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mercoledì 19 agosto 2026

Ranucci, politica e inchiesta: il confine da non oltrepassare.


 

di Nicola Saracino - Magistrato 

Se fosse vero che Sigfrido Ranucci coltivava ambizioni politiche, il problema non sarebbe secondario. Un giornalista d’inchiesta non può permettersi di assomigliare troppo a un attore della contesa politica, perché il suo mestiere vive di una distanza netta dai fatti e dalle persone che indaga. 

Il punto è questo: il giornalismo investigativo gode di una libertà più ampia, ma proprio per questo richiede una responsabilità più alta. La giurisprudenza tutela l’inchiesta, riconoscendole margini più elastici rispetto al giornalismo di pura cronaca, ma non per questo allenta i doveri di verità, pertinenza, continenza e corretto uso delle fonti. 

Chi fa inchiesta, insomma, non può trasformare il proprio lavoro in una piattaforma di consenso. Perché quando il sospetto comincia a sovrapporsi all’interesse politico, l’oggetto dell’indagine rischia di diventare strumento di posizionamento personale, e non più esercizio indipendente di informazione. 

Il paragone con un pubblico ministero è forte, ma coglie il punto: nessuno accetterebbe che un magistrato usi il proprio ruolo per preparare il terreno contro futuri avversari. Allo stesso modo, il giornalista che indaga sul potere deve restare esterno al gioco del potere, altrimenti perde la credibilità che gli consente di esercitare la sua funzione. 

Il ragionamento vale in generale, ma diventa ancora più stringente quando l’inchiesta si svolge nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo. La Rai, in quanto ente finanziato con risorse pubbliche, ha un dovere di neutralità e di equilibrio che non ammette ambiguità: chi conduce programmi di inchiesta su un canale pubblico non può essere percepito come un attore politico in formazione, perché così facendo comprometterebbe la fiducia del pubblico nell’intero servizio.  

Un ulteriore elemento di riflessione emerge dalla recente vicenda che ha visto Ranucci paventare la querela contro la magistrata Clementina Forleo, dopo un post su Facebook in cui lei si chiedeva chi stesse “ricattando” il conduttore e perché minacciasse di rendere note le sue chat “con tutti”. Al di là dei toni, colpisce che un giornalista d’inchiesta ricorra con una certa facilità alla querela, uno strumento dal quale, di solito, i giornalisti sono costretti a difendersi, non a servirsi.

Il fenomeno delle querele contro i giornalisti è infatti ampiamente discusso in Italia e in Europa, dove si parla sempre più spesso di azioni temerarie (le cosiddette SLAPP) usate per intimidire e silenziare l’informazione critica. Che un giornalista di inchiesta, peraltro al centro di un caso delicato, scelga la strada della querela penale contro una magistrata che solleva dubbi pubblici appare in controtendenza rispetto a questa dinamica: il giornalista d’inchiesta è tradizionalmente colui che subisce querele, non colui che le promuove.

In più, la querela di un soggetto osannato dalla magistratura è particolarmente temibile. Quando chi indaga sul potere gode di un rapporto privilegiato con l’apparato giudiziario, la minaccia di un’azione penale assume un peso specifico maggiore: non è solo una reazione legale, ma un segnale, pubblicamente ostentato,  che può essere letto come un monito a chiunque osi mettere in discussione la sua posizione. Insomma, il protagonista sembra in questo caso rivendicare, per sé, la totale esenzione dalla critica pubblica: su di lui non si può sospettare né fare "inchiesta", paradosso dei paradossi.   

E', questa, la concretizzazione del rischio: la pericolosa standing ovation pubblica dei magistrati italiani a Sigfrido Ranucci (sostenitore del No al referendum) paga un prezzo in termini di credibilità della stessa magistratura, proprio in questi frangenti.    

Nel caso Ranucci, peraltro, le ricostruzioni giornalistiche riportano retroscena e ipotesi, ma il diretto interessato ha negato in modo reiterato qualsiasi progetto politico . È quindi opportuno distinguere tra la discussione di principio e la persona: il punto serio non è stabilire un’etichetta, ma ricordare che l’inchiesta non tollera commistioni con la militanza, tanto più se condotta in un contesto di servizio pubblico.  

In fondo, è proprio qui la regola non scritta del mestiere: più ampia è la libertà di andare a scavare, più severo deve essere il dovere di restare credibili. E la credibilità, nel giornalismo d’inchiesta, si perde soprattutto quando il lettore comincia a chiedersi se chi indaga stia cercando la verità o un posto nel gioco politico. 



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mercoledì 18 febbraio 2026

Csm: Mirenda, ognuno ha votato il ‘suo’, logiche di mesta sodalità.




“Le proposte contrapposte di oggi dimostrano bene quanto sia stato accolto l’invito del capo dello Stato ad un contegno trasparente dell’organo consiliare. In breve, ognuno, come spesso accade nelle delibere di peso, ha votato il ‘suo’, secondo logiche di mesta sodalità. A pagarne le conseguenze, tra gli altri, oggi è la Scuola superiore della magistratura, dilaniata da contese interne a fini di egemonia. In ballo il potere di condizionamento dei giovani magistrati…”. 

A cosa si riferisce il consigliere Andrea Mirenda, l’unico a non essere stato mandato al CSM da una corrente? 

Oggi si è tenuto il cd plenum del CSM, vale a dire la riunione plenaria nella quale si  licenziano formalmente le decisioni di quell’organo, per lo più nomine a questo e quell’altro incarico.  

Quando la votazione non avviene all’unanimità si disvela cos’è il “correntismo”. 

Se, cioè, le correnti non trovano la “quadra” preventiva sulla distribuzione dei posti, si va allo scontro del voto in plenum. 

Tutto normale, si potrebbe pensare. 

E infatti sarebbe tutto normale se i consiglieri si dividessero solo per diversità di valutazione.

La divisione, pressoché sempre, avviene invece per gruppi correntizi: tutti quelli di una corrente votano per un candidato e quelli dell’altra corrente per l’antagonista.  

Se capitasse in qualsiasi altra commissione di natura tecnica (e non politica) si griderebbe allo scandalo. 

Qui è spartizione correntocratica, oggi avvenuta sotto gli occhi del Presidente della Repubblica che quel plenum lo ha presieduto, senza colpe e senza avere strumenti per arginare questo pernicioso fenomeno.  

Il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica emergono  come elementi centrali ma problematici all'interno del sistema di governo della magistratura. Di seguito i punti principali che delineano la sua rilevanza.

Secondo l'articolo 104 della Costituzione, il Consiglio Superiore della Magistratura è presieduto di diritto dal Presidente della Repubblica. Questa scelta del Costituente mirava a mantenere l'organo al riparo dai rischi di politicizzazione, ponendovi a capo una figura che, per "antonomasia costituzionale", deve essere neutrale e super partes.

Ma è, alla luce dell’involuzione patita dal CSM, una "posizione scomoda" proprio a causa della natura ormai marcatamente politica che il CSM ha assunto a causa del "correntismo". Esiste un forte contrasto tra la rivendicata politicità delle correnti all'interno del CSM e la necessaria neutralità del suo Presidente.

La presenza del Presidente della Repubblica è vista come la conferma della volontà di proteggere l'indipendenza e l'imparzialità della giurisdizione da influenze esterne ed interne. Ciononostante, il fatto che si trovi a capo di un consesso diviso in "gruppi" o "cartelli" elettorali mette in discussione l'efficacia di tale protezione nel sistema attuale.

In sintesi, il Presidente della Repubblica rileva come *garante ultimo della neutralità*, ma la sua funzione è messa a dura prova da un sistema in cui il CSM opera spesso secondo logiche politiche e associative che deviano dal disegno costituzionale originario.

Proprio queste sono le origini nobili della proposta del sorteggio  che, nel recente passato, persino i più agitati sostenitori del “No” al referendum avevano fatto propria, anche per tutelare la figura del Capo dello Stato che non deve essere trascinato nella contesa politica ove, del tutto inopportunamente, anche il CSM è finito. 



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martedì 17 febbraio 2026

Il Sistema alle urne.



Le polemiche di questi giorni per via delle parole (altrui) usate dal Ministro Nordio trascurano che proprio in quei concetti (clientelismo, settarismo, modestia etica) trova origine la legge di revisione costituzionale, almeno quanto ai  temi del sorteggio e dell'alta Corte disciplinare.

Una genesi durata anni, nei quali il Sistema non ha dato cenno di volersi emendare. 

Le correnti continuano ad occupare l'Istituzione CSM impunemente, travalicando il legittimo esercizio della libertà di associazione. 

Una bufala eversiva quella che assimila le Correnti ai Partiti politici: il Parlamento le fa le leggi, il CSM deve osservarle e produce provvedimenti amministrativi.

Le correnti, come libere associazioni, non sono in pericolo: smetteranno solo di comandare i magistrati, soggetti soltanto alla legge. 

Si dimentica il motivo della riforma e si denunciano le sue cattive intenzioni, uno stratagemma ingannatorio.

Qui di seguito un parziale elenco degli articoli di questo Blog,  sempre col fiato sul collo del  Sistema.

La scelta alla quale i cittadini sono chiamati è tra la conferma del Sistema e la sua correzione.            
   


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giovedì 12 febbraio 2026

Il querelante intemerato.


Il dott. Nicola Gratteri ha anticipato di voler querelare quanti gli attribuiscano di essere stato in passato a favore del sorteggio. 

Dai video e dai documenti reperibili in rete  si capisce chiaramente che il procuratore era, nel recente passato, ben consapevole dei guasti del correntismo e quindi favorevole al sorteggio che, dice oggi,  deve accomunare anche la quota di consiglieri di derivazione politica.
* La pagina in foto è tratta dal libro di Riccardo Iacona e Alfredo Robledo dal titolo Palazzo d'ingiustizia, Marsilio Editore 


E' contrario, invece, al sorteggio oggetto dei quesiti referendari perché "secco" per i togati ed a maglie indefinite per i laici.

Possiamo dire che il dott. Gratteri è ancora consapevole che il sistema attuale favorisce il male del correntismo che con il no resterà tale e quale? 


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venerdì 23 gennaio 2026

Per partito preso



Il correntismo nel referendum sulla riforma della magistratura.
Nel contesto del referendum che verte sulla riforma della magistratura, il fenomeno del “correntismo” emerge come uno degli aspetti più discussi e controversi. La contrapposizione tra sostenitori e oppositori della riforma offre l’occasione per analizzare il funzionamento di questo sistema, spesso indicato come elemento da eliminare.

Libertà di giudizio e legittimità della scelta.
Ognuno dovrebbe essere libero di formarsi una propria opinione riguardo al valore delle modifiche costituzionali proposte, modifiche che incidono sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, sulla composizione dei due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) tramite sorteggio per la quota dei magistrati, e sull’istituzione di un giudice disciplinare separato dal CSM. I cittadini, chiamati a esprimere il proprio voto, esercitano una scelta che rimane legittima indipendentemente dal prevalere del “sì” o del “no”.


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mercoledì 9 marzo 2022

Mezze sentenze.


di Nicola Saracino - Magistrato 

E’ dunque giunta all’epilogo la vicenda disciplinare che ha riguardato il dott. Giorgianni al quale si addebitava di aver pronunciato, in pubblica piazza, quanto segue: 

«Popolo italiano! Il green pass è abrogato. Oggi il popolo sovrano ha dato il preavviso di sfratto a coloro che occupano abusivamente i palazzi del potere. Oggi il popolo sovrano reclama giustizia per i morti che hanno causato, per le privazioni, per i nostri figli e per la sofferenza. E noi per loro vogliamo un processo, una nuova Norimberga. E allora qua davanti a voi voglio dire, da magistrato: sono venuto a onorare il popolo sovrano, il popolo di Roma! E a coloro che dicono che la mia posizione è incompatibile con il popolo, dico: io tra voi e il popolo scelgo il popolo sovrano e lascio la toga, lascio la toga. Roma, vi amo!».


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domenica 13 febbraio 2022

Tutela delle minoranze?



di Nicola Saracino - Magistrato 

Non appaia singolare che il dibattito sulle riforme ordinamentali che riguardano la magistratura prenda vita subito dopo il licenziamento, all’unanimità, del disegno di legge  delega del Governo. 

A rigor di logica si sarebbe potuto pensare che l’unica forza politica interessata a controbattere sarebbe stata quella oggi  isolata all’opposizione. 

E invece della riforma, soprattutto di quella del sistema elettorale del CSM, ne parlano un po’ tutti. 


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sabato 12 febbraio 2022

Poteva ...



Torna d'attualità il contributo di un collega che dal "sistema" era stato fiaccato al punto da anticipare la sua uscita dall'ordine giudiziario. 

"La prepotenza" era il titolo dato dalla Redazione a quel testo. 


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venerdì 11 febbraio 2022

Inconcludenti



Se c’è una cosa peggiore dell’immobilismo è far finta di cambiare. 

E la riforma dell’ordinamento giudiziario proposta dal Governo è una messa in scena.

Per giunta grottesca, perché smentisce tutti i propositi che ne sono alla base. 

Quali erano i temi nevralgici da affrontare?


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giovedì 10 febbraio 2022

Carta c’è, Carta non c’è …



di Nicola Saracino - Magistrato 

Il sorteggio, sebbene “temperato”, è incostituzionale.

Lo è perché l’art. 104 della Costituzione dice che i componenti togati del CSM sono “eletti” dai magistrati. 

Nella testa di chi pensa queste cose,  se uno vota ci deve per forza essere uno che quel voto glielo chieda. 


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lunedì 7 febbraio 2022

Maggioritario, con doppio correttivo proporzionale su base uninominale: e il Sistema si sbellica dalle risate ...




Si sta elaborando la riforma del sistema elettorale del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, al dichiarato fine di arginare la degenerazione del "correntismo", quel fenomeno deleterio che colorando politicamente l'organo che amministra i magistrati determina scelte faziose ed illegittime, perché basate sull'appartenenza ad uno dei partitini politici "fatti in casa" dai magistrati.

Lo diciamo con parole loro, dei Capi dello Stato.        

La riforma qui da sempre suggerita, quella di estrarre a sorte i candidabili, così evitando la deriva politica assunta dalla giurisdizione, viene guardata con sospetto da chi ne teme l'incostituzionalità.   


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giovedì 3 febbraio 2022

Superare le logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all'ordine giudiziario.



Come non riconoscersi in parole come queste, che predichiamo ormai da più di tre lustri su questo blog?

Sono del Presidente della Repubblica, le ha pronunciate oggi dinanzi al Parlamento in seduta comune che le ha ascoltate ed applaudite. 

E allora sia permessa una considerazione.

Superare le logiche, con logica però. 


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martedì 16 marzo 2021

Un uomo vivo è morto

Ci ha lasciato Bruno Tinti. 

Un collega, un amico, una firma di questo blog che ha contribuito a lanciare nei suoi primi anni di vita. 

E’ stato il primo sostenitore dell’idea del sorteggio, tra i pochi a non aver bisogno del trojan per capire come funzionasse "il sistema". 

E l’ha sostenuta, da magistrato in servizio, con una intelligenza ed un coraggio esemplari, quando il sistema ancora contava sull’assenza delle “prove” della sua compromissione. Non ha temuto ritorsioni. 

Ci piace ricordarlo con uno dei suoi pezzi, dell'anno 2009, che dimostra quanto egli sarà, coi suoi ideali, sempre presente in questo luogo. 

La Redazione, al completo. 



  di Bruno Tinti (ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino) 

I magistrati che compongono il Consiglio superiore della magistratura saranno estratti a sorte. Lo propone il sottosegretario Caliendo: si debbono sorteggiare 100 magistrati; tra questi se ne eleggeranno 16. 
Così s’impedirà alle correnti di impadronirsi del Csm. 
Si tratta dell’ennesimo tentativo di controllare i giudici? O è una proposta seria? 

Dice la Costituzione (art. 105) che al Csm competono assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari. 

Perché i magistrati sono (art. 104) autonomi e indipendenti «da ogni altro potere»; e, per garantire questa indipendenza, essi sono inamovibili (art. 107): solo il Csm può rimuoverli, sospenderli, trasferirli (per ragioni disciplinari o di carriera). 

E siccome il Csm è composto per due terzi da magistrati, l’altro terzo è di nomina politica, l’indipendenza della magistratura è stata assicurata. 

C’è un problema: il sindacato dei giudici (Anm) è diviso in «correnti». Sono 4: Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente, Movimento, Unità per la Costituzione. 
Associazioni nate per affinità culturali, per la verità più apparenti che reali: tutte concordi sulla necessità di difendere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, spesso in polemica su questioni marginali. Il loro sostanziale accordo è provato dal fatto che, nelle periodiche elezioni per gli organi direttivi dell’Anm, ogni corrente fa propaganda per sé, in polemica con le altre. 

Poi però si mettono d’accordo per mandarci componenti in numero eguale per ognuna. 

Un po’ come se Berlusconi, vinte le elezioni, chiamasse al governo ministri provenienti da ogni partito e in numero paritario. 

C’è di peggio: ogni 4 o 5 anni ci sono le elezioni del Csm e riparte la lotta fra le correnti: ognuna forma proprie liste con un numero di candidati pari ai posti disponibili. 

L’esito dipende dalla forza delle correnti: quella che conta più aderenti riesce a farne eleggere 6 o 7, le altre si spartiscono i residui 9, 10 posti. 

Un giudice che non appartiene a nessuna corrente si scorda di essere eletto: anche se tutti quelli che lavorano con lui e lo stimano (in un grande Tribunale, 200 o 300 persone) volessero votarlo, la più piccola delle correnti riuscirebbe sempre a totalizzare, per il suo candidato, un numero di voti superiore. 
 I magistrati che vanno al Csm appartengono tutti a qualche corrente. 

Ma non basta: come scelgono, le correnti, i magistrati da mandare al Csm? 
In genere ci vanno il segretario regionale, quello nazionale, quello che ha fatto parte della Giunta, quello che si è dato da fare nelle precedenti elezioni, insomma gli attivisti, quelli che contano nella corrente o gli amici di quelli che contano. 
Non ci sono elezioni primarie, non ci sono consultazioni (se non formali): è una designazione. Proprio come in Parlamento. 

Quali le conseguenze di questo sistema? 

Due, drammatiche per la credibilità della magistratura. La prima: si creano carriere privilegiate. I «correntisti» passano da un incarico all’altro: incarichi di vertice nell’Anm, Csm, organismi internazionali, alla peggio posti in sedi comode e ambite. La seconda: a ogni nomina di capi di ufficio le correnti si scatenano. 

Far nominare il proprio aderente è imperativo: si tratta di dimostrare la propria forza in modo da indurre tanti altri magistrati ad arruolarsi. 

Si crea così un circolo perverso: i magistrati aderiscono alla corrente sperando in un appoggio nei momenti chiave della loro carriera (anche in quelli disciplinari); ed essa si fortifica quanto più dimostra di appoggiarli con successo. 

Così, quasi sempre, l’effettiva capacità professionale dei magistrati è valutata certamente quando nessun aspirante è «correntizio»; o quando il «correntizio» è di capacità professionale indiscussa. Negli altri casi la logica «correntizia» in genere prevale. 

La prova sta negli annullamenti delle decisioni del Csm fatti dal Tar. Perché è ovvio che nomine fondate su logiche «correntizie» difficilmente possono rispettare i criteri imposti dalla legge; e il Tar ha detto che in alcuni casi il Csm ha violato la legge. Adesso il sorteggio. 

Non è il massimo, ci sono anche profili costituzionali da salvaguardare (i magistrati del Csm vanno «eletti»). 

Però si deve pur arginare la deriva provocata dalle correnti, spezzare questo vincolo perverso che orienta le decisioni del Csm in modo clientelare. 

E poi il sorteggio non è così irragionevole come i «correntizi» lo dipingono. 

Ogni giudice, ogni giorno, prende decisioni importanti, spesso vitali: infligge ergastoli, affida i bambini a questo o a quel coniuge, stabilisce se un’azienda deve o non deve fallire. E vi sembra che quello stesso giudice, se sorteggiato per il Csm, non possa decidere chi deve fare il presidente del Tribunale di Roncofritto o il procuratore della Repubblica di Poggio Belsito?

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mercoledì 26 agosto 2020

Il ricorso del dott. Palamara contro la sua espulsione dall'Anm


Pubblichiamo il ricorso proposto da Luca Palamara contro la decisione del Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati che, su proposta del collegio dei probiviri, l'ho ha espulso dalla associazione.

L’assemblea generale degli associati che, a norma di statuto, dovrà valutarlo si terrà, in presenza, nei giorni del 19 e 20 settembre a Roma (modalità questa imposta dallo Statuto ma quanto mai inopportuna visto il periodo di emergenza sanitaria in cui ci troviamo).

A quanto ci consta è la prima volta nella storia dell’associazione che si verifica un caso del genere poiché finora i magistrati incolpati o si sono sottratti al procedimento disciplinare, dimettendosi dalla associazione, o hanno prestato acquiescenza alla decisione adottata nei loro confronti.

Ulteriori elementi che valgono a conferire particolare rilievo a questo precedente sono dati dalla caratura dell’incolpato (già presidente dell’Anm nonchè componente della commissione che redasse la versione del codice etico sulla base del quale viene giudicato) e per uno dei temi che il procedimento disciplinare involgerà ovvero quello della influenza delle correnti nella vita associativa e nell’autogoverno dei magistrati.


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lunedì 6 luglio 2020

L'Onorevole Pignatone


Di qualche minuto fa  una nota dei legali del dott. Luca Palamara che lamentano il lancio di notizie tendenziose proprio alla vigilia della celebrazione del suo procedimento disciplinare. 
E’ la cd stampa amica, ex amica anche di Luca Palamara,  ad accanirsi sulla probabile vittima, unica e sacrificale,  del correntismo massonico imperante. 
Nulla sappiamo dei fatti che in concreto vengono attribuiti ad dott. Luca Palamara,  ma troviamo comunque singolare  il tempismo, quasi a voler distogliere l’incolpato dalla concentrazione necessaria ad organizzare la sua difesa che, come da lui stesso annunciato, sarà “a tutto campo”.
Se ne coglie un accenno proprio nel comunicato odierno  che rivela fatti scandalosi, se provati.

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venerdì 29 maggio 2020

La fuffa, ovvero la collina che partorì il topolino


Il Ministro Bonafede e la sua maggioranza dicono di voler riformare il C.S.M. per liberarlo dalle correnti e restituire credibilità alla magistratura.

Del resto nel "Contratto di Governo" con gli ex alleati del M5S il problema doveva essere già ben presente se vi si leggeva: Il Consiglio Superiore della Magistratura deve operare in maniera quanto più indipendente da influenze politiche di potere interne o esterne. Sarà pertanto opportuno operare una revisione del sistema di elezione, sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati, tale da rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura. 

Ma la riforma che oggi propongono è la solita soluzione gattopardesca: far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. Il potere delle correnti ne uscirà, infatti, persino rafforzato.

Vediamo perché. La riforma prevede, per come presentata dalla stampa:

• l’aumento dei togati da 16 a 20 e dei laici da 8 a 10
• 19 collegi composti da 1/17 dell’elettorato
• la possibilità di esprimere 3 preferenze
• un doppio turno con ballottaggio tra i due candidati più votati
• l'elezione al primo turno per chi otterrà la maggioranza assoluta.

Facciamo due conti.
19 collegi per eleggere 19 magistrati (non è ancora chiaro come verranno divisi pubblici ministeri e giudici). Ogni collegio è composto da 1/17 dell’elettorato.

I magistrati sono 9.000 circa, quindi 500 votanti più o meno per collegio.

Ciò significa che un magistrato che prende 251 voti al primo turno è eletto subito, altrimenti si va al ballottaggio tra i due più votati.

Si aprono tre scenari.

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lunedì 25 maggio 2020

Pessime convergenze: storia di una metamorfosi

di Donato D'Auria - Magistrato


Dopo la nomina di Alfonso Bonafede a ministro della Giustizia tanti - forse ingenuamente - pensarono che l’aria di rinnovamento che una parte della classe politica lasciava intravedere potesse incidere significativamente sulle stantie logiche correntizie che ammorbano la Magistratura.

Le iniziali dichiarazioni lasciavano ben sperare: «È scritto nel contratto di governo che si vuole pensare e ipotizzare un sistema elettorale per il Csm che possa combattere il fenomeno del correntismo. In questa intenzione credo di avere il consenso di gran parte dei magistrati e secondo me è sacrosanto portare avanti una battaglia di questo tipo.
All'interno delle ipotesi di possibile sistema elettorale ci sono quelle che prevedono una fase di sorteggio, non integrale» (tanto dichiarò partecipando ai lavori del Congresso nazionale forense che si tennero nell’ottobre 2018 a Catania).

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giovedì 8 novembre 2012

Che "Area" tira in A.N.M.?



di Giuliano Castiglia
(Giudice del Tribunale di Palermo)





Il prossimo 30 novembre si svolgerà la prima assemblea nazionale di Area, un nuovo soggetto che da un po’ di tempo fa capolino nel panorama dell’associazionismo giudiziario, prevalentemente sotto forma di aggregazione elettorale per competizioni svoltesi sia in ambito associativo (CDC dell’ANM e giunte distrettuali dell’ANM) che in ambito istituzionale (CSM e Consigli Giudiziari), e che ora sembra volersi strutturare in qualcosa di più definito e stabile.

Se si è ben capito, questa assemblea nazionale dovrebbe rappresentare un momento importante se non fondante per Area.

Area, che vede tra i suoi promotori anche due correnti della magistratura associata (Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia-Art. 3), vuole dichiaratamente operare nell’ambito dell’ANM.

In tanti vorremmo sapere: per fare cosa?

E, infatti, se Area vuole operare nell’ANM, coloro che sono interessati alla vita dell’ANM - come sembrano essere, versando il relativo contributo mensile di iscrizione, la quasi totalità dei magistrati - non può che essere interessato anche ad Area.

L’impressione che alcuni magistrati, tra i quali il sottoscritto, si sono fatta guardando ai primi passi di Area e leggendo quanto sinora prodotto dai relativi animatori, è che questa nuova aggregazione, da un lato, non abbia maturato adeguata consapevolezza dei gravi problemi che affliggono l’ANM (a cominciare dall’enorme conflitto di interessi derivante dalla compartecipazione di fatto dell’Associazione al governo dei magistrati e alla conseguente inevitabile abdicazione rispetto al ruolo di controllo nei confronti degli organi di governo e della dirigenza degli uffici nonché a quello connesso di tutela dei singoli magistrati); dall’altro, rischi di sostanziarsi in una macrocorrente della magistratura di natura non diversa da quelle che hanno concorso al relativo progetto e, in definitiva, in una macchina per la selezione di personale vario (componenti degli organi di autogoverno, dirigenti degli uffici, addetti alla formazione, fuori ruolo in Consiglio, componenti del Massimario, ecc. ecc.) e per l’aggregazione del necessario consenso.

Avere detto queste cose nella mailing list di Area ha generato alcune risposte molto piccate, altre addirittura scomposte. E così si è tornati a parlare di come limitare gli interventi degli “ospiti” che non rispetterebbero indefinite regole di bon ton e addirittura offenderebbero la storia di quelli che si ritengono, a questo punto mi permetto di dire, i “proprietari” della mailing list aperta che si è scelto di chiamare “areaperta”.

Le critiche vengono sdegnosamente respinte e si ribatte dicendo che Area vuole essere ed è qualcos’altro e qualcosa in più rispetto alla sommatoria di MD e Mov.-Art.3; che vuole altresì essere ed è qualcosa di diverso da uno strumento destinato solo alla selezione e promozione dei propri uomini nei posti che contano (chiedo venia per il linguaggio un po’ crudo ma è dovuto solo a ragioni di sintesi).

Ma di risposte argomentate nel merito se ne sono viste davvero poche. E in cosa consista questo qualcos’altro e questo qualcosa di diverso che Area intenderebbe essere non si è finora riusciti a capirlo. Soprattutto, nonostante la lettura del materiale che in varie forme è stato prodotto dagli animatori di Area su Area, non si riesce a capire quali sarebbero i programmi concreti di azione di questo movimento.

Non si capisce, insomma, pressoché nulla di ciò che di caratterizzante Area intende fare.

Qualcuno, legittimamente, può giudicare strumentali ed interessate le mie affermazioni. Ma, piuttosto che lamentare insulti che non esistono, invasioni di campo e gambe tese, cicche sul tappeto e chewing-gum sotto la sedia, addirittura virgolette (“”) allusive e altre gravi forme retoriche, quale migliore occasione offrono le critiche mie o di altri per essere sbugiardate nel merito e per mostrare a tutti l’identità nuova, reale e concreta di Area? E se poi vi fosse un minimo di fondatezza in almeno qualcuna delle cose che alcuni diciamo, non sarebbe l’occasione per riflettere e, se del caso, aggiustare il tiro, a tutto vantaggio dell’iniziativa?

Bisogna riconoscere che taluni degli animatori di Area hanno apprezzabilmente tentato di fornire risposte. Ma proprio queste risposte, ancorché talvolta appassionate, confermano a mio avviso la fondatezza delle critiche in questione.

Così, per esempio, cercando di spiegare “che cosa è Area”, è stato detto: “AREA È UN INSIEME DI VALORI E CONTENUTI, e i suoi contenuti si delineano nettamente in positivo: una magistratura autonoma e indipendente, che esercita fino in fondo il suo ruolo costituzionale; dei magistrati consapevoli dei propri diritti (alla parola, per esempio) ma anche dei propri doveri; magistrati che soffrono le disagiate situazioni degli uffici, le insufficienti risorse, i carichi eccessivi come limiti alla realizzazione del servizio che vogliono rendere; che credono che retribuzione adeguata e condizioni di lavoro sono necessarie per dare dignità e prestigio alla funzione; che vogliono un'ANM che rifletta la molteplicità culturale della magistratura e non sia solo uno strumento difensivo; che vogliono un autogoverno in cui i meccanismi di selezione dimostratisi carenti, a volte pessimi, siano sostituiti da altri (come le primarie) e in cui il rapporto con gli eletti sia improntato al principio di responsabilità”.

Dunque, un primo contenuto di Area sarebbe “una magistratura autonoma e indipendente, che esercita fino in fondo il suo ruolo costituzionale”.

Ma perché, mi chiedo e vi chiedo, c’è forse qualcuno tra le migliaia di magistrati italiani che dichiara di non volere “una magistratura autonoma e indipendente, che esercita fino in fondo il suo ruolo costituzionale”?

Invero, tutti i magistrati, singoli e associati, dicono di volere “una magistratura autonoma e indipendente, che esercita fino in fondo il suo ruolo costituzionale”.

Pertanto - chiedendo umilmente scusa se l’osservazione può recare disturbo a qualcuno - non si può non rilevare come l’affermazione secondo cui Area vuole “una magistratura autonoma e indipendente, che esercita fino in fondo il suo ruolo costituzionale” non è in alcun modo utile per sapere che cosa Area vuole essere e vuole fare e si risolve in un’affermazione priva di reale contenuto.

Il terreno sul quale bisogna scendere, a mio avviso, è quello della concretezza. Area, se intende veramente distinguersi e definirsi, deve misurarsi con le vicende concrete. Deve valutare se abbiamo assistito, nel passato, anche immediatamente recente, a vicende in cui l’autonomia e l’indipendenza della magistratura - rectius l’esercizio indipendente della giurisdizione da parte di singoli magistrati in specifiche occasioni - sono state messe in pericolo o addirittura compromesse. E deve dire che cosa pensa relativamente a queste vicende e, in particolare, se le associazioni di magistrati hanno agito opportunamente o meno e che cosa avrebbe fatto lei in tali occasioni. Tanto per fare un esempio, pensiamo alla “impensabile avocazione” catanzarese. Che cosa ne pensa Area di quel caso? Quella avocazione fu o no una compromissione dell’indipendente esercizio della giurisdizione? E se lo fu, come giudica Area le reazioni - si fa per dire - assunte nell’occasione dalle associazioni di magistrati?

Altro contenuto di Area sarebbe questo: “magistrati consapevoli dei propri diritti (alla parola, per esempio) ma anche dei propri doveri”. Ma perché, mi chiedo e vi chiedo, c’è forse qualcuno che propone di volere magistrati inconsapevoli dei propri diritti e insensibili ai propri doveri? Nessuno, mi pare.

Allora, inevitabilmente, anche questa affermazione risulta un proclama del tutto privo di contenuto idoneo a contraddistinguere alcunché nel panorama dell’associazionismo giudiziario. Anche su questo campo, se ci si vuole distinguere e se ci si vuole caratterizzare, bisogna scendere nel concreto. Mettere all’ordine del giorno del dibattito casi concreti per riflettere, valutare e proporre il da farsi intorno ad essi.

Viene poi indicato come contenuto di Area il seguente: “magistrati che soffrono le disagiate situazioni degli uffici, le insufficienti risorse, i carichi eccessivi come limiti alla realizzazione del servizio che vogliono rendere”.

Ma, ditemi sinceramente, c’è forse oggi un magistrato disposto a dire “no, ma quale disagio, ma quale insufficienza, ma quale eccesso, qui va tutto bene”?

E allora, anche qui, siamo a contenuto zero.

Invece, premessi le disagiate situazioni degli uffici, le insufficienti risorse, i carichi eccessivi e premesso che tutto ciò si traduce in un limite oggettivo alla realizzazione del servizio giustizia, cosa propone Area per migliorare la situazione?

Per esempio, che ne pensa Area della questione carichi? Intende Area proseguire sulla linea di MD e Mov.-Art.3 che negano l’esigenza di porre un chiaro limite di esigibilità delle prestazioni dei magistrati? È convinta anche Area che questo limite non ci dovrà mai essere e che dovremmo correre sempre di più qualunque cosa succeda intorno a noi tappandoci gli occhi e turandoci le orecchie di fronte alle sempre più incombenti approssimazioni e ai sempre più inevitabili incidenti di percorso, rimettendoci ai santi in paradiso che ciascuno è capace di permettersi?

Ulteriore contenuto di Area sarebbe questo: magistrati “che credono che retribuzione adeguata e condizioni di lavoro sono necessarie per dare dignità e prestigio alla funzione”.

Ma perché, forse oggi c’è ancora qualcuno che non lo crede. Forse oggi, a maggior ragione dopo la sentenza della Corte costituzionale di qualche giorno fa, c’è qualcuno che pensa che non vi sia una strettissima correlazione tra indipendente esercizio della giurisdizione e adeguato trattamento lavorativo?

Area non si può caratterizzare perché fatta da magistrati “che credono che retribuzione adeguata e condizioni di lavoro sono necessarie per dare dignità e prestigio alla funzione” per il semplice fatto che, oggi, tutti i magistrati credono questo.

E allora, la domanda alla quale chi anima Area dovrebbe rispondere, se volesse fare acquisire ad Area una sua identità, è questa: “qual è il giudizio sull’attuale retribuzione e sulle attuali condizioni di lavoro dei magistrati? Se il giudizio è di insufficienza e di inadeguatezza, che idea si ha dell’azione finora condotta al riguardo dalla magistratura associata? E che cosa si intende fare da oggi in avanti per migliorare la situazione?”.

Ancora, Area sarebbe questo: magistrati che “vogliono un'ANM che rifletta la molteplicità culturale della magistratura e non sia solo uno strumento difensivo”.

Forse qui - a parte l’aspirazione ad un’ANM pluralista, sulla quale tornerò più avanti, che sembra in contraddizione con la dichiarata volontà di elaborazione di un modello di magistrato - c’è un barlume di caratterizzazione: un’associazione di magistrati che non vuole essere “solo uno strumento di difesa”.

Ma mi chiedo, “non solo” strumento di difesa significa che strumento di difesa deve pure essere. Quindi, anche strumento di difesa ma non solo questo. E allora - a parte che questa “difesa” andrebbe approfonditamente declinata - che cosa Area vuole essere oltre ad uno “strumento difensivo”? Forse anche uno strumento di offesa? Forse un soggetto che vigila sulla condotta di qualcuno? E di chi? E su quale terreno? E in che termini? E con quali conseguenze? Soltanto le risposte a queste domande (e a tante altre ancora) potrebbero caratterizzare un’iniziativa che, invece, per ora, anche sotto questo profilo, risulta priva di caratterizzazione.

E infine Area sarebbe questo: magistrati “che vogliono un autogoverno in cui i meccanismi di selezione dimostratisi carenti, a volte pessimi, siano sostituiti da altri (come le primarie) e in cui il rapporto con gli eletti sia improntato al principio di responsabilità”.

Su questa affermazione si potrebbe fare un discorso lunghissimo (cominciando dal rilevare che essa rivela forse il vizio originario di quasi tutte le esperienze associative, ossia la loro strumentalizzazione a fini diversi dalla politica associativa e, in particolare, a fini elettorali nell’ambito delle istituzioni dell’Autogoverno della magistratura).

Mi limito ad osservare che bisognerebbe capire, da un lato, di che tipo di “responsabilità” si sta parlando e dell’ambito in cui la stessa dovrebbe operare; dall’altro, come essa debba conciliarsi con l’esclusione costituzionale di una “responsabilità” degli “eletti” al CSM nei confronti degli elettori emergente dal divieto di immediata rieleggibilità sancito dall’art. 104 della Costituzione.

Per il resto, anche in questo caso, non c’è nulla di caratterizzante se non il rilancio delle primarie come metodo per la selezione degli addetti all’autogoverno.

Al tema delle primarie e, quindi, della selezione dei componenti degli organi elettivi dell’autogoverno, si lega quello del “modello di magistrato”. Non c’è documento di Area che - in linea con certe ultime prese di posizione dell’ANM e dei suoi rappresentanti - non faccia cenno a questo benedetto “modello”. Area vuole dichiaratamente elaborare un modello di magistrato e, a seguire, vuole operare - e qui entrano in gioco le primarie - per creare la rappresentanza di tale modello, ossia per realizzarne la transustanziazione in nomi e corpi reali.

Ma, a parte il vuoto contenutistico del modello medesimo, chiedo ai colleghi che animano Area, davvero si può pensare che il compito di un’associazione di magistrati sia quello di programmare a tavolino un modello di magistrato che vada al di là del modello legale e, prima ancora, costituzionale.

Davvero è ipotizzabile un’azione politica finalizzata all’affermazione di un siffatto modello di magistrato?

A me pare invece indiscutibile che l’unico modello di magistrato oggetto di possibile difesa e proposta politico-associativa sia quello costituzionale-legale. Nell’ambito del modello costituzionale-legale, il magistrato è libero e indipendente. C’è scritto nella Costituzione!

Io sono convinto della buona fede di molti che propugnano questa idea. Ma è proprio per questo che scrivo, nella convinzione che si tratti di un’idea che - oltre a contraddire in radice l’intenzione dichiarata di volere un’ANM pluralista - non può servire a nulla di buono mentre può essere strumentale solo a legittimare percorsi lobbistici e di carriera; nella convinzione che, soprattutto, si tratti di un’idea molto pericolosa.

Il rischio che il modello sia sbandierato, all’occasione, per colpire chi in esso asseritamente non si specchia è troppo, troppo grande. Non che sarebbe una novità assoluta ma la formalizzazione a livello per così dire di ideale politico-associativo di un tale concetto rappresenterebbe un’arma micidiale e dannosissima per l’indipendenza della giurisdizione così come costituzionalmente settata.

Ribadisco che sono convinto della buona fede degli animatori di Area ma li invito tutti a rivalutare questo aspetto che appare così importante e centrale nella definizione programmatica del movimento.

Mi permetto questo anche perché devo riconoscere che negli scritti dei tanti che promuovono Area un’esigenza di rinnovamento e, soprattutto, un’aspirazione al miglioramento della situazione presente indubbiamente emerge.

Così l’ha ottimamente sintetizzata un collega: “Ho aderito con entusiasmo al progetto di Area … perché per la prima volta ho percepito l'intenzione condivisa che le opinioni di ciascuno contassero alla stessa maniera”.

Certo, è un aspetto che si dispiega sul piano dell’organizzazione e del funzionamento interno del gruppo mentre non dice nulla sul piano dei contenuti sostanziali che si intendono realizzare, i soli che possono caratterizzare l’identità “politica” di un gruppo associativo e che possono consentire il coagularsi di un consenso libero sulle cose da fare anche di chi del gruppo non fa parte o non fa ancora parte o addirittura non intende far parte.

Ma è pur sempre un aspetto significativo che ritengo debba essere positivamente valorizzato.

Infatti, io credo che il dibattito singolarmente animato da tanti colleghi negli anni trascorsi - più o meno intensamente, efficacemente, felicemente o, a volte, infelicemente - ha prodotto buoni effetti tra i magistrati, quanto meno a livello di consapevolezza delle questioni e dei problemi sul tappeto.

Questo dibattito è stato animato, tra l’altro, proprio secondo questa precisa convinzione: con il dovuto rispetto per tutti e le rispettive storie ma senza per ciò tapparsi gli occhi dinanzi alla verità del presente, con spirito democratico, c’è spazio per la parola di tutti e, soprattutto, la parola di ciascuno può essere preziosa e va pertanto valorizzata.

Credo che questa convinzione si sposi perfettamente con l’intenzione così bene espressa da quel collega quale fondamento della sua scelta di adesione al progetto di Area e che mi pare effettivamente condivisa nella gran parte degli animatori del gruppo.

E allora mi auguro che l’Assemblea di Area di fine mese possa quanto meno tradurre questa intenzione in realtà essenziale di questo nuovo gruppo. Sarebbe una buona premessa per allargare di molto un metodo diverso di confronto, di dialogo e di formazione delle scelte nell’ambito dell’intera ANM.

È di tutta evidenza, peraltro, che l’eventuale determinazione di stabilire limiti alla possibilità di intervento nella mailing-list di Area sarebbe il segno di una volontà esattamente opposta a quella che ha condotto il collega che ho citato - e penso tanti altri - a guardare con comprensibile entusiasmo al progetto di Area.

Per tutti, quindi, l’augurio è che dall’assemblea nazionale di Area venga una ventata di aria democratica per l’intera ANM. Buona assemblea!

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domenica 19 giugno 2011

P27: la situazione è grave, ma non seria.

P2, P3, P4, .... P27.


La citazione di Ennio Flaiano non richiama alla memoria l'Italia degli anni settanta, ma la stretta attualità.

Non è serio un Paese nel quale, in nome di un malinteso “garantismo”, si attendono i tempi epocali della formazione del giudicato penale prima di adottare rimedi su piani diversi da quello giudiziario.

E' un po' l'auto-accusa che da sempre la politica si muove quando parla di questione morale. Si dice, in soldoni: ferme le massime garanzie sul piano giudiziario, la responsabilità politica dovrebbe prevenire quella penale ed è quindi impensabile procrastinare i rimedi all'esito del processo.

Come si sarà notato, tale forma di responsabilità non ha mai attecchito nel nostro Paese.

E la cosa non è prerogativa della sola politica.

La magistratura non è esente dalla medesima sindrome, la stessa che spinge a proclamare sistematicamente il proprio senso di colpa per marcare, a chiacchiere, la distanza da modelli negativi, senza tuttavia porre in essere le reazioni adeguate alla gravità dei fatti che via via, uno dopo l'altro, confermano la triste deriva del sistema giudiziario.

Oddio, non è sempre così.

Può capitare, ad esempio, che un De Magistris venga privato dall'oggi all'indomani delle sue inchieste con un'inaspettata “avocazione” (il cui autore è oggi imputato per abuso d'ufficio ) e trasferito ad altra sede e funzioni dal CSM subito dopo che aveva fatto perquisire tal Luigi Bisignani.

O che i PM salernitani - che stavano accertando proprio gli abusi commessi contro l'attuale Sindaco di Napoli - nel volgere di tre giorni siano fatti traslocare dai loro uffici per essersi dilungati in un decreto di sequestro mettendo a rischio la reputazione di personaggi come Alfonso Papa o Luigi Bisignani.

O che, ancora, la testa di un magistrato come Clementina Forleo sia offerta su un piatto d'argento alla politica che ne invocava il trasferimento; anzi, per mezzo di Guido Calvi, già difensore di D'Alema ed oggi Consigliere Superiore, addirittura lo prevedeva. E' fresca la conferma dell'illegittimità di quel trasferimento ad opera del Consiglio di Stato.

Sono vicende che, ai pochi lettori del nostro blog, appariranno “vecchie” in quanto qui sono state sviscerate nella loro raccapricciante illegittimità MENTRE accadevano.

Ma non montiamoci la testa. Si tratta di eccezioni. Di isolate manifestazioni di “efficienza” del sistema burocratico che sovraintende al governo della magistratura, favorite da una fortunata astrale convergenza d'intenti tra Ministero della Giustizia (ad opera del suo ispettorato), il CSM (organo di tutela dell'indipendenza dei magistrati!) e la stessa Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato delle toghe!).

Tratteggiamo, ora, alcuni dei personaggi che in quelle vicende hanno svolto un qualche ruolo.

Dalle notizie di stampa dei mesi successivi, fino all'attualità, abbiamo appreso:

che Achille Toro, Procuratore Aggiunto da Roma con delega sui reati contro la pubblica amministrazione ed uomo di vertice della corrente dell'ANM Unicost, aveva rapporti “non ufficiali” con faccendieri di vario genere, in seguito ai quali è stato sottoposto a processo penale e si è dimesso dalla magistratura. All'epoca dei fatti di De Magistris e di Salerno-Catanzaro era enorme il peso di Achille Toro nell'Associazione Nazionale Magistrati. Tanto che l'ANM, quando la sua vicenda penale venne a galla, si limitò ad un ambiguo comunicato che stigmatizzava più gli inquirenti fiorentini che l'adepto infedele.

Grande amico di Achille Toro è l'onorevole Alfonso Papa, magistrato in aspettativa che in passato ha operato da fuori ruolo al Ministero della Giustizia, intessendo ottimi rapporti con soggetti come Luigi Bisignani, utili a spianargli la via ad un seggio parlamentare.

Al Ministero sedeva (e siede tuttora) a capo dell'Ispettorato Arcibaldo Miller, anch'egli magistrato fuori ruolo, che è incappato nella vicenda della cd. P3 (ma già siamo alla P4) ; era capo dell'ispettorato anche al tempi di De Magistris e della vicenda Salerno-Catanzaro. La P3, come a tutti noto, si occupava anche di sponsorizzare la nomina dei vertici di importanti uffici giudiziari (Alfonso Marra, alla Corte d'Appello di Milano) ed aveva rapporti di amichevole frequentazione con l'allora Presidente della Corte di Cassazione, in tale veste anche componente del CSM. Della Corte d'appello di Milano si è saputo, di altri uffici ancora no.

A dar credito alle prime notizie emerse sulla P4, dossieraggio e ricatto sono gli strumenti privilegiati dell'azione di una consorteria che avrebbe preso di mira anche l'attuale vice-presidente del CSM, Michele Vietti.

L'ispettorato del Ministero della Giustizia è un ufficio molto delicato perché di fatto (non di diritto, secondo la tesi che da sempre sosteniamo) mette il naso negli uffici giudiziari d'Italia perlustrando dall'interno inchieste piuttosto “sensibili”, solitamente riguardanti potenti del Paese. Può quindi svolgere indagini e chiedere al CSM la punizione dei magistrati.

Questo il ritratto di Arcibaldo Miller “dipinto” in una delibera del CSM che chiude una pratica aperta nel luglio del 2010:

"Da quanto sopra esposto appare evidente che il dott. Arcibaldo MILLER ha tenuto una condotta in aperta in violazione dei canoni di imparzialità e indipendenza in quanto:

· ha partecipato a riunioni nelle quali si esercitavano pressioni politiche anche illecite su organi di rilevanza costituzionale nell’esercizio della giurisdizione;

· ha posto il suo potere amministrativo a servizio di interessi di parte politici e affaristici.

In tal modo dimostrando incapacità di svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

Va tuttavia osservato che nella specie la procedura dell’art. 2 L.G. non sarebbe utilmente esperibile, dal momento che il ruolo ricoperto non è a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Pertanto sotto tale profilo Il Consiglio,

delibera

l’archiviazione parziale della pratica, limitatamente alla posizione del dott. Arcibaldo MILLER, con restituzione degli atti alla Prima Commissione per il prosieguo dell’istruttoria.

Dispone altresì la trasmissione della pratica al Vice presidente per eventuali comunicazioni agli organi istituzionali, alla quinta ed alla terza commissione, per le valutazioni di loro competenza e per eventuale revoca dell’autorizzazione al fuori ruolo in quanto venuti a mancare i presupposti di interesse dell’amministrazione”
.

Questa, invece, la “dura” presa di posizione del presidente dell'ANM (la stessa che aveva in precedenza chiesto l'intervento punitivo di Miller contro i colleghi di Salerno nella cui inchiesta già figuravano tra altri, Papa e Bisignani) del 7 luglio 2010, tratta da un'intervista rilasciata a La Stampa:

“... la situazione di chi è il capo degli ispettori di via Arenula è oggettivamente delicata. Chi riveste tale carica non può avere frequentazioni politiche che hanno come oggetto addirittura una sua eventuale candidatura politico-amministrativa. E' chiaro che il Ministro di Giustizia deve valutare e agire di conseguenza”.

Il Ministro, evidentemente e dal suo punto di vista, ha valutato ed agito di conseguenza lasciando al suo posto Arcibaldo Miller.

Orbene, voi direte, ma cosa ha fatto il CSM dai tempi della P3 e fino al tempo della P4?

Cosa ha fatto di concreto l'ANM per sollecitare l'allontanamento di Arcibaldo Miller da un ufficio tanto delicato per tutti i magistrati italiani?

Lascio che a rispondere sia il massimo filosofo che i tempi meritano, vale a dire Cetto La Qualunque: “Un emerito ... nulla!”.

Poche settimane per trasferire De Magistris e Clementina Forleo; pochi giorni per spazzare via l'intera procura di Salerno.

Nella desolante “melina” istituzionale sul caso Miller rivive l'amarezza delle parole di Ennio Flaiano. E, vista la vicinanza al potere - nella peggiore accezione possibile - di molti influenti magistrati, fa capolino il timore di un sistema giudiziario sotto ricatto in molte delle sue più delicate articolazioni.


Nicola Saracino




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