«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 25 ottobre 2007

C'era una volta il pool antimafia. Palermo: i giudici "cannibali"



Una delle idee ispiratrici del nostro impegno in questo blog è che non è possibile un miglioramento delle condizioni della amministrazione della giustizia e della sua efficienza senza una seria e approfondita riflessione autocritica dei magistrati sul loro modo di esercitare oggi, singolarmente e collettivamente, il loro difficile compito.

Com’era inevitabile, anche la magistratura è vittima della crisi culturale e morale che affligge l’intero Paese (e non solo), ma, per poterne uscire, è indispensabile che se ne renda conto.

In quest’ottica, riportiamo qui un articolo di Attilio Bolzoni, tratto da La Repubblica di oggi 25 ottobre 2007. Il titolo violento è quello originale dato dall'autore e non ci è sembrato corretto modificarlo.

Pur senza prendere posizione, ovviamente, sulla esattezza o meno delle ricostruzioni delle singole vicende proposte dal giornalista (che da decenni segue le vicende della cronaca giudiziaria palermitana), condividiamo l’esigenza di porre l’attenzione sulla situazione complessiva di un ufficio giudiziario molto importante come la Procura di Palermo e sulla emblematicità di quanto accade lì.

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di Attilio Bolzoni
(Giornalista)


tratto da La Repubblica del 25 ottobre 2007

Palermo - Si sono divisi sui processi politici e scontrati su come fare le indagini. Si sono contesi l’eredità di Falcone. Inchiesta dopo inchiesta, si sono combattuti su tutto. Su Andreotti. Sui pentiti. Sulla caccia a Provenzano. Sulle “talpe” infilate nelle loro stanze. Prima hanno scatenato violentissime guerre in nome dell’antimafia e poi la loro antimafia l’hanno divorata. Quasi venticinque anni dopo è finita per sempre la storia del pool di Palermo. L’hanno sepolto antichi rancori, l’hanno sbranato tribù giudiziarie in perenne sfida. E ormai, di quell’idea e di quella struttura investigativa nata in un piccolo bunker del Palazzo di Giustizia mentre i mafiosi spadroneggiavano per la città, sono rimaste solo macerie. Resti di pool sui quali camminano giudici che si azzannano, che si fanno a pezzi fra loro. Sono giudici cannibali quelli di Palermo. Rappresentato dagli stessi abitanti del Palazzo di Giustizia come uno dei tanti conflitti originati da due “scuole di pensiero”, il caso Palermo in realtà questa volta è il segno di un’avventura al suo epilogo: la conclusione di una stagione italiana nella lotta a Cosa Nostra.

Quelle di Palermo non sono soltanto dispute - come era accaduto anche più volte in passato - di natura tecnico giuridica o divergenze sul vaglio delle contiguità fra mafia e politica. È tutto più evidente e doloroso: è lo spegnimento, l’estinzione di un’esperienza che ha marcato un quarto di secolo.

È implosa la procura della Repubblica di Palermo. Dietro le polemiche, le risse, le comunicazioni a mezzo stampa per precisare pubblicamente “la linea dell’ufficio”, c’è una devastazione mai conosciuta prima. Neanche ai tempi dei veleni e dei magistrati eccellenti sospettati di collusione.

Gli effetti di questo disastro sono già visibili. Investigazioni rallentate. Processi pasticciati. Deleghe d’indagine sospese. Sostituti che nascondono carte ad altri sostituti, che non si salutano più, che dichiarano apertamente “il proprio odio” nei confronti di altri magistrati. Colleghi della porta accanto, blindati come loro, prigionieri delle stesse scorte e delle stesse paure.

Un pool pieno di nemici. Una parte accusa l’altra di “massimalismo” nelle investigazioni di mafia, il riferimento è alla gestione Caselli, ai suoi processi politici - quasi tutti persi - e allo schema operativo che si sta riproponendo ora con il nuovo procuratore capo Francesco Messineo. Sarà un caso, ma nei corridoi della procura di Palermo è ricominciato a circolare il nome di Silvio Berlusconi. L’altra parte accusa i fedelissimi di Pietro Grasso di avere creato un “centro di potere” nella direzione distrettuale, con indagini affidate a pochi. Di avere impedito la “circolarità” delle informazioni, mantenuto un “basso profilo” investigativo, concentrato energie quasi soltanto sul versante militare di Cosa Nostra. Trascurando la mafia economica e politica.

L’ultimo atto di questa lotta è la vicenda Cuffaro. Su come portare alla sbarra il governatore della Sicilia per le sue frequentazioni mafiose, sui reati da contestargli. Il caso è emblematico. Ma quali discordie e quali diverse “scuole di pensiero”, i fatti che si sono susseguiti intorno all’inchiesta sull’imputato Totò Cuffaro rasentano la perversione giuridica. Oggi, a Palermo, contro il governatore ci sono due procedimenti fotocopia. Tutti e due con le stesse fonti di prova. Uno aperto il 26 giugno 2003, l’altro il 21 maggio del 2007. Il primo è approdato in dibattimento e - in sede di requisitoria - per lui sono stati chiesti 8 anni di reclusione per rivelazione di segreti e favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. Il secondo ha prodotto l’iscrizione di Cuffaro nel registro degli indagati per gli articoli 110 e 416 bis del codice penale, concorso in associazione mafiosa. Una procura lo sta già processando per un reato, un’altra procura lo vorrebbe processare per un altro reato. L’inchiesta però è sempre quella, non sono emersi altri indizi, non ci sono altre acquisizioni (un paio di deleghe e nulla più), non c’è un altro collaboratore di giustizia o un’altra intercettazione ad arricchire il quadro probatorio.

L’affaire Cuffaro è stato in sostanza soltanto il pretesto per l’ennesimo duello, il più rabbioso. Il governatore della Sicilia di fatto passerà alle cronache come l’imputato che ha dato il colpo finale alla credibilità dei procuratori di Palermo. Se ci sarà una data per ricordare la fine ufficiale del pool antimafia quella è proprio oggi: l’ottobre del 2007.

Più che una resa dei conti sta andando in scena una resa collettiva. Fra quel gruppo che faceva riferimento al procuratore Gian Carlo Caselli (i suoi fedelissimi: Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato, Nico Gozzo, Gaetano Paci) e quegli altri che sono vicini al suo successore Pietro Grasso (Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino). Gli uni e gli altri sono consapevoli che, d’ora in avanti, alla procura della Repubblica di Palermo niente sarà più come prima. “Non c’è speranza”, dicono tutti.

La ferita è profonda. Condiziona le strategie generali e l’attività quotidiana. Per esempio tutti aspettano con terrore il prossimo 12 dicembre la requisitoria al processo contro l’ex maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, poi diventato deputato della Regione e arrestato per corruzione. L’atto di accusa è affidato a due sostituti che non si rivolgono più la parola. Ma è quell’ordinaria amministrazione che “ordinaria” non è mai stata a Palermo, che è influenzata e limitata dalle spaccature. Quando c’è un omicidio al confine fra una borgata e l’altra, il funzionario di polizia o l’ufficiale dei carabinieri che fa il sopralluogo entra in agitazione per capire chi è il referente in procura, l’aggiunto delegato a coordinare le attività investigative sui “mandamenti” mafiosi. Ce ne sono 7 di “aggiunti”, tutti hanno il loro territorio, tutti vogliono in esclusiva la notizia criminis.

E subito, prima degli altri. “La stessa informazione sono costretto a girarla in una mattinata anche a cinque magistrati diversi”, confessa un ufficiale di polizia giudiziaria che è da molti anni in Sicilia.

La distribuzione di incarichi con la guida del procuratore Messineo si è rivelato uno “spezzatino antimafia” per accontentare tutti. Ne è derivato un disordine organizzativo e investigativo. Con un’aggravante: hanno isolato, messi da parte con la scusa della loro imminente uscita dalla direzione distrettuale per “scadenza”, quei sostituti legati a Pietro Grasso come Prestipino e De Lucia che erano i titolari di quasi tutte le inchieste più importanti. Due magistrati con una capacità investigativa - di qualità e, particolare non trascurabile, di quantità - decisamente fuori dal comune.

La vera svolta, dichiarata e sbandierata, rispetto alla procura di Grasso è quella di “alzare il tiro”. Un annuncio per rinnegare l’azione palermitana dell’attuale Superprocuratore nazionale, liquidata da alcuni addirittura come la fase più “oscura” della lotta alla mafia. Dall’altra sponda già tremano per la riproposta di vecchi “teoremi”. E poi c’è un passato siciliano troppo pesante per poterlo dimenticare. I risentimenti covano sempre. Nel mirino dei sostituti che hanno riconquistato la procura con Messineo c’è - primo fra tutti - Giuseppe Pignatone, al quale si rinfaccia la sua ostilità Giovanni Falcone. È il magistrato che ha coordinato l’indagine sulla cattura di Provenzano e contemporaneamente l’indagine su Cuffaro. In tanti però lo ricordano sempre per quel suo peccato originale, lo considerano un “prudente”. Sull’altro fronte si scandalizzano per inchieste ferme da più di un anno, per arresti che risalgono ancora ai “pizzini” di Provenzano o agli sviluppi di una retata del giugno del 2006. Un’apatia investigativa che avrebbe concesso già fin troppo tempo alle “famiglie” per riorganizzarsi.

Nell’antimafia di Palermo è muro contro muro. Un paio di giorni fa Messineo ha steso la bozza di un documento per provare a “pacificare” l’ufficio, l’ha fatta girare per sentire gli umori dei suoi sostituti. Quella bozza, qualcuno, l’ha già definita “indecente”. Come era prevedibile, un altro tentativo di riconciliazione è finito ancora prima di diventare in qualche modo ufficiale.

È in questa tormentata procura che fra il gennaio e il giugno del 2008 se ne andranno per legge tutti e 7 gli “aggiunti”. Si fanno già i nomi dei nuovi. Uno è quello di Girolamo Alberto Di Pisa, il magistrato accusato di essere il Corvo di Palermo. Fu assolto, naturalmente. Tornerà lui e torneranno altri in procura. Come negli anni prima del pool.


10 commenti:

Valentina L.M. ha detto...

Mi sembra assurdo, che per discutere sui modi e sulle filosofie di fondo si arrivi fino a paralizzare/sterilizzare la lotta alla mafia.
Mi chiedo quanto ci sia di verità in questo articolo?

Valentina

"Uguale per tutti" ha detto...

Cara Valentina,

intanto grazie di cuore dell'attenzione che ci presti e dei Tuoi commenti (questo e altri) che ci sono preziosi e ci aiutano/incoraggiano ad andare avanti.

Con riferimento alle considerazioni che hai svolto qui, è importante che precisiamo le seguenti due cose.

1) "Per discutere sui modi e sulle filosofie di fondo" noi non paralizziamo/sterilizziamo la lotta alla mafia, ma ci limitiamo a riportare un articolo pubblicato su uno dei più letti giornali del nostro Paese. Quelli che paralizzano/sterilizzano la lotta alla mafia non lo fanno "per discutere sui modi e le filosofie di fondo", ma perchè preda più o meno consapevolmente degli stessi schemi logici perversi che stanno portando l'economia e la politica del Paese sempre più dentro un baratro.

2) Neanche noi sappiamo - e lo abbiamo scritto nella premessa - quanta parte di verità esattamente c'è nell'articolo di Bolzoni, ma ti informiamo che quella parte di verità che sappiamo esserci è già fin troppa per i valori in gioco.

Grazie ancora delle Tue sollecitazioni.

Per favore, continua a starci vicina.

Un caro saluto.

La Redazione

valentina L.M. ha detto...

Credo sia stato in parte frainteso il mio pensiero, probabilmente perchè espresso non chiaramente.
Mi riferivo, infatti, alla difficoltà per me, che guardo da fuori il mondo della magistratura, forse, non saprei,anche con una certà "ingenuità", di capire perchè e come all'interno di un ufficio giudiziario impegnato come quello oggetto dell'articolo si possa giungere (sempre stando a quanto riportato dal giornalista) a dividersi su questioni, sicuramente importanti e decisive (che cos'è la mafia? Una società segreta o un network di relazioni? È popolare o borghese? È soltanto violenza "militare, ecc,) e rischiare di mettere in pericolo il lavoro quotidiano di lotta al crimine (sempre secondo quanto sembrerebbe emergere dall'articolo) .
Mi risulta davvero difficile crederlo..
Chiarito che non mi riferivo alla redazione del blog, vi ringrazio per la cortese risposta e continuerò a seguirvi certamente.
Valentina

"Uguale per tutti" ha detto...

Cara Valentina,

grazie davvero a te.

Un saluto affettuoso.

La Redazione

Salvatore D'Urso ha detto...

Un giudizio obiettivo del tutto personale alla vicenda che vede coinvolte le due fazioni di magistrati.

Sono più che convinto che si tratti di una strategia messa in atto per destabilizzare la procura di Palermo, gli attori diretti sarebbero Piero Grasso ed i suoi colleghi atti a screditare e intimidire il Procuratore Gian Carlo Caselli.

Le conseguenze infatti sono subito ben note, ci sarà il ritorno a Palermo del "corvo" e di altre persone precedentemente allontanate o trasferite.

Tutto questo è allucinante.

Solidarietà a Caselli.

Edoardo Levantini ha detto...

Complimenti per il blog,
è una bella iniziativa. Coraggiosa.Sinceramente sono rimasto sconcertato dall'articolo di Bolzoni.Alcune questioni le conoscevo. Credo però che sia scorretto parlare di processi " politici " persi.Come ne parla il giornalista. Le condanne di Contrada e del suo braccio destro D'Antone non le considera Bolzoni?E la sentenza di condanna di Dell'Utri in primo grado? Senza considerare le sentenze che hanno,in maniera definitiva, riconosciuto la contiguità a cosa nostra di molti medici, avvocati e politici anche di livello regionale. Sarebbe bello mettere in rete le più significative.

Gennaro ha detto...

Quando sento parlare e leggo della procura di Palermo mi viene un nodo alla gola pensando all'operato di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti coloro che con la loro passione si siano prodigati per una giusta causa.
Approfitto di questo spazio che gentilmente la Vs redazione mette a disposizione per ringraziare di cuore il Dott Lima per le Sue saggie parole che mi ha scritto via email e mi scuso pubblicamente per aver scritto cose molto forti che con il buon senso,la calma,la ragione e la tranquillità di animo non fanno parte dei miei pensieri e della mia persona

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Edoardo Levantini.

Gentile Edoardo, grazie dell'attenzione che ci presta e del Suo opportunissimo commento qui.

Ha certamente ragione: l'articolo di Bolzoni è particolarmente duro e ingeneroso nella parte in cui non mette adeguatamente in luce i grandi successi che il lavoro dei colleghi di Palermo ha consentito di perseguire.

Grazie di averlo ricordato e sottolineato.

Abbiamo pubblicato l'articolo nonostante questo aspetto particolarmente "duro" perchè, per un verso, ci sembra che Bolzoni lo abbia scritto non già per denigrare i nostri colleghi, ma per indurli a riflettere e a "ripartire" superando divisioni e difficoltà che nuocciono alla loro efficacia e, per altro verso, per sottolineare che, senza uno sforzo di sincera vigilanza su noi stessi e senza un impegno di onesta e disinteressata autocritica, anche la parte migliore della magistratura può finire con il perdere efficacia.

E sempre, ma ancor più di questi tempi, come cittadini prima ancora che come magistrati, non possiamo concedere al "nemico" il vantaggio della nostra inefficienza.

Un caro saluto con sincera gratitudine.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Il polverone che ha investito un uomo di legge ,sta diventando un ciclone.UNO MATTINA della rai,il 29 Ottobre 2007 commentava che la LEGGE E LENTA PER TUTTI.QUESTO FATTO NON E UNA NOVITA. E UNA REALTA.QUANDO PER MIRACOLO UNA CAUSA APPRODE IN TRIBUNALE,AMBOLE PARTI E DIFENSORI,SONO GIA DECEDUTI DA SVARIATI ANNI LUCE!
E OVVIO , CHE QUALCUNO HA UN INTERESSE BEN PRECISO,A TIRARE IN BALLO TUTTA LA MAGISTRATURA .QUI SI SENTE ODORE DI UN COLPO DI
STATO.INFATTI NON SERVE NEANCHE LA LENTE PER CONSTATARE GLI ABUSI DI POTERE CHE SI SONO REGISTRATI DA QUANDO SI INSEDIATO IL GOVERNO PRODI.IL METODO IN ATTO E IL TIPICO STILE ITALIANO (e collaudato),SI TROVA IL PRETESTO PER TRASFERIRE UN RAPPRESENTANTE DELLO STATO CHE HA LA SFORTUNA DI ESSERE ONESTO,GLI SI IMPONE IL SILENSIO,VIENE ABBANDONATO DA TUTTO E TUTTI,E POI SEGUONO I FUNERALI ,LE LACRIME ,IL DOLORE ,LA RABBIA,E INFINE TUTTO TORNA NORMALE PER RICOMINCIARE DA CAPO.Il concetto per il buon vivere in una societa civile , democratica e libera ai nostri tempi,non dovrebbe essere utopia ma piuttosto realta.
gustavo b

Anonimo ha detto...

gustavo bongarzone
catanzaro