«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
.

lunedì 15 ottobre 2007

Un'opinione e un rigraziamento

di Gabriele Di Maio
(Consigliere della Corte di Appello di Napoli)

Sono dal 1990 in magistratura. Ho lavorato in molti uffici, fatto esperienze associative e presso organi di autogoverno.

Insomma, mi sono fatto un’idea – per quanto imprecisa, rivedibile, incompleta - dei problemi di questa parte del mondo.

Tanti, complessi, interconnessi.

Tra essi, quello dell’autogestione “interna” della magistratura.

Non è l’unico, e forse nemmeno il maggiore, dei problemi della giustizia.

Ma non va sottovalutato.

Non c’è bisogno di molte parole per descriverne la rilevanza. Sono ormai molteplici, anche in questo spazio, gli interventi che lucidamente ed analiticamente hanno indicato le anomalie, le distorsioni, i danni.

E alla fine, ogni magistrato con una minima esperienza di “come funziona” sa di cosa si sta parlando.

In questi giorni si sono moltiplicate le opinioni, le prese di posizione. Anche queste sono note, e comunque facilmente reperibili sul web.

La mia personalissima tesi è che ci troviamo oggi all’interno di un sistema fortemente pervaso da logiche di appartenenza, di potere, di carrierismo.

Né l’impegno di singoli all’interno delle correnti, né quello di nuovi gruppi è stato idoneo, al di là di risultati sporadici e parziali, a determinare un sostanziale risanamento. Il sistema è, sostanzialmente, sempre quello. Sotto certi aspetti, addirittura peggiorato.

A questo punto, un mutamento può essere sperabile solo cambiando strade, immaginando percorsi (veramente) nuovi, capaci di imporre o quantomeno favorire interventi sistemici che mettano in fuorigioco le logiche di appartenenza, tolgano spazio al carrierismo, restituiscano il potere alle regole.

Non è facile, e forse occorrono azioni più forti, dirette e decise di quelle che iniziano da un po’ di tempo a proporsi.

Ad esse va comunque il mio sostegno ed il mio ringraziamento, perché sono l’espressione di un modo davvero nuovo di pensare e, soprattutto, di affrontare il problema.

Le cose da fare sono moltissime, e per niente facili da realizzare.

Ma sembra che basti cominciare col piede giusto, per essere già a buon punto. Avanti così, allora.


4 commenti:

Salvatore D'Urso ha detto...

Il problema è che mancano, a mio avviso, le regole...

Ci sono tante leggi intutili o bucate... che non risolvono i problemi del sistema, anzi a volte giocano a favore del sistema malato...

Stiamo perdendo il nostro paese, tutto ciò che c'è di buono viene schiacciato dalla prepotenza e dall corruzione sempre più dilagante, questo con l'assenso e a volte con la compartecipazione degli stessi che dovrebbero impedire tutto ciò... sia politici che magistrati in primis, ma non sono i soli...

Temo che negli anni a venire, se il percorso intrapreso da questi personaggi non cambiera, ci sarà una guerra civile, con spargimenti di snague da entrambi i fronti, una tempesta... dopo il sereno...

Salvatore D'Urso.

Gabriele Di Maio ha detto...

Grazie del commento.
Un invito che però vorrei rivolgere è quello a focalizzare i problemi.
Le cose che non vanno sono tante, è vero, in tanti settori, e possono esservi preoccupazioni per il futuro.
Anche nel solo settore Giustizia, come ho accennato nel mio intervento, i problemi sono molteplici, e complessi.
Vi sono problemi normativi, di risorse, di tempi, di qualità, di comunicazione, di modi di interpretare i ruoli ricoperti.
Problemi che spesso richiedono analisi approfondite e soluzioni articolate.
Una visione complessiva può avere la sua utilità.
Se però si vuole passare a migliorare le cose, allora conviene iniziare ad individuare i singoli problemi ed a trovare delle specifiche soluzioni.
Meglio ancora se il singolo si assume in questo la propria parte di responsabilità ed individua azioni coerenti per dare il proprio contributo.
In questo caso, è stata posta l'attenzione su di uno specifico problema: la corretta autogestione interna della magistratura.
Una garanzia forte, prevista dalla Costituzione per l'indipendenza dell'ordine magistratuale, ma ormai conformatasi su di un sistema nel quale logiche di potere, di carrierismo e di appartenenza possono mettere fortemente in dubbio la corrispondenza dei risultati ottenuti al fine originario.
E' uno dei problemi della Giustizia, forse quello meno visibile all'esterno, ma per le sue possibili implicazioni merita attenzione e, se possibile, adeguati interventi correttivi.
Le soluzioni, volendo, possono essere trovate all'interno della stessa magistratura.
Secondo me, esse passano appunto per il restituire spazio alle regole ed a criteri oggettivi di valutazione; mettere in fuorigioco le logiche di appartenenza, rendendole inefficaci; individuare e ridurre le "carriere" di fatto venutesi a creare.
Favorire una presa di coscienza su queste tematiche e questi obiettivi può essere già un contributo concreto.

luigia padalino - novara ha detto...

LA COSA PIU' ODIOSA E' VEDERE QUANTI MAGISTRATI SONO DISTACCATI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA.
E QUANTI MAGISTRATI LAVORANO IN POLITICA E NON "SUDANO" NELLE AULE DI GIUSTIZIA?
MOLTE MANSIONI POTREBBERO ESSERE SVOLTE DA SEMPLICI IMPIEGATI E INVECE.....
E IL BELLO E' CHE QUESTI PERSONAGGI POI MODELLANO LA LEGISLAZIONE E L'AZIONE DEL PARLAMENTO A PROPRIO USO E CONSUMO.
E IL CITTADINO?
L'UTENTE DEL SERVIZIO GIUSTIZIA???

CONTINUIAMO AD ANDARE AVANTI COSI'.....

LUIGIA PADALINO
ASSISTENTE SOCIALE
NOVARA
lpadalino@tiscali.it

Gabriele Di Maio ha detto...

Quella "ministeriale" è proprio una delle carriere che di fatto si sono create in magistratura ed alle quali ho fatto riferimento nel mio intervento.
E' molto diffusa l'opinione che il numero dei magistrati distaccati sia troppo elevato rispetto alle effettive esigenze e che sarebbe possibile attingere ad altre professionalità (penso, ad esempio, alla magistratura militare, che versa in notorie condizioni di sottoutilizzazione).
L'accesso al Ministero avviene dietro scelte largamente discrezionali, laddove potrebbe essere preferibile, per ovvie ragioni di trasparenza e di indipendenza, introdurre dei criteri oggettivi di selezione, onde evitare la preoccupazione di scelte legate a logiche di appartenenza (con tutto quel che ne consegue).
Certo è curioso che chi ha fatto tanti sacrifici per vincere il concorso per entrare in magistratura aspiri invece ad entrare nell'amministrazione.
Evidentemente, qualcosa mi sfugge.