«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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lunedì 7 aprile 2008

L’utopia della verità


Versione stampabile


di
Giorgio Bongiovanni
e Anna Petrozzi



da AntimafiaDuemila

La traccia dell’agenda rossa e un’altra inchiesta alla ricerca dei mandanti occulti delle stragi. Revisione dei processi, eliminazione dell’ergastolo, benefici carcerari provvedimenti contro i pentiti, abolizione delle leggi sulla confisca dei beni … in due parole: garanzia di sopravvivenza e quindi un nuovo dialogo con lo Stato.

Per queste ragioni Cosa Nostra, nel bienno ‘92-’93, decise di ricorrere al tritolo.

Prima uccidendo, in un unico atroce elenco, nemici e traditori, e poi attaccando direttamente le istituzioni pur di ottenere ciò che le consente di proliferare nei secoli: potere e denaro.

Quindici anni di sentenze e di processi ci hanno spiegato che la Commissione mafiosa presieduta da Riina e Provenzano decifrò il verdetto della Cassazione del 30 gennaio 1992, che li condannava per sempre all’ergastolo, come la definitiva conferma che i vecchi referenti erano saltati ed era quindi necessario e impellente trovarne di nuovi.

Non prima di aver regolato i conti, però.

A dare inizio alle tragiche danze l’assassinio di Salvo Lima, il 12 marzo. Il democristiano stava uscendo dalla sua casa di Mondello quando una raffica di proiettili lo freddò sul marciapiede.

Il lenzuolo bianco adagiato sul suo corpo inerme era un eloquente epitaffio con impresse invisibili ma assai evidenti le stesse parole che il politico pronunciò davanti al cadavere di Pier Santi Mattarella: «quando si fanno dei patti, bisogna rispettarli».

Per mesi Cosa Nostra aveva sollecitato il suo rispettabile interlocutore ad interessarsi perché il mastodontico lavoro del pool di Falcone e Borsellino non si chiudesse in gloria con la conferma della Cassazione.

Da un po’ di tempo però gli ordini dall’alto avevano imboccato una strada diversa. Falcone era da un annetto al Ministero e in tutta probabilità si era pensato di sfruttare il suo geniale lavoro per “rifarsi una verginità”, illudendosi anche di poter tagliare fuori dai giochi Cosa Nostra una volta per sempre.

Andreotti per esempio che, come dice la sentenza di Cassazione a suo carico, fino agli anni Ottanta ebbe rapporti con i capi mafia, aveva forse visto nel giudice l’occasione che aspettava per rivalersi della prepotenza di Bontade e del triumvirato che, così come aveva minacciato, fece uccidere il presidente Mattarella poiché questi stava mettendo in discussione l’egemonia mafiosa su appalti e affari nella regione.

L’omicidio Lima, ci dicono gli atti giudiziari, era un messaggio diretto all’allora presidente del Consiglio che aspirava in quel frangente alla presidenza della Repubblica, obiettivo che quel delitto, a conti fatti, non gli consentì di conseguire.

Il nemico numero uno da eliminare invece era senza alcun dubbio Giovanni Falcone. Per il suo incredibile intuito, la tenacia, l’abnegazione, per il grande consenso di cui godeva all’estero, negli Stati Uniti, dove, grazie alla collaborazione con Rudolph Giuliani, e con la Dea erano stati assestati colpi tremendi alla Cosa nostra italo-americana, e, naturalmente, per il maxi processo.

Se l’intento era dichiarare guerra allo Stato non potevano farlo in modo migliore: attaccando il suo elemento più rappresentativo.

Non sono casuali la scelta del luogo: la Sicilia, visto che ucciderlo a Roma sarebbe stato anche più facile, e le modalità spettacolari con cui venne fatta saltare in aria l’autostrada che porta a Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci.

Una dimostrazione di potenza, un atto eversivo che contiene in se l’immediata certezza che quella morte non era stata pianificata solo da Cosa Nostra.

Il giudice stesso aveva intravisto, commentando il fallito attentato all’Addaura, al quale scampò, lo zampino di “menti raffinatissime” ed era sicuro fosse avvenuta quella “saldatura di interessi” che porterà alla sua morte, a quella di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti, uomini dello Stato, che avevano l’incarico di proteggerlo: Rocco Di Cillo, Vincenzo Montinaro e Vito Schifani.

Non solo Cosa Nostra, quindi.

La stessa convinzione che il giudice Borsellino aveva confidato alla moglie Agnese: “Forse saranno i mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.


L’agenda scomparsa

«Ho capito tutto», andava ripetendo negli ultimi giorni di vita Paolo Borsellino.

Aveva capito chi c’era e cosa si muoveva dietro e a fianco di Cosa Nostra, sapeva anche, dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia, tra cui quella di Gaspare Mutolo, che vi erano uomini delle Isituzioni infedeli e che le indagini sulla morte del suo amico lo avrebbero portato anche fuori dalla Sicilia dove Cosa Nostra aveva i suoi complici occulti.

Tutto ciò che aveva compreso e intuito e che intendeva riferire all’autorità giudiziaria, lo aveva minuziosamente annotato nella sua agenda personale.

Un’agenda rossa, spiegano la moglie e i suoi collaboratori più stretti, da cui non si separava mai.

L’aveva con sé mentre si trovava a Salerno; lo dice il tenente Carmelo Canale che divideva la stanza d’albergo con lui. Racconta di essersi svegliato molto presto e di aver trovato il giudice già intento ad appuntare dati e pensieri.

«Cosa fa?» gli aveva chiesto scherzando «vuol fare il pentito pure lei?»

«Carmelo», gli aveva risposto gelido, «per me è finito il tempo di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anche io ho le mie cose da scrivere. E qua dentro ce ne è anche per lei».

E l’aveva con sé anche quell’ultima mattina, domenica 19 luglio 1992, nella sua casa di Villagrazia.

La moglie ne è certa, l’aveva visto riporla nella valigetta assieme alle altre carte e al suo costume da bagno ancora umido.

Ma nell’inferno di via D’Amelio, tra fumo, fiamme, case sventrate e brandelli di resti umani, l’agenda non c’era più.

La borsa da lavoro del giudice era ancora appoggiata sul sedile posteriore dove l’aveva lasciata prima di scendere e citofonare alla madre che, quel giorno, avrebbe dovuto portare dal cardiologo.

Era leggermente annerita, aperta e conteneva tutto, anche il costume, ma l’agenda rossa del giudice no. Sparita.

Un mistero rimasto intatto e inesplorato, almeno fino a non molto tempo fa quando dallo studio di un fotografo, Franco Lannino, spunta un’immagine a colori che ritrae un uomo con in mano la borsa del giudice.

Da allora sono ripartite nuove indagini già messe in crisi tra dichiarazioni contraddittorie e quelli che sembrano essere veri e propri tentativi di depistaggio.

L’agente individuato nella foto è l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che rispondendo agli inquirenti ha riferito, in un primo momento, di non averla mai aperta e di averla consegnata a due magistrati: il dottor Teresi, oggi sostituto procuratore generale e a Giuseppe Ayala, oggi parlamentare.

Il primo ha negato decisamente l’accaduto ritenendolo alquanto strano visto che conosceva bene Arcangioli, il secondo invece, giunto quasi immediatamente sul posto, (abitava infatti a 500 metri), ricorda di averla notata lui stesso, la cartella di cuoio, e di averla «materialmente presa o indicata e comunque affidata ad un carabiniere in divisa».

Versioni diverse ognuna delle quali rimasta intatta, tranne per Arcangioli che ha rincarato sostenendo di aver aperto la borsa insieme ad Ayala e di aver constatato assieme che l’agenda non c’era.

Una versione che il politico ha smentito con forza durante un confronto abbastanza acceso con l’ufficiale.

A confermare la sua ricostruzione dei fatti il giornalista Felice Cavallaro: «Ayala la affidò a un esponente delle forze dell’ordine in borghese e ad un ufficiale dei carabinieri in divisa senza aprirla, io non ne seppi più nulla».

Dov’è questa agenda? Esisterà ancora o sarà stata distrutta? E se è nelle mani di qualcuno, è strumento di ricatto?

Lo stesso potrebbe dirsi per i diari di Falcone, anch’essi inghiottiti nel nulla come probabilmente alcuni dei file trafugati dalle sue agende elettoniche e dai computer.

Cosa cercavano e chi?

Si parla sempre in questi casi di servizi segreti, o servizi deviati che dir si voglia, misteriose figure agli ordini di ancor più ignoti che agiscono per far sparire, depistare, ingannare.

Tracce oscure sono più che evidenti anche nella fase esecutiva della strage di via D’Amelio, della quale, per assurdo, sono note quasi tutte le dinamiche tranne chi premette quel pulsante e da dove.

Il lavoro estenuante degli inquirenti, scrivono i giudici a conclusione del processo stralcio chiamato Borsellino bis, sembra essersi scontrato contro un altro ennesimo muro di gomma, un’insormontabile barriera oltre la quale sembra non sia possibile andare.

Presenze esterne a Cosa Nostra, mandanti convergenti con i mafiosi di cui abbiamo solo qualche indizio.

Anni di indagini che hanno coinvolto anche personaggi di primo piano dello scenario politico come Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Una pista, come altre, finita nell’oblio dell’archiviazione nonostante siano stati riconosciuti “ripetuti e non casuali contatti” tra Fininvest e Cosa Nostra.

Sono rimaste aperte a tutt’oggi questa inchiesta legata all’agenda rossa (cui è dedicato l’ottimo libro di Peppino Lo Bianco e Sandra Rizzo dal titolo omonimo di cui pubblichiamo a seguire alcuni passaggi) e uno stralcio di indagine che da Palermo è passato, proprio in questi giorni, a Caltanissetta.


Bombe eversive

Non si potrà comunque giungere ad alcuna verità sulle stragi palermitane se non le si guarda anche alla luce delle cosiddette “bombe in continente”, gli attentati cioè avvenuti nella primavera-estate dell’anno successivo: il 1993.

La furia omicida di Cosa Nostra cerca dapprima di rispettare il suo elenco di morte attentando alla vita del questore Germanà a Trapani, del giornalista Maurizio Costanzo e del giudice Piero Grasso a Roma, ma poi si concentra su obiettivi diversi che hanno, di conseguenza, finalità diverse.

Cosa nostra ad un tratto comprende che forse sarebbe più vantaggioso colpire lo Stato nel suo patrimonio, in una delle sue risorse più importanti: il turismo.

Il 27 maggio si colpisce a Firenze. In via dei Georgofili, proprio di fronte al museo degli Uffizi. Due mesi dopo, nella notte del 27 luglio, a Milano, in via dei Giardini.

Quasi contemporaneamente, a distanza di poche ore, a Roma, altre due bombe: una distruggerà il porticato di San Giorgio al Velabro, l’altra danneggerà la celebre basilica di San Giovanni in Laterano.

Non basta. Il programma di guerra prevedeva, tra le altre cose, anche di abbattere la torre di Pisa e di cospargere le spiagge romagnole di siringhe infette. Un piano che, se portato a temine, avrebbe determinato un vero e proprio collasso per la nostra economia.

Le vittime innocenti? Danno collaterale. Così chiamano i civili caduti durante i bombardamenti i signori della guerra. Guerra sì, perché di questo si trattò.

A Milano e Firenze in via dei Georgofili i danni collaterali avevano un nome e un cognome: Fabrizio Nencioni di 30 anni e la sua famiglia, la moglie Angela di 36 anni e le figlie Nadia 9 anni e Caterina di appena 50 giorni, Davide Capolicchio 22 anni e altri 48 feriti, il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Stefano Piperno, Sergio Passotto, Carlo La Catena e un cittadino marocchino Driss Moussafir trovato agonizzante nei giardini pubblici davanti alla villa reale, dall’altra parte della strada e altri sei feriti.

Ma cosa spinge i mafiosi a scatenare una tale offensiva e da dove viene questa idea dei monumenti?

Giovanni Brusca, il primo dei grandi collaboratori di giustizia a riferire delle stragi, racconta di essere stato in contatto con un tale Bellini tramite Nino Gioè uomo d’onore a lui sottoposto che lo aveva conosciuto durante un periodo di detenzione.

Un giorno questo misterioso soggetto, collegato sempre in modo molto fumoso, ad altrettanto fumosi servizi deviati, spiega al Gioè: «Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più che per la persona fisica».

E lo stesso tipo di proposta rivolge anche al Maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri con il quale aveva una sorta di accordo per recuperare opere d’arte trafugate. Sfruttando il suo contatto con Gioè, il Bellini, che mercanteggiava la sua posizione giudiziaria, disse di essere in grado di reperire oggetti di ancor maggior valore, grazie alle sue entrature in Cosa Nostra e che in cambio portava la richiesta da parte di uomini d’onore di concedere benefici carcerari a boss detenuti del calibro di Bernardo Brusca.

Una richiesta considerata troppo eccessiva dalle istituzioni così come quelle avanzate da Riina nel famoso papello che riguardavano tutte quelle modifiche di tipo legislativo che servivano a Cosa Nostra per ritornare a coabitare pacificamente con lo Stato.

A distanza di quattro anni dalle stragi, nel 1997, veniamo a scoprire, durante un interrogatorio, che due uomini delle Istituzioni, l’allora colonnello dei carabinieri Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno stavano dialogando con i mafiosi, attraverso l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Volevano la testa di Riina e degli altri capi; in cambio erano disposti a cedere solo un trattamento di favore ai familiari.

In un primo momento il vecchio sindaco non accetta di fare da intermediario considerando la proposta troppo pericolosa ma poi si fa consegnare una piantina della città per indicare la zona in cui potrebbe nascondersi il latitante.

A detta dei due militari questa ennesima trattativa sarebbe finita in un nulla di fatto quando Ciancimino è rientrato in carcere per scontare una pena residua. Sta di fatto che dopo pochissimo tempo, il 15 gennaio 1993, Riina viene catturato a pochi metri dalla sua abitazione, in via Bernini, nel centro di Palermo.

Per conto di chi stava trattando Vito Ciancimino?

Molti anni più tardi, nel 2001, viene catturato Nino Giuffré, braccio destro di Provenzano che, dopo un paio di mesi di detenzione, decide di collaborare con la giustizia.

Le sue dichiarazioni sono importantissime e racchiudono nel suo parlare un po’ criptico chiavi di lettura fondamentali.

Innanzitutto specifica che sebbene entrambe le stragi siano state volute sia da Riina che da Provenzano, la strage di Capaci fu organizzata da Riina mentre quella di via d’Amelio, compresa quell’anomala accelerazione con cui fu compiuta, da Provenzano.

Il quale, in merito a Ciancimino, gli rivelò che «era andato in missione dalle forze dell’ordine per sistemare la situazione all’interno di Cosa Nostra che in quel momento era delicata».

Le correnti che vengono a formarsi all’interno dell’organizzazione spingono in più direzioni pur di riaffermare quella legittimazione che Cosa Nostra si è meritata nel corso dei secoli a partire dalla strage di Portella della Ginestra.

Non intende cedere e insiste secondo lo stile dei corleonesi.

Scoppiano le bombe in continente e si prepara un altro grosso attentato a Roma, allo stadio Olimpico.

Obiettivo: ancora lo Stato, decine di carabinieri in servizio.

Grazie a Dio, per un guasto tecnico l’ordigno non esplode. E non ne esploderanno più.

Da quel momento in poi cessa il dialogo delle bombe. Perché?

E’ l’ultima delle tante domande rimaste senza risposta.

Chi ha voluto le stragi? Che attinenza hanno questi atti eversivi con il passaggio dalla prima alla seconda repubblica?

Perché il covo di Riina è rimasto incustodito abbastanza per permettere ai mafiosi di ripulirlo?

Che fine hanno fatto tutte quelle trattative in corso?

Giuffré, Cancemi e Brusca, dai loro tre distinti ma convergenti punti di vista, forniscono diversi pezzi del puzzle e ci spiegano che se inizialmente la frangia più estremista di Cosa Nostra capeggiata in particolare da Leoluca Bagarella aveva pensato di costituire un partito proprio in modo da non incorrere più nei tradimenti dei politici, aveva finito poi con il ricredersi.

Infatti sia Provenzano sia i Graviano, che “si facevano gli affari loro a Milano”, li avevano convinti a lasciar perdere perché avevano trovato la situazione migliore per poter ottenere quanto era nelle loro necessità.

«Con la discesa in campo di Forza Italia», dice Giuffré, Provenzano compie un atto insolito, si espone in prima persona e garantisce la ripresa di Cosa Nostra.

«In 5, 7 anni» aveva detto il capo mafioso al rappresentate della famiglia di Caltanissetta Luigi Ilardo (confidente del colonnello Riccio e per questo poi ucciso a Catania nel 1996), «tutto sarà sistemato. Occorre solo avere pazienza e non fare rumore».

Il silenzio delle bombe, insomma, in cambio di quelle riforme giudiziarie così agognate. Una specie di tentativo di riconciliazione.

E’ storia che Cosa Nostra non abbia nessun colore politico, né che parteggi per una fazione precisa, si sa invece, e molto bene, che si accorda, sposa e favorisce chiunque abbia in mano il potere e adotti una politica di garantismo esasperato dalla quale possa trarre vantaggi.


Complicità di Stato

Sono passati 15 anni da quei giorni terribili.
All’indomani delle stragi il governo, sospinto dall’indignazione collettiva popolare, approva alcuni provvedimenti fortemente restrittivi contro i boss mafiosi, come l’ormai noto 41bis, il cosiddetto carcere duro.

Nell’isolamento più rigido alcuni mafiosi cedono e chiedono di collaborare con la giustizia, di fronte allo Stato che fa sul serio e impone ai criminali di recidere i contatti con l’esterno altri pensano che sia davvero giunto l’epilogo di Cosa Nostra.

Questo però solo fino al 1996. Poi la tensione si allenta di nuovo.

Vengono chiuse le carceri speciali a Pianosa e all’Asinara.

Il 41 bis si svuota lentamente; per un soffio, con l’introduzione del giusto processo, non viene abolito l’ergastolo; il sequestro, la confisca e la destinazione dei beni mafiosi vengono regolati da un meccanismo talmente farraginoso da richiedere all’incirca una decina d’anni, il tempo necessario per far deteriorare il bene.

Si è pensato persino di metterli all’asta cosicché li possono comprare di nuovo i mafiosi attraverso i loro prestanome.

La legge sui collaboratori di giustizia si è dimostrata così poco incentivante da aver determinato un crollo totale delle collaborazioni.

Oggi, dopo che i magistrati erano riusciti ad aggirare questo pesantissimo danno grazie alle intercettazioni, si pensa di limitarle e di renderle il più velocemente possibile inutilizzabili.

E’ tornata poi a farsi largo l’ipotesi di abolire l’ergastolo e aleggia minacciosa nell’aria la proposta di revisione dei processi.

E questa non è che una rapida sintesi.

Questi provvedimenti non sono stati presi solo durante i governi di Centro Destra, ma in una sostanziale continuità di intenti, chiunque fosse al potere.

Se dovessero essere approvate definitivamente anche queste due ultime riforme Provenzano passerà alla storia di Cosa Nostra come l’eroe che la salvò rimettendola al centro degli equilibri di potere, dove è sempre stata.

Garantita al meglio possibile, considerati tutti i martiri e gli assassini lasciati sul campo.

Lui è stato catturato e già si profila una nuova epoca di Cosa Nostra. Che muta al mutare anche degli equilibri ad essa esterni.

Alla Cosa Nostra di Riina è succeduta quella di Provenzano così come alla Prima Repubblica ne è succeduta una Seconda. Cambi di forme, ma non di sostanza.

Sia Cosa Nostra che la politica del nostro paese si apprestano a mutare volto un’altra volta, ma nulla cambierà veramente fino a quando non vi saranno politici e uomini dello Stato di ben altra razza che cominceranno a costruire il nuovo a partire dalla verità sulle stragi, su tutte le stragi, su quel sangue in cui affonda le radici questa presunta seconda repubblica, come ha giustamente sostenuto il pm Antonio Ingroia.

I limiti del processo penale non hanno consentito di accertarla, ma forse è anche giusto così.

Dovrebbe essere la politica ad assumersi questa responsabilità con una commissione apposita che abbia il coraggio di arrivare fino in fondo.

Altrimenti saremo sempre un paese suddito di poteri ibridi che vorremmo far passare per una democrazia che invece è rimasta rattrappita nella sua potenzialità.

Più scriviamo e più ci appare quasi ridicolo e ingenuo pensare di chiedere allo Stato di processare se stesso.

Leggendo e rileggendo le carte, le sentenze, le testimonianze e le dichiarazioni dei collaboratori emerge quel quadro inquietante dei mandanti esterni e degli oscuri connubi fatti di massoneria, servizi deviati, alta finanza e centri di potere, persino religioso di cui tutti ormai hanno scritto e detto.

Ma a nostro avviso, mai si sarebbero potute verificare stragi di tale entità, da Portella in poi, se non ci fossero stati uomini di Stato, non di quello deviato, uomini di cui una buona parte è ancora al comando che sono stati complici di eventi eversivi che hanno prodotto radicali cambiamenti nel Paese, a livello politico, finanziario, bancario e persino monetario.

Ambiti gestiti e amministrati dall’establishment che cosituisce il nostro Stato.

Non è prassi nuova o esclusiva dell’Italia, pensiamo allo scenario in cui si produsse ad esempio l’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy e quali e quanti cambiamenti provocò negli equilibri interni ed esterni alla nazione.

Tutto ciò è molto lontano dalla nostra idea di Stato, da quella dei tanti cittadini onesti che conservano l’amore per la Costituzione Italiana che garantisce diritti, doveri, opportunità e libertà in equa misura.

E non è lo Stato che servirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che torniamo anche quest’anno a commemorare e nei cui confronti abbiamo il debito morale di perseverare nelle idee e nelle battaglie.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Questo romanzo non ha nè capo nè coda.
Voi pensate che i non addetti ai lavori abbiano tutti l'anello al naso.
Il processo di sconfitta della mafia e di diffusione della verità sulla vicenda Falcone-Borsellino inizierà con la vostra qualificazione come "non antimafia", chiamiamola così!

(Si, proprio lui)

Anonimo ha detto...

Per anonimo delle 12.14
Peccato che non ti sei firmato, verrebbe fuori un ottimo dibattito con gli autori.
bartolo

Cinzia ha detto...

Il commento dell'anonimo delle 12.14 io non l'ho capito bene, lo trovo piuttosto criptico e di difficile interpretazione per le mie limitate sinapsi.
Comunque, questo post mi ha cosparso di quella solita tristezza che in me mina la speranza.
A voler essere realisti e vedendo le cose nude crude come sono, questo deturpato lembo di terra, che è l'Italia, non sembra avere molte prospettive. L'ultimo Report ha, per l’ennesima volta, sapientemente fatto luce su ciò che è sotto gli occhi di tutti: quello che ai Magistrati non è permesso di perseguire, quello che i politici neanche fanno più finta di non vedere, quello che i cittadini ingoiano senza digerire.
La cosa che ancora fa eco nelle mie orecchie, è la frase che Mannino pronuncia per tutta risposta alla domanda del giornalista che, correndogli dietro, chiede conto delle inchieste a suo carico; con ostentata arroganza e lucido senso di onnipotenza dice: "…io sono un parlamentare, sono un uomo dello stato" sbatte lo sportello dell'auto blu e se ne va sorridendo.
Questa frase è come se fosse incisa sulla lapide delle nostre istanze di giustizia, è il muro di cinta invalicabile che gente come questa ha costruito intono a se, usando i voti dei cittadini come mattoni e il “sistema” come collante. Quel sistema che denuncia Saviano, che non è semplicemente mafia o ‘ndrangheta o camorra o sacra corona unita, nomi coloriti ma obsoleti. E’ la rete fitta e intrigata di rapporti di potere e compiacenza che si articola in tutto il territorio, a tutti i livelli: verticale, orizzontale e trasversale.
Non saranno le elezioni politiche a salvarci da questo stato di cose, qui oramai sembra di vivere dentro il copione di un film di fanta-politica, ma ancora non è comparso sulla scena l’eroe invincibile che sconfigge tutti e probabilmente non è previsto dalla sceneggiatura. Per ora solo eroi-vittime che hanno lasciato sull’asfalto la propria vita e dietro di loro tante domande senza risposta.
I giovani più intelligenti se ne vanno e non riesco a neanche a biasimarli. Gli oltre quarantenni (come me) oscillano e vacillano continuamente tra la rinnovata speranza di cambiare e la disperazione di non riuscire.
I più anziani, feriti nella dignità e nell’onore delle proprie speranze tradite dopo aver speso la propria vita in guerra e lavoro al servizio di una patria poco riconoscente, hanno a loro favore solo l’egoismo senile, per quello che può servire.
Tutti gli altri, gli ignavi di tutte le età ed estrazione, continuano a consumare beni e bugie erodendo anche le ultime risorse, e purtroppo sembrano essere ancora in netta maggioranza. Come in quegli incubi in cui ci si risveglia, ma sempre dentro la stessa storia anche questa pellicola sembra non avere mai fine…..

Perdonatemi lo sconforto, se potete; noto che il clima circense delle campagne elettorali oramai mi lascia stremata, forse avrò sviluppato nel tempo una sorta d’intolleranza pari a quelle alimentari. Dopo aver ingurgitato per anni, in buona sostanza, la stessa minestra, il mio metabolismo è saturo e rigurgita tossine.

Anonimo ha detto...

Fuori tema la solita lettera al Quotidiano.
E' stata ispirata dalla ricostruzione dell'avventura di due mucche; che, scappate dalla stalla, davanti alla prospettiva posta in essere dai loro stallieri di recuperarle, sono scappate fino ad arrivare al mare. Qui, trovandosi senza via d'uscita, con i carcerieri alle spalle e il mare aperto davanti, hanno preferito quest'ultimo, con la speranza di essere salvate, al largo, da qualche nave amica.
Gentile De Luca,
leggo solo adesso il bell'articolo di Luca Latella a pag 12 del Quotidiano di ieri che riferisce di due mucche buttatesi a mare, causa, secondo i due veterinari interpellati in merito, i loro istinti primordiali alla sopravvivenza. Così mi è venuto in mente.

“Le corna della libertà”.

Frank Darabont, regista del film “Le ali della libertà” (È la tua vita che vogliono... ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta, almeno), ricordate? “Un direttore di banca, durante la sua detenzione viene ingiustamente condannato a due ergastoli. Imprigionato, deve affrontare gli scontri con gli altri carcerati, con le violente guardie e con il direttore corrotto.
Lentamente stringe legami e riesce ad utilizzare le sue conoscenze in campo finanziario per aiutare il direttore e il personale del carcere nel disbrigo di pratiche personali (alcune lecite, altre alquanto illecite); riesce così ad ottenere dapprima piccole e quindi maggiori concessioni per sé e i suoi compagni di prigione. Le concessioni si limitano inizialmente a poche cose, fino a trasformarsi alla possibilità di ampliare e migliorare la biblioteca e di aiutare giovani detenuti a conseguire un diploma.
La disponibilità e lo spirito collaborativo del detenuto si rivelerà positivo per l'intera popolazione carceraria, contribuendo a fare di tutti i detenuti delle persone effettivamente migliori.
Quando sembra che persino la possibilità di provare la sua innocenza si stia concretizzando, gli eventi precipitano, il direttore fa uccidere il testimone chiave pur di tenerlo con se. Ma lui ribalterà la situazione in modo insperato e anche per un suo amico, le cose andranno alla grande... e in tutti quegli anni trascorsi in galera, non fa che ripetersi "o fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire". Lui sceglie di vivere”.
Morale? Sino ad oggi, le uniche ad apprendere, sono state le giovenche di Rossano.
Con la solita stima, bartolo iamonte.

carmela spenser_cs ha detto...

Solamente "Grazie" Carmela Salvaggio - Palermo

Anonimo ha detto...

Solo stamattina ho scoperto che tipo di soggetto è l'autore dell'articolo.
Potete andare a vedere www.giorgiobongiovanni.it/index.htm
per rendervi conto delle connotazioni della persona giorgio bongiovanni.
Altre due considerazioni:
1) ci ho preso in pieno nel mio post in alto;
2) alla redazione dico che non ci si può chiamare antimafia per avere la credibilità di chi combatte la mafia; fate perdere del tempo ai lettori e perdete voi stessi in credibilità.

(Si, proprio lui)

"Uguale per tutti" ha detto...

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Per Anonimo della 10.45.

Non gentile (visto il tono con il quale ci scrive) lettore,

noi non La conosciamo e, dunque, ci è difficile capirLa (anche perchè Lei scrive in un modo eccessivamente criptico).

Una differenza ci sembra evidente fra il nostro modo di pensare e il Suo.

Noi non giudichiamo le persone, perchè crediamo che questo non sia bello in sé e che nessuno possa arrogarsene il diritto o la pretesa.

Noi ci confrontiamo con i fatti e giudichiamo quelli.

Stando ai FATTI, a oggi 8 aprile 2008 ringraziamo di tutto cuore Giorgio Bongiovanni per i due bellissimi articoli che abbiamo riportato sul blog e per il prezioso, nobile negli intenti e qualificato nei contenuti, lavoro di AntimafiaDuemila, che tanto è utile per la buona causa.

A oggi, 8 aorile 2008, i fatti da Lei offertici sul Suo conto non ci consentono di ringraziare anche Lei, apparendo il Suo contributo, allo stato, del tutto inutile.

Lei si limita a gloriarsi incomprensibilmente della Sua perspicacia e a denigrare il lavoro altrui.

Gentile lettore, in tempi difficili come questi non servono l'arroganza, la maleducazione, la presunzione di sé, il non rispetto per gli altri, il disprezzo per gli altri, la viltà dell'anonimato, l'inutilità delle chiacchiere.

Servono molta misericordia verso di sé e verso gli altri, molta attenzione, molta umiltà, molta pazienza, molta concretezza.

Rifletta su questo. Diventerà una persona migliore dentro e sarà più utile. Altrimenti resterà una persona piena di una rabbia che Le fa male dentro e non serve a niente. Perchè, fra l'altro, è talmente "prevalente", da impedirLe anche di esporre in un modo comprensibile le Sue convinzioni.

Per di più Lei ci fa intristire Cinzia e questo non glielo possiamo consentire.

Un caro saluto.

La Redazione

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Redazione,

Non vorrei essere l'imputato soggetto al Vostro giudizio: il "povero" anonimo ne è stato letteralmente distrutto !

Scherzi a parte, forse converrebbe davvero dare un'occhiata al sito indicato da costui.

Rilevo, inoltre, che l'anonimo scrive sì in forma criptica e ambigua, ma non così offensiva da meritare le sanzioni "morali" che gli avete attribuito.

In ogni caso mi appello ... alla clemenza della Corte !

Pena sospesa e non menzione.

Cordiali saluti.

"Uguale per tutti" ha detto...

Paolo Emilio,

mettiamola così: noi invitiamo i lettori "a casa nostra" e offriamo loro la possibilità di esprimere liberamente le loro idee. Chiediamo loro solo di avere un minimo di educazione.

Dunque, uno può tranquillamente venire qui e dire: "Non sono per niente d'accordo con quello che pensa Tizio, perchè io, al contrario, penso eccetera eccetera". Può anche esporre opinioni in totale disaccordo con tutto ciò che si scrive qui. Può sostenere tesi del tutto diverse e opposte. Ma sempre rispettando gli altri.

D'altra parte, è davvero ... facciamo così, si scelga Lei un aggettivo, che Lei si accorga della durezza della risposta ad Anonimo, invocando "clemenza della Corte" per lui e non si ponga il problema della durezza dei commenti di Anonimo, invocando clemenza per noi e per Giorgio Bongiovanni.

Anonimo delle 12.14 viene ed esordisce dicendo: "Questo romanzo non ha nè capo nè coda.
Voi pensate che i non addetti ai lavori abbiano tutti l'anello al naso".

Ora, un conto è dire "non sono d'accordo" un conto è dire quello che abbiamo appena ricopiato.

Questo stile è evidentemente quello a cui Anonimo delle 12.14 è abituato a casa sua. Ma non è quello che noi offriamo e chiadiamo qui.

Nel nostro giro di amici, se uno va a cena da amici, può capitare che la padrona di casa chieda se è piaciuta la pasta. Non c'è niente di male a dire: "Veramente la pasta con le sarde non è il mio genere preferito". O anche: "Di solito mi piace la pasta con le sarde, ma, cara Genoveffa, se me lo permetti, la tua è venuta un po' scipita". E' assolutamente cafone, invece, dire "questa pasta fa schifo". Perchè quest'ultima dizione non è sincerità, è solo maleducazione.

Se alla maleducazione, poi, si accompagna (com'è frequente e come accade anche al nostro Anonimo) anche l'arroganza le cose peggiorano ancora.

Inoltre, Paolo Emilio, non tutti hanno solo i problemi che a Lei: esporre le proprie opinioni.

Alcuni (noi, per esempio) hanno anche altri problemi: per esempio difendere uno spazio di discussione civile.

Se si consente a chi vuole esporre le proprie idee di farlo in maniera sgraziata e inutilmente violenta, questo spazio si trasforma in due giorni in un luogo sgradevole dove la gente, invece di discutere, si insulta. I quattro quinti dei forum liberi su internet finiscono così.

Ciò detto, chi trova che questo metodo di gestione della discussione non va bene, ha la più ampia libertà di scegliere altri luoghi dove esporre le sue idee.

Quanto a ciò che suggerisce Lei - andare a vedere il sito di Giorgio Bongiovanni (che Lei, con la Sua consueta disattenzione alla sensibilità altrui chiama "costui") - chi vuole andare a vederlo vada pure. Non lo vietiamo a nessuno!

Noi abbiamo riportato un articolo di Giorgio Bongiovanni che ci è sembrato molto bello e utile.

Apprezziamo grandemente il lavoro che Bongiovanni fa su e con AntimafiaDuemila.

Francamente non ce ne frega niente di cos'altro faccia Giorgio Bongivanni nell'uso legittimo della sua libertà.

Diversamente da quanto sembrano essere abituati a fare alcuni lettori, non siamo qui a "fare gruppo", ad "associare gente", a fare elenchi di "buoni e cattivi", di "destra e di sinistra", "simpatici e antipatici".

Siamo qui a discutere di alcune cose che ci interessano.

Ci piace discutere liberamente e con tutti, comunque la pensino.

Per riuscire in questo intento è indispensabile che chi partecipa alla discussione capisca quali sono le regole di una discussione che voglia essere costruttiva e sfoghi altrove le sue rabbie verso il mondo o parti di esso.

L'argomento cosiddetto ad hominem, consistente nel non affrontare il merito delle discussioni, ma "farsi ragione" con offese all'altro relative a cose estranee alla discussione, non fa onore a chi lo usa e non serve a nulla.

Se Tizio viene qui e dice che secondo lui le lampade a petrolio sono migliori di quelle a corrente elettrica, una risposta adeguata è confutare la cosa nel merito, non dire: "Ma lo sapete che Tizio tradisce la moglie". Oppure ha un sito che non ci piace.

La Redazione

"Uguale per tutti" ha detto...

Post scriptum.

Paolo Emilio, abbiamo compreso benissimo che il tono del Suo commento era tendenzialmente scherzoso. Ma volevamo che restasse chiaro che il rispetto degli altri non è materia sulla quale apprezziamo lo scherzo.

Aggiungiamo anche un'altra cosa.

Per evitare di beccarci delle querele o cose simili, nel nostro blog i commenti sono soggetti a verifica preventiva alla pubblicazione.

Finora abbiamo pubblicato tutto tranne (pochi) commenti che costituivano violazione di norme imperative o del buon costume.

Sarebbe agevole per noi risolvere il problema cliccando su "rifiuta" quando arriva un commento che non ci piace, ma non vogliamo farlo, perchè questo ci priverebbe di contributi di pensiero che potrebbero essere preziosi. Se i lettori si sentissero "censurati" si autolimiterebbero e noi non sapremmo mai cosa ci stiamo perdendo da loro.

Se avessimo "rifiutato" il commento di Anonimo delle 12.14, non avremmo dovuto dedicare più di mezzora a rispondere prima a Lui e poi a Lei non già sul merito dei temi in discussione, ma su quanto le nostre risposte siano o no "clementi".

E' ovvio che per poter continuare a pubblicare tutto è necessario che i lettori comprendano lo spirito della nostra discussione.

Né possiamo passare le giornate a logorarci con polemiche con questo o quel lettore.

Dunque, stiamo definendo i termini della questione nella maniera più chiara possibile, così chi è interessato al merito delle discussioni si sforzerà di esporre le sue belle idee in un modo che le renda accettabili nella forma e chi trova divertente "fare a botte" andrà a farlo in uno dei milioni di siti dove ciò è apprezzato.

La Redazione

"Uguale per tutti" ha detto...

Post post scriptum.

Resta un mistero per la ragione come Anonimo delle 12.14 possa ritenere che il fatto che Giorgio Bongiovanni abbia un sito come quello che lui ha trovato confermi (testualmente: "ci ho preso in pieno nel mio post in alto") la tesi di Anonimo medesimo secondo la quale avremmo più consenso di pubblico (come se il nostro obiettivo fosse il consenso di pubblico) se ci definissimo "non antimafia".

E se Bongiovanni avesse avuto un sito di e-commerce? O di letteratura?

Boh!

Certo, volendo per forza trovare un lato scherzoso alla cosa, si può pensare quanto sarebbe originale un blog di magistrati "non antimafiosi".

La Redazione

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Redazione,

Credo di aver capito.

E anche Voi avete capito, fortunatamente, che il mio era un messaggio sostanzialmente scherzoso, specie nella "perorazione" finale.

Però, se consentite, gradirei che ripensaste a quanto avete ora detto del sottoscritto: "con la Sua consueta disattenzione alla sensibilità altrui".

Le opinioni possono sempre essere disattese, ma dire che il sottoscritto ha "una CONSUETA disattenzione alla sensibilità altrui" mi sembra veramente eccessivo, a dir poco.

Non vorrei, a questo punto, disquisire di fattispecie: Vi prego, pertanto, di risparmiarmi gli innumerevoli esempi che potete trarre, in breve tempo e gratuitamente, dal CED della Cassazione.

E Vi faccio grazia di replica sugli "argumenta", perché non credo che interessi in questa sede alcuna dissertazione di retorica.

Volevo soltanto notare che se fate un "blog" nel quale ammettete i commenti di terzi, dovete mettere in conto che qualcuno la pensi diversamente da Voi, senza per questo etichettarlo come persona di scarsa sensibilità. Soprattutto se quella persona non manca di rispetto ad alcuno e usa propriamente sia la lingua italiana, sia le regole della semplice buona educazione.

A meno che non riserviate un trattamento di riguardo, speciale, soltanto ai soggetti che conoscete, o che si dichiarano "a priori" a favore di tutte le Vostre tesi: giornalisti, cancellieri e collaboratori di cancelleria, avvocati, uditori e magistrati, alla qual cosa non voglio credere e ancora non credo !

Vi prego, pertanto, di non farmi cambiare idea, anche se la mia, ne sono ben conscio, è soltanto una voce priva di importanza.

Cordiali saluti.

"Uguale per tutti" ha detto...

Scrive Paolo Emilio:
"Volevo soltanto notare che se fate un "blog" nel quale ammettete i commenti di terzi, dovete mettere in conto che qualcuno la pensi diversamente da Voi, senza per questo etichettarlo come persona di scarsa sensibilità".

Gentile Paolo Emilio, dato che ci siamo dati atto reciprocamente di esserci compresi, vorremmo poter confidare che Lei si sia reso conto che abbiamo scritto in tutte le lingue che conosciamo che "pensarla diversamente da noi" è una cosa, "essere scortesi" un'altra.

Dunque, noi mettiamo ampiamente in conto, come dice Lei, che "qualcuno la pensi diversamente da noi, senza per questo etichettarlo come persona di scarsa sensibilità".

Siamo anzi profondamente grati a chi viene a portare idee diverse dalle nostre, perchè questa è una ricchezza preziosa e perchè sostenere idee antagoniste è prova di una attenzione di una stima sincere: nessuno si confronta con persone alla quali non abbia interesse.

Mettiamo anche in conto che qualcuno sia scortese e tratti gli altri senza il rispetto che reclama per sé, ma questo intendiamo stigmatizzarlo.

Quanto all'incidente odierno, confidiamo anche che si sia tutti d'accordo che chiunque - e quindi anche Giorgio Bongiovanni - abbia diritto a essere trattato con il rispetto che si deve a tutti e non insultato gratuitamente in sua assenza, apostrofato come "costui", deriso per cose che con ciò che ha scritto con l'articolo che abbiamo riportato non c'entrano nulla, eccetera.

Ora che tutto è rimasto chiaro, in futuro non ci saranno più incidenti del genere, perchè semplicemtne non pubblicheremo commenti che non trasudino :-) cortesia verso i propri interlocutori, fermo restando che non sono richieste doti particolari per riuscire a dire con cortesia idee di qualunque tipo.

Chi non trovi pubblicato un suo commento e voglia sapere il perchè è stato respinto potrà scriverci all'indirizzo della Redazione (c'è il link nella sidebar di destra) e gli restituiremo il commento con in evidenza le espressioni ritenute "non cortesi".

La Redazione

P.S. - Il servizio di comunicazione privata e spiegazione delle parti "non cortesi" dei commenti sarà offerto gratuitamente fino a tutto giugno 2008 :-) Poi sarà prevista una tariffa a parola. :-)

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Redazione,

Abuso ancora della Vostra pazienza soltanto per dare per scontato che abbiate, sia pur solo implicitamente, riveduto il giudizio sul sottoscritto.

Grazie.

P.S. - Personalmente, se scrivo un provvedimento che in seguito mi appare non corretto, lo modifico, se posso ...

Anonimo ha detto...

Bene, dopo le bellissime e dotte discussioni tra Paolo Emilio e la Redazione, sarebbe altrettanto utile, un commento sulla notizia odierna che in un troncone dell'indagine avocata a de Magistris, Poisedone, per ben 10 indagati il nuovo pm ha chiesto il proscioglimente. Tra cui il senatore Pittelli che puntualmente ha annunciato di richiedere i danni, come Mastella, d'altronde.
Mi chiedo, ma è possibile che in questa Regione, la Calabria, gli unici giudici a essere eroi sono soltanto quelli che perseguitano per decenni i soliti disadattati 'ndranghetisti, ed i presunti tali, senza la ben che minima prova di colpevolezza, che hanno la sfortuna di vivergli accanto, senza essere ne politici ne magistrati?
Io mi rifiuto di essere calabrese, ho conosciuto pm che hanno calpestato la dignità di persone innocenti, cittadini comuni, e continuano a svolgere le loro funzioni da eroi antindrangheta.
Quindi, se de Magistris da cattivo magistrato si fosse concentrato a dare man forte a quest'ultimi sarebbe anche lui il pupillo dei Pittelli, Mastella, Loiero, Minniti, Chiaravolloti, Galati e compagnia al seguito?
Permettemi una sola parola per definire tutti i calabresi responsabili dell'attuale stato cui versa la mia Regione (mi assumo tutte le responsabilità) MISERABILI!!!
bartolo