Nel suo articolo sul *Fatto di oggi*, dedicato ai candidati “indipendenti” alle elezioni per il CSM, Antonio Patrono mette in guardia da una rappresentazione troppo semplice del problema. L’indipendenza dichiarata, osserva, non coincide necessariamente con l’assenza di appartenenze: dietro alcuni candidati possono celarsi gruppi organizzati, interessi di potere o aggregazioni occasionali. Il punto, dunque, non è stabilire chi proclami di essere indipendente, ma comprendere quali idee sostenga e come intenda comportarsi all’interno dell’organo di autogoverno.
È un’osservazione condivisibile. Ma proprio per questo merita di essere applicata anzitutto a chi la formula.
Patrono non è un osservatore estraneo alle dinamiche consiliari. È stato un capocorrente ed è stato eletto più volte al CSM. Conosce, quindi, dall’interno il peso delle appartenenze, la forza delle relazioni, il valore delle aggregazioni e il rischio che il voto consiliare si trasformi nella ratifica di equilibri già definiti fuori dalla sede istituzionale.
La sua critica ai falsi indipendenti è dunque utile, ma non può esaurirsi nella denuncia degli altri. Deve diventare una riflessione più generale sul modo in cui il CSM esercita le proprie funzioni: non soltanto su chi si presenta alle elezioni, ma soprattutto su come i consiglieri votano le pratiche che arrivano al loro esame.
L’indipendenza che serve
L’indipendenza del consigliere superiore non è una posa personale né un titolo onorifico. È una responsabilità istituzionale.
Il consigliere non è chiamato a rappresentare una corrente, un gruppo di elettori o una maggioranza contingente. Una volta eletto, entra in un organo collegiale che deve decidere nell’interesse esclusivo dell’ordine giudiziario e, più in generale, del corretto funzionamento della giurisdizione. La sua legittimazione elettiva non lo vincola a un mandato politico: gli impone, al contrario, di esercitare il giudizio con libertà, competenza e senso delle istituzioni.
Indipendenza significa anzitutto saper distinguere la pratica dalla provenienza della proposta, il merito dal nome del candidato, l’interesse dell’ufficio dall’interesse della corrente. Significa valutare una nomina per la qualità professionale del magistrato, un trasferimento per le esigenze obiettive dell’amministrazione, una valutazione di professionalità per i dati effettivamente acquisiti, una pratica disciplinare o para-disciplinare per la consistenza degli elementi e non per la collocazione del soggetto coinvolto.
Il consigliere indipendente non è colui che vota sempre contro tutti. È colui che può votare a favore della propria corrente quando la proposta è giusta e contro di essa quando la proposta è sbagliata, senza dover cambiare versione dei fatti a seconda della convenienza del momento.
Questa è la forma più alta di indipendenza: non l’isolamento, ma la libertà di giudizio dentro il collegio.
Il precedente del 2007
Su questo punto è utile rileggere ciò che lo stesso Patrono scriveva nel 2007. Allora definiva il correntismo come «la degenerazione opportunistica del pluralismo culturale» all’interno della magistratura, riconoscendo che il fenomeno era obiettivamente percepibile nel CSM, ma contestando l’idea che potesse essere utilizzato per spiegare indistintamente ogni decisione consiliare.
La sua osservazione era puntuale. Se il CSM esprimeva un parere sgradito alla politica, la responsabilità veniva attribuita al correntismo. Se veniva conferito un incarico direttivo a un magistrato, gli aspiranti non prescelti tendevano a denunciare un torto e a ricondurlo alla logica correntizia. Se le correnti erano in disaccordo su una pratica, la prova sarebbe stata che ciascuna “tirava l’acqua al proprio mulino”; se erano d’accordo, la prova sarebbe stata invece l’esistenza di un accordo spartitorio.
Questa parte dell’analisi deve essere conservata. Non ogni decisione sfavorevole è una decisione lottizzata. Non ogni convergenza è un patto occulto. Non ogni dissenso dimostra che il collegio sia prigioniero degli schieramenti. La critica al correntismo perde credibilità quando diventa una spiegazione automatica, sottratta alla verifica concreta delle motivazioni, dei criteri applicati e degli elementi contenuti nella pratica.
Ma il testo del 2007 non offre soltanto un argomento difensivo. Contiene anche una premessa che rende oggi più difficile liquidare il problema come una semplice illazione degli scontenti.
Il vuoto della valutazione
Il correntismo acquista forza quando il sistema non è in grado di fornire criteri professionali sufficientemente affidabili e differenziati. Se tutti i candidati sono formalmente eccellenti, la valutazione comparativa non può essere compiuta soltanto attraverso formule generali. Se i fascicoli non consentono di distinguere davvero le diverse attitudini, esperienze e capacità, la decisione tende inevitabilmente a essere influenzata da informazioni ulteriori: relazioni personali, reputazione informale, appartenenze e sostegni organizzati.
È il punto strutturale che va aggiunto alla riflessione sull’indipendenza. Il problema non consiste soltanto nel fatto che alcuni consiglieri possano votare secondo indicazioni di gruppo. Consiste anche nel fatto che, quando mancano dati professionali realmente comparabili, il gruppo diventa uno degli strumenti attraverso i quali tali informazioni vengono raccolte, selezionate e trasmesse.
In questa prospettiva, il correntismo non è soltanto una patologia morale. È anche l’effetto di un difetto istituzionale: l’incapacità di costruire valutazioni della professionalità e dell’idoneità sufficientemente concrete, verificabili e selettive.
Lo stesso Patrono, nel suo successivo intervento sul tema, ha indicato proprio nell’assenza di valutazioni professionali affidabili una delle condizioni che alimentano il fenomeno. Quando tutti ricevono giudizi altamente positivi e la documentazione non produce una graduazione credibile del merito, la discrezionalità non scompare: si sposta fuori dalla motivazione formale e rischia di essere esercitata attraverso canali informali.
Per questo non basta invocare consiglieri indipendenti. Occorrono anche pratiche istruite meglio, criteri più trasparenti e valutazioni capaci di spiegare perché un candidato sia più idoneo di un altro.
Il voto per schieramenti
Il problema nasce quando il CSM viene percepito come il luogo in cui le pratiche vengono distribuite secondo appartenenze ideologiche. In quel momento il procedimento consiliare rischia di perdere la sua natura amministrativa e istituzionale per assumere quella di una competizione tra blocchi.
Il voto per schieramenti produce almeno quattro effetti nocivi:
- trasforma il consigliere in un delegato della corrente, anziché in un giudice della pratica;
- premia la fedeltà interna più della qualità dell’argomentazione;
- rende prevedibile l’esito delle decisioni prima ancora che il fascicolo sia realmente discusso;
- indebolisce la fiducia dei magistrati nelle istituzioni di autogoverno.
Il danno non riguarda soltanto chi perde una votazione. Riguarda l’intero ordine giudiziario, perché ogni decisione del CSM incide sulle persone, sugli uffici e sull’organizzazione della giurisdizione. Una nomina orientata da un accordo di gruppo, un trasferimento deciso in base a una logica di schieramento o una valutazione professionale letta con criteri diversi a seconda dell’appartenenza compromettono la credibilità dell’organo anche quando il provvedimento finale sia formalmente motivato.
La collegialità non può essere confusa con l’unanimismo delle correnti. Discutere insieme significa confrontare ragioni diverse; non significa sostituire alla valutazione del caso la disciplina di voto del gruppo.
Le correnti non sono il male
Sarebbe però sbagliato concludere che ogni forma di aggregazione sia di per sé patologica. Nel 2007 Patrono parlava espressamente di pluralismo culturale e riconosceva che il problema non era l’esistenza delle correnti in quanto tali, ma la loro degenerazione opportunistica.
Le correnti, quando esprimono idee sulla giustizia, sull’organizzazione degli uffici e sulle garanzie dell’indipendenza della magistratura, possono contribuire al confronto culturale e alla qualità delle decisioni. Anche l’associazionismo può rafforzare la capacità di elaborare proposte e di portare all’attenzione del CSM problemi che altrimenti resterebbero invisibili.
La corrente diventa nociva quando cessa di essere una comunità di idee e diventa una struttura di appartenenza. Quando non serve più a discutere meglio, ma a votare tutti nello stesso modo. Quando la solidarietà interna prevale sulla responsabilità personale. Quando il consigliere non è più chiamato a spiegare perché una proposta sia giusta, ma soltanto a dimostrare da quale parte stia.
La distinzione è decisiva: una cosa è la convergenza motivata su una soluzione; altra cosa è il voto predeterminato dall’appartenenza. Nel primo caso la corrente può essere un luogo di elaborazione. Nel secondo diventa un centro di potere.
Il paradosso di Patrono
È qui che l’esperienza di Patrono rende il suo intervento particolarmente interessante. Chi ha guidato una corrente e ha ottenuto più volte l’elezione al CSM sa bene che le istituzioni non funzionano nel vuoto. Sa che le relazioni organizzate possono favorire la selezione di persone competenti, ma anche irrigidire il confronto e creare automatismi. Sa che nessun consigliere arriva a Palazzo dei Marescialli privo di una storia, di rapporti e di una cultura professionale.
Proprio per questo, la sua denuncia non dovrebbe fermarsi alla categoria degli “indipendenti” sospetti. Dovrebbe investire il fenomeno più ampio del correntismo applicato al voto consiliare: anche quando non vi siano ipocrisie individuali, anche quando l’appartenenza sia dichiarata e non occultata, anche quando il gruppo si presenti come portatore di valori rispettabili.
Il rischio non è soltanto quello del falso indipendente. È quello, forse più ordinario, del consigliere sincero ma prigioniero del proprio schieramento; dell’uomo di corrente che continua a ragionare da uomo di corrente anche quando la funzione richiederebbe di decidere da consigliere superiore.
E qui il confronto con il 2007 diventa particolarmente significativo. Patrono aveva allora osservato che, poiché il problema era ritenuto esistente da una parte molto ampia dell’opinione pubblica, poteva essere nell’interesse dello stesso CSM una riforma della sua composizione, purché fosse salvaguardata la necessaria maggioranza togata. Esprimeva però riserve sul sorteggio e sulla possibilità di affidare a un solo soggetto, anche al Presidente della Repubblica, la selezione di magistrati chiamati a svolgere un compito così delicato.
La lezione è ancora attuale: cambiare la composizione dell’organo può essere utile, ma nessuna riforma organizzativa risolve da sola il problema se non si interviene sui criteri di selezione, sulla trasparenza delle decisioni e sulla qualità delle valutazioni professionali.
Il santo e il giudizio
Il titolo “Il santo Patrono” può essere letto con ironia, ma anche come una provocazione istituzionale. Nessuno è santo per il semplice fatto di proclamarsi indipendente. E nessuno è necessariamente fazioso perché appartiene a una corrente. La santità, se si vuole conservare la metafora, non sta nell’etichetta: sta nella prova concreta del voto.
Si vede nel modo in cui il consigliere affronta le pratiche, nella disponibilità ad ascoltare l’obiezione, nella capacità di correggere la propria posizione, nella coerenza della motivazione e nella trasparenza dei criteri. Si vede soprattutto quando l’interesse del gruppo e il merito della questione entrano in conflitto.
L’indipendenza autentica non si dimostra con una dichiarazione programmatica, ma con una decisione scomoda. È nel momento in cui il consigliere vota secondo coscienza istituzionale, anche sapendo che quel voto potrà irritare i propri sostenitori, indebolire il proprio gruppo o complicare la propria carriera consiliare.
Il CSM ha bisogno di correnti di pensiero capaci di elaborare idee, non di schieramenti capaci soltanto di contare voti. Ha bisogno di consiglieri che conoscano le appartenenze, ma non ne siano governati; che sappiano dialogare con i gruppi, ma non ricevano da essi istruzioni; che portino in collegio una cultura, non un pacchetto di voti.
La vera indipendenza non è dunque quella di chi si presenta come estraneo a ogni corrente. È quella di chi, qualunque sia la propria storia, davanti a ogni pratica riesce ancora a chiedersi: non “chi la propone?”, non “chi ne trarrà vantaggio?”, non “che cosa si aspetta il mio schieramento?”, ma soltanto: “qual è la decisione più giusta per l’istituzione?”.
Tra un correntista e un indipendente, scegliete voi l’idoneo a rivestire il ruolo. Ma prima ancora di scegliere l’etichetta, guardate alle prove: alle idee sostenute, alle decisioni assunte, alle motivazioni offerte e alla capacità dimostrata di votare contro il proprio gruppo quando il merito della pratica lo richiede.
Perché il vero indipendente non è quello che non appartiene a nessuno. È quello che, una volta chiamato a decidere, non appartiene più a nessuno se non alla funzione che esercita.











1 commenti:
C'è chi prima di Patrono ha visto il pericolo di appartenenza per gli indipendenti. E ha fondato, appunto, l'apposita corrente. Gli indipendenti invece invocati da questo blog, semplicemente, non hanno "patroni". E invocano una magistratura amministrata in nome del popolo sovrano... lo stesso popolo che oggi purtroppo viene ingannato da un sistema mediatico che striscia dietro agli imbonitori, che attraverso sistemi elettorali truffaldini, occupano o si accingono ad occupare gli scranni del parlamento. Ho iniziato a scrivere a tutti i giornali quando ho capito che era un modo di difesa exstragiudiziale: qualcuno avrebbe potuto ascoltare il grido di dolore, ne ho trovati alcuni, ma sono rimasti pubblicazioni nella rubrica lettere. Mentre venivo massacrato anche fuori dai tribunali, specialmente in quei luoghi di lavoro (Enti del Terzo Settore) che invero avrebbero dovuto proteggermi.
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