, allora, oggi come ieri, l’abbraccio tossico tra politica e correntismo,
prima minaccia all’indipendenza del singolo magistrato?

Molti, in buona fede, ingannati dalla propaganda terroristica dell’ANM e dei suoi satelliti (PD, La7, Fatto Quotidiano, Repubblica, Domani, etc.), volevano salvare la Magistratura dalla Politica, dal fascismo, dalle Forze del Male, con un liberatorio Bella Ciao.

La realtà è, purtroppo, diversa: il loro NO ha tolto definitivamente ogni speranza  di liberare i magistrati dal Giogo delle Correnti, dietro cui proprio la politica si nasconde.

Eterogenesi dei fini? Forse, ma la Storia - lo sappiamo - la scrivono i vincitori…

Ciao Bella!

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Fuori ruolo







Il collocamento dei magistrati fuori ruolo presso enti governativi, in particolare al Ministero della Giustizia, rappresenta una prassi che sottrae sistematicamente risorse umane essenziali al lavoro giudiziario, aggravando i ritardi cronici della giustizia italiana. Con circa qualche centinaio di toghe distaccate, si priva il sistema giurisdizionale di professionisti esperti, proprio mentre gli uffici giudiziari soffrono carenze organiche superiori al 20% in molte sedi.

Assenza di Selezione Meritocratica
La procedura manca di criteri oggettivi trasparenti: non si superano concorsi pubblici, ma basta una domanda con fantomatici titoli valutata dal CSM su richiesta ministeriale, spesso basata su relazioni personali o sulla "fiducia" del decisore politico piuttosto che su prove comparative rigorose. Ciò  rischia di premiare fedeltà politica anziché competenza, senza graduatorie pubbliche verificabili. 

Appannamento dell'Imparzialità
L'immersione in funzioni amministrative governative compromette l'immagine di terzietà del magistrato: collaborare alla stesura di leggi o atti ministeriali espone a sospetti di subalternità al potere esecutivo, minando la fiducia pubblica nella indipendenza giudiziaria ex art. 104 Cost.. 

Influenza delle Correnti
Le correnti dominano la delibera CSM, trasformando i fuori ruolo in oggetto di lottizzazione: l'autorizzazione diventa merce di scambio per equilibri interni, con proroghe facili e scarsa accountability, perpetuando un sistema clientelare che la riforma Cartabia non ha sradicato. 

Equiparazione Irrazionale di Ruoli
Equiparare impieghi burocratici (es. Ufficio Legislativo, Ispettorato) all'esercizio effettivo di funzioni giudicanti è illogico: i fuori ruolo maturano anzianità e vantaggi carrieristici identici (valutazioni di professionalità, promozioni), pur senza sentenze o udienze, incentivando l'esodo verso "posti sicuri" con stipendi equipollenti quando non maggiorati e rientro garantito con irrazionali vantaggi di carriera,  a ingiustificato discapito dei magistrati che hanno svolto il lavoro per il quale sono stati assunti. 

Questa dinamica vanifica l'interesse della Giustizia, favorendo un'élite togata a scapito dei cittadini in attesa di processi equi.


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Il prossimo De Magistris sarà uno sciocco...



Il correntismo nella magistratura italiana, emblema di un sistema opaco di spartizioni per nomine e incarichi, è esploso con le chat di Luca Palamara ("conviene attaccare Salvini ..."), ma trascura le dinamiche più ampie che coinvolgono tutte le correnti. Oltre a quelle rivelate, esistono probabilmente altre chat non disvelate, come suggerisce l'episodio della mail di Francesco Vigorito, componente CSM di Area (Magistratura Democratica), diffusa per errore nel 2012 a migliaia di colleghi: vi si confessava che associati della sua corrente erano stati proposti per ruoli direttivi per mera "opportunità politica", ammettendo un'ingiustizia, senza che vi fossero dimissioni o autocritiche significative. 

Ma la spartizione non è il solo "core business" correntizio.  

Il caso Forleo: ritorsione per indagini sul PD.

Clementina Forleo, Gip a Milano, fu trasferita d'ufficio dal CSM nel 2008 per presunta "incompatibilità ambientale" dopo aver esteso le indagini sulle scalate bancarie ad esponenti del PD come Massimo D'Alema e Piero Fassino, chiedendone l'uso di intercettazioni alle Camere. Il provvedimento, contestato come illegittimo con ricorso al TAR, fu giustificato con accuse di "propensione vittimistica"; Forleo tornò a Milano solo nel 2011, ma il caso resta simbolo di ritorsioni correntizie contro chi osa toccare la sinistra. Il trasferimento era platealmente illegittimo, alla faccia del CSM tutore dell'indipendenza del magistrato!  

De Magistris e Why Not: il prezzo dell'indagine "a sinistra".

Luigi de Magistris fu rimosso dall'inchiesta Why Not nel 2007 su iniziativa ministeriale, mentre indagava su una rete di corruzione in Calabria che lambiva politici di varia area, inclusi esponenti di centrosinistra. Nel 2009 subì un procedimento disciplinare per aver acquisito tabulati telefonici di parlamentari senza autorizzazione, con condanna in primo grado a un anno e tre mesi per abuso d'ufficio (riformata in appello per difetto di dolo); lo definì un "errore giudiziario", lamentando oggi sui social di essere stato fermato per aver indagato "a sinistra". 

Questi episodi, anteriori allo scandalo Palamara, confermano un correntismo trasversale e impunito, dove le correnti  esercitano un controllo politico sulle carriere e sulle indagini. 

La lezione amara per i giovani magistrati.
Il prossimo "Luigi De Magistris", che oserà indagare senza aver prima chiesto il benestare ai potentati delle correnti, si dimostrerà uno sciocco sprovveduto: è ormai chiaro che certe indagini non si fanno senza il previo consenso politico del partito dei magistrati.

Da che parte sta il partito dei magistrati? Ma dalla parte della Costituzione, ca va sans dire...

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giovedì 26 marzo 2026

Il Popolo ha votato, non ha vinto!



Ha vinto la maggioranza, regola indiscutibile della democrazia, nel bene e nel male.  

Il referendum non certifica affatto la “vittoria del Popolo”, ma, più sobriamente, l’affermazione di una maggioranza aritmetica. 

In un ordinamento costituzionale, la sovranità popolare si esprime attraverso procedure e quorum, non attraverso narrazioni plebiscitarie: confondere il dato maggioritario con un’investitura unitaria del corpo elettorale è un’operazione retorica, non giuridica.

Anche la rappresentazione numerica dell’esito è stata, in più sedi, impropriamente dilatata. Il differenziale tra “Sì” e “No” è di 4 punti percentuali, non di 8. 

Quattro punti sono la distanza effettiva tra le due opzioni, ossia il margine che il “Sì” dovrebbe colmare per raggiungere il “No”. Parlare di 8 punti significa sommare percentuali eterogenee e costruire un artificio comunicativo che amplifica il divario ben oltre la sua consistenza reale.

Ma il profilo più problematico attiene alla qualità del consenso. 

Una quota tutt’altro che trascurabile dei voti contrari non appare riconducibile a una valutazione nel merito della riforma - che avrebbe richiesto un giudizio informato sul contenuto normativo - bensì a una logica di voto sanzionatorio nei confronti dell’Esecutivo. 

Si tratta, in termini sostanziali, di una torsione funzionale dello strumento referendario, che da sede di decisione su un testo si trasforma in veicolo di giudizi politici contingenti.

Ne deriva un esito che, pur valido sul piano formale, è debole sotto il profilo sostanziale: una maggioranza risicata, un differenziale contenuto e una composizione del voto eterogenea nelle sue motivazioni. 

Elementi difficilmente compatibili con la retorica dell’investitura piena e, ancor meno, con quella - giuridicamente impropria - della “volontà del Popolo” come blocco monolitico.



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Politica della giurisdizione fatta in casa sulla pelle dei cittadini.




Ecco un plastico esempio della diretta incidenza delle scelte del CSM sulla libertà dei cittadini.

Il CSM, eletto dai giudici e dai pubblici ministeri, ha partorito l'idea, praticata da decenni, secondo la quale è bene porre in condizione di inferiorità organizzativa il Giudice che presidia le libertà dei cittadini (il GIP) rispetto al PM che chiede le misure cautelari, spesso dopo indagini durate ben più dei tempi ordinari previsti dal codice.       

Un solo GIP fronteggia i procedimenti che gli riversano ben tre pubblici ministeri.   

Da dove deriva il rapporto 1/3 tra pubblici ministeri e gip?

Deriva da un criterio organizzativo di politica giudiziaria (pianta organica e tabelle), non da una norma primaria o da un “principio” positivo: è un rapporto costruito dal CSM e dal Ministero in base ai carichi di lavoro delle fasi delle indagini e dell’udienza preliminare, e via via ritoccato con le riforme, non imposto dal codice o dalla Costituzione.

L’idea di fondo è che un solo gip, in astratto, può “assorbire” il controllo sulle richieste provenienti da più sostituti procuratori, poiché l’attività del gip è concentrata su provvedimenti a domanda di parte (misure, intercettazioni, sequestri, incidenti probatori, udienza preliminare) e non su un numero pari di fascicoli rispetto al PM.

Non è, dunque, un rapporto “normativo” non esistendo nel codice di rito né nell’ordinamento giudiziario un articolo che sancisca il rapporto 1/3; si tratta di un rapporto numerico operativo, usato come riferimento tecnico-organizzativo.

Del tutto sbagliato e che mette in pericolo il fondamentale ruolo di garanzia della libertà e di filtro ai processi inutili svolto dagli uffici GIP/GUP.

Porre quel giudice in condizioni di minorata difesa è il presupposto della genesi delle ingiuste detenzioni e di troppi  dibattimenti penali del tutto inutili. 

E' come se in un grande ospedale venissero deliberatamente sottodimensionati il pronto soccorso e tutti i reparti deputati alla diagnostica, col risultato di lasciare senza cure immediate chi ne ha bisogno e di mandare in sala operatoria pazienti che non dovevano essere operati. 

Il CSM elettivo, che racchiude giudici e pubblici ministeri, ha posto le condizioni del cattivo funzionamento del processo penale decidendo, a tavolino, la subalternità organizzativa del giudice rispetto all'accusatore.   
        



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mercoledì 25 marzo 2026

Repulisti: tardivo e incompleto?




Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e, alla fine, anche di  Santanchè (sebbene collegabili, queste ultime, a vicende più remote)  lette alla luce del fallimento referendario, segnano un passaggio politicamente inevitabile ma istituzionalmente insufficiente. È il gesto visibile di una responsabilità che affiora solo in superficie, mentre resta intatto il livello più opaco e decisivo: quello tecnico-amministrativo che ha concepito, orientato e tradotto in norme una revisione rivelatasi fragile, incoerente e, soprattutto, incapace di intercettare il consenso.

Se si vuole parlare seriamente di “repulisti”, il perimetro non può fermarsi alla responsabilità politica. La crisi ha radici più profonde, che affondano nella filiera della produzione normativa, in cui un ruolo centrale è stato svolto dai magistrati fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia. È lì che si è costruita l’architettura della riforma; è lì che si sono operate le scelte tecniche che hanno finito per tradursi in vulnerabilità politiche.

Qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. I magistrati chiamati a operare al Ministero non arrivano in modo neutro o casuale: la loro selezione è, di fatto, influenzata dalle correnti della magistratura. Le stesse correnti che, in questa vicenda, si sono schierate compatte per il No alla riforma. Ne deriva un cortocircuito evidente: soggetti espressione di un orientamento contrario sono coinvolti nella costruzione tecnica della riforma stessa. In una simile configurazione, il rischio non è solo teorico ma concreto: quello di un boicottaggio tecnico, sottile, difficilmente tracciabile, che può incidere sulle scelte redazionali, sulle opzioni interpretative e, in ultima analisi, sulla tenuta complessiva del progetto.

Un primo, macroscopico difetto della riforma rende plasticamente visibile questo problema. La disciplina del meccanismo di sorteggio per la selezione dei componenti laici è stata lasciata in una zona di indeterminatezza difficilmente giustificabile: non è stato indicato in modo puntuale il numero dei professori e degli avvocati da includere nell’elenco elettivo dal quale poi procedere al sorteggio. Una lacuna che non è un dettaglio tecnico, ma un errore strategico. Se il testo avesse fissato espressamente un numero — cinquecento nominativi, per esempio — l’impianto avrebbe guadagnato in trasparenza e verificabilità, sottraendo la riforma all’accusa, poi puntualmente sollevata, di prevedere un “finto sorteggio”.

Ma è nel secondo profilo che la fragilità tecnica si trasforma in vera e propria incrinatura sistemica. La riforma ha lasciato sostanzialmente inalterato l’art. 107 della Costituzione, continuando ad attribuire al Consiglio superiore della magistratura la competenza in materia di trasferimenti e dispensa dal servizio. Una scelta che entra in rotta di collisione con il disegno — pure proclamato — di rafforzamento dell’Alta Corte disciplinare. Se il potere di incidere sullo status del magistrato resta in capo al Csm, la nuova architettura disciplinare nasce strutturalmente monca, privata del suo reale baricentro.

Ed è proprio questa evidenza a rendere il problema più grave. Non si è di fronte a una scelta opinabile o a un bilanciamento discutibile, ma a una svista talmente macroscopica da difficilmente potersi considerare colposa. L’incoerenza tra le due previsioni è immediata. In un testo costituzionale, dove ogni coordinamento è essenziale, un disallineamento di questo tipo non dovrebbe semplicemente accadere.

Limitare l’epurazione ai soli vertici politici rischia così di trasformare un fallimento sistemico in un sacrificio rituale. Errori di progettazione di questa natura riportano inevitabilmente lo sguardo su chi quella progettazione ha materialmente curato.

Se si vuole davvero interrompere questo circuito, la conclusione non può essere timida. Non basta ridefinire responsabilità o affinare i meccanismi di selezione: occorre eliminare alla radice l’ambiguità. La figura dei magistrati addetti al Ministero va superata.

Talvolta è come mettersi una serpe in casa, introducendo nella macchina amministrativa soggetti portatori di dinamiche associative e orientamenti che possono entrare in frizione con l’indirizzo politico. Talaltra produce un effetto ugualmente corrosivo ma opposto: priva il magistrato dell’apparenza di terzietà rispetto alla politica che lo ha chiamato, esponendolo a un’inevitabile proiezione di contiguità.

In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: si incrina la fiducia, si confondono i piani, si altera l’equilibrio tra tecnica e politica. Un vero repulisti, allora, non consiste nel sostituire nomi, ma nel rimuovere le condizioni che rendono possibili questi cortocircuiti. Solo così la prossima riforma potrà nascere fuori da quell’ombra lunga che, oggi, ne ha segnato il fallimento.

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martedì 24 marzo 2026

Bella ciao




Il referendum sulla giustizia ha spaccato il Paese, ma ha soprattutto sancito un addio: quello all’immagine di imparzialità della magistratura. 

Il No ha prevalso con poco più del 53%, ma dietro quel numero c’è un fronte compatto in cui giudici e pubblici ministeri si sono allineati, politicamente, ai partiti che volevano affossare la riforma. 

Per la prima volta, in modo così scoperto, il corpo giudiziario associato ha cantato la stessa canzone delle opposizioni parlamentari, rivendicando la vittoria come propria, come conferma delle “scelte” compiute in questi anni. 

Quel “Bella ciao” intonato nelle piazze contro il governo non è più solo il canto della Resistenza, ma il simbolo di una magistratura che sceglie un campo politico e difende il proprio assetto di potere. 

Da oggi, quando un cittadino entrerà in un’aula di giustizia, saprà che chi lo giudica non è rimasto estraneo alla contesa, ma è stato protagonista di una battaglia politica sul proprio stesso ruolo.

L’indipendenza formale resta scritta in Costituzione; l’imparzialità, invece, è uscita dal testo e si è persa nel coro del No. 

Bella ciao, imparzialità. 

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Che stile, dott. Agnino








Sta in cassazione e quindi pontifica. 

Sullo stile di scrittura  di avvocati e colleghi magistrati, prima di tutto. 

Dei quali conosce vita e miracoli se può individuare quelli che hanno votato Sì al referendum.

Dev'esserci un ufficio Stasi a Piazza Cavour.

Della riforma costituzionale era criticabile soprattutto la scelta di comporre l'Alta Corte con magistrati di cassazione, perché per andarci  non servono particolari meriti; di solito si entra in un lotto di aspiranti prestabilito dalle correnti. Insomma non c'è un vero concorso come ad esempio quello per accedere al Consiglio di Stato;  la lettura delle rispettive sentenze lo denota agevolmente.

Abbiamo allora sottoposto uno scritto, scelto a caso,  del  dott. Agnino, novello Dante, ad uno screening sintattico e ne è risultata questa valutazione:

 
  • Alcune frasi sono al limite della leggibilità per lunghezza e densità.  Sintatticamente corretto, ma faticoso.
  • Qualche sovraccarico di specificazioni tra parentesi e riferimenti normativi/giurisprudenziali nella stessa frase, che rendono il periodo pesante .
  • Ripetizioni di formule (“invero, va rilevato che…”, “va premesso che… va altresì premesso che…”) che, pur corrette, potrebbero essere variate per maggiore scorrevolezza.
  •  il resto rientra nello stile ipotattico e ridondante tipico della giurisprudenza di legittimità.
Non consiglieremo al dott. Agnino di migliorare il suo stile linguistico, ma di prestare molta attenzione ai concetti che esprime, perché sono proprio quelli a denunciare imperdonabili sgrammaticature.     
        

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lunedì 23 marzo 2026

Ha vinto un Sistema settario.




Il Sistema ha vinto, ai punti.  

Non si cambia e non si migliora. Peggiorare era impossibile.  

L’attuale assetto della magistratura non è quello disegnato dal Costituente. 

E’, semmai, la realizzazione dei peggiori timori che i Costituenti ebbero nel basare l'organizzazione dei magistrati su un  “voto” (quello dell'art. 104 Cost.) la cui unica legittimazione è l'aver superato un concorso. 

L’elettoralismo ha prevalso e con esso tutti i mali che vi si collegano. 

La magistratura e la sua azione sono viste con sospetto dal 46% degli Italiani e l’aver svolto una campagna referendaria al fianco di alcune forze politiche, contro altre, non fa che confermare la sfiducia di una “minoranza” del Popolo pari quasi alla sua metà. 

Col No  si concretizza, alla fine, quel rischio tremendo che avevamo intravisto sin dalla improvvida costituzione del Comitato referendario dei magistrati e cioè che le sentenze siano emesse  In nome di mezzo Popolo Italiano ...  


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giovedì 19 marzo 2026

Gli imbroglioni del No



Usano la testa che hanno.

La stessa con la quale hanno fatto scempio del “voto” che l’art. 104 della Costituzione aveva previsto, non senza molti timori e perplessità, per la scelta dei consiglieri superiori togati.

Doveva essere un voto personale e di stima, utile a mandare al CSM magistrati stimati, preparati tecnicamente per  difendere l’indipendenza dei colleghi.

E’ usato, invece,  come voto di interesse e di gruppo  dando luogo ad una eversiva rappresentanza partitica, da sempre reputata inammissibile dal maggiore interprete della Carta costituzionale  a partire dalla sentenza “capostipite” n. 142 del 1973 della Consulta.

Non sono bastate molte leggi elettorali a frenare l’eversione: ancor oggi al CSM i togati sono divisi in gruppi partitici e votano per mera appartenenza, senza coscienza diversa da quella del branco.

Sono, in sostanza, eversori se si condivide la lettura data dalla Corte costituzionale al voto previsto dall’attuale art. 104 Cost.

Da coloro che sistematicamente frodano  - coi  loro comportamenti  - la Costituzione,  arriva l’eccentrica ipotesi di frode anche alla nuova Costituzione:  a loro avviso i laici saranno eletti e non sorteggiati, abituati come sono al loro metro di valore. 

Omnia munda mundis.  Dicono che sono “ingenui” coloro che si attendono, al contrario, un’attuazione “onesta” della revisione costituzionale,  che dovrà necessariamente prevedere degli elenchi di sorteggiabili sufficientemente lunghi da conservare  senso al concetto fondamentale, quello del sorteggio, anche per i  “laici”.

Ovvio che chi è abituato ad imbrogliare   pensi che tutti siano come loro.

Il Sì al referendum serve a smentire questa rozza visione degli imbonitori, tutti schierati a difesa del Sistema.



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Togati e laici nel CSM. Quale legittimazione?



di Giovanni Genovese
Magistrato


Quasi sempre, chi sostiene il No afferma che i magistrati sorteggiati sarebbero deboli e manipolabili dai laici nei due CSM e nell'Alta Corte, senza nemmeno sforzarsi di spiegare il perché.

Lo si dà per scontato, liquidando l'argomento con un semplice "è ovvio che ...", "è di tutta evidenza che ...", e via con le solite frasi fatte sul controllo politico ecc. ecc. assolutamente apodittiche (cioè che non spiegano nulla).

Alla base di questa tesi c'è un'idea profondamente sbagliata, che si può riassumere così: se i laici vengono votati (e nonostante sia previsto il successivo sorteggio fra tutti gli eletti), anche i magistrati devono esserlo, altrimenti saranno più deboli.

L'errore che si commette è quello di equiparare la legittimazione delle due categorie: al voto si dovrebbe rispondere col voto.

Sbagliato.

Magistrati e laici di estrazione politica appartengono a due circuiti di legittimazione totalmente diversi, anzi quasi antitetici: la politica trova la sua unica legittimazione nel voto popolare, la magistratura invece la trae proprio dalla sua apoliticità, dalla selezione mediante concorso, dalla professionalità (che è sempre sottoposta a verifica) e dal sistema di garanzie che ne garantisce autonomia e indipendenza.

Pensare che i Consiglieri togati del CSM siano legittimati grazie al voto significa mischiare le mele con le pere.

Anzi, il voto è proprio l'elemento che stona nel meccanismo, e che ha provocato le gravissime storture dell'attuale sistema di autogoverno: riproducendo all'interno della magistratura le dinamiche della politica, ha "inquinato" il modo di agire e di pensare dei magistrati.

Per comprendere l'assurdità di questa impostazione, basti pensare a un dato: attualmente, i Consiglieri togati vengono eletti da 9000 colleghi magistrati, che non hanno alle spalle (per fortuna!) alcun voto popolare; i Consiglieri laici sono invece eletti da Parlamento in seduta comune, che ha alle spalle oltre 40 milioni di elettori!

Se la legittimazione venisse dal voto, quale confronto potrebbe mai esserci fra le due categorie? Il nano eletto dal voto di 600-700 colleghi potrebbe mai sedersi alla pari con il gigante eletto da parlamentari che hanno alle spalle 5-6 milioni di voti?

Fortunatamente non è così, e non è mai stato così.

I magistrati sono legittimati perché magistrati, non perché rappresentanti di 9000 persone senza alcun mandato popolare (di nuovo: per fortuna!).

I componenti laici sono legittimati perché selezionati dalla politica nella sua massima espressione (oggi direttamente, con la riforma indirettamente).

Gli uni e gli altri possono tranquillamente convivere nel medesimo organo, nel quale ognuno porterà il contributo proprio del suo percorso.

Con il sorteggio, finalmente i Consiglieri magistrati smetteranno di avere un partito alle spalle e saranno liberi di far valere il peso della propria legittimazione, che è quello dell'indipendenza.

Altro che predominio dei laici!

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mercoledì 18 marzo 2026

La lista testi del dott. L.Palamara



Pubblichiamo la lista dei testimoni depositata presso la segreteria della Sezione Disciplinare del CSM in vista del giudizio che si terrà a breve. A futuri approfondimenti la spiegazione analitica dei temi di prova.

CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA
SEZIONE DISCIPLINARE
Proc. n. 76/2019 R.G.C.
Udienza del 21 luglio 2020

RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE ALLA CITAZIONE DI TESTIMONI E DI COINCOLPATI NEL MEDESIMO O IN ALTRO PROCEDIMENTO DEI QUALI SARÀ CHIESTO ANCHE AI SENSI DELL’ART.495, COMMA 2, C.P.P., L’ESAME SULLE CIRCOSTANZE PER CIASCUNO INDICATE CON RISERVA DI PRODURRE DOCUMENTAZIONE ANCHE RELATIVA AD INDAGINI DIFENSIVE ESPLETATE EX ART. 391 BIS C.P.P.

Ill.mo Presidente,
nella mia qualità di difensore di fiducia del dott. Luca Palamara, chiedo la citazione dei seguenti testi (eventualmente da escutersi, come meglio specificato per taluni di essi, ai sensi dell’art. 210 cod. proc. pen.), il cui esame verterà sugli oggetti di cui all’art. 187 cod. e la cui escussione si presenta indispensabile ai fini delle prove indicate a discarico sui fatti oggetto delle prove a carico, così come previsto dall’articolo 495, comma 2, cod. proc. pen.

TESTIMONI

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Perché si vota




A dispetto di quanti agitano timori immaginari,  è per noi importante ricordare il "problema" che ha dato origine alla revisione costituzionale riguardante la magistratura. 

Poiché rifuggiamo dalle suggestioni, il modo migliore per farlo è riportare il discorso del Capo dello Sato fatto al CSM subito dopo l'emersione del caso Palamara. 

Eccone il testo. 


   Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura.
Roma, 21/06/2019

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura. 

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi. 

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità. 

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà - anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. 

Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire - e seguirà con attenzione - questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario - provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura. 

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

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martedì 17 marzo 2026

A titolo personale?




Nel dibattito cruciale sulla riforma costituzionale della giustizia, la posizione della consigliera CSM Bernadette Nicotra emerge con rara coerenza. Iscritta a Magistratura Indipendente, Nicotra difende con convinzione il sorteggio per i togati del CSM, vedendolo come risposta radicale alla crisi di credibilità post-Palamara: un modo per premiare il merito e liberare i magistrati dai vincoli correntizi. 

Questa linea riflette fedelmente la proposta storica di MI del 2020 – sorteggio iniziale dei candidati seguito da voto – evoluta in una visione riformista che privilegia l'indipendenza interna senza politicizzare l'organo. 

Al contrario, Magistratura Indipendente appare incoerente nel suo NO ufficiale. L'associazione critica come "vendetta" misure anti-correntizie che proprio lei auspicava anni prima per spezzare "spartizioni compulsive", rivelando una ritrattazione opportunistica di fronte alla frammentazione del CSM. Mentre 

Nicotra incarna una continuità intellettuale – terzietà del giudice, autonomia del PM – MI sacrifica principi condivisi sull'altare di una difesa corporativa, chiarendo a posteriori che sue opinioni sono "esclusivamente personali". 

Una frattura che indebolisce il fronte del NO e merita riflessione se si considera che la corrente Magistratura Indipendente è la più votata.

C'è da pensare che, nel segreto, molti magistrati di quella corrente voteranno Sì al referendum, a titolo personale, s'intende ...

  

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lunedì 16 marzo 2026

APPELLO PER IL SÌ: UN’OCCASIONE STORICA PER LA GIUSTIZIA



Quella che è una sintesi delle motivazioni espresse dai sottoscrittori, interpellati da il Foglio sul referendum.  


Cittadini, colleghi, ci rivolgiamo a voi perché crediamo che il prossimo referendum rappresenti un'occasione storica e l'ultima chiamata per ripristinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, alterato negli anni dalla deriva delle correnti . 

La nostra scelta nasce da ragioni di merito e di profonda riflessione sulla funzione che esercitiamo quotidianamente in tribunale.

Dobbiamo spezzare il sistema della "correntocrazia", che ha trasformato il CSM in un "parlamentino" politico e in un'oligarchia interna dedita alla lottizzazione degli incarichi. L'introduzione del sorteggio per i membri del CSM è lo strumento, semplice e radicale, necessario per recidere il cordone ombelicale tra eletti ed elettori, garantendo finalmente l'indipendenza intellettuale del singolo magistrato e restituendo credibilità a un’istituzione oggi colpita da una grave crisi morale.

È tempo di attuare pienamente l'articolo 111 della Costituzione: la separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura, ma la garanzia di un giudice davvero terzo e imparziale. La pericolosa contiguità attuale tra giudici e pubblici ministeri rischia di compromettere il "giusto distacco" necessario nel processo, trasformando talvolta il giudice in un mero organo ratificante dell'attività d'indagine. Vogliamo un processo penale che garantisca la parità delle parti e che tuteli i cittadini, specialmente i più fragili, dal dramma dell'errore giudiziario e di una pendenza processuale che diventa essa stessa una pena.

Votiamo Sì per una magistratura di "uomini piuttosto che dèi", consapevole della propria fallibilità e libera dal condizionamento di centri di potere privati. 

Votiamo Sì per modernizzare il nostro Paese secondo gli standard delle democrazie occidentali e per restituire un sogno di giustizia giusta a chi verrà dopo di noi.

Il 22 e 23 marzo non restate indifferenti: votate Sì per la liberazione della giustizia dalla politica e dalle correnti.

I FIRMATARI
Bianco, Giuseppe (Sostituto procuratore a Roma)
Bretone, Francesco (Sostituto procuratore generale di Bari)
Cea, Costanzo (Già presidente di sezione alla Corte d’Appello di Bari)
Ceccarelli, Natalia (Giudice della Corte d’appello di Napoli)
Cianfarini, Alberto (Giudice del tribunale di Roma)
Cioffi, Giuseppe (Giudice del Tribunale di Napoli)
Colucci, Daniele (Consigliere di corte d’Appello a Napoli)
D’Ambrosio, Edoardo (Presidente della sezione Penale del Tribunale di Crotone)
D’Avino, Alfonso (Procuratore a Parma)
Gallucci, Anna (Sostituto procuratore a Pesaro)
Giuffrida, Carmen (Giudice del Tribunale dei minori di Catania)
Imparato, Annalisa (Sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere)
Itri, Paolo (Presidente di sezione nella Corte di giustizia tributaria a Napoli)
Magi, Jaqueline Monica (Giudice penale del Tribunale di Pistoia)
Marchionni, Monica (Magistrato di sorveglianza a Siracusa)
Maresca, Catello (Magistrato)
Mirenda, Andrea (Consigliere togato del Csm)
Padalino, Andrea (Giudice del tribunale di Vercelli)
Rinaudo, Antonio (Ex pubblico ministero a Torino)
Rocchi, Giacomo (Presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione)
Saracino, Nicola (Consigliere della Corte d’Appello di Roma)
Tamburrino, Marco (GIP-GUP a Trento)
Vaccari, Massimo (Giudice del Tribunale di Verona)
Varone, Gennaro (Sostituto procuratore a Pescara)
Visone, Giuseppe (Sostituto procuratore della DDA di Napoli)


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domenica 15 marzo 2026

La prepotenza

I fatti qui narrati sono veri ma sono rimasti impuniti perché per la Sezione Disciplinare delle correnti sono normali. La responsabile, anzi, è stata promossa. Ecco cosa difende il NO!  




Tante cose deprecabili sono emerse dalle chat del telefono sequestrato a Luca Palamara. Tra queste, anche condotte per interferire nelle scelte dei magistrati di partecipare ai concorsi o di ritirarsi dai medesimi, per condizionare la calendarizzazione delle pratiche del CSM onde orientarne l'esito e persino per influenzare l'avvio o l'esito di procedure consiliari in funzione educativa o punitiva dei soggetti coinvolti.

In questo contesto si inserisce la storia che ci racconta, nella lettera che pubblichiamo qui sotto, un magistrato che, 
senza alcuna sua responsabilità, è  incappato nel congegno usato dal sistema per affermare la sua autorità. Accertata nelle sedi competenti la sua correttezza,   ha comunque deciso di dire basta.



Una testimonianza diretta   
di Fernando Prodomo

Sono Fernando Prodomo, magistrato di settima valutazione, almeno sino al 31 maggio prossimo, dopo andrò in pensione, anticipata, molto, perché ho 64 anni, ma sono stanco e indignato.

Devo però alla Magistratura, che tanto mi ha dato professionalmente sino a qualche anno fa, una testimonianza, il racconto di fatti che mi sono accaduti da quando ho avuto le funzioni semidirettive.

Sino ad allora – era il 2012 – risultavo essere un magistrato normale, nella media, con tante esperienze organizzative (informatico, formatore, coordinatore uditori, relatore a convegni, persino docente alla SSM).


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sabato 14 marzo 2026

La difesa non è una questione "privata".



di Nicola Saracino  - Magistrato  

L'avvocato svolge una funzione pubblica imprescindibile.

Senza difesa, infatti, non esiste processo penale. 

Il processo penale non è un mero procedimento amministrativo volto ad accertare un fatto, ma un metodo di accertamento fondato sul contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice imparziale. In questo schema la difesa non è un interesse accessorio della parte privata, ma una componente strutturale del processo stesso.

L’avvocato difensore, pur operando nell’interesse del proprio assistito, svolge dunque una funzione pubblica: rende possibile l’effettività del contraddittorio, controlla la legalità dell’azione punitiva dello Stato e contribuisce alla formazione della decisione giurisdizionale. La sua attività non è solo tutela individuale, ma anche presidio di legalità e di garanzia per l’intero sistema.

Proprio per questa ragione la difesa deve essere indipendente dal potere pubblico. Se il difensore fosse un funzionario statale, inserito nella stessa struttura che esercita la pretesa punitiva o che amministra la giustizia, verrebbe meno l’equilibrio tra le parti che caratterizza il processo accusatorio e, più in generale, ogni processo conforme allo Stato di diritto.

Non è un caso che la Costituzione italiana riconosca il diritto di difesa come diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.). Tale garanzia presuppone l’esistenza di una difesa autonoma, libera e indipendente dall’apparato statale. L’avvocato difensore è quindi un soggetto privato che esercita una funzione pubblica di garanzia: proprio perché pubblica, essa non può essere assorbita dall’organizzazione statale senza compromettere l’equilibrio del processo.

La storia giuridica dimostra, del resto, che l’idea di una difesa affidata a funzionari dello Stato è tipica degli ordinamenti autoritari, nei quali il processo tende a trasformarsi in uno strumento dell’accusa e del potere pubblico. Al contrario, negli ordinamenti democratici la difesa è libera e indipendente, perché solo un difensore non subordinato allo Stato può opporsi efficacemente alla pretesa punitiva dello Stato stesso.
In questo senso l’avvocato difensore della parte privata non è soltanto il rappresentante di un interesse individuale: è uno dei garanti istituzionali del giusto processo.

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La logica della loggia.

Ripubblichiamo, dopo qualche anno, per chiare indicazioni di voto ai ... massoni! 




di Nicola Saracino - Magistrato 



Chi, da oggi in poi, continuerà a chiamarlo “il sistema Palamara” commetterà un falso imperdonabile. 

Perché Palamara è morto (figurativamente, non è più un magistrato), il sistema gli è sopravvissuto e gode di eccellente salute. 

Luca Palamara era stato rimosso dalla magistratura per un fatto ben preciso, collegato alle captazioni avvenute all’interno dell’Hotel Champagne. 

Con altri soggetti (consiglieri superiori, parlamentari) si confabulava sulle sorti della Procura di Roma, in prossimità della scelta, ad opera del Consiglio superiore della magistratura, del suo nuovo “capo”. 

Ebbene il giudice disciplinare ha applicato a Luca Palamara la sanzione più grave (rimozione dall’ordine giudiziario) addebitandogli di aver interferito su scelte proprie del CSM, da compiere in autonomia e senza suggerimenti, per così dire, esterni al Consiglio. 

Il fenomeno delle chat rese pubbliche dal trojan non ha avuto, in sostanza, quasi  alcun rilievo nella rimozione dell’ex presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati dall’ordine giudiziario, poi avallata dalla Corte di cassazione. 

Sul versante penale, come  si sa, tutto si è chiuso con un patteggiamento per ipotesi di reato quasi bagatellari se confrontate con quelle poste alla base dei provvedimenti che autorizzarono le captazioni sul cellulare dell'indagato, che non si sarebbero potute fare se, sin dall’origine, gli indizi fossero stati letti con maggiore prudenza,  il che avrebbe dovuto far escludere ogni ipotesi di corruzione. 

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Parola di Presidente della Repubblica.



Ripubblichiamo perché d'attualità. 



A fronte della minimizzazione del fenomeno del correntismo tentata improvvidamente dai suoi attuali esponenti per scansare la "mannaia" del sorteggio del CSM, ospitiamo, col suo consenso, una mail di un giovane collega che ha il pregio della memoria.  Francesco Lupia cura un canale YouTube divulgativo sui temi della giustizia. 







 di Francesco Lupia - Magistrato 

Per capire se la degenerazione delle correnti sia o meno un fenomeno circoscritto solo agli ultimi anni ed ai colleghi nei confronti dei quali sono state accertate in sede disciplinare specifiche condotte ad esso relative, credo che il modo migliore sia guardare al passato.
 Potrei citare parecchi articoli giornalistici, ma preferisco riportare le parole spese (o meglio i richiami effettuati) dai vari Presidenti della Repubblica (in qualità di Presidenti del CSM) che si sono succeduti nel tempo.

Li ho tratti da due  articoli (uno  a firma di Alessia Palazzo ed uno a firma di Ermes Antonucci) , ma successivamente li ho verificati.

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Disciplinare magistrati: anche di media statura, purché la Corte sia esterna al CSM.



Indovinate chi ha inventato l'Alta Corte? Ma il PD ovviamente ...
Qui sotto un post del 2024.  


Le cronache degli ultimi mesi danno conto del colpo di spugna con il quale la Sezione Disciplinare del CSM archivia il caso “Palamara” (l’unico a pagare) come fenomeno di costume tutto italiano ed al quale i magistrati non sono estranei. 

Raccomandarsi è lecito, dividersi i posti tra correnti fisiologico. 

Ed allora passi pure che “mio cugggino” sia votato all’unanimità dal CSM che altrimenti faccio brutta figura in famiglia. 

Non è che l’ultimo dei bislacchi episodi sottoposti al vaglio del CSM, uscendone indenni da conseguenze. 

Chi ottenne l’incarico direttivo col “naso turato” degli stessi consiglieri che lo votarono prosegue indenne il cursus honorum.  

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