«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 9 aprile 2010

Il vero “patto sociale” degli italiani






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





Stamattina leggevo un articolo su uno dei tantissimi – migliaia e migliaia – di scandali nella gestione del denaro e della cosa pubblica in Italia (articolo che riporto qui sotto) e pensavo a che Paese assurdo e incosciente è il nostro.

Noi siamo quello che emerge da questo articolo.

E quali sono le priorità della nostra politica e del nostro governo? Limitare i poteri di controllo dei pubblici ministeri, impedire le intercettazioni telefoniche, regolare la prescrizione e la durata dei processi in maniera tale che non si arrivi mai a una condanna esecutiva, se non nei processi contro i poveri cristi e in qualche omicidio passionale.

E’ assolutamente evidente che la giustizia in Italia non funziona per niente. Ma questo non è un caso né è colpa della pigrizia dei magistrati (che pure di colpe ne hanno, ovviamente, come tutti): è stato dimostrato con i numeri alla mano che i magistrati italiani sono i più produttivi di tutta Europa.

L’inefficienza della giustizia è una precisa scelta politica.

Perché una giustizia efficiente impedirebbe cose come quelle raccontate nell’articolo qui sotto.

Parlano continuamente, per meschini fini propagandistici, di “effettività della pena”, ma fanno in modo che nessuno di loro e dei loro amici possa mai essere cacciato dai posti - pubblici - nei quali ruba ed estorce.

I cittadini italiani, per qualche misteriosa ragione, hanno sempre pensato che consentire ai loro politici di rubare un po’ non avrebbe avuto grandi conseguenze sulle loro vite. E sembrano avere – da sempre, dai tempi di Mussolini a quelli di Andreotti e poi di Craxi e ora di Berlusconi - una sorta di patto con chi li governa: fate pure ciò che volete, ma dateci ciò che sempre ci promettete.

L’equivoco tragico è che:

1. “Misteriosamente”, le promesse vengono continuamente rinnovate, ma mai davvero mantenute. Il governo ha sempre un alibi per non avere mantenuto le promesse: la guerra fredda, il muro di Berlino e oggi la crisi, i comunisti, i sindacati, i magistrati (!?), la costituzione “antiquata” (!?). Sicché il patto è infine un patto “leonino”: i politici e il governo incassano l’indulgenza del popolo, ma non “pagano” quanto “promesso” in cambio.

2. Forti del salvacondotto, i politici non si accontentano di “fare qualche marachella” o “rubare un po’”. Fanno man bassa di tutto. Dalla sanità all’ambiente, dalle tasse all’acqua, dal lavoro all’edilizia.

3. Il furto di legalità e giustizia consentito al potere distrugge letteralmente e irrimediabilmente la vita reale del Paese. E le sue speranze di un futuro.

La maggior parte dei furti non si vede subito. Ma le sue conseguenze stanno lì. Fra qualche anno gli italiani “scopriranno” quali conseguenze concrete avrà sulle loro vite ciò che si è fatto e si è consentito si facesse in tutti questi anni.

E come sempre, penseranno di non essere colpevoli.

Come è accaduto già ai tempi di Mussolini. Gli italiani non credono di essere stati “fascisti”. Credono di essere stati “vittime” del fascismo.

Gli italiani non sanno che, se consenti consapevolmente a qualcuno in qualunque posto e in qualunque momento di commettere ingiustizia, sei complice di quella ingiustizia.

E prima o poi ne pagherai, giustamente, il prezzo.

Quando Mussolini andò ad occupare l’Abissinia, gli italiani pensarono che quello era un problema degli abissini. E non soffrirono per nulla al pensiero dei tanti abissini uccisi in quella “bella impresa”.

Solo quando, anni dopo, ogni famiglia italiana poteva contare i suoi padri, mariti, fratelli morti nelle scellerate guerre del regime, gli italiani si resero conto che, se autorizzi qualcuno ad ammazzare in tuo nome, prima o poi, di morire potrebbe toccare a te o a tuo fratello.

Gli italiani non hanno ancora capito che chi evade le tasse in maniera sistematica, chi corrompe finanzieri e giudici per i propri “affari”, chi demolisce sistematicamente il sistema dei controlli, chi “privatizza” tutti i servizi pubblici, chi corrompe testimoni e crea fondi neri alle Cayman, chi non riconosce i Tribunali e non si presenta davanti a loro ha creato e sta creando un sistema nel quale il derubato in definitiva sei tu.

Gli italiani non hanno ancora capito che ciò che è “pubblico” è “nostro” e non “di nessuno” e che “rubare allo Stato” non è rubare a uno straniero, ma a tutti noi.

Questo “equivoco” è eterno nella storia degli uomini.

Comincia da Adamo ed Eva.

E’ la convinzione che si possa offendere la verità e la giustizia senza pagarne le conseguenze.

E’ una illusione disonesta e, soprattutto, ingenua.

La storia, infatti, si è sempre incaricata di stroncare nel dolore queste “ingenuità”.

Perché il bene e il male, la verità e la menzogna, la giustizia e l’ingiustizia non sono astrazioni formali, nudi nomi (come sosteneva Eco ne “Il nome della rosa”), ma “cose reali”.

Siamo noi che riempiamo il mondo che abitiamo delle nostre azioni: buone e cattive.

Il risultato finale è la somma di ciò che in concreto ciascuno di noi ha fatto e fa e consente agli altri di fare.

Se in un giardino non metti acqua e non fai potature, ma consenti di seppellire spazzatura di ogni tipo e di rubare i semi, ciò che inevitabilmente avrai alla fine è un campo di sterpi e infezioni. L’idea che si possa sempre e solo prendere senza mai dare, che si possa fare e disfare a piacimento, che le regole possano essere derise (ieri il quotidiano Libero intitolava l’articolo sul c.d. “legittimo impedimento” “Marameo ai giudici”) senza conseguenze è una cosa del tutto assurda, ma, purtroppo, molto profondamente italiana.



Qui sotto l’articolo che mi ha indotto a queste tristi riflessioni.

Su tutti i giornali i resoconti di un potere politico totalmente disinteressato alle esigenze del Paese e impegnato da anni, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno a demolire lo stato di diritto e creare “cricche” e “cosche” che derubino le casse dell’erario e spartiscano fra pochi i proventi del delitto.


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Il crac di Tributi Italia e una voragine da 90 milioni di euro. La conseguenza è che centinaia di piccoli Comuni sono sull’orlo del fallimento.



di Roberto Mania e Fabio Tonacci
(Giornalisti)



da Repubblica.it del 9 aprile 2010


Tasse rubate. Tasse privatizzate. Tasse evaporate. Almeno 90 milioni di euro - ma forse molti di più - di tasse pagate dai cittadini e mai versate nelle casse dei rispettivi Comuni. Tosap, Tarsu, Cosap, Ici, multe. Soldi finiti nel conto corrente sbagliato. È lo scandalo delle tasse rubate o - se volete - dei “furbetti delle tasse”. Oppure, ancora meglio: è lo scandalo annunciato di “Tributi Italia”, società privata per la riscossione delle imposte locali, nata a Chiavari e cresciuta in fretta in tutta Italia, a nord e a sud, al centro e nelle isole. Ecco: la bolla delle tasse, dopo quella immobiliare. D’altra parte Giuseppe Saggese, cinquantenne tarantino, figlio di magistrato, che di questa storia è il protagonista essendo il fondatore e poi il dominus di “Tributi Italia”, costretto a tirare i fili da dietro le quinte per via dei due arresti (nel 2001 e nel 2009), le tasse le chiama “piastrelle”. Piastrelle con le quali costruire pezzo dopo pezzo il proprio patrimonio.

Oggi centinaia di piccoli Comuni sparsi lungo la Penisola sono sull’orlo della bancarotta o soffrono per il buco nel loro bilancio. Ci sono Pomezia con un ammanco di quasi 22 milioni, Aprilia (20 milioni), Nettuno (3,2 milioni), Augusta (quasi 5 milioni), Bergamo (2,2 milioni), Fasano (quasi 2 milioni) e poi tanti, tanti, altri. I servizi, quelli per cui i cittadini pagano le tasse, spesso sono stati azzerati. Sono saltati oltre mille posti di lavoro. Solo qualche decina di dipendenti di “Tributi Italia” è rimasta a sbrigare le pratiche ancora necessarie, i collaboratori e consulenti sono stati licenziati, gli altri dipendenti sono in cassa integrazione. E lì resteranno dopo essere da mesi anche senza stipendio. “Tributi Italia”, che raccoglieva le tasse per circa 400 Comuni, sta fallendo o è già tecnicamente fallita. Ha chiesto di poter accedere al concordato preventivo previsto della legge Marzano, la versione italica del “Chapter 11” americano. Il governo ha approvato una norma (sta nel decreto incentivi) per salvare la superholding delle tasse. Che adesso è in una sorta di stand by: prima cancellata per inadempienze dall’albo dei riscossori, quindi in attesa della decisione di merito del Consiglio di Stato, dopo la sospensiva ordinata dal Tar del Lazio. Impervi sentieri giudiziari che difficilmente cambieranno l’epilogo di questo scandalo. Il Tribunale di Roma deciderà prossimamente sull’ammissione della società al concordato preventivo. La Procura di Velletri si sta preparando a chiedere il rinvio a giudizio dei vertici della società con l’accusa di peculato. E le altre tredici inchieste aperte proseguiranno. Ma come è potuto accadere il furto delle tasse? È anche colpa degli amministratori? Chi doveva controllare? Chi restituirà i soldi ai Comuni e dunque i servizi ai cittadini?

Il modello Aprilia

Le tasse, per fortuna, non possono avere padrone. Ma qui siamo davanti a una fittissima ragnatela di interessi, tutti privati e mai pubblici. Ci sono amministratori inadeguati e ambiziosi. Ci sono affaristi travestiti da imprenditori con tante fidejussioni fasulle. Ci sono i controllori che non controllano o controllati che sono anche i controllori. Qualche volta pure i revisori dei conti sono abusivi. Non mancano, come sempre, le scatole cinesi. Ci sono scambi palesi e altri nell’ombra. Ci sono assunzioni clientelari, società miste pubblico-privato per nulla trasparenti e degne di un posto in prima fila nella degenerazione del non già edificante capitalismo municipale. Ci sono protezioni. Inspiegabili silenzi, colpevoli disattenzioni. Ci sono generali della Guardia di finanza in pensione che diventano consulenti proprio di “Tributi Italia”. E ci sono soprattutto 14 Procure della Repubblica che indagano dopo i 135 esposti presentati dalle amministrazioni locali.

Questa storia può cominciare ad Aprilia, provincia di Latina. Siamo nell’agro pontino, 40 chilometri da Roma. E circa 70 mila abitanti fregati. “Tributi Italia” dovrebbe consegnare al Comune 20 milioni e passa di euro. È scoppiata una guerra giudiziaria. La società e gli ex amministratori hanno vinto un paio di round, incassando pure dopo dieci anni una sentenza di assoluzione dal tribunale di Latina. Ma non è finita. Sulle pareti scrostate del corridoio che porta all’ufficio del sindaco sono appese le foto in bianco e nero che raccontano l’origine di Aprilia: 25 aprile 1936 il Duce in sella a un trattore segna il perimetro della città. Ma in questa cittadina triste e disordinata, un po’ agricola, un po’ industriale grazie alla vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un tempo terra di immigrati veneti ed emiliani e ora di nordafricani e asiatici, il sindaco è un socialista, come di quelli che non ce ne sono più. Un socialista. Domenico D’Alessio è prossimo a compiere 62 anni. Figlio di un pastore abruzzese arrivato da queste parti durante una transumanza, è diventato sindaco meno di un anno fa quasi per un moto di rivolta popolare: contro lo scandalo delle tasse sottratte. Si è presentato con quattro liste civiche e ha battuto, umiliandole, la destra e la sinistra. Ma, d’altra parte, il suo voto, dai banchi dell’opposizione, in quella riunione notturna del 19 marzo 1999 del consiglio comunale, fu uno dei due no all’affidamento all’Aser (società mista) del servizio di accertamento e riscossione dei tributi locali. Erano le tre di notte, presenti 14 consiglieri comunali su 30. Fu l’inizio della scalata, perché Aser è una delle controllate di “Tributi Italia” che, nata come Publiconsult nel 1986, si trasforma in San Giorgio nel 2004, e poi va all’assalto delle piccole concorrenti del business delle tasse e compra Gestor, Ausonia, Rtl e Ipe per diventare “Tributi Italia” nel 2008. Il “modulo di gioco” non cambia praticamente mai. Compresi, forse, i favolosi soggiorni di amministratori e consiglieri lungo la riviera di Levante in comodissimi yacht, dei quali si favoleggia tra gli apriliani arrabbiati.

Società miste

Lo schema adottato ad Aprilia, infatti, si replica dovunque. “Tributi Italia” riesce a prendersi direttamente o attraverso una società mista pubblico privata, di cui possiede il 49 per cento, il servizio della riscossione. Nei consigli di amministrazione, però, la maggioranza va ai privati così da assicurargli il governo della società. Alla quale va un aggio stratosferico: fino al 30 per cento di quanto incassato. Aggio che, in alcuni casi, arriva al 75 per cento sugli accertamenti dell’evasione. Cartelle pazze? Chi può escluderlo. Le gare d’appalto (quando ci sono) sono ritagliate sulle caratteristiche della società mista di turno. Così, per impedire la concorrenza delle banche, all’attività di accertamento e riscossione dei tributi si affianca quella della manutenzione del verde pubblico. L’agguerrito assessore al Bilancio e alle Finanze di Aprilia, Antonio Chiusolo, subito dopo l’insediamento, ha scoperto, oltre al buco in bilancio, che le due palme impiantate a qualche chilometro dal municipio erano costate agli apriliani cinque milioni di euro, essendosi esaurita lì la cura per il verde offerta dall’Aser. Ma Chiusolo ha scoperto anche altre cose. Per esempio che le fidejussioni a garanzia delle prestazioni di “Tributi Italia” erano state emesse l’una dall’"Italica” di Cassino, destinata a fallire da lì a poco e con il proprietario indagato per truffa in un’inchiesta calabrese; l’altra da “Fingeneral” per nulla intenzionata a intervenire per via dell’insolvenza di “Tributi Italia”. Insomma, polizze carta straccia. E quando Chiusolo si recò a Roma alla “Fingeneral” in Via di Porta Pinciana nei pressi di Via Veneto - dove, tra l’altro, al secondo piano del 146 c’è anche la sede legale di “Tributi Italia” - si trovò davanti tal Fabio Calì, amministratore della finanziaria, arrestato nel 2007 per una truffa da 93 milioni ai danni della Banca di Roma. Fidejussioni inesistenti e revisori dei conti non iscritti all’albo, ma messi addirittura a presiedere l’organo di controllo. Anche questo lo hanno scoperto il sindaco e il suo assessore: “Ortori Elio, nato a Massa il 23 luglio 1960, non risulta essere mai stato iscritto nel Registro dei Revisori Contabili”, ha comunicato ai due amministratori l’ordine nazionale dei commercialisti.

Assunzioni e poteri

Ma dove sono finiti i soldi che hanno provocato una voragine nei conti di così tanti municipi? Chi sa dove sono? Giuseppe Travaglini, quarantacinquenne, marchigiano, sostituto procuratore della Repubblica a Velletri, ha ricostruito il percorso seguito dalle tasse del vicino comune di Nettuno, delineando così il “sistema Saggese”. L’ipotesi è che ci sia un “Conto padre” nel quale arrivano tutte le tasse provenienti dai vari Comuni. Dal “Conto padre”, poi, si dipanerebbero i conti affluenti, i “conti figli”, lasciati costantemente a zero. Da qui i soldi dei cittadini finirebbero nelle tesorerie dei Comuni, in ogni caso con un guadagno derivante dalla maturazione degli interessi bancari. Ma poi c’è il gran miscuglio: le tasse di Alghero che finiscono a Forlì, le multe di Nettuno usate per finanziare il verde pubblico di Bari e via dicendo. Spesso - secondo l’ipotesi dei pm - le tasse sono servite a Saggese per ripianare parte dei debiti con le banche. Così sarebbe stata possibile la crescita tumultuosa di “Tributi Italia”: diventare la prima società privata della riscossione con oltre 230 milioni di fatturato nel 2008 e circa 1,8 milioni di utili prima delle imposte. Una crescita anche di potere nel rapporto con i politici locali, i partiti, le consorterie, gli amministratori. Aver in mano i cordoni della borsa, poterli aprire e poterli chiudere, significa avere il potere, o almeno un pezzo del potere. Può significare, per esempio, poter giocare al tavolo delle assunzioni clientelari, anche di parenti di consiglieri comunali, come si dice a Nettuno e pure a Bari. Dunque può significare l’ammissione al banchetto degli scambi territoriali, che è poi la sede autentica dove prende forma il potere o l’intreccio di poteri. Ed è anche in forza di questo protagonismo, decisamente politico, che “Tributi Italia” denuncia di avere un credito nei confronti di tutti i Comuni intorno ai 142 milioni di euro, pur ammettendo di essere in una fase di “tensione finanziaria”. Perché il “sistema Saggese” si inceppa per colpa della crisi: manca all’appello l’Ici, aumentano gli evasori e l’accertamento diventa più dispendioso.

Sei milioni di parcelle

E il Palazzo? Dove stavano i potenti di Roma mentre le tasse locali se ne andavano in direzioni anomale? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Ci sono due deputati del Pd, Ludovico Vico, ex sindacalista della Cgil pugliese, e Rita Bernardini, esponente del Partito radicale, che hanno presentato più di una interrogazione ma senza mai risposte da parte del governo. Due deputati sommersi dalle richieste di sostegno da parte dei sindaci di tutta Italia, che non hanno esitato a denunciare la “corruttela” del sistema. Probabilmente anche il colpo decisivo per la cancellazione di “Tributi Italia” dall’albo dei riscossori è arrivato dal Parlamento. Lontano dai riflettori, la Commissione Finanze della Camera ha indagato a fondo sul caso “Tributi Italia”. Si scoprono tante cose leggendo il resoconto dei lavori nella Commissione, come, d’altra parte, i verbali delle riunioni, tenute al ministero dell’Economia e delle Finanze, della Commissione che gestisce l’albo dei riscossori. Per esempio, si scopre di come sia stato tortuoso il cammino per la cancellazione dall’albo. E si scopre che l’Anci, l’associazione dei Comuni, non è sempre stata presente alle riunioni dell’Anacap (l’associazione di categoria dei riscossori). E perché tra i componenti di quest’ultima, che ha voce in capitolo sulla cancellazione, c’è Pietro Di Benedetto che fa l’avvocato e difende proprio “Tributi Italia”? Quest’ultima, a sua volta, ha speso non meno di 6 milioni di euro per pagare i suoi consulenti legali. Tasse dei cittadini? E poi: controllati che controllano? Non resta che dare l’ultima lettura al teutonico codice etico della holding delle tasse, quello che ciascun dipendente ora in cassa integrazione aveva per anni scrupolosamente osservato: “Tributi Italia crede fermamente che l’onestà sia una componente fondamentale di ogni comportamento etico e la lealtà è essenziale per costruire relazioni d’affari solide e durature”. Sì, c’è scritto proprio così.





11 commenti:

Magistrato Onorario ha detto...

Credo anch'io che i magistrati italiani siano i più produttivi d'Europa. Ma due cose sono certe:

1) Che oltre il 90% (ripeto: novanta per cento) delle cause penali dei Tribunali sono condotte, riguardo all'accusa, da Vice Procuratori ONORARI (VPO);

2) Che circa la metà delle cause civili e penali di Tribunale sono condotte, e spesso decise, da Giudici ONORARI di Tribunale (GOT).

Pertanto, senza voler contraddire il Dott. Lima, ma soltanto per amore di verità, sarebbe opportuno ricordare a tutti che la produttività dei magistrati italiani dipende, in buona parte, anche dal lavoro misconosciuto dei MAGISTRATI ONORARI DI TRIBUNALE, e non solo da quello dei magistrati "di carriera".

Tenetene conto, quando elaborate le statistiche.

Grazie.

Anonimo ha detto...

Un articolo di una lucidità (quello del dott. Lima) impressionante. Non credo ci sia una virgola da aggiungere. Ma come si esce da tutto questo?
Cari saluti,
Pierfrancesco La Spina

Anonimo ha detto...

Grazie, per la sua eleganza nell'accusare: è vero è colpa mia!
Barbara

Felice Lima ha detto...

Per Barbara (commento delle 00.12)

Gentile Barbara,

La prego di non sentirsi offesa da ciò che ho scritto.

Non intendevo "accusare" Lei, o lui, o l'altro.

Ho fatto un discorso generale.

E credo che sia un discorso con un qualche fondamento.

Sotto il balcone di Palazzo Venezia a inneggiare al Duce che annunciava che avremmo "spezzato le reni alla Grecia" c'eravamo noi italiani. E dico "noi" anche se io allora non ero ancora nato.

Ognuno di noi fa i conti con la sua coscienza, ma ciò non toglie che nell'insieme ciò che accade qui accade qui e non accade in Svizzera. Ciò vuol dire che gli Svizzeri, che hanno certamente colpe e peccati anche loro ma diversi dai nostri, hanno un senso civico diverso dal nostro.

E' un fatto di cultura diffusa alla quale concorriamo collettivamente.

Prendere atto del problema ci può aiutare a fare qualcosa per risolverlo. Continuare a credere che la colpa sia di uno solo (Mussolini, Andreotti, Craxi, Berlusconi) secondo me non aiuta perchè fa credere erroneamente che il problema sia attendere che se ne vada.

Un caro saluto.

Felice Lima

Vittorio Ferraro ha detto...

Dott. Lima, come sempre ottime le sue riflessioni.

...Tutto ciò, appunto, avrebbe dovuto comportare una nostra (nostra in quanto "nazione") grande assunzione di colpa!
Come sosteneva Jasper un volgersi dentro se stessi "per ritrovarvi da sè la propria colpa, indagarla e chiarirla e, dunque, purificarla".
"Dover fare della colpa il proprio carattere."

La Germania lo ha fatto; il popolo italiano non è stato ancora in grado di farlo!

Zizio ha detto...

Caro dott. Lima e gentili lettori,
era tempo che non seguivo il blog (pur essendo stato qualche anno fa uno dei primi estimatori ;-), ma vedo che la lucidità di analisi e la chiarezza del linguaggio sono rimaste immutate...
Concordo completamente con il pensiero espresso e comunico che su Facebook sta "girando" a gran velocità il link a questo articolo.
Buon lavoro e buoma vita a tutti.
Maurizio Buccarella (avvocato) - Lecce

Anonimo ha detto...

Il dott Lima ha scritto: "Come è accaduto già ai tempi di Mussolini. Gli italiani non credono di essere stati “fascisti”. Credono di essere stati “vittime” del fascismo.

Gli italiani non sanno che, se consenti consapevolmente a qualcuno in qualunque posto e in qualunque momento di commettere ingiustizia, sei complice di quella ingiustizia.

E prima o poi ne pagherai, giustamente, il prezzo."
Io feci a tempo a godermi la dittatura fascista e dunque c'ero.
Limitandomi al mio ambiente posso affermare che su un duecento persone conosciute vi potevano essere al massimo venti fascisti di cui, pure esagerando, i fascisti convinti potevano essere al massimo una diecina. Si deve rilevare che i fascisti imposero la dittatura avendo al parlamento trentacinque eletti su cinquecentotrenta. Mi pare di ricordare che i fascisti abbiano raccolto, nelle ultime elezioni, neanche tanto libere, il sette per cento dei voti, molto meno di quanto raccolgano oggi dei partiti di estrema destra in Francia e in Austria. Per contro l'élite italiana era, a quell'epoca, decisamente schierata a favore del fascismo, in prima linea i giudici, le forze dell'ordine, buona parte dei capi militari, e una consistente fazione all'interno di casa reale. Buona parte dei comandanti di distretto erano "patriottici" ossia fornivano ai fascisti armi e soprattutto camion con i quali i fascisti eseguivano le loro spedizioni punitive.
In sintesi si può dire che gli italiani meritavano allora e meritano oggi delle élites ben migliori di quelle che il nostro paese ha avuto ed ha tutt'ora.
A proposito della leggenda "italiani tutti fascisti" vorrei precisare che se un Missiroli o un Montanelli avessero cercato di conoscere a quell'epoca le nostre opinioni politiche ci saremmo ben guardati da lasciarci andare a delle incaute confidenze perchè queste persone erano per noi dei fascisti di cui non era permesso fidarsi. Non dico che questi giornalisti fossero dei fascisti convinti, ma tali apparivano ai nostri occhi e tanto ci bastava. Il peggio di quella dittatura era una specie di veleno psicologico che si insinuava nei nostri animi e ci faceva credere che il regime potesse conoscere tutto delle nostre azioni e perfino di quel che eventualmente potessimo sussurrare a qualsiasi persona, pure al più fidato dei nostri amici.

Anonimo ha detto...

Permettetemi di dire la mia(almeno qui)statistiche a parte quanto ci costa il buon operato della magistratura?Quanti errori commessi talvolta eclatanti?Come mai nessuno di loro denuncia pubblicamente il mal andazzo di quella o questa procura?Il problema è la riforma io da cittadino che per altre vie seguo il problema credo sia una priorità assoluta.Troppi sono i casi di mala gestione di indagini (se cosi si puo dire)e pochi (se non nessuno)sono a pagare (considerando anche il fatto retributivo)insomma chi mi garantisce l'operato del magistrato e chi mi garantisce che certi poteri non condizionano i giudizi (chiaramente non parlo solo di potere politico sarebbe troppo riduttivo)Cordialmente JAKY

Anonimo ha detto...

ci sono ottimi magistrati ma anche pessimi magistrati.
ci sono ottimi politici (soprattutto nel passato) e pessimi cittadini.
ci sono ottimi cittadini che protestano e che si indignano e che spesso trovano difficile esprimere il proprio voto, e pessimi cittadini che quando decidono di votare esprimono decisioni non di principio ma di interesse.
Ho sempre pensato che se nelle elezioni regionali o comunali vengono eletti, ma prima anche candidati, personaggi che tutti sanno essere indagati o addirittura condannati, collusi, è perchè parte dell'elettorato può votarli. La loro vittoria in questi casi non è una vittoria politica, ma espressione di un malessere più profondo e ci coinvolge tutti.
avv. giovanna bellizzi

siu ha detto...

Solo una minuscola osservazione in merito alla frase di "alessandroruditus": "se poi la colpa è dei politici o della magistratura vedetevela voi". Vedetevela voi??
Ahimè, temo che per tutto quanto attiene le colpe dei politici debba invece vedersela proprio Lei. Esattamente come noi tutti, cittadini dello Stato italiano, nessuno escluso. Faticoso, lo so.

Anonimo ha detto...

Grazie, dott. Lima, questo articolo ha dato voce ai miei pensieri. Una sola cosa vorrei aggiungere: siamo oltremodo colpevoli, perchè non siamo più capaci nemmeno di indignarci ... e ciò mi rende profondamente triste!