mercoledì 27 gennaio 2021

Dall'autopromozione all'autoassoluzione?

di Carmen Giuffrida - Magistrato 




Siamo tre correnti e ci sono tre nomine da fare, Roma, Napoli e Milano. E' semplice: una a me, una a te e uno a lui. Indipendentemente dalle forze e dai nomi in  campo. E infatti passano Alfonso per Magistratura Indipendente, Riello per Unicost e Salvi per Area.

E' così semplice che,  tanto sulle  mailing list territoriali e nazionali quanto su questo blog, alcuni di noi lo hanno ripetutamente denunciato.  Eppure le nostre voci sono rimaste inascoltate. 

Oggi, questa spartizione correntizia fatta a tavolino ce la racconta personalmente nell'intervista  a Sallusti uno dei suoi indiscussi protagonisti:  Luca Palamara, primo magistrato consigliere del CSM radiato dalla magistratura.

Ma la nostra domanda rimane: è proprio lui, Palamara, colui che, crocifisso, consentirà alla magistratura di espiare tutti i peccati e poi risorgerà chissà  riciclandosi in politica (o magari in letteratura)? O si tratta piuttosto di un barabba che sulla croce espia solo i suoi propri peccati mentre tanti altri barabba sono ancora in giro a peccare?

A questa domanda, il 4 giugno 2020 dava una prima risposta il Procuratore Generale della Cassazione Salvi il quale, operando i primi distinguo, emanava un "editto" proclamando anticipatamente innocenti tutti i magistrati che avevano effettuato "attività di autopromozione seppur petulante". In altre parole, il Procuratore Generale emetteva  una direttiva rivolta ai componenti del suo ufficio, ai quali - incaricati di esaminare la rilevanza disciplinare delle condotte dei suddetti  magistrati anche sulla base di quanto risultante dalle chat, gruppi di discussione e scambi di messaggi contenuti nell'hard disk sequestrato a Luca Palamara -  "indicava"   di non procedere con l'incolpazione nei casi di "autopromozione".

Questo ci era già sembrato alquanto strano in quanto tale direttiva, illuminando d'immenso il magistrato, lo ergeva al disopra del comune cittadino al quale invece, se colto ad alzare la cornetta per brigare  con l’assessore o col direttore di turno, lo stesso magistrato fa solitamente passare dei guai seri.

Il Procuratore Generale superava però se stesso quando, forse temendo di non aver protetto sufficientemente un numero indeterminato di colleghi passibili di procedimento disciplinare, emetteva un nuovo "editto" ad integrazione del precedente ove statuiva che "anche con riguardo a condotte scorrette gravi l'illecito disciplinare può tuttavia risultare non configurabile quando il fatto è di scarsa entità".  Come una condotta gravemente scorretta per un verso possa per altro verso essere considerata di scarsa entità rimane mistero da svelare. Non siamo riusciti a trovare spiegazione plausibile in questa tortuosa integrazione alla direttiva, costruita come un muro liscio su cui neanche l'uomo ragno riuscirebbe ad arrampicarsi.  Eppure tenta maldestramente di farlo il Procuratore Generale Salvi.

Su questo blog sono stati pubblicati numerosissimi articoli volti a dimostrare la discutibilità di tali direttive: 
 

 


Salvi!; 



Tuttavia, nessuno dei dubbi prospettati nei menzionati articoli è stato mai sciolto. Ma soprattutto, ad una domanda non è mai stata data risposta sino ad oggi.

Nell'articolo "sia esclusa la petulanza in procura generale" si chiedeva al Procuratore Generale Salvi se si fosse mai “auto-promosso” nella sua carriera e,  soprattutto, se lo avesse fatto col dott. Luca Palamara. Glielo si chiedeva così, giusto per poter escludere il sospetto che l'esclusione della auto-promozione dalle condotte perseguibili in sede disciplinare fosse stata distratta, anche inconsciamente, dalla propria difesa.  

Oggi la risposta ce la offre Luca Palamara nelle pagine 19,20,243,244 dell'intervista resa a Sallusti, pubblicata dalla casa editrice Rizzoli. 
Racconta che nel 2017  Legnini, allora vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, gli propose di presiedere la V Commissione del CSM - commissione  che si occupa di decidere sulle nomine - avendo Legnini in mente il nome di Giovanni Salvi quale Procuratore Generale della Cassazione. Ma siccome l'etero-promozione non è sufficiente per garantirsi un posto, Salvi  nel mese di giugno invitava Palamara su una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano nei pressi di Corso Vittorio Emanuele e lì fastosamente si auto-promuoveva. Precisa Palamara che di tale   incontro v'è prova sul suo cellulare. Lo stesso Palamara commenta che "nella vita dei comuni mortali capita che se lo fanno un politico su una nomina pubblica o un imprenditore su un appalto finiscono diritti sotto inchiesta, se lo fa un magistrato nulla la dire".  Non lasciando alcun margine di dubbio sulla finalità  dell'incontro con Salvi, Palamara domanda ironicamente: Quando il Procuratore Giovanni Salvi si apparecchiò con me su una terrazza romana per diventare procuratore generale della Corte di Cassazione , cosa si aspettava? Che ne avrei parlato la sera a cena con mia moglie o che avrei messo in campo tutte le mie relazioni per fargli raggiungere quell'obiettivo? Precisa che non era la prima volta che Salvi, che quel posto poi lo ha raggiunto, lo incrociava e, se non bastasse, aggiunge quello che è certo  che Salvi, ex membro dell'ANM, chiese di vedermi e mi spiegò con fermezza le ragioni per cui chiedeva - e doveva - rientrare a Roma, la sua città, a mio avviso ben conscio che senza il mio aiuto molto probabilmente non ce l'avrebbe fatta.

Quanto riportato nell'intervista veniva puntualmente confermato nel corso della trasmissione Porta a Porta andata in onda lo scorso 26 gennaio.

Abbiamo atteso a lungo, ma invano,  una risposta alla nostra domanda. 

Salvi non ci ha mai risposto e così ci pensa oggi Palamara. 

Attendiamo pazientemente che il Procuratore Generale batta un colpo, magari una smentita, una querela per diffamazione?   

Certo è che escludere dall'azione disciplinare l'autopromozione dopo essersi autopromossi non è cosa che possa restare inosservata. 

Neppure se, con molto ardimento, il Procuratore Generale ha già  proceduto disciplinarmente contro il proprio sponsor. 



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Ricatto, vendetta o verità?





Ieri sera Matteo Salvini ha fatto riferimento al libro "Il sistema" dicendosi preoccupato dalle rivelazioni in esso contenute.

Immediata la riposta del conduttore che sembrava averla già pronta: "eh, ma se lo diceva prima, ormai è stato espulso" (più o meno, c'è il video qui sopra).   

Ebbene il giornalismo anglosassone, a fronte di un fatto, s'interroga se questo sia vero o sia falso.

Il giornalismo italiano, ad essere indulgenti "svogliato", si chiede se quel fatto sia ... "credibile"!

Cioè non interessa se il fatto sia vero,  quando si abbiano "motivi" per screditare la fonte di una notizia. 

Nell'ascoltare il conduttore ieri sera si è avvertita la sensazione che il "sistema" abbia già predisposto la sua strategia difensiva per resistere all'uragano che di qui a poche ore dovrebbe investirlo.          

Ma si rivela stratagemma di scarso valore.  

C'è da credere che gli autori del saggio siano preparati alla reazione,  con molta probabilità anche contrattualmente sarà previsto il capitolo non ancora scritto della tutela in sede giudiziaria; dietro c'è un gruppo editoriale robusto ed avranno messo in conto le molte querele che sicuramente i protagonisti in negativo stanno per avviare a tutela dell'onorabilità perduta. 

 E c'è da presumere, e sperare per lui, che Luca Palamara non sia stato così avventato dal riferire  all'intervistatore  ciò che non è in grado di provare.

 Ed allora vediamo se regge la tipica scusa italica: "se me lo dicevi prima"

A ben vedere essa è molto sospetta perché pare concepita a misura del "sistema", proprio lo stesso che PRIMA non ha fatto parlare un Palamara molto desideroso, invece,  di raccontare e spiegare.

 Quel sistema  che,  cacciandolo,  conta di averlo screditato.

 Se parlava prima era ricatto; se parla dopo è vendetta.

 E se fosse, invece,  solo la verità?



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martedì 26 gennaio 2021

Il Sistema


di Nicola Saracino - Magistrato 


"C’è di tutto ma non c’è tutto". 

Risuona nella mente quanto Luca Palamara dice al suo discreto,  e quasi trasparente,   intervistatore Alessandro Sallusti. 

L’ovvio riferimento è al contenuto delle comunicazioni captate dal trojan inoculato nello smartphone dell’ex consigliere superiore per alcune, assai dense, settimane.

Da quelle conversazioni emerge uno spaccato,  per nulla rassicurante, della magistratura italica, tanto pudica in pubblico quanto sguaiata e volgare al suo interno.     

Nelle ultime pagine del libro un’utile “rubrica” con centinaia di nomi (anche quello del recensore)  che guidano un  lettore che sia mosso da sbrigativa curiosità nella ricerca di specifici episodi e persone. 

E’ l’aspetto pruriginoso, probabilmente quello che rappresenterà per molti la più immediata spinta all’acquisto del “saggio”. 

Perché, alla fine,  di un vero e proprio saggio si tratta e questo è il vero merito del testo. 

Una raffigurazione, plastica e dinamica, del sistema magistratura degli ultimi vent’anni, dei suoi stabili rapporti con la politica e con le più alte istituzioni della Repubblica.  

Una trama di rapporti spesso perversa e che non lascia al lettore alcuna possibilità di sottrarsi al  dubbio di aver vissuto in un paese perennemente esposto al rischio dell’eversione delle regole democratiche. 

Il sistema si nutre dei soliti cibi che avvelenano una società: vanità, ambizioni, sete di potere dei singoli alla fine mettono a rischio la tenuta istituzionale del Paese, governati come sono da chi ha un preciso disegno, un programma da rispettare e da far rispettare. 

Senza alcuna investitura democratica. 

Questo qualcuno è la magistratura organizzata alla quale si è consentito di occupare, da decenni,  l'istituzione Consiglio Superiore della Magistratura e con essa, probabilmente, il Paese.    

Chiamarlo "sistema Palamara" è solo un espediente retorico di scarso successo logico, una  condradictio in adiecto. 


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domenica 24 gennaio 2021

L'epoca della scorrettezza.

 
di Nicola Saracino- Magistrato 
 

Ci siamo occupati della materia delle sanzioni disciplinari dei magistrati in modo piuttosto approfondito  non soltanto raccontando i processi che maggiormente hanno evidenziato il pericolo del loro uso strumentale per ostacolare inchieste “scomode” (solo di conseguenza scomodi i loro autori).
  
Abbiamo analizzato la materia  anche il profilo teorico e questo sin dall’introduzione della riforma Mastella del 2006, quella ampiamente concordata proprio con i magistrati attraverso al loro associazione (ANM) e quindi frutto di un compromesso al ribasso col quale la politica che apparentemente aspirava ad una maggiore qualità della giurisdizione  ha finito per assecondare  la consegna della magistratura alle correnti e quindi il carrierismo e la politicizzazione, condotti all’estremo.

Le chat palamariane non sono che la “conseguenza” di quelle scellerate scelte. 

Dal punto di vista teorico siamo stati forse i primi e gli unici a sconfessare gli intenti dichiarati di quella riforma, i suoi due capisaldi, autentiche bufale.

La prima. 

 Obbligatorietà dell’azione disciplinare contro i magistrati. Ma quando mai? La Procura  Generale della Cassazione, titolare della relativa iniziativa, può “cestinare” in piena autonomia e senza alcun controllo neutrale gli esposti contro i magistrati.  Di quei fatti nessuno ne saprà mai nulla perché anche l’accesso agli atti risulta, di fatto, impresa alquanto improba. 
Per rendere l’idea, nel diverso campo del processo penale, ove vige analogo principio (stavolta di rango costituzionale) dell’obbligatorietà dell’azione penale l’”inazione” del pubblico ministero è sempre (o quasi) sotto il controllo  del giudice.
E’ quindi falso che l’azione disciplinare sia obbligatoria. 

La seconda.

La mise en scène della commedia implicava che all’obbligatorietà dell’azione si accompagnasse la cd “tipizzazione” degli illeciti disciplinari, cioè che il legislatore si sforzasse di indicare con sufficiente precisione quali fossero le condotte vietate, anche per poter verificare il rispetto da parte dell’accusatore per dovere   (la Procura Generale,  essendo  il Ministro della Giustizia dotato di un mero potere ma non obbligato ad agire) dell’obbligo appena impostogli.
 
 E così il legislatore mastelliano si mise all’opera disegnando tanti fatterelli implicanti   il castigo ma poi, consapevole che i doveri professionali non ammettono una classificazione rigida,  ha dovuto far ricorso a concetti vaghi od elastici, primo tra tutti quello della “correttezza”.

Il magistrato scorretto va punito.

Bastava questo solo illecito e rendere inutili tutti i fatterelli dei quali è intriso il codice disciplinare dei magistrati.    Ed infatti la legge sostituita da quella Mastella usava una formula paragonabile, sanzionando ogni condotta che mettesse in dubbio il prestigio della giurisdizione.

 Il rinvio al concetto di correttezza altro non è se non una delega agli operatori (accusatori e giudici disciplinari) di individuare le condotte da punire, con logico riferimento anche ai fondamentali principi deontologici propri di ogni professione. 
  
  Non è un caso che chi voglia approfondire il concetto di “correttezza” non possa che ricercare negli archivi della giurisprudenza civile, essendo il codice penale realmente ispirato alla tassatività dell’illecito la cui tipizzazione mal si presta all’uso di concetti che possono diventare “eterei” così esponendo i cittadini all’arbitrio dell’interprete.   
 
Limitando lo studio all’epoca moderna si trova qualcosa di penalistico con riferimento al reato di concorrenza “sleale”, essendo la correttezza l’antidoto alla slealtà. Ma finisce sostanzialmente qua. C’è nulla o poco altro. 

 Risulta invece impresa improba dominare l’elaborazione del concetto di correttezza ad opera della giurisprudenza civile essendo il relativo settore estraneo al principio di tassatività e quindi piuttosto libero il legislatore di riferirsi a concetti “viventi” nel mondo reale ma non catalogabili a priori come, per l’appunto, la correttezza, la lealtà, la buona fede, doveri imposti alla generalità dei cittadini nel rapportarsi con gli altri.  Quel che si può dire, in una sintesi estrema,  è che correttezza significa rispetto degli altri, dei loro contrapposti interessi, lealtà, non ricorrere a sotterfugi. 

 Non troveremo, se non col lanternino, delle norme che dicano “questa condotta è scorretta” ma semplici  ammonimenti ai cittadini ad essere corretti perché diversamente ne sopporterebbero le conseguenze.
  
 Questa premessa era necessaria per rimarcare  come la scelta della Procura Generale della Cassazione di non ravvisare illeciti disciplinari nell’abitudine generalizzata dei magistrati di farsi raccomandare non sia affatto imposta dalla legge ed anzi, a nostro avviso, sia  con essa in conflitto.
 
 Dopo la diffusione della direttiva della Procura Generale che manda indenne da conseguenze il magistrato petulante e sleale (perché si avvantaggia a discapito dei concorrenti che non si fanno raccomandare ed interferisce arbitrariamente nelle procedure consiliari) in molti si sono messi ad ipotizzare suggerimenti per nuove leggi delle quali non c’è bisogno alcuno, per quanto in precedenza spiegato sulla finta tassatività dell’illecito disciplinare.

  Ci si può così imbattere in ipotesi di questo tipo:    “Il nuovo illecito disciplinare, ipotizzabile in futuro, potrebbe consistere dunque in un comportamento scorretto, consistente nell’illecita interferenza, da parte di uno o più magistrati, nell’attività di uno o più componenti del Consiglio superiore della magistratura. Che tale condotta possa essere scorretta è implicito nel fatto che essa costituisce un tentativo di deviare il corso di un’attività deliberativa di uno o più consiglieri, i quali devono ispirarsi ai criteri di imparzialità e le loro delibere non devono essere condizionate da scopi esterni all’attività di governo autonomo della magistratura; il tentativo di condizionamento appare di per sé scorretto, poiché finalizzato a garantire al magistrato che lo compie un risultato che in ipotesi avrebbe potuto anche non conseguire se non avesse messo in atto la condotta di interferenza.” 
Il brano è tratto dal sito della testata della stessa corrente  che attualmente esprime il Procuratore Generale della Cassazione e sembra muoversi  in suo soccorso. 

 Ma il vaglio logico di quella ipotesi ne rivela la superfluità, proprio perché non ha senso alcuno che il legislatore ricorra alla specificazione dettagliata di una condotta “scorretta”, già di per sé passibile di sanzione a legislazione vigente. 

 Se, quindi, il Parlamento sarà costretto ad intervenire in questa direzione  - cosa che razionalmente escludiamo – ciò suonerà come una plateale sconfessione dell’operato del Procuratore Generale senza rispondere ad effettivi vuoti normativi: una condotta scorretta domani lo è, infatti,  anche oggi.
 
 Non è un caso che faccia capolino, all’opposto e proprio in reazione allo scandalo di raccomandopoli ed all'apparente inerzia che ne è conseguita, l'idea di  ripristinare la precedente ed onnicomprensiva formulazione degli illeciti disciplinari.
 
 Eppure all’interprete è richiesto soltanto  di essere osservatore vigile dei movimenti, delle fluttuazioni  di quel coacervo di obblighi non immediatamente definibili che fanno capo ad ogni professionista nei più svariati settori  in un dato momento storico.  
  
Triste prendere atto che si stia vivendo in quello della scorrettezza. 


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sabato 23 gennaio 2021

Servi della legge ma senza padroni, né esterni né interni.





Ieri 22 gennaio Andrea Reale è stato ospite della trasmissione Fatti e misfatti.
 Ha parlato in maniera chiara, diretta ed efficace di sorteggio temperato, quale metodo di elezione dei consiglieri superiori (in termini semplici: si sorteggia tra i magistrati con una certa anzianità un numero multiplo di candidati rispetto ai posti da coprire e tra essi si svolge l’elezione).

Si tratta di un rimedio a costo zero, che a Costituzione invariata farebbe venir meno il terreno sotto i piedi delle correnti della magistratura, per quello che oggi sono diventate, vale a dire meri centri di potere, consentendo loro di tornare ad essere fucina di idee sulla giurisdizione. In tal modo, infatti, nessuno avrebbe la certezza di essere designato dai gruppi associati e, dunque, nessuno più si assocerebbe con il recondito fine di prepararsi la strada per la candidatura al CSM, che è quasi sempre una designazione dei vertici delle correnti, che comporta all’evidenza un dovere di riconoscenza verso i capi, circostanza questa che impedisce poi l’indipendente esercizio della giurisdizione.

Il problema più grande che oggi esiste in magistratura, infatti, non è tanto quello della indipendenza esterna, della indipendenza cioè dagli altri poteri dello Stato, per dirla in altre parole, dalla politica ufficiale, quanto l'indipendenza interna, che è condizionata fortemente da quelle associazioni di privati che sono le correnti.

Queste ultime, infatti, impadronendosi dell'istituzione e quindi  distribuendo incarichi e prebende ai vari associati, consentono loro di costruirsi sfolgoranti carriere, acquisendo in tal modo debiti di riconoscenza ed in ogni caso creando intrecci perversi per le nomine ai vertici di tribunali e procure, alle quali si accede per appartenenza, più che per meriti (sul punto basta leggere le chat contenute nel telefono del dott. Luca Palamara, riportate da alcuni organi di informazione e non smentite dai diretti interessati).

D’altra parte, certa politica ha tutto l’interesse a mantenere una magistratura assoggettata alle correnti, dunque pienamente controllabile tramite i capi interni, che sono collaterali alle varie fazioni politiche, in una osmosi che genera solo frutti perversi. In tal modo, attraverso il vulnus alla indipendenza interna si raggiunge anche il condizionamento esterno della magistratura, il tutto con modalità subdole e molto meno appariscenti, dunque più difficili da individuare e combattere.

Se il CSM è governato dalle correnti, che hanno connotazione politica - si è chiesto il conduttore ad inizio della trasmissione - come potrà svolgere il compito di alta amministrazione che la Costituzione gli riserva? Utilizzerà due pesi e due misure? I magistrati che appartengono al sistema correntizio verranno non solo agevolati nelle valutazioni di professionalità e nella progressione della carriera, ma anche protetti nel caso malaugurato di errori?

La Costituzione vuole i magistrati “liberi e indipendenti dalla politica. Ma se la politica gli arriva dalle sue correnti non deve essere neanche sottoposto alle correnti”, ha chiosato Paolo Liguori.
Ecco, quest’ultima considerazione - disarmante - rende palese che il sistema mente sapendo di mentire per nascondere la "frode"  alla Costituzione messa in campo dal correntismo. 



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venerdì 22 gennaio 2021

I misfatti spiegati coi fatti.


 

Il giudice Andrea Reale racconta i misfatti della magistratura a Fatti e misfatti, la trasmissione di TGcom24  di Paolo Liguori.  

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giovedì 21 gennaio 2021

Legiferare informati - 2



Il dott. Francesco Bretone, sostituto procuratore generale a Bari, chiarisce che le correnti riescono sempre a trovare l'inganno. Non bastano palliativi sulla legge elettorale   del CSM. Serve il sorteggio.
Ed il disciplinare in mano a gruppi di potere è pericolosissimo.  

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Legiferare informati -1


 Pubblichiamo la registrazione dell'audizione parlamentare del collega Andrea Mirenda, magistrato di sorveglianza a Verona.

 Il Parlamento finalmente sa,  dalla viva voce  di magistrati non inseriti nel sistema delle correnti.  

  


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Il capriccio di ripensarci.



Il  Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso nella giornata di ieri di porre nel nulla la delibera che aveva penalizzato la dottoressa Gabriella Nuzzi. 

Quella che in sostanza aveva dato ingresso all’odiosa figura dell’ergastolo disciplinare

La dottoressa Nuzzi aveva già fatto notificare al CSM  un ricorso presentato al giudice amministrativo e la delibera adottata in “autotutela“ dal CSM ne dà espressamente conto, così ancorando al contenzioso annunciato l’opportunità, anzi la doverosità, dell’annullamento  di un atto difficilmente difendibile in sede giurisdizionale.
 
Si registrano, tuttavia, voci di singoli esponenti del CSM che si sono espressi in termini dissonanti rispetto alla posizione ufficiale e formale dell'organo collegiale.

 Salvo smentite si può leggere (fonte ADN Kronos): “Astenuto il laico Cavanna che ha definito  ''singolare'' che si debba deliberare su una pratica alla luce delle  ''reazioni in chat e mailing list dei magistrati'' a commento dalla  decisione del Csm adottata a dicembre: ''Per motivi di principio non   posso accettare che le decisioni del Csm possano essere condizionate   da fattori esterni, o che non si possa decidere discostandosi dai  propri precedenti''.

Laico significa che si tratta di un componente del CSM che non è un magistrato e che viene eletto dal Parlamento; che non sia un magistrato non esclude affatto che sia un giurista, anzi proprio tra  professori ed avvocati dovrebbe avvenire la selezione dei componenti di derivazione politica.

Da un giurista chiamato a comporre un alto organo  di rilevanza costituzionale non ci si aspetterebbe che, da solo, egli si arroghi il potere di smentire il consesso che concorre a comporre.
 
Va infatti notato che  il CSM ha intestato la delibera di (auto)annullamento con un oggetto ben preciso dal seguente tenore testuale:  “   - 1/GE/2021 - Gabriella NUZZI - Ricorso al Tar del Lazio per l'annullamento della delibera del Consiglio Superiore della Magistratura del 2.12.2020 (magistrati ordinari nominati con dm 12.2.2019 in tirocinio nel distretto di Napoli - nomina magistrati affidatari)
(relatore Consigliere LANZI)”. 

Dal che è dato trarre che l’oggetto della discussione e la susseguente delibera di annullamento in autotutela scaturissero dall’esame delle doglianze che la collega Nuzzi aveva mosso al provvedimento del CSM attraverso il proprio avvocato. 

Invece, secondo l’Avv. Stefano Cavanna,  il “passo indietro” del CSM si dovrebbe alle   ''reazioni in chat e mailing list dei magistrati''. 

Egli smentisce quindi lo stesso CSM qualificandone l’attività alla stregua di una adolescenziale reazione emotiva al dissenso generato da una sua precedente delibera, per giunta "falsificando"  ideologicamente il preambolo dell'atto amministrativo qui in discussione.
 
Preferiamo, invece,  pensare che il CSM abbia rimeditato il proprio orientamento per convinte argomentazioni giuridiche, tutelando l’istituzione e la collega lesa nei suoi valori.

Il commento dell’Avv. Cavanna non finisce qui. 

Egli rivendica il diritto di ripensarci. 

Cioè di porre nel nulla plurime delibere che avevano già saggiato i meriti della dottoressa Nuzzi nel compito di affidatario dei giovani magistrati sulla base del suo semplice ... capriccio di ripensarci.

Va ricordato all’illustre legale che questo diritto non esiste se non nell’area dei contratti e di solito a fronte del suo riconoscimento  si paga un prezzo previamente pattuito. 

O forse egli evocava il diritto del consumatore che negli acquisti a distanza ha un certo tempo per pentirsi dell’acquisto appena fatto (chi non conosce il reso Amazon?).
 
Avrà dimenticato l’avvocato Cavanna di trovarsi inserito in un organo collegiale di alta amministrazione e di rilevanza costituzionale che tocca materia delicatissima e  proprio per questo è soggetto alle regole del diritto amministrativo tra le quali campeggia il principio dell’affidamento secondo cui, in assenza di fatti nuovi, un’amministrazione non può  rimangiarsi valutazioni già compiute.
 
Sorprende soltanto, a questo punto ,  che l'ardimentoso (e solitario) consigliere superiore non abbia offerto il proprio privato portafoglio per sostenere le spese della  soccombenza nel contenzioso contro la dottoressa Nuzzi ed anche quelle di un più che probabile risarcimento del danno. 


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mercoledì 20 gennaio 2021

Abnormità per abnormità: ostendere o occultare?


 
Sono giorni nei quali riemerge l’accanimento del CSM contro la collega Gabriella Nuzzi e quindi rivivono le vicende che più di dieci anni or sono condussero alla decapitazione della Procura della Repubblica di Salerno. 
 
 Questo blog è una sorta di bacheca storica su quei fatti e chi ne ha voglia può farsene un’idea in questa sezione del sito. 

 In soldoni,  tra i principali addebiti mossi ai PM salernitani vi era quello di avere “osteso” nella motivazione, ritenuta sovrabbondante,  di un provvedimento di sequestro fatti e nomi di persone che secondo il CSM di Nicola Mancino  ed anche secondo l’ANM di Cascini e Palamara non erano rilevanti ai fini processuali.
 
 Quel decreto di sequestro  - i cui autori pagarono caramente sul piano disciplinare tanto da sopportarne ancor oggi le conseguenze – superò ogni vaglio nei gradi di impugnazione processuali ed era, dunque, legittimo. 

 Molti dei nomi citati nel provvedimento di sequestro sono poi riapparsi in successive vicende di cronaca giudiziaria, talvolta legate al mondo massonico.
 
 Il CSM, in ogni caso, riuscì nel suo intento di “dare una lezione”: ostendere è peccato, meglio nascondere.
 
 Che la lezione sia stata assimilata e che quindi la libertà di informazione e di stampa non fossero tra le priorità del CSM (e del Presidente della Repubblica dell’epoca)  ha condotto al risultato che spesso i pubblici ministeri inseriscano nel fascicolo processuale di parte, quello che  formano in vista del processo,  anche atti che sanno benissimo di non utilizzare perché inutili ai fini dell’accusa dell’imputato.

 Se ne è parlato qui con specifico riferimento alle chat di Luca Palamara, il cui inserimento nel fascicolo del pm di Perugia ostacola la loro pubblicazione, con potenziale minaccia di sanzione penale.  

 Ora, la scelta di fondo compiuta dal CSM del 2010 è collegata ad una visione dei diritti costituzionali che mette arbitrariamente in secondo piano la libertà di informazione, il diritto di critica, il diritto dei cittadini di essere informati dei fatti – sia ben chiaro – di rilevanza pubblica, di pubblico interesse. 
 
 E tali sono sicuramente le trame del potere giudiziario, sia che esse tendano alla spartizione dei posti di vertice, sia che mirino a penalizzare una parte politica a vantaggio dell’altra.  
 
 Memori e timorosi del “boato” salernitano i cui echi giungono ai giorni nostri,  i pubblici ministeri perugini hanno inserito nel fascicolo processuale, in blocco, tutte le chat di Luca Palamara, senza distinzione alcuna tra ciò che è rilevante processualmente e ciò che, invece,  non lo è.
  
  Essendo ormai pubbliche le accuse penali mosse al dott. Palamara ed avendo  letto (sebbene non tutte) le chat siamo in grado di affermare che la grandissima parte di esse non è pertinente ai fatti penali che gli vengono imputati. 

 Se non saremo smentiti dal futuro andamento del giudizio penale contro Luca Palamara sarà  d’obbligo constatare  - Costituzione in mano e con "sconcerto" almeno pari a quello dell'ex  presidente della Repubblica Giorgio Napolitano -  che l’abnormità all’epoca ravvisata nell’ostensione di atti di indagine nel corpo della motivazione di un provvedimento giudiziario non supera quella da scorgere oggi nell’occultamento  all’opinione pubblica di documenti di notevole interesse sui quali essa dovrebbe poter formare la propria coscienza. 

 Non è compito dei pubblici ministeri stabilire ciò di cui  - lecitamente – la stampa possa far uso. 
  
 Le chat di Luca Palamara costituiscono tecnicamente dei documenti  - non sono intercettazioni – e se vi è interesse pubblico alla notizia,  in democrazia devono poter essere pubblicati. 
 
  A ciascuno la scelta di quale "abnormità" punire, dirà molto di lui.   


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lunedì 18 gennaio 2021

Tensione morale



Spesso la virtù incute timore. 
Consci di non esserne all'altezza la dileggiamo, la sminuiamo, aggredendo le persone che ne sono portatrici.  
Specialmente quando pensiamo di averla avvicinata ma la virtù, guardandoci dritto negli occhi, ci volta la schiena. 

Scorge una realtà diversa da quella che noi vorremo vedesse. 

Pubblichiamo la lettera del maggio 2020 con la quale la dottoressa Gabriella Nuzzi (insieme ad altre colleghe) ha rinunciato ad essere candidata alle elezioni del Consiglio Giudiziario di Napoli, sia pure da indipendente, nelle liste di Area Democratica per la Giustizia.




Al Coordinamento Distrettuale Area DG  Napoli

Alcuni mesi orsono, abbiamo accettato la proposta di Area DG Napoli di partecipare, come candidate, alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Giudiziario nel distretto.

Abbiamo accettato la proposta di candidarci per il desiderio di realizzare insieme, con iniziative concrete, un progetto di rinnovamento dell’organizzazione giudiziaria, libera da logiche corporative e clientelari, progetto di cui Area DG sembrava rendersi promotrice.

Dopo la diffusione, nelle ultime settimane, delle notizie su fatti inediti emersi dalle indagini della Procura di Perugia, il Coordinamento Nazionale di Area DG ha emesso un comunicato auto assolutorio mentre Magistratura Democratica ha scelto di restare in silenzio.

Invece, secondo noi, i fatti che stanno emergendo – non parliamo delle vicende di carattere penale, ma delle relazioni e degli opachi intrecci tra persone, dei comportamenti personali, nelle istituzioni e fuori di esse, delle richieste di favori e prebende, per sé e per altri, di incontri segreti o riservati, addirittura del lessico utilizzato nelle conversazioni – hanno assunto dimensioni di tale gravità ed estensione da aver coinvolto anche magistrati che rappresentano la magistratura progressista.

Quello che scopriamo in queste settimane è la rappresentazione del livello di degenerazione – etica, anzitutto – a cui ci ha condotto un processo storico regressivo – sviluppatosi nella magistratura nell’ultimo decennio che, messe da parte le forti idealità e l’impegno culturale, offre ai magistrati la sola miserabile prospettiva di costruire – per sé e per gli amici – una “carriera” fondata sullo scambio reciproco di favori, sul privilegio e sulla rendita di posizione, attraverso la creazione di un reticolo oscuro di rapporti interpersonali che supera le linee di confine dei gruppi associati e mette insieme persone che, secondo logiche di una “sana politica”, dovrebbero contrastarsi sul piano ideale e culturale.

E’ giunto, quindi, il momento di fare i conti con la realtà e prendere atto di come questo sistema di potere abbia, purtroppo, contaminato anche settori della magistratura progressista.

Un sistema di potere sedimentatosi nel corso degli anni, con il quale ogni singolo magistrato è costretto a convivere ogni qualvolta aspiri, legittimamente, ad un incarico, forte solo della sua storia professionale e senza voler chiedere il sostegno di nessuno.

Ci sembra estremamente grave che, a fronte di questo sconsolante panorama che delegittima la magistratura nel suo insieme, i gruppi del progressismo giudiziario non abbiano deciso di aprire, immediatamente, una riflessione autocritica, arroccandosi, invece, dietro un silenzio incomprensibile o scegliendo la strada di minimizzare i fatti che stanno emergendo, continuando a rivendicare la assoluta estraneità rispetto a questo sistema opaco e sconcertante.

Non riteniamo di modificare questo giudizio nemmeno a seguito della diffusione del nuovo documento di Area DG che, correggendo l’iniziale valutazione ed aprendo ad una prima timida autocritica, rivendica una discontinuità tra la precedente e l’attuale consiliatura, nonostante questa affermazione sembri essere smentita da alcune vicende emerse nel corso della indagine e nonostante alcune recenti scelte per importanti incarichi direttivi appaiano avvenire, al contrario, nel segno delle stesse logiche del passato.

Non possiamo condividere questa linea e con noi, siamo certi, la gran parte dei sostenitori dell’area progressista della magistratura.

Proprio per questo, non appare più possibile, per noi, continuare a rappresentare e chiedere il sostegno elettorale proprio in nome di questi gruppi associativi.

Se lo facessimo, di fatto, questo vorrebbe dire avallare o, quanto meno, condividere  qualcosa che è lontano anni luce dal nostro modo di pensare e di  concepire la vita associativa.

Non bastano più le iniziative per la tutela degli ultimi e dei deboli, per la dignità delle condizioni nelle carceri, non basta fare proclami sui valori, puntare il dito contro gli altri, quando poi, in realtà, si nasconde la polvere sotto al tappeto nel momento in cui dovremmo, invece, farci carico della questione morale in magistratura, prendere, con fermezza, le nette distanze da quel che accade sotto i nostri occhi e cercare strumenti di soluzione al dilagare di un sistema malato  che lusinga e corrode gli animi.

Pur avendo ciascuna di noi tre un percorso diverso, tutte siamo accomunate dall’esigenza di vivere la nostra professione di magistrati con lealtà e correttezza e di portare avanti la concezione secondo la quale, in magistratura, l’impegno politico e nelle istituzioni deve essere sorretto solo da forti idealità e da passioni totalmente disinteressate.

Lo smarrimento per la diffusività di un fenomeno che colpisce anche la magistratura progressista e il silenzio tenuto da parte di chi aveva il dovere di intervenire, ci pone seri interrogativi sul senso attuale dell’appartenenza a questa realtà associativa, almeno sino a quando e se si verificherà un cambiamento radicale nel modo di intendere e praticare il progressismo giudiziario.

E', pertanto, con profonda amarezza, ma anche consapevoli del fatto che non possiamo rappresentare gruppi che sembrano aver smarrito la propria identità originaria, che abbiamo deciso di ritirare le nostra disponibilità a candidarci per il rinnovo del Consiglio Giudiziario del distretto di Napoli.
Napoli 24 maggio 2020

 
Gabriella Nuzzi  

 (+ 2) 

     
      

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domenica 17 gennaio 2021

A che ora, figliolo? I minuti contano ...




 Il 2 dicembre scorso il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura - dovendo pronunciarsi sui piani di tirocinio dei MOT (i magistrati che, appena assunti, sono affidati alla guida di colleghi più esperti, che devono formarli professionalmente) in servizio nel distretto di Corte di appello di Napoli -, su proposta della VI Commissione, ha adottato una delibera che, prendendo atto della nomina dei magistrati affidatari nominati dal Consiglio giudiziario partenopeo, ha invitato l’organo di autogoverno locale a non affidare più in futuro magistrati in tirocinio alla dott.ssa Gabriella Nuzzi, in quanto raggiunta in passato (si badi, nel 2009) da una sanzione disciplinare.

Il caso è noto: la dott.ssa Nuzzi fu trasferita d’ufficio ad altra sede e ad altre funzioni, unitamente ad altro collega della Procura della Repubblica di Salerno, perché furono accusati di aver emesso un decreto di sequestro troppo lungo e troppo motivato nell’ambito di una inchiesta per gravi reati (corruzione in atti giudiziari, abuso di ufficio, falso ideologico ed altro) che coinvolgeva magistrati del distretto di Catanzaro.

  Dopo diversi anni nei quali ha svolto funzioni giudicanti la dott.ssa Nuzzi è tornata nella sua città, Napoli, dove dal 2013 (dunque, non da ieri) ad oggi si è occupata della formazione dei giovani magistrati in tirocinio, con risultati all’evidenza più che positivi, sol che si consideri che nel 2018 fu nominata magistrato collaboratore del Consiglio giudiziario (cioè magistrato che addirittura organizza il tirocinio dei MOT).

Ha superato positivamente le periodiche valutazioni di professionalità (in quella del 2013 il CSM dava atto che la sanzione disciplinare doveva esser considerata storia chiusa) ed è stata affidataria di diversi MOT, incarico questo validato dal CSM da ultimo in data 10 luglio 2019 con una delibera nella quale si evidenziava la vetustà della sanzione disciplinare, la sua episodicità, il superamento delle valutazioni di professionalità ed il positivo esito del pregresso e recente svolgimento del ruolo di magistrato affidatario.

Deve essere successo qualcosa in questo anno e mezzo trascorso dalla delibera del 2019 che ha fatto mutare il giudizio dell’organo di autogoverno sulla capacità della dott.ssa Nuzzi di seguire i MOT.
  
  Scandaglieremo le vicende della dottoressa  Nuzzi in questo arco temporale per trovare, se esiste, un motivo di questo inaspettato revirement del CSM, ed in particolare del partito politico di Area che oggi lo domina (è un ribadito vanto di Area quello di essere accostata alla politica).    

Venuta fuori la notizia, il dibattito sulla mailing list del distretto napoletano è stato acceso, tanto da indurre il gruppo consiliare di AREA, che compatto ha votato la delibera di cui si discute, ad uscire allo scoperto nel tentativo alquanto maldestro - di giustificare l’ingiustificabile. Così, si è sostenuto che la delibera trova la sua ragion d’essere nella mancata motivazione del Consiglio giudiziario di Napoli sulle ragioni della prevalenza delle doti professionali della dott.ssa Nuzzi sulla macchia disciplinare, dimenticando però che dal luglio 2019 la questione era stata superata dallo stesso CSM, che nella delibera sopra richiamata si era espresso positivamente.

  Analoghi irragionevoli  pretesti sono stati esposti dai rappresentanti di Area Napoli, in sostanza la segreteria locale dello stesso  partito (=corrente).    

Ma andiamo oltre: i consiglieri di AREA aggiungono che fino al novembre scorso le valutazioni in punto di idoneità dei magistrati affidatari pregiudicati disciplinarmente erano superficiali e che solo dal plenum del 6 novembre è stata posta la dovuta attenzione sul tema; concludono, garantendo “che nello stesso modo ci siamo comportati in precedenza e ci comporteremo in futuro con altri colleghi nelle medesime condizioni”.

Viene, però, da chiedersi: da che ora la VI Commissione del CSM (che ha proposto al plenum le delibere di cui si è detto) ha iniziato ad approfondire?

Ciò in quanto risulta esattamente il contrario di quanto affermano i consiglieri Chinaglia, Dal Moro, Cascini, Suriano e Zaccaro (questo è l’ordine con cui si firmano nella mail di spiegazioni): addirittura nello stesso giorno, prima della pratica della dott.ssa Nuzzi, è stata trattata altra pratica avente oggetto identico, vale a dire la proposta del Consiglio giudiziario di Napoli - lo stesso, dunque - di altra collega disciplinarmente pregiudicata ad assumere le funzioni di magistrato affidatario e sulla base dei medesimi elementi, posto che anche in quel caso non vi erano allegazioni del Consiglio giudiziario.

Peraltro, in quest’ultimo caso il precedente disciplinare era addirittura più recente (risalendo il provvedimento che irrogava la sanzione al 17 maggio 2013) ed aveva ad oggetto fatti che all’evidenza incidono sulla formazione dei MOT (si legge nella delibera pubblicata sul sito informativo del CSM che la sanzione disciplinare era stata irrogata per avere il magistrato redatto, quale GIP, due misure cautelari riproducendo testualmente la richiesta del P. M. con la tecnica informatica del copia-incolla).

Ebbene, su proposta della VI commissione, il plenum lo stesso 2 dicembre pomeriggio ha adottato una delibera favorevole, ritenendo il precedente disciplinare vetusto (quello che riguarda la dott.ssa Nuzzi è ancor più vetusto), evidenziando che il magistrato affidatario aveva superato positivamente le valutazioni di professionalità (proprio come la dott.ssa Nuzzi), che aveva già svolto funzioni di magistrato affidatario (proprio come la dott.ssa Nuzzi), che la questione era stata già affrontata e positivamente risolta con delibera del 10 luglio 2019 (proprio la stessa che aveva riguardato con il medesimo esito la dott.ssa Nuzzi).

A fronte di una smentita documentale così clamorosa  che  rafforza, anziché escluderla, l'idea di un uso aberrante del potere, solo le dimissioni degli autori della delibera restituirebbero fiducia nell'operato del CSM.


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La toppa ed il buco



La vicenda della “raccomandazione” in odio a Gabriella Nuzzi  ha suscitato dibattito tra i magistrati vivo a tal punto da determinare una spiegazione ulteriore  della singolare delibera,  riconoscendo così i suoi stessi autori che le  motivazioni espresse erano alquanto carenti.
 
Raccomandazione in odio perché, come insegna la Procura Generale della Cassazione,  sono legittime le raccomandazioni buone,  quelle che esaltano il raccomandato  e ci sono poi le  raccomandazioni cattive, quelle che gettando cattiva luce sui colleghi,  andrebbero invece punite.
 
Ebbene a colmare la cripticità di quella delibera sono intervenuti i consiglieri superiori di Area Democratica per la Giustizia che l’avevano sostenuta in blocco, monoliticamente, convintamente. 

Vediamo perché l'avevano votata e promossa.

 "Abbiamo saputo della (legittima, come tutte le critiche) doglianza della collega Nuzzi (e del dibattito che ne è seguito) in ordine alla delibera di Plenum che, pur confermando la sua nomina quale affidataria di un Mot, ha evidenziato il suo precedente disciplinare, affermando la inopportunità della nomina, ed ha suggerito al Consiglio giudiziario di prestare maggiore attenzione nel futuro a tale criticità.
 
Ci dispiace molto che il nostro voto sia stato frainteso e ci siano state attribuite finalità del tutto estranee alle motivazioni che lo hanno sorretto.
 
Come alcuni di voi sapranno, dopo che durante un dibattito in Plenum emerse che una collega nominata quale affidataria era ancora “indietro” nella progressione delle valutazioni di professionalità (ne riferimmo nel Diario del 6 novembre), la sesta commissione ha cominciato a vagliare con maggiore attenzione le proposte dei consigli giudiziari di nomina degli affidatari dei Mot, che spesso giungono senza alcuna concreta valutazione e motivazione sul profilo professionale dell’affidatario e che anche il CSM ha spesso confermato, con formule di stile anche in relazione a precedenti o pendenze disciplinari.
 
Pare giusto qui riportare il testo dell’art. 11 del regolamento sul tirocinio: “I magistrati affidatari sono nominati dal CSM su proposta del Consiglio Giudiziario, previa indicazione da parte dei magistrati collaboratori, e vengono scelti tra i magistrati che abbiano superato almeno la prima valutazione di professionalità e che siano dotati di particolare preparazione teorica e pratica, di elevato prestigio professionale e di capacità comunicative e didattiche. La pendenza di un procedimento disciplinare con richiesta di fissazione di udienza ovvero la precedente sanzione disciplinare non sono circostanze ostative alla nomina quale magistrato affidatario purché non incidano, tenuto conto dell’epoca dell’illecito, della natura, della sanzione inflitta e di eventuali successive positive valutazioni di professionalità, sul prestigio professionale ovvero sulle capacità formative e didattiche”. Il testo normativo rende chiarezza su dubbi od illazioni circa atteggiamenti persecutori nei confronti di chiunque.
La ratio del testo normativo è quella di tutelare l’interesse dei Mot ad avere magistrati affidatari selezionati per la loro validità e capacità professionale (non invece l’interesse del magistrato ad essere destinatario di un “incarico”), sicchè è interesse del Consiglio che nei (rari) casi in cui emergano criticità (come nel caso di precedenti disciplinari), l’idoneità ad assumere questa funzione debba essere vagliata e motivata dal CG, senza limitarsi al mero richiamo al tempo trascorso.
 
Nel caso della collega Nuzzi, il precedente, seppure risalente nel tempo, ha comportato una sanzione grave (la perdita di anzianità) e di certo non poteva essere omesso nella valutazione della delibera consiliare.  Certamente sarebbe rimasto (e rimarrebbe tuttora) subvalente a fronte dell’allegazione delle elevate doti professionali, anche solo sopravvenute, della collega se solo tale allegazione avesse accompagnato la sua proposta di nomina. In difetto di ciò, invece, la maggioranza della commissione e del Plenum ha ritenuto di fare quello che appariva corretto: confermare la nomina in questione, evidenziare tuttavia l’esistenza del precedente (omesso dal consiglio giudiziario) ed invitare il consiglio giudiziario a tenerne conto nel futuro (anche solo per reiterare la nomina, spiegando però che la successiva vita professionale della collega ha posto nel nulla la criticità legata al disciplinare).
 
Possiamo garantire che nello stesso modo ci siamo comportati in precedenza e ci comporteremo in futuro con altri colleghi nelle medesime condizioni, in relazione a proposte di nomina da parte dei consigli giudiziari ugualmente carenti nella parte motiva.
 
Nessun pregiudizio, dunque, per la collega o per tutti i colleghi, attinti da precedenti disciplinari sempre che sussistano ragioni espresse e motivate che consentano di superarli.
 
Altro ed interessante tema, tutto de iure condendo, è quello della riabilitazione disciplinare, al cui dibattito non ci sottrarremo certo.". 
Elisabetta Chinaglia, Alessandra Dal Moro, Giuseppe Cascini, Mario Suriano, Ciccio Zaccaro
 
Va premesso che si deve sempre apprezzare chi non si sottrae al confronto, specialmente quando propugna l’idea della natura politica del CSM, che da sempre non condividiamo, ritenendo che la vita dei magistrati debba sempre essere disciplinata dalla legge, dalle regole, e mai dall’”opportunità politica”.

Tuttavia le spiegazioni offerte non dissipano, anzi aumentano, le perplessità suscitate dalla delibera che avevamo indicato dal “sapore vendicativo” verso la collega Gabriella Nuzzi. 

Eccone le ragioni. 

Nel testo della delibera originaria vi è riportata una argomentazione assai significativa che suona più o meno così: “ma tra tutti i magistrati che ci sono a Napoli proprio la Nuzzi dovevate scegliere?”

I consiglieri democratici (che tutti gli altri son dittatoriali) ricordano che “…la sesta commissione ha cominciato a vagliare con maggiore attenzione le proposte dei consigli giudiziari di nomina degli affidatari dei Mot …”.   

Vien da osservare: e voi proprio adesso che viene in discussione Gabriella Nuzzi vi mettete a fare le pulci?  Dopo che alla collega erano stati  affidati,  senza interruzioni,  gli uditori dal 2016 ad oggi e le  era stato assegnato anche il compito di collaboratore per i MOT del febbraio 2018?
  
Avranno allora avuto traccia documentale che la dottoressa Gabriella Nuzzi non aveva bene adempiuto al suo compito di formatrice delle nuove leve. 

No.

La spiegazione è diversa. 

Lamentano di non avere trovato nel fascicolo attestazioni delle elevate doti professionali di Gabriella Nuzzi, le sole che potevano superare la vecchissima sanzione disciplinare. 

Ora, premesso che agli “incensurati” sono richieste normali doti professionali per seguire i giovani magistrati,    due ordini di obiezioni sono d'immediata evidenza. 

Il primo.

Il fascicolo personale di ogni magistrato della  Repubblica è custodito (indovinate dove?) presso Palazzo dei Marescialli, la sede del Consiglio Superiore della Magistratura.  
Sol che fossero stati un pelino più curiosi avrebbero  potuto farselo portare da un commesso e, seduta stante, apprendere che la collega Nuzzi  - dopo la sanzione disciplinare - aveva conseguito  molto lusinghiere valutazioni di professionalità. E sapete da chi erano espresse quelle valutazioni? Ma dal CSM signori! Lo stesso che se ne professa inconsapevole.  Della serie non so quello ho (già) fatto!

Il secondo. 

Bene, sei ignorante, lo ammetti tu stesso. Nel senso che lamenti la mancanza di “allegazioni” circa le capacità della dottoressa Nuzzi.  E allora che fa uno sensato che non abbia  voglia di svolgere un – doveroso a questo punto -  supplemento di istruttoria? Boccia la pratica, cioè dice  non approvo questo programma perché non è istruito nè io ho voglia di farlo. 

Invece no, approva il programma! 

E poi che fa sulla base di quella stessa istruttoria ritenuta carente? 

“Raccomanda” per il futuro non già di istruire meglio le pratiche ma – udite udite – di non scegliere mai più la dottoressa Nuzzi e questo, per ammissione del CSM,  senza avere contezza dei fondamentali elementi di valutazione della professionalità (elevatissima a dar retta ai colleghi napoletani) della collega. 

Quindi cari consiglieri democratici, la vostra spiegazione non merita di essere approvata. 

Se sarà meglio istruita, però, non ne escludiamo un futuro positivo vaglio. 



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sabato 16 gennaio 2021

L'ergastolo disciplinare




Coloro che seguono il blog da molti anni sanno che uno dei temi maggiormente seguiti è stato ed è quello dell’uso del processo disciplinare nei confronti dei magistrati, disciplinare troppo spesso mezzo per ostacolare i processi piuttosto che per sanzionare condotte effettivamente sbagliate e meritevoli di sanzione. 

E’ quindi ormai catalogabile come “storia” del blog Uguale per tutti l’impegno nelle vicende, assai risalenti nel tempo, di Luigi De Magistris e, subito dopo, della bufala della “guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro”. 

Quest’ultima determinò la decapitazione della procura della Repubblica salernitana ed il trasferimento disciplinare dei dottori Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. 

IL CSM, condizionato da indebiti interventi del Presidente della Repubblica di allora Giorgio Napolitano e dell’Associazione Nazionale Magistrati  - capeggiata all’epoca da Luca Palamara e da Giuseppe Cascini – operò come un plotone di esecuzione di ordini dall’alto. 

L’esito di quei processi, sebbene tecnicamente non condiviso da molti, è stato rispettato. 
I colleghi sono stati puniti e trasferiti, così espiando le loro immaginarie colpe.

Il valore di quei magistrati non poteva che riemergere nei successivi passaggi di carriera, superati in termini lusinghieri e relegando quello “bellico” ad un unico episodio che non poteva impedire la positiva valutazione della professionalità dei colleghi. 

Così Gabriella Nuzzi  - dopo un periodo trascorso a lavorare lontano dalla sua città e dai suoi affetti  - torna nella sua Napoli dove in poco tempo viene apprezzata da tutti al punto da essere indicata quale candidata al Consiglio Giudiziario di quella città (il Consiglio Giudiziario si occupa di tutti gli aspetti della vita professionale dei magistrati), candidatura  poi rinunciata per porre all’attenzione generale la questione della correttezza dei comportamenti dei magistrati dopo l’emergere della raccomandopoli  al CSM disvelata dalle chat del dott. Palamara (e di tantissimi altri suoi colleghi, alcuni dei quali ancora al CSM, sebbene convenga al potere parlare solo del proprietario del telefonino). 

Ebbene proprio in questi giorni che il CSM sta dispensando la “grazia” agli interlocutori del dott. Palamara, partendo stranamente dai personaggi più in vista del mondo della magistratura (magistrati che sono stati in passato consiglieri superiori).  Il blog non mancherà di pubblicare le delibere che sdoganano la raccomandazione quale usuale strumento per far carriera in magistratura. 

Un perdonismo che va osteggiato con l'obiezione civile,  sebbene le correnti della magistratura siano assolutamente silenti sul punto fingendosi struzzi (sono complici). 

E’ in questo contesto che si colloca una vendicativa delibera con la quale il CSM, per giunta rimangiandosi una sua contraria decisione,  ha ritenuto la dottoressa Nuzzi non degna di svolgere il ruolo di magistrato “affidatario”, vale a dire di seguire i giovani magistrati nei loro primi passi dell’attività giudiziaria.   

La ragione di questo oltraggio va ricercata nel lontano precedente disciplinare, quello stesso che non aveva  impedito unanimi e positive valutazioni  sulla professionalità della collega. 

Il sistema, cioè, continua senza pudore ad accanirsi contro i magistrati indipendenti dal potere proprio mentre appresta lo scudo ai suoi fedeli, quelli abituati a chiedere e pietire favori per sé o per altri, i “segnalatori di merito”.

E’ il sistema che ha origine nell’osmosi tra l’Associazione Nazionale dei Magistrati ed il CSM sicchè entrambi possano operare senza controllo alcuno. 

Ne sia dimostrazione che Giuseppe Cascini, all’epoca dell’affaire Salerno-Catanzaro segretario dell’ANM quando Palamara ne era presidente,  è oggi nel Consiglio Superiore autore  di una delibera immotivata e dall'amaro  sapore vendicativo, come   un "anticorpo" ancora attivo sebbene si sia scoperto che la malattia era soltanto immaginaria. Per giunta una delibera che smentisce altra precedente decisione del CSM sullo stesso oggetto.  


Chi siano oggi i “cattivi magistrati” è finalmente emerso incontrovertibilmente  dalle chat palamariane e sono quelli che purtroppo gestiscono il potere (politico) interno alla magistratura nel disinteresse della politica, se non con la sua complicità. 

Di seguito la (non) sorprendente delibera, del 2 dicembre 2020,  della quale il Giudice Amministrativo farà sicuramente carta straccia. 
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Il Consiglio Superiore della Magistratura, esaminato il piano di tirocinio le modifiche al piano di tirocinio mirato e la proposta di nomina dei magistrati affidatari formulate dal Consiglio Giudiziario di Napoli nelle sedute del 4.5.2020, 18.5.2020, 8.6.2020 e 6.7.2020 per i magistrati ordinari nominati con D.M. 12.2.2019 in tirocinio nel distretto di Napoli; 
visti gli artt. 21 comma 3 D. Lgs 26/2006 modificato dalla legge 111/2007 e l'art. 11 comma 1 del Regolamento per la formazione iniziale dei magistrati, approvato con delibera del 13.6.2012, come modificato da ultimo con delibera del 20.3.2019; 
ritenuto che, in coerenza con i principi di cui all’art. 11 dell’indicato Regolamento per la formazione iniziale dei magistrati, le condanne disciplinari risultanti a carico della dott.ssa Gabriella Nuzzi e della dott.ssa omissis, in considerazione dei tipi di illeciti disciplinari e delle sanzioni inflitte, siano tali da determinare una valutazione di inopportunità in ordine all’affidamento degli incarichi; 
osservato, in particolare, con riferimento alla dott.ssa Nuzzi, che quest’ultima è stata condannata in data 19.10.2009 alla grave sanzione della perdita di anzianità di mesi quattro, con trasferimento d’ufficio in altra sede e ad altre funzioni, per le violazioni di cui agli artt. 1 e 2 lett. g) D. L.vo 109/2006, per condotte tenute quale sostituto procuratore di Salerno nell’ambito di una vicenda che si è complessivamente connotata di particolare gravità e che ha avuto ampia eco mediatica (si tratta della vicenda relativa alla emissione di un decreto di perquisizione personale e locale nei confronti di magistrati di Catanzaro al fine di sottoporre a sequestro probatorio, contestualmente disposto con altro decreto, la documentazione cartacea ed informatica dei procedimenti penali denominati “Why not” e “Poseidone”, pendenti presso la Procura di Catanzaro; i provvedimenti indicati risultavano redatti con un’unica motivazione di 1418 pagine, costituita dalla trascrizione di atti endoprocedimentali riguardanti anche una serie di soggetti estranei al procedimento); 
ritenuto che, alla luce della gravità dei fatti e della sanzione inflitta alla dott.ssa Nuzzi, questo Consiglio ritiene di rivalutare il proprio precedente deliberato del 10.7.2019, con il quale il precedente disciplinare era stato ritenuto non ostativo all’affidamento dell’incarico; 
osservato infatti che, nonostante il tempo trascorso dalla vicenda, sia tuttora inopportuna la nomina della dott.ssa Nuzzi quale magistrato affidatario, anche tenuto conto del numero di magistrati in servizio presso il medesimo ufficio giudiziario e dunque della ampia possibilità di sostituire la stessa con altri colleghi; (….omissis…)
rilevato, tuttavia, che sia per quanto riguarda la nomina della dott.ssa Gabriella Nuzzi sia per quanto riguarda la nomina della dott.ssa omissis, il periodo di affidamento previsto è ormai scaduto, di talché appare allo stato non più possibile procedere alla nomina di altro magistrato affidatario; delibera
di nominare i magistrati affidatari come proposti dal Consiglio Giudiziario di Napoli nelle sedute del 4.5.2020, 18.5.2020, 8.6.2020 e 6.7.2020, sottolineando, però, per quanto riguarda la dott.ssa Gabriella NUZZI e la dott.ssa omissis, la sussistenza di condizioni di criticità, precisamente indicate in parte motiva, ed invitando il Consiglio Giudiziario di Napoli a tenerne conto in futuro>.

La delibera  è stata votata dai Consiglieri Cascini, Chinaglia, Dal Moro, Suriano, Zaccaro (Area Democratica per la Giustizia), dai Consiglieri Braggion e Miccichè (Magistratura Indipendente), dal Consigliere Marra (Autonomia e Indipendenza), dai Consiglieri laici Basile, Cerabona, Gigliotti, Lanzi.       
Astenuti i Consiglieri Ciambellini, Grillo, Pepe. Contrari i Consiglieri Ardita, Cavanna, D'Amato.




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giovedì 14 gennaio 2021

Segnalazione di merito




Operatore ecologico (= netturbino). 

Collaboratore scolastico (= bidello).

Addetto alle vendite (= commesso).

Assistente alla persona (= badante).

Cambiare il nome delle cose non cambia le cose. 

La segnalazione di merito è la raccomandazione e sta per essere sdoganata dal Consiglio Superiore della Magistratura quale pratica comune tra magistrati.

Sulla falsariga dell’editto della Procura Generale della Cassazione, si afferma in sostanza che penalizzare un candidato sminuendone il valore non è condotta  dagli identici effetti pratici della magnificazione del concorrente.
 
Detto  con franchezza,  sta per passare una castroneria di questo genere: se dico Tizio è migliore di Caio sto compiendo un’opera meritoria di supporto all’autorità che ha il potere di scelta; se invece dico Caio è peggiore di Tizio sto commettendo una scorrettezza sanzionabile.
 
Ma secondo logica le due affermazioni pari sono, dicono la stessa cosa.

La realtà le vede entrambe illecite perché un concorso si decide sulla sola base degli atti del procedimento e  non sul vociare degli estranei. 

Può allora concludersi che il Consiglio Superiore della Magistratura si autocertifica quale  collettore di “segnalazioni di merito” ed è  quindi il principale e consapevole artefice di raccomandopoli. 

Non era colpa di Palamara. 

 


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martedì 12 gennaio 2021

Professori e somari.




Il “sistema Palamara” lo avevano chiamato.
 
Come se da solo fosse capace di “violentare” gli indifesi colleghi del CSM,  imponendo loro la logica spartitoria che da decenni è la cifra che ne distingue l’operato. 

Uno a me, uno a te ed uno a lui. 

E non rompete le scatole con la motivazione delle nostre scelte che è ormai un’attività tanto faticosa quanto inutile ed ipocrita. 

Se qualcuno dovesse scandalizzarsi non se la prenda con questo blog.  

Che la motivazione sia un’autentica rottura di balle lo dice proprio la difesa del  CSM nel giudizio avente ad oggetto una delibera di straordinaria importanza, quella che doveva “selezionare” i magistrati cui affidare la gestione della Scuola della Magistratura.

A questo link può leggersi l’interessantissima sentenza (n. 330/2021) con la quale il Consiglio di Stato ha annullato non una sola, ma ben sei nomine   di magistrati il cui ruolo di “professore” pare non fosse stato adeguatamente vagliato.    

La massima articolazione del Giudice Amministrativo è costretta, per l’ennesima volta,  a ricordare al CSM -  attenzione al CSM del dopo Palamara -  i fondamentali, lo stop di palla in sostanza.
 
Tutti ricorderanno la solita bufera all’italiana scatenatasi dopo che erano divenuti di pubblico dominio i contenuti delle conversazioni intrattenute da moltissimi magistrati col dott. Luca Palamara al quale si rivolgevano per perorare le cause proprie ed altrui.
 
Cartellino rosso al capro espiatorio, radiato dall’ordine giudiziario con poche garanzie processuali  e dimissioni di molti consiglieri superiori  rei di aver confabulato col reprobo.
   
Esemplare soluzione all’italiana dei casi complessi, un maquillage di persone per continuare allegramente come prima. 

Senza aver compiuto una analisi seria ed approfondita per capire se i difetti fossero realmente attribuibili ai singoli individui o fossero, piuttosto, il portato di un sistema da riformare. 

La plastica controprova dell’inefficacia di simili palliativi di facciata sta proprio nelle censure che, in nome del Popolo Italiano, il Consiglio di Stato ha mosso al Consiglio Superiore della Magistratura, quello reso migliore dall’epurazione dei “complici” del dott. Luca Palamara.

Due i passaggi più significativi   che val la pena di riportare.

Il primo. 

A diverso esito non porta la preoccupazione – sulla quale insiste la difesa erariale e che trova, di suo, fondamento nella logica dell’interpello diramato dal CSM – di assicurare, all’esito della selezione, un’adeguata e strutturata compagine di designati, che potesse interpretare le “variegate esigenze della formazione dei magistrati” e che “rappresentasse un equilibrio (non certo facile) tra le diverse istanze provenienti dall’esercizio della giurisdizione su tutto il territorio nazionale”. Non possono essere questi i criteri di scelta, mentre – grazie anche al consistente numero di aspiranti - ben potrebbero essere questi, applicati i seri criteri della professionalità, i risultati raggiungibili mediante un’idonea istruttoria ed un’adeguata motivazione, alla luce di un oggettivo e trasparente confronto comparativo tra i candidati.
Quanto all’assunto che un effettivo impegno selettivo avrebbe imposto adempimenti impegnativi e defatiganti, si tratta, come è chiaro di un mero adducere inconveniens, che non ha rilievo ai fini dell’apprezzamento della legittimità amministrativa.”

E’ qui che la difesa del CSM tenta di sottrarre l’organo al dovere di spiegare, dar conto,  ai cittadini delle sue scelte, al pari di ogni altra autorità investita di funzioni pubbliche  non politiche. 
Il CSM aspira cioè a dettare legge piuttosto che ad applicarla. 
Ma il Consiglio di Stato è costretto a sillabare che l’unico atto a non richiedere motivazione  è la legge e che quelli del CSM sono atti amministrativi che alla legge, invece,  devono adeguarsi attraverso la motivazione.

Il secondo. 

Mentre, però, relativamente alla competenza del Ministro, la discrezionalità selettiva che la connota può arrivare ad assumere, per la natura strettamente amministrativa dell’organo e la responsabilità politica del Ministro, il tratto di una individuazione intuitu personae (cioè di una nomina ‘a scelta’, dove l’apprezzamento del merito professionale e della capacità rispetto all’ufficio ad quem sono rimessi all’autonomo apprezzamento discrezionale ministeriale), nel caso del Consiglio Superiore della Magistratura (che non è organo politico ma organo di alta amministrazione di rilievo costituzionale; cfr. ex multis Cons. Stato, V, 7 gennaio 2021, n. 215), la scelta va connessa non solo all’ufficio di destinazione, ma prima ancora alla particolare natura a struttura del CSM. E proprio in ragione del suo carattere di organo di governo autonomo a base composta ed essenzialmente elettiva, la valutazione tecnico-discrezionale orientata ad una tale selezione va condotta secondo canoni di trasparenza, di verificabilità, di idoneità e di razionalità che accentuino – rapportandoli alle caratteristiche di questo particolare organo di rilievo costituzionale – i connotati già propri di ogni attività amministrativa (cfr. art. 97 Cost. e 1 l. n. 241 del 1990), emancipandoli dai caratteri di una ripartita nomina ‘a scelta’. Sicché, nel rispetto dell’alta funzione propria dell’organo di governo autonomo, costituzionalmente ben distinta da quella ministeriale, e anche ad evitare che l’occasionale formula di rappresentatività del selettore prevalga sull’obiettiva valutazione comparata delle attitudini dei selezionandi, il vaglio della professionalità - in termini di merito e di attitudini - va svolto e congruamente motivato secondo rigorosi ed obiettivi parametri, strettamente professionali e non mai di altra natura o ordine.”. 

Si deve gratitudine al Consiglio di Stato  per essere ormai  l’ultimo baluardo contro la  politicizzazione della magistratura, negandole il diritto di cittadinanza costituzionale. Nel ricordare al CSM il rispetto delle regole quel giudice evita, almeno sul piano formale, che la giurisdizione sia consegnata al potere politico, specialmente  se si considera che quel potere politico ha origine tutta interna alla magistratura e tiene i cittadini totalmente all’oscuro dei suoi intenti. 
 


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