La nomina di Rita Maria Imbergamo a procuratore aggiunto della DNA, con Sebastiano Ardita sconfitto in plenum, ha smascherato l’ipocrisia di un dibattito che pretende di scandalizzarsi solo quando la maggioranza non coincide con la propria. La verità, invece, è elementare: ha vinto chi aveva più voti, cioè chi ha saputo costruire un consenso più solido dentro un CSM che tutti sanno essere attraversato da correnti e rapporti di forza.
Ed è qui che il lamento dei sostenitori di Ardita diventa quasi comico. Hanno difeso fino all’ultimo la logica dell’elettività del CSM, hanno celebrato il referendum che ha conservato quel sistema, e adesso fingono di cadere dalle nuvole perché una maggioranza organizzata ha imposto la propria linea. Ma se il CSM è un organo elettivo, allora è inevitabile che la politica delle appartenenze entri nel recinto delle nomine.
Il punto non è soltanto che una corrente abbia battuto un’altra. Il punto è che si continua a raccontare come tecnica una partita che è sempre stata politica, e poi si finge indignazione quando la politica mostra il suo volto più nudo. Prima si accetta il correntismo come grammatica del potere interno, poi si piagnucola sul fatto che qualcuno l’abbia usata meglio degli altri.
Questa non è una sconfitta “istituzionale” in senso nobile. È il banale esito di una lotta di potere, giocata sotto gli occhi di tutti, in cui ciascuno ha portato i propri voti, i propri riferimenti, le proprie alleanze, e alla fine ha vinto il blocco più forte.
Tutto il resto è contorno retorico, utile solo a mascherare l’amara evidenza: chi perde chiede criteri, chi vince non ne ha mai avuti di diversi dalla forza numerica.











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