«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 28 settembre 2007

Cechov e le "correnti"


di Antonio Bevere
(Presidente di Sezione del Tribunale di Roma)

Vint, racconto di Anton Cechov, 1884.

Andrej Peresolìn, tornando da teatro, vede le finestre del suo ufficio, il palazzo del governo, ancora illuminate. Incuriosito e anche preoccupato per la possibile sua immagine di dirigente “tiranno” ("La gente può pensare che non do tregua ai miei subalterni neanche di notte") , scende dalla carrozza e entra attraverso la porta di servizio.

Giunto nell’ufficio degli impiegati, assiste a una scena insolita: “Davanti a un tavolo ingombro di grandi fogli di contabilità, stavano seduti quattro impiegati e giocavano a carte … Era qualcosa di inaudito, di strano, di misterioso”.

Le frasi che i giocatori si scambiavano erano del tutto incomprensibili: “Banca di Stato … due, Intendenza di finanza … senza briscola …Tu sei senza briscola? … Direzione provinciale, due …. Esco col consigliere di stato … Vanja, gioca un qualche consigliere titolare o provinciale …”.

Perosolìn, spinto dalla curiosità, entra nella stanza. “Se davanti agli impiegati fosse apparso il diavolo in persona con le corna e la coda, non li avrebbe sbalorditi e spaventati come li sbalordì e spaventò il loro superiore … Gli impiegati gettarono le carte, si alzarono lentamente e, sbirciandosi a vicenda, fissarono gli sguardi al suolo”"La trascrivete bene la relazione - incominciò Perosolìn - Adesso capisco perché vi piace tanto occuparvi della relazione … Che facevate, ora?”.

La risposta è facilmente intuibile: giocavano a vint (gioco di carte molto diffuso nella Russia dell’Ottocento), secondo regole e strumenti del tutto originali.

Un impiegato comincia a spiegare: “Ogni ritratto, eccellenza, come ogni carta, ha un suo valore …un significato. Come nei soliti mazzi, anche qui vi sono 52 carte e quattro colori … I funzionari dell’intendenza di finanza-cuori; l’amministrazione provinciale-fiori; gli impiegati della pubblica istruzione-quadri; invece picche è la sezione della banca di stato … I consiglieri di stato effettivi sono per noi gli assi; i consiglieri di stato, i re; le mogli dei funzionari di quarta e quinta classe, le dame; i consiglieri di collegio, i fanti; i consiglieri di corte, i dieci e così via …”.

Con questi abbinamenti i fantasiosi personaggi cechoviani – mescolando regole vecchie e nuove - si concedevano il piacere di giocarsi le più alte cariche dello Stato zarista.

Questa divisione di incarichi in un gioco di regole non codificate è un déjà vu collocabile ai giorni nostri: basta abbinare asso, re, dama, fante ai vertici politico-istituzionali ed ecco che la divertente immagine del palazzo di governo di Pietroburgo si trasforma in una meno divertente immagine collocabile in uno dei palazzi del potere del Bel Paese

Per gli utenti dell’autogoverno giudiziario, un piccolo particolare della scena rende ancora più suggestiva l’immagine: 4 sono i giocatori che si contendono i punti del wint, 4 sono i colori delle carte come 4 sono i soggetti impegnati nelle competizioni a Palazzo dei Marescialli. Anche qui nelle gare per la distribuzione dei più ambiti incarichi giudiziari si mescolano regole, scritte e non scritte; tra queste ultime acquista sempre più rilevo la regola del 4: sempre più frequentemente il dividendo numero di incarichi trova questo numero come obbligatorio divisore.

E’ una regola che sopravvive ai corsi e ricorsi delle legislature: gli spostamenti di voti tra i contendenti nelle competizioni elettorali non incidono su questa regola cardine delle competizioni all’interno dell’organo rappresentativo.

Continuando nella suggestione di un vint aggiornato, è improprio e profanante l’ipotesi di un pragmatico abbinamento asso-cassazione, re-procuratore capo, cavaliere-presidente e così via?

E’ ammissibile l’opacità delle regole con cui le carte sono mosse, giocate, distribuite?

E’ accettabile la non trasparenza delle scelte, grazie alle quali gli esiti delle gare sono noti prima del loro inizio e della loro conclusione?

Sono comunque regole applicate e disapplicate con collaudata indipendenza rispetto al pubblico degli interessati. Questi si sono rassegnati a risultati numerici inquadrabili matematicamente nella tabellina del 4.

La regola del 4 non è scritta in alcun codice di norme primarie, secondarie e simili. Va comunque cancellata.

Non per giocare a sudoku, ma per concreto spirito riformatore, va tentato di uscire dai numeri e riportare la competizione alle regole chiare e precise della Costituzione e di tutto il nostro ordinamento compattamente diretto alla tutela dei lavoratori. Va valutato un nuovo statuto, che preveda canali di comunicazione, luoghi di incontro, criteri di controllo, strumenti di tutela. Va riscoperto il gusto della partecipazione, va rilanciata l’opposizione continua alla discriminazione.

Si può superare questa stranezza dei sindacati che si sono identificati totalmente con l’ufficio del personale, con la controparte, lasciando senza tutela chi è lontano dai suoi vertici e chi è fuori-corrente.

Si può aprire un dibattito, libero e leale, al riparo da intimidazioni e atteggiamenti antisindacali; con un sol limite: non si venga a proporre di aggiungere a cuori, quadri, fiori, picche un altro colore, un altro giocatore, un’altra corrente, per educare dall’interno gli attuali contendenti.

Ce lo raccomanda l’esperienza e ce lo suggerisce anche il dottor Cechov. Il Perosolìn, che entra a gioco iniziato e impaurisce, con la sua carica censoria, i giocatori, diventa facile preda delle regole inventate dagli altri e alla fine lo vediamo impegnato e rissoso più di tutti nel puntare e scambiare banca di Stato, consiglieri di collegio, consiglieri di corte.

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