sabato 25 luglio 2026

A volte ritornano




La candidatura di Cosimo Ferri al CSM non è un incidente, né una provocazione: è il ritorno in superficie di ciò che la magistratura italiana è stata – e in larga parte continua a essere – nella sua dimensione reale, fatta di correnti, commistioni politiche, nomine costruite in stanze laterali rispetto ai luoghi formali della decisione. Chi oggi finge di stupirsi di questa candidatura non denuncia un’anomalia, ma tenta di prendere le distanze da un sistema che ha abitato, praticato e spesso utilizzato per costruire la propria carriera.

Ferri è, da questo punto di vista, un personaggio altamente rappresentativo. Magistrato di lunga data, figlio di una tradizione familiare in cui la toga dialoga stabilmente con la politica, protagonista storico di una corrente organizzata, tre volte sottosegretario alla Giustizia, parlamentare, interlocutore riconosciuto dei governi e delle segreterie di partito: è l’incarnazione di quell’ibrido magistrato–politico che per anni è stato non l’eccezione ma una delle colonne portanti dell’autogoverno. La sua biografia attraversa, senza soluzione di continuità, le aule di giustizia, i corridoi del CSM, le direzioni dei partiti, le riunioni notturne in cui si decidevano nomi, equilibri, pesi reciproci.

In questo intreccio, il clientelismo non è un’appendice morale, ma il vero motore di produzione del consenso. Le carriere si costruiscono dentro reti di protezione, raccomandazione, scambio; le nomine dirigenziali diventano la moneta con cui si consolidano fedeltà e si presidiano territori giudiziari; la vicinanza alla politica garantisce un surplus di potere che si traduce in capacità di intermediazione, promessa, garanzia. Ferri è stato per anni uno snodo centrale di questo sistema: chi cercava un avanzamento, un trasferimento, un appoggio in una competizione interna sapeva che passare da lui significava parlare con uno dei “centralini” principali del potere giudiziario.

È per questo che la sua candidatura al CSM appare, agli occhi di molti, “fisiologica”. Non è la forzatura di un outsider che tenta un colpo di mano, ma il rientro in scena di un protagonista che ha contribuito a costruire l’architettura stessa delle correnti e delle loro connessioni politiche. Molti degli attuali dirigenti – in tribunali, corti, procure, uffici ministeriali – devono almeno un tratto del proprio percorso a quella stagione in cui Ferri era un passaggio quasi obbligato. Una parte della classe dirigente giudiziaria oggi si scopre improvvisamente moralista, ma porta addosso la memoria, e spesso il debito, di una stagione in cui il potere di Ferri era cercato, non demonizzato.

La retorica ufficiale, è vero, nel frattempo è cambiata. Lo scandalo delle riunioni riservate, degli incontri in hotel, dei messaggi di pressing sulle votazioni del CSM ha costretto le associazioni, le correnti, gli stessi organi istituzionali a una auto–rappresentazione purificata. Sono fioriti documenti sulla “trasparenza”, sulla “fine delle correnti”, sull’“etica pubblica” della magistratura. Il correntismo è diventato, nella narrazione, una malattia da estirpare, se non addirittura un peccato originale da espiare. Ma la distanza tra discorso e prassi resta evidente: il sistema ha continuato ad affidare le proprie scelte a catene di relazioni personali, a equilibri fra gruppi organizzati, a patti non dichiarati. Semplicemente, si è fatta più attenzione alle forme, alle apparenze, ai luoghi in cui ci si riunisce e a cosa finisce sui giornali.

In questo contesto, Ferri torna in campo come simbolo scomodo ma veritiero. È la memoria vivente di quella stagione che si dice di voler superare e, insieme, la prova che quei meccanismi sono ancora operativi. La sua candidatura mette a disagio perché obbliga a scegliere: o si accetta che la magistratura, nella sua concreta costituzione, continua a reggersi sulle correnti, sulle relazioni, sui “professionisti delle nomine”, e allora la sua presenza al CSM è coerente; oppure si afferma che davvero si vuole un’altra cosa, e allora non basta indignarsi a parole, bisogna rompere con le persone che incarnano quel modello, a partire da chi ne è stato il più abile interprete.

L’ipocrisia sta tutta qui: molti di quelli che oggi denunciano il “ritorno del passato” hanno attraversato quel passato beneficiandone. Hanno ottenuto incarichi, trasferimenti, legittimazioni grazie a un sistema di appoggi che non si reggeva su astratte virtù, ma su concrete appartenenze. Ferri, in questo senso, è lo specchio che la corporazione preferirebbe non guardare. Eppure è proprio questo specchio che viene offerto agli elettori togati: non un santino riformatore, non un neofita della moral suasion, ma un correntista di lungo corso, capace, efficace, esperto dei meccanismi interni.

Da qui la provocazione: forse Ferri è la migliore scelta per gli elettori non farisei. Per chi rifiuta di recitare la parte di chi “non sapeva”, di chi “non vedeva”, di chi si è accorto delle correnti solo dopo che lo scandalo è esploso sui giornali. Votarlo significa assumersi la responsabilità di dire che la magistratura reale non coincide con la magistratura predicata nei documenti programmatici; che l’autogoverno continua a essere un luogo di potere, non un santuario; che le correnti, lungi dall’essere svanite, restano strutture di organizzazione e di selezione del ceto dirigente. È una scelta cinica? Forse. Ma è anche una scelta di verità, rispetto alle finzioni di chi preferisce mascherare con il lessico dell’“indipendenza” ciò che resta una competizione tra gruppi per occupare le posizioni chiave.

Resta la domanda finale: perché non dovrebbe essere di nuovo il più votato? La scorsa volta, Ferri ha dimostrato di saper raccogliere consenso ampio, proprio perché intercettava bisogni e aspettative di una parte consistente della magistratura, quella che cercava un referente forte, capace di mediare con la politica e di incidere sulle nomine. Da allora, certo, è cambiato qualcosa nel clima: l’opinione pubblica è più sospettosa, il legislatore è intervenuto sulle “porte girevoli”, le correnti sono finite sotto osservazione. Ma è cambiata davvero la grammatica interna del potere giudiziario? Sono cambiati i criteri con cui si scelgono i dirigenti, i capi degli uffici, i membri dell’autogoverno?

Se la risposta è no, se sotto la vernice moralistica le logiche restano le stesse, allora non c’è una ragione strutturale per cui Ferri non debba tornare a catalizzare voti. Anzi: la sua candidatura offre a molti un punto di riferimento riconoscibile, affidabile proprio perché già sperimentato. Se invece qualcosa è davvero mutato – nei valori, nella cultura interna, nella percezione dell’autogoverno – allora la misura del cambiamento non saranno le dichiarazioni solenni, ma il numero di preferenze che Ferri otterrà. Il voto sulle sue candidature diventa così un referendum implicito sulla sincerità della conversione anti–correntizia della magistratura.

Chi lo voterà dichiarerà, in sostanza, che preferisce un sistema di potere dichiarato a un sistema di potere ipocritamente negato. Chi lo abbandonerà, dovrà dimostrare, nei fatti, di voler davvero un’altra magistratura: non solo senza Ferri, ma senza ciò che Ferri rappresenta. In mezzo, come sempre, resterà la vasta zona grigia di chi continuerà a denunciare il correntismo a microfoni accesi e a praticarlo, con altri nomi e altri interpreti, quando le luci saranno spente.

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