«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 2 dicembre 2010

Di cosa ha bisogno l'Associazione Nazionale Magistrati

Pubblichiamo l’intervento pronunciato da Andrea Reale, Giudice del Tribunale di Ragusa, al XXX Congresso dell'A.N.M..

L’intervento di Andrea consta di due elenchi, come quelli di una trasmissione televisiva che ha avuto molto successo nei giorni scorsi.




Elenco di alcuni motivi per cui va rinnovata l’A.N.M.


Perché, per voltare davvero pagina, è necessario superare il clima di chiusura, di pregiudizio e di incomunicabilità ormai esistente all’interno dei vari gruppi che animano l’A.N.M., e che ha ucciso il dibattito interno, e perché non si può più assistere silenti a certe lotte intestine, che indeboliscono fatalmente l’A.N.M., e che manifestano nel modo più eloquente la degenerazione correntizia;

perché non si capisce più quale sia la concreta differenza tra i singoli gruppi associativi all’interno dell’A.N.M. e pochi, anche tra coloro che si definiscono i padri fondatori dell’associazionismo giudiziario, te li sanno spiegare in modo chiaro e credibile;

perché l’A.N.M. è troppo vicina al C.S.M. e troppo forte è il loro legame, pur dovendo essere due realtà ontologicamente diverse;

perché è strano che i vertici di una associazione non sappiano indire in sette anni una assemblea ordinaria o pubblicizzare adeguatamente tutti i verbali delle riunioni degli organismi rappresentativi;

perché non è credibile un’associazione che non sappia dare seguito ai suoi deliberati e che non sappia organizzare le primarie per la scelta dei propri rappresentanti all’autogoverno, pur dopo avere deliberato la loro indizione a maggioranza assoluta;

perché è difficile accettare il fatto che si possa fare associazione soltanto all’interno di un gruppo e non si dia alcuna importanza e non si valorizzi l’impegno di chi non ha voglia di schierarsi;

perché è intollerabile che oggi chi non aderisce ad un gruppo dell’A.N.M., ma intenda partecipare attivamente all’Associazione, venga isolato, deriso e screditato, professionalmente ed anche personalmente, persino cancellato da una mailinglist;

perché bisogna interrogarsi su quel senso totale di disaffezione all’A.N.M. che si respira alla base, tra i colleghi, e derivante dalla sfiducia nei suoi rappresentanti, e dall’idea, molto diffusa, che l’A.N.M. sia cosa di pochi prescelti e serva per fare carriera;

perché non si può permettere che l’A.N.M. ed i gruppi al suo interno si comportino come gli attuali partiti politici, scegliendo dall’alto i futuri rappresentanti in tutti gli organismi istituzionali di rappresentanza della magistratura e che diano talvolta vita ad indegne forme di lottizzazione;

perché non si comprende come possa ritenersi “anticorpo” una giustizia disciplinare draconiana e precipitosa, che metta a repentaglio l’indipendenza interna della magistratura;

perché non se ne può più di un sindacato che, spesso, invece che tutelare i suoi rappresentati, stia dalla parte di chi questi ultimi amministra.



Elenco di alcuni motivi per cui è importante impegnarsi per il rinnovamento dell’A.N.M. ed all’interno dell’A.N.M.


Perché non si può soltanto criticare l’A.N.M. e mai partecipare alla vita associativa;

perché è enormemente gratificante sentirsi utile per un collega e risolvere un suo problema, senza aspettarsi niente e senza chiedere un voto in cambio;

perché bisogna tornare allo spirito delle origini dell’A.N.M., perché è giusto impegnarsi gratuitamente e disinteressatamente per la nostra associazione;

perché è vitale combattere e denunciare i vizi di un sistema giudiziario, anche di autogoverno, che non funziona;

perché non ci si può rassegnare all’idea che la nostra A.N.M. diventi una oligarchia;

perché bisogna riappropriarsi della casa comune dell’A.N.M. e considerare il nostro sindacato come il luogo di difesa intransigente dei diritti e degli interessi legittimi di tutti e di ciascun singolo magistrato;

perché è giusto onorare con i fatti l’impegno di Uomini e Donne Magistrato che hanno sacrificato persino la vita per difendere i valori in cui tutti noi, anche come associati all’A.N.M., crediamo;

perché è emozionante organizzare una giornata per la giustizia aperta alla cittadinanza e spiegare , specie ai giovani, come funziona un processo civile o penale e perché esso dura tanto, e fare conoscere alla società civile che in magistratura non ci sono toghe rosse o politicizzate, né che i magistrati sono esseri antropologicamente diversi dalla razza umana, o che essi sono la metastasi della democrazia, ma , al contrario, che la giurisdizione e chi la esercita costituiscono la spina dorsale dello Stato di diritto;

perché è straordinario essere nominato componente della Commissione di riforma del codice deontologico dei magistrati italiani e vedere tradotte in principi le idee di rinnovamento necessarie per un reale cambiamento;

perché è necessario un impegno fattivo per garantire concretamente alle donne in magistratura pari opportunità in ambito lavorativo;

perché è bello che l’impegno associativo diventi parte importante della nostra vita professionale;

perché la nostra idea di rinnovamento non si raffigura in un’onda alta e travolgente, ma è meglio descritta da una goccia lenta, ma inesorabile, che sappia perforare la pietra (GUTTA CAVAT LAPIDEM ), e che sia metafora di una ferrea volontà con la quale si possono conseguire obiettivi altrimenti impossibili.

perché, come diceva Gandhi, la forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita;

perché forse è giunto il momento in cui chi la pensa diversamente si organizzi e si unisca per dare forza ad una nuova idea di associazionismo, pronto al dialogo con tutte le componenti associative, con le istituzioni, con gli altri soggetti della giurisdizione, con la collettività, e che ponga come regola statutaria fondamentale l’incompatibilità dell’incarico associativo con qualsivoglia altro impegno in ruoli istituzionali e/o amministrativi e politici;perché non si deve andare via , meglio fermarsi qui ed ora e dare il proprio piccolo contributo al cambiamento e dimostrare con i fatti, e non con le parole o con titoli altisonanti, il rinnovamento.

Andrea Reale





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martedì 23 novembre 2010

Tu quoque Brute fili mi! A proposito del “compagno” Fini e dintorni.





di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





L’accusa, per il Presidente della Camera, di essere diventato il “compagno Fini” è cominciata quando vi furono i primi distinguo su molti temi.

Consumato lo strappo il “compagno Fini” è divenuto più semplicemente un congiurato e, a detta del Ministro Bondi, il figlio ingrato che si accanisce anch’egli con il coltello (il riferimento è a Bruto presunto figlio di Cesare).

L’ultima accusa si basa soprattutto su uno degli stracci che maggiormente vola su in questo periodo: l’On. Silvio Berlusconi ha sdoganato una parte di destra che mai, in assenza di Berlusconi, sarebbe potuta entrare nell’alveo dei partiti di stato e di governo, solo che lungo il cammino quella destra è divenuta comunista o forse peggio catto-comunista.

Di tradimento avevano già parlato i colonnelli e di tradimento ha parlato anche Donna Assunta figura che, per quelli che appartengono all’area, ha grande significato.

Insomma il Presidente Fini è divenuto per alcuni comunista, traditore, congiurato mentre per altri è rinsavito, fa tatticismi o peggio giochi da prima Repubblica.

Sullo sfondo, ormai, Montecarlo o vicende intranee all’Egitto, la partita si è spostata sulle reciproche accuse e sull’ultimo colpo di scena: il possibile scioglimento della sola Camera dei Deputati.

In questo groviglio che sarebbe molto più semplicemente definibile crisi politica della coalizione che ha vinto le elezioni, ognuno porta il suo contributo, il primo è di stampo elettoralistico: quanto peserà sull’elettorato di area il presunto atteggiamento di cortigiano di Fini, il suo tradimento della storia del MSI, il suo “comunismo” (anche sulle pagine del Quotidiano della Calabria nella rubrica di prima pagina si invitava Fini a dire qualcosa di destra) l’altra è la posizione di una questione costituzionale assolutamente inedita, forse, quasi, non immaginata, almeno in questa prospettiva dai Padri Costituenti.

Sul tradimento mi sovviene una piccola pagina di storia che forse aiuta a capire che in realtà di tradimento, se il termine è consentito, si sarebbe dovuto parlare molto tempo fa.

Spulciando negli archivi della rete può leggersi «Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta al fascismo! Non solo si rischia che al momento dell’inevitabile crisi non vi siano di pronti che loro, ma si finisce col lasciar identificare nell’opinione pubblica antifascismo con comunismo, col risultato che chiunque ha interessi da difendere preferisce in ultima analisi rassegnarsi al fascismo».

Questo è un testo rinvenibile in un bollettino quindicinale edito da un’associazione clandestina antifascista italiana, dal nome ALLEANZA NAZIONALE fondata dal poeta Lauro De Bosis nel 1930 (all’associazione aderirono tra gli altri Benedetto Croce e Umberto Zanotti Bianco; De Bosis, stesso fu poi protagonista di un episodio spettacolare in cui trovò la morte mentre altri furono incarcerati dal regime fascista) e tale richiamo evocativo della scelta di Fiuggi nonché i continui richiami a Benedetto Croce rappresentano forse un strappo e un “tradimento” maggiore di Fini rispetto alla sua area e alla storia di MSI.

Insomma se di tradimento si tratta questo c’è stato nel momento in cui ci si è richiamati ad un’associazione clandestina di destra che voleva porsi a destra tra gli antifascisti.

Fatte le dovute distinzioni storiche forse oggi i “Futuristi” si preoccupano di non lasciare agli antiberlusconiani della prima ora l’equazione antiberlusconiani-alternativa ponendo nell’opinione pubblica un dopo anche a destra.

Questo argomento, però, ha un peso specifico anche sulla congiura e su “Tu quoque Brute fili mi”, poiché, lo sdoganamento passa dalla scelta antifascista di Fiuggi mentre il governo dalla sola alleanza elettorale.

Leggendo il prof. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ho scoperto, mio malgrado, di essere, insieme ad altri a loro insaputa, un sostenitore della democrazia acefala che si contrappone al modello della democrazia leaderistica (modello evidentemente preferito dal prof. nel fondo citato) e, in definitiva, a me pare che in realtà Fini non tradisca alcunché ma si confermi nella scelta della democrazia acefala che andrebbe più tecnicamente definita democrazia parlamentare che è concetto statuale diverso dalla democrazia leaderistica in cui, evidentemente, i poteri sono maggiormente concentrati nel leader.

Allo stesso modo, confesso di non essere un esperto, non mi è mai parso che Fini o i suoi abbiano mai detto cose di sinistra.

La legalità non può certo dirsi un concetto non intrinseco alla destra liberale e costituzionale se è vero come è vero che lo Stato liberale seguito alla Rivoluzione Francese era uno stato basato sul diritto, sulla costituzione e sulla divisione dei poteri, tutti temi alla base dei distinguo degli ultimi mesi.

Non bastasse il groviglio intricatissimo di tradimenti e riposizionamenti è arrivata l’ultima rivoluzione costituzionale degli ultimi anni.

Dopo la decretazione d’urgenza contra legem, dopo la reiterazione di provvedimenti cassati dalla Corte Costituzionale, è arrivata l’ipotesi dello scioglimento di una sola Camera, cui è evidentemente non è connessa, almeno nelle intenzioni sensazionalistiche di chi la propone, la crisi di governo.

Sul punto da giurista per caso va detto che se si dovesse definire il potere di scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica (potere a cui è connessa una posizione centrale e di garanzia del Presidente rispetto al rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento tanto che esso è previsto da un diverso e unico articolo – 88- rispetto a quello che prevede tutte gli altri poteri) esso è esclusivamente teso ad una “funzione di risoluzione di una crisi non altrimenti superabile del rapporto fiduciario” da ciò discende che a nulla rileva l’eventuale fiducia in un ramo del Parlamento posto che in un sistema bicamerale basta la mancanza di fiducia di una sola Camera per evidenziare una crisi del rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo.

Il caso ha un precedente seppure in un diverso regime normativo nello scioglimento del Senato del 1953 (Cfr Guarino Lo scioglimento del Senato, FI, 1953, IV, 91 s.) che, tuttavia, si inquadra in un regime normativo che già di partenza prevedeva una diversa durata tra le due camere e, soprattutto, coincideva, in quel momento con la scadenza del mandato della camera giunta alla fine della legislatura.

A sentire il Pres. Emerito della Corte Costituzionale Alberto Capotosti, insomma, l’ipotesi, tra l’altro di scuola, è solo quella di una impossibilità di funzionamento della Camera che, tuttavia, è cosa diversa dal problema del rapporto fiduciario con buona pace di chi ha evocato tale possibilità.

In definitiva ciò che conta è la rottura del rapporto fiduciario tra il governo e la sua maggioranza a prescindere dalla contingenza dei numeri.

Crisi di governo, quindi, con l’emersione anche di qualche nuovo leader come ad esempio Bocchino ma quello di Fli.




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giovedì 18 novembre 2010

Giustizia: dietro le sbarre … “al sicuro”




di Sebastiano Ardita
(Magistrato. Direttore Generale della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Ministero della Giustizia)


da Casablanca dell’11 novembre 2010


La conoscenza dell’universo penitenziario, con le sue contraddizioni ed i suoi limiti strutturali, potrebbe essere oggi una buona opportunità per misurare lo stato di attuazione delle politiche penali della nostra Nazione, e non solo di esse.

Avvolto nel mistero di fitte mura che poco o niente hanno lasciato intravedere dal di dentro, nell’immaginario della gente lo strumento del carcere è stato ritenuto per anni l’unica possibile risposta ai tanti crimini che abbiamo visto raccontati dalle cronache; ma, al tempo stesso, anche un luogo di rimozione del male e di chi lo ha compiuto.

La sua storia, i problemi di chi vi opera, persino le sue regole appaiono tutt’oggi sconosciute ai più.

E dunque anche la sua funzione è tuttora prigioniera di un mito: quello della sicurezza che è garantita ai cittadini dal fatto che i cattivi stiano al sicuro, separati dai cittadini onesti, e messi nell’impossibilità di compiere ancora del male.

La fotografia del carcere di oggi è ben diversa da questa rappresentazione convenzionale.

È vero che all’interno vi sono tante persone pericolose, e che una parte di queste stanno lì ad espiare pene lunghe.

Ma è pur vero che tra i quasi 70.000 detenuti ve ne sono oltre un terzo di origine extracomunitaria.

Una buona parte sono poveri veri. Nel senso che non solo non possono permettersi di avere un motorino o di andare al cinema, ma in certi casi hanno il problema di trovare qualcosa da mangiare o non sanno cosa sia un medico.

Una quota di questi inoltre non sono esattamente dei criminali – anche se hanno violato la legge penale – ed anzi avrebbero avuto anche l’intenzione di lavorare, se fosse stata loro concessa una qualche opportunità.

Aggiungiamo poi che tra i detenuti il 20% soffre a vario grado di disturbi mentali e che un quarto è rappresentato da tossicodipendenti.

Ma vi è un’altra importante questione. Il carcere come luogo di detenzione stabile, come posto in cui si entra e si paga per le proprie colpe è poco meno che un’utopia.

Da uno studio che ho commissionato nel 2007 è emerso che il 30% delle persone arrestate e condotte nei penitenziari ritrovano la libertà dopo appena 3 giorni. E addirittura il 60% vi rimane per meno di un mese.

Rispetto a questi dunque la detenzione, per la sua brevità, non è in grado di offrire offre né sicurezza per i cittadini, né trattamento rieducativo ai reclusi.

Unendo i due dati ne consegue che, insieme a criminali pericolosi, anche una massa di poveri e disadattati entra in carcere e vi transita per qualche giorno. Affolla le strutture e rischia di essere reclutato dalla criminalità organizzata. Tra questi sventurati alcuni, già sofferenti per gravi disagi, si tolgono la vita. Spesso nei primi giorni di detenzione.

Cosa viene da pensare leggendo questi dati? Innanzitutto che il nostro sistema penale nel complesso non funziona. Ma è solo un eufemismo.

Potremmo anche dire che è sull’orlo del collasso, perché determina il fallimento di una grande parte delle sue intraprese e dunque non offre un servizio utile.

Per fare un paragone è come se nel sistema scolastico il 60% dei giovani abbandonassero la scuola. Se nel sistema sanitario il 60% dei ricoveri finissero col decesso del paziente.

La seconda considerazione è che ciò che manca è una regia complessiva nel sistema penale, non solo politica ma anche giudiziaria, che parta dalla osservazione di quante e quali detenzioni esso produce, e per quanto tempo, ossia si ponga la questione dei concreti risultati che riesce a realizzare.

La terza osservazione è che gli operatori penitenziari sono i soggetti più produttivi tra tutti gli operatori penali, se non altro perché, intervenendo nell’ultimo segmento, sono chiamati a uno sforzo sovraumano per correggere le storture generate dalle altre parti del sistema: impedire il suicidio dei disperati, accogliere poveri e malati di hiv offrendo loro un lavoro o un altro interesse per vivere, interpretare il linguaggio e le problematiche degli stranieri.

Si perché sino a quando sarà vigente questa Costituzione, in carcere più che in ogni altro luogo sarà impossibile ogni discriminazione di “razza, sesso, lingua e religione”.

Per non dire della necessità di applicare con rigore le regole nei confronti di quanto hanno cercato di affermare la loro prevaricazione anche dentro gli istituti di pena: mafiosi ed esponenti di altri poteri criminali.

Solo conoscendo questo mondo è possibile comprendere il compito che l’istituzione penitenziaria è chiamata a svolgere, e concepire il carcere come laboratorio antirazzista, come estrema frontiera dello stato sociale, ad un tempo come luogo di offesa e di riparazione dei valori della nostra Costituzione. E dunque, inevitabilmente, come spazio apolitico, anti ideologico, da tenere al riparo dalle spaccature che si sono determinate nella Nazione. Un luogo dove la sofferenza predomina, e dove la dignità dell’uomo deve affermarsi prima ancora dei suoi bisogni individuali. Dove gli operatori condividono il disagio coi detenuti e pagano sulla loro pelle il loro impegno in un ambiente estremo.

Dove la malattia, la sofferenza, e persino il suicidio finiscono per accomunare i carcerati e quelli che ingenerosamente da qualcuno vengono ancora ritenuti i carcerieri.

Non occuparsi del carcere è sprecare una occasione per conoscere lo stato di salute della nostra democrazia.

Una occasione perduta, non solo per la società, ma anche per tanti addetti ai lavori del sistema giustizia che questo mondo non lo conoscono per niente.

E tutto ciò mentre tanti benpensanti ritengono che tutti i cattivi stiano bene e stabilmente lì: al sicuro dietro le sbarre.




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domenica 31 ottobre 2010

L'amore e la legge





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 31 ottobre 2010


Mi scuso se quella che segue apparirà una digressione – ma solo apparentemente tale – dai temi che tratto di solito (giustizia e legalità), ma spero di riuscire a convincervi della pertinenza di queste righe con le questioni che tratto abitualmente.

La mia modesta opinione sulla crisi nella quale versa il nostro Paese è che essa non è una crisi di leadership o di strumenti formali di amministrazione e governo, ma una crisi profonda e diffusa di valori e contenuti della vita sociale.

Immaginando il corpo sociale in maniera simile a un corpo umano, non siamo vittime di un virus che attacca un singolo organo, ma di un decadimento del benessere complessivo del corpo, con riferimento ai fondamentali parametri vitali.

Se un uomo non si nutre, se assume pochi cibi e per di più inquinati, se sta sempre sdraiato su un divano e non fa alcun tipo di allenamento fisico, il ritorno alla salute non passa da formule salvifiche, da idee più o meno geniali, da pilloline azzurre o rosa, ma da una impegnativa e faticosa opera ricostituente.

Non ci sono soluzioni formali a problemi sostanziali.

Ciò di cui abbiamo bisogno non è (solo) un diverso governo politico, ma una ricostruzione culturale e morale collettiva.

Il “resistere, resistere, resistere” di Francesco Saverio Borrelli, che tanto ci è caro, va inteso come una nuova guerra di liberazione. Dall’incultura, dalla rozzezza intellettuale e morale. Dalla barbarie.

Uno dei più gravi problemi sostanziali che abbiamo è lo smarrimento delle idee e dei valori che produce (e passa attraverso) la consunzione e infine l’abuso delle parole.

Ha scritto Carlo Levi che “le parole sono pietre”. Perché danno “corpo” alle idee e ai valori.

Una società è i valori (e disvalori) che in concreto vive e di cui si nutre.

Uno dei significati della parola “cultura” che si trova nel vocabolario è «il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico …».

Ieri il Presidente del Consiglio – “il nostro Presidente”, come giustamente lo chiamava in TV Peter Gomez, per sottolineare il suo dovere di renderci conto delle sue azioni –, il più alto rappresentante del nostro Paese, dopo il Presidente della Repubblica, ha commentato l’ennesimo scandalo di prostitute e minorenni che lo coinvolge e ci coinvolge dicendo: «Amo le donne».

La parola “amore” è usata da noi in maniera non univoca. Diciamo “amo mia moglie”, ma anche “amo la mia motocicletta”, e ancora “la provola dolce”, “dormire”, “giocare a pallone”, “la mamma”, ecc..

In questo Paese, nel quale decerebrati idolatri del “dio Po” evocano continuamente le “radici cristiane”, che non sanno neppure cosa sono, ritenendole probabilmente una questione botanica che seppelliscono sotto una montagna di letame immorale e illegale, mi permetto di evocare San Tommaso, che distingueva l’“amore di concupiscenza” dall’“amore di benevolenza”.

E spiegava che l’“amore di concupiscenza” è il desiderio di qualcosa per il bene che ne traiamo, mentre l’“amore di benevolenza” è il trasporto per qualcuno che ci porta a desiderarne il bene.

La natura delle cose impone di amare di concupiscenza le cose (perché non avrebbe alcun senso desiderare il bene della mia motocicletta per sé, anche se io la mia moto la amo molto), e di amare di benevolenza le persone.

Perché le persone sono un valore in sé e un valore assoluto e usarle è la cosa più immorale che si possa fare.

Gesù (“la” radice cristiana) ha detto: «Amerai il Signore Dio tuo [e non te stesso, né il denaro, né il sesso, né il “dio Po” o il “sole delle Alpi”] con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Matteo 22, 37-40).

E su questo – benché sia cosa del tutto dimenticata – si fondano anche la Costituzione italiana, le nostre leggi e la nostra speranza di dare vita a una società umana.

Solo il rispetto degli altri, della loro essenza e dei loro diritti, consente, infatti, l’esistenza di una società umana. L’alternativa è il branco delle bestie.

La nostra Costituzione non disegna soltanto (come vorrebbe il nostro Presidente del Consiglio) un sistema di gestione del potere; organizza un modello culturale e morale collettivo, fondato sul rispetto profondo e sincero delle persone, di ogni persona, non di un “branco” di elettori/consumatori.

Si ricorda sempre che la Chiesa ha scomunicato il marxismo. Ed è vero ed è giusto, perché quella di Marx (mi riferisco alla dottrina filosofica e non a questo o quel partito che la richiamano) è una dottrina radicalmente materialista, nella quale l’uomo non esiste come persona (“rationalis naturae individua substantia”), ma solo come individuo funzionale al branco.

Ma non si ricorda mai che la Chiesa ha scomunicato con uguale convinzione il liberalismo. La teoria dell’egoismo reso valore fondante. L’idea che si sta insieme solo perché conviene. L’idea che l’uomo sia naturalmente rapace. L’idea hobbesiana dell’“homo homini lupus”. L’idea del puttaniere.

Dunque, amare qualcuno e anche “amare le donne” vuol dire rispettarle, godere della loro esistenza (“come è bello che tu sia” è lo stupore che sta all’origine della filosofia), desiderare il loro bene e la loro felicità, sperare di condividerla per sempre (il sempre umano e, per chi ci crede, quello eterno).

“Ti amo” nel suo senso più proprio non vuol dire “ti voglio” (anche lo stupratore “vuole” la donna che violenta), ma “voglio farti felice”, “voglio il tuo bene”.

L’art. 609 quinquies del codice penale punisce la «corruzione di minorenni» proprio perché la legge considera un valore il rispetto della persona e del suo mondo interiore, dei valori che dobbiamo desiderare abbia e che non dobbiamo distruggere in lei.

Dunque, sulla base di ciò che lui dice di sé, sembra evidente che il nostro Presidente, il nostro Capo che ci rappresenta tutti, non ama le donne, le vuole, le usa. Come dice lui, per passare delle serate di svago dopo le fatiche del potere.

Dall’insieme delle cose che dice sembra anche, purtroppo, che non solo non ami, ma che non sia capace di farlo e che, come accade a tanti, vittime dell’abuso e dell’usura delle parole di cui ho detto, neppure si renda conto di questa sua “disumana” (questo aggettivo duro lo traggo dalla rivista Famiglia Cristiana) incapacità, tanto da dire: «Questo fa parte della mia personalità e nessuno mi farà cambiare uno stile di vita di cui sono assolutamente orgoglioso».

Tutto questo sembra estraneo alla questione della legge, ma, invece, sta nel cuore più profondo di essa.

Per essere sintetico e risparmiarvi dotte citazioni filosofiche, rimando a una bella pagina di cinema.

In “Mission”, padre Gabriel (interpretato da Jeremy Irons), quando Rodrigo (interpretato da Robert De Niro) gli comunica che ha deciso di combattere a fianco degli Indios, gli dice: «Se è la forza che determina il diritto, allora non c’è posto per l’amore in questo mondo».

Ed è sotto gli occhi di tutti che questi sono anni nei quali la forza, solo la forza, il potere più arrogante e fine a se stesso, determina il contenuto delle leggi.

Quella del “partito dell’amore” è una evidente menzogna e, purtroppo, non una delle tantissime che riempiono ogni giorno telegiornali e resoconti parlamentari, ma la peggiore e la più pericolosa.

Ho due figli adolescenti. Non sono tanto preoccupato che facciano delle monellerie, che commettano questo o quel peccato (spero che non lo facciano, ma anche peccare è umano). Sono terrorizzato dal pericolo che non sappiano cosa vuol dire amare, perché questo li porterebbe a un egoismo rapace e, dunque, inevitabilmente violento.

Il fondamento della legge è il rispetto degli altri e non ci può essere rispetto senza amore e non ci può essere amore senza conoscenza e verità.

Per questo un governo, una televisione, un intero Paese bugiardi sono un corpo malato come più gravemente non si potrebbe.


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P.S. – Per coloro che usano l’espressione priva di senso “antiberlusconismo”, preciso che non ho nulla contro il Presidente del Consiglio e che mi occupo di lui solo perché tutto ciò che lui fa per un verso ci rappresenta tutti, in quanto Capo del nostro Governo, e, per altro verso, incide massicciamente nella cultura diffusa del mio Paese.






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domenica 24 ottobre 2010

Il diritto costituzionale alla verità





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 24 ottobre 2010



E’ difficile commentare l’ennesima proposta di “legge porcata ad personam”. L’ultima (nel senso di “la più recente”) di quel gruppo (ormai se ne contano molte decine) di leggi vergognose (molte delle quali dichiarate incostituzionali) fatte negli ultimi quindici anni per favorire una singola persona e/o i suoi sodali.

Questa volta la “legge Alfano” (per favore, smettetela di chiamarla “lodo”: almeno un minimo di rispetto per la lingua italiana).

Queste leggi vergognose si fondano tutte sulla menzogna e la violazione dei doveri che il Governo e il Parlamento hanno verso la Costituzione e la “giustizia” (intesa non come amministrazione, ma come valore morale).

Elencare tutti gli aspetti della menzogna e dell’ingiustizia è impossibile qui, perché ci vorrebbe un libro di mille pagine. Ne affronto, quindi, solo uno: quello relativo al diritto del popolo alla verità.

Si dice – mentendo spudoratamente – che la “legge Alfano costituzionale” servirebbe a difendere le alte cariche dello Stato da eventuali abusi della magistratura. La falsa storia del potere che si deve difendere da un altro potere.

Se questo fosse il problema, ciò che si potrebbe fare sarebbe modificare la Costituzione nei seguenti termini:

1. i Parlamentari, i Ministri, il Capo del Governo e il Capo dello Stato vengono trattati dall’amministrazione della giustizia come tutti i cittadini: si può indagare nei loro confronti, possono essere rinviati a giudizio, possono essere intercettati, perquisiti (questo – la perquisizione – è già possibile oggi), eccetera senza alcun limite, proprio come tutti gli altri cittadini (con soddisfazione dell’art. 3 della Costituzione che si sentirebbe meno depresso);

2. se nei confronti di una di queste persone viene pronunciata una sentenza definitiva e al momento in cui deve essere eseguita la sentenza il condannato occupa una delle “Alte Cariche” di cui sopra, il Parlamento acquisisce copia di tutti gli atti del processo e decide se la sentenza deve essere eseguita o no.

Se il problema fosse davvero impedire che la magistratura, abusando del suo potere, impedisca di legiferare, governare, comandare a chi in un certo momento legifera, governa o comanda, la soluzione che propongo sarebbe perfetta: senza il consenso finale del Parlamento nessuna sentenza potrebbe mandare in galera (ovviamente ci vorrebbe il consenso del Parlamento anche per eseguire una misura cautelare personale) o destituire chi ha una delle cariche pubbliche predette.

Questa soluzione – che propongo a tutti quei politici che si dicono sinceramente preoccupati di regolare meglio l’equilibrio fra i poteri – avrebbe un grandissimo pregio: non impedirebbe l’accertamento della verità.

Farebbe salvo il sacrosanto diritto del popolo alla verità.

Le indagini e i processi si potrebbero fare e le sentenze sarebbero a disposizione di tutti, insieme agli atti del processo, per essere giudicate.

Il Parlamento potrebbe leggere tutti gli atti e dire che la sentenza gli appare emessa all’esito di un giusto processo – e farla eseguire – oppure che la sentenza appare il frutto di una abietta congiura – e non farla eseguire.

Il Popolo, che tutti dicono di volere sovrano, potrebbe leggere gli atti e dire se il Parlamento che lo rappresenta ha difeso la giustizia o l’ha negata.

Con il sistema attuale e con quello ancora peggiore che Alfano vuole instaurare non si ha e non si avrà solo l’impunità dei potenti (quella, di fatto, ce l’hanno già).

Si avrà soprattutto l’assassinio della verità su di loro.

E questo è il vero obiettivo che il regime persegue.

L’attuale capo del Governo e i suoi sodali non temono il carcere. Perché è certo che loro in carcere non ci andranno mai.

La legislazione del nostro Paese è stata così tanto devastata per i fini privati dei potenti che Previti (condannato con sentenza definitiva) è libero e Dell’Utri e Cuffaro (entrambi condannati in primo grado e in appello per fatti che hanno a che fare con la mafia) sono in Parlamento.

L’80% della popolazione carceraria italiana è composto da extracomunitari e tossicodipendenti.

In Italia nessuna persona ricca e potente finisce in carcere in espiazione di una pena. Nei casi più disperati, se ne va a Santo Domingo o ad Hammameth.

La campagna del Ministro della Giustizia (della Giustizia ??!!) Alfano per conto del Presidente del Consiglio non è propriamente contro la giustizia, ma contro la verità.

Ciò che si vuole ottenere non è l’impunità: quella, di fatto, ce l’hanno da anni.

Ciò che si vuole ottenere è il diritto a non far sapere ciò che non si vuole che si sappia.

Nell’era dell’informazione, dei media, della tv che sa e dice tutto della povera Sara Scazzi, ciò che si vuole è il diritto costituzionale a non far sapere ciò che i potenti non vogliono che il popolo sappia.

Alcuni ricordano che i costituenti avevano previsto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Parlamentari. Ma quelli erano altri tempi, erano tempi nei quali anche solo essere imputati portava alle immediate dimissioni. Dunque, si doveva controllare anche solo l’inizio del procedimento.

Ora che può restare tranquillamente in Parlamento anche uno (Cosentino) a carico del quale pende una ordinanza di custodia cautelare – confermata da tutti i giudici dinanzi ai quali è stata impugnata – per concorso in associazione mafiosa (a proposito, a questo link c’è il testo integrale dell’ordinanza), la sola pendenza di un procedimento non può nuocere ad alcuno (a volte sembra paradossalmente che sia addirittura un titolo di merito: Aldo Brancher l’hanno fatto Ministro proprio perché imputato).

Dunque, sì al controllo del Parlamento sull’attività della magistratura, ma solo alla fine del processo.

Così sono garantiti i diritti di tutti.

Se l’“Alta Carica” risulterà innocente, sarà assolta.

E se sarà condannata, nessuno potrà eseguire la sentenza senza il consenso del Parlamento. Ma il popolo potrà sapere la verità.

Ti ho mandato lì per occuparti delle mie cose più care, del mio Paese. Ho diritto di sapere chi sei e cosa hai fatto.

Insomma, che Alfano, Di Pietro, Fini, Bersani, Casini si battano per fare entrare nella Costituzione il diritto del popolo alla verità.

L’impunità dei potenti resterebbe assicurata, ma il popolo avrebbe un nuovo sacrosanto diritto costituzionale.

Non ho considerato fin qui l’argomento “bisogna fermare i processi, perché il Capo del Governo non ha il tempo per difendersi”, perché questo è veramente un insulto alla ragione.

Premesso che il Capo del Governo ha fior di avvocati che si occupano della sua difesa e premesso anche che ha tutto il tempo – e se ne vanta – per andare a puttane (sebbene a sua insaputa: il fatto che siano puttane, non che ci vada), per duettare con Aznavour, per scrivere canzoni ad Apicella e per andare ai compleanni delle diciottenni che trova carine, migliaia sono i cittadini impegnati in cose importantissime che, però, trovano il tempo per difendersi nei processi.

Ho conosciuto fior di chirurghi che, tra un’operazione e l’altra, alternano il salvare vite umane con il presentarsi, come è giusto che sia, dinanzi ai giudici delle decine di processi che questo o quel paziente – a volte fondatamente altre volte infondatamente – intentano loro. Nessuno si sogna di fare approvare una legge che dica che i chirurghi non possono essere processati, perché non hanno tempo.




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sabato 23 ottobre 2010

La legge Alfano



Da Spinoza


Il nuovo lodo Alfano sarà retroattivo. Ora sì che è costituzionale.

“E adesso lasciateci lavorare”, ha dichiarato Goebbels.

I finiani dicono sì alla retroattività del lodo Alfano. “A quell’epoca eravamo ancora amici”.

“Futuro e Libertà ha tenuto una posizione coerente con ciò che aveva sempre detto”. Cioè “Obbediamo”.

Il lodo bloccherà i processi del presidente del Consiglio e al capo dello stato. Riesce sempre a farla franca, questo Napolitano!

Berlusconi afferma di non aver mai chiesto il lodo Alfano. Era in una sua vecchia lista di nozze.

Bersani ha parlato di barricate, degustando alcune grappe.

Il segretario del Pd promette battaglia: “Ci opporremo con tutte le forze che avevamo”.

Fini: “Mai più leggi ad personam. Comincio lunedì“.




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domenica 19 settembre 2010

A Reggio deve venire Zù Ntònu




di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)




Alla proposta del Direttore Cosenza, vorrei provare anch’io, da quisque de populo, a dare una risposta di adesione argomentando una piccola visione delle cose.

Tornare dalle vacanze è reimmergersi nella normalità della vita quotidiana con i suoi problemi e anche con il suo fascino. Nel momento di vacanza, però, ci si astrae, si pensa si osserva. In alcuni giorni ho rivisto facce e pensieri del conscio e dell’inconscio.

Ho rivisto Zù Ntònu, uomo retto, arava la terra, aveva un lavoro andava alla cantina a giocare a carte e bere un bicchiere di vino, non ha mai fatto mancare nulla a suoi figli e alla sua famiglia così come non ha negato mai un saluto a Don Ciccio.

Ha sempre detto buon vespero al signore che passava. Suo figlio Peppino è emigrato, ora all’America guadagna una bella jobba per lui e la sua famiglia e, mi ricordo da bambino, aveva anche la doccia nel bagno.

Zu Ntònu ha sempre votato per la democrazia o per i socialisti, anche se quelli della democrazia o i socialisti sapevano bene chi era Don Cicco, quando si parlava di Don Ciccio o di qualche pezzo grosso, Zu Ntònu diceva figliu, pensa a ti fa a vita tua, cane non mangia cane.

In un momento di ritorno alla realtà, ho mutato ricordo ho rivisto un politico amico mio e di Zù Ntònu, era lì ammiccante e altero; doveva fare voti, essere eletto.

Era ossessionato e consumato dal dubbio, dall’incertezza: se dove fare un favore era a disposizione.

Sapeva bene che intorno a lui giravano molti amici di Don Ciccio, così, senza correre rischi, l’importante era fare il favore ad un amico di un amico di Don Ciccio, lui così sapeva che quel politico, comunque, non era contrasto.

Ho anche rivisto molti amici miei e di Zù Ntonu, negli anni 80, frequentare locali di proprietà di Don Ciccio – in qualche modo doveva spenderli i suoi soldi – normalmente, senza dubbi e, soprattutto, senza divieti genitoriali.

Mi sono ricordato di quando dovevano fare un palazzo dove c’era la casa di Zù Ntònu, uomo retto, andò Don Ciccio, costruì un bel palazzo, a lui diede due appartamenti; era proprio un bel palazzo, comprò un appartamento anche il maresciallo.

Mi sono rivisto, a volte, in dubbio, come Zù Ntònu, se ammiccando a Don Ciccio, o comunque rispettandolo, potevo, forse, vivere meglio.

E’ il dramma di questa terra, o forse della nazione, avere il dubbio che un amico degli amici forse è meglio averlo.

Al tramonto alle mie spalle mi è riapparsa Pinuccia, la nipote di Zù Ntònu, abbracciata al nipote di Don Ciccio, uscivano con macchine grosse la sera, Pinuccia era bella, ma nessuno di noi poteva permettersi di guardarla e lei, mi ricordo, era molto felice di essere temuta e guardata di nascosto.

Nessuno le ha mai detto, guarda che quello è il nipote di Don Ciccio, nemmeno Zù Ntònu, onesto lavoratore.

Non capivo perché. Una sera ho abbracciato di nuovo Zù Ntònu ho provato a dirgli che la sinergia tra le parti migliori delle istituzioni e della società, unite alla programmazione di percorsi di legalità da parte della politica, avrebbero potuto evitare il ripetersi dei suoi drammi; battersi per il ripristino dei valori della legalità soprattutto costruendo anticorpi all’interno della classe dirigente onde evitare l’infiltrazione nella politica degli uomini delle cosche era assolutamente necessario; insomma gli ho sbattuto in faccia la verità, gli ho spiegato che tutto quello che ha determinato l’imbarbarimento della situazione calabrese che perpetua lo sfruttamento delle classi deboli e l’intangibilità dei poteri mafiosi rafforzata dall’umanità grigia dei sodalizi criminali da domani troverà forti contrasti e non sarà più possibile; mi ha guardato, un po’ stranito, e mi ha chiesto cosa volessi dire.

La sua vita, i suoi sogni, in realtà, si sono fermati, con le continue richieste di elargizione di lavoro per suo figlio Peppino poi con la sua partenza, da quel momento non ha più avuto proiezione è come se il tempo si fosse fermato, e il tempo in cui lui salutava Don Ciccio e il Padrone è divenuto eterno, in fondo “I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia”.

Zù Ntònu non ha mai potuto vedere suo figlio percorrere strade da lui già percorse, lui che per un posto di lavoro ha dovuto chinare il capo, lui, che vede da allora gli stessi Nazareni (salvo variazioni sul nome di battesimo) elargire il futuro, è divenuto immutabile, insensibile, ha continuato a votare, quando ci và, per la democrazia o per i socialisti e non ha mai negato un saluto a Don Ciccio, né ha pensato di non comprare qualcosa da lui.

Si comprare qualcosa da lui, perché da un po’ di tempo, Don Ciccio non gira più in coppola, in fascia tricolore o in 3.20, oggi, lui vende, costruisce, trova libri rari, va a teatro.

Ad un certo punto l’ho proprio odiato, l’ho preso per il collo e gli ho detto: Zù Ntò, ma a che ti serve arare la terra, non far mancare niente a tuoi figli, se poi compri tutto da Don Ciccio che ti dice di votare per la democrazia e i socialisti e Peppino deve andare all’America per la jobba? Tu sei il primo che deve venire a Reggio, non mancare mi raccomando.



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venerdì 3 settembre 2010

Chiesto il rinvio a giudizio per tre magistrati che fermarono le inchieste di Luigi De Magistris




di Antonio Massari
(Giornalista)




da Il Fatto Quotidiano del 3 settembre 2010


La procura di Salerno: “Inchieste tolte illegittimamente”.
Su “Why not” e “Poseidone” si scatenò la guerra con l’ufficio giudiziario di Catanzaro


Le inchieste “Why Not” e “Poseidone” furono sottratte illegalmente a Luigi De Magistris, nel 2007, quando era ancora un pm della procura di Catanzaro: è questa la tesi della Procura di Salerno che, dopo aver chiuso le indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio di tre magistrati calabresi, del parlamentare del Pdl Giancarlo Pittelli, dell’ex sottosegretario alle Attività produttive Pino Galati (Udc) e dell’uomo forte di Comunione e liberazione in Calabria, Antonio Saladino.

Le prime risposte giudiziarie sul “caso De Magistris” arriveranno il 3 novembre, quando il gip Vincenzo Pellegrino deciderà sulle richieste dei tre pm (Rocco Alfano, Maria Chiara Minerva e Antonio Cantarella) che hanno “ereditato” l’inchiesta dai pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, poi puniti, con il trasferimento, dal Csm.

Chiesta l’archiviazione invece – secondo il Mattino, che per primo ha pubblicato, ieri, la notizia – per altri quattro magistrati – Enzo Iannelli, Alfredo Garbati, Domenico de Lorenzo e Salvatore Curcio – indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio: s’erano rifiutati di trasmettere gli atti di Poseidone e Why Not ai pm salernitani (Nuzzi e Verasani) che stavano indagando sulla sottrazione dei fascicoli a De Magistris. Un rifiuto che sfociò, prima, nel sequestro degli atti, operato dai pm salernitani. E portò poi, proprio a causa del sequestro, alla punizione di Nuzzi, Verasani e del loro capo Luigi Apicella.

Oltre che sulla richiesta di archiviazione, però, il gip dovrà deciderà sul rinvio a giudizio degli altri magistrati: l’ex procuratore capo Mariano Lombardi (fu lui ad avocare Poseidone a De Magistris), il procuratore generale reggente Dolcino Favi (avocò l’inchiesta Why Not) e il procuratore aggiunto Salvatore Murone.

Le indagini della procura di Salerno ipotizzano, tra vari reati, anche la corruzione in atti giudiziari.

A trarre vantaggio dalla revoca di Poseidone, secondo l’accusa, furono Pittelli e Galati che, negli atti della chiusura d’indagine, appaiono come “istigatori” delle “condotte illecite” di Lombardi e Murone.

“L’inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, aveva scritto l’accusa nella chiusura dell’inchiesta, portò a “favorire le persone implicate nelle indagini, in particolare Pittelli e Galati i quali, in un più ampio contesto corruttivo (…) s’erano adoperati per far ricevere sia a Lombardi, sia a suo figlio Pierpaolo Greco, denaro o altre utilità”.

Illegale anche l’avocazione di Why Not: de Magistris, aveva iscritto nel registro degli indagati l’ex ministro Clemente Mastella (poi archiviato dalla procura di Catanzaro).

Favi avocò l’inchiesta ipotizzando, per de Magistris, un “conflitto d’interessi”, poiché Mastella aveva avviato un’indagine disciplinare sul pm. “Conflitto d’interessi” che, secondo la procura salernitana, non s’è mai verificato, tanto da sostenere che “veniva attestata, in un atto pubblico, una situazione contraria al vero”.

Per questo filone sono indagati Favi e Saladino che, all’epoca, era il principale accusato (poi condannato) nell’inchiesta Why Not.

“La procura di Salerno – ha commentato De Magistris, oggi europarlamentare dell’Idv – conferma che Why Not e Poseidone mi furono sottratte illegalmente, in seguito ad un accordo corruttivo, tra i vertici degli uffici di Procura e alcuni indagati”.

“Nonostante il Csm fosse informato da tempo – prosegue – sulle gravi commistioni e le illegalità che interessavano i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro, non ha mai ritenuto di dovere intervenire. Oggi Murone è il titolare dell’inchiesta sugli attentati al procuratore generale di Reggio Calabria. Quello stesso Csm ha invece dimostrato una solerzia straordinaria quando, al termine di processi disciplinari farsa, ha proceduto all’esecuzione professionale mia e dei colleghi di Salerno”.

Pittelli replica: “De Magistris dovrebbe sapere, ma sarebbe pretendere troppo dalla sua cultura giuridica, che la richiesta di rinvio a giudizio rappresenta soltanto un’ipotesi di accusa tutta da verificare. La parte più interessante di tutta la storia deve essere ancora scritta. E la verità, su gruppi e manipoli, non tarderà a ristabilire gli esatti contorni della più vergognosa impostura mai verificata in ambito giudiziario-politico”.

Nell’attesa che la “vergognosa impostura” evocata da Pittelli venga dimostrata, o quanto meno accennata, bisogna registrare questa storia annovera la punizione, da parte del Csm, di almeno quattro pm. Ai quali va aggiunta Clementina Forleo che, (anche) per aver difeso De Magistris durante Annozero, fu prima incolpata e poi trasferita (per incompatibilità ambientale) dalla Procura di Milano.

Oltre alle richieste di rinvio a giudizio (e di archiviazione), quindi, in questa vicenda pesa anche il ruolo del Csm dell’epoca, soprattutto se consideriamo che in questi giorni, altri tre pm, confermano (nelle sue parti essenziali) l’impianto accusatorio di Nuzzi e Verasani e, con esso, il “complotto” per sottrarre, in maniera illegale, le indagini all’ex pm napoletano.




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Ladri di speranza e di vita





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





da Il Fatto Quotidiano online dell’1 settembre 2010


Nel mio ultimo post qui ho cercato di illustrare le ragioni per le quali è un errore gravissimo ridurre il tema della legalità alla questione della impunità per il dott. Berlusconi e i suoi amici e sodali.

La legalità non è solo “dare una giusta pena” a chi viola la legge.

La legalità – o, come nel caso del nostro Paese, l’illegalità – caratterizza e qualifica – o squalifica – tutta la vita della società e le sue speranze di futuro.

Forse due esempi possono rendere più convincente quanto ho scritto nei giorni scorsi.

Il figlio di una mia cara amica ha ventiquattro anni. Si è laureato in fisica, materia che amava, nonostante tanti gli dicessero che sarebbe stato più facile avere un futuro economicamente sostenibile dedicandosi ad altri studi.

Dopo la laurea ha fatto uno stage negli USA, alla fine del quale ha scritto un articolo che è stato ospitato su una rivista scientifica.

All’Università di Losanna hanno letto l’articolo e lo hanno invitato per un colloquio, dopo il quale gli hanno fatto un contratto da ricercatore e gli hanno affidato un intero laboratorio del quale oggi è responsabile.

Nel frattempo ha anche ottenuto un posto di ricercatore all’Università di Harvard, al cui concorso aveva partecipato; posto al quale ha dovuto rinunciare, avendo già “firmato” per Losanna.

E’ pacifico che tutto questo è stato possibile perché a Losanna e ad Harvard hanno un tasso di legalità decisamente molto più alto che in Italia.

In Italia, purtroppo, nessuna università si sogna di “invitare” di sua iniziativa un valente studioso né di dare un posto di ricercatore a un giovane non raccomandato da nessuno e, addirittura, straniero.

In Svizzera e negli Stati Uniti, per contro, nessuno si sogna proprio di dare il posto di ricercatore all’amante del professore invece che a uno studioso capace: verrebbe subito denunziato e immediatamente rimosso e condannato.

L’altra vicenda che voglio raccontare è quella di una azienda che produce sacchetti di polietilene (i sacchetti di plastica della spesa).

Aveva evaso tasse per un miliardo di lire.

Accertamento tributario, ricorso giudiziario, mia sentenza che condanna la società a pagare la somma evasa.

Nel corso del giudizio di appello arriva uno dei condoni del dr Berlusconi e la ditta estingue il suo debito pagando solo il 20% del dovuto.

Tutti pensano che la questione qui sia solo il furto – ai danni di noi tutti contribuenti – degli ottocento milioni condonati.

Ma non è così.

Nella piccola cittadina in cui opera l’azienda in questione adesso ci sono due aziende che producono sacchetti per la spesa.

Una – onesta – che ha sempre pagato le tasse.

Questa azienda ha costruito il suo capannone e acquistato i macchinari per la produzione facendo un mutuo in banca e paga le rate mensili di questo mutuo.

Dunque, quando vende i suoi sacchetti li fa pagare a un prezzo che comprende una piccola quota destinata al mutuo.

L’altra azienda – disonesta – il capannone e i macchinari se li è comprati con i soldi che ha evaso dalle tasse. Con i soldi nostri.

Questa azienda non ha mutui da pagare e può vendere i suoi sacchetti a un prezzo un po’ più basso di quelli dell’altra.

Quindi, l’azienda disonesta in breve tempo metterà fuori mercato l’azienda onesta.

Così come l’impresa che ottiene gli appalti delle opere pubbliche non per merito ma per sporchi legami – di tangenti, di puttane o di altro – con questo o quel Ministro, Assessore, Sottosegretario, Sindaco, ecc. mette in breve tempo fuori mercato le imprese che non pagano tangenti e si impegnano a migliorare la qualità del loro prodotto.

In definitiva, l’illegalità devasta le strutture portanti della società.

Non ha alcun senso parlare di riforma dell’università e degli appalti se non si persegue con sincerità e determinazione la legalità.

Qualunque sistema presuppone il rispetto delle regole su cui si fonda.

La legalità, l’efficienza delle Procure e dei Tribunali (proprio l’esatto opposto del programma degli ultimi enne governi in carica nel nostro Paese) sono il presupposto indispensabile di qualunque modello sociale.

La Svizzera e gli Stati Uniti sono paesi con le loro colpe, alcune anche gravi. Con cose che funzionano e altre che non funzionano.

Ma lì possono sperare. Perché hanno ancora studiosi scelti per le loro qualità, imprese che lavorano per i loro meriti, politici che sono stati davvero “eletti”.

Che speranza può avere, invece, un paese come il nostro, nel quale, grazie all’impunità assicurata a tutti i ricchi e potenti, le elìte universitarie hanno come uniche qualità le parentele baronali, gli imprenditori sono capaci solo di assumere puttane per conto terzi e i politici vanno avanti con la forza dei ricatti a mezzo stampa?

Un paese così dovrebbe desiderare la legalità più di ogni altra cosa. Un paese così dovrebbe pretendere che la legge non si tocchi e che si ricreino le condizioni perché essa sia applicata.

Un paese così dovrebbe rendere assolutamente impensabile qualsiasi ulteriore attentato a quel poco di legalità che resta.

Invece il nostro Parlamento è da anni impegnato sui temi della giustizia, ma non per ottenere ai cittadini più giustizia, ma ai delinquenti più impunità.

Tutte le leggi e i progetti di leggi portati avanti da molti anni a questa parte servivano e servono solo a proteggere chi vive di illegalità e nella illegalità.

E a neutralizzare il lavoro dei giudici e della giustizia, ridotta a un cumulo di macerie, salvo poi stupirsi ipocritamente quando questo o quell’assassino tornano liberi per gli effetti di questa o quella legge “SalvaSilvio” o “SalvaCesare” o “SalvaMarcello”.

Tutti i popoli hanno le loro difficoltà, ma a Losanna e ad Harvard un giovane competente presenta i suoi titoli e gli viene riconosciuto ciò a cui ha diritto.

In Italia un giovane competente può solo allenarsi a leccare il c… al politicante di turno e anche così difficilmente avrà il posto, posto che “non gli spetta”, perché in Italia non ci sono più diritti, ma solo “promesse del padrone”.

E, dunque, non ci sono più speranze, ma solo illusioni.





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mercoledì 1 settembre 2010

Un Processo breve per incanto





di Massimo Vaccari
(Giudice del Tribunale di Verona)







In questi ultimi giorni è tornato prepotentemente alla ribalta il dibattito sul c.d processo breve, dopo che il governo ha annunciato l’intenzione di far approvare in tempi rapidi il disegno di legge relativo, che è stato licenziato dal Senato a gennaio di quest’anno, anche alla Camera.

Le ricadute che questa ennesima riforma, se entrerà in vigore nella sua attuale versione, avrà sul processo penale sono già state illustrate da autorevoli esperti su alcuni quotidiani. Meno noti sono gli effetti negativi che essa potrà avere nel processo civile e ritengo pertanto opportuno offrire qualche spunto di riflessione al riguardo, sulla base della mia esperienza di magistrato dedito al settore civile.

Innanzitutto è opportuno chiarire che il disegno di legge in esame non modificherà il codice di procedura civile ma la legge 89/2001, meglio nota come legge Pinto, che riconosce un indennizzo a chi abbia subito un processo di durata non ragionevole.

In estrema sintesi la legge sul processo breve intende fissare in due anni, aumentabili a tre, il periodo massimo entro il quale dovrà svolgersi ciascuno dei vari gradi del giudizio civile (primo grado, appello e cassazione), prendendo come momento iniziale quello della prima udienza e come momento finale quello del provvedimento che definisce il giudizio.

Una volta scaduto tale termine, senza che vi sia stata una decisione da parte del giudice, il processo proseguirà normalmente ma la sua durata non sarà più ragionevole e la parte interessata potrà chiedere l’indennizzo previsto dalla Legge Pinto, a condizione che in precedenza abbia presentato al giudice competente un’istanza di sollecita definizione del giudizio di cui lamenta la lentezza.

E’ questa istanza che, in concreto, secondo le intenzioni del legislatore, dovrebbe determinare l’accelerazione del giudizio perché, nel caso in cui venga presentata, il giudice sarà tenuto a fissare le udienze che fossero necessarie ad intervalli non superiori a quindici giorni l’una dall’altra.

Ora tale meccanismo non tiene conto che la durata dei processi civili dipende non solo dall’atteggiamento delle parti e del giudice ma anche da una serie di variabili imprevedibili e oggettivamente ineliminabili, come la complessità dei fatti da accertare, il numero delle parti, i vizi procedurali che si possono verificare nel corso di essi. E’ proprio per questo motivo che, attualmente, per stabilire se un processo abbia avuto una ragionevole durata o meno non si può prescindere dall’esame del caso specifico.

La nuova disciplina invece non considera le peculiarità di ciascun processo e la sua applicazione sarà vieppiù problematica in quei processi che richiedono una ampia attività probatoria, che è impossibile contenere in tempi predefiniti, se non a rischio di lacune ed errori.

In questi casi le norme approvate dal Senato, se non modificate, comprimeranno non solo i tempi del giudizio ma anche il diritto di difesa delle parti che avessero interesse, o necessità, di una attività istruttoria approfondita e in tempi congrui, ma che non potranno opporsi alla istanza di accelerazione del processo, non essendo previsto il loro consenso sul punto.

In questa prospettiva anzi l’istanza di accelerazione potrà essere strumentalizzata dalla parte che, sapendo di aver torto, non volesse far accertare compiutamente i fatti.

Ancora il progetto di legge rischia di provocare disparità di trattamento difficilmente giustificabili.

Il giudice, infatti, potrà trovarsi nella situazione di dare la precedenza a cause di valore modesto, a scapito di altre più rilevanti, sotto il profilo economico o sociale, qualora solo nelle prime venisse presentata l’istanza di accelerazione.

E’ facile prevedere, poi, che, qualora le istanze dovessero essere numerose, sarà pressoché impossibile rispettare i termini fissati dal disegno di legge, perché dovranno essere tutte trattate con pari celerità, con l’ulteriore conseguenza che per tutte maturerà il diritto ad ottenere l’indennizzo previsto dalla legge Pinto.

A fronte di tali molteplici inconvenienti davvero non si vede quali possano essere i benefici della disciplina attualmente in gestazione, tanto più se si considera che, solo a luglio del 2009, è entrata in vigore una riforma del codice di procedura civile che ha, tra le principali finalità, quella di abbreviare i tempi del giudizio civile (basti pensare alla possibilità per il giudice di comminare sanzioni pecuniarie alla parte che abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, alla riduzione dei termini per lo svolgimento di determinate attività processuali, alla introduzione del processo sommario).

Peraltro molti commentatori hanno convenuto che nemmeno quest’ultima modifica normativa servirà ad ovviare ai ritardi della giustizia civile che spesso, anche se non sempre, sono obiettivamente intollerabili.

Infatti, a determinare le attuali condizioni della giustizia civile, come è stato evidenziato più volte a più livelli, concorrono, da un lato, l’elevato tasso di litigiosità degli italiani e, dall’altro, la cronica carenza del personale di cancelleria, un criterio di distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio superato e, per alcuni distretti di corte di Appello, l’inadeguatezza degli organici dei magistrati rispetto al numero degli abitanti.

Per incidere su tali fattori occorrono interventi strutturali ed organizzativi profondi di cui non vi è traccia nel disegno di legge sul processo breve.



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Come si uccide un’inchiesta






di Gabriella Nuzzi
(Giudice del Tribunale di Latina)





da Il Fatto Quotidiano del 6 agosto 2010


Ho scelto di percorrere in questi mesi la strada della riflessione e del silenzio.

Non certo per timore, né per rassegnazione. L’esame introspettivo degli eventi consente di trovare soluzioni, le migliori possibili, per sé e per gli altri.

Di fronte all’ingiustizia, e più di tutto se gli è inflitta, un magistrato, che sia davvero tale, non cerca vie di fuga, né comodi ripari. Perciò, ho continuato a credere nella magistratura e nel suo operato.

La Grande Bugia della guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro, creata ad arte per sottrarre a me e ai colleghi salernitani le inchieste sugli uffici giudiziari calabresi e privarci delle funzioni inquirenti, non può non trovare risposte giuridiche e giudiziarie.

Macigni e ostacoli sulla verità

Quando il 2 dicembre 2008 furono eseguiti il sequestro probatorio del fascicolo “Why Not” e le perquisizioni ai magistrati che l’avevano gestito a colpi di stralci e archiviazioni, si accusarono i Pubblici ministeri salernitani di aver redatto provvedimenti “abnormi” ed eversivi, manifestando in tal modo “un’eccezionale mancanza di equilibrio, un’assoluta spregiudicatezza nell’esercizio delle funzioni ed un’assenza del senso delle istituzioni e del rispetto dell’Ordine giudiziario”.

Con queste motivazioni, l’8 gennaio 2009, su proposta del capo dell’Ispettorato Arcibaldo Miller, il ministro della Giustizia Alfano richiese, in via d’urgenza, alla Sezione Disciplinare del Csm, presieduta da Nicola Mancino, l’applicazione di “misure cautelari” disciplinari nei miei confronti, del collega Verasani e del procuratore Apicella.

Intervento preannunciato in Parlamento dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo ai suoi amici di partito On.li Amedeo Laboccetta & C., che, in difesa dei calabresi, chiedevano la testa del dott. De Magistris e di noi altri suoi “sodali”.

L’intero mondo politico-giudiziario, spalleggiato dalla grande “libera” stampa, che scatenò una tempesta mediatica, condannò la nostra scelta investigativa come un atto di “terrorismo giudiziario”, un attacco “senza precedenti” alle istituzioni democratiche, ispirato al perseguimento di fini personalistici e politici, di pericolosità tale da esigere una repressione esemplare e immediata.

La Prima Commissione del Csm presieduta da Ugo Bergamo avviò il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, poi sospeso in attesa degli esiti disciplinari.

L’Associazione Nazionale Magistrati accettò di buon grado l’epurazione, nell’illusione di una futura pace dei sensi.

La santa inquisizione del Duemila

Dopo appena dieci giorni, con un processo da Santa Inquisizione, ci strapparono le funzioni inquirenti, allontanandoci dalla nostra Regione. Una cortina di silenzio e indifferenza s’innalzò intorno al “caso Salerno”.

I magistrati calabresi inquisiti, autori del contro-sequestro del “Why Not”, instaurarono un procedimento penale a nostro carico e del dott. De Magistris, trasmettendolo poi alla Procura di Roma che, con l’Aggiunto Achille Toro, si mise a investigare liberamente sulle nostre vite private, senza alcun fondamento.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione presiedute dal dott. Vincenzo Carbone chiusero in gran fretta il capitolo disciplinare con una pronuncia sommaria, storico esempio di come sia possibile, in tema di etica giudiziaria, affermare tutto e il contrario di tutto.

Si aprirono a nostro carico ulteriori procedimenti penali e disciplinari, branditi come clave, affinché ci sentissimo sotto perenne minaccia.

Il 19 ottobre 2009, la stessa Sezione Disciplinare, su relazione dell’avv. Michele Saponara, accolse l’azione disciplinare promossa dal Procuratore generale della Cassazione Esposito, infliggendo a me e al collega Verasani la sanzione della perdita di anzianità (rispettivamente, sei e quattro mesi) e del trasferimento d’ufficio di sede e funzione.

Non è stato facile resistere a tanta violenza morale.

Una violenza frutto di arbitrio, che ha indecentemente calpestato ogni regola, senza arretrare neppure di fronte al riconoscimento giurisdizionale della legalità e necessità dei nostri comportamenti.

La delegittimazione, l’isolamento, l’eliminazione sono metodi di distruzione mafio-massonici.

E noi abbiamo pagato per aver osato far luce sulla massoneria politico-giudiziaria.

Da allora, pazientemente, ho atteso che a parlare fossero i fatti.

E i fatti, nel tempo, come tasselli di un incomprensibile puzzle, si stanno lentamente ricomponendo.

Logge, cappucci e grandi vecchi

Alcuni di coloro che hanno concorso alla nostra epurazione pare avessero incontri con presunti appartenenti ad un’associazione segreta.

Dunque, di fronte a innegabili evidenze, parlare oggi di consorterie massoniche interne anche agli apparati giudiziari non è più atto eversivo o scandaloso.

Ampi dibattiti si sono aperti sulla “questione morale” delle nostre istituzioni.

L’Associazione Nazionale Magistrati, rimembrando proprio la nostra vicenda, ha stigmatizzato la “caduta nel vuoto” delle sue richieste di rigore, gridate a gran voce.

Sicché contro l’ennesima ipocrisia del “sistema” s’infrange oggi il mio silenzio.

Mi rivolgo agli illustri attivisti del correntismo giudiziario, quelli che mai sono stati sfiorati da un dubbio o da un ripensamento, trovando superfluo finanche articolare il pensiero.

Esprimano, nella loro purezza, e possibilmente con cognizione di causa, una posizione precisa su ciò che di illecito è stato compiuto ai nostri danni, sull’“etica” che l’avrebbe ispirato, sulle scandalose ingiustizie di un “sistema” che, ancora oggi, incredibilmente, avalla l’impunità, lasciando che i potenti, corrotti o collusi, continuino a rimanere ai loro posti o peggio, siano premiati.

Non sono i loro rappresentanti più degni a spartirsi gli scranni del nostro “autogoverno”, a decidere nomine, promozioni, trasferimenti, punizioni disciplinari?

O forse l’associazionismo sta dissociandosi da se stesso?

Non vi sono oggi “questioni morali” che non lo fossero anche ieri.

E allora occorre ripartire da zero, passando attraverso un profondo mea culpa.

Questa pericolosa caduta libera di credibilità può arrestarsi soltanto con il ripristino del primato del Diritto e il ripudio definitivo delle logiche di appartenenza e protezionismo.

Solo proponendosi tali obiettivi e scegliendo figure di guida autorevoli, per integrità, indipendenza e competenza, l’Ordine giudiziario può sperare in un autentico rinnovamento morale, nell’interesse supremo del popolo e della democrazia.




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Uomini e bestie





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





da Il Fatto Quotidiano online del 28 agosto 2010


E’ veramente difficile vivere e discutere in un Paese in cui all’impunità giudiziaria – ormai sostanzialmente totale per ricchi e potenti – si aggiunge quella disgustosa impunità morale per la quale il Capo del Governo può tranquillamente porre come condizione alla prosecuzione della legislatura il fatto che si sfasci quel pochissimo che resta della giustizia per salvare lui e i suoi amici e sodali da processi penali nei quali sono imputati per vergognosi reati commessi non da politici, ma da privati cittadini.

A questo punto del percorso sulla china dell’autodistruzione collettiva, la quantità di menzogne e imposture che vengono diffuse e ripetute come se fossero la cosa più normale del mondo è talmente grande che tentare di ricostruire un senso comune in qualche modo ancorato alla realtà appare come un’impresa titanica.

Un aspetto di tutto questo che vorrei sottolineare qui è quello relativo al fatto che la gente viene indotta a credere che la questione della legalità si possa ridurre al se dare o no un salvacondotto al dott. Berlusconi e ai suoi amici.

La questione, insomma, sembra solo la seguente: ritenete accettabile o no che il dott. Berlusconi, l’avv. Previti, il sen. Dell’Utri, l’on. Verdini, il tentato Ministro Brancher, il Sottosegretario Bertolaso e il folto stuolo dei loro parenti, amici e donnine di piacere varie la facciano franca?

Messa così, tanti (sia pure sbagliando e di grosso) pensano che in fin dei conti non si tratta di cosa troppo importante. E si rendono di fatto disponibili a consentire quella impunità.

Si rendono complici di essa, come lo sono stati per anni e molto attivamente quei “finiani” che oggi “scoprono” cosa hanno contribuito a costruire e blindare. Mentre ancora si dichiarano disponibili a un “Lodo Alfano costituzionale” (??!!).

La tragedia è che la questione non è affatto quella.

Il tema della legalità, il fabbisogno di legalità di un paese non è affatto problema riducibile alla giusta pena per chi commette reati.

La legge serve a caratterizzare e qualificare la vita stessa dell’intera comunità.

Perché i rapporti fra le persone possono essere regolati solo in due modi. Non esiste – nonostante provino con tutte le loro forze a farcelo credere – una “terza via”.

I rapporti fra le persone in qualsiasi società possono essere regolati solo o dalla legge o dalla forza.

O si farà secondo le regole o si farà come vuole il più forte.

O l’appalto lo vince l’impresa in grado di fare il lavoro meglio e con meno spesa, o lo vince l’impresa che ha i soldi per pagare le mazzette pretese dal politicante di turno e la spregiudicatezza per pagare una donna a un amministratore pubblico che non riesce ad avere una vita sentimentale e sessuale decente.

O il posto di primario ospedaliero si dà al medico più titolato e più capace o a quello che ha la tessera del partito più potente.

O gli appalti per la ricostruzione de L’Aquila si danno all’impresa più titolata, o li prende l’imprenditore che è capace di ridere sulla morte dei terremotati ed è pronto a pagare questo e quello e magari comprare case all’insaputa (!!??) dei beneficiati.

E così via.

In una società complessa la forza, in alternativa alla legge, ha moltissime facce.

C’è la forza delle armi dei mafiosi, ma c’è – ed è molto più diffusa – quella del denaro, quella dell’appartenenza a un partito o a un ceto sociale (perché siamo ancora ampiamente classisti) o a una razza (perché siamo sempre più schifosamente razzisti) e così via.

Dunque, o c’è e si riesce a fare applicare la legge o vince sempre il più forte.

E questa è la distinzione fra una società di umani e un branco di bestie.

Fra le bestie vince il più forte, il più cattivo, il più spregiudicato. Il caimano.

Fra gli umani chi ha ragione o ha più ragioni.

Dunque, chi ci toglie la legge – abrogandola o vanificandola, rendendola nei fatti inapplicabile o inutile (come fa da anni massicciamente la classe politica al potere) – ci toglie umanità e speranza. Ci trasforma in bestie.

Perché una società senza legge e senza giustizia non ha niente di umano.

Né gli ipermercati e le new town possono rendere umane bestie che ridono alle tre di notte, mentre la radio comunica che decine di persone muoiono sotto le macerie di un terremoto.

In qualunque altro paese il Capo del Governo, per restare al suo posto, promette più giustizia, più legalità, la persecuzione degli evasori fiscali, la cacciata dal Governo e dal Parlamento di corrotti e magnacci.

Nel nostro paese il Capo del Governo, per restare al suo posto, promette, nella sostanza, l’esatto contrario.

Questo ci dice molte cose su di lui, ma anche su tutti noi.

In qualunque altro paese un mafioso assassino viene chiamato “mafioso assassino” e i giudici che lottano contro il crimine “eroi”.

Nel nostro paese è il mafioso assassino a essere definito eroe dal più intimo collaboratore del Capo del Governo e il Capo del Governo in persona pensa dei giudici: «Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana» (Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003).

La crisi del nostro paese a questo punto è definita da questo problema: individuare facilmente e in maniera tendenzialmente condivisa la “razza umana”, così da potere distinguere agevolmente un uomo da una bestia.

E poterci così rendere conto che, da furbi che crediamo di essere, ci siamo fatti rubare – sotto il naso e con la nostra complicità –, per la seconda volta in un secolo, la dignità, la speranza, la vita stessa.




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domenica 8 agosto 2010

Siamo cittadini o sudditi?




di Giuseppe Albanese
(Studente universitario)





Il principio dello Stato di diritto presuppone che l’agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle leggi vigenti.

Dunque, lo Stato, sottopone se stesso al rispetto delle norme di diritto, e questo avviene tramite una Costituzione scritta.

Nella storia, la nascita dello Stato di diritto coincide con la fine dell’assolutismo, e comporta l’affermazione della borghesia tra il XVIII ed il XIX secolo.

Infatti, a livello teorico, la proclamazione dello stato di diritto avviene come esplicita contrapposizione allo Stato assoluto in cui i titolari dei poteri erano “absoluti”, ossia svincolati da qualsivoglia potere ad essi superiore.

Oggi sembra essere tornato l’assolutismo in Italia: la legge non è più uguale per tutti ... il “potere”, in senso lato, è tornato ad essere “absoluto” ... il Parlamento è divenuto uno strumento in mano all’Esecutivo, e le disposizioni normative hanno da tempo perso i caratteri illuministici della brevità e della chiarezza, divenendo negli anni un marasma indecifrabile, quasi degli statuti cinquecenteschi, che fanno la fortuna dei moderni “azzeccagarbugli”.

Il potere giudiziario è in balia delle onde: è rimasto l’ultimo orgoglioso tutore e baluardo della legalità, in un quadro di disgustoso disordine istituzionale, ma è costantemente controllato a vista e vilipeso da un esecutivo che minaccia di operare nei suoi riguardi riforme ai limiti della costituzionalità.

E’ altresì dilaniato da contraddizioni interne, da infiltrazioni nocive eterogenee ad esso, per contrastare le quali, aimè (non me ne vorrà il Capo dello Stato) non gode dei necessari anticorpi.

Questo disordine di equilibri, di ruoli e di fonti ha condotto alla “diseducazione civica” della società italiana; è stata inarrestabile e ci ha reso tutti meno responsabili, attivi e interessati, quindi più facilmente condizionabili, “gestibili”: il cittadino è tornato ad essere suddito.

A questo punto sorge spontaneo citare l’amara ma lucida riflessione di un noto magistrato, Piercamillo Davigo, che fotografa in maniera imbarazzante la realtà italiana: “Questo è un paese infarcito di una infinità di regole la cui violazione è abitualmente tollerata. Un paese serio è un paese dove ci sono poche regole fatte ferreamente rispettare. Questa è la differenza fra il suddito e il cittadino: il suddito è un soggetto cui sono imposti infiniti obblighi e infiniti divieti; normalmente gli si permette di farne strame ma se alza la testa gli si chiede conto e ragione di tutte le violazioni fino a quel momento perpetrate. Il cittadino è un uomo a cui sono imposti pochissimi obblighi, pochissimi divieti per la cui violazione non c’è perdono, non ci sono il condono edilizio, il condono fiscale, l’amnistia, l’indulto: c’è il rigore. Ma, rispettati quegli obblighi, è un uomo libero e più nessuno può infastidirlo”.

Mentre il cittadino è il civis, colui che partecipa della vita pubblica della comunità e come tale è titolare di diritti e soggetto delle decisioni , il suddito è colui che delle decisioni è solo oggetto.

Il cittadino italiano, oggi, è tornato ad essere oggetto delle decisioni, tirato in ballo in continuazione da chi vuole legittimare senza possibilità di replica e critica il suo potere: “gli elettori hanno deciso”, “il popolo italiano ha scelto”, come se la volontà e gli umori del popolo fossero l’unico elemento valido per legittimare la direzione politica di uno Stato, o per rendere qualcuno giuridicamente irresponsabile.

L’articolo 1 della Costituzione stabilisce senz’altro che “la Sovranità appartiene al popolo”, ma aggiunge anche che esso deve esercitarla “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, evidenziando chiaramente i principi ed i limiti propri dello Stato di diritto.

Erano i sovrani assoluti, ed in epoca più recente i dittatori, che legittimavano il loro potere in nome del Popolo: proprio per mezzo di questa “autorizzazione superiore” compivano i peggiori misfatti, calpestavano i diritti di quel popolo demagogicamente esaltato, giustificando il loro agire con un consenso ideale che in realtà era timore, ignoranza, mancanza di freni e di limiti istituzionali che imbrigliassero la loro azione politica, limiti oggi rappresentati proprio dalla carta Costituzionale.

Già, la Costituzione ... quotidianamente offesa e aggirata, minacciata da una sempre più marcata deriva autoritaria.

A questo punto lo so a cosa starete pensando: tutto già letto, tutto già sentito ... infatti, “L’Italia s’è desta”, gli italiani no.




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Pensieri di mezza estate





di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)




Nei mesi trascorsi l’impegno civile ha portato molti come me, giuristi per caso, ad occuparsi di un lento processo di disgregazione delle regole costituzionali che la maggioranza governativa ha via via tentato di attuare attraverso lo strumento della legge ordinaria.

Primo momento di passaggio di questo viatico è stato il c.d. decreto salva liste, materia di competenza regionale, regolata medio tempore (secondo le regole del decreto legge) da un provvedimento dell’esecutivo emanato nel settore elettorale pur se la legge regolatrice della decretazione d’urgenza governativa espressamente esclude proprio la materia elettorale.

Altro punto nodale dello svuotamento per legge ordinaria delle garanzie costituzionali è il tentativo ancora potenzialmente in atto di limitare il potere di indagine della magistratura e il diritto all’informazione (attivo e passivo) attraverso l’invocazione di un tutela della privacy (rectius: riservatezza) dei cittadini quantunque si tratti di cittadini invasi dalle intercettazioni in occasione di indagini tese al perseguimento di reati penali.

In tutti questi casi ciò che più di tutto ha turbato molti oppositori per caso – è la mia situazione – è stata l’assoluta mancanza di onestà intellettuale di molti messaggi mediatici e anche di molti messaggi veicolati da uomini delle istituzioni.

In ogni tribuna televisiva visibile gli oracoli di ogni tendenza hanno veicolato al cittadino messaggi forvianti in modo da rendere plausibile ciò che in realtà non si sarebbe mai potuto dire chiaramente ai quivis di ogni parte d’Italia: la legge non è più generale ed astratta ma particolare e concreta.

Nei mesi trascorsi molti insigni giuristi e altrettanti uomini dell’informazione hanno spiegato con semplicità (speriamo ci siano riusciti) che il progetto di legge sulle intercettazioni non aveva niente a che fare con la riservatezza dei cittadini posto che il quisque de populo che si incolonna al mattino per raggiungere il proprio posto di lavoro, che durante il tragitto pensa alla rata del mutuo o alla bolletta del gas, poi al figlio che sta all’università, ecc. … nulla ha da temere dalle intercettazioni ambientali o telefoniche perché al massimo può permettersi qualche svago sentimentale che, per essere scoperto, non necessita di intercettazioni ambientali bastando la normale curiosità degli altri e un po’ di sfiga.

In questi ultimi mesi poi abbiamo assistito all’ennesimo miracolo politico di questo ultimo ventennio; nella desolazione di reali alternative di messaggi culturali e sociali, in un panorama cioè di appiattimento su un sentiero unico, la maggioranza di governo, come era già accaduto ai tempi dell’UDC di Casini e Follini, ha partorito la sua vera opposizione: i Finiani.

Qualcuno sostiene che sia tutta colpa di Bocchino che ha finito per essere una vera spina nel fianco dell’etica di governo, in realtà sembra si tratti di uno scatto d’orgoglio della parte di destra che ritiene che la legge debba essere necessariamente generale ed astratta.

Ciò che conta però è che sentir dire che Paolo Borsellino è un eroe restituisce senso alle parole diritto e rovescio anche a volerle vedere solo in senso tennistico.

Pare cioè che lo scatto di orgoglio dei Finiani abbia ridato un senso al termine antitetico dove, almeno per la concezione dello stato, può dirsi che esistono correnti di pensiero che si pongono in antitesi.

Tutto questo accade mentre una buona parte dei quivis che ritenevano ormai superato il grande problema della riproposizione dei limiti dell’aborto, dell’immigrazione clandestina e del poliziotto di quartiere, scopre che le vacanze vanno drasticamente ridotte o del tutto abolite, che girano sempre meno soldi e, soprattutto, che le banche hanno drasticamente ridotto il sostegno creditizio.

Il calabrese silenzioso ritrova il mare a volte ancora con la schiumetta, lui che certamente non ha mai pensato di berlo (si sa che l’acqua salata impedisce di respirare se la bevi) se vuole andare in Sila trova i lavori in corso sulla statale e scopre l’efficienza dello stato.

Lo Stato, tuttavia, non è solo fatto di agenda politica anzi in gran parte è fatto da uomini e donne che, come notava mirabilmente il Direttore Cosenza, nelle ultime settimane, sembra avere dato sprazzi di primavera proprio in Calabria e a Cosenza.

L’editoriale del Direttore mi ha fatto venire in mente un bellissima canzone di Jovanotti in cui si dice che è bello quando il sentimento si sposa con il sesso, quando cioè, come nell’editoriale, all’informazione si unisce un impegno civile di vaga ispirazione tomista.

Anche perché, sempre quel quisque incolonnato credo si rincuori nel sentirsi tutelato nei suoi diritti dagli uomini dello stato.

Per la Calabria l’estate è anche il momento di maggiore interazione geografica, figli che tornano e turisti che arrivano.

Mi viene in mente l’età breve di Corrado Alvaro e quel senso di importanza e di maturazione che il partire rappresentava per il protagonista.

Leggevo ieri alcune considerazioni leghiste secondo le quali il progetto politico dei finiani sia proprio quello di porsi quale gruppo che porta avanti le migliori istanze del sud in antitesi proprio alla lega.

Sul piano generale si potrebbe dire che era ora visto che un partito di ispirazione centralista, ispirato al simbolo della nazione mal si conciliava con l’idea della padania, mi chiedo, tuttavia, se questo nuovo gruppo sarà in grado di affrontare il senso del messaggio dell’età breve di Alvaro, dell’appuntamento con l’emigrazione e la sua importanza o se più semplicemente saprà rispondere all’ira di Massimo Troisi quando in viaggio gli dicevano napoletano? Emigrato? No in vacanza.






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mercoledì 21 luglio 2010

Salvate il soldato “Fofò”. Ovvero dei veri “padroni” de “La Magistratura”.




di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 22 luglio 2010


Chi è “Fofò”?

Il Presidente della Corte di Appello di Milano Alfonso Marra.

Lo so, sembra impossibile che il più importante e potente magistrato dell’intero distretto della Corte di Appello di Milano abbia un nomignolo come quello. Ma la realtà è questa.

Ancora più strano è chi lo chiami così.

Non la moglie, non le adorate nipotine, né gli amici del cuore.

Ma un tipo (il geom. Antonio Lombardi) che in questi giorni è in galera perché accusato di far parte di una associazione segreta intenta a interferire sull’amministrazione della giustizia fino al C.S.M. e alla Corte Costituzionale.

E perché “Fofò” si sentiva al telefono con Lombardi?

Perché “Fofò”, che allora era Presidente della Corte di Appello di Brescia, voleva diventare Presidente della Corte di Appello di Milano e, per riuscirci, ha ritenuto ragionevole “tramare” con Lombardi, pressandolo perché a sua volta lo raccomandasse prima e pressasse poi i Consiglieri del C.S.M., ivi compresi il Vicepresidente dello stesso C.S.M. e il Primo Presidente della Corte di Cassazione.

Il tenore delle conversazioni e il livello delle discussioni fra “Fofò” e Lombardi può trarsi dalla trascrizione di una delle telefonate, che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato a questo link.

Il tipo di “entrature” del Lombardi al C.S.M. e il grado di “indipendenza” del C.S.M. si possono trarre da un altro articolo de Il Fatto Quotidiano a questo link.

Un’idea abbastanza chiara su “Fofò” Marra ce la si può fare ascoltando la sua viva voce in una intervista fattagli da Antonella Mascali che è a questo link (ascoltate questa intervista, è davvero preziosa e illuminante).

A questo link e a quest’altro i rapporti di Lombardi con il Vicepresidente del C.S.M. Mancino e il coinvolgimento del Lombardi nelle nomine di altri importanti magistrati.

E la domanda rimasta senza risposta è: ma a che titolo Mancino, Tinelli e altri accettano che un Lombardi qualunque eserciti – foss’anche senza successo – pressioni su di loro con riferimento alla nomina di magistrati ai vertici di importanti uffici giudiziari?

E che senso ha, cosa significa la frase di Mancino: «Gli ultimi avvenimenti relativi all’inchiesta sull’associazione segreta Loggia P3 gettano un cono d’ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm»?

Che cos’è concretamente “un cono d’ombra che non incide sulla sostanza dell’attività”?

Comunque sia, quando si scopre come “Fofò” ha ottenuto la sua poltrona e che rapporti avesse con chi, come si suol dire … è scoppiato lo scandalo!

E tutti – anche le persone con più esperienza di cose della “giustizia” e meno ingenue – hanno pensato: “Adesso questi se ne vanno a casa”.

E nelle prime ore dello scandalo – prima che “i padroni” entrassero in azione – c’è stato un certo sconcerto anche al C.S.M.. Così che, nella confusione generale, qualcuno ha chiesto è ottenuto che si aprisse una pratica ex art. 2 della legge sulle guarentigie per dichiarare “Fofò” incompatibile con la sua poltrona e trasferirlo.

I giornali, allora, anche i più attenti, hanno titolato: “Marra trasferito”.

Alcuni titoli del genere a questi link: SkyTG24, La Repubblica, RaiNews24, Avvenire.

Ma i titoli erano sbagliati.

Perché, come ho scritto nel mio precedente post («Il marcio de “La Magistratura”»), Marra non è stato affatto trasferito e il C.S.M. ha solo aperto una pratica ex art. 2 della Legge sulle Guarentigie (R.D.L.vo 511/1946).

E ho aggiunto: “Se conosco bene questi meccanismi (e purtroppo li conosco bene), tendenzialmente accadrà quanto segue:

- questo C.S.M. ha aperto la pratica, ma non la tratterà, perché scade il 31 luglio (e, d’altra parte, come avrebbe potuto trattarla, se, il Consigliere Tinelli, finita anche lei sui giornali in questi giorni, si difende dicendo che Lombardi al C.S.M. era di casa?);

- il nuovo C.S.M. si occuperà della cosa non prima di ottobre e allora altri scandali occuperanno le pagine dei giornali e nessuno si ricorderà di Marra;

- quando la pratica verrà trattata, si osserverà che non si può utilizzare la procedura ex art. 2 della Legge sulle Guarentigie per fatti colpevoli;

- qualcuno ricorderà che con Clementina Forleo l’hanno usata illegittimamente (tanto che il TAR ha annullato il trasferimento) e loro diranno: “Con la Forleo abbiamo sbagliato, ora non possiamo sbagliare ancora”;

- qualcuno allora dirà “Bene, allora fategli il processo disciplinare”, ma poiché Palamara e Cascini non invocheranno la stessa tempestiva mannaia calata su Apicella, Nuzzi e Verasani, limitandosi a chiedere con umile cortesia le dimissioni spontanee di non si sa chi (perché nessun nome viene neppure fatto), la cosa andrà avanti per le lunghe e Marra farà in tempo a maturare il limite massimo di età pensionabile”.

Pensavo, comunque, che questa procedura, diciamo meglio la battaglia per lasciare “Fofò” al suo posto, per “salvare il soldato Fofò” sarebbe stata, comunque, portata avanti con prudenza, lentamente, lasciando passare un po’ di tempo, facendo in modo che non si notasse troppo, aspettando che la gente si scordasse i fatti.

E invece anche io sono stato ingenuo.

Il livello delle nostre istituzioni è tale che soldati come “Fofò” non vengono lasciati esposti al rischio di sanzioni neppure per poche ore.

E così dai massimi vertici dello Stato sono arrivati i soccorsi.

Il Presidente del Consiglio ha detto che l’inchiesta sulla c.d. P3 è solo una montatura.

Il Ministro Alfano ha ammonito tutti, raccomandando di «evitare una caccia alle streghe».

Il Presidente della Repubblica è intervenuto esigendo il rinvio della trattazione della pratica e prescrivendo che, quando la si tratterà (se la si tratterà), lo si faccia in termini assolutamente «generali [e, dunque, del tutto e inutilmente generici] e propositivi [??!!]», «senza gettare ombre …» e «senza interferire con le indagini».

La notizia a questo link. E a questo link il commento di Paolo Flores D’Arcais che titola “Il Presidente Napolitano ha messo il bavaglio al C.S.M.”.

Ma non è bastato, perché chissà cosa poteva ancora capitare a “Fofò”.

“Fofò” poteva aspettare ottobre con l’ansia di non sapere come andava a finire.

Così che la Procura Generale della Cassazione ha avviato un processo disciplinare.

E subito, come avevo previsto, si è detto: “Alt!! Stop!! Ma se c’è il processo disciplinare la procedura di incompatibilità si deve fermare”.

Ma non basta!

Perché la Procura Generale della Cassazione NON ha chiesto per “Fofò” alcuna misura cautelare.

Il risultato è nella agenzia di stampa che si può leggere a questo link.

Riporto qui sotto il testo integrale della agenzia (1). Il titolo dice tutto: «P3/ Atti Csm a pg Cassazione, STOP a trasferimento Marra».

In sostanza, “Fofò” resta saldamente al suo posto. E noi ci teniamo a presiedere la Corte di Appello di Milano (mica la bocciofila di Poggiofiorito) una persona nella imbarazzante situazione di “Fofò”.

“Fofò” è nato il 20.11.1938. E’ già ampiamente in età da pensione. Ma raggiungerà il limite massimo di età e sarà costretto alla pensione il 20.11.2013.

Dunque, a meno che il Governo non aumenti – come proposto per il Presidente della Cassazione Carbone, proprio su sollecitazione di Lombardi – il limite massimo di età dei magistrati, Milano tornerà ad avere un Presidente di Corte di Appello con un nomignolo più adeguato solo alla fine del 2013.

Perché sia chiaro chi fa cosa e perché, dovete sapere che le stesse Autorità che stanno gestendo il “caso Marra” hanno gestito poco più di un anno fa il caso “Salerno/Catanzaro”.

Quel caso nacque quando due pubblici ministeri di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, si misero a indagare su fatti di malaffare proprio uguali uguali a quelli che hanno portato in galera in questi giorni Lombardi, Carboni & Co..

Subito il potere “insorse”.

Contro il malaffare?

Ma no!!! Contro Nuzzi e Verasani. E contro il Procuratore Capo Apicella, reo di avere permesso a Nuzzi e Verasani di adottare un decreto di perquisizione e sequestro poi ritenuto del tutto legittimo e confermato dal competente Tribunale del riesame.

E cosa ha fatto il potere nella vicenda “Salerno/Catanzaro”?

Il Presidente della Repubblica è intervenuto subito. Quella volta non per chiedere rinvii, ma interventi tempestivi.

I vertici dell’A.N.M. – il Presidente Luca Palamara e il Segretario Giuseppe Cascini – hanno pregato da tutte le testate giornalistiche il Ministro di intervenire al più presto.

Il Ministro Alfano è subito intervenuto, mandando Arcibaldo Miller, detto “Arci”, a inquisire i magistrati “buoni”. Si, proprio “Arci”. Lo stesso “Arci” che andava a cena a casa di Verdini con Dell’Utri, Caliendo & Co.. Ma non a parlare di cose “cattive”, ma della sua possibile candidatura (sua dello stesso “Arci”) a Presidente della Regione Campania (la notizia a questo link).

Quando si dice l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto: Arcibaldo Miller, detto “Arci”. Ovviamente, ancora saldamente anche lui al suo posto. Per evitare “cacce alle streghe”.

La Procura Generale ha avviato un procedimento.

Ma per Apicella, Nuzzi e Verasani è stata chiesta una misura cautelare.

E il C.S.M.?

Rapido e infallibile.

Nessun rinvio.

In pochi giorni il Procuratore Apicella è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani sono stati cacciati dal loro ufficio.

Le loro indagini si sono fermate.

Perché siano stati cacciati non è chiarissimo. L’accusa più grave: la motivazione del decreto di sequestro troppo lunga !!!???

Chi volesse approfondire l’argomento troverà materiale di studio (79 articoli) a questo link.

E ancora prima dei colleghi di Salerno, già Luigi De Magistris e Clementina Forleo erano stati trasferiti con provvedimenti velocissimi e di dubbia legittimità. Il trasferimento di Clementina, anzi, certamente illegale, come accertato e dichiarato dal T.A.R. competente.

Concludo e mi scuso per la lunghezza di questo scritto (ma credo che i fatti complessi abbiano bisogno di ricostruzioni complesse).

Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani non sono più ai loro posti.

Sono stati cacciati grazie anche all’intervento del Presidente della Repubblica, del Ministro della Giustizia, della Procura Generale della Cassazione, dei vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati.

“Fofò” e “Arci” (ma anche Caliendo e Marconi) sono saldamente ai loro posti e ci resteranno.

Grazie anche all’intervento del Presidente della Repubblica, del Ministro della Giustizia, della Procura Generale della Cassazione e – questa volta omissivamente – dei vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Quali conseguenze dobbiamo trarre da tutto questo sembra inutile dirlo. E comunque è troppo doloroso.

Sembra, comunque, che si possa confermare quanto ho già scritto qualche giorno fa: c’è molto marcio dentro “La Magistratura” e un’operazione trasparenza non è mai neppure cominciata. Forse bisogna aggiungere: e c’è chi è attivamente impegnato perché non cominci mai.

In ogni caso, “La Magistratura” caccia tipi come De Magistris, Forleo, Apicella, Nuzzi e Verasani (che i ptreisti li indagavano) e si tiene tipi come “Fofò”, “Arci” & Co. (che con i pitreisti ci vanno bellamente a cena).



_____________

(1) P3/ Atti Csm a pg Cassazione, stop a trasferimento Marra
Roma, 21 lug. (Apcom) - L’avvio dell’azione disciplinare a carico del presidente della Corte d’appello di Milano, Alfonso Marra, farà venir meno il potere della Prima Commissione del Csm sul caso e porterà al blocco della procedura di trasferimento d’ufficio del magistrato. La Commissione di Palazzo Marescialli, alla fine, dovrà quindi trasmettere – è la spiegazione fornita a Palazzo dei Marescialli – i propri atti al pg della Cassazione: ciò significa che l’audizione di Marra, prevista per lunedì mattina, resta convocata, ma secondo i consiglieri il magistrato non si presenterà. Inoltre, svariati componenti della Commissione sono “amareggiati” dal fatto che, non avendo il pg della Cassazione chiesto alcuna misura cautelare a carico di Marra e con i tempi previsti dall’iter disciplinare, potranno essere necessari anche anni per arrivare a una soluzione della vicenda. Anni durante i quali, fanno notare a Palazzo Marescialli, Marra resterà al suo posto: essendo il magistrato nato nel 1938 e quindi prossimo alla pensione (mancano 3 anni), è il ragionamento a Palazzo Marescialli, potrebbe addirittura restare ai vertici della Corte d’appello di Milano fino a fine carriera. Nonostante questo ‘congelamento’, comunque, l’indagine della Prima Commissione del Csm continuerà e si allargherà anche agli altri magistrati coinvolti nell’inchiesta P3, per i quali al momento non è stato avviato alcun procedimento disciplinare.


La fotografia del Presidente Marra è tratta dal sito dell'Ansa.



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