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venerdì 19 marzo 2010

Il nemico numero uno: i magistrati!






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






Ormai è una costante di questo misero Paese in cui viviamo.

Appena i magistrati scoprono qualche delinquente, subito i vertici delle più importanti istituzioni si mettono a insultare sguaiatamente … i magistrati e a difendere i delinquenti.

In sostanza, il nemico numero uno nel nostro Paese sono i magistrati.

Va in onda la tolleranza zero contro gli “sbirri”.

Non sfugge a questa ormai costante prassi l’indagine di Trani.

Contro di essa si è già detto di tutto e, fra l’altro, che sarebbero state fatte intercettazioni “a strascico” e che i magistrati avrebbero agito violando la competenza territoriale.

Forse chiarire qualche punto della questione può risultare utile.

1. Nessuno può dire se l’azione dei magistrati di Trani è stata o no corretta senza aver letto gli atti del procedimento. Le affermazioni di chi parla di irregolarità e scorrettezze senza avere letto gli atti sono irresponsabili e prive di qualunque senso e fondamento, che non sia, ovviamente, la strumentalizzazione delle proprie parole a fini “politici” (paradossi di questo Paese dove la politica è ridotta al favoreggiamento).

2. Ciò che è fino ad oggi di dominio pubblico sull’indagine di Trani non consente per nulla di affermare né che si siano fatte intercettazioni “a strascico” né che siano state violate le regole della competenza territoriale (fermo restando, ovviamente, che, quando si potranno leggere gli atti – e solo allora - si potrà dire con cognizione di causa se tutto sia stato o no regolare; allo stato, visto da fuori, tutto sembra perfettamente regolare).

3. Sulla base di ciò che si sa in questo momento dai giornali la situazione sarebbe uguale a quella che si verifica abitualmente in mille casi giudiziari dei quali il Ministro ovviamente non si interessa.

Lo schema è il seguente.

Il pubblico ministero Tizio sta intercettando il telefono di tre rapinatori della sua città (Poggiobelsito di sotto) e tramite queste intercettazioni sta acquisendo prove delle rapine che hanno commesso nella sua città.

Un giorno due dei rapinatori che intercetta, parlando fra loro, dicono una cosa tipo: “Hai saputo che Pippo e Mario hanno ammazzato Giovanni? Ma ora gliela facciamo pagare”.

Questo fa emergere elementi di prova di altri reati: l’omicidio di tale Giovanni, già consumato, avvenuto non si sa quando e non si sa dove, e l’organizzazione tuttora in corso di una vendetta contro gli assassini da compiersi non si sa come e non si sa dove.

Il pubblico ministero che ascolta queste telefonate ha il dovere di attivare immediatamente tutte le iniziative più opportune per acquisire e assicurare gli elementi di prova di quei reati e per impedire il compimento dei reati in corso di organizzazione (la vendetta).

Dunque, svolge indagini per identificare Pippo e Mario, che vengono indicati dal suo rapinatore come gli assassini di Giovanni, e attiva le intercettazioni dei loro telefoni.

Ovviamente, tali intercettazioni non possono in alcun modo essere definite “a strascico” e chi le definisce tali compie opera di grave disonestà intellettuale. Quel pubblico ministero, infatti, sta intercettando – peraltro, su autorizzazione del G.I.P. competente – persone specifiche a fini specifici e in presenza di indizi di reato specifici.

Nel corso di queste intercettazioni emergono via via elementi di giudizio che gli consentono di individuare con più precisione i termini dell’omicidio di Giovanni - se è vero che c’è stato, dove è stato commesso, da chi e perché – e della vendetta in programma – come dovrà compiersi, ad opera di chi e dove.

Appena ha acquisito e assicurato tutti gli elementi di prova che, se non acquisiti e assicurati subito, potrebbero disperdersi e appena è sicuro che sono cessate le attività criminose ancora in corso e che richiedono un monitoraggio quotidiano per essere, se possibile, interrotte, il pubblico ministero conclude la sua attività, stralcia gli atti, forma un nuovo fascicolo e lo manda alle Procure che a quel punto saranno apparse competenti (ipotizziamo, per esempio, Roma, dove si è scoperto che sarebbe avvenuto l’omicidio, e Milano, dove era stata organizzata la vendetta).

Non poteva sospendere le intercettazioni prima e non poteva trasmettere gli atti a Roma e Milano prima perché:

1. per trasmettere gli atti a Roma e Milano avrebbe dovuto sospendere le intercettazioni, che sarebbero riprese solo dopo che un p.m. di Roma e uno di Milano avessero chiesto a un G.I.P. di Roma e a uno di Milano e questi ultimi disposto nuove intercettazioni da Roma e da Milano;

2. sospendere anche solo per dieci minuti (non parliamo di un paio di giorni o una settimana) intercettazioni dalle quali stanno giungendo prove di reato significa correre il rischio di perdere per sempre ciò che verrà detto in quei dieci minuti o due giorni o una settimana; potenzialmente nulla di importante o di assolutamente decisivo (non è possibile saperlo a priori);

3. per definire con certezza questioni come il tipo di reati commessi e la competenza a occuparsene è necessario acquisire una serie di elementi e di riscontri che difficilmente emergono da una telefonata; più probabilmente da un insieme di telefonate lette in maniera coordinata fra loro.

Dunque, in sostanza, vista da fuori, l’azione dei colleghi di Trani appare di ineccepibile correttezza.

Hanno casualmente avuto indizi di gravi reati mentre indagavano su altri.

Hanno acquisito e assicurato (come imposto dal codice di procedura penale) le prove che potevano perdersi se non acquisite e assicurate tempestivamente.

Hanno, infine, delibato la loro competenza e trasmesso ad altri uffici gli atti ritenuti di competenza di quelli.

Accade migliaia di volte al giorno in mille processi, posto che oggi raramente criminali di un certo livello agiscono solo in una città (basti pensare a quante sono le città nella quale risulta avere agito la cricca coinvolta nell’inchiesta sulla Protezione Civile).

In molti casi, prima di trasmettere gli atti per competenza ad altri, si procede anche alla cattura degli indagati, se vi siano esigenze cautelari da assicurare: per esempio, se sembra che stiano per commettere altri reati o se vi è il rischio che inquinino le prove o fuggano.

Nei mille altri casi in cui tutto ciò accade ogni giorno nessuno fa dichiarazioni avventate e prive di fondamento (per la semplice ragione che non si tratta di coprire ancora Berlusconi).

Le cose vanno a buon fine.

Come ho già scritto qui in altre occasioni, decine di soloni – giornalisti, politici, purtroppo anche deputati e ministri – hanno detto una montagna di cose insulse sul caso della signora Lonardo/Mastella, ironizzando sul fatto che i magistrati di Santa Maria Capua Vetere ne avevano disposto la cattura pur sapendosi e dichiarandosi incompetenti e trasmettendo DOPO gli atti a Napoli.

Tutti i giudici dei diversi gravami, fino alla Corte di Cassazione compresa hanno confermato la correttezza e legittimità dei provvedimenti dei magistrati di Santa Maria Capua Vetere e la signora Lonardo/Mastella è stata rinviata a giudizio.

E tuttavia ancora continuiamo a sentire citare il caso Lonardo/Mastella come esempio di atto illegittimo della magistratura.

Abbiamo subìto ogni genere di insulto e piagnisteo per la cattura del Presidente della Regione Abruzzi Ottaviano Del Turco e anche in quel caso la condotta dei magistrati è risultata pienamente legittima e Del Turco va a giudizio.

Infine, sembra evidente che, ove mai i magistrati di Trani avessero agito scorrettamente, saranno spazzati via dalla magistratura entro poche ore, come già accaduto anche a magistrati che avevano agito in maniera pienamente legittima: fra i tanti esempi, i colleghi De Magistris, Apicella, Nuzzi, Verasani e Forleo.

In questi tempi le c.d. istituzioni sono tendenzialmente solidali con i delinquenti e tendenzialmente ostili ai magistrati.

Capita quando, come dicono le relazioni delle varie commissioni antimafia, la criminalità si fa talmente forte da infiltrarsi massicciamente nelle strutture del potere economico e politico.

Da essere, insomma, non più in campagna come un tempo, ma in borsa e in Parlamento.

Fra le mille vicende citabili in proposito, bastino (per limitarsi alla stretta attualità) quella del senatore Di Girolamo, al quale un capomafia dice “Nicò devi obbedire sei il mio schiavo” e quella del vicepresidente della Regione Puglia che, stando a quanto emerge dai giornali di oggi, prendeva una sorta di stipendio dallo stesso corruttore che mandava prostitute a casa del Presidente del Consiglio (ma Berlusconi dice che non sapeva che erano pagate. Credeva che fosse amore. Mentre il suo avvocato dice che lui era solo - sic! - “l’utilizzatore finale“).

Cose del genere nel Burkina Faso produrrebbero le dimissioni di tre quarti della classe dirigente del paese.

In Italia producono un’aggressione sempre più volgare e isterica ai magistrati e, possibilmente, la loro cacciata.

E’ il segno di quanto grave è la nostra malattia.

Oggi come oggi fare paragoni con i regimi sudamericani di un tempo risulta offensivo dei sudamericani.

In nessun paese non dico civile, ma decente, i magistrati vengono insultati da uomini con incarichi istituzionali e di governo e per di più anche dal Ministro della Giustizia senza un fondamento e “a prescindere”.

Ieri si è avuto anche dell’umorismo involontario ad opera di tal Capezzone, che, a proposito dell’arresto del vicepresidente della Puglia ha dichiarato: “Noi siamo diversi dalla sinistra, e non esultiamo mai per le manette, neanche nel caso di Frisullo”.

Traduzione: noi non stiamo mai dalla parte della giustizia, neppure quando arresta i nostri avversari politici. Perché per noi i giudici sono più nemici di qualunque nemico. Noi siamo proprio contro la giustizia e basta. A prescindere.

Anni fa cose del genere si sentivano dire solo ai più irriducibili padrini. Ora le sentiamo dire a gente che sta al governo.

Questo dovrebbe fare riflettere molto.



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P.S. – Le ispezioni a Trani disposte dal Ministro Alfano sono illegali, per le ragioni esposte a questo link e a quest’altro.





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mercoledì 17 marzo 2010

Dal Quirinale sulle ispezioni ministeriali



Giustizia: “Evitare drammatizzazioni e contrapposizioni fuorvianti sul piano istituzionale”



Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, anche nella qualità di Presidente del CSM, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il Comitato di Presidenza del CSM ha deliberato martedì 16 di affidare alla VI Commissione la richiesta sottoscritta dalla gran parte dei membri del Consiglio per l’apertura di una “pratica” inerente l’ispezione disposta dal Ministro della Giustizia presso la Procura della Repubblica di Trani. Tale richiesta non poteva discutersi, mancandone i presupposti, come apertura di una “pratica a tutela” qual è concepita nelle rigorose formulazioni di recente introdotte nel regolamento del CSM ; ed è stata perciò correttamente assegnata alla VI Commissione, competente per “questioni di carattere generale connesse a rapporti istituzionali”.

E come lo stesso Comitato di Presidenza ha chiarito, il CSM può solo richiamare gli orientamenti generali già indicati da ultimo con deliberazione del 24 luglio 2003 circa i “rapporti fra segreto di indagine e poteri dell’Ispettorato”. Tali indicazioni sono d’altronde ben chiare a chi svolge attività ispettiva per conto del Ministero della Giustizia e a chi dirige la Procura di Trani, che le ha infatti in questi giorni pubblicamente richiamate.

Come recita lo stesso regolamento del CSM, quest’ultimo può prendere in esame “le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall’Ispettorato generale presso il Ministero della Giustizia”, e non pronunciarsi preventivamente sullo svolgimento di dette inchieste. Così come queste non possono interferire nell’attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell’ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti. Vanno in sostanza rispettate - in tutti i casi, compreso quello oggi all’attenzione dell’opinione pubblica - l’autonomia delle indagini e l’autonomia degli interventi ispettivi disposti dal Ministro della Giustizia nei limiti dei suoi poteri.

E’ altamente auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti, sul piano istituzionale. Roma 17 marzo 2010».



Ci permettiamo soltanto due rispettosissime obiezioni:

1) Il CSM non deve solo richiamare gli orientamenti già espressi nel 2003, ma può e deve segnalare al ministro che, successivamente, per volontà del suo stesso schieramento politico che lo aveva originariamente concepito, è entrato in vigore l’art. 14 del D.Lgs. n. 109 del 2006 il cui secondo comma prevede che il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere, entro un anno dalla notizia del fatto, l’azione disciplinare mediante richiesta di indagini al Procuratore generale presso la Corte di cassazione.

2) “Le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall’Ispettorato generale presso il Ministero della Giustizia”, sono solo quelle periodiche previste dall’art. 12 della legge n. 1311 del 1962, non certo quelle “mirate”, ormai fuori legge in quanto le indagini su un magistrato sono riservate esclusivamente al PG.

Questo blog si era occupato di queste tematiche alcuni anni fa (l'articolo è a questo link), quando le ispezioni erano già di moda eppure non interessavano a nessuno, neppure all’ANM, sebbene già allora i magistrati venissero forzatamente sottratti alle loro funzioni a causa delle inchieste svolte.




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martedì 16 marzo 2010

Se questo è un ministro



di Bruno Tinti
(ex Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino)





da Il Fatto Quotidiano del 16 marzo 2010


Un ministro della Giustizia “normale” avrebbe atteso gli sviluppi dell’indagine su B&C e poi si sarebbe posto il problema se, nella Procura di Trani, “i servizi procedevano secondo le leggi, i regolamenti e le istruzioni vigenti” (Legge sulle ispezioni, 1311/1962); poi, magari, avrebbe disposto un’ispezione.

Un ministro della Giustizia furbo avrebbe detto: la Procura di Trani versa in condizioni disastrate; mando gli ispettori a vedere cosa si può fare. Poi da cosa nasce cosa …

Un ministro della Giustizia che ha concepito il Lodo omonimo e che si è dimostrato entusiasta delle leggi sul processo morto e sul legittimo impedimento avrebbe detto esattamente quello che ha detto Alfano: “L’inchiesta di Trani, il cui contenuto non conosco nel merito, evidenzia almeno tre gravissime patologie che sono chiare anche allo studente che affronta all’università l’esame di Procedura penale. E cioè: un problema gravissimo di competenza territoriale, un secondo problema di abuso delle intercettazioni, e un terzo che riguarda la rivelazione del segreto d’ufficio”.

Come tutti sanno, a Trani sono stati inviati gli ispettori.

Il problema è che questo studente universitario avrebbe potuto spiegare al ministro quanto segue.

Le ispezioni ministeriali sono regolamentate dalla legge 1311/62 che (art. 7) le prevede al fine di accertare la regolarità dei “servizi”, cioè l’organizzazione degli uffici giudiziari e l’adeguatezza delle risorse materiali e umane.

Sicché, a norma di legge, l’attività giurisdizionale non c’entra proprio nulla con le ispezioni che hanno natura amministrativa.

Per esempio, se un magistrato decide di incriminare B&C, questi sono affari del Tribunale della Libertà, del gip, del Tribunale, della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione che, tutti nell’ordine e per quanto di loro competenza, stabiliranno con ordinanze e sentenze se chi indaga è competente a farlo e se ci sono prove valide (il che significa anche acquisite legittimamente) a sostegno dell’ipotesi di accusa.

Non è il ministro della Giustizia, nemmeno se si chiama Alfano, che può stabilire chi sia la procura territorialmente competente e se intercettazioni telefoniche (o qualsiasi altro mezzo di ricerca della prova) siano state disposte legittimamente.

Quanto alla fuga di notizie, non è il ministro della Giustizia che può svolgere indagini circa la sussistenza di un reato: questo è compito della Procura della Repubblica.

Insomma il ministro Alfano ha inviato a Trani gli ispettori per fare cose che, secondo legge, non possono fare, e dunque ha disposto un’ispezione illegittima.

Questo, in effetti, glielo avrebbe potuto dire uno studente universitario. Ma c’è di peggio.

Supponiamo che il ministro Alfano (che quando si tratta di B&C ha le idee chiarissime pur senza “conoscere nel merito” nulla dell’indagine) abbia informazioni tali da renderlo certo che ci sono state le patologie di cui si è affrettato a parlare; e supponiamo (ma non è vero) che queste patologie rendano opportuno un procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati di Trani.

Perché parlo di procedimento disciplinare e non d’ispezione? Perché (questo lo studente universitario probabilmente non lo sa ma Alfano certamente sì), nel 2006 c’è stato il Decreto legislativo n. 109 che, all’art. 14 comma 2, prevede che il ministro della Giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare mediante richiesta d’indagini al procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

Il che vuol dire che, se il ministro della Giustizia ritiene che sussistano illeciti disciplinari (le gravi patologie da lui date per certe senza conoscere niente dell’indagine) l’unica cosa che può fare è dirlo al suddetto pg che svolgerà le indagini necessarie.

Insomma, il ministro non può, proprio non può, mandare gli ispettori a fare indagini sulle “gravi patologie” così evidenti da essere percepibili dal famoso studente: se sono così evidenti se ne occupi, come previsto dalla legge, il pg presso la Cassazione; lui, il ministro, può solo segnalare la cosa.

Allora, perché Alfano ha subito suonato la grancassa e inviato gli ispettori?

Perché così ha avvalorato la consueta autocertificazione d’innocenza di B&C, corredata dalle consuete calunnie nei confronti di chi ha osato indagare su di loro. B&C non hanno mai commesso alcun reato; la loro incriminazione è frutto di evidenti patologie; il vigile ministro le accerterà (anche se, a termini di legge non può farlo) rendendo così chiaro al popolo tutto come la specchiata virtù di B&C sia stata oggetto di un vile complotto.

Il problema è che a questo stravolgimento della legge ha molto contribuito il Consiglio superiore della magistratura.

Per molto tempo il Csm ha ritenuto che le decisioni giurisdizionali non potevano essere censurate disciplinarmente.

Un pm incrimina taluno per concussione; il Tribunale decide che si tratta di abuso di ufficio; le intercettazioni potevano essere disposte per la concussione ma non per l’abuso; non si poteva arrestare nessuno; alla fine l’imputato è condannato a una pena lieve o addirittura assolto.

E allora? Che c’entra il procedimento disciplinare? Queste cose riguardano Tribunale, Appello e Cassazione; non il Csm.

Nessuno ne ha mai dubitato.

Fino a qualche tempo fa.

Per esempio, quando la Procura di Salerno ha emesso un decreto di sequestro nei confronti della Procura di Catanzaro.

In questo caso il Csm è intervenuto disciplinarmente e ha affermato un principio gravissimo: il Csm può stabilire che un provvedimento giurisdizionale non serve allo scopo per il quale è stato emesso (acquisire la documentazione che la Procura di Catanzaro si rifiutava di consegnare) ma ad altro; nel caso di specie a finalità addirittura illecite: appropriarsi dell’indagine che quella procura stava facendo su De Magistris.

Poi il Tribunale della Libertà ha detto che si trattava di un provvedimento pienamente legittimo; ma ormai i magistrati di Salerno erano stati trasferiti.

Il famoso studente universitario non avrebbe difficoltà a rendersi conto che un tal modo di procedere(a questo punto comune a Csm e ministro) mette a rischio l’indipendenza e l’autonomia del magistrato.

Se un provvedimento giurisdizionale può essere valutato disciplinarmente, nessuna sentenza sarà più al sicuro: per intenderci, si potrà stabilire che il giudice Mesiano non ha emesso una sentenza che dava torto a Mediaset perché così (a torto o a ragione, lo stabiliranno Appello e Cassazione) ha ritenuto giusto; ma perché fa parte del complotto pluto-comunista-giustizialista ai danni di B&C.

Così, come al solito, è inutile prendersela con B&C (in questo caso con Alfano): fanno quello che ci si aspetta da loro.

Il vero problema sono quelli che non capiscono, non prevedono, non prevengono.

Se oggi tanti credono alla favola della magistratura politicizzata, delle indagini e sentenze complotto, della necessaria immunità politica, un po’ (tanta) responsabilità ce l’ha il Csm




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domenica 14 marzo 2010

Anche un membro del C.S.M. (magistrato) nello scandalo Berlusconi, Rai, Agcom




di Marco Lillo e Peter Gomez
(Giornalisti)



da Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2010


Non c’è solo l’Agcom nella squadretta di manganellatori messa in piedi sotto il comando di Silvio Berlusconi per azzittire gli show politici sulla Rai.A Il Fatto Quotidiano risulta che numerose intercettazioni trascritte dalla Guardia di Finanza riguardano la Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi.

In particolare un ruolo chiave nella “strategia” messa in piedi da Silvio Berlusconi per arrivare allo stop di Michele Santoro (una vera ossessione per il Cavaliere) lo riveste Giorgio Lainati, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione.

Questo ex giornalista Mediaset promosso dal padrone deputato nel 2001 è sempre stato un bulldog degli interessi del Cavaliere nel Parlamento. Quando il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi (il coach della squadretta del presidente) deve riunire tutti i fedelissimi insediati nei gangli dell’informazione, è proprio Lainati il primo della lista.

Innocenzi entra in fibrillazione alla fine di novembre quando si scopre che Santoro, dopo la puntata con Patrizia D’Addario, dopo la trasmissione incentrata sul sottosegretario Nicola Cosentino e la camorra, ora sta preparando un focus sul caso Berlusconi-Mills.

Più che il commissario dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, sembra il commissario tecnico della squadretta del suo padrone e dirama le convocazioni per un incontro urgente.

Il presidente del Consiglio gli ha dato un incarico preciso: “Elaborare la strategia per arrivare alla chiusura di Annozero ma anche di Ballarò’e magari di Parla con me”.

Innocenzi chiama subito la sua sporca mezza dozzina per organizzare un incontro.

Da vero pasdaran della causa che arriva a dire: “Per me conta solo una persona”, cioè l’amato Berlusconi (da lui definito indifferentemente “Capo” o “Padrone”) si lancia ventre a terra a caricare “gli uomini del presidente”.

All’appello dei fedelissimi registrato dagli investigatori i convocati sono il direttore generale della Rai, Mauro Masi; il consigliere di amministrazione dell’azienda pubblica , Alessio Gorla e - difficile anche solo a immaginarsi - un magistrato importante: Cosimo Ferri.

Proprio lui il potente presidente della settima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, quella che stabilisce gli incarichi direttivi.

Innocenzi lo convoca ogni volta che c’è da prendere una decisione importante.

Per esempio, prima di preparare le due lettere che dovevano essere inviate dall’Agcom e dal direttore generale della Rai Mauro Masi per soffocare in una tenaglia Annozero, Innocenzi chiede al consigliere della Rai Alessio Gorla (che subito le fornisce in via riservata) le carte che servono a Cosimo Ferri.

Nei fedeli resoconti al premier delle sue attività, Innocenzi cita sempre Cosimo Ferri come uno degli uomini che stavano dando una mano per supportare con adeguate motivazioni legali la strategia per colpire i nemici mediatici del Cavaliere.

Innocenzi riferisce a Lainati tutte le sue mosse. Gli racconta di avere chiamato il direttore generale della Rai Mauro Masi, il consigliere di amministrazione della concessionaria pubblica, Alessio Gorla e di avere comunicato a tutti l’obiettivo: “Bisogna trovare una soluzione per evitare che Santoro faccia il processo Mills”.

Nelle telefonate è citato spesso ma non appare mai il presidente dell’Agcom.

Mentre il suo braccio destro, Roberto Viola, è in contatto continuo con Innocenzi e funge da pontiere tra i due.

Comunque a giudicare dai risultati, tra tutti proprio Giorgio Lainati, si rivelerà il giocatore decisivo della partita.

Alla fine, dopo mille fallimenti e mille lavate di capo del capo ai suoi “killer” pasticcioni e incapaci è stata proprio la commissione di vigilanza a regalare l’assist vincente che ha permesso all’Agcom di segnare il goal.

Il provvedimento firmato dall’Autorità (e annullato dal Tar due giorni fa) che è riuscito a ottenere l’oscuramento di Annozero, Ballarò e delle altre trasmissioni politiche durante la campagna elettorale delle regionali, infatti, è stata l’attuazione di un regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza il 10 febbraio scorso.

Quel regolamento, è stato censurato implicitamente dai giudici amministrativi che non potevano certo annullarlo senza scatenare un conflitto tra potere giudiziario e legislativo.

Ma nella motivazione dell’annullamento dell’atto dell’Agcom è evidente la censura per un regolamento parlamentare che impone di applicare a tutte le trasmissioni preelettorali le severe regole delle tribune.

Non c’è dubbio che il protagonista di quella partita, l’uomo che ha promosso e difeso contro ogni critica il regolamento che imbavaglia gli show politici pubblici lasciando campo libero a quelli privati del suo ex datore di lavoro, è proprio Lainati.

Quando Innocenzi lo chiama dopo l’ennesima trasmissione di Michele Santoro indigesta al Capo, il vicepresidente della commissione parlamentare che dovrebbe garantire l’informazione corretta a tutti i cittadini risponde: “Io faccio il soldato, voi ditemi quello che devo fare e io lo faccio”.

Lainati è il pasdaran della squadretta e morde il freno quando lo chiamano per la battaglia.

È infuriato anche con il Cavaliere che continua a scegliere uomini troppo mosci, come Fabrizio Del Noce o Mauro Masi, che lui chiama Alice nel paese delle meraviglie.

È colpa del presidente del Consiglio che li ha messi in quei posti se la meta non arriva.

E Santoro riesce ad andare in onda.

Dopo la puntata di Annozero sul caso Mills è lui stesso a proporre a Innocenzi: “Facciamo un esposto e vediamo cosa riuscite a farci poi voi dell’Agcom”.

I due organizzano subito un incontro con i parlamentari del centrodestra più vicini.

L’ex sottosegretario alla Giustizia Iole Santelli, oggi membro della commissione di Vigilanza anche lei, risponde alle convocazioni e alle telefonate prontamente.

Ma anche il presidente della commissione parlamentare, Alessio Butti, e il leghista Davide Caparini, a sentire Innocenzi e Lainati, sono d’accordo.

Chissà se è tutto vero quello che dicono al telefono, una cosa è certa, alla fine la commissione di Vigilanza riuscirà nel suo obiettivo



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Dalla Redazione di Uguale per Tutti:
In relazione alla gravità dei fatti riferiti in questo e altri articoli di stampa riportati sul nostro blog, precisiamo che riportiamo questi articoli perché sono notizie di stampa - e dunque già di dominio pubblico - relative a fatti di interesse per chi si occupa di amministrazione della giustizia. Non abbiamo alcun elemento per stabilire se ciò che riferiscono i giornali sia vero o no e in che termini. Riteniamo indispensabile che sulle notizie in questione ci sia il più ampio dibattito.



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“Tv oscena, ho chiamato Calabrò non voglio più vedere Di Pietro”





di Franco Viviano e Giuliano Foschini
(Giornalisti)





da Repubblica.it del 14 marzo 2010


Trani - E’ il 12 novembre del 2009. Su Rai 2 è in onda Annozero, si parla del caso del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto.

Silvio Berlusconi prende il telefono e chiama il commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi: “Ma la stai guardando la trasmissione? - gli dice - È una cosa oscena! Adesso bisogna concertare una vostra azione che sia di stimolo alla Rai per dire: adesso basta, chiudiamo tutto!”.

Il presidente chiude. Poi richiama: “Non si può vedere Di Pietro che fa quella faccia in televisione!” commenta, riferendosi al leader dell’Italia dei Valori ospite di Michele Santoro insieme con il vicepresidente della commissione Antimafia Fabio Granata (Pdl), il direttore di Libero Maurizio Belpietro e il giudice Piercamillo Davigo.

Due giorni dopo Berlusconi richiama Innocenzi.

Quattordici novembre, ore 14,34: “L’altra sera nel corso di Anno Zero ho fatto una telefonata indignata al presidente dell’Authorithy” confessa il premier. Annota la Guardia di Finanza: “Il riferimento è a Corrado Calabrò”. Finanza che ricostruisce anche come Berlusconi non volesse chiudere soltanto Annozero ma anche Ballarò, la trasmissione condotta Giovanni Floris.

Queste conversazioni sono state depositate nei giorni scorsi dalla guardia di Finanza negli uffici della procura di Trani. Dove, partendo da un’indagine per usura sulle carte di credito dell’American Express (la società smentisce di aver fatto mai pressioni sugli organi di informazione come ipotizza la Procura), si è arrivati a intercettare il commissario dell’Agcom e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. E indirettamente anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Dall’ascolto delle conversazioni sono emerse le pressioni del premier per chiudere i programmi televisivi a lui non graditi.

Un atteggiamento dietro il quale - sostiene la Procura - si leggerebbe il reato di concussione per il quale tutti e tre i protagonisti della vicenda sarebbero stati indagati.

Ieri l’Ansa, citando fonti giudiziarie, ha però smentito che Minzolini sia indagato.

Dalla Procura non è arrivata alcuna dichiarazione ufficiale e, anzi, per tutto il resto della giornata fonti assai accreditate hanno confermato l’iscrizione del direttore del Tg1, di Berlusconi e di Innocenzi.

Il giallo sarà svelato ufficialmente soltanto la prossima settimana quando - assicurano gli investigatori - verranno depositati i primi atti. E fatte le prime comunicazioni agli indagati.

Tra le persone intercettate dalla procura di Trani ci sono anche una ventina di politici, tra parlamentari e ministri. Anche in questo caso si tratta di intercettazioni indirette: sono state cioè registrate telefonate dei deputati con alcuni degli indagati.

Tra le persone ascoltate c’è il senatore Marcello Dell’Utri, i ministri Giulio Tremonti, Bobo Maroni e Sandro Bondi, i sottosegretari Paolo Bonaiuti, Enrico Letta e Rocco Crimi. Le intercettazioni verranno però distrutte perché non penalmente rilevanti.

Tutte da valutare, invece, le pressioni - delle quali parla il Fatto - che Berlusconi avrebbe fatto su un componente del Csm.

Da domani partirà invece una seconda fase dell’indagine di Trani nella quale gli investigatori proveranno a trovare riscontri a quanto ascoltato nelle intercettazioni telefoniche.

Martedì verrà ascoltato come persona informata sui fatti, Michele Santoro: il giornalista consegnerà nelle mani del magistrato una lettera datata 21 settembre 2009, al centro di alcune intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e Innocenzi.

La lettera - sollecitata dal premier - è scritta da Masi, non controfirmata da Calabrò, e serviva a diffidare Santoro a mandare in onda la ricostruzione in tv del processo Mills: la Rai, altrimenti, non avrebbe rischiato una multa pari al 3 per cento del suo fatturato, che è di 90 milioni di euro. Non sarebbe l’unica pressione che Santoro avrebbe subito.

Il conduttore di Annozero (la redazione è pronta a costituirsi parte lesa nel procedimento) consegnerà un dossier ai magistrati che proverebbe altre intimidazioni, come quelle ricevute prima della puntata su Marcello Dell’Utri o Gianpaolo Tarantini.

Quello di Santoro potrebbe non essere l’unico interrogatorio la prossima settimana.

Da ieri il procuratore capo di Trani, Carlo Maria Capristo, ha deciso di affiancare al pm Michele Ruggiero tre altri sostituti: Michele Buquicchio, Ettore Cardinali e Marco D’Agostino. Il pool avrà il compito di stringere i tempi e produrre atti nel più breve tempo possibile. Tra gli elementi da vagliare collegialmente, la possibile richiesta di interdizione per Innocenzi che Ruggiero aveva già preparato e che dovrà essere valutata dal gip, Roberto Oliveri del Castillo.


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Dalla Redazione di Uguale per Tutti:
In relazione alla gravità dei fatti riferiti in questo e altri articoli di stampa riportati sul nostro blog, precisiamo che riportiamo questi articoli perché sono notizie di stampa - e dunque già di dominio pubblico - relative a fatti di interesse per chi si occupa di amministrazione della giustizia. Non abbiamo alcun elemento per stabilire se ciò che riferiscono i giornali sia vero o no e in che termini. Riteniamo indispensabile che sulle notizie in questione ci sia il più ampio dibattito.





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venerdì 12 marzo 2010

Lo scandalo Berlusconi, Minzolini, Innocenzi



di Antonio Massari
(Giornalista)




da Il Fatto Quotidiano del 12 marzo 2010


Un membro dell’Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro.

Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d’aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati.

E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni.

E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati.

Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un’inchiesta partita da lontano. L’indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express.

È stata una “banale” inchiesta sui tassi d’usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l’Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l’ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d’interessi.

E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un’altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all’interno dell’Agcom, che è Garante anche per i consumatori.

Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull’argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini.

Le telefonate s’intrecciano. I sospetti crescono. L’inchiesta fa un salto.

E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull’Agcom e sulla Rai.

Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1.

La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull’Agcom.

Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più.

Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi.

E l’Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura.

E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti.

E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l’Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l’esposto contro Santoro.

Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all’avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari.

La catena si rovescia: un membro dell’Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico).

In qualche caso si cerca persino di compulsare, perché presenti un esposto, un generale dei Carabinieri.

L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione.

Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari.

Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l’hanno attaccato.

Chiede se - e come - l’Agcom possa intervenire.

Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l’intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell’Agcom e il suo ruolo di capo del Governo.

Pare che l’Autorità garante debba agire a sua personale garanzia.

Gli sfugge anche che, l’Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima.

E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier.

La prima: quella sul processo all’avvocato inglese Mills, all’epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia.

Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi.

Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv.

Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe.

Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione.

A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell’Utri.

Tutt’altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo.

Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi.

E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”.

Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudiziario.

Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento.

È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime.

Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri.

Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro.

Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano.

È soltanto un’impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell’Agcom, ma su azione della Rai.

Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell’intero ultimo mese di campagna elettorale.

E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un’indagine.

La notizia più interessante, però, è un’altra: il “regime” è stato trascritto.

In migliaia di pagine.

Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche.

Parla le parole del “presidente”.

Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d’interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d’indagine - è oggi un fatto “provato”.

Non è più discutibile.



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A questo link, il video di un interessantissimo dibattito tenutosi nella sede de Il Fatto Quotidiano.






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