domenica 26 luglio 2026

Lezioni di Tango





Alla Scuola Superiore della Magistratura, di questi tempi, il ballo è diventato materia obbligatoria. Non nei corridoi, ma nei verbali: lì si danza tra correnti, rivincite mancate e nostalgie per la “compagna” presidente che non è stata riconfermata. Una parte della magistratura, orfana della propria bandiera di sinistra, ha deciso che il nuovo direttivo non è un semplice cambio di stagione, ma un golpe coreografico. E come si reagisce a un golpe? Con il più nobile degli strumenti: il ricorso.

L’Associazione nazionale magistrati, che in teoria dovrebbe essere la casa comune di tutte le toghe, ha deciso di cofinanziare l’azione per ottenere la pubblicazione degli atti interni della Scuola, verbali inclusi. Trasparenza, si proclama. Controllo democratico, si invoca. In pratica: vogliamo vedere nero su bianco chi ha osato ballare un passo diverso dal nostro, e magari metterlo sotto pressione a futura memoria. Altro che formazione: qui siamo alla revisione coreografica del voto.

Nel frattempo, un’altra fetta di magistratura, meno incline al tango militante, si è messa a difesa dell’attuale direttivo della Scuola. Non per improvviso innamoramento istituzionale, sia chiaro, ma perché in quella dirigenza riconosce il proprio esito di potere. È il solito spettacolo: l’ente che dovrebbe occuparsi di aggiornamento professionale diventa un ring di correnti, con tifoserie pro e contro il presidente, comunicati indignati e ricorsi branditi come volantini di una milonga associativa.

E qui entra in scena il protagonista del titolo: Tango. Al vertice dell’ANM c’è un presidente che, almeno sul piano del nome, sembrava nato per muoversi con eleganza tra i conflitti. Nella pratica, invece, di fronte alla vicenda della Scuola, Tango non balla: traballa. Traballa quando deve tenere insieme un’associazione divisa fra chi pretende la riconferma della propria linea “di sinistra” e chi rivendica la legittimità del nuovo direttivo. Traballa quando mette il timbro dell’ANM su un ricorso che sa tanto di regolamento di conti postumo, più che di battaglia di principio. E traballa soprattutto sull’unica cosa che ci si aspetterebbe da un presidente: la capacità di stare un passo avanti, non mezzo passo indietro rispetto alle correnti.

È un copione già visto: stessa orchestra che ha appena cantato compatta contro la riforma, stessa compagnia di ballo che ora scopre che la maggioranza, quando non è la propria, diventa improvvisamente sospetta, da vigilare, da sottoporre a FOIA, da accompagnare a suon di ricorsi. La lezione che arriva alla base – e al Paese – è limpida: la trasparenza è un valore, sì, ma soprattutto quando serve a interrogare chi ha sbagliato “schieramento”.

Così la Scuola Superiore della Magistratura, nata per insegnare indipendenza, sobrietà e tecnica, si ritrova a impartire un’altra disciplina: come usare gli strumenti giuridici per combattere le battaglie di corrente. Non è proprio il corso che ci si aspetterebbe in un ente di formazione: invece di spiegare come si preserva l’immagine di imparzialità, si mostra come si consuma, lentamente, a colpi di ricorsi reciproci fra pezzi della stessa magistratura.

Lezione di tango, dice il titolo. Ma qui più che ballare si scivola. La Scuola che dovrebbe insegnare i fondamentali della giurisdizione diventa sede di un contenzioso interno; l’Associazione che rivendica di rappresentare il novanta per cento delle toghe si trasforma in strumento operativo di una parte contro un’altra; e il presidente che porta il nome di un ballo raffinato è lì, in mezzo alla pista, che non guida il ritmo ma semplicemente traballa. Pessima lezione: per chi guarda da fuori e si chiede dove sia finita l’imparzialità, e per chi, da dentro, deve rassegnarsi all’idea che, ormai, anche la formazione è solo un altro capitolo della lunga milonga delle correnti.




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sabato 25 luglio 2026

A volte ritornano




La candidatura di Cosimo Ferri al CSM non è un incidente, né una provocazione: è il ritorno in superficie di ciò che la magistratura italiana è stata – e in larga parte continua a essere – nella sua dimensione reale, fatta di correnti, commistioni politiche, nomine costruite in stanze laterali rispetto ai luoghi formali della decisione. Chi oggi finge di stupirsi di questa candidatura non denuncia un’anomalia, ma tenta di prendere le distanze da un sistema che ha abitato, praticato e spesso utilizzato per costruire la propria carriera.

Ferri è, da questo punto di vista, un personaggio altamente rappresentativo. Magistrato di lunga data, figlio di una tradizione familiare in cui la toga dialoga stabilmente con la politica, protagonista storico di una corrente organizzata, tre volte sottosegretario alla Giustizia, parlamentare, interlocutore riconosciuto dei governi e delle segreterie di partito: è l’incarnazione di quell’ibrido magistrato–politico che per anni è stato non l’eccezione ma una delle colonne portanti dell’autogoverno. La sua biografia attraversa, senza soluzione di continuità, le aule di giustizia, i corridoi del CSM, le direzioni dei partiti, le riunioni notturne in cui si decidevano nomi, equilibri, pesi reciproci.

In questo intreccio, il clientelismo non è un’appendice morale, ma il vero motore di produzione del consenso. Le carriere si costruiscono dentro reti di protezione, raccomandazione, scambio; le nomine dirigenziali diventano la moneta con cui si consolidano fedeltà e si presidiano territori giudiziari; la vicinanza alla politica garantisce un surplus di potere che si traduce in capacità di intermediazione, promessa, garanzia. Ferri è stato per anni uno snodo centrale di questo sistema: chi cercava un avanzamento, un trasferimento, un appoggio in una competizione interna sapeva che passare da lui significava parlare con uno dei “centralini” principali del potere giudiziario.

È per questo che la sua candidatura al CSM appare, agli occhi di molti, “fisiologica”. Non è la forzatura di un outsider che tenta un colpo di mano, ma il rientro in scena di un protagonista che ha contribuito a costruire l’architettura stessa delle correnti e delle loro connessioni politiche. Molti degli attuali dirigenti – in tribunali, corti, procure, uffici ministeriali – devono almeno un tratto del proprio percorso a quella stagione in cui Ferri era un passaggio quasi obbligato. Una parte della classe dirigente giudiziaria oggi si scopre improvvisamente moralista, ma porta addosso la memoria, e spesso il debito, di una stagione in cui il potere di Ferri era cercato, non demonizzato.

La retorica ufficiale, è vero, nel frattempo è cambiata. Lo scandalo delle riunioni riservate, degli incontri in hotel, dei messaggi di pressing sulle votazioni del CSM ha costretto le associazioni, le correnti, gli stessi organi istituzionali a una auto–rappresentazione purificata. Sono fioriti documenti sulla “trasparenza”, sulla “fine delle correnti”, sull’“etica pubblica” della magistratura. Il correntismo è diventato, nella narrazione, una malattia da estirpare, se non addirittura un peccato originale da espiare. Ma la distanza tra discorso e prassi resta evidente: il sistema ha continuato ad affidare le proprie scelte a catene di relazioni personali, a equilibri fra gruppi organizzati, a patti non dichiarati. Semplicemente, si è fatta più attenzione alle forme, alle apparenze, ai luoghi in cui ci si riunisce e a cosa finisce sui giornali.

In questo contesto, Ferri torna in campo come simbolo scomodo ma veritiero. È la memoria vivente di quella stagione che si dice di voler superare e, insieme, la prova che quei meccanismi sono ancora operativi. La sua candidatura mette a disagio perché obbliga a scegliere: o si accetta che la magistratura, nella sua concreta costituzione, continua a reggersi sulle correnti, sulle relazioni, sui “professionisti delle nomine”, e allora la sua presenza al CSM è coerente; oppure si afferma che davvero si vuole un’altra cosa, e allora non basta indignarsi a parole, bisogna rompere con le persone che incarnano quel modello, a partire da chi ne è stato il più abile interprete.

L’ipocrisia sta tutta qui: molti di quelli che oggi denunciano il “ritorno del passato” hanno attraversato quel passato beneficiandone. Hanno ottenuto incarichi, trasferimenti, legittimazioni grazie a un sistema di appoggi che non si reggeva su astratte virtù, ma su concrete appartenenze. Ferri, in questo senso, è lo specchio che la corporazione preferirebbe non guardare. Eppure è proprio questo specchio che viene offerto agli elettori togati: non un santino riformatore, non un neofita della moral suasion, ma un correntista di lungo corso, capace, efficace, esperto dei meccanismi interni.

Da qui la provocazione: forse Ferri è la migliore scelta per gli elettori non farisei. Per chi rifiuta di recitare la parte di chi “non sapeva”, di chi “non vedeva”, di chi si è accorto delle correnti solo dopo che lo scandalo è esploso sui giornali. Votarlo significa assumersi la responsabilità di dire che la magistratura reale non coincide con la magistratura predicata nei documenti programmatici; che l’autogoverno continua a essere un luogo di potere, non un santuario; che le correnti, lungi dall’essere svanite, restano strutture di organizzazione e di selezione del ceto dirigente. È una scelta cinica? Forse. Ma è anche una scelta di verità, rispetto alle finzioni di chi preferisce mascherare con il lessico dell’“indipendenza” ciò che resta una competizione tra gruppi per occupare le posizioni chiave.

Resta la domanda finale: perché non dovrebbe essere di nuovo il più votato? La scorsa volta, Ferri ha dimostrato di saper raccogliere consenso ampio, proprio perché intercettava bisogni e aspettative di una parte consistente della magistratura, quella che cercava un referente forte, capace di mediare con la politica e di incidere sulle nomine. Da allora, certo, è cambiato qualcosa nel clima: l’opinione pubblica è più sospettosa, il legislatore è intervenuto sulle “porte girevoli”, le correnti sono finite sotto osservazione. Ma è cambiata davvero la grammatica interna del potere giudiziario? Sono cambiati i criteri con cui si scelgono i dirigenti, i capi degli uffici, i membri dell’autogoverno?

Se la risposta è no, se sotto la vernice moralistica le logiche restano le stesse, allora non c’è una ragione strutturale per cui Ferri non debba tornare a catalizzare voti. Anzi: la sua candidatura offre a molti un punto di riferimento riconoscibile, affidabile proprio perché già sperimentato. Se invece qualcosa è davvero mutato – nei valori, nella cultura interna, nella percezione dell’autogoverno – allora la misura del cambiamento non saranno le dichiarazioni solenni, ma il numero di preferenze che Ferri otterrà. Il voto sulle sue candidature diventa così un referendum implicito sulla sincerità della conversione anti–correntizia della magistratura.

Chi lo voterà dichiarerà, in sostanza, che preferisce un sistema di potere dichiarato a un sistema di potere ipocritamente negato. Chi lo abbandonerà, dovrà dimostrare, nei fatti, di voler davvero un’altra magistratura: non solo senza Ferri, ma senza ciò che Ferri rappresenta. In mezzo, come sempre, resterà la vasta zona grigia di chi continuerà a denunciare il correntismo a microfoni accesi e a praticarlo, con altri nomi e altri interpreti, quando le luci saranno spente.


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martedì 21 luglio 2026

Coccodrillo piagnone





La nomina di Rita Maria Imbergamo a procuratore aggiunto della DNA, con Sebastiano Ardita sconfitto in plenum, ha smascherato l’ipocrisia di un dibattito che pretende di scandalizzarsi solo quando la maggioranza non coincide con la propria. La verità, invece, è elementare: ha vinto chi aveva più voti, cioè chi ha saputo costruire un consenso più solido dentro un CSM che tutti sanno essere attraversato da correnti e rapporti di forza. 

Ed è qui che il lamento dei sostenitori di Ardita diventa quasi comico. Hanno difeso fino all’ultimo la logica dell’elettività del CSM, hanno celebrato il referendum che ha conservato quel sistema, e adesso fingono di cadere dalle nuvole perché una maggioranza organizzata ha imposto la propria linea. Ma se il CSM è un organo elettivo, allora è inevitabile che la politica delle appartenenze entri nel recinto delle nomine. 

Il punto non è soltanto che una corrente abbia battuto un’altra. Il punto è che si continua a raccontare come tecnica una partita che è sempre stata politica, e poi si finge indignazione quando la politica mostra il suo volto più nudo. Prima si accetta il correntismo come grammatica del potere interno, poi si piagnucola sul fatto che qualcuno l’abbia usata meglio degli altri. 

Questa non è una sconfitta “istituzionale” in senso nobile. È il banale esito di una lotta di potere, giocata sotto gli occhi di tutti, in cui ciascuno ha portato i propri voti, i propri riferimenti, le proprie alleanze, e alla fine ha vinto il blocco più forte. 

Tutto il resto è contorno retorico, utile solo a mascherare l’amara evidenza: chi perde chiede criteri, chi vince non ne ha mai avuti di diversi dalla forza numerica. 

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venerdì 17 luglio 2026

Esito del referendum – l’inizio del cambiamento?




di Andrea Reale - Magistrato 


Le correnti della magistratura hanno ancora una volta vinto, anzi stravinto, ben prima della competizione.

Innanzitutto con il risultato del referendum costituzionale sulla giustizia e con la epica “remuntada” che ha fatto impallidire i migliori sondaggisti di tutti i tempi in Italia.

Poi con l’assemblea generale dei soci dell’ANM, tenutasi a maggio del corrente anno, riuscita ad illudere tutti gli associati che, dopo l’esito del referendum, avrebbe avuto inizio il tanto agognato cambiamento e l’autoriforma del CSM, quelli che tutti, gruppi associativi compresi, auspicavano a parole e quasi il 46% di cittadini italiani anche con la scheda ricevuta al seggio.

Nella parte della mozione finale, rigorosamente “unitaria” (con la lodevole astensione di alcuni simpatizzanti di ArticoloCentouno, che si sono sottratti a questa ipocrisia), dedicata alla “trasparenza del governo autonomo e contrasto al carrierismo” si legge, infatti, che “è necessario proseguire nel percorso intrapreso valutando la possibilità di introdurre nel Codice Etico dell’ANM forme più incisive di incompatibilità tra impegno associativo e candidatura al CSM”.

Era il modo per dimostrare all’esterno e all’interno che finalmente, dopo sei anni dallo scandalo che ha denudato il re (con la scoperta plateale delle degenerazioni del correntismo dentro il governo autonomo della magistratura), si sarebbe intrapreso il percorso che avrebbe evitato “carriere parallele” e “uomini e donne di paglia” (quelli e quelle pronte anche a fingere l’impellenza di un bisogno fisiologico nel corso di un plenum del CSM, pur di assecondare i desiderata della corrente politica che li ha fatti eleggere), con un netto divario tra carriera associativa e ruolo dentro il partito- corrente rispetto all’incarico istituzionale presso un organo di garanzia che dovrebbe tutelare (ma anche punire) i magistrati soltanto sulla scorta di fatti e di regole, non certo di appartenenze e/o di legami di “fede”.

Ecco perché la vicinanza temporale (ottobre 2026) con il rinnovo della composizione del Consiglio Superiore della Magistratura poteva, anzi doveva, rivelarsi la prima e migliore occasione per dimostrare il cambiamento interno dei magistrati italiani e dei loro gruppi associativi dopo il referendum.

E invece? Nulla di tutto ciò, neanche di quello che, dopo tante mediazioni, risulta scritto e approvato dall’assemblea generale ANM.

I gruppi tradizionali hanno scelto i loro candidati, con meccanismi ben sperimentati, anche nella forma mascherata di “primarie” o in base ad “una designazione democratica e di un percorso condiviso all’interno delle assemblee distrettuali”.

Nella stessa ottica con la quale i gruppi guardano il CSM e il suo funzionamento, saranno loro gli esponenti politici, ossia i rappresentanti degli interessi e delle idee in materia ordinamentale dei gruppi.

Ci sono segretari di corrente o esponenti di spicco di un gruppo, ex presidenti ANM, ex componenti di organismi esecutivi o deliberativi associativi, ex membri o membri in carica di altri organismi di autogoverno della magistratura, alcuni con precedenti durature militanze “fuori ruolo”, sempre per conto e in nome del gruppo di riferimento.

Non vorrei sbagliare, ma tra i nomi dei candidati presentati dalle correnti non ne ho ancora visto uno che possa definirsi una novità o un outsider. Neanche uno.

Vi sono anche nominativi apparentemente non riconducibili ad una corrente, ma chiaramente identificabili per vicinanza personale o ideale a ben precisi ambienti “culturali”.

I pochissimi volti indipendenti, già presentatisi o in predicato di farlo, avranno dunque pochissime probabilità di spuntarla, anche a causa di una legge elettorale, quella promulgata poche settimane prima delle ultime elezioni (nel 2022), che avvantaggia le correnti più forti e che ha favorito, invece che debellare, il bipolarismo “temperato” all’interno del CSM.

La cosa che più stupisce è l’assenza di volti giovani o di novità, anche diversamente giovani, dopo tutto l’impegno che migliaia di colleghi millennials hanno profuso nell’impegno referendario.

Loro sono i primi ad essere stati traditi dalle correnti e presto se ne accorgeranno.

Nessuna delle loro speranze di cambiamento potrà realizzarsi, se queste resteranno le candidature delle correnti in vista delle prossime elezioni.

È un peccato, neanche veniale. È il frutto di una vittoria – quella al referendum costituzionale – vissuto dalle oligarchie interne dei magistrati come trionfo del conservatorismo e della tutela di una Costituzione formale, che sostanzialmente viene snaturata e violata ogni volta che si assegna al CSM una natura smaccatamente politicizzata e di rappresentanza per appartenenze.

La campagna referendaria, improntata alla paura e all’opportunismo, oltre che al disprezzo, se non al vero e proprio odio, nei confronti dei reprobi magistrati per il SÌ, ha innescato una Restaurazione preoccupante e che tradisce le aspettative dei più giovani magistrati senza appartenenze, oltre che di svariati milioni di italiani.

Proprio coloro che hanno combattuto per il NO, credendo in un ideale di rinnovamento e di autocritica, dovrebbero essere i primi a ribellarsi a questo stato di cose.

Non credo, però, che ne abbiano la forza e la voglia.

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Carovane





Il Consiglio superiore della magistratura ha scelto il nuovo procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, il “vice” della superprocura voluta proprio per arginare i sistemi di potere interni alla giurisdizione.

La nomina arriva al termine di una marcia lunga, fatta di rinvii che cambiano le carte in tavola in corsa e, soprattutto, di voti compatti di una precisa carovana di sinistra che ha prevalso sul fronte di destra. 


La carovana che vince, la carovana che perde

In plenum il risultato non è frutto di libere coscienze isolate, ma di colonne organizzate: Area, Magistratura Democratica e i segmenti “progressisti” convergono, mentre Magistratura Indipendente e i pezzi di destra giudiziaria restano minoranza e si dividono tra voto contrario e astensione. 
La maggioranza si forma dunque come coalizione politica di fatto, dove la “sinistra della giurisdizione” porta a casa il procuratore aggiunto della DNA, dimostrando che le correnti non sono più semplici associazioni culturali, ma vere e proprie carovane di voti, in grado di spostare la geografia del potere giudiziario. 

 Dal Testo Unico sulla dirigenza al Testo Unico sulla “diligenza”

Tutto avviene “in applicazione” del nuovo Testo Unico sulla dirigenza giudiziaria, nato per tradurre la riforma Cartabia in criteri di valutazione del merito, delle attitudini e dell’anzianità, con l’ambizione dichiarata di ridurre le influenze clientelari. 

In realtà il Testo Unico è diventato il regolamento d’officina della carovana: parametri elastici, pesi mutevoli, reinterpretazioni affidate ora al CSM, ora addirittura al Consiglio di Stato, che consentono ai gruppi di potere di decidere *chi* debba valere di più, non *cosa* valga di più. 


 La “diligenza” assaltata dai gruppi di potere

A questo punto chiamarlo Testo Unico sulla dirigenza è un atto di ingenuità: è diventato il Testo Unico sulla diligenza, la diligenza-cocchio su cui salgono e scendono le carovane correntizie dirette verso gli incarichi di vertice. 

Le norme non sono più un binario stabile, ma il carro da assaltare: sentenze, delibere, interpretazioni “creative” consentono agli stessi gruppi che a parole si dichiarano nemici del correntismo di prendere d’assalto il regolamento e piegarlo alle esigenze del momento, fino a far scomparire o riapparire candidati in corsa come bagagli spostati da una stazione all’altra. 

 Sinistra e destra nella giurisdizione: l’ennesimo bivio mancato

Le correnti “progressiste” rivendicano di aver difeso legalità e criteri oggettivi, le correnti di destra denunciano un ribaltamento di regole in itinere, ma entrambe restano pienamente dentro una logica di fronti contrapposti, dove l’appartenenza pesa più delle biografie giudiziarie reali. 

Nell’ennesima nomina, la carovana di sinistra ha vinto la partita della DNA, ma la giurisdizione nel suo complesso ha perso l’occasione di dimostrare che i procuratori aggiunti si scelgono per merito e indipendenza, non per appartenenza alle carovane che assaltano, di volta in volta, la diligenza del Testo Unico. 

Il CSM politico è la pesante eredità del NO al referendum  e al CSM politico consegue la targa politica impressa anche agli uffici giudiziari.  

Ora teniamocela.

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mercoledì 8 luglio 2026

La tutela della privacy: quando la magistratura dimentica sé stessa.





La recente iniziativa di numerosi magistrati volta a ottenere accesso ad atti interni della Scuola Superiore della Magistratura merita attenzione non tanto per l’oggetto, quanto per la reazione che ha suscitato. I magistrati sottoscrittori dell’istanza di accesso civico, infatti, non risultano portatori di un interesse diretto e qualificato, ma si collocano su un piano di controllo diffuso, riconducibile a un generico richiamo al principio di trasparenza. Proprio per questo, la risposta del direttivo – costellata di “omissis” giustificati in nome della tutela dei dati personali – appare formalmente coerente con il quadro normativo.

Una scelta formalmente ineccepibile se coerente con la normativa, ma che espone un paradosso difficilmente difendibile: la privacy viene brandita come scudo quando serve a limitare l’accesso, ma resta sistematicamente trascurata nella prassi quotidiana della stessa magistratura.

Il problema non è il bilanciamento tra trasparenza e riservatezza, che è fisiologico e necessario. Il problema è l’uso selettivo della normativa, piegata a esigenze contingenti e priva di una reale interiorizzazione culturale. Quando la protezione dei dati diventa un argomento difensivo, viene applicata con rigore; quando invece richiederebbe comportamenti coerenti e scelte organizzative più attente, scompare dal radar.

L’esempio più evidente – e, per certi versi, più imbarazzante – è l’accettazione generalizzata di indirizzi e-mail istituzionali costruiti secondo lo schema nome.cognome@giustizia.it. Una soluzione che espone ogni magistrato a una reperibilità indiscriminata, rendendo gli indirizzi facilmente prevedibili e quindi accessibili a chiunque, senza alcuna barriera. Non si tratta di una mera questione tecnica: è una scelta che incide direttamente sulla sfera personale e sulla sicurezza digitale degli interessati.

In un contesto normativo dominato dal principio di minimizzazione e dalla necessità di limitare la diffusione dei dati personali, tale prassi appare difficilmente giustificabile. L’indirizzo e-mail è un dato personale a tutti gli effetti, e la sua struttura prevedibile lo trasforma in un dato sostanzialmente pubblico, esponendo i titolari a contatti indesiderati, attività di profilazione e rischi ben noti, come il phishing.

Colpisce, allora, non solo la scelta organizzativa in sé, ma la sua accettazione passiva. Proprio da parte di soggetti che, per funzione, dovrebbero avere una sensibilità particolarmente elevata verso la tutela dei diritti fondamentali. Si ha l’impressione che la protezione dei dati personali venga percepita più come un intralcio burocratico che come una componente essenziale dello Stato di diritto.

Il risultato è una evidente dissonanza: da un lato, la privacy viene invocata per oscurare atti e informazioni; dall’altro, viene sacrificata senza particolari resistenze quando riguarda la sfera dei magistrati stessi. Una contraddizione che non può essere liquidata come marginale, perché incide sulla credibilità complessiva dell’istituzione.

Se la magistratura intende continuare a essere presidio dei diritti, deve evitare che la tutela dei dati personali si riduca a un uso strumentale e intermittente. La coerenza, in questo ambito, non è un optional: è la condizione minima per non trasformare una garanzia fondamentale in un semplice alibi.

Se i magistrati accettano passivamente una così evidente compressione della propria sfera di riservatezza, fino a rendere i propri dati di contatto facilmente accessibili a chiunque interagisca con la loro attività, è lecito interrogarsi sulla reale profondità della loro sensibilità in materia. Perché una cultura della protezione dei dati che non viene avvertita come esigenza personale difficilmente potrà tradursi in una tutela rigorosa dei diritti altrui. E allora la domanda diventa inevitabile: quale grado di attenzione potrà essere garantito alla privacy dei cittadini, se proprio chi è chiamato a presidiarla mostra di considerarla, per sé, un valore negoziabile?

È allora inevitabile che la questione travalichi il piano delle scelte organizzative interne e chiami in causa il ruolo dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, cui spetta vigilare affinché anche le prassi della pubblica amministrazione – magistratura inclusa – siano effettivamente conformi ai principi di minimizzazione, proporzionalità e sicurezza del trattamento.

Se la privacy rischia di ridursi a un argomento da opporre selettivamente, più che a un valore da praticare quotidianamente, è proprio sul terreno della vigilanza e dell’indirizzo che si misura la tenuta del sistema. Perché la credibilità della tutela dei dati personali non si afferma nelle dichiarazioni di principio, ma nella coerenza delle prassi.



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