«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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mercoledì 26 settembre 2007

Grilli, grillini e sordità

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

La cosa più evidente è, a mio giudizio, non già il degrado atmosferico, ma il fatto che il mondo abbia cominciato a girare al contrario. Eh sì, perché vedo (dentro e fuori dalla magistratura) una discreta moltitudine di “sollunghisti” (quelli cioè che la sanno lunga) intenta a discettare se i vari grilli abbiano o meno contravvenuto alle lezioni della storia, all’equilibrio, alla buona educazione, alla netiquette e via discorrendo.

Diceva il compianto Marcello Marchesi: “Quando vi lavate i denti, se il tappino del dentifricio cade nel lavandino, mirate al buco non al tappo”.

Come dire: “Badate, all’essenziale, se non volete che la situazione vi sfugga di mano”.

L’essenziale, nel caso della magistratura - e, ancor più, in quello della società civile - è dato da disfunzioni enormi, inaccettabili e facilmente riparabili (se solo lo si volesse).

Non si parla infatti di un articolato piano economico per affrontare la globalizzazione; neppure dei rimedi al riscaldamento del pianeta, ma molto più semplicemente - ad esempio – dell’indecente fatto che i parlamentari possano andarsene in pensione con 2,5 anni di “lavoro”.

Non parliamo - nel caso della giustizia - dell’articolata riforma del processo penale o civile e neanche dell’ennesimo rinnovamento dell’ordinamento giudiziario, ma del banalissimo fatto (anch’esso indecente) che in un certo disgraziato posto c’è gente che aspetta da quattro anni (dicesi: quattro) la sua bella sentenza.

A me sembra naturale che qualcuno (prima o poi era inevitabile che accadesse) si sia stranito per via delle suddette disfunzioni e abbia dato in escandescenze.

Il rimedio peraltro era lì bello e pronto: “Scusate assai” poteva dire chi è incaricato di soprassiedere alle umane cose “ci eravamo distratti: si è trattato di un banale lapsus legislativo: c’è scritto 2,5, ma in realtà volevamo dire 25. Domani stesso cambieremo la legge”.

Nel caso della giustizia poi la faccenda è ancora più semplice.

“Signori” avrebbe, sempre in via di mera ipotesi, potuto proclamare il capo dell’ufficio “state parlando del nulla, perché mentre voi vi indignate e strepitate come oche, le famose sentenze sono state tutte redatte e depositate. Se c’è stato ritardo colpevole, si vedrà: sappiate però che il problema non esiste più. Punto”.

Le cose stanno - ahimè - in tutt’altro modo, dato che i vari responsabili, dopo aver detto che sono totalmente d’accordo; che trattasi di eventi abnormi del tutto inaccettabili, passano sì ai fatti, ma contro coloro che protestano.

La reazione – dentro e fuori la magistratura – assume identiche forme verbali: “Che modi sono questi!”; “E allora tutta la fatica fatta in passato?!”, “Di questo passo dove andremo a finire?!”.

Certo, se fossero stati proposti “rimedi” sfasciatutto; se qui o là si fossero invocati stravolgimenti tali da impedire in futuro il sorgere di un qualsiasi altro sistema, capisco bene l’allarme e lo sdegno.

Ma qui - per stare ai fatti nostri - si vuole solo che chi aspetta sentenze da quattro anni, le abbia; che chi promette da sempre imparzialità (nel C.S.M.), lo mostri nei fatti, evitando, ad esempio, di votare per schieramenti compatti e pregiudizialmente formati. Basterebbe farle - queste poche, stupide cose - è la “ribellione” si scioglierebbe come neve al sole: provare per credere.
Ma poi, in definitiva, non sta al “politico” - sia esso associativo o tout court, poco importa - interpretare i bisogni della famosa “gente”?

E quando una protesta “monta”, non deve il politico interpretare le ansie, le paure e i bisogni sottostanti in modo da disinnescare la miccia prima che il fenomeno sia fuori controllo?

Non sono i girotondi e i v-day una pericolosa escalation non esorcizzabile a parole, così come - se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi – sono escalation, nell’A.N.M., il movimentismo prima e l’astensionismo ora, sì che occorrerebbe individuare il disagio (e rimediarvi) più che oltraggiare i “disagiati”?

I quali – sia chiaro – non aspettano altro che di rientrare nei ranghi, avendo il sistema dato segni tangibili e significativi di “ravvedimento”. Dovrebbe insomma apparire ormai chiaro che insistere nel mantenere in piedi le macroscopiche disfunzioni che in tanti denunziano sarebbe - come ogni perseverare nel male – non solo diabolicum, ma, per quel che si intuisce, assai periculosum.


1 commenti:

Antonio Redelli ha detto...

GRANDEEEE !!!!