Alla Scuola Superiore della Magistratura, di questi tempi, il ballo è diventato materia obbligatoria. Non nei corridoi, ma nei verbali: lì si danza tra correnti, rivincite mancate e nostalgie per la “compagna” presidente che non è stata riconfermata. Una parte della magistratura, orfana della propria bandiera di sinistra, ha deciso che il nuovo direttivo non è un semplice cambio di stagione, ma un golpe coreografico. E come si reagisce a un golpe? Con il più nobile degli strumenti: il ricorso.
L’Associazione nazionale magistrati, che in teoria dovrebbe essere la casa comune di tutte le toghe, ha deciso di cofinanziare l’azione per ottenere la pubblicazione degli atti interni della Scuola, verbali inclusi. Trasparenza, si proclama. Controllo democratico, si invoca. In pratica: vogliamo vedere nero su bianco chi ha osato ballare un passo diverso dal nostro, e magari metterlo sotto pressione a futura memoria. Altro che formazione: qui siamo alla revisione coreografica del voto.
Nel frattempo, un’altra fetta di magistratura, meno incline al tango militante, si è messa a difesa dell’attuale direttivo della Scuola. Non per improvviso innamoramento istituzionale, sia chiaro, ma perché in quella dirigenza riconosce il proprio esito di potere. È il solito spettacolo: l’ente che dovrebbe occuparsi di aggiornamento professionale diventa un ring di correnti, con tifoserie pro e contro il presidente, comunicati indignati e ricorsi branditi come volantini di una milonga associativa.
E qui entra in scena il protagonista del titolo: Tango. Al vertice dell’ANM c’è un presidente che, almeno sul piano del nome, sembrava nato per muoversi con eleganza tra i conflitti. Nella pratica, invece, di fronte alla vicenda della Scuola, Tango non balla: traballa. Traballa quando deve tenere insieme un’associazione divisa fra chi pretende la riconferma della propria linea “di sinistra” e chi rivendica la legittimità del nuovo direttivo. Traballa quando mette il timbro dell’ANM su un ricorso che sa tanto di regolamento di conti postumo, più che di battaglia di principio. E traballa soprattutto sull’unica cosa che ci si aspetterebbe da un presidente: la capacità di stare un passo avanti, non mezzo passo indietro rispetto alle correnti.
È un copione già visto: stessa orchestra che ha appena cantato compatta contro la riforma, stessa compagnia di ballo che ora scopre che la maggioranza, quando non è la propria, diventa improvvisamente sospetta, da vigilare, da sottoporre a FOIA, da accompagnare a suon di ricorsi. La lezione che arriva alla base – e al Paese – è limpida: la trasparenza è un valore, sì, ma soprattutto quando serve a interrogare chi ha sbagliato “schieramento”.
Così la Scuola Superiore della Magistratura, nata per insegnare indipendenza, sobrietà e tecnica, si ritrova a impartire un’altra disciplina: come usare gli strumenti giuridici per combattere le battaglie di corrente. Non è proprio il corso che ci si aspetterebbe in un ente di formazione: invece di spiegare come si preserva l’immagine di imparzialità, si mostra come si consuma, lentamente, a colpi di ricorsi reciproci fra pezzi della stessa magistratura.
Lezione di tango, dice il titolo. Ma qui più che ballare si scivola. La Scuola che dovrebbe insegnare i fondamentali della giurisdizione diventa sede di un contenzioso interno; l’Associazione che rivendica di rappresentare il novanta per cento delle toghe si trasforma in strumento operativo di una parte contro un’altra; e il presidente che porta il nome di un ballo raffinato è lì, in mezzo alla pista, che non guida il ritmo ma semplicemente traballa. Pessima lezione: per chi guarda da fuori e si chiede dove sia finita l’imparzialità, e per chi, da dentro, deve rassegnarsi all’idea che, ormai, anche la formazione è solo un altro capitolo della lunga milonga delle correnti.











1 commenti:
Mi domando, ogni giorno, dal 19 luglio 1992 come un uomo delle istituzioni che rifiutava gli inciuci, potesse vivere proprio nella repubblica fondata su di essi.
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