«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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domenica 5 ottobre 2008

L’oscenità del potere in Italia


Riportiamo dal blog di TARO i video e il testo di una bellissima relazione sul potere in Italia tenuta da Roberto Scarpinato, già Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo, alla presentazione del libro “Mani sporche”, a Roma il 10 gennaio 2008.

I concetti esposti in questa relazione sono stati sviluppati da Roberto nel suo libro “Il ritorno del Principe”, del quale abbiamo trattato a questo link e a quest’altro.

A questo link una bellissima intervista di Roberto Scarpinato sul libro.

Il video e il testo sono divisi in cinque parti.

Riportiamo prima i cinque video e in fondo l’intero testo.

Il video originale è di Radio Radicale.

Un grazie di cuore a TARO per la preziosa opera di trascrizione.


Parte 1/5




Parte 2/5




Parte 3/5




Parte 4/5




Parte 5/5





La trascrizione fatta da TARO:


Prima parte:

Roberto Scarpinato

Uno dei più raffinati uomini di potere della storia occidentale, il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: “Il trono si conquista con le spade e i bastoni ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”. Questa massima riassume io credo in modo magistrale la necessità del potere antidemocratico e autoritario di plasmare il sapere sociale in modo da alimentare imposture funzionali alla sua perpetuazione.

Il lavoro della costruzione delle imposture è affidato da sempre agli intellettuali e costituisce una delle loro principali fonti di reddito. L’italia è sempre stata una straordinaria fucina di intellettuali costruttori di impostori al servizio del potere e non è un caso che una delle massime icone nazionali resti Niccolò Macchiavelli prototipo nazionale di intellettuale che invece di smascherare le imposture del potere ha come massima aspirazione quella di divenire il consigliere del principe di turno anche se nel caso di Cesare Borgia si tratta di un lestofante capace di ogni nefandezza, pluriomicida e stragista. In questo paese patria elettiva di impostori di ogni genere, Barbacetto, Gomez e Travaglio sono tra i pochi intellettuali che sono rimasti a svolgere un importante ruolo di supplenza civile di vigilanza democratica. Supplenza civile nel ricostruire con meticolosa pazienza la memoria di fatti storici che sono oscurati o distorti dalla televisione di Stato, dalla televisione commerciale o dagli apparati culturali di regime. Vigilanza democratica nei confronti di un potere ogni giorno più arrogante che alimenta la pratica dell’omertà di massa e riduce al silenzio chiunque rifiuti di chinarsi.

Il generale Videla sanguinario dittatore argentino soleva ripetere “la memoria è sovversiva”, aveva ragione. La memoria è come un indice puntato contro i crimini del potere che ha necesssità di rimarginarsi cancellando dalla memoria collettiva i fatti storici e in questo senso i tre autori di questo libro io credo possano ritenersi dei sovversivi e mi coglie il dubbio che il loro chiamarmi a partecipare alla presentazione di questo libro sia una sorta di chiamata in correità da sovversivi a un sovversivo quale io sono stato a volte definito per il fatto che nel mio ruolo istituzionale da anni mi occupo di ricostruire la memoria storica di misfatti che non riguardano i soliti Provenzano di turno ma i loro eccellenti protettori politici senza i quali questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da più un secolo.

Proprio per il ruolo di supplenza civile al quale ho appena accennato, questo libro si sovraccarica secondo me di significati e chiavi di lettura. Sarebbe riduttivo leggerlo come un accurato resoconto di alcuni dei più importanti processi di corruzione degli ultimi anni, è molto di più.
E’ il referto clinico della dissoluzione dello stato democratico di diritto e della sua balcanizzazione nel popolo delle tribù.
E’ la cronistoria del declino di un grande paese e della sua regressione verso la modernità.
E’ il ritratto di Dorian Gray di una delle classi dirigenti più rapaci della storia europea.
E’ soprattutto un libro di storia, indispensabile per comprendere il passato, il presente, il futuro, forse la mancanza di futuro di questo paese. E qui sta una profonda anomalia di questo libro che non è certo addebitabile ai suoi autori. Un libro nel quale si narrano delle vicende criminali non dovrebbe assumere il respiro della grande storia. Nelle democrazie mature la criminalità non fa storia è un capitolo marginale specialistico che interessa soltanto criminologi, penalisti e qualche appassionato della materia. In Italia invece leggendo questo libro se ne ha una significativa conferma, la storia nazionale quella con la S maiuscola è inestricabilmente intrecciata con la criminalità delle sue classi dirigenti. Nessuno storico serio potrebbe ricostruire la storia di questo paese, spiegare perché la storia ad un certo punto ha assunto una certa direzione invece che un’altra, perché sono state emanate certe leggi, perché sono state effettuate importanti modifiche costituzionali senza tenere conto del mondo in cui contemporaneamente si è evoluta nel tempo la criminalità delle classi dirigenti.

Per restare solo sul tema della corruzione, quanti oggi ricordano per esempio che la Banca d’Italia fu istituita a seguito della scandalo finanziario del crack della banca romana del 1892. Un istituto autorizzato dallo Stato a stampare banconote che stampava banconote false e che elargiva finanziamenti senza garanzia, foraggiando un enorme stuolo di parlamentari, senatori, membri della famiglia reale, ministri, presidenti del consiglio. E vi pare forse una coincidenza che a distanza di più di un secolo la recente legge di riforma della Banca d’Italia che rende temporaneo il mandato del governatore della banca sia avvenuta a seguito di un altro scandalo che troverete descritto nel libro, quello della scalata alla Banca Nazionale del Lavoro, all’ Antonveneta, al Corriere della Sera che ha visto ancora una volta protagonisti un allegra brigata di speculatori i cui patrimoni non si ha la possibilità di ricostruire l’origine insieme a senatori, a deputati, a un ex Presidente del consiglio.

Quello che ho appena citato è appena uno dei tanti esempi possibili perché via via che si procede nella lettura di questo libro ci si rende conto come eventi istituzionali come l’emanazione o la mancata emanazione di leggi, la privatizzazione di enti si Stato, la realizzazione di alcune riforme istituzionali sono tutti eventi che al di là delle motivazioni ufficiali ammannite all’opinione pubblica hanno una segreta origine in vicende criminali e in transizioni di vertice tra i potentati nei quali si articola la classe dirigente.

L’irrazionalità talora inspiegabile di talune leggi in palese contrasto con l’interesse pubblico e con i più elementari principi di buona amministrazione è irrazionale solo all’apparenza, solo se si tenta di interpretare la legge alla luce delle sue motivazioni principali. Si pensi per citare un solo esempio alla recente legge per l’indulto che ha ingolfato gli uffici giudiziari con milioni di processi inutili perché riguardano reati indultati per i quali non potrà essere applicata la pena e che ciò nonostante dovranno essere celebrati costringendo i magistrati ad un lavoro assolutamente inutile e frustrante come scavare dieci fosse e riempirle subito dopo.

Solo se si ricostruiscono le vicende criminali che hanno preceduto e che sono state contemporanee all’emanazione della legge dell’indulto è possibile individuare in controluce la razionalità occulta di quella legge. Una razionalità politica non apertamente confessabile dunque destinata a restare nell’osceno, nell’obscenum, nel fuori scena. La razionalità politica inconfessabile era lo scambio di prigionieri cioè garantire l’impunità a imputati eccellenti, imputati protetti da potenti, a gole profonde che se avessero parlato avrebbero potuto tirare giù tutti i santi dal paradiso.

Per esempio se la necessità era sfollare le carceri come si spiega l’estensione dell’indulto a un reato di mafia, allo scambio politico elettorale, tenuto conto che alla data dell’indulto non c’era neanche una sola pesona in carcere per questo reato e che in tutta Italia c’erano soltanto dieci processi pendenti. Non c’è nessuna riposta possibile sul piano giuridico.


Seconda parte:

Per comprendere il motivo di questa norma [riferito alla legge sull’indulto] bisogna fare semplicemente l’elenco dei 10 imputati che in quel momento rischiavano la galera.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a centinaia, ne consegue che l’impostura cioè la menzogna di regime funzionale alla perpetuazione del regime illegale è arrivata a contaminare perfino la legge cioè quella che dovrebbe essere la massima espressione dello stato democratico dei diritti e della sovranità popolare. In altri termini i pozzi sono avvelenati e l’acqua marcia per infiltrazione e trasudazione inclina ormai gran parte delle mura e dei pilastri portanti della casa comune. Una casa che ogni giorno più è ammorbata dall’illegalismo di massa di queste classi dirigenti.

In altri termini, ieri come oggi la questione criminale essendo questione che riguarda in gran parte la classe dirigente è inestricabilmente intrecciata alla questione Stato e il suo evolversi determina l’evoluzione delle forme stesse dello stato e delle sue leggi. Per questo motivo il libro che stasera presentiamo purtroppo, e sottolineo purtroppo, è ciò che in un paese civile non dovrebbe essere e cioè un libro di storia. Un manuale di diritto pubblico, un impressionante e imprenscindibile chiave di lettura per la comprensione del presente e del futuro del paese.

Procedendo per grande sintesi, se ripercorriamo a ritroso la storia del paese, possiamo constatare come dallo scandalo della banca romana del 1892 ad oggi è sempre stato un ininterrotto susseguirsi di scandali finanziari, dal periodo dell’età monarchica, il fascismo, che arrivano sino alla prima repubblica e che si ricongiungono con straordinaria continuità con gli scandali dell’ultimo periodo. Una storia circolare che si ripete sempre uguale a se stessa, anche nei suoi esiti finali cioè l’impunità garantita dei potenti.

Se si esamina la composizione della popolazione carceraria dall’Unità ad oggi ci si rende conto che non è mai cambiata. In galera finiscono sempre e solo gli ultimi della piramide sociale. I potenti non ci vanno a finire mai, il che impone una riflessione e cioè che nonostante il susseguirsi delle forme diverse dello stato ( la monarchia, il fascismo, la repubblica) esiste e persiste in questo paese una straordinaria continuità della giustizia di classe.

Gli unici momenti storici nei quali la giustizia di classe sembra essersi incrinata, essersi trasformata nella giustizia uguale per tutti, sono momenti transitori nei quali per motivi di carattere internazionale la classe dirigente di questo paese è entrata momentaneamente in crisi allentando la sua presa sull’ordine giudiziario. Possiamo ricordare due momenti, la caduta del fascismo a seguito della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino. Non appena i fattori internazionali esauriscono i propri effetti gli assetti interni si riequilibriano ed una delle conseguenze di questo riequilibrio è che la classe dirigente riprende a condizionare la giurisdizione in modo da disinnescare il controllo della legalità e garantirsi l’impunità. Che in questi frangenti storici la necessità di riprendere il controllo della giurisdizione costituisca una priorità politica imprenscindibile, mi pare indicativo dell’elevatissimo tasso di illegalismo che da sempre caratterizza l’operato delle nostre classi dirigenti.

Esiste dunque, io credo, una incompatibilità di sistema tra la classe dirigente e una giurisdizione indipendente. Una giurisdizione cioè che operi come variabile indipendente rispetto ai rapporti di forza politici.

Non è un caso del resto che l’ordinamento che garantisce indipendenza e autonomia alla magistratura sia stato introdotto dalla costituzione del 1948 in un momento particolare della storia di questo paese. Nell’immediato dopo guerra, dopo la caduta del fascismo nel disfacimento del vecchio establishment nessuno sapeva chi avrebbe vinto le elezioni e tutti i partiti avevano in quel momento interesse a un ordinamento della magistratura che non la trasformasse come era avvenuto durante il fascismo in instrumentum et regni della maggioranza di turno.

Superato quel contingente della storia e ristabilitisi i vecchi equilibri quella costituzione fu a lungo sabotata e rinnegata. L’indipendenza della magistratura fu duramente conquistata negli anni successivi e dopo anni di fibrillazione la recente riforma dell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella pone finalmente fine a una ferita che la costituzione del 48 aveva aperto. Pone fine a una contraddizione tra costituzione formale e costituzione materiale del paese.

L’orologio della storia è stato riportato indietro ai tempi d’oro dell’epoca fascista e prefascista, d’oro per loro s’ intende, quando l’uso e l’abuso dei poteri disciplinari e paradisciplinari messi in mano al ministro a procuratori generali, procuratori della repubblica, consentiva alla classe dirigente di tenere sotto il proprio tallone di ferro quella parte della magistratura che non era disposta a piegarsi ai diktat politici. L’avversione del ceto politico, dell’establishment, ai processi penali ha una ragione profonda .

Da tangentopoli ad oggi i processi oltre ad assolvere alla loro funzione istituzionale di accertare la responsabilità penale di specifici individui in relazione a specifici reati, hanno assolto anche ad un’altra importante funzione. Quella di un rito di disvelamento collettivo delle oscenità del potere. I cittadini hanno compreso che il vero potere non è quello che si esercita sulla scena - sulla scena istituzionale il potere si mette appunto in scena - il vero potere è quello che viene praticato nel fuori scena, nell’oscenum, nell’osceno e lo spettacolo è raccapricciante e disgustoso.

Il mondo di omertà collettiva - che il potere ha costruito intorno alla proprio attività oscena mediante metodi di intimidazione che sembrano a volte replicare in modo incruento quelli mafiosi - viene talora lacerato dalle microspie delle intercettazioni che essendo macchine inintelligenti e non intendendosi di compatibilità sistemiche registrano oggettivamente in diretta la voce del potere. Ed è come rimuovere un sipario e intravedere dietro i sepolcri imbiancati che occupano la scena come immondo verminaio. E’ come passare dal salotto buono dove sono messi in mostra i ninnoli e le memorie di famiglia alla stanza di barbablu dove sono occultati gli scheletri.

Rileggere le trascrizioni delle intercettazioni riportate nel libro lascia costernati per il tasso di violenza che trasuda dalle conversazioni dei potenti. Se sono rimasto impressionato io che da anni passo il tempo ad ascoltare le conversazioni dei mafiosi vi potete immaginare, anzi se devo essere sincero vi devo dire che il linguaggio di taluni mafiosi è più castigato e signorile di quello di alcuni potenti.

Per tirare le fila del discorso su questo punto quindi dobbiamo concludere che non solo c’è un’incompatibilità sistemica tra la classe dirigente e la magistratura indipendente ma c’è anche una incompatibilità sistemica tra classe dirigente ed intercettazioni e nel libro troverete infatti un ampio resoconto dei progetti di legge che sono in cantiere per mettere definitivamente la mordacchia alle intercettazioni e impedire all’opinione pubblica di vedere l’eservcizio osceno del potere dietro lo scenario di carta pesta delle istituzioni.

Questa straordinaria continuità della tangentopoli italiana e delle impunità garantite ai suoi protagonisti impone secondo me alcune riflessioni. La prima è che sarebbe finalmente ora di farla finita con questa solfa della questione morale. Una corruzione sistemica che dura dall’unità di Italia ad oggi non è questione morale ma questione criminale che per la sua dimensione di massa investe il funzionamento stesso dello stato e della democrazia e che ha proiezioni macro economiche.


Terza parte:

Una patologia del potere che dura ininterrottamente da un più di un secolo e mezzo va interpretata per quello che realmente è, io credo, e cioè un codice culturale che plasma la forma stessa dell’esercizio del potere. In altri termini quello che voglio dire è che forse la corruzione in Italia non è una deviazione del potere ma una forma naturale tra virgolette di esercizio del potere che gode di accettazione culturale da parte della classe dirigente e che si basa sulla rassegnazione culturale dei ceti sottostanti. La corruzione fa parte della costituzione formale del paese, è una componente organica della politica italiana ed è dunque una questione macro politica con la quale bisogna fare i conti a livello macro economico.

Voglio spiegare meglio cosa intendo per codice culturale: le società moderne si articolano come sappiamo su di una pluralità di segmenti sociali dietro l’apparenza di codici culturali generalisti cioè condivisi da tutti, in realtà ciascuno di questi segmenti ha propri codici culturali interni che divergono in tutto o in parte da quelli generali. Facciamo l’esempio per cui un comportamento che viene considerato riprovevole secondo il codice generalista non è considerato riprovevole all’interno di un determinato ambiente sociale. Ad esempio è noto che in molti salotti bene l’uso della cocaina non è considerato riprovevole anche se il codice generalista lo considera tale, per cui la stessa persona all’interno del suo ambiente prende la cocaina, all’esterno magari critica i cocainomani. Per fare un altro esempio, negli ambienti popolari i ladri, i truffatori, che secondo il codice generalista sono considerati dei criminali vengono considerati come onesti lavoratori che campano la famiglia e non hanno riprovazione sociale.

Quello che conta per il singolo quindi non è il giudizio generalista della società ma il giudizio della cerchia sociale di cui fa parte, su quello fonda la propria autostima e la propria reputazione sociale.
Tornando alla corruzione, io credo che ci siano vari indici che depongano nel senso che all’interno dello specifico segmento sociale della classe dirigente la corruzione è considerato un comportamento normale e quindi culturalmente accettato e ramificato. Ci sono alcuni riscontri di questa tesi, per esempio l’assenza di qualsiasi disapprovazione morale e censura sociale nei confronti degli appartenenti alle classi dirigenti che sono state condannate per corruzione. Tutti coloro che oggi come ieri incappano nella mani della giustizia sono accolti nei salotti bene come prima, pacche sulle spalle. La stessa gente che non esita a licenziare su due piedi e a criminalizzare la domestica appena sospettata di avere rubato un pezzo dell’argenteria invece si mostra assolutamente accondiscendente e vezzeggia amorevolmente gli appartenenti alla propria classe dirigente che sono stati condannati per aver rubato allo Stato milioni e milioni di euro.

Un altro indice dell’esistenza di questo codice culturale è la disapprovazione morale nei confronti di coloro che denunciano la corruzione e collaborano con i magistrati. Voi ricorderete che all’inizio di Tangentopoli dietro alle porte dei magistrati di Milano c’era una lunga fila di imprenditori e avvocati che collaboravano. Beh, su queste persone si scatenò un ondata di feroce riprovazione morale da parte della classe dirigente. Un’ondata di riprovazione che conteneva dentro un’accusa cioè di avere trasgredito un codice di omertà interno alla propria classe sociale. Il disprezzo e la censura sociale nei confronti di queste persone fu tale che come ricorderete il fenomeno della collaborazione si estingue in breve termine. Le pochissime persone che hanno proseguito a collaborare con la magistratura rendendo testimonianza come ad esempio Stefania Ariosto hanno dovuto sopportare un vero e proprio calvario riservato a tutti coloro che per rispettare il codice culturale generalista hanno osato violare il codice culturale interno alla propria classe sociale.

Ora sembra di assistere a una novità rispetto al passato. Sino a qualche anno fa, il codice culturale che ho accennato restava un fatto interno e segreto in ossequio alla vecchia pratica italiota della doppia morale, vizi privati e pubblici le virtù. Da alcuni anni a questa parte invece sembra che si siano rotti tutti gli argini, son venute meno tutte le inibizioni e sicché quel codice culturale si sta trasformando di giorno in giorno sempre da codice culturale interno, praticato in segreto, in codice pubblico legittimato giuridicamente. La legalizzazione del conflitto di interessi che in sostanza consiste nell’interesse privato in atti d’ufficio è diventata una forma ormai palese e accettata di corruzione.

Solo i parvenue del potere continuano a praticare il vecchio sistema delle tangenti con la bustarella. Gli arrivati, quelli che occupano posizioni apicali nella piramide sociale ormai praticano l’illegalità alla luce del sole perché hanno la forza sociale e politica per trasformare l’illegalità in legalità. Troverete nel libro un esempio sconfinato di ministri, sottosegretari, senatori, parlamentari, di consiglieri regionali, di sindaci, di quanti altri che utilizzano i loro poteri per i propri interessi elargendo finanziamenti pubblici, crediti, concessioni, consulenze, parcelle d’oro a imprese di famiglia, prestanome, cooptando parenti e clienti sotto lo scudo stellare della discrezionalità politica e amministrativa. La stessa depenalizzazione strisciante o palese di molti comportamenti criminali della classe dirigente dal falso in bilancio, all’abuso in atti d’ufficio e contemporaneamente alla criminalizzazione del disagio sociale, lavavetri, ecc., sono l’emblema mi pare di una classe dirigente che ha buttato la maschera e che sta procedendo a tappe forzate alla costituzione di un diritto di classe a doppio binario: plotone di esecuzione per gli ultimi, per quelli senza potere, e foro addomesticato e domestico per i propri pari.

Quale è il fattore che ha determinato questa rottura degli argini? Io, avanzo un ipotesi: credo sia un fattore di carattere internazionale cioè la fine del pericolo comunista. Mi spiego, fino alla caduta del muro di Berlino il pericolo del sorpasso comunista funzionava da segreto calmieratore degli appetiti predatori della classe dirigente perché la sofferenza e l’ingiustizia sociale determinate da un eccesso di predazione potevano alimentare un dissenso che poteva canalizzarsi politicamente verso i partiti di sinistra e realizzare un’alternativa di Sistema. Ricorderete il successo politico della questione morale di Berlinguer.

Per scongiurare il pericolo del sorpasso rosso l’ala più dura e oltranzista della classe dirigente ha usato il bastone dello stragismo, dell’omicidio politico, l’ala riformista ha invece provveduto alla costruzione di uno Stato Sociale che ha consentito a milioni di italiani di costruirsi un portafoglio sociale costituito da diritti fondamentali quali il lavoro a tempo indeterminato, la sanità, la scuola, ecc.

Il pericolo del sorpasso rosso improntava anche rapporti tra il grande capitale e la politica. Il grande capitale aveva bisogno della politica anche per gli interessi ma anche per svolgere un importante funzione di mediazione sociale. La fine del pericolo del sorpasso comunista ha fatto venir meno questo importante calmieratore. L’impossibilità di un’alternativa, l’irrilevanza della classe operaia nell’economia post industriale globalizzata ha privato di sblocchi politici l’antagonismo sociale disarticolandolo.

Il primo ad accorgersene è stato il grande capitale che quasi non ha più bisogno della mediazione politica per fare il proprio interesse, sE nell’economia industriale il capitale era legato a un territorio, a una fabbrica e quindi era costretto a rivolgersi ai professionisti della politica per esercitare una mediazione oggi questo capitale è libero da ogni vincolo territoriale. Se qualcuno osa protestare si chiude la fabbrica e si trasferisce altrove. Il capitale ha sempre meno bisogno della politica e delle vecchie pratiche corruttive e il grande capitale si è ripreso il potere ed è tornato ai metodi di sfruttamento propri degli inizi della rivoluzione industriale.

Negli ultimi dieci anni i profitti delle imprese sono cresciuti del 90% mentre i salari sono cresciuti del 5%.

Venti anni fa lo scarto tra la remunerazione dei dipendenti e di quello dei massimi dirigenti era di 1 a 40, oggi è di 1 a 400.


Quarta parte:

Il minor peso all’interno della classe dirigente che è venuto assumendo quella parte che ormai viene definita “la casta” - cioè il ceto politico - ha costretto, io credo, il ceto politico a reinventarsi le forme della corruzione e per capire quali sono queste nuove forme quale è stata questa necessità dobbiamo fare riferimento, io credo, a un altro fattore di carattere internazionale e cioè il processo di unificazione europea.

Sino agli anni novanta, la corruzione sistemica veniva finanziata tramite l’inflazione, la dilatazione senza limite della spesa pubblica consentiva di foraggiare gli enormi costi della corruzione e di mantenere gli enormi circuiti clientelari. Basti pensare che il giro di affari della corruzione aveva generato un indebitamento pubblico tra i 150mila e 250mila miliardi di lire con 15/20mila miliardi di relativi interessi annui sul debito. Il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno era cresciuto dal 60% del 1980 a 118% nel 1992.

I rigidi parametri economici imposti dal trattato di Maastricht hanno fatto venir meno la possibilità di finanziare la corruzione con la dilatazione a go go della spesa pubblica con l’inflazione. Niente più soldi per i grandi appalti e per le opere pubbliche così come era stato fino agli anni ‘80. A questo punto le modalità di predazione conosciute e classiche hanno lasciato il posto a nuove forme ancora più pericolose. Per spiegarmi farò ricorso a una metafora. Quando manca il cibo, l’organismo umano è costretto ad attingere alle proprie risorse interne. Esaurite le risorse energetiche nei follicoli adiposi, del grasso, inizia ad attingere ai muscoli che dunque progressivamente si rachitizzano sino a quando si crea uno squilibrio generale e il corpo si ammala.

A causa dei vincoli europei e internazionali del trattato di Maastricht il sistema corruttivo italiano è stato messo a dieta. A questo punto, in mancanza di risorse esterne cioè la spesa pubblica dilatabili senza limiti, ha cominciato ad attaccare le riserve interne. In altri termini ha cominciato a nutrirsi del tessuto connettivo del corpo sociale mediante il progressivo e sistematico smantellamento dello stato sociale e il trasferimento delle risorse destinate allo stato sociale ai privati o meglio alcuni potentati privati.

Questa complessa ristrutturazione si declina su vari versanti, una delle più importanti è quella delle privatizzazioni occulte o palesi. La stessa classe dirigente che nel corso della prima repubblica aveva distrutto la credibilità del pubblico con le proprie pratiche corruttive e lottizzatorie continua a screditarlo facendosi portavoce interessata di un pensiero neoliberista per cui pubblico è sì un sinonimo di inefficienza e spreco mentre privato è garanzia di efficienza e risparmio.

Un esempio interessante è quanto sta avvenendo nel settore della Sanità divenuta da anni appetiti di tanti perché quella della Sanità costituisce uno zoccolo duro della spesa pubblica incomprimibile per tanti motivi. Nel libro troverete un ampio capitolo dedicato alle false privatizzazioni del settore sanitario che imperversano dalla Lombardia, al Lazio, alla Sicilia. Lo smantellamento progressivo dello stato sociale che sta attraversando occultamente tutto il sistema sanitario viene realizzato mediante il dirottamento fondi statali dagli ospedali pubblici alle cliniche private convenzionate. Cliniche private di cui sono spesso soci palesi od occulti esponenti del ceto politico, loro parenti e prestanomi come leggerete nel libro.

Il finanziamento dei privati avviene naturalmente con i soldi pubblici che sono sottratti agli ospedali pubblici. Infatti quel che accade è che vengono ceduti al mercato tutti i pezzi pregiati del sistema sanitario suscettibili di produrre alti profitti: le alte tecnologie, la diagnostica raffinata, la chirurgia complessa, la ricerca biomedica applicata mentre vengono lasciati al pubblico i settori a bassa redditività o a redditività nulla, come per esempio la rianimazione. Le prestazioni effettuate dalle cliniche private vengono poi rimborsate da alcune regioni con tariffari d’oro.

In Sicilia abbiamo verificato che i costi per una clinica privata convenzionata con la regione erano 2mila volte quelli previsti dal mercato. In due anni la clinica privata aveva indebitamente percepito alla regione siciliana 80 miliardi delle vecchie lire. Gli accordi sul tariffario regionale tra il proprietario della clinica e il presidente della regione avvenivano nel retrobottega del negozio di un sarto. La regione Sicilia ha stipulato 1826 convenzioni con cliniche private, si tratta di un numero superiore 20 venti a quello della regione Emilia Romagna e superiore a quello di tutte le regioni messe assieme.

Le strutture pubbliche depauperate di risorse vengono condannate a un progressivo degrado. La gente muore di mala sanità perché per esempio non trova un posto in rianimazione nonostante giri tanti ospedali, è costretta a passare la notte in barelle improvvisate in locali fatiscenti. La mala sanità, figlia della mala politica, causa più morti delle guerre di mafia. Cadaveri non eccellenti di poveri cristi senza santi in paradiso.

Sempre per restare in tema di privatizzazione, i processi penali dei quali nel libro troverete una preziosa sintesi hanno dimostrato in che cosa si sono risolte molte privatizzazioni all’italiana. Svendite sottocosto di beni di Stato, arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godevano di importanti protezioni politiche. Vi rimando al capitolo illuminante furbetti e furboni della scalata alla Telecom realizzata con l’accordo trasversale della finanza della destra e della sinistra, viene coniato allora il termine bicamerale della finanza. Con l’alterazione delle regole del libero mercato mediante pesanti interventi di protettori politici che frutta alla fine una plusvalenza di 3mila miliardi delle vecchie lire che finiscono nelle stesse tasche di taluni che anni dopo tenteranno lo stesso colpo gobbo con la scalata all’Antonveneta, alla BNL e al Corriere della sera. Intascata la plusvalenza la Telecom viene venduta a Tronchetti Provera e sappiamo l’altra parte della storia.

Una grossa fetta delle plusvalenze realizzate finisce nelle tasche dei tesorieri della finanza rossa che le dirottano implicitamente per sottrarli al fisco su conti esteri e poi li fanno rientrare in Italia approfittando dello scudo fiscale e del condono tombale ed ecco un’altra oscenità del gioco grande del potere: mentre sulla scena pubblica gli esponenti della sinistra ed esponenti della destra si contrappongono nel fuori scena sono soci d’affari. Mentre sulla scena pubblica la sinistra critica lo scudo fiscale, il condono tombale e l’evasione fiscale poi nel fuori scena suoi autorevoli esponenti ne usufruiscono ampiamente secondo la vecchia pratica italiota del predicare bene e razzolare male.

Concludo.

Dopo questo lungo e triste procedere nella palude del presente viene da chiedersi chi salverà questa democrazia da se stessa. Sino d oggi mi pare che questa democrazia sia stata salvata dalle sue minoranze. La nostra stessa costituzione è opera di una minoranza: gli antifascisti, i partigiani, l’elite della cultura cattolica e liberale. Una minoranza etica e culturale che non rispecchiava la realtà culturale del paese. Se si pone a confronto l’Italia disegnata nella costituzione e l’Italia reale del 1948, un paese arretrato, contadino, con sei cittadini su dieci senza licenza elementare si comprende come esista un abisso tra queste due italie. La nostra costituzione superò noi stessi e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo indicando il modello da raggiungere. Quella costituzione ha continuato a salvarci nei tempo nei momenti più difficili, solo grazie ad essa e alle sentenze della Corte costituzionale è stato possibile eliminare dal nostro ordinamento alcune leggi vergogna che il nostro ceto politico continuava a tenersi care.

Quando sento riproporre progetti di modifica della Costituzione perché è vecchia e superata mi si rizzano i capelli sulla testa. Vecchi e superati anzi espressione di culture decrepite e premoderne sono molti di coloro che vogliono manometterla.


Quinta parte:

La nostra costituzione è e resta giovanissima, tanto giovane da appartenere più al nostro futuro che al nostro passato. Ho iniziato questo intervento citando le parole di un cinico uomo di potere, il cardinale Mazzarino, e consentitemi di concluderlo citando le parole di uno straordinario uomo di Stato, un padre della Costituzione, Piero Calamandrei. Parole pronunciate alla seduta della costituente del 7 marzo 1947.

“Io mi domando onorevoli colleghi come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra assemblea costituente. Se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la costituente romana dove un secolo fa sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì.

Credo che i nostri posteri sentiranno più di noi tra un secolo che da questa nostra costituente è nata veramente una nuova storia e si immagineranno che in questa nostra assemblea mentre si discuteva della nuova costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri e i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e sulle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriquez e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere. Il grande lavoro che occorreva per restituire all’Iitalia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile, quella di morire, di testimoniare con la resistenza la morte, la fede nella giustizia.

A noi è rimasto un compito cento volte più agevole, quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno, di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco in realtà chiedono i nostri morti, non dobbiamo tradirli. Grazie”.





2 commenti:

Francesca ha detto...

Non so se fosse la stessa occasione, ma sul blog di Salvatore Borsellino, alla data del 2/10/2008 c'e' l'intervento di Travaglio congruente con il tema, da non perdere assolutamente.
Vi si dice che la cattura tempestiva di Riina e Provenzano, prima che Contrada li avvertisse e che un potere osceno li coprisse, ci avrebbe regalato la vita di Falcone e Borsellino.

A questo e' giunto certo modo di interpretare il potere.

Poi - perdonatemi se lo dico, ma proprio non riesco a farne a meno -ho trovato sconcertante la puntata di oggi di "In mezz'ora". Sara' forse perche' conosco le tante riserve di Salvatore Borsellino, persona buona e pacata, ma lucidissima e attenta e netta, sull'intervistato; sara' che non dimentico Forleo e De Magistris e mi preme la sorte di De Pasquale e Sansa.

Io, come cittadino, sono preoccupata per la giurisdizione e per la tenuta della democrazia, moltissimo.

Se fossi un giudice, lo sarei anche di piu'.

Cinzia ha detto...

Sotto suggerimento di Francesca sono andata anch'io a vedere il programmino dell'Annunziata(concezione!).
Mah.
Io tra intervistato e intervistatrice non sono riuscita a distinguere un minimo di chiarezza e onestà.
Pirandello l'avrebbe ben definito un gioco delle parti, dove ognuno sa ben a memoria il suo ruolo, conosce perfettamente i suoi confini e intorno a ciò costruisce un minuetto perfetto di mezze bugie, mezze verità, mezzi sorrisi, mezzi inchini.
Schietta e genuina ipocrisia, senza conservanti e coloranti... biologica.