«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 9 ottobre 2007

L'uomo con la "esse" sibilante

Nel pubblicare questa favola non possiamo esimerci dal premettere ad essa i titoli di alcuni articoli di stampa, appena inseriti nella Rassegna stampa di Vanna Lora:

Ugo Magri intervista Francesco Cossiga
“Sì, quello dei PM è terrorismo legale”
in La Stampa, 9 ottobre 2007

Guido Ruotolo
“Mastella rilancia «Non ci lasceremo processare in TV»"
in La Stampa, 9 ottobre 2007

Mario Coffaro intervista Cesare Mirabelli
“Quei magistrati in TV sono un danno per la giustizia”
in Il Messaggero, 9 ottobre 2007


In fondo a
questo articolo del nostro blog ci sono "le prove" evidenti del "terrorismo televisivo" dei giudici! :-(


di Thomas More

C’era una volta un paese felice dove ognuno faceva quel diavolo che gli pareva. Intendiamoci: il sindaco e il consiglio comunale avevano emanato gli editti e le grida del caso, ma sempre facendo l’occhiolino, come a dire: “E’ per celia ragazzi: resta inteso che ognuno seguita a fare ciò che più gli aggrada”.

Certo, qualcuno che voleva un po’ d’ordine c’era, ma i più avevano escogitato un sistema geniale per rendere il fenomeno del tutto irrilevante: quello di proclamare che sì, quei qualcuno avevano perfettamente ragione e bisognava introdurre regole ferree, ma - questo è il punto - tutto ciò veniva proclamato sempre facendo il famoso occhiolino.

Morale della favola, fai l’occhiolino oggi, fai l’occhiolino domani, un giorno si decise - sempre per gettare fumo negli occhi della popolazione - di creare un corpo di èlite: i gran custodi della civile convivenza.

Questi gran custodi se si elevavano, per cultura, sulla media dei cittadini, non sempre si elevavano per statura morale: anzi, al contrario, spesso e volentieri erano intrisi della “cultura dell’occhiolino”. Detto in sintesi, i gran custodi, mentre pontificavano, vegliavano facendo sguardi severissimi, minacciavano, stavano ben attenti a che, nella sostanza, ognuno seguitasse a fare i propri comodi. Solo ogni tanto, di quando in quando rimbrottavano qualcuno, badano di scegliere qualcuno che non contasse nulla (di preferenza sceglievano stranieri di passaggio) e certo non i maggiorenti.

Ma c’è un ma (c’è sempre un ma nella vita). Per disattenzione o per qualche altro ignoto motivo, furono arruolati tra i gran custodi due o tre disturbati psichici che, fraintendendo, presero sul serio l’incarico loro conferito e cominciarono a verificare chi e perché e percome avesse trasgredito gli editti e le grida comunali.

Non è difficile da capire: già la popolazione, usa a fare i propri comodi, faceva fatica a capire, figurarsi i maggiorenti che da quel sistema incasinato traevano lauti guadagni.

Cominciarono a gridare e starnazzare come oche del Campidoglio. Chiesero l’immediato intervento del C.C.C. (Consiglio Censorio dei Custodi).

Soprattutto si voleva la testa di Calabrotto Calabretti, un gran custode che aveva sorpreso col sorcio in bocca un tale che aveva dirottato nelle proprio tasche un fiume di denaro pubblico.

Contro di lui iniziò una campagna ben orchestrata che, tanto per cominciare, lo dipinse come dedito all’alcol e al gioco d’azzardo. Numerosi assessori si alternarono in tv, chi dicendo di averlo visto ubriaco fradicio, chi giurando di averlo visto piangente per le perdite al vicino casinò.

Insomma dagli oggi, dagli domani, il buon Calabretti si ruppe le tabernelle e si decise ad apparire in tv. Il suo discorso fu telegrafico: “Io” disse con tono asciutto “sono astemio e non ho mai messo piede in un casinò”.

Purtroppo Calabretti, pur essendo decisamente un bel giovine, aveva un piccolo difetto di pronunzia: aveva la esse sibilante. Il suo dire risultò dunque alterato: quel “sono astemio” suonò “sssssssono astemio”, per non parlare del “non ho mai messo piede”, là dove quel “messsssso” ricordava più il sibilare di un qualche uccello equatoriale che il parlare di un umano.

Il giorno dopo si scatenò un pandemonio.

Un gran custode - sentenziarono i maggiorenti - non deve comparire in tv, specie se infelicitato da un gravissimo, invalidante difetto di pronunzia. Come fidarsi di un gran custode che non sa pronunziare decentemente una “esse”? Ci fu - è vero - qualcuno che chiese: “Ma quel denaro di cui parla Calabretti che diavolo di fine hanno fatto?”, ma mal gliene incolse visto che fu investito da un coro di proteste. “Che c’entra il denaro” gli urlò un tale rosso come un tacchino per l’ira “Qui è in gioco la dignità dei gran custodi. Non possiamo lasciarci processare da un tizio che non sa pronunziare la 'esse'".

“Vorrai dire” gli obiettò un tizio vestito di viola “non possiamo lasciarci condannare”. “Ma che!” rispose il tale “Dico proprio ‘processare’: io so bene quel che dico”.

Effettivamente di lì a poco, in virtù di un nuovo editto (che, per le cronache, si intitolava “de ornamentali pronuntia”) fu impedito di esercitare le funzioni di gran custode a chiunque non fosse in grado di declamare senza alcun difetto o pronunzia dialettale.

Furono intervistati in tv diversi gran custodi, tutti scelti accuratamente, che parlavano come libri stampati ed avevano toni affascinanti, ma - che se ne sappia - non avevano mai processato (e tanto meno condannato) nessuno. Il povero Calabretti tentò un’ultima intervista, nella quale intendeva dire con foga: “E’ uno schifo!”, ma questo suo estremo tentativo naufragò contro la esse di “schifo”, tanto che i gli ascoltato intesero solo “E’ uno sssssssssssss” e, scrollando le spalle, spensero la tv credendo si trattasse di un guasto all’audio.

Il C.C.C. - che era stato investito della questione prima dell’emanazione dell’editto “de ornamentali pronuntia” - colto di sorpresa dichiarò non luogo a provvedere perché - come disse il suo presidente con pronunzia pressoché perfetta - il Consiglio non poteva entrare nel merito di una questione risolta normativamente.

Alcuni giorni dopo, al bar del paese, alcuni gran custodi andavano commentando tra loro l’accaduto.

“Cevto” disse il primo, alto e segaligno, con una faccia da faina “che Clabvetti avvebbe potutto esseve più cauto. E che caspitevina!”.

“Sssssssssono d’accordo con te al mille per mille” rispose l’altro che aveva una faccia suina e rubizza “Sssssssse uno vuole processssssare a destra e manca, deve ben esssssssssssere inappuntabile: è facile criticare gli altri quando sssssssssi hanno ssssscheletri negli armadi”.

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